sabato 8 settembre 2018

Come si misura la felicità

Era il 2004, a Settembre, un sabato pomeriggio.
Una bimba di 4 anni, con i capelli a caschetto e due bellissimi occhioni color del bosco percorre, per mano al suo papà ed alla sua mamma, il viale inghiaiato davanti alla palazzina di caccia di Stupinigi, che in quell'occasione ospita l'annuale esposizione mondiale felina. All'interno gatti di ogni specie, piccoli, grandi, enormi, a pelo lungo, corto, nudi, di tutto. Con la sua manina tiene stretto il dito del suo papà, quel papà speciale e incredibile, che l'ha portata lì e che subito dopo la biglietteria si è chinato e le ha sussurrato: "piccina, scegli il gatto che vuoi, che il tuo papà te lo prende".

Ora, per quelli di voi che hanno una bimba piccola che adorano ma che nel contempo godono di una situazione economica sempre sull'orlo dell'abisso, vi do un consiglio: quella frase lì sopra è una frase da NON dire MAI. Gatti, cani, canarini, cercopitechi nani, MAI.

La bimba ha gli occhi sgranati, è timorosa, il primo animale che si presenta nel percorso di visita è un bellissimo esemplare di siberiano grande quasi quanto lei che la guarda con alterigia, lei non si osa ad avvicinarsi più di tanto. "Questo no", mormora scuotendo il capino ed allontanandosi in fretta da quella lince neanche tanto in miniatura.
L'esposizione è veramente imponente, c'è da perdersi, c'è da rimanere affascinati a vedere una cucciolata di certosini mentre si azzuffano o una coppia di sofisticati siamesi languidamente distesi che ti osservano sornioni. Ma la piccola, nonostante sia piccola, non si perde, con attenzione e metodo parte e passa in rassegna tutti gli animali, su alcuni non si sofferma più di tanto, (il gatto nudo la fa molto ridere) ma molte altre volte invece prova una carezza, un grattino sotto il mento. Solo una volta si è fermata abbastanza a lungo. All'interno dello spazio una gattina bianca, con lo sguardo un po' imbronciato, sonnecchia vicino a suo fratello.
Un'ora abbondante dopo, la bambina ha esaminato attentamente tutti i gatti presenti nella rassegna. Torna indietro fino ad un allevamento spagnolo, dal nome altisonante, Montericmei - Gatos exoticos - al cui interno c'è lo spazio con la gattina bianca. Questa si avvicina timida ma dopo poco accetta le carezzine e le fa le fusa, lei gli si piazza di fianco, la guarda, mi guarda e sorride "Questo", gli dice. 

Il gatto (anzi la gatta) effettivamente è proprio bella. Mamma annuisce, piace anche a Lei. Vabbè. 
Il papà richiama l'attenzione dell'allevatore spagnolo. Sa destreggiarsi perfettamente, sa che per parlare fluentemente spagnolo basta aggiungere una esse alla fine di ogni parola. Tira fuori il portafogli. 
"Quantos por los gatos?" chiede, indicando il cucciolo.
"Mil doscientos" è la laconica risposta. 
"Pesos?" chiede con voce strozzata il papà
"Euros", gli viene risposto. 

Un attimo di silenzio ed il papà prende per mano la piccina "Ciccia - le dice - il gattino forse non lo vendono, ma ce ne sono molti altri, sei sicura di aver visto proprio benebenebene?"

La bambina non si scompone, ha la massima fiducia nel suo adorabile papà anche se in quel momento ha la voce rauca ed uno strano colorito verdognolo, lo ascolta come fa sempre, gli allunga un bacino, gli riprende il dito nella sua manina e ricomincia giudiziosamente il giro, ripassando con la massima tranquillità tutto il percorso. 

Alla fine del giro la bambina è di nuovo davanti all'allevamento spagnolo "Sì, sono sicura, è questo, papino". (Papino no, ti prego, non sono mai riuscito a resistere alla sua voce quando mi chiama papino). "Proprio sicura sicura?" 
"Sicurissima, papino". (sono spacciato)

Inizia una lenta trattativa degna del miglior venditore di borse Louis Vuitton contraffatte sul lungomare di Rimini. Non sanno mica con chi hanno a che fare, loro. 

"Vannos benes 20 Euros?"   -    "Mil doscientos" è la risposta.
"100 Euros e dos caffes?"   -    "Mil doscientos"
"250 Euros mi voglios rovinares?" -    "Mil doscientos"
"500 Euros e non ne parlamos piùs?" -    "Mil doscientos". 
Non si schioda il balordo. 

In soccorso del genitore arriva una gentile signora dell'organizzazione, lo salva da quella situazione penosa, parla fluentemente spagnolo lei, e spiega che il cucciolo è figlio del pluripremiato campione del mondo Maynate Bulgari Serbelloni Mazzanti Viendalmare. 
"Corre così veloce?" domanda il papà stupito. Lo guardano come si fa con chi proprio non ci arriva, gli spiegano che i gatti più belli vengono selezionati da una giuria e scelti per bellezza, armonia delle forme, portamento. Il papà la trova una cosa degna della miglior corrazzata Potemkin di Fantozzi, ma si astiene da ogni commento. Gli viene spiegato che il prezzo è così caro perché è un esemplare da concorso e da riproduzione, quindi riservato agli allevatori che intendano migliorare il proprio allevamento. Solo un matto lo prenderebbe come cucciolo per la propria bambina.
Il papà si volta verso la piccola  e si china come aveva fatto la mattina "piccina - gli dice - il gattino costa troppi soldini, sei proprio sicura di non averne visto un altro che ti piaccia?"
La bambina non si scompone "Papino, ma tu mi hai detto di scegliere un gatto che me lo avresti preso, è questo il gatto che mi piace e io piaccio a lui" risponde con molta tranquillità. 
Il papà è alle corde e si volta verso l'allevatore:
"1100 Euros e una bottiglias di San Simones?" 
"Mil doscientos"risponde con un sorriso l'allevatore, che sa di averlo finalmente in pugno.

Siglato l'accordo con una stretta di mano, viene fuori un piccolo problemino. L'allevatore ripartirà alla volta del paese iberico domenica sera, non accetta assegni né 600 cambiali da  due euro, né il bonifico il lunedì, ovverosia "a babbo morto" da quel tizio che non gli sembra così affidabile. In contanti dal primo all'ultimo. 

