sabato 6 aprile 2019

A million dreams


Ci sono parole che mi rimangono impresse, ci sono volti che non dimentico, passassero mille anni, ci sono istanti che dal nulla ritornano a galla senza un motivo, a volte basta nell'aria un profumo che ti è stato troppo vicino o una voce che risuona dall'altro capo del telefono, per ritrovare intatte sensazioni all'apparenza dimenticate. C'è una piazza che quando le cose girano più sbagliate ritrova sempre i miei passi senza che quasi me ne accorga e mi dona sempre la stessa incredibile emozione. 

E poi ci sono musiche che mi suonano dentro, di anni fa come di ieri, che passano dagli auricolari al cuore mentre corro, o la mattina presto nei miei viaggi in auto, che si propagano nell'epidermide regalandomi brividi, e si accostano al bordo delle palpebre inumidendole e scivolano via.
Mi è rimasta addosso una "One" degli U2, millenni fa, inscalfibile, non posso non riascoltarla senza ritrovare l'atmosfera di quello studio, io giovane neolaureato di belle speranze così sfacciatamente entusiasta, Lei la chiamavo proprio One, faceva un mestiere così simile al mio, era bellissima e matta come un cavallo. Chissà dove sarà ora. Una notte di rabbia violenta come solo gli innamorati pazzi stracciati sanno provare, insieme a due miei amici (probabilmente l'alcool aveva fatto la sua parte, uno dei due si sarebbe sposato l'indomani) abbiamo spostato tutti i segnali stradali delle vie del centro della sua città fino a fare convergere tutta la circolazione nella piazza dove abitava lei, senza vie di uscita
Nel corso della vita altre, non tantissime, sono passate come l'acqua del fiume, qualcuna è caduta nel dimenticatoio, ascolto e non riesco a recuperarne il disegno nascosto che le rendeva così speciali, quasi sicuramente non sono più il me stesso di allora. Altre però sono rimaste, sintomo che quella parte di me non si è arresa. Il Canone di Pachembel ad esempio, testimone del passaggio alla mia vita adulta. Blucobalto dei Negramaro ha coinciso con le mie parole qui, un'incredibile canzone di Elisa ed una di Jovannotti sono come tatuaggi musicali che so per certo non scoloriranno.

Alcune mi affascinano senza un motivo, quel preciso connubio tra voce, note e molto spesso video è la combinazione giusta per attraversarmi senza fatica, chissà perché.

Ricordo benissimo quanto mi abbia coinvolto il tributo della nazionale di nuoto sincronizzato all'evento 1D Day, o  il groppo in gola e l'incredibile energia associata al brano di esordio dei Rockin'1000, la riuscita di un sogno di un folle visionario come Fabio Zaffagnini, riuscire a far suonare e cantare insieme 1000 persone. E visto che siamo in tema di folli visionari cosa possiamo dire del lancio della Tesla verso Marte sulle note di "Life on Mars" di Bowie.  Io l'ho trovato da brividi, brividi veri. 

Che volete, dietro la mia rude scorza da plantigrado burbero e solitario molto probabilmente si cela un mollaccione e pure di una certa età. 

In questi giorni invece ascolto questa quasi a ciclo continuo, la ritrovo molto spesso la mattina in radio, la metto al pc mentre lavoro, ogni tanto me la canticchio sottovoce mentre mi concentro su un progetto. Perché non è solo l'incredibile voce o la musica, ma è perché mi ci ritrovo, perché in queste parole ci casco dentro con tutte le le scarpe, è esattamente come sento di essere. Perché ho un milione di sogni in cui sperare che mi tengono a galla, e voglio ancora sognarli tutti, dal primo all'ultimo. Perché mi ostino, perché sono e voglio ancora sentirmi vivo. Ed i sogni reggono il "voglio" e non i "vorrei", se no che sogni sono. 
E quindi voglio scoprirli, voglio la fatica del costruirli, l'emozione del realizzarli. Voglio i fallimenti ed i successi, per esperienza so che saranno molti più i primi dei secondi, ma fa parte del gioco. Voglio avere gli occhi che riflettono un tramonto in parete, voglio correre una seconda maratona, voglio sentire il cuore accellerare i battiti senza un motivo, voglio prendere il vento giusto e l'onda migliore. Voglio passione, voglio sbagliare, voglio incoscienza e un pizzico, il giusto, di sana follia.

Alcuni mi dicono accontentati, comincia a guardare alle spalle, valuta la strada percorsa. Ad una cena di qualche giorno fa con amici, più di uno ha parlato di pensione, e quanto manchi e speriamo solo che arrivi. Io, l'unico, ho risposto che non ci penso nemmeno, non mi sento pronto. Tutti, compresa la consorte, mi hanno guardato come si guardano gli stolti, mentre le parole della canzone (They can say, they can say it all sounds crazymi ritornavano in mente.

Forse alla lunga avranno ragione loro, non so. Ma per il momento mi piace ostinarmi a non voler considerare il percorso del tempo ed a continuare a guardare ogni cosa con occhi diversi. I milioni di sogni aspettano. 

E giusto per lunedì vado ad arrampicare. In una palestra dove l'anno scorso a momenti i miei sogni stavano per interrompersi bruscamente. Ma questa è un'altra storia che racconterò, prima o poi.  

venerdì 8 marzo 2019

Scrivo in treno

E’ una novità che mi piace, mi si confà, e mi dà una discreta soddisfazione.
Mi sono recentemente meritato un portatile nuovo, molto figo, sottilissimo; ho detto al socio che costituiva una sorta di indennizzo dovuto al fatto che che lo debba sopportare, lui, titolare di cattedra del corso “ho il cervello che non funziona” associato ad un master in “meno male che ne hai ancora voglia tu, di lavorare”. E lui non ha battuto ciglio.
Ho sempre guardato un po' in tralice quelli che scrivono sul pc in treno, in aereo, sulle panchine alla stazione, incuranti del mondo che gli circola intorno. Che cacchio di lavoro dovranno svolgere di così urgente, 'sti yuppies incravattati del terzo millennio, ho sempre pensato, avranno da salvare il mondo dagli attacchi un hacker velenosissimo, magari staranno ultimando una formula che gli varrà il Nobel per l’astrofisica, o molto più semplicemente se la stanno tirando a pacchi?
Io che alla mia “bella” età invece, molto spesso passo la maggior parte del tempo a guardar fuori dal finestrino. E mi ci perdo, dietro ai filari di alberi che scorrono al contrario, sussulto all'improvvisa tumultuosa pressione sul finestrino data dal passaggio di un treno contrario e mi interrogo sempre su quali vite abbiano fatto parte della mia vita per quell'attimo irripetibile e viceversa; io che se non mi vedono i controllori appanno ancora il vetro con il fiato per disegnare improbabili nuvole ed animali fantastici. 
Lavorare non lo ritenevo concepibile, ragionevole, sensato, con così tante cose da fare, bah. Che spreco di immaginazione, sognare resta sempre la maniera migliore per impiegare il nostro tempo. 

