lunedì 24 dicembre 2012

E' per te

Questo Natale, con l'albero maestoso e scintillante di luci con sù un paio di palline preziose in più, la tua - un cucchiaino decorato con la faccia di Babbo Natale - e la mia - un bastoncino candito. E sotto ci saranno pochi regali, ed a così pochi non sei stata abituata, tu che il più bel regalo di Natale che ci trovo io è sempre il tuo sorriso di quando mi guardi sorpresa e felice, di quella felicità che non c'è nient'altro, in pigiama e pantofole ancora tutta scarmigliata dal sonno, prima di buttarti entusiasta e casinista a capofitto a cercare quali siano i tuoi - e son praticamente quasi tutti tuoi, ovvio.
Forse questa volta un pochino ci rimarrai male, non so, sei ancora così piccola che non farti gioire è in qualche maniera ingiusto, ma non lo sei neanche più così tanto, e per le cose che ci diciamo piano la sera, tua madre ed io, hai un'antenna speciale per captarle, so che ascolti e che capisci. Hai capito che non gira benissimo e che le pazzie a cui ti ho sempre abituato, come il gatto da mille e passa euri che sopporta stoicamente ogni tua tortura, per un po' saranno da accantonare.
Ma tempo per inventarmi  mille pacchettini coloratissimi, con cose da nulla che sono il mio amore più puro, per fortuna un poco ce n'è. 
E ti regalo questo Natale con pochi doni sotto l'albero, ma con un papà che ti ama più della sua stessa vita, e non è una frase messa lì a caso, è la strana constatazione dell'unica e possibile cosa che conti.
Perché è per te questo Natale finché c'è tutto questo noi, a bastare, finché abbiamo speranze e sogni e risate e favole e abbracci e parole e baci, quanti baci, da riempire tutto lo spazio sotto l'albero, che forse anzi non basta neppure.
Ed  è per te questo Natale e la neve che troveremo poi domani in mezzo alle nostre montagne, a camminare nei sentieri con nessun altro pensiero che non sia noi, sentendo il suono della neve compatta che scricchiola sotto i piedi, quando fa quel freddo che non ti fa sentir freddo.
E' per te il silenzio della nevicata  la sera, quando facciamo a gara a mangiare al volo i fiocchi più grossi che appaiono improvvisi nel buio, illuminati dai lampioni e finiamo sempre a fare a palle di neve, con le dita gelate che ci si soffia sopra per scaldarle.
E' per te l'altro ieri, io e te da soli mano nella mano a passeggiare per strade addobbate di una città sconosciuta, incantata e bellissima, nel negozio magico e incredibile, a sceglierci il puntale per l'anno prossimo. 
Ed è per te quel muffin con il ripieno di nutella, incredibilmente fuori io e te per pranzo come non accade mai, che alla fine avevi cioccolata quasi fino alle orecchie.
E' per te una favola raccontata, a metà inventata ed a metà ormai imparata a memoria, insieme sulla nostra poltrona fino a quando non ti addormenti, come facevi quando mi stavi comodamente sulla pancia, e guardati invece adesso, se si esclude che mi sembri ogni volta più lunga, non ci trovo poi tutta questa differenza.
E' per te la conta dei peluches - ogni volta che ne arriva uno nuovo occorre fare le presentazioni - che li buttiamo giù tutti per terra dagli scaffali e poi, prima di rimetterli a posto divisi per specie, ed io che diligentemente li spunto dall'elenco con una matita, ci nascondi dentro sempre la gatta.
E' per te la conta delle stilografiche, che quella, per fortuna, la facciamo sempre con maggiore attenzione, e le prendi e le osservi e accarezzi quelle che ti piacciono di più, con occhi e con gesti che ricordano i miei.
E' per te il profumo di una cioccolata calda, con la panna e la granella di nocciole.
E' per te la tua mano nella tasca del mio cappotto.
E' per te il prossimo traguardo, il tuo od il mio non farà differenza.
E' per te le stalattiti di ghiaccio, da staccare piano per non farli rompere.
Ed è per te la mia voglia di non abbattermi e non arrendermi, perché qualsiasi cosa ci accada ci vedrà comunque insieme ed allora sono pronto.
Per cui dormi adesso, angelo mio. Dormi Ciccia e sogna che stanotte, ancora una magica notte, Babbo Natale arriverà per te. 

E' per te ogni cosa che c'è ninna na ninna e...

giovedì 6 dicembre 2012

B.


I blog sono posti strani, case dalle pareti sbilenche ed i tetti colorati d'aria e di parole, tante parole, a contornare i mobili e definirne lo stile dell'arredamento, di là una credenza, di qua il salotto buono, un lampadario magari antico perché no, ci sta, il servizio da tè pronto molto spesso ad accoglierti. I blog sono case nella testa di qualcuno che non conosci e che non sai chi è, ma che molto spesso ha la porta aperta ed un sorriso in punta di dita e di tasti pestati, pronto ad accoglierti se passi di lì. Ed è strano. E' strana questa specie di fiducia riposta a prescindere nel prossimo, che praticamente poi non trova riscontro nella vita reale.