Il papà si prende due giorni per recuperare il malloppo, ma le banche sono chiuse e il bancomat gli eroga, al massimo, 600 Euro, poi gli chiude anche la saracinesca e gli impedisce di avvicinarsi. Il papà telefona al di lui papà, alias il nonno della piccina. Questa la reale testimonianza della telefonata. 
"Ciao papà sono io, senti avrei bisogno di un piacere. Mi servirebbero entro domani 600 Euro. Me li puoi anticipare, che lunedì (martedì, venerdì.....) te li rendo?
"Sì certo, ma cosa ci devi fare?"
"E' per un gatto, sai la Ciccia, l'esposizione felina....)
"MA TU SEI FUORI DI TESTA!!!! 600 Euro per un gatto? Ma vai su in montagna, gira un po' e recupera uno dei randagini a cui tua mamma da mangiare, sono gratis!"
"Veramente papà il gatto ne costa 1200, ma 600 li ho recuperati io, solo che sai, il bancomat....."
Rumore del genitore che sembra si stia strozzando.
"Cos... @azz... p#rc....  Senti figliolo, TU HAI dei grossi problemi ed io ho deciso di aiutarti. Ne avessi bisogno per il lavoro, per la casa, per la macchina te li do subito, te ne do il doppio o il triplo, ma spendere tutto quel denaro per un gatto è da folli ed incoscienti. Ciao" Click.

Il papà allora si rivolge al suocero, non parla più assolutamente di felini e di prezzi ma inventa una scusa plausibile e riesce finalmente ad ottenere il contante. 

E' una domenica pomeriggio. Per tutta la mattina la piccola è stata una piccola pazza indemoniata, che chiede quanto manca ogni dieci minuti, che ha messo in fila per due in duecento e passa peluches sul pavimento del salotto per fare le presentazioni (prima i gatti così si abitua). Anche attraverso il dito stretto nella manina della piccina il papà sente la sua eccitazione. Arrivati allo stand l'allevatore intasca i contanti, carezza il cucciolo, recita silenziosamente una preghiera di ringraziamento e lo consegna alla piccina che finalmente se lo può abbracciare.  "Si chiama Julia Roberts dei Montericmei" le spiega.
"Tanto io la chiamerò Tabata", risponde decisa la bimba.

Quanto si misura la felicità?
Perché questa è stata una delle volte in cui l'ho vista più felice, radiosa.

La famigliola fa per allontanarsi ma l'allevatore la ferma "Non potete andare" spiega in un italiano nemmeno tanto stentato (capiva la lingua, il bastardo) "E' stata scelta dalla giuria nella categoria cuccioli, non appartiene più al mio allevamento, tra poco dovete presentarla sul palco" Il papà non ha intenzione certo di salire lì sopra, spiega all'allevatore che quella sarà l'ultima volta che quel gattino farà una cosa del genere. L'allevatore si offre di accompagnare la bimba e così, pochi minuti dopo, una bimba impacciata con una gattina bianca si presenta timida sul palco, sotto gli occhi di centinaia di persone. "Come si chiama?" gli viene domandato "Tabata" risponde decisa "E' la mia gatta, sì", dice con orgoglio.
Il cucciolo riceverà il secondo premio di categoria ed il terzo premio generale, due coccarde che andranno a finire dimenticate in qualche cassetto. 

Finalmente a casa, esauriti i convenevoli presentati uno ad uno tutti i duecento e passa peluche - piacere Tabata, piacere coniglio Tippete ecc.. - mimati dalla piccola ed assecondati dalla gattina un po' smarrita, quest'ultima viene poi accompagnata nel bagno per la notte e chiusa dentro (per evitare che si possa nascondere da qualche parte nella casa grande), con qualche peluche, i generi di prima necessità e la lettiera. 

Alla mattina successiva, nel bagno sono rimasti solo i peluche, oltre alla conferma che la gatta ha già imparato l'uso della lettiera. Il cucciolo è svanito nel nulla.

Interrogata la famiglia - la piccola giura di non essersi allontanata nottetempo per portare la gattina nel suo letto, il papà la accompagna all'asilo che lei è quasi in lacrime, la tranquillizza; poi telefona in studio per avvertire che farà tardi e inizia una ricerca che nemmeno i RIS della serie televisiva. Inizia dal bagno di sopra con estrema attenzione, apre sportelli, fruga nel cesto della biancheria sporca, nella lavatrice, poi chiude la porta per evitare che il felino lo freghi sgusciandogli alle spalle e passa alla stanza successiva. Due ore di indagine dopo il papà si ritrova affranto, senza nulla di fatto, nel bagno da cui è partito, seduto sulla tazza del water. Del gatto nessuna traccia, sparito volatilizzato. "Ma dove ca@@o sei" si dice, a voce bassa. 
Da qualche parte sotto di lui, lento, sente come un morbido suono di fusa. Il papà si china, prova a chiamare, il suono sembra provenire dall'interno del bidet. Dietro, in corrispondenza degli attacchi, c'è uno spazio ma non ci passa la mano, l'animale si è rifugiato lì e non sa o non vuole uscire. 
Il papà si arma di pazienza, poi recupera un paio di chiavi inglesi e smonta il bidet, lo sposta, tira fuori il cucciolo che lo guarda con gli occhioni come il gatto con gli stivali del cartone animato, mentre gli regala un sonoro ronron di ringraziamento o di scuse.

"Ti ho appena pagato milleduecento euro perciò oggi non ti uccido" dice il papà alla gatta, mentre la tiene in braccio, "ma non garantisco per la prossima volta".

Settembre 2018. La veterinaria porta via il trasportino con una gattina bianca oramai morente. All'interno della casa qualcuno piange sommessamente. 

E non ho mai rifissato definitivamente il bidet.



Ciao, Tabata. Eh sì, che ci mancherai

lunedì 3 settembre 2018

Mille splendidi sogni (quasi) infranti - Parte II

Continua da qui 
Passo a casa da Renè. Sono sfatto, deluso, incazzato e amareggiato. Una birra insieme per smaltire la ferale notizia e decidere sul da farsi. Per me è un disastro, ho il morale sotto le suole, oltretutto sto benissimo, mi sento in perfetta forma.... fintanto che non penso anche solo a provare un passo di corsa. Lui cerca di farmela prendere con filosofia. "Intanto fino a qui sei arrivato - mi dice - hai già fatto tantissimo, ti sei allenato per correre una mezza, e quello difficilmente lo perdi. E' vero, abbiamo fatto pochi lunghi né preparato i lunghissimi, ma per il momento pensa a guarire, poi quando ti daranno il via ci penseremo. Stai tranquillo, a Parigi ci andiamo comunque, mal che vada ci consoliamo con lo champagne e dimentichiamo mogli e guai con le belle donne del Crazy Horse!!". Nonostante la delusione bruci, sorrido.