Un viaggio in treno è una meraviglia sempre, sa di nuovi arrivi, di intrecci, di baci lasciati sul predellino, di biglietti stracciati e di altri ripiegati con cura e riposti in una scatola che li conserverà per anni, di occhi che ti carezzano allontanandosi, di pensieri che volano liberi sulle rotaie, odora ancora dei festosi viaggi da piccolo per andare al mare alla casa dei nonni e dei miei sogni intatti di allora.
Poi però, complice un cantiere in una cittadina  che, in treno, è molto più comoda da raggiungere rispetto all'auto, che c'è una riunione indetta all'ultimo minuto e ho una corposa relazione ancora tutta da preparare eccomi qui, seduto nello scompartimento con il mio nuovissimo HP superfigo sulle ginocchia. 

E il tragitto di andata è stato una vera sorpresa. 
Il ritmico rumore treno rilassa, mi isola, mi aiuta a concentrarmi, intravedo lo scorrere del verde, delle cascine in lontananza, dei cavi dell'alta tensione con il loro apparente movimento ondulatorio, ma non ne vengo disturbato, anzi. Ho scritto, per mezz'ora filata, senza una pausa né per dovermi fermare a pensare, le parole venivano giù da sole, tutte belle ordinate, proprio come adesso. E a momenti non mi accorgevo di essere arrivato alla stazione e se non chiudevo tutto in fretta e mi catapultavo giù proseguivo diritto filato verso il mare, potrebbe essere una buona scusa da tenermi per una delle prossime volte. La riunione è andata benissimo, la relazione era esattamente come doveva essere.
Al ritorno, dopo aver sbrigato un paio di pratiche veloci, mi è venuto lo sghiribizzo di provare a tornare qui, che a questo posto mio ho così tante cose da fargli sapere, che ci sentiamo sempre troppo poco, ma io so che lui sa e sa aspettare. 
E allora ho provato ed anche in questo caso, come durante il viaggio di andata, le parole hanno cominciato a mettersi in fila, pazienti, ad aspettare il loro turno, senza prevaricare, senza decidere di svanire per la troppa attesa. I pensieri del treno scelgono come arrivare, sono quasi tutti lievi, "setacciano", aveva detto una volta chi ne sa a pacchi. Ed in dieci minuti eccolo qui, un post nuovo di zecca, senza nemmeno rileggerlo, finito di scrivere con il sole che disegna strani riflessi sulle poltroncine blu mentre gioca a nascondino tra i palazzi alti, cosa che sta a significare che ho oramai abbandonato il verde delle campagne cuneesi per ritornare nella mia città natale. Sulla destra muove lentamente la collina, laggiù in fondo intravedo Superga con la sagoma della sua bellissima basilica barocca, conservo in un cassetto i chiodi originali che tenevano unite le lastre di copertura in piombo, recuperati su un ponteggio insieme a mio padre, quando lui era il leone ed io un ragazzino ansioso di compiacerlo, secoli fa.
E' ora che con uno sguardo da yuppie annoiato abbassi lo schermo (noi non spegniamo, lo abbassiamo con un languido sospiro di rassegnazione) e lo riponga nella borsa. 
Oddio, a ben guardare sarebbe molto più trendy uno zainetto tecnico, ma per il momento mi devo accontentare della terribile 24ore Samsonite grigio acciaio di quando ero studente al Poli (che faceva tanto studente del Poli, appunto). 
Ma vi prometto che presto rimedierò, per essere perfettamente à la page, in linea con gli standard internazionali.

P.S. Nel manuale di istruzioni del mio pc figherrimo ho letto che ha installata un'applicazione che lo rende in grado di ascoltare perfettamente le mie parole e scrivere come sotto dettatura. Proverò sicuramente ad usarlo, magari in un prossimo viaggio, chissà che razza di post ne verrà fuori.

Magari saprà lo stesso di nuvole ed animali fantastici, disegnati con il dito su di un vetro appannato.

On air:  Pat Metheny Group. Last train home        

lunedì 28 gennaio 2019

la mia Grande

La vita, nei momenti migliori, corre così in fretta che non ha senso cercare di stargli a pari. 
E così tu, che mi sei stata in braccio fino ad un attimo fa, la mia Ciccia, l'altro ieri mostravi con un pizzico di orgoglio composto la patente appena ottenuta. Poi ti sei impossessata della seconda chiave dell'auto di tua mamma e quella sera stessa sei uscita da sola per la prima volta. 
Ad aspettarti in garage (anche per evitare che per qualche manovra ancora impacciata la mia auto a fianco avesse la peggio) c'ero io che "venga Dottò!, a piano Dottò, e non dimentichi la mancia Dottò!" ti facevo da parcheggiatore abusivo. Eri raggiante.

Sei stata la mia piccola fino a due battiti di ciglia fa, lo sei ancora, alle volte, sempre un po' meno marcata, ma lo sei. 
Hai fretta di crescere, di andare, di esplorare da sola, di scoprire il tuo mondo.

Io no.

Io voglio ancora essere il tuo Totson, come usavi chiamarmi, adesso scopro di aver un bisogno straziante degli abbracci che dispensavi senza fine, ho voglia della conta dei peluche, delle fiabe - ricordi quelle che ti inventavo? - sussurrate piano fino a sentire il tuo respiro morbido a farmi compagnia. Sarà stupido, sarà sbagliato, ma non riesco a pensarla in modo diverso.

Sei diventata grande così improvvisamente che ancora non me ne capacito.
Ricordati - mi dicevano - i momenti di lei appena nata passano così velocemente che non ne conserverai memoria, sembrerà strano ma sarà così, guarderai le vecchie foto e non ti sembrerà vero tutto quanto, dimenticherai le nottate sveglio a sentirne i respiri, i biberon, le gattonate.

Non è così, è peggio. Non mi sembrano veri questi quasi diciannove anni, questi seimilasettecento e passa giorni trascorsi con te da quel due di marzo di quell'anno là. Ti ho appena messo i braccioli e comprato una maschera, la prima volta che hai visto il mondo sott'acqua il tuo sorriso estatico non riusciva a farti tenere stretto il boccaglio, ti ho portato in seggiovia, insegnato lo spazzaneve e ti ho fatto assaggiare la cioccolata calda al rifugio, non mi sembra accettabile, la quantità dei ricordi non ci rende giustizia, voglio il rewind ed un play molto lento, voglio assaporare quell'amore incondizionato ed unico, ne voglio ancora, voglio non averne sete, mancanza. Voglio le camminate mano nella mano tra i nostri boschi, voglio levare le rotelle dalla bicicletta nuova ed accompagnarti levando pian piano la mano senza fartene accorgere nella tua prima ed incredibile pedalata tutta da sola.

Forse è proprio così che stiamo facendo. Hai levato le rotelle e ti stai avventurando nella vita. Forse un po' esitante, porse ancora incerta ma tranquilla che sono qui dietro, non ho ancora staccato completamente la mano. 

Oggi sei addirittura apparsa in tv, un primo piano al servizio del TG regionale. "Sono famosa porco schifo" mi hai scritto, scherzando. Nello spezzone del video ho visto solo una liceale incredibilmente bella, altera, dai capelli lunghi e lo sguardo un po' selvatico, attenta a seguire una conferenza. 

