sabato 18 giugno 2016

Una volta avevo un blog

Uno di quei posti dove amavo nascondermi, il mio rifugio segreto, l'armadio per Narnia, che ci entri e per un po', un minuto, un mese o un anno sei sparito, chissà - pensavo da piccolo - se si accorgono che non ci sono più, se mi stanno cercando, se sono disperati meglio, così imparano.

Una volta avevo un blog che era una casa con il giardino finestre grandissime e la porta sempre aperta, e dentro c'era sempre una brezza leggera che anche se qualche volta si trasformava in bufera improvvisa che fa mulinare fogli sparsi e foglie non mi spingeva mai a sprangare tutto ed a chiudermi dentro.

In questa casa i miei pensieri erano i quadri alle pareti, i bicchieri in fila nei ripiani. Erano i cuscini dei divani su cui accomodarsi meglio. Non c'era televisione, ma musica ed immagini non mancavano mai.
C'erano dei fogli impilati qua è là, alcuni legati con lo spago, altri invece già chiusi in buste di carta marrone con la ceralacca ed altri sparsi un po' qua un po' là, erano le mie storie da scrivere, quelle già scritte e quelle magari già sognate, solo da scoprire.

C'erano i profumi che sapevano di parole, e le parole sapevano di emozioni e le emozioni sapevano di persone, occhi, mani e sorrisi.

Quella casa, ha scritto qualcuno tempo fa, ha spesse lenzuola a coprire il divano e la polvere sul piano in legno del tavolo grande. Le foglie sono entrate e si sono seccate, accumulandosi negli angoli, in mucchietti disordinati.

La cucina odora di chiuso, le pareti avrebbero bisogno di una rinfrescata, bisognerebbe entrare decisi e, da buona massaia, tirarsi su le maniche e darsi da fare. 
Mi hanno allontanato da qui, mi han detto vai di là che hai cose più urgenti da fare, forza, muoviti, vedrai che è un attimo e poi ci torni. Mi hanno allontanato dai sogni inseguiti e dai sorrisi inventati, dalle mie mille storie senza né capo né coda. Ho chiuso gli occhi e sono ritornato passando dal solito armadio, non si era accorto nessuno della mia assenza, come accade quasi sempre. Mi sono girato per tornare subito indietro, ma ho solo trovato uno stupido, semplice armadio.
Mi sono ributtato nella mischia, ho corso, lottato, ho fatto e disfatto, ho urlato e lavorato, mi sono smarrito di me, ho definito inutili i miei sogni e dimenticandomi di loro e del passaggio nell'armadio. 
Fino ad ora.
Bastava aprire la porta nel modo giusto, con quel misto di stupore e di attesa.

Ed eccola lì, la strada, come sempre, il vialetto con la palizzata e la casa ad aspettarmi, le foglie delle betulle che si muovono sorprese per la mia presenza inattesa.
"Sei tornato" ho sentito una voce che sussurrava.

In quella casa sono rientrato oggi, la serratura nella porta ha faticato un po', le cerniere hanno protestato per la forzata inattività.

Ho respirato il silenzio, ho sentito i miei passi rimbombare. Mi sono sentito un estraneo, fuori luogo, stranito. Una voce mi diceva che questa non era più casa mia.
Ho fatto finta di non averla sentita, quella voce. Ho dato due rapidi colpi di strofinaccio e mi sono seduto sulla poltrona, quella di cuoio spesso. Il suo ruvido abbraccio mi ha ricordato che l'avevo messa apposta lì, vicino alla finestra, per vedere chi si affacciava sul vialetto di ingresso. 
Alla mia destra il tavolino rotondo è ancora lì, e lì sono i fogli impilati, quelli chiusi con lo spago e quelli nella busta sigillata con la ceralacca, il sigillo riverso sul fianco, quello con l'uomo vitruviano, pigramente ha ruotato di poco. Nel cassettino due stilografiche, una usa e getta che non si consuma mai, una che ricorda l'infinito ed una biro rossa.
Ho preso l'ultimo plico, ne ho sciolto i legacci, ho preso la penna che non si consuma mai ed ho ripreso dove avevo lasciato.....



martedì 1 settembre 2015

L'estate addosso


Ne è passato, di tempo, dall'ultima volta che mi sono fermato qui, tra queste righe.
Ne son capitate una marea di cose, alcune belle alcune brutte. Capita, ne scriverò prima o poi, ho tante cose da buttar giù, spero di averne tempo e capacità.