Dopo qualche giorno inizio con la fisio. Lo strano è che, disteso sul lettino, mi si chiede di fare degli esercizi dolci, lenti, senza sforzo, apparentemente inutili, a mio modo di vedere. "Appena senti fastidio o fai fatica smetti, qui non devi fare il maggior numero di volte una cosa, ti si chiede di farla bene ma soprattutto lentamente, accompagnandola con il respiro". Sali il gradino e scendi il gradino, ruota la gamba e riportala al centro. Gli esercizi da pensionato, li chiamo io (astenersi ogni commento). Niente corsa, vietatissima. Niente esercizi di forza, niente di nulla. Massaggi rilassanti, un po' di sedute di laser e qualche antinfiammatorio. E poi esercizi, esercizi e ancora esercizi, la mattina prima di andare a lavorare, la sera prima di coricarmi e ogni due giorni al centro. Una volta ogni tre, quattro sedute, Dante (il responsabile del centro) mi vuol vedere, tasta l'infiammazione, ne segue i punti maggiormente dolenti ma vede progressi "stai recuperando bene", mi dice. 
Trattengo il fiato, mentre porto avanti i miei esercizi con un muro di ostinazione da montanaro quale sono. Non penso più a Parigi, non spero nulla. Lavoro e terapia, terapia e lavoro. 
Dopo due settimane inizio con una lenta cyclette. Dopo tre, Erika mi fa un cenno verso il tapis roulant. "Due minuti a passo veloce, niente corsa". Il passo veloce forse è troppo veloce, ma non dice niente, un po' sorride. I due minuti finiscono subito. Non ho male. Lei è soddisfatta "ma la strada è ancora lunga", mi dice. E così recupero, lentamente ma accade, il male è solo un sospiro lontano, ma non è mai completamente svanito. E andiamo avanti con gli esercizi, mi si corregge se ci metto troppa foga, e mi si premia ogni volta a fine seduta con qualche minuto in più sul tappeto. 
Un giorno arrivo e mentre sto per dirigermi verso il lettino lei mi manda sul tapis roulant. "Cinque minuti di corsa, vai come ti senti" 
Vado che mi sento da Dio, vado che non correvo così da quando mia mamma mi inseguiva con la ciabatta in mano pronta per il lancio (disciplina di cui era campionessa olimpica) per qualche marachella combinata. Vado che sembra tutto passato, non sento dolore, ho solo voglia di correre e sembra che sia ancora abbastanza capace, anche se alla fine mi ritrovo con il fiatone ed il battito a mille. 
"Sei praticamente guarito" sentenzia Dante dopo qualche sera "anche se faremo terapie di conserva fino al giorno prima della tua partenza, la pubalgia a volte sa essere una grandissima stronza...." Esco toccandomi in tutti i posti possibili e non, incrociando anche le dita dei piedi. La sera stessa telefono a Renato e lo metto al corrente della splendida notizia. Lui, però, frena il mio entusiasmo e mi riporta sulla terra. "Hai perso quasi un mese, il più importante, per una maratona - mi dice - e la nostra è oramai alle porte. Non c'è tempo per finire la preparazione, ricominciamo da capo e vediamo di arrivare dove riusciremo. Ma non ci importa, in fondo, no? Adesso fila a farmi due giri da 5 e dopo mandami lo screenshot dei tempi, così vediamo come allenarti. 
E così facciamo. E molto del tempo restante lo divido tra allenamenti, terapia e... ah, sì, pure lavoro e briciole di famiglia. Marzo è clemente, mi regala scampoli di primavera, le ripetute anche la sera tardi non mi gelano più le ossa. Riprovo a misurarmi e far diventare abitudine prima i quattordici, poi venti e infine i venticinque km, ma ad un certo punto è finito il tempo. E' ora.
Dopo i baci a profusione dispensati alla mia Ciccia, declinato l'invito ad indossare il braccialetto elettronico gentilmente offerto dalla consorte e una energica stropicciata alla gatta partiamo alla volta della casa di montagna, dove troverò mia mamma (che adora Renè, anche se anni fa l'aveva cacciato fuori dalle cinta murarie senza tante cerimonie..), lasceremo l'auto e prenderemo il TGV alla volta della Ville Lumière. 

E' venerdì pomeriggio, siamo due ragazzini in vacanza, mia mamma ci ha caricati di ogni ben di Dio ("chissà cosa vi faranno mangiare quei mangialumache"), non abbiamo una preoccupazione al mondo. Per tutta la durata del viaggio non facciamo che parlare e scherzare, raccontare di corse e montagne e poi ridere e far ridere le altre persone presenti nello scompartimento. Renè non è mai stato a Parigi, non avremo tanto tempo (la corsa è domenica, ma già lunedì in giornata ripartiremo) però qualche angolo voglio farglielo proprio scoprire. 
Arriviamo alla Gare de Lyon che sono le dieci circa di sera, prendiamo la metro e raggiungiamo l'hotel per lasciare i bagagli (e scoprire che per un errore dell'agenzia ci hanno riservato un letto matrimoniale alla francese) ma ne usciamo subito, siamo elettrizzati, Renè non sa di essere a un tiro di schioppo dalla Tour Eiffel e riesco a portarlo vicinissimo senza fargliela scorgere e poi, di colpo, dietro un palazzo scenograficamente gli appare, luminosa, scintillante, maestosa, con la Parigi e la Senna a fargli da sfondo. Ne rimane affascinato, ha gli occhi spalancati, non se l'aspettava, tanta esplosione di luci, lo sfarzo dei grandi boulevards; questa è Parigi, la mia Parigi, che mi sussurra piano "Bon retour, tu m'as manqué".
Quella sera giriamo senza meta: percorriamo l'avenue Kléber, lui rimane a bocca aperta di fronte al lusso del The Peninsula Paris, decidiamo che la prossima volta che torneremo ci meriteremo senza dubbio una stanza in quell'hotel e sicuramente con letti separati. A due passi dall'avenue de la grande Armée entriamo in un pub, ci gustiamo due medie Affligem alla spina (che diventerà ufficialmente la "nostra" birra della maratona) che sono una vera delizia, il titolare Victor è gentile e dopo pochi minuti siamo lì a chiacchierare come vecchi amici, della nostra corsa di dopodomani, dell'Italia e della vita a Parigi. Torniamo in hotel che sono passate le due di notte. Passeremo la mezz'ora successiva a cercare di svegliare il portiere di notte, quest'ultimo in piena fase REM.

Il giorno dopo, freddo e nuvoloso, trascorre in fretta tra recupero dei pettorali, una gita alla Défense la mattina ed un pomeriggio da turisti tra ponti, il quartiere latino, l'Ile de la Cité. Entriamo a Notre Dame in punta di piedi, Renè è decisamente colpito dalla maestosità del luogo, i rosoni imponenti, i colonnati altissimi. La sera una bella corsetta di riscaldamento, e infine un'ottima cenetta in una tipica Brasserie che avevamo adocchiato poche ore prima. 
Poi presto a dormire. Sarà il fatto che domani correrò la mia maratona, sarà molto più probabilmente il fatto che nel letto alla francese uno di noi due è di troppo, ma il sonno stenta ad arrivare. 

L'indomani mattina sveglia presto, le sei e trenta e siamo già a fare colazione, seguo i consigli di Renè, dobbiamo fare il pieno di energia senza appesantirci e poi via, verso Avenue Foch poco distante. Arriviamo all'Arc de Triomphe che schiarisce e fa ancora freddo ma lo spettacolo è già impressionante, migliaia di runner che si cambiano, si appuntano il pettorale, fanno riscaldamento, si incoraggiano, un fiume festante di uomini, donne, ragazzi, runner improponibili con panza da bevitori di birra, signore di una certà età tenaci come l'acciaio, la moltitudine è assolutamente incredibile, siamo circa cinquantacinquemila, come se tutti gli abitanti di Cuneo si mettessero a correre. Tanti gli occhi di quelli intenti a trovare la giusta concentrazione, ma ovunque mi giri vedo sorrisi, tanti sorrisi. Renè ha gli occhi della tigre anche se questa volta non potrà partire davanti come suo solito. E' concentrato, mi porta avanti, mi spiega che le partenze sono a scaglioni in funzione del tempo previsto e non dobbiamo rimanere intruppati. L'Avenue degli Champs E'liseés è stracolma. 