Poi sei passata in studio. Hai preso un pullman, hai attraversato la città con una sicurezza che non ti apparteneva e sei scesa qui vicino. Sei venuta a studiare. Ti ho comprato un panino per pranzo, uno di quelli che so che ti piacciono tanto. Poi, poco dopo le 17, insieme a quello che ti guarda come la Madonna del Carmelo vi ho visti andar via mano nella mano, a prendere la metro, a specchiarvi abbracciati nelle vetrine dei negozi, prima di tornare, voi due insieme, a BucodiculoPlace. 

Non mi è riuscito avvicinarmi per un bacio. Mi hai guardato un po' con quegli occhi da zingara, hai indovinato il mio malessere, quel sentirmi vagamente, timidamente fuori posto. Qualcosa di me hai capito. Ma hai sorriso.

"Ci vediamo questa sera, Totson", hai sussurrato sottovoce, sorridendomi con quegli occhi profondi come solo tu sai.

"E mi sentii quasi male guardandoli andare
ed invidiai il loro incontro, quel tutto da fare
tutto quel tempo davanti, quel loro sperare
e l’incoscienza orgogliosa della loro età"

[On air: Stadio: Swatch]    


sabato 8 settembre 2018

Come si misura la felicità

Era il 2004, a Settembre, un sabato pomeriggio.
Una bimba di 4 anni, con i capelli a caschetto e due bellissimi occhioni color del bosco percorre, per mano al suo papà ed alla sua mamma, il viale inghiaiato davanti alla palazzina di caccia di Stupinigi, che in quell'occasione ospita l'annuale esposizione mondiale felina. All'interno gatti di ogni specie, piccoli, grandi, enormi, a pelo lungo, corto, nudi, di tutto. Con la sua manina tiene stretto il dito del suo papà, quel papà speciale e incredibile, che l'ha portata lì e che subito dopo la biglietteria si è chinato e le ha sussurrato: "piccina, scegli il gatto che vuoi, che il tuo papà te lo prende".

Ora, per quelli di voi che hanno una bimba piccola che adorano ma che nel contempo godono di una situazione economica sempre sull'orlo dell'abisso, vi do un consiglio: quella frase lì sopra è una frase da NON dire MAI. Gatti, cani, canarini, cercopitechi nani, MAI.

La bimba ha gli occhi sgranati, è timorosa, il primo animale che si presenta nel percorso di visita è un bellissimo esemplare di siberiano grande quasi quanto lei che la guarda con alterigia, lei non si osa ad avvicinarsi più di tanto. "Questo no", mormora scuotendo il capino ed allontanandosi in fretta da quella lince neanche tanto in miniatura.
L'esposizione è veramente imponente, c'è da perdersi, c'è da rimanere affascinati a vedere una cucciolata di certosini mentre si azzuffano o una coppia di sofisticati siamesi languidamente distesi che ti osservano sornioni. Ma la piccola, nonostante sia piccola, non si perde, con attenzione e metodo parte e passa in rassegna tutti gli animali, su alcuni non si sofferma più di tanto, (il gatto nudo la fa molto ridere) ma molte altre volte invece prova una carezza, un grattino sotto il mento. Solo una volta si è fermata abbastanza a lungo. All'interno dello spazio una gattina bianca, con lo sguardo un po' imbronciato, sonnecchia vicino a suo fratello.
Un'ora abbondante dopo, la bambina ha esaminato attentamente tutti i gatti presenti nella rassegna. Torna indietro fino ad un allevamento spagnolo, dal nome altisonante, Montericmei - Gatos exoticos - al cui interno c'è lo spazio con la gattina bianca. Questa si avvicina timida ma dopo poco accetta le carezzine e le fa le fusa, lei gli si piazza di fianco, la guarda, mi guarda e sorride "Questo", gli dice. 

Il gatto (anzi la gatta) effettivamente è proprio bella. Mamma annuisce, piace anche a Lei. Vabbè. 
Il papà richiama l'attenzione dell'allevatore spagnolo. Sa destreggiarsi perfettamente, sa che per parlare fluentemente spagnolo basta aggiungere una esse alla fine di ogni parola. Tira fuori il portafogli. 
"Quantos por los gatos?" chiede, indicando il cucciolo.
"Mil doscientos" è la laconica risposta. 
"Pesos?" chiede con voce strozzata il papà
"Euros", gli viene risposto. 

Un attimo di silenzio ed il papà prende per mano la piccina "Ciccia - le dice - il gattino forse non lo vendono, ma ce ne sono molti altri, sei sicura di aver visto proprio benebenebene?"

La bambina non si scompone, ha la massima fiducia nel suo adorabile papà anche se in quel momento ha la voce rauca ed uno strano colorito verdognolo, lo ascolta come fa sempre, gli allunga un bacino, gli riprende il dito nella sua manina e ricomincia giudiziosamente il giro, ripassando con la massima tranquillità tutto il percorso. 

Alla fine del giro la bambina è di nuovo davanti all'allevamento spagnolo "Sì, sono sicura, è questo, papino". (Papino no, ti prego, non sono mai riuscito a resistere alla sua voce quando mi chiama papino). "Proprio sicura sicura?" 
"Sicurissima, papino". (sono spacciato)

Inizia una lenta trattativa degna del miglior venditore di borse Louis Vuitton contraffatte sul lungomare di Rimini. Non sanno mica con chi hanno a che fare, loro. 

"Vannos benes 20 Euros?"   -    "Mil doscientos" è la risposta.
"100 Euros e dos caffes?"   -    "Mil doscientos"
"250 Euros mi voglios rovinares?" -    "Mil doscientos"
"500 Euros e non ne parlamos piùs?" -    "Mil doscientos". 
Non si schioda il balordo. 

In soccorso del genitore arriva una gentile signora dell'organizzazione, lo salva da quella situazione penosa, parla fluentemente spagnolo lei, e spiega che il cucciolo è figlio del pluripremiato campione del mondo Maynate Bulgari Serbelloni Mazzanti Viendalmare. 
"Corre così veloce?" domanda il papà stupito. Lo guardano come si fa con chi proprio non ci arriva, gli spiegano che i gatti più belli vengono selezionati da una giuria e scelti per bellezza, armonia delle forme, portamento. Il papà la trova una cosa degna della miglior corrazzata Potemkin di Fantozzi, ma si astiene da ogni commento. Gli viene spiegato che il prezzo è così caro perché è un esemplare da concorso e da riproduzione, quindi riservato agli allevatori che intendano migliorare il proprio allevamento. Solo un matto lo prenderebbe come cucciolo per la propria bambina.
Il papà si volta verso la piccola  e si china come aveva fatto la mattina "piccina - gli dice - il gattino costa troppi soldini, sei proprio sicura di non averne visto un altro che ti piaccia?"
La bambina non si scompone "Papino, ma tu mi hai detto di scegliere un gatto che me lo avresti preso, è questo il gatto che mi piace e io piaccio a lui" risponde con molta tranquillità. 
Il papà è alle corde e si volta verso l'allevatore:
"1100 Euros e una bottiglias di San Simones?" 
"Mil doscientos"risponde con un sorriso l'allevatore, che sa di averlo finalmente in pugno.