Ho chiuso per l'ultima volta il portone dello studio delle rose, ho fermato per un attimo il respiro ed il cuore e mi sono allontanato senza voltarmi indietro. 
Ho un posto nuovo, ma che non mi appartiene ancora. Non è male, tutto sommato.
Ho cambiato auto. Superato il giro di boa dei cinquecentomila km la mia vecchia Audi cominciava ad aver qualche piccolo problemino. Quella nuova (meno vecchia è più corretto) è discretamente cattiva. Ma soprattutto, è confortante non dover prendere a cazzotti il cruscotto, per l'aria condizionata.
Ho cambiato l'ordine dei sogni. Non li ho spenti tutti, certo che no.

E sono andato in vacanza, come non mi accadeva da non so quanti anni. Ne avvertivo un bisogno disperato, una fame opprimente, chiudere problemi e grane ed i pensieri laceranti in un baule e nascondere la chiave, via tutto, in valigia poca roba ed un paio di maschere, una per me ed una per la Ciccia, che mi aspettava là nell'isola lontana, lei già abbronzata e bellissima, ancora di più se si può. 

Ed adesso qui. A guardarsi nello specchio e vedersi con la pelle scura che ancora non ha smesso il profumo del mare, ed il sorriso facile.

E se dovessi pensare a queste due settimane passate troppo in fretta direi solo quanto, quanto di tutto quello di cui mi si sono riempiti gli occhi.

Quanto sole, quanto mare, questo è scontato.
Quanto inebriante il profumo della focaccia calda nei carugi di Genova, quanta attesa per l'imbarco, quanto nero ed oscuro e caldo di vento il mare della traversata, quante stelle cadenti in un cielo di pece, cosa stai lì a cercare le stelle che è tardi e chissà che desideri nascosti avrai mi è stato chiesto, ma i desideri non si possono svelare altrimenti non si avverano, ho sogni bellissimi che proprio non riescono a spegnersi ed hanno bisogno del fuoco cadente delle stelle per ravvivarsi.

E poi di là nell'isola lontana quanto caldo, quante strade polverose, quante eliche in file disordinate a girare pigre sui crinali che ne hanno mutato, snaturandolo, il profilo.
Ed ecco i sorrisi, gli abbracci, la gente che chissà perché aspetta proprio te, quanta gente, gli abbracci il cibo di qui che ha un sapore diverso, l'eresia del vino nero messo in frigo, i fichi raccolti dalla pianta e mangiati caldi di sole, tutto inframmezzato all'aria di festa ed alle parole di una lingua sconosciuta e l'affetto, quanto smodato, esagerato affetto, continuo sempre a stupirmi, io che sono plantigrado inside.

Ed eccolo lì, finalmente il mare azzurrissimo, le lunghe distese di sabbia e le mie corse a sfinirmi della mattina presto, quando il caldo concede un minimo di tregua. E poi la sveglia alla Ciccia ancora sonnacchiosa, le lunghe nuotate, le apnee in due a tenersi la mano, le scoperte di piccoli tesori, le conchiglie che lei scova sempre quelle più grandi e belle, e tanto per non smentirsi ha pure ripescato un Euro, i banchi di pesci guizzanti e velocissimi dai riflessi d'acciaio che catturano il sole. E le arancine di Arà con la squisita cortesia delle ragazze, le scacce calde, lo spettacolare gelato del Caffè delle Rose che con un nome così non potevo mancarlo, il pesce comprato dai pescatori e cucinato lì. E le partite a carte la sera, il passeggio elegante e le mille bancarelle, i profumi, il barocco elegante di Scicli, la decadente e bellissima Modica con la cattedrale di San Giorgio che ti esplode addosso. 
Ed una settimana è già passata ed allora i saluti e gli abbracci e la commozione sincera di chi è stato con te in questi giorni e ti vede andar via, ma cosa piangi come un vitello che c'hai un'età e che dovresti esser invece ben felice di liberarti di noi ed invece non vede l'ora di rivederti e l'anno prossimo non mi potete dire di no, altrimenti "Mariaaa, vidi chi mi affiennu".