Quarantadue chilometri e centonovantacinque metri mi aspettano.

Partono i primi, i professionisti, quelli che in due ore e pochi minuti avranno già finito, esili come gazzelle e con una falcata da paura. Poi, man mano, gli altri. A un certo punto tocca a noi.  Adrenalina a mille, il conto alla rovescia scandito da tutti e poi lo sparo e via! sulle le note della musica di Momenti di Gloria di Vangelis a tutto volume. Unico, meraviglioso e impetuoso, il mondo si muove a passo di corsa. Percorriamo tutta la lunghissima Rue de Rivoli in un fiato, passiamo place de la Bastille, Renè continua a dirmi di rallentare, saltiamo il primo punto di rifornimento e da lì in poi corriamo con meno gente intorno, sciolti. Correre qui è un'esperienza irripetibile, i tuoi passi leggeri e veloci sono la consapevolezza di quello che sei, che sarà poco ma è tutto quello che ho e che sono, un sognatore sempre, ed è un'emozione la gente che ti incoraggia leggendo il tuo nome sul pettorale, i bambini sulle spalle dei genitori che aspettano che tu gli dia il cinque, i pompieri sulle autoscale sopra di te, le innumerevoli bande con i tamburi che ti danno il ritmo, le famiglie con i cartelloni che incitano i loro papà, bello bello, e poi tutt'intorno Parigi, Parigi e ancora Parigi, I tetti, le cancellate, i marciapiedi, l'aria di Parigi, respiro e mi inebrio, un passo dopo l'altro, la magia della Ville Lumiére scorre veloce sotto le suole. Passato Bois de Vincennes la fatica mi viene progressivamente incontro, le gambe sembrano dirmi che solo a quello le avevo preparate, mica posso pretendere di più, Renè invece è fresco come una rosa e ne approfitta del ritmo improvvisamente più turistico per baccagliare ogni fanciulla (d'oltralpe e non) che gli capiti di incrociare. Quando comprendo di aver davvero finito la benzina avverto il mio compagno e rallentiamo, voler mantenere il ritmo previsto non ha più alcun senso, purtroppo dovevamo metterlo in conto. Il lungo tratto in saliscendi sotto i ponti è il più duro. Il "muro dei 30 km" è rappresentato da un muro in polistirolo e noi ci passiamo sotto corricchiando, con gli incitamenti della gente assiepata. Da lì all'arrivo sono solo più dodici km e rotti, tento di ricordare quante volte li ho fatti come un nulla, ma a questo punto, con i polpacci che tirano ed il fiato che raschia i polmoni, sembrano dodicimila. Alterno corsa a camminata, sono sfinito, ogni punto di rifornimento è un miraggio, ma poi si recupera un po'. Al Bois de Boulogne Renè mi si affianca e mi dice se me la sento di finire in volata. Finire? Ma finire cosa? "Tra poco passiamo i quaranta, non sarebbe male tirare un po' sul serio". Accetto, gli confido che non ce la farò mai ma non sarà male morire stramazzando nelle vicinanze dell'arrivo, cerco di impartirgli alcune brevi disposizioni testamentarie. Lui, incurante del mio stato, impietosamente parte deciso e io, dietro, scopro di avere ancora briciole di energie nascoste, sfiliamo veloci e  in quella manciata di chilometri di parco mi sembra di superare il mondo, chi cammina, chi corricchia sfinito, ci sono diverse persone sdraiate ai lati e aiutate dal personale delle ambulanze, il tempo sembra non finire mai. 

Poi improvvisamente invece si ferma. 

Un'ultima curva e, su Avenue Foch, con gli austeri palazzi a far da cornice e l'Arc de Triomphe sullo sfondo, al termine di un lungo rettilineo si staglia unico, imponente e meraviglioso, l'arrivo. Renè si fa da parte per farmelo gustare da solo, sento solo i miei passi a martellare la strada, il mio cuore che batte, le braccia che mi spingono avanti, è per questo momento che mi sono preparato, è per questo che sono serviti gli allenamenti con la pioggia, le ripetute al Ruffini, le cadute nel buio, la fisioterapia, è per quel mio voler ostinatamente continuare a sognare che arrivo con un'ultima energica spinta, e ho finito, quarantadue chilometri e centonovantacinque metri, ce l'abbiamo fatta, ce l'ho fatta, passare lì sotto e fermare il cronometro, la consapevolezza di esserci riuscito è da brividi sulla pelle, mi forma un groppo alla gola che mi emoziona, continuo a dire bello, bellissimo con i pugni serrati, il personale all'arrivo distribuisce energiche pacche sulle spalle a tutti, l'adrenalina di molti si scioglie in lacrime, abbraccio Renè, abbraccio chi finisce insieme a me, Renè cerca di abbracciare le runner più carine. Riceviamo la medaglia un po' pacchiana, che indossiamo con malcelato orgoglio e ci facciamo scattare una foto insieme, Renè sembra reduce da un picnic, io da un bombardamento. 

Il resto di quelle magiche giornate rimangono ricordi solo nostri, che non possono interessare a nessuno. In valigia, oltre alle nostre medaglie - la maglia la indosseremo orgogliosamente durante il viaggio - porteremo qualche regalo per i nostri cari, un paio di bottiglie di Chablis per mia mamma (che apprezzerà) ed i mille frammenti che costruiranno il ricordo di questa splendida avventura insieme. Come un passaggio da Narnia, il TGV ci riporta velocemente alla vita di tutti giorni, alle nostre quotidianità, mentre il recente passato comincia già ad avere i contorni di un bellissimo sogno, così come è giusto che sia. 



Il sogno non si è infranto. E ne restano ancora molti altri

mercoledì 29 agosto 2018

Mille splendidi sogni (quasi) infranti



N.B. Post iniziato a scrivere tempo fa. Poi le mille grane, il poco tempo a disposizione, mi hanno allontanato da qui.

Negli ultimi mesi ho corso. Tanto
Ho corso perché in quei passi veloci che tirano sulle gambe ho ritrovato un po' di quel me nascosto anche a me stesso, insieme ai miei sogni più inverosimili e spregiudicati, alle mie speranze assurde che si ostinano a non voler abbandonare la mente. Ho ripercorso marciapiedi e fatiche, attraversato nebbie intente a giocare con filari di alberi, ho visto il mio fiato uscire in sbuffi densi e l'ho lasciato a dissolversi alle mie spalle.
Ho sentito i miei passi leggeri all'inizio e molto più spesso maledettamente pesanti alla fine.