Siglato l'accordo con una stretta di mano, viene fuori un piccolo problemino. L'allevatore ripartirà alla volta del paese iberico domenica sera, non accetta assegni né 600 cambiali da  due euro, né il bonifico il lunedì, ovverosia "a babbo morto" da quel tizio che non gli sembra così affidabile. In contanti dal primo all'ultimo. 

Il papà si prende due giorni per recuperare il malloppo, ma le banche sono chiuse e il bancomat gli eroga, al massimo, 600 Euro, poi gli chiude anche la saracinesca e gli impedisce di avvicinarsi. Il papà telefona al di lui papà, alias il nonno della piccina. Questa la reale testimonianza della telefonata. 
"Ciao papà sono io, senti avrei bisogno di un piacere. Mi servirebbero entro domani 600 Euro. Me li puoi anticipare, che lunedì (martedì, venerdì.....) te li rendo?
"Sì certo, ma cosa ci devi fare?"
"E' per un gatto, sai la Ciccia, l'esposizione felina....)
"MA TU SEI FUORI DI TESTA!!!! 600 Euro per un gatto? Ma vai su in montagna, gira un po' e recupera uno dei randagini a cui tua mamma da mangiare, sono gratis!"
"Veramente papà il gatto ne costa 1200, ma 600 li ho recuperati io, solo che sai, il bancomat....."
Rumore del genitore che sembra si stia strozzando.
"Cos... @azz... p#rc....  Senti figliolo, TU HAI dei grossi problemi ed io ho deciso di aiutarti. Ne avessi bisogno per il lavoro, per la casa, per la macchina te li do subito, te ne do il doppio o il triplo, ma spendere tutto quel denaro per un gatto è da folli ed incoscienti. Ciao" Click.

Il papà allora si rivolge al suocero, non parla più assolutamente di felini e di prezzi ma inventa una scusa plausibile e riesce finalmente ad ottenere il contante. 

E' una domenica pomeriggio. Per tutta la mattina la piccola è stata una piccola pazza indemoniata, che chiede quanto manca ogni dieci minuti, che ha messo in fila per due in duecento e passa peluches sul pavimento del salotto per fare le presentazioni (prima i gatti così si abitua). Anche attraverso il dito stretto nella manina della piccina il papà sente la sua eccitazione. Arrivati allo stand l'allevatore intasca i contanti, carezza il cucciolo, recita silenziosamente una preghiera di ringraziamento e lo consegna alla piccina che finalmente se lo può abbracciare.  "Si chiama Julia Roberts dei Montericmei" le spiega.
"Tanto io la chiamerò Tabata", risponde decisa la bimba.

Quanto si misura la felicità?
Perché questa è stata una delle volte in cui l'ho vista più felice, radiosa.

La famigliola fa per allontanarsi ma l'allevatore la ferma "Non potete andare" spiega in un italiano nemmeno tanto stentato (capiva la lingua, il bastardo) "E' stata scelta dalla giuria nella categoria cuccioli, non appartiene più al mio allevamento, tra poco dovete presentarla sul palco" Il papà non ha intenzione certo di salire lì sopra, spiega all'allevatore che quella sarà l'ultima volta che quel gattino farà una cosa del genere. L'allevatore si offre di accompagnare la bimba e così, pochi minuti dopo, una bimba impacciata con una gattina bianca si presenta timida sul palco, sotto gli occhi di centinaia di persone. "Come si chiama?" gli viene domandato "Tabata" risponde decisa "E' la mia gatta, sì", dice con orgoglio.
Il cucciolo riceverà il secondo premio di categoria ed il terzo premio generale, due coccarde che andranno a finire dimenticate in qualche cassetto. 

Finalmente a casa, esauriti i convenevoli presentati uno ad uno tutti i duecento e passa peluche - piacere Tabata, piacere coniglio Tippete ecc.. - mimati dalla piccola ed assecondati dalla gattina un po' smarrita, quest'ultima viene poi accompagnata nel bagno per la notte e chiusa dentro (per evitare che si possa nascondere da qualche parte nella casa grande), con qualche peluche, i generi di prima necessità e la lettiera. 

Alla mattina successiva, nel bagno sono rimasti solo i peluche, oltre alla conferma che la gatta ha già imparato l'uso della lettiera. Il cucciolo è svanito nel nulla.

Interrogata la famiglia - la piccola giura di non essersi allontanata nottetempo per portare la gattina nel suo letto, il papà la accompagna all'asilo che lei è quasi in lacrime, la tranquillizza; poi telefona in studio per avvertire che farà tardi e inizia una ricerca che nemmeno i RIS della serie televisiva. Inizia dal bagno di sopra con estrema attenzione, apre sportelli, fruga nel cesto della biancheria sporca, nella lavatrice, poi chiude la porta per evitare che il felino lo freghi sgusciandogli alle spalle e passa alla stanza successiva. Due ore di indagine dopo il papà si ritrova affranto, senza nulla di fatto, nel bagno da cui è partito, seduto sulla tazza del water. Del gatto nessuna traccia, sparito volatilizzato. "Ma dove ca@@o sei" si dice, a voce bassa. 
Da qualche parte sotto di lui, lento, sente come un morbido suono di fusa. Il papà si china, prova a chiamare, il suono sembra provenire dall'interno del bidet. Dietro, in corrispondenza degli attacchi, c'è uno spazio ma non ci passa la mano, l'animale si è rifugiato lì e non sa o non vuole uscire. 
Il papà si arma di pazienza, poi recupera un paio di chiavi inglesi e smonta il bidet, lo sposta, tira fuori il cucciolo che lo guarda con gli occhioni come il gatto con gli stivali del cartone animato, mentre gli regala un sonoro ronron di ringraziamento o di scuse.

"Ti ho appena pagato milleduecento euro perciò oggi non ti uccido" dice il papà alla gatta, mentre la tiene in braccio, "ma non garantisco per la prossima volta".

Settembre 2018. La veterinaria porta via il trasportino con una gattina bianca oramai morente. All'interno della casa qualcuno piange sommessamente. 

E non ho mai rifissato definitivamente il bidet.



Ciao, Tabata. Eh sì, che ci mancherai

lunedì 3 settembre 2018

Mille splendidi sogni (quasi) infranti - Parte II

Continua da qui 
Passo a casa da Renè. Sono sfatto, deluso, incazzato e amareggiato. Una birra insieme per smaltire la ferale notizia e decidere sul da farsi. Per me è un disastro, ho il morale sotto le suole, oltretutto sto benissimo, mi sento in perfetta forma.... fintanto che non penso anche solo a provare un passo di corsa. Lui cerca di farmela prendere con filosofia. "Intanto fino a qui sei arrivato - mi dice - hai già fatto tantissimo, ti sei allenato per correre una mezza, e quello difficilmente lo perdi. E' vero, abbiamo fatto pochi lunghi né preparato i lunghissimi, ma per il momento pensa a guarire, poi quando ti daranno il via ci penseremo. Stai tranquillo, a Parigi ci andiamo comunque, mal che vada ci consoliamo con lo champagne e dimentichiamo mogli e guai con le belle donne del Crazy Horse!!". Nonostante la delusione bruci, sorrido.

