martedì 6 ottobre 2009

Come cambiano

Le cose, i fatti, le emozioni, la gente.
Ed anch'io che, nell'ostinazione assurda di rimanere legato al tempo per poterlo domare, fermare, piegare al mio volere, pur non volendo, cambio lo stesso.
Come cambia la mia vita e la gente che mi sta intorno. Come cambiano le cose che prima mi andavano bene ed adesso non sopporto più.
Come sono cambiato io, volente o meno, da quando ho cominciato a scrivere qui, quel 25 giugno.
E' una sera strana questa. Primo ho mancato ai miei obblighi con mia figlia, quello di poterla vedere prima che vada a nanna. Di stare con lei naso contro naso, coccolandomela un pò con le sue dita che mi prendono il lobo dell'orecchio come faceva quand'era piccola. E' vero, ho dovuto finire un lavoro, ma più che altro avevo bisogno ancora una volta di starmene in pace, Io e una canzone di Billie Holiday, che lenta e tragica nella sua tristezza mi morde dentro. Ho cambiato le mie abitudini, per poter veder mia figlia sveglia, io che sono sempre andato avanti fino a notte fonda a scrivere, a disegnare prima, ed a lavorare poi. Lasciavo agli altri la fatica delle levatacce e mi prendevo le notti, gustandomele a pieni polmoni. E' il mio lavoro, me lo sono scelto e costruito pezzo per pezzo e, tutto sommato mi piace anche. Mi piace il mio studio, dove tutto, dalla biro al plotter da 10 mila Euro è nostro e ce lo siamo sudato e guadagnato. E meritato.
Poi la vigilia di capodanno di due anni fa tutto è stato ribaltato da quel momento in cui, improvvisamente, di mia figlia non è rimasto che il corpo, con la mente rubata da un perfido virus, arrivato come una folata di vento malefico, senza che potessi far niente per evitarlo.
Eravamo come di consueto tra i miei monti. Ricordo quella corsa improvvisa in ambulanza fino a Susa e l'incubo della probabile meningite. "Tu non la porterai mai via", pensavo a pugni chiusi. Avrei lottato con Dio.
Poi il lento, magico risveglio e la seconda corsa fino al Regina Margherita, dove insieme ad una squadra di persone efficienti e soprattutto umane abbiamo sentito gli scoppi dei petardi di chi, in quel momento, festeggiava.
Quella notte il mondo, il tempo, si sono veramente fermati. Ed io non lo volevo. In quella notte e per le nove successive che abbiamo passato in ospedale io e mia moglie ci siamo sostenuti a vicenda, ritrovandoci e riavvicinandoci, per poi allontanarci lentamente in punta di piedi dopo, e adesso, sinceramente non so.
Poi tutto è passato, senza traccia, ad eccezione di quelle che, dentro, non passeranno mai più. E uscendo da quell'ospedale avevo preso la decisione che ho mantenuto fino a stasera. Quella di partire in studio alle 7 del mattino ma di arrivare presto a casa, in maniera da potermela godere un pò e darle qualcosa di più di un bacio stanco con la barba lunga di un giorno. Quella di giocare disteso sul pavimento con lei e la nostra gatta bianca, acquistata a caro prezzo all'esposizione internazionale di Stupinigi perchè le avevo promesso "scegli il gatto che vuoi che papà te la compra" (1200 Euro di gatto: dite che son matto? non ditelo che già lo so da me).
Quella di ascoltarla, consigliarla ed educarla, cercando di evitarle gli sbagli che in quantità industriale ho già commesso io, ma che se li vorrà fare comunque, andrà bene lo stesso.
Quella di gustarmi quei sorrisi e quel centro dell'attenzione che, ancora chissà per quanto, rappresento per lei.
Vi svelo un piccolo segreto: per chi si chiede ancora chi è veramente Sveva, beh, direi che almeno un buon 80% è proprio lei. Il mio amore più assoluto (e l'altro 20%?? Sapeste!!).
Stasera ho trasgredito ma ne avevo bisogno per pensare anche un pò a me stesso, anche se devo dire che me l'ha fatta di nuovo. Alla fine sono stato con lei tutta la sera.
Vedrò di farmi perdonare.
Magari le compro un altro gatto!! ^ ^
D&R

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