Ho corso perché abbandonarsi e dire - basta, fate un po' come volete, io mi tiro fuori - non fa parte del mio modo di vedere la vita. Ci provo badate, sbuffo e penso che lo farò, che ad un certo punto vaffanculo al mondo e getterò la spugna, poi mi siederò sconfitto su un marciapiede da qualche parte con la rabbia dei perdenti tra i denti, ma poi con la logica degli "solo altri dieci passi" e "dieci passi ancora" e ancora "solo più questi poi giuro che basta", va a finire che la fine della giornata, ancora una volta, su quel gradino non mi ci ha visto seduto nessuno.
E inseguo i miei sogni, loro, molto più veloci e leggeri di me, ma sempre maledettamente, meravigliosamente miei.
Per voltargli le spalle ho tempo. Ancora un po'.

Così ho ricominciato. E, nella rosa dei sogni a disposizione me ne sono scelto uno luccicante, uno bello da inseguire ma impossibile, come mi han detto in tanti.
Numero 51506, D&R, iscritto alla quarantesima edizione della Maratona di Parigi.
Ci hai un'età. Ma perché Proprio Parigi, direte voi.

Perché sì.

Perché ci ho corso che ero giovane come l'aglio e la Senna che mi scorreva a fianco me la ricordo come fosse ieri. Correre era una meraviglia, partivo libero e leggero dal pont Mirabeau fino all'Ile Saint Louis e tornavo indietro che non mi accorgevo neppure di correre, tanta era la bellezza, l'aria, i profumi, che mi circondavano.
Perché Parigi conserva angoli di malinconia che sono miei, che ho lasciato lì ad aspettarmi ed era giunta l'ora che li ritrovassi.

Ho telefonato a Renè, eravamo in settembre; mentre scherziamo e ci raccontiamo gli aneddoti delle nostre rispettive vacanze, con noncuranza sgancio la bomba: "che ne pensi di una corsetta a Parigi ad aprile? E' il quarantesimo". Lui fa una pausa, cambia il tono di voce e mi risponde: "se parli con un minimo di giudizio guarda che non è uno scherzo, e siamo già in ritardo". Io gli rispondo di non esser mai stato così serio in vita mia. "Ma ho deciso di meritarmi questa sfida importante, e se una maratona deve essere, allora deve essere lì". 
Renè, per chi non lo conoscesse, è un mezzo fuoriclasse. Di maratone ne ha corse diverse (ha un personale di 2h 43") è stato anche campione italiano in categoria Amatori su diverse distanze. Insomma un mostro, che, anche se adesso è anziano, continua a correre dannatamente forte. 
"Gioco mio, regole mie", mi dice "Se la facciamo la corriamo insieme, fianco a fianco tutta, dall'inizio alla fine, a me non interessa il tempo. Ma da giovedì prossimo a Parco Ruffini alle 17,30 si inizia a fare sul serio". Inutile tentare di mediare per l'ora sostenendo che ho uno studio ed un lavoro caotico e imprevedibile, e che alle 17.30 sono normalmente solo a metà giornata. "Le condizioni non sono negoziabili". Mi tocca capitolare. 
Il primo giovedì arrivo in ritardo di quaranta minuti, complice un cantiere distante. Renè sbuffa ma mi fa cominciare. "Partiamo piano" sa di presa per i fondelli, lui davanti io dietro. Sceglie i ritmi - giusto per rompere il fiato - e per un'ora e mezzo mi massacra. Finisco che ho la lingua sotto le suole e male ovunque. Mi lascia anche i compiti a casa, dei piani di allenamento ogni due giorni, e devo inviargli lo screenshot di Endomondo a fine corsa. 
Il secondo giovedì tardo di nuovo. Questa volta si fa serio e mi dice che se arrivo in ritardo ancora una volta la finiamo lì. - Hai scelto un impegno - mi dice - e questo impegno viene sopra ogni cosa, sopra il lavoro. Se ti dico di correre corri, nessuna scusa. E se non ti sta bene non ho intenzione di andare avanti a sprecare altro tempo. 
Da quel giorno in poi non ho più tardato. 

Il 24 settembre mi arriva la mail: "Félicitations, vous êtes bien inscrit au Schneider Electric Marathon de Paris le dimanche 3 avril 2016 ". Abbiamo finito di far finta, ho il biglietto, ho prenotato il treno e scelto l'albergo vicino all'Arc de Triomphe, ho l'adrenalina a mille e telefono a Renè che mi confessa, molto candidamente, di non essere riuscito ancora a fare l'iscrizione. Ma abbiamo ancora almeno un mese di tempo - mi rassicura - non serve tutta questa fretta. Il 24 ottobre le iscrizioni vengono chiuse e scopro che se ne è bellamente dimenticato. Riuscirà comunque, non so ancora come, a recuperare un'iscrizione grazie alle sue conoscenze all'ultimo minuto. 

E in quel periodo la corsa diventa la mia vita. Riempie il mio mondo, i miei pensieri, ogni mio momento libero, non lascia spazio ad altro. Mi si insegna a dosare l'energia, a tenere un passo costante, ad andare piano per andare più forte. Cominciano i lunghi e i lunghissimi - il primo di questi mi stravolge - per poi iniziare tutto da capo aumentando di volta in volta il ritmo. Diventa un impegno vero. Corro la mattina presto o la sera tardi, immerso totalmente in me, nei miei pensieri, nella mia determinazione. Cado due volte, complice il buio, rientro sanguinante ma non mi fermo. Corro con Renato e la sua capacità di insegnarmi, la sua pazienza, il suo impegno, la sua incredibile forza d'animo. 
In poco più di tre mesi corro circa 450 km, e pian piano inizio a farlo diversamente, a spingere e non a trascinarmi. Rientro sempre stravolto ma deciso più che mai a non fermarmi. Corro con la pioggia, con il gelo aggrappato alle dita, con lo scaldacollo sulla bocca a riscaldare l'aria di ghiaccio, con il miraggio della doccia calda da cui è sempre difficile uscire.
Una sera di febbraio arrivo a casa intorno alle 20. Mi cambio velocemente e vado. Ho in programma qualcosa di veloce, due volte i 5 km ad un ritmo medio. Un veloce riscaldamento e via. Vado bene, ma dopo il primo giro una fitta dolorosa dall'interno coscia mi si propaga per metà gamba. Mi fermo e smette. Riprendo e ricomincia. Decido di finire il giro, lo finisco male e dolorante. Telefono a Renè, il quale mi dice che forse abbiamo preteso un po' troppo da me, che abbiamo tenuto ritmi troppo serrati complice il poco tempo a disposizione. "Prenditi tre giorni di pausa, non fare nulla, nemmeno bici, riposati, che te lo meriti, riprendi lunedì". Così faccio, in tre giorni il male svanisce completamente, e mi sento bene, in forma come poche altre volte, forte. 
Lunedì sera arriva che, dopo tanto tempo, ho veramente di nuovo voglia di correre e andare, mi sento bene, benissimo. Parto.
Il male mi aggredisce dopo meno di un minuto, una rasoiata dall'inguine al ginocchio sinistro, un dolore che impedisce la falcata, provo a forzare di meno ma niente da fare, correre è diventato impossibile. Mi fermo sconsolato. Mi rivolgo il giorno dopo a un fisioterapista, uno bravo, uno di quelli che vedrai che ti rimette a posto
La diagnosi è infausta e veloce: "Pubalgia, almeno un mese, un mese e mezzo di stop e poi lenta terapia di recupero". Mi arriva addosso un macigno. Non è possibile, sostengo io, tra un mese e uno spicciolo di giorni ho la maratona, non posso, è assolutamente fuori discussione. "Anche se avessi la finale di Champions domani - risponde lui placidamente - non cambierebbe nulla. Ti fermi qui, ora. Non si può fare diversamente. 
Renato ha il morale a terra forse più di me, pensa forse di avermi spinto troppo, di aver forzato eccessivamente. Ma la colpa non è sua, il tempo, la forma, era tutto  troppo tirato.