E via da quest'isola, si attraversa quello stretto di mare insieme a chi già pensa al ritorno ma noi no, per noi non è ancora tempo, ci aspetta il lusso di un altro mare ed una marina sciccosissima, nuovi orizzonti, amici mai troppo lontani, mai in fondo persi. E lì ritrovare l'abitudine dei gesti, una barca di cui ne conosci i segreti, il gonfiarsi delle vele, la bolina stretta, la Ciccia novello marinaio che si affanna sul winch, il mio "pronti alla virata!" e la vela che si svolge e prende il vento, il timone tra le dita a seguire la rotta dei pensieri, i delfini a farci l'onore di accompagnarci, le tartarughe pigre che appaiono per respirare e se non sei più che attento te le perdi, una sola balena ma vicinissima. Ed i bagni in rada con quell'acqua verdissima, le stelle marine da mostrare a chi non sa nuotare e da riportare gentilmente sul fondale. E poi l'esercito di meduse del pomeriggio a pretendere il loro spazio nel mare e nuovo vento per trovare il porto alla sera, con il sole a disperdere mille riflessi infuocati sulla scia. E poi la stessa fotografia di mia figlia e delle sue due amiche, ma scattata dieci anni dopo, tre bambine ridenti allora e tre donne quasi fatte adesso ma con gli stessi occhi che ridono e ancora poi parole, parole e risate e passeggiate, ad osservare una luna pienissima specchiarsi vanitosa nel mare.

I tanti chilometri per attraversare l'Italia con le centomila macchine del ritorno dell'altro ieri, che sono stati la nostra parentesi chiusa, li abbiamo percorsi come in sogno.

On air:

giovedì 17 luglio 2014

Lettera dal fronte


Sto bene e così spero di te.
Continuano ad accumularsi giorni strani, lenti, ingombranti come treni merci. Vaghi come sogni confusi, opachi, faccio poca distinzione tra ciò che transita nei miei pensieri e quanto che succede davvero,  forse è un meccanismo di autodifesa che mi permette di superare tutto, questa guerra che stiamo perdendo, che sto perdendo, oramai è chiaro che non è più una sola battaglia. Sogni o giorni assurdamente popolati da persone in transito, alcune che entrano ed altre che silenziosamente, escono. Per molte di queste, alla fine, probabilmente sarà stato meglio così.  
Ci sono estranei che vagano per lo studio delle rose posando quello sguardo arrogante e distratto su ciò che è stato l’involucro meraviglioso del nostro tempo più spensierato senza neppure avvertirne  la presenza palpabile, che aprono porte da padroni, misurano osservano, arricciano il naso, valutano in moneta sonante quanto costi nascondere tutto il nostro passato sotto una rasata di intonaco fresco, che non si accorgono dei sogni che qui ancora fluttuano indecisi, non si fermano ad annusare una rosa o le ortensie fiorite, quest'anno come non mai, come se lo sapessero, loro e volessero in qualche misura ricambiare tutte le attenzioni passate. Che non scorgono i grappoli dorati nascosti dalle foglie larghe della vite, che non guardano da sotto in su il nostro pino maestoso e che non si immaginano che i merli, quando lavori la sera con la porta aperta, scendono sul prato ad osservarti, curiosi.
Ti senti sporco, a tradurre tutto questo in denaro, ti senti sudicio a dover mercanteggiare, a condurre le trattative, ti senti defraudato quando la guerra l'hai persa qui con chi avrebbe dovuto combattere al tuo fianco e alla fine ti accorgi che aveva imparato ad imitare molto bene il suono dello sparo con la bocca. 
E così tutto si traduce in questo, in quattro sogni buttati nel fango, pestati, stracciati. Che mentre tu ti ostini a tirarli fuori ed a pulirli tentando di separare le pagine fradice c'è chi pensa solo a disfarsi nel più breve tempo possibile di quattrovanipiùverandaebassofabbricatocollegatidacortileinternoprezzotrattabile.
Giorni incompleti ed inutili, c’è un insoddisfacente trascorrere di tempo che porta inevitabilmente alla fine di ognuno e poi ancora un altro e poi ancora di nuovo. I chilometri della mattina presto pesano meno di quelli che mi verranno incontro la sera e i pensieri mi accompagnano, poi Il tempo si trasforma e scorre veloce negli Ospedali, a confrontarmi con realtà sempre nuove e sempre urgenti, che prendono e mi assorbono e sembra un niente ma è già un anno che son qui e sembra incredibile ma pare che stia facendo un lavoro quasi decente e poi altra strada e di nuovo qui, a tentare di cucire, arrangiare, risolvere, parlare parlare parlare, arrabbiarsi tanto, ridere anche, disperarsi solo quando non ti vedono e poi la strada che galleggia nel buio e la luna che osserva malinconica i miei pensieri cupi
Il giorno successivo arranco, mi assento in me stesso, metto fuori la mia maschera migliore, quella del "ma sì, dai" e ricomincio ancora.
Non so, non mi sento, non sto.
Forse non saprei scrivere il secondo tempo di una canzone. 
Io spero finisca la guerra, ma sto bene e così spero di te.