Dopo qualche giorno inizio con la fisio. Lo strano è che, disteso sul lettino, mi si chiede di fare degli esercizi dolci, lenti, senza sforzo, apparentemente inutili, a mio modo di vedere. "Appena senti fastidio o fai fatica smetti, qui non devi fare il maggior numero di volte una cosa, ti si chiede di farla bene ma soprattutto lentamente, accompagnandola con il respiro". Sali il gradino e scendi il gradino, ruota la gamba e riportala al centro. Gli esercizi da pensionato, li chiamo io (astenersi ogni commento). Niente corsa, vietatissima. Niente esercizi di forza, niente di nulla. Massaggi rilassanti, un po' di sedute di laser e qualche antinfiammatorio. E poi esercizi, esercizi e ancora esercizi, la mattina prima di andare a lavorare, la sera prima di coricarmi e ogni due giorni al centro. Una volta ogni tre, quattro sedute, Dante (il responsabile del centro) mi vuol vedere, tasta l'infiammazione, ne segue i punti maggiormente dolenti ma vede progressi "stai recuperando bene", mi dice. 
Trattengo il fiato, mentre porto avanti i miei esercizi con un muro di ostinazione da montanaro quale sono. Non penso più a Parigi, non spero nulla. Lavoro e terapia, terapia e lavoro. 
Dopo due settimane inizio con una lenta cyclette. Dopo tre, Erika mi fa un cenno verso il tapis roulant. "Due minuti a passo veloce, niente corsa". Il passo veloce forse è troppo veloce, ma non dice niente, un po' sorride. I due minuti finiscono subito. Non ho male. Lei è soddisfatta "ma la strada è ancora lunga", mi dice. E così recupero, lentamente ma accade, il male è solo un sospiro lontano, ma non è mai completamente svanito. E andiamo avanti con gli esercizi, mi si corregge se ci metto troppa foga, e mi si premia ogni volta a fine seduta con qualche minuto in più sul tappeto. 
Un giorno arrivo e mentre sto per dirigermi verso il lettino lei mi manda sul tapis roulant. "Cinque minuti di corsa, vai come ti senti" 
Vado che mi sento da Dio, vado che non correvo così da quando mia mamma mi inseguiva con la ciabatta in mano pronta per il lancio (disciplina di cui era campionessa olimpica) per qualche marachella combinata. Vado che sembra tutto passato, non sento dolore, ho solo voglia di correre e sembra che sia ancora abbastanza capace, anche se alla fine mi ritrovo con il fiatone ed il battito a mille. 
"Sei praticamente guarito" sentenzia Dante dopo qualche sera "anche se faremo terapie di conserva fino al giorno prima della tua partenza, la pubalgia a volte sa essere una grandissima stronza...." Esco toccandomi in tutti i posti possibili e non, incrociando anche le dita dei piedi. La sera stessa telefono a Renato e lo metto al corrente della splendida notizia. Lui, però, frena il mio entusiasmo e mi riporta sulla terra. "Hai perso quasi un mese, il più importante, per una maratona - mi dice - e la nostra è oramai alle porte. Non c'è tempo per finire la preparazione, ricominciamo da capo e vediamo di arrivare dove riusciremo. Ma non ci importa, in fondo, no? Adesso fila a farmi due giri da 5 e dopo mandami lo screenshot dei tempi, così vediamo come allenarti. 
E così facciamo. E molto del tempo restante lo divido tra allenamenti, terapia e... ah, sì, pure lavoro e briciole di famiglia. Marzo è clemente, mi regala scampoli di primavera, le ripetute anche la sera tardi non mi gelano più le ossa. Riprovo a misurarmi e far diventare abitudine prima i quattordici, poi venti e infine i venticinque km, ma ad un certo punto è finito il tempo. E' ora.
Dopo i baci a profusione dispensati alla mia Ciccia, declinato l'invito ad indossare il braccialetto elettronico gentilmente offerto dalla consorte e una energica stropicciata alla gatta partiamo alla volta della casa di montagna, dove troverò mia mamma (che adora Renè, anche se anni fa l'aveva cacciato fuori dalle cinta murarie senza tante cerimonie..), lasceremo l'auto e prenderemo il TGV alla volta della Ville Lumière. 

E' venerdì pomeriggio, siamo due ragazzini in vacanza, mia mamma ci ha caricati di ogni ben di Dio ("chissà cosa vi faranno mangiare quei mangialumache"), non abbiamo una preoccupazione al mondo. Per tutta la durata del viaggio non facciamo che parlare e scherzare, raccontare di corse e montagne e poi ridere e far ridere le altre persone presenti nello scompartimento. Renè non è mai stato a Parigi, non avremo tanto tempo (la corsa è domenica, ma già lunedì in giornata ripartiremo) però qualche angolo voglio farglielo proprio scoprire. 
Arriviamo alla Gare de Lyon che sono le dieci circa di sera, prendiamo la metro e raggiungiamo l'hotel per lasciare i bagagli (e scoprire che per un errore dell'agenzia ci hanno riservato un letto matrimoniale alla francese) ma ne usciamo subito, siamo elettrizzati, Renè non sa di essere a un tiro di schioppo dalla Tour Eiffel e riesco a portarlo vicinissimo senza fargliela scorgere e poi, di colpo, dietro un palazzo scenograficamente gli appare, luminosa, scintillante, maestosa, con la Parigi e la Senna a fargli da sfondo. Ne rimane affascinato, ha gli occhi spalancati, non se l'aspettava, tanta esplosione di luci, lo sfarzo dei grandi boulevards; questa è Parigi, la mia Parigi, che mi sussurra piano "Bon retour, tu m'as manqué".
Quella sera giriamo senza meta: percorriamo l'avenue Kléber, lui rimane a bocca aperta di fronte al lusso del The Peninsula Paris, decidiamo che la prossima volta che torneremo ci meriteremo senza dubbio una stanza in quell'hotel e sicuramente con letti separati. A due passi dall'avenue de la grande Armée entriamo in un pub, ci gustiamo due medie Affligem alla spina (che diventerà ufficialmente la "nostra" birra della maratona) che sono una vera delizia, il titolare Victor è gentile e dopo pochi minuti siamo lì a chiacchierare come vecchi amici, della nostra corsa di dopodomani, dell'Italia e della vita a Parigi. Torniamo in hotel che sono passate le due di notte. Passeremo la mezz'ora successiva a cercare di svegliare il portiere di notte, quest'ultimo in piena fase REM.

Il giorno dopo, freddo e nuvoloso, trascorre in fretta tra recupero dei pettorali, una gita alla Défense la mattina ed un pomeriggio da turisti tra ponti, il quartiere latino, l'Ile de la Cité. Entriamo a Notre Dame in punta di piedi, Renè è decisamente colpito dalla maestosità del luogo, i rosoni imponenti, i colonnati altissimi. La sera una bella corsetta di riscaldamento, e infine un'ottima cenetta in una tipica Brasserie che avevamo adocchiato poche ore prima. 
Poi presto a dormire. Sarà il fatto che domani correrò la mia maratona, sarà molto più probabilmente il fatto che nel letto alla francese uno di noi due è di troppo, ma il sonno stenta ad arrivare. 