Il sogno, il mio bellissimo, incredibile, luminosissimo sogno, si infrange, una miriade di frammenti brillanti mi crollano dolorosamente addosso.  

[continua.....    ]

On air: e nel frattempo, il boss, si diverte a prendermi in giro 

venerdì 24 marzo 2017

E qualcosa rimane

tra le pagine bianche e le pagine scure.

Da ieri questa canzone mi gira in mente, senza aver voglia di uscire.

Ricordi.

Di me piccolo. Tu seduta alla panchina, i giardinetti vicino a casa, il sole, la terra smossa. Raccoglievo le formiche rosse e, facendo finta di abbracciarti, te le facevo scivolare nel collo. La farmacista, mezz'ora dopo che eri dovuta andare di corsa a farti vedere, mi aveva aspramente sgridato, ed io le avevo risposto tranquillamente che non potevano certo mangiarti tutta. 
Avevo tre, quattro anni.

Quante te ne ho combinate, e devo dire onestamente che tu non seri stata da meno. Ti ho tenuta sempre sul pezzo, pronta ad ogni evenienza che nemmeno un marine esperto in esplosivi. Come quella volta che mi hai beccato in piedi sul davanzale esterno della finestra di camera tua al quinto piano, che mi hai acchiappato al volo e poi sei andata a farti un cicchetto di grappa, alle quattro del pomeriggio. 

Hai sempre gestito la TUA vita e i TUOI figli con un cipiglio che al confronto la madre dei Gracchi aveva la grinta da commessa del reparto surgelati. Noi eravamo quasi di tua proprietà il "se ti ho fatto ti disfo", con te, non era una semplice frase ad effetto.

E me ne hai combinate, eccome se. Te la ricordi la volta dell'abete, anzi del TUO abete nel TUO giardino? Alto più di casa nostra e maestoso, con i rami bassi e lunghi a carezzare l'erba, ne avevi piantati tanti, insieme a tua mamma, nel giardino di quella casa dove sei nata, ho vecchie foto in cui io e loro erano alti uguali. Lui era cresciuto proprio bene ma era cresciuto troppo, era vicino a casa - getta troppa ombra, alle tre del pomeriggio mi costringe ad accendere la luce - ed avevi deciso di tagliarlo. Io mi ero opposto con tutte le mie forze, erano i pini su cui ho imparato ad arrampicarmi, non ne avevi il diritto e non si poteva farlo impunemente. Il tuo "è casa mia e faccio quello che voglio" era stata la tua risposta definitiva, l'accendiamo? E così, al successivo fine settimana , al posto di trenta metri di abete rimanevano dieci centimetri di tronco, trasformati in sottovaso per gerani. 
Non potevo perdonartela, così pochi giorni dopo ti aveva telefonato un mio amico, spacciatosi per ufficiale della forestale, che ti aveva accusato di aver tagliato un abete senza la necessaria autorizzazione. Al tuo "l'ho solo sfrondato un pochino" siamo scoppiati a ridere svelando lo scherzo, ma per un paio di settimane ho dovuto girarti alla larga.

La morte è una brutta cosa, è il respiro che è un rantolo, è la strumentazione che segue un cuore che non si rassegna a spegnersi, sono i tubi, le luci fredde e le infermiere che passano in silenzio. La morte non sei tu, che l'hai presa in giro troppe volte, che ci hai abituato a svangarla, anche quando i medici ci dicevano che non rimaneva altro che pregare.

Siamo stati i tuoi figli intesi come titolo di proprietà, cresciuti con il giusto rigore, mi sento ancora adesso così tanto figlio che mi stupisco di essere padre.
Da te ho ereditato l'amore per lo sci e la montagna, anche se non hai mai visto di buon occhio la mia passione per l'arrampicata.
Sei stata quella che ha insegnato a mia figlia a saltare nelle pozzanghere a piedi uniti, che quella volta là bagnate da far pena e schizzate di fango fin nei capelli, si faceva fatica a capire chi fosse la nonna e chi la nipote.

Sei quella che ha cacciato via non da casa bensì direttamente dalla val di Susa il mio amico Renè, colpevole di avermi convinto a salire una via lunga, alla parete dei Militi, senza averti informato prima. Siamo tornati a sera tarda, ti eri spaventata parecchio. Accadeva almeno vent'anni fa.

Sei quella che tentava di arginare un bambino forse esageratamente esuberante come ero io con un'educazione che prevedeva una dose massiccia di punizioni corporali (ho diversi modellini di navi assemblati minuziosamente spazzati via da precisi lanci di zoccoli, disciplina di cui eri campionessa olimpica in carica). Sei quella che mi imbarazzava raccontando ai miei colleghi di adesso tutto quello che combinavo da piccolo, sottolineando la necessità del tuo metodo montessoriano, ma che adesso dici che sbaglio se alzo la voce con mia figlia.

Mi mancheranno la quotidianità delle nostre telefonate di sera, in auto tornando a casa, le incazzature quando venivo a conoscenza di cosa avevi combinato che non avresti mai dovuto fare, da sola in montagna, e che avrei potuto fare benissimo io al primo fine settimana -  ma già, tu hai così tanto da fare e non voglio disturbarti - mi rispondevi sempre.

"Tuo padre è stato un grande uomo e di fianco ad esso c'è sempre una grande donna. Sono triste per la notizia, ma felice di averli conosciuti entrambi", è il messaggio che mi è rimasto appiccicato addosso.

Sei l'ultima nonna rimasta di una ragazzina che da ieri ha gli occhi smarriti ed una ferita nel cuore, a quell'età sono così difficili da curare.

Questa volta dobbiamo lasciarti andare, e dentro di me sento comunque che è giusto, anche se sempre maledettamente troppo presto. Dovevo finire di progettarti la veranda, me lo rimproveravi spesso perché la desideravi da sempre, pensavo di poter avere ancora tempo. 

Renè mi ha telefonato oggi, aveva il groppo in gola - Mi voleva bene, anche se mi ha cacciato da Bardonecchia - mi ha detto. Domani sarà ad accompagnarti, tra le nostre montagne, la parete dei militi e il suo tappeto di aghi di pino sarà a pochi passi.