giovedì 10 luglio 2014

Paura




Ci sono volte che mi assale. 
Improvvisa, subdola, liquida, irragionevole. Da zero a mille così, occupando ogni risorsa disponibile, ogni briciola di pensiero, che ti ingloba, ti lascia il vuoto nei pensieri e fame di aria.
E' atipico, sono uno abituato al coltello tra i denti, uno che ha perso quasi il conto delle volte che ha pensato peggio di così non sarà possibile.
E invece.
Uno che dovrebbe aver imparato sulla propria pelle che quando il mare ti sfida ed urla di tempesta quella sfida sarebbe saggio non raccoglierla mai, perché una volta che ti sei tuffato il senso del tuo stupido, bellissimo slancio, cambia radicalmente. Mai che ci sia riuscito.
Ho imparato che se ne vuoi uscire l'ostinazione delle tue braccia contro il mare è inutile e sfiancante, ho capito che bisogna attendere, assecondare ogni mareggiata per quanto forte sia, contare le onde ad attendere un varco. 
Ho imparato anche che l'onda a tradimento gonfia di schiuma che ti sbatte sugli scogli lasciandoti graffi e ferite profonde alla fine non può sottrarsi alle regole e si ritira, ed hai quel momento di calma perfetto, di grigie nuvole stracciate ad assisterti in cui ti devi tirare in piedi ed uscire dai giochi.
Ho imparato. Ma ogni nuova ondata è sempre un nuovo irresistibile richiamo.
Ho imparato a non farmi sconfiggere definitivamente, a non farmi cancellare la voglia di stringere i pugni e rialzarmi e che i mulini a vento sono sempre bellissimi avversari.
Ho affrontato il mondo con sfrontatezza, passione ed un paio di scarpette da runner. Ho cercato di non accontentarmi mai, di bastarmi per quello che sono e nel contempo di vedere il meraviglioso nelle persone che incontro, di  stupirmi, di aver sempre fame di quanto il futuro potrà riservarmi. 
Mi sono imposto di guardare giù da una parete a strapiombo, obbligando la mente a fidarsi di un paio di dita bene infilate in una fessura, sorridendo del vuoto che sembra volerti attirare, assaporando l'istante in cui riesci ad essere qualcosa di più di un semplice spettatore, tu, l'armonia dei gesti misurati, il tintinnio dei rinvii accarezzati dal vento.

Poi le prospettive accade che cambino.
Cambiano e non basta, il vento gira e non trovi più il senso di niente. Di te, di quello che ha permeato la tua vita, delle tue corse, dei tuoi troppi sogni sempre tutti sbagliati, del tuo entusiasmo, del tuo per una volta deve andare diverso. Dell'inutilità del tuo stupido affannarti a tenere insieme le cose, della voglia di coinvolgere, convincere, osare, brillare. 
Cambiano e alla fine ti trovi di colpo spossato, senza più forze per poter pensare, stanco nei gesti e nella mente, opaco, spento. Stufo, stufo stufo, con la voglia di dire basta al mondo. 
Perché che senso ha combattere. Che senso ha dannarsi l'anima per conservare intatti i propri sogni, per difenderli sopra ogni cosa. Che senso ha voler contrastare il marcio, la grettezza, l'egoismo. Che senso ha rimanere fedeli a se stessi, che senso ha l'ostinazione contro ogni piattume. Sei uno contro mille. Sei un uomo solo su uno scoglio ed il mare è in burrasca e se guardi l'orizzonte non ne vedrai la fine di quelle onde pronte a ricacciarti indietro ancora e ancora, è inutile che ti ributti dentro, non potrai vincere, troppo tardi scoprirai di essere ancorato al fondo e non riuscirai più a riemergere.   