L'indomani mattina sveglia presto, le sei e trenta e siamo già a fare colazione, seguo i consigli di Renè, dobbiamo fare il pieno di energia senza appesantirci e poi via, verso Avenue Foch poco distante. Arriviamo all'Arc de Triomphe che schiarisce e fa ancora freddo ma lo spettacolo è già impressionante, migliaia di runner che si cambiano, si appuntano il pettorale, fanno riscaldamento, si incoraggiano, un fiume festante di uomini, donne, ragazzi, runner improponibili con panza da bevitori di birra, signore di una certà età tenaci come l'acciaio, la moltitudine è assolutamente incredibile, siamo circa cinquantacinquemila, come se tutti gli abitanti di Cuneo si mettessero a correre. Tanti gli occhi di quelli intenti a trovare la giusta concentrazione, ma ovunque mi giri vedo sorrisi, tanti sorrisi. Renè ha gli occhi della tigre anche se questa volta non potrà partire davanti come suo solito. E' concentrato, mi porta avanti, mi spiega che le partenze sono a scaglioni in funzione del tempo previsto e non dobbiamo rimanere intruppati. L'Avenue degli Champs E'liseés è stracolma. 

Quarantadue chilometri e centonovantacinque metri mi aspettano.

Partono i primi, i professionisti, quelli che in due ore e pochi minuti avranno già finito, esili come gazzelle e con una falcata da paura. Poi, man mano, gli altri. A un certo punto tocca a noi.  Adrenalina a mille, il conto alla rovescia scandito da tutti e poi lo sparo e via! sulle le note della musica di Momenti di Gloria di Vangelis a tutto volume. Unico, meraviglioso e impetuoso, il mondo si muove a passo di corsa. Percorriamo tutta la lunghissima Rue de Rivoli in un fiato, passiamo place de la Bastille, Renè continua a dirmi di rallentare, saltiamo il primo punto di rifornimento e da lì in poi corriamo con meno gente intorno, sciolti. Correre qui è un'esperienza irripetibile, i tuoi passi leggeri e veloci sono la consapevolezza di quello che sei, che sarà poco ma è tutto quello che ho e che sono, un sognatore sempre, ed è un'emozione la gente che ti incoraggia leggendo il tuo nome sul pettorale, i bambini sulle spalle dei genitori che aspettano che tu gli dia il cinque, i pompieri sulle autoscale sopra di te, le innumerevoli bande con i tamburi che ti danno il ritmo, le famiglie con i cartelloni che incitano i loro papà, bello bello, e poi tutt'intorno Parigi, Parigi e ancora Parigi, I tetti, le cancellate, i marciapiedi, l'aria di Parigi, respiro e mi inebrio, un passo dopo l'altro, la magia della Ville Lumiére scorre veloce sotto le suole. Passato Bois de Vincennes la fatica mi viene progressivamente incontro, le gambe sembrano dirmi che solo a quello le avevo preparate, mica posso pretendere di più, Renè invece è fresco come una rosa e ne approfitta del ritmo improvvisamente più turistico per baccagliare ogni fanciulla (d'oltralpe e non) che gli capiti di incrociare. Quando comprendo di aver davvero finito la benzina avverto il mio compagno e rallentiamo, voler mantenere il ritmo previsto non ha più alcun senso, purtroppo dovevamo metterlo in conto. Il lungo tratto in saliscendi sotto i ponti è il più duro. Il "muro dei 30 km" è rappresentato da un muro in polistirolo e noi ci passiamo sotto corricchiando, con gli incitamenti della gente assiepata. Da lì all'arrivo sono solo più dodici km e rotti, tento di ricordare quante volte li ho fatti come un nulla, ma a questo punto, con i polpacci che tirano ed il fiato che raschia i polmoni, sembrano dodicimila. Alterno corsa a camminata, sono sfinito, ogni punto di rifornimento è un miraggio, ma poi si recupera un po'. Al Bois de Boulogne Renè mi si affianca e mi dice se me la sento di finire in volata. Finire? Ma finire cosa? "Tra poco passiamo i quaranta, non sarebbe male tirare un po' sul serio". Accetto, gli confido che non ce la farò mai ma non sarà male morire stramazzando nelle vicinanze dell'arrivo, cerco di impartirgli alcune brevi disposizioni testamentarie. Lui, incurante del mio stato, impietosamente parte deciso e io, dietro, scopro di avere ancora briciole di energie nascoste, sfiliamo veloci e  in quella manciata di chilometri di parco mi sembra di superare il mondo, chi cammina, chi corricchia sfinito, ci sono diverse persone sdraiate ai lati e aiutate dal personale delle ambulanze, il tempo sembra non finire mai. 

Poi improvvisamente invece si ferma. 

Un'ultima curva e, su Avenue Foch, con gli austeri palazzi a far da cornice e l'Arc de Triomphe sullo sfondo, al termine di un lungo rettilineo si staglia unico, imponente e meraviglioso, l'arrivo. Renè si fa da parte per farmelo gustare da solo, sento solo i miei passi a martellare la strada, il mio cuore che batte, le braccia che mi spingono avanti, è per questo momento che mi sono preparato, è per questo che sono serviti gli allenamenti con la pioggia, le ripetute al Ruffini, le cadute nel buio, la fisioterapia, è per quel mio voler ostinatamente continuare a sognare che arrivo con un'ultima energica spinta, e ho finito, quarantadue chilometri e centonovantacinque metri, ce l'abbiamo fatta, ce l'ho fatta, passare lì sotto e fermare il cronometro, la consapevolezza di esserci riuscito è da brividi sulla pelle, mi forma un groppo alla gola che mi emoziona, continuo a dire bello, bellissimo con i pugni serrati, il personale all'arrivo distribuisce energiche pacche sulle spalle a tutti, l'adrenalina di molti si scioglie in lacrime, abbraccio Renè, abbraccio chi finisce insieme a me, Renè cerca di abbracciare le runner più carine. Riceviamo la medaglia un po' pacchiana, che indossiamo con malcelato orgoglio e ci facciamo scattare una foto insieme, Renè sembra reduce da un picnic, io da un bombardamento. 

Il resto di quelle magiche giornate rimangono ricordi solo nostri, che non possono interessare a nessuno. In valigia, oltre alle nostre medaglie - la maglia la indosseremo orgogliosamente durante il viaggio - porteremo qualche regalo per i nostri cari, un paio di bottiglie di Chablis per mia mamma (che apprezzerà) ed i mille frammenti che costruiranno il ricordo di questa splendida avventura insieme. Come un passaggio da Narnia, il TGV ci riporta velocemente alla vita di tutti giorni, alle nostre quotidianità, mentre il recente passato comincia già ad avere i contorni di un bellissimo sogno, così come è giusto che sia. 



Il sogno non si è infranto. E ne restano ancora molti altri

mercoledì 29 agosto 2018

Mille splendidi sogni (quasi) infranti



N.B. Post iniziato a scrivere tempo fa. Poi le mille grane, il poco tempo a disposizione, mi hanno allontanato da qui.