A voi che passate di qua, banalmente posso dire di non smettere di essere figli, voi che ne avete la possibilità, non comportatevi da adulti, anche se avete tutti gli anni che avete, sentitevi bambini, andate a prendere la carezza che forse non è più abitudine, ma che vale più dell'oro. 

Ed a te, invece, ostinata e testona come solo tu sai di essere, con il bene che ti voglio adesso vai, che lassù, in una giornata meravigliosa tra nuvole e sole, c'è un grande uomo, che non vede l'ora di abbracciarti di nuovo.


sabato 18 giugno 2016

Una volta avevo un blog

Uno di quei posti dove amavo nascondermi, il mio rifugio segreto, l'armadio per Narnia, che ci entri e per un po', un minuto, un mese o un anno sei sparito, chissà - pensavo da piccolo - se si accorgono che non ci sono più, se mi stanno cercando, se sono disperati meglio, così imparano.

Una volta avevo un blog che era una casa con il giardino finestre grandissime e la porta sempre aperta, e dentro c'era sempre una brezza leggera che anche se qualche volta si trasformava in bufera improvvisa che fa mulinare fogli sparsi e foglie non mi spingeva mai a sprangare tutto ed a chiudermi dentro.

In questa casa i miei pensieri erano i quadri alle pareti, i bicchieri in fila nei ripiani. Erano i cuscini dei divani su cui accomodarsi meglio. Non c'era televisione, ma musica ed immagini non mancavano mai.
C'erano dei fogli impilati qua è là, alcuni legati con lo spago, altri invece già chiusi in buste di carta marrone con la ceralacca ed altri sparsi un po' qua un po' là, erano le mie storie da scrivere, quelle già scritte e quelle magari già sognate, solo da scoprire.

C'erano i profumi che sapevano di parole, e le parole sapevano di emozioni e le emozioni sapevano di persone, occhi, mani e sorrisi.

Quella casa, ha scritto qualcuno tempo fa, ha spesse lenzuola a coprire il divano e la polvere sul piano in legno del tavolo grande. Le foglie sono entrate e si sono seccate, accumulandosi negli angoli, in mucchietti disordinati.

La cucina odora di chiuso, le pareti avrebbero bisogno di una rinfrescata, bisognerebbe entrare decisi e, da buona massaia, tirarsi su le maniche e darsi da fare. 
Mi hanno allontanato da qui, mi han detto vai di là che hai cose più urgenti da fare, forza, muoviti, vedrai che è un attimo e poi ci torni. Mi hanno allontanato dai sogni inseguiti e dai sorrisi inventati, dalle mie mille storie senza né capo né coda. Ho chiuso gli occhi e sono ritornato passando dal solito armadio, non si era accorto nessuno della mia assenza, come accade quasi sempre. Mi sono girato per tornare subito indietro, ma ho solo trovato uno stupido, semplice armadio.
Mi sono ributtato nella mischia, ho corso, lottato, ho fatto e disfatto, ho urlato e lavorato, mi sono smarrito di me, ho definito inutili i miei sogni e dimenticandomi di loro e del passaggio nell'armadio. 
Fino ad ora.
Bastava aprire la porta nel modo giusto, con quel misto di stupore e di attesa.

Ed eccola lì, la strada, come sempre, il vialetto con la palizzata e la casa ad aspettarmi, le foglie delle betulle che si muovono sorprese per la mia presenza inattesa.
"Sei tornato" ho sentito una voce che sussurrava.

In quella casa sono rientrato oggi, la serratura nella porta ha faticato un po', le cerniere hanno protestato per la forzata inattività.

Ho respirato il silenzio, ho sentito i miei passi rimbombare. Mi sono sentito un estraneo, fuori luogo, stranito. Una voce mi diceva che questa non era più casa mia.
Ho fatto finta di non averla sentita, quella voce. Ho dato due rapidi colpi di strofinaccio e mi sono seduto sulla poltrona, quella di cuoio spesso. Il suo ruvido abbraccio mi ha ricordato che l'avevo messa apposta lì, vicino alla finestra, per vedere chi si affacciava sul vialetto di ingresso. 
Alla mia destra il tavolino rotondo è ancora lì, e lì sono i fogli impilati, quelli chiusi con lo spago e quelli nella busta sigillata con la ceralacca, il sigillo riverso sul fianco, quello con l'uomo vitruviano, pigramente ha ruotato di poco. Nel cassettino due stilografiche, una usa e getta che non si consuma mai, una che ricorda l'infinito ed una biro rossa.
Ho preso l'ultimo plico, ne ho sciolto i legacci, ho preso la penna che non si consuma mai ed ho ripreso dove avevo lasciato.....



martedì 1 settembre 2015

L'estate addosso


Ne è passato, di tempo, dall'ultima volta che mi sono fermato qui, tra queste righe.
Ne son capitate una marea di cose, alcune belle alcune brutte. Capita, ne scriverò prima o poi, ho tante cose da buttar giù, spero di averne tempo e capacità.

Ho chiuso per l'ultima volta il portone dello studio delle rose, ho fermato per un attimo il respiro ed il cuore e mi sono allontanato senza voltarmi indietro. 
Ho un posto nuovo, ma che non mi appartiene ancora. Non è male, tutto sommato.
Ho cambiato auto. Superato il giro di boa dei cinquecentomila km la mia vecchia Audi cominciava ad aver qualche piccolo problemino. Quella nuova (meno vecchia è più corretto) è discretamente cattiva. Ma soprattutto, è confortante non dover prendere a cazzotti il cruscotto, per l'aria condizionata.
Ho cambiato l'ordine dei sogni. Non li ho spenti tutti, certo che no.

E sono andato in vacanza, come non mi accadeva da non so quanti anni. Ne avvertivo un bisogno disperato, una fame opprimente, chiudere problemi e grane ed i pensieri laceranti in un baule e nascondere la chiave, via tutto, in valigia poca roba ed un paio di maschere, una per me ed una per la Ciccia, che mi aspettava là nell'isola lontana, lei già abbronzata e bellissima, ancora di più se si può. 

Ed adesso qui. A guardarsi nello specchio e vedersi con la pelle scura che ancora non ha smesso il profumo del mare, ed il sorriso facile.

E se dovessi pensare a queste due settimane passate troppo in fretta direi solo quanto, quanto di tutto quello di cui mi si sono riempiti gli occhi.

Quanto sole, quanto mare, questo è scontato.
Quanto inebriante il profumo della focaccia calda nei carugi di Genova, quanta attesa per l'imbarco, quanto nero ed oscuro e caldo di vento il mare della traversata, quante stelle cadenti in un cielo di pece, cosa stai lì a cercare le stelle che è tardi e chissà che desideri nascosti avrai mi è stato chiesto, ma i desideri non si possono svelare altrimenti non si avverano, ho sogni bellissimi che proprio non riescono a spegnersi ed hanno bisogno del fuoco cadente delle stelle per ravvivarsi.