Svègliati e smettila una buona volta. Volta le spalle a tutto e vai via. Via, lontano, e anche da quello che volevi essere, via, lascialo qui, insieme a questo posto che è stato la tua vita per troppo tempo. Ascoltala questa paura irragionevole che ti assale, quella mano che ti affonda nel petto e ti stringe il cuore, il grigio che smorza ogni colore. Ascoltala ora, la paura non è solo un male, i sogni sono solo per i pazzi e gli incoscienti e volerli tenere assurdamente a sé son destinati a distruggerti. 
Abbandonali, abbandonati, dimentica. 
Spegniti.

Ma un'onda, chiedo solo un'altra onda ancora. 

sabato 10 maggio 2014

Clochard D&R-Style


Rassicuratevi. La situazione economica, in casa D&R, è assai critica, quasi disastrosa oserei dire, ma fortunatamente un tetto sopra la testa (per oltre metà di proprietà della banca - il tetto, non la testa), ancora per fortuna ce l'abbiamo.
E' che questa mi è venuta in mente l'altro ieri. Un ricordo mio e della mia Ciccia quando era ancora piccola e ogni sorpresa, ogni novità era un'esplosione di gioia in quegli occhi strizzati a semicerchio. Erano quei giorni che la sua mano era nella mia mano, che le prime passeggiate in montagna erano una sorpresa continua, un animale selvatico scorto tra le foglie tremolanti dei rami di betulla, i bucaneve sopra l'ultima neve granulosa, il profumo di muschio e funghi del bosco.
Aveva maturato un'insana passione per "i soldini" - come li chiamava lei, le monetine smarrite alla cassa del supermercato o dimenticate alla macchinetta del caffè  - ed una notevole capacità nello scovarli. Sembrava un cane da punta quando fiuta la preda. Sguardo fisso immobile, lento gioco di piedi per uno spostamento laterale tipo granchio sulla spiaggia, piegamento come casuale per allacciarsi una scarpa, recupero e rapido intascamento della monetina. Il più delle volte non me ne accorgevo neppure.
Poi fuori era raggiante. Recuperava rapidamente la mia mano, me la stringeva forte e con aria da cospiratrice, avvicinandosi mi bisbigliava "ho trovato un soldino!" tutta felice, allungando la manina chiusa a pugno e mostrando il suo piccolo tesoro. Inutile distoglierla spiegandole che non era igienico, tentare di distrarla dandogliene di tuoi (che intascava regolarmente comunque), non appena entrava in zona di caccia si concentrava e se c'era un centesimo, di fianco al bancone dei formaggi al mercato o pizzicata sotto la sedia di un bar, non c'era storia, era sua.
Me la ricordo in particolare una volta. Eravamo a passeggio per Bucodiculoplace e come sempre accade quando ci affianca la consorte, eravamo intenti a chiacchierare con qualcuno. Cioè lei chiacchiera ed io o faccio finta di sapere chi mi trovo davanti o, molto più semplicemente mi annoio. Fermi tra un bar e la farmacia, sentivo vagamente discorsi da cui riportavo alla mente parole a caso. "Poverino.... improvviso...non aveva nemmeno... anni.." 
Ok, ok. Questa la so. E' morto qualcuno (che se abiti a Bucodiculoplace è quasi una liberazione, in fondo). Avvio fase faccia contrita. 
E così mentre incrociavo le dita ed ogni tanto emettevo un sospiro che esprimesse profonda rassegnazione per la caducità umana, osservavo la Ciccia, bella concentrata che teneva d'occhio il distributore automatico dei preservativi, in attesa. L'ispezione delle sue ditine allo sportello del resto aveva dato esito negativo, ma non disperava. E come il coccodrillo sotto il pelo dell'acqua,  aspettava che il suo gnu arrivasse alla pozza per bere.
Il suo gnu era un ragazzotto di poco più di vent'anni, spavaldo per non far vedere di essere timido ed impacciato. Arriva fischiettando e con estrema nonchalance inserisce una banconota nella fessura. Poi, mentre sta per pigiare il pulsante, accade qualcosa che gli spegne rapidamente il fischio. Nota una bambina piccola di fianco a lui che lo guarda fisso, e lui... lui oddio, sta comprando dei preservativi!! E la sua spavalderia lo abbandona in un niente. Si gira imbarazzato, sorride alla bambina che non gli restituisce il sorriso. Si passa nervosamente una mano tra i capelli.  Si volta dall'altra parte, si sente osservato da chissà quanti occhi, quasi un ladro, un mezzo maniaco. Spera che i  genitori della piccola richiamino 'sta cacchio di nana, ma quelli niente, chiacchierano, loro. E la bambina non si schioda. E il pacchetto non scende, ah già non ha ancora premuto il pulsante, forse farebbe meglio a scegliere l'acqua ossigenata, anche se non sa cosa farsene. Alla fine si decide, preme convulsamente il pulsante per la confezione da 5  e, non appena quella cade, la agguanta e letteralmente scappa. 
La mia piccola, beatamente attende. Un paio di secondi dopo sente scendere il resto e, con tutta calma, si avvicina per recuperarlo. Mi torna vicina e mi stringe la mano, mostrandomi orgogliosa il bottino. "Che buffo quel signore - mi dice ridendo - ma perché è scappato?"