Negli ultimi mesi ho corso. Tanto
Ho corso perché in quei passi veloci che tirano sulle gambe ho ritrovato un po' di quel me nascosto anche a me stesso, insieme ai miei sogni più inverosimili e spregiudicati, alle mie speranze assurde che si ostinano a non voler abbandonare la mente. Ho ripercorso marciapiedi e fatiche, attraversato nebbie intente a giocare con filari di alberi, ho visto il mio fiato uscire in sbuffi densi e l'ho lasciato a dissolversi alle mie spalle.
Ho sentito i miei passi leggeri all'inizio e molto più spesso maledettamente pesanti alla fine.

Ho corso perché abbandonarsi e dire - basta, fate un po' come volete, io mi tiro fuori - non fa parte del mio modo di vedere la vita. Ci provo badate, sbuffo e penso che lo farò, che ad un certo punto vaffanculo al mondo e getterò la spugna, poi mi siederò sconfitto su un marciapiede da qualche parte con la rabbia dei perdenti tra i denti, ma poi con la logica degli "solo altri dieci passi" e "dieci passi ancora" e ancora "solo più questi poi giuro che basta", va a finire che la fine della giornata, ancora una volta, su quel gradino non mi ci ha visto seduto nessuno.
E inseguo i miei sogni, loro, molto più veloci e leggeri di me, ma sempre maledettamente, meravigliosamente miei.
Per voltargli le spalle ho tempo. Ancora un po'.

Così ho ricominciato. E, nella rosa dei sogni a disposizione me ne sono scelto uno luccicante, uno bello da inseguire ma impossibile, come mi han detto in tanti.
Numero 51506, D&R, iscritto alla quarantesima edizione della Maratona di Parigi.
Ci hai un'età. Ma perché Proprio Parigi, direte voi.

Perché sì.

Perché ci ho corso che ero giovane come l'aglio e la Senna che mi scorreva a fianco me la ricordo come fosse ieri. Correre era una meraviglia, partivo libero e leggero dal pont Mirabeau fino all'Ile Saint Louis e tornavo indietro che non mi accorgevo neppure di correre, tanta era la bellezza, l'aria, i profumi, che mi circondavano.
Perché Parigi conserva angoli di malinconia che sono miei, che ho lasciato lì ad aspettarmi ed era giunta l'ora che li ritrovassi.

Ho telefonato a Renè, eravamo in settembre; mentre scherziamo e ci raccontiamo gli aneddoti delle nostre rispettive vacanze, con noncuranza sgancio la bomba: "che ne pensi di una corsetta a Parigi ad aprile? E' il quarantesimo". Lui fa una pausa, cambia il tono di voce e mi risponde: "se parli con un minimo di giudizio guarda che non è uno scherzo, e siamo già in ritardo". Io gli rispondo di non esser mai stato così serio in vita mia. "Ma ho deciso di meritarmi questa sfida importante, e se una maratona deve essere, allora deve essere lì". 
Renè, per chi non lo conoscesse, è un mezzo fuoriclasse. Di maratone ne ha corse diverse (ha un personale di 2h 43") è stato anche campione italiano in categoria Amatori su diverse distanze. Insomma un mostro, che, anche se adesso è anziano, continua a correre dannatamente forte. 
"Gioco mio, regole mie", mi dice "Se la facciamo la corriamo insieme, fianco a fianco tutta, dall'inizio alla fine, a me non interessa il tempo. Ma da giovedì prossimo a Parco Ruffini alle 17,30 si inizia a fare sul serio". Inutile tentare di mediare per l'ora sostenendo che ho uno studio ed un lavoro caotico e imprevedibile, e che alle 17.30 sono normalmente solo a metà giornata. "Le condizioni non sono negoziabili". Mi tocca capitolare. 
Il primo giovedì arrivo in ritardo di quaranta minuti, complice un cantiere distante. Renè sbuffa ma mi fa cominciare. "Partiamo piano" sa di presa per i fondelli, lui davanti io dietro. Sceglie i ritmi - giusto per rompere il fiato - e per un'ora e mezzo mi massacra. Finisco che ho la lingua sotto le suole e male ovunque. Mi lascia anche i compiti a casa, dei piani di allenamento ogni due giorni, e devo inviargli lo screenshot di Endomondo a fine corsa. 
Il secondo giovedì tardo di nuovo. Questa volta si fa serio e mi dice che se arrivo in ritardo ancora una volta la finiamo lì. - Hai scelto un impegno - mi dice - e questo impegno viene sopra ogni cosa, sopra il lavoro. Se ti dico di correre corri, nessuna scusa. E se non ti sta bene non ho intenzione di andare avanti a sprecare altro tempo. 
Da quel giorno in poi non ho più tardato. 

Il 24 settembre mi arriva la mail: "Félicitations, vous êtes bien inscrit au Schneider Electric Marathon de Paris le dimanche 3 avril 2016 ". Abbiamo finito di far finta, ho il biglietto, ho prenotato il treno e scelto l'albergo vicino all'Arc de Triomphe, ho l'adrenalina a mille e telefono a Renè che mi confessa, molto candidamente, di non essere riuscito ancora a fare l'iscrizione. Ma abbiamo ancora almeno un mese di tempo - mi rassicura - non serve tutta questa fretta. Il 24 ottobre le iscrizioni vengono chiuse e scopro che se ne è bellamente dimenticato. Riuscirà comunque, non so ancora come, a recuperare un'iscrizione grazie alle sue conoscenze all'ultimo minuto. 

E in quel periodo la corsa diventa la mia vita. Riempie il mio mondo, i miei pensieri, ogni mio momento libero, non lascia spazio ad altro. Mi si insegna a dosare l'energia, a tenere un passo costante, ad andare piano per andare più forte. Cominciano i lunghi e i lunghissimi - il primo di questi mi stravolge - per poi iniziare tutto da capo aumentando di volta in volta il ritmo. Diventa un impegno vero. Corro la mattina presto o la sera tardi, immerso totalmente in me, nei miei pensieri, nella mia determinazione. Cado due volte, complice il buio, rientro sanguinante ma non mi fermo. Corro con Renato e la sua capacità di insegnarmi, la sua pazienza, il suo impegno, la sua incredibile forza d'animo. 
In poco più di tre mesi corro circa 450 km, e pian piano inizio a farlo diversamente, a spingere e non a trascinarmi. Rientro sempre stravolto ma deciso più che mai a non fermarmi. Corro con la pioggia, con il gelo aggrappato alle dita, con lo scaldacollo sulla bocca a riscaldare l'aria di ghiaccio, con il miraggio della doccia calda da cui è sempre difficile uscire.
Una sera di febbraio arrivo a casa intorno alle 20. Mi cambio velocemente e vado. Ho in programma qualcosa di veloce, due volte i 5 km ad un ritmo medio. Un veloce riscaldamento e via. Vado bene, ma dopo il primo giro una fitta dolorosa dall'interno coscia mi si propaga per metà gamba. Mi fermo e smette. Riprendo e ricomincia. Decido di finire il giro, lo finisco male e dolorante. Telefono a Renè, il quale mi dice che forse abbiamo preteso un po' troppo da me, che abbiamo tenuto ritmi troppo serrati complice il poco tempo a disposizione. "Prenditi tre giorni di pausa, non fare nulla, nemmeno bici, riposati, che te lo meriti, riprendi lunedì". Così faccio, in tre giorni il male svanisce completamente, e mi sento bene, in forma come poche altre volte, forte. 
Lunedì sera arriva che, dopo tanto tempo, ho veramente di nuovo voglia di correre e andare, mi sento bene, benissimo. Parto.
Il male mi aggredisce dopo meno di un minuto, una rasoiata dall'inguine al ginocchio sinistro, un dolore che impedisce la falcata, provo a forzare di meno ma niente da fare, correre è diventato impossibile. Mi fermo sconsolato. Mi rivolgo il giorno dopo a un fisioterapista, uno bravo, uno di quelli che vedrai che ti rimette a posto
La diagnosi è infausta e veloce: "Pubalgia, almeno un mese, un mese e mezzo di stop e poi lenta terapia di recupero". Mi arriva addosso un macigno. Non è possibile, sostengo io, tra un mese e uno spicciolo di giorni ho la maratona, non posso, è assolutamente fuori discussione. "Anche se avessi la finale di Champions domani - risponde lui placidamente - non cambierebbe nulla. Ti fermi qui, ora. Non si può fare diversamente. 
Renato ha il morale a terra forse più di me, pensa forse di avermi spinto troppo, di aver forzato eccessivamente. Ma la colpa non è sua, il tempo, la forma, era tutto  troppo tirato.