E poi di là nell'isola lontana quanto caldo, quante strade polverose, quante eliche in file disordinate a girare pigre sui crinali che ne hanno mutato, snaturandolo, il profilo.
Ed ecco i sorrisi, gli abbracci, la gente che chissà perché aspetta proprio te, quanta gente, gli abbracci il cibo di qui che ha un sapore diverso, l'eresia del vino nero messo in frigo, i fichi raccolti dalla pianta e mangiati caldi di sole, tutto inframmezzato all'aria di festa ed alle parole di una lingua sconosciuta e l'affetto, quanto smodato, esagerato affetto, continuo sempre a stupirmi, io che sono plantigrado inside.

Ed eccolo lì, finalmente il mare azzurrissimo, le lunghe distese di sabbia e le mie corse a sfinirmi della mattina presto, quando il caldo concede un minimo di tregua. E poi la sveglia alla Ciccia ancora sonnacchiosa, le lunghe nuotate, le apnee in due a tenersi la mano, le scoperte di piccoli tesori, le conchiglie che lei scova sempre quelle più grandi e belle, e tanto per non smentirsi ha pure ripescato un Euro, i banchi di pesci guizzanti e velocissimi dai riflessi d'acciaio che catturano il sole. E le arancine di Arà con la squisita cortesia delle ragazze, le scacce calde, lo spettacolare gelato del Caffè delle Rose che con un nome così non potevo mancarlo, il pesce comprato dai pescatori e cucinato lì. E le partite a carte la sera, il passeggio elegante e le mille bancarelle, i profumi, il barocco elegante di Scicli, la decadente e bellissima Modica con la cattedrale di San Giorgio che ti esplode addosso. 
Ed una settimana è già passata ed allora i saluti e gli abbracci e la commozione sincera di chi è stato con te in questi giorni e ti vede andar via, ma cosa piangi come un vitello che c'hai un'età e che dovresti esser invece ben felice di liberarti di noi ed invece non vede l'ora di rivederti e l'anno prossimo non mi potete dire di no, altrimenti "Mariaaa, vidi chi mi affiennu".

E via da quest'isola, si attraversa quello stretto di mare insieme a chi già pensa al ritorno ma noi no, per noi non è ancora tempo, ci aspetta il lusso di un altro mare ed una marina sciccosissima, nuovi orizzonti, amici mai troppo lontani, mai in fondo persi. E lì ritrovare l'abitudine dei gesti, una barca di cui ne conosci i segreti, il gonfiarsi delle vele, la bolina stretta, la Ciccia novello marinaio che si affanna sul winch, il mio "pronti alla virata!" e la vela che si svolge e prende il vento, il timone tra le dita a seguire la rotta dei pensieri, i delfini a farci l'onore di accompagnarci, le tartarughe pigre che appaiono per respirare e se non sei più che attento te le perdi, una sola balena ma vicinissima. Ed i bagni in rada con quell'acqua verdissima, le stelle marine da mostrare a chi non sa nuotare e da riportare gentilmente sul fondale. E poi l'esercito di meduse del pomeriggio a pretendere il loro spazio nel mare e nuovo vento per trovare il porto alla sera, con il sole a disperdere mille riflessi infuocati sulla scia. E poi la stessa fotografia di mia figlia e delle sue due amiche, ma scattata dieci anni dopo, tre bambine ridenti allora e tre donne quasi fatte adesso ma con gli stessi occhi che ridono e ancora poi parole, parole e risate e passeggiate, ad osservare una luna pienissima specchiarsi vanitosa nel mare.

I tanti chilometri per attraversare l'Italia con le centomila macchine del ritorno dell'altro ieri, che sono stati la nostra parentesi chiusa, li abbiamo percorsi come in sogno.

On air:

giovedì 17 luglio 2014

Lettera dal fronte


Sto bene e così spero di te.
Continuano ad accumularsi giorni strani, lenti, ingombranti come treni merci. Vaghi come sogni confusi, opachi, faccio poca distinzione tra ciò che transita nei miei pensieri e quanto che succede davvero,  forse è un meccanismo di autodifesa che mi permette di superare tutto, questa guerra che stiamo perdendo, che sto perdendo, oramai è chiaro che non è più una sola battaglia. Sogni o giorni assurdamente popolati da persone in transito, alcune che entrano ed altre che silenziosamente, escono. Per molte di queste, alla fine, probabilmente sarà stato meglio così.  
Ci sono estranei che vagano per lo studio delle rose posando quello sguardo arrogante e distratto su ciò che è stato l’involucro meraviglioso del nostro tempo più spensierato senza neppure avvertirne  la presenza palpabile, che aprono porte da padroni, misurano osservano, arricciano il naso, valutano in moneta sonante quanto costi nascondere tutto il nostro passato sotto una rasata di intonaco fresco, che non si accorgono dei sogni che qui ancora fluttuano indecisi, non si fermano ad annusare una rosa o le ortensie fiorite, quest'anno come non mai, come se lo sapessero, loro e volessero in qualche misura ricambiare tutte le attenzioni passate. Che non scorgono i grappoli dorati nascosti dalle foglie larghe della vite, che non guardano da sotto in su il nostro pino maestoso e che non si immaginano che i merli, quando lavori la sera con la porta aperta, scendono sul prato ad osservarti, curiosi.
Ti senti sporco, a tradurre tutto questo in denaro, ti senti sudicio a dover mercanteggiare, a condurre le trattative, ti senti defraudato quando la guerra l'hai persa qui con chi avrebbe dovuto combattere al tuo fianco e alla fine ti accorgi che aveva imparato ad imitare molto bene il suono dello sparo con la bocca. 
E così tutto si traduce in questo, in quattro sogni buttati nel fango, pestati, stracciati. Che mentre tu ti ostini a tirarli fuori ed a pulirli tentando di separare le pagine fradice c'è chi pensa solo a disfarsi nel più breve tempo possibile di quattrovanipiùverandaebassofabbricatocollegatidacortileinternoprezzotrattabile.
Giorni incompleti ed inutili, c’è un insoddisfacente trascorrere di tempo che porta inevitabilmente alla fine di ognuno e poi ancora un altro e poi ancora di nuovo. I chilometri della mattina presto pesano meno di quelli che mi verranno incontro la sera e i pensieri mi accompagnano, poi Il tempo si trasforma e scorre veloce negli Ospedali, a confrontarmi con realtà sempre nuove e sempre urgenti, che prendono e mi assorbono e sembra un niente ma è già un anno che son qui e sembra incredibile ma pare che stia facendo un lavoro quasi decente e poi altra strada e di nuovo qui, a tentare di cucire, arrangiare, risolvere, parlare parlare parlare, arrabbiarsi tanto, ridere anche, disperarsi solo quando non ti vedono e poi la strada che galleggia nel buio e la luna che osserva malinconica i miei pensieri cupi
Il giorno successivo arranco, mi assento in me stesso, metto fuori la mia maschera migliore, quella del "ma sì, dai" e ricomincio ancora.
Non so, non mi sento, non sto.
Forse non saprei scrivere il secondo tempo di una canzone. 
Io spero finisca la guerra, ma sto bene e così spero di te.