L'estate successiva eravamo in montagna, a bearci di lunghe passeggiate nei boschi, a sfinirci di giochi nel giardino ed a riposarci poi sul lento dondolarsi dell'amaca grande, guardando le nuvole trasformarsi pigre, tentando di riconoscere le forme nascoste dei più strampalati animali. 
In piena armonia disintossicante con la natura, si viveva parecchio allo stato brado, incuranti dello struscio elegante sulla  via principale, con gran disappunto della consorte (sudici, è il termine che usava), quest'ultima tendente inutilmente a mantenere uno status sociale da "moglie di un ingegnere". Sì, tutte le volte che abbiamo affrontato la pubblica via, quel mondo scintillante di Hogan e Moncler all'ultimo grido e noi con i jeans strappati e tutti strusciati di erba  non le abbiamo certo reso la vita facile.

Un giorno accettiamo di accompagnare la consorte per un prelievo al bancomat. Il suo "cambiatevi che fate schifo" non sortisce l'effetto voluto, se ci vuole siamo bellissimi così. Nel tragitto, comunque, lei si tiene leggermente in disparte. Mentre preleva, mia figlia mi prende per il braccio e mi strattona "Guarda papino, quanti soldiiini!!!", esclama tutta agitata. Davanti al bancomat c'è una grata bloccata nell'asfalto, e sotto, in effetti, si nota una discreta quantità di monetine, seminascoste tra foglie sbriciolate, mozziconi di sigarette e scontrini appallottolati. Mi chino, saggio la grata, non si riesce a spostarla. Lei mi guarda con i suoi occhioni imploranti. "Ma sono tantissimi!, come facciamo?" 
Mia moglie ci guarda minacciosa, anzi mi guarda minacciosa. "Non provateci nemmeno", dice a denti stretti "che ci conoscono". 

Guardo la piccola e la consorte, ma ho già deciso, e lo sanno tutte e due, lo vedo dal sorriso estatico della mia piccola, mentre mia moglie sospira un "fate come volete, io me ne vado".

Ci serve del materiale, dei bastoncini, un cordino, un cacciavite calamitato, cose così. Torniamo in fretta a casa e recuperiamo il necessario, pressati dalla piccola, che teme che qualcuno possa arrivare prima di noi. 
Meno di dieci minuti e siamo nuovamente lì, davanti al Bancomat. Per fortuna sono vestito "da giardino", con i pantaloni con cui ho appena tagliato l'erba del prato, e possiamo sederci per terra senza problemi. Come due barboni iniziamo il recupero, faticosamente, passandoci i bastoncini ed accompagnandoli tremolanti verso l'alto. Siamo accucciati uno di fronte al'altro per la strada e la cosa ci sembra perfettamente normale ed ad ogni moneta che spunta faticosamente fuori la piccola batte festosamente le mani. "un altro papà, quaaanti!!" esclama, continuando a scrutare per essere sicura di non dimenticarne nemmeno uno. 
Ogni tanto ci dobbiamo fare da parte ed attendere rispettosamente per permettere a chi ne ha bisogno di prelevare; un paio di ragazzi ci guardano divertiti, alcuni curiosi, un paio schifati. Me ne frego. Una signora anziana dai capelli bianchi mi chiede educatamente se lo facciamo per bisogno, osservando i nostri indumenti sporchi e le nostre condizioni. "No signora - le rispondo con un sorriso - lo sto solo facendo per far felice mia figlia". Stava per farmi l'elemosina. 
Alla fine, dopo aver frugato nello sporco più remoto che una grata possa contenere, sappiamo di aver recuperato tutto. Me li fa contare due o tre volte. Meno di cinque Euro, ma lei ne ha le mani piene, ed è raggiante. E per la strada di ritorno (in discesa), non facciamo che cantare e ridere, e lei ha tutte e due le mani a pugno e le braccia distese, e salta, ed è felice, e, ironia della sorte, inciampa in una grata. Non ci pensa nemmeno, per proteggersi, ad abbandonare le monete così duramente conquistate e cade in avanti senza poter metter giù le mani e senza che io riesca a far nulla per impedirlo.
Quando riesco a tirarla su piange disperata, ha un ginocchio sanguinante e già gonfio, ed ha graffi ovunque, sugli avambracci, sui polsi. "Ho perso tutti i soldini", mi dice tra i singhiozzi. 
Recuperiamo tutte le monete sparse per terra, la tranquillizzo, le riconto, non ne abbiamo persa nemmeno una. Poi, zoppicante, me la riporto a casa, dove la disinfetto, restituendole il suo tesoro, anch'esso disinfettato a dovere. Ha un bel taglio all'altezza del ginocchio destro, ma resiste in silenzio, mentre lo pulisco con attenzione e le parlo di quanto è brava e coraggiosa, medico tutte le ferite minori ed infine le metto una fasciatura al ginocchio. Rimarrà il segno.