Il sogno, il mio bellissimo, incredibile, luminosissimo sogno, si infrange, una miriade di frammenti brillanti mi crollano dolorosamente addosso.  

[continua.....    ]

On air: e nel frattempo, il boss, si diverte a prendermi in giro 

venerdì 2 marzo 2018

Apri le braccia e poi vola



Chi lo avrebbe mai immaginato. 

Sei la mia Ciccia così tanto che non riesco a ricordare la mia vita senza di te. Lo sei sempre stata, da quella volta lì, che me la ricordo benissimo, io nella sala d'attesa d'ospedale la mattina presto, che non non avevo la più pallida idea di quello che voleva dire diventare padre e l'infermiera che, dopo avermi chiamato per nome ed avermi fatto entrare nella piccola stanza, ha fatto formalmente le presentazioni e sorridendo ti ha scodellato tra le mie braccia, ancora incapaci di tenerti come si deve. Lo imparerò in fretta.
Non potevo immaginare che cosa mi sarebbe capitato di lì a qualche minuto. Non avevo idea del fuoco d'artificio silenzioso, di come mi avrebbe trasformato dal di dentro stringere e cercare di comprendere quello strano esserino frignante, quel microbo grinzoso con le manine strette a pugno e quelle affascinanti minuscole dita con le piccole unghie affilate come rasoi, i radi contatti con te fino a quel momento li avevo avuti esclusivamente tramite le ecografie e quell'incredibile e velocissimo cuore al galoppo che risuonava dagli altoparlanti del macchinario.

Sono stati anni bruciati in un battito di ciglia ed adesso guardati lì, una donna fatta e bellissima, quel tuo sguardo un po' da zingara con gli occhi di mare profondo ed i lunghi capelli scuri. Diciotto anni compiuti. Sei ufficialmente grande, puoi votare, puoi firmarti le giustificazioni, puoi ordinare alcolici, puoi finalmente abbracciare il mondo da sola. E io ancora sono incredulo che tutto questo tempo sia passato così in fretta, a volte penso che ci vorrebbe del tempo sospeso, la possibilità di metterlo in pausa per poterlo assaporare, un rapido rewind per ritrovare intatte le sfumature dei momenti migliori, un avanti veloce su ciò che ha fatto cadere le lacrime dai tuoi occhi, che sono per me un incanto. 
Abbiamo gattonato insieme per centinaia di volte dall'ingresso alla sala, tu per far cadere con metodica determinazione tutti gli oggetti dal tavolino in fondo ed io per rimetterli a posto, abbiamo messo in fila centinaia di peluche per contarli e dare ad ognuno un nome, abbiamo preparato per diciotto volte l'albero di Natale insieme, anche se la prima volta guardavi stupita. Abbiamo preparato cartelle e il bacino prima di entrare a scuola. Sei stata sulle mie spalle nelle nostre gite tra i monti e poi, quando sei cresciuta, per mano tenuta strettissima, così tanto che sentivo cosa pensavi. Abbiamo inventato favole della buonanotte fino ad addormentarci insieme ed era sempre un piccolo dolore spostarmi dal suono confortante del tuo respiro profondo. Abbiamo esplorato fondali azzurrissimi, maschere e mano nella mano a cercare la conchiglia più bella, vincevi sempre tu. Non hai ancora imparato a fischiare, ma non demordiamo. 
Ed in un attimo guardati, sei ufficialmente grande. Hai i tuoi impegni, i tuoi mille amici, le tue attività, hai già le idee chiare su cosa fare finita la scuola, e quest'anno andrai in vacanza per la prima volta da sola, con le tue amiche (e qualche amico rigorosamente selezionato). 

Non so se sono stato un buon padre, non c'è un manuale di istruzioni, un corso online di aiuto, tipo "Dad for Dummies". So che ti ho avvolto a proteggerti con i miei pensieri migliori, so che ho avuto paura, so che sono stato felice come non avrei mai pensato, so che ho resistito alle durezze della vita, che non sono andato via quando magari qualcuno lo avrebbe fatto. E se non l'ho fatto, se nei momenti più sbagliati ho stretto i pugni in tasca e non ho buttato tutto all'aria non è stato per te, credimi, ma per me che senza di te mi sarei sentito perso. Perché sei la ragione di una vita. La mia. 

In questi giorni ho letto alcune delle cose su di te scritte qui. Ho riso, ricordandoci a recuperare le monetine da sotto la grata in montagna, mi sono commosso, rileggendo "la mano dell'angelo", Ti ho ritrovato in tutte le parole, dalla prima all'ultima. Tu non sai, di questo spazio qui, mi piacerebbe che, in un futuro lontano, tu, donna fatta ed io chissà dove, capitassi qui per caso. 

In pratica, come per le cose troppo belle, è stato tutto maledettamente troppo veloce. Ed oggi che hai diciott'anni e che hai anche altri occhi che ti guardano adoranti come la Madonna del Carmelo io sono un po' geloso, lo ammetto. Perché il prossimo tuo tempo sarà sempre meno mio. E te lo chiamo "coso" con la C minuscola per romperti le balle, minaccio sovente di spezzargli le tibie e di passargli sopra con l'auto in retromarcia ma recito la mia parte come è giusto che sia e lui in fondo è semplicemente un bravo ragazzo che ti vuol un bene dell'anima. 

Sei una piccola grande donna, incredibile e bellissima, pronta ormai per spiccare il volo. Non hai quasi più bisogno di me. E questo è meraviglioso e un po' desolante, a seconda di come mi guarda la luna, la sera.

Perché sei stata, e sei, il regalo più bello che questa vita mi abbia mai fatto. 
E tanti auguri, Ciccia. 

                                   Tuo, per sempre, Totson