Beh, la cicatrice al ginocchio è visibile ancora adesso. Non la nasconde anzi ne è parecchio orgogliosa, anche se le gambe sono diventate pericolosamente troppo lunghe e, con i suoi orecchini, gli occhi che non si strizzano più a semicerchio ma hanno un filo sottile di eyeliner, non so mica se si siederebbe ancora con me davanti ad una grata a recuperare monete. 

Io sì, sicuro. 
Ma pensandoci bene, anche lei, mi sa.

E se le chiederete il motivo di quella cicatrice "è quella volta che io ed il mio papà abbiamo fatto i barboni", vi racconterà sorridendo.

martedì 6 maggio 2014

Gli occhi dorati (prima parte)

Gli ultimi regali che ha ricevuto sono stati l'IPAD per il suo ottantesimo compleanno ed una motosega per quello dell'anno precedente. Già questo la dice lunga su che facile personaggio sia mia madre, e forse spiega in parte anche il carattere che mi porto appiccicato addosso.
Testa dura da montanara ostinata, uno di quei caratterini da muro o non muro tre passi avanti che te lo raccomando.
Lavoratrice fino allo sfinimento, diversamente amichevole, ostinatamente indipendente, fermamente convinta di essere indistruttibile.
E no, non sto parlando di me.
Recentemente, dopo un infinità di tempo trascorsa in stupide ostilità abbiamo ripreso a parlarci. Le ho chiesto di aiutarmi e non ci ha pensato un attimo. Lo sta facendo ancora, non fosse stato per lei avrei già dovuto vendere casa.
Ne ha passate tante, che già solo la metà avrebbe avuto ragione di uno come me e per fortuna nostra non è ancora stanca. Anzi, non la smette nemmeno per un attimo di rallentare, di darsi una regolata, di piantare quattrocento tulipani in giardino con quel cipiglio che ti sfida a dirle qualcosa.

Ogni tanto, ma non troppo spesso perché poi altrimenti mi abituo, mi manda una mail con l'Ipad, oggetto che la delizia e che al contempo la fa incazzare di brutto perché non riesce a trovare le foto che vorrebbe allegare, se inavvertitamente appoggia un dito sullo schermo quello, bastardo, aggiunge subito una serie di ppppppppppppppppp e non si ricorda come cancellare se ha scritto male. Risultato: mi arrivano mail tutte sgrammaticate, piene di doppie e con 32 foto del terrazzo, dei suoi piedi e del giardino preso di storto. 
Io le rispondo pregandola di smettere con i superalcolici e lei di rimando mi dà dello "struzzo", giusto perché è una signora di una certa età (non provate a definirla anziana) e termini meno appropriati non le si confanno.
Da giovane era incredibilmente bella, ho alcune foto di lei in posa sugli sci che ricorda una diva del cinema, con il sorriso abbagliante e gli occhi azzurrissimi discretamente nascosti dietro un paio di occhiali da sole molto glamour. Della sua bellezza di un tempo rimangono quegli occhi azzurri cosparsi di piccole pagliuzze dorate, che tante ne hanno viste, che tante ne hanno passate. Occhi che ti guardano dentro che ti sanno e sorridono, occhi che hanno un rimpianto che in fondo è lo stesso mio quando osservo mia figlia crescere troppo in fretta, occhi che ti dicono vorrei, vorrei giuro tornare indietro, rivederti crescere, ti ho lasciato ragazzo che era ieri. Vorrei avere tempo ancora e assaporare momenti che sono passati troppo in fretta, ritrovare i miei anni su un prato d'estate con il profumo dell'erba tagliata di fresco e ridere, e ritrovarti.

Il primo incontro con mio padre è stato da film.
Lui, poco più che ventenne, era un giovane geometra di belle speranze e pochi spiccioli e lavorava a Torino per un'impresa di costruzioni, il cui titolare aveva un metodo militaresco nella gestione delle vite dei propri dipendenti. Nella cittadina di montagna dove mia mamma viveva l'impresa aveva un cantiere, a quel tempo gestito da un collega di mio padre, anch'esso giovane e molto incline a correre dietro alle belle fanciulle, il quale si era perdutamente invaghito di quella ragazza così carina. Purtroppo per lui, della liaison giungono notizie giù in sede dove, per paura che l'andamento del cantiere potesse risentirne, si decide per un rapido cambio di gestione: sù in montagna quel geometrino giovane che è a Torino, quello magro e lungo, con un improvviso aumento di responsabilità che vediamo come reagisce, e richiamiamo in città l'altro, quello con la testa un po' troppo per aria, a farsi passare i bollori tra calcinacci, il brontolio delle betoniere e manovalanze sudate. 
Il pretendente non ha nemmeno il tempo di obiettare ed a malincuore in quattro e quattr'otto parte. A Torino incontra il collega che deve ricevere le consegne ed oltre a quello gli passa anche un mazzo di rose rosse, per la sua bella lassù tra i monti iollalàiuu, raccomandandosi che li riceva prima possibile.
E mio padre, con negli occhi ancora quel mare ruvido che l'ha visto nascere, con una cartella stracolma di progetti e capitolati ed un mazzo di rose appoggiati sul sedile del passeggero dell'auto, parte per la montagna per la prima volta nella sua vita. E non sa ancora che quel mazzo di fiori gli avrebbe cambiato la vita.
Arriva lassù e come prima cosa pensa di consegnare i fiori alla bella del suo collega. E non appena vede mia madre, vuoi l'altitudine o la minore quantità di ossigeno, fatto sta che rimane a bocca aperta. E mia madre, che aprendo la porta se lo trova lì magro e lungo come un giunco, come fulminato e con un mazzo di rose in mano, scappa.
E pensa, in quell'attimo esatto - questo è l'uomo che sposerò. 
Ed io, a quell'impresario là, che ha deciso le vite altrui come se fossero gli spiccioli che tieni in una tasca, per questa e per molte altre storie, devo proprio parecchio. 

lunedì 3 marzo 2014

Mi fermo

Un minuto.
Lascio che tutte le grane e la rabbia che monta e questa disperazione a tratti così violenta da spezzarti il fiato si spengano, almeno per un poco.
Li metto da parte, li chiudo nel fondo di un baule e cerco di dimenticarmeli per fare posto a te. 
E torno qui, in questo che è uno dei miei posti sospesi, che ultimamente non ho nemmeno più il coraggio, di passarci da qui.
E scrivo semplicemente auguri, Ciccia mia. Tu che sei il mio amore più bello. Tu che sei i miei sorrisi che partono dal cuore, perché non si può non sorridere, quando ti spalmi sopra di me per guardare la televisione, lunga come sei.
Tu che sei un bene che assomiglia ad un vago dolore, per la velocità con cui cresci, e quel tuo lento e giustissimo allontanarsi.
Tu e il tuo terzo buco nell'orecchio come regalo di compleanno, ed io che a momenti non ho più nemmeno la testa per ricordarmi che giorno era ieri.
Tu che non vuoi la torta dal pasticciere, perché quella di mamma è più buona, ma che invece capisci benissimo, sembra che non ascolti ma sai e fai la tua piccola parte.
Tu ed i tuoi quattordici anni nuovi splendenti, di sole e fiori profumati, di risate e corse sfrenate e di sogni, tanti sogni.
Tu che sei così, insieme già così grande e piccolissima, timorosa e coraggiosa.
Tu che hai i miei occhi, ed ogni volta che li guardo mi ci perdo.
Tu che sei il mio fiore di marzo, che quando te la canto cambiando il mese ti commuovi e mi dici di smettere.

Tu che una volta ho avuto paura di perderti, e quindi non passa giorno in cui non pensi che sono un uomo con una fortuna grande così.
Perché tu sei qui.