Nei blog ci trovi sempre gente, un sacco di gente. Sono così in tanti che ti sembra di essere all'atrio partenze di una grande stazione, chi gira di qui e la ritrovi di là, chi saluti e baci, quelli che parlano, si rispondono, dissertano, controbattono, a volte litigano. Sono così in tanti che a volte fai fatica a pensare che in giro ci sia ancora qualcuno che non scriva su un blog. Ci manca pure che un giorno o l'altro capiti sul post "quanto è bello Bucodiculoplace", scritto direttamente dalla Consorte. Resterà per sempre il mistero di come sia riuscita ad accendere il pc tutto da sola, ma questa, alla fine è un'altra storia.
Comunque si, è proprio un sacco, la gente che scrive.
C'è che ti squassa da quant'è bravo, c'è chi ti fa ridere come uno scemo davanti allo schermo, c'è chi ha parole come rasoi, chi invece ti  lascia quella sensazione che anch'io sto provando esattamente la stessa cosa ma non potrei mai descriverla allo stesso modo. C'è il cinico, c'è il dissacrante. Qualcuno snob, qualcun altro tra le righe si dice da solo quanto è bravo e se la tira pure. Si spazia tra personaggi fantastici e vite normali, fini umoristi, sensibilissimi psicologi, romanzieri in erba e confermati e pure qualche maniaco, qualcuno sicuramente di deve essere. Ogni giorno, facendo zapping ne trovi di nuovi, diversi ed interessanti, di questi blog. Non puoi ovviamente seguirli tutti, diventerebbe quasi un lavoro. Poi oltretutto capitano pure quelli che ti cambiano piattaforma e chiudono, aprono da un'altra parte, si stufano. Il mio blogroll è diventato quasi inutile, che ultimamente ci son quasi più morti che vivi. Ed allora ti accontenti leggere quello che capita, per caso, così, random.
Il bello è appunto che non sono persone ma pensieri di persone. Cioè, ovviamente c'è una persona dietro ognuno di quei minuscoli avatar che della parte reale hanno mantenuto solo le parole. Ma è quella piccola maschera che vedi e che riconosci, quel minuscolo pezzetto di fantasia che li identifica. Ho dialogato con parecchi personaggi dei Simpson e di SouthPark, ovviamente qualche runner, cavalieri in armatura ed onde di marea, fiori e languide fanciulle eteree pronte a dondolarsi al dolce chiaro di luna. 
Io stesso mi nascondo dietro una figura fumosa, una traccia d'inchiostro blu disciolta nell'acqua a comporre il gesto di persona che corre, trovato chissà dove.
Mi riparo dietro quell'immagine nebulosa perché quello è il mio passaporto di passaggio per la parte di là. Perché D&R ed il sottoscritto siamo sì la stessa persona ma in due mondi distinti, con quasi inesistenti punti di contatto. Perché i blog sono storia a parte, uno specchio visto dalla parte di là, una finestra aperta su un mondo dove puoi essere cosa vuoi e cosa senti di essere. Boh, io alla fine quello che sono venuto fuori qui, non mi rende poi troppo diverso da come effettivamente sia, nella realtà. 

Ho ben poca dimestichezza, d'altronde esattamente come mi accade nella vita reale, ad allacciare facilmente contatti ed amicizie di qua, a scoprirmi, perché, per il mio modo di vedere, in una certa misura stona. All'inizio commentavo pochissimo e sempre con estrema ritrosia, chissà cosa mai uno può pensare - ma cosa vorrà e chi sarà mai questo qua - metti che magari alla fine vien fuori che il maniaco di cui sopra sono proprio io, con la pietra per spaccarti la testa nascosta nel bauletto della moto.  E con altrettanta estrema diffidenza guardavo gli sparuti commentatori che chissà per qual motivo lasciavano messaggi di commento ai miei post - E adesso guarda questo chi è, cosa vorrà  da me? E se gli do confidenza non è che poi mi segue? Metti che poi torna pure? - Insomma, all'inizio mi comportavo proprio alla stregua di come faccio al di fuori, quando la consorte mi da le gomitate per indicarmi chi, a Bucodiculoplace, devo salutare perché in teoria lo conosco. 
Non è che con il tempo sia cambiato di tanto, e che adesso la confidenza la dia via come il frisbee, per dire. Perché che amicizia ci può essere mai, che tu la possa mettere a tacere con un clic su chiudi sessione e dimenticarla per tutto il tempo che ti pare.
Ma c'è una cosa strana che ad un certo momento accade. Leggendo con una certa frequenza, di alcune persone ti formi un'idea ben precisa. Sai come la pensano, sai cosa le emoziona, sai quasi cosa le fa ridere. Impari a conoscerle senza averle conosciute. Ti manca ovviamente l'impatto visivo, il suono della parola, il colore degli occhi. Ma c'è tutto il resto. E questo resto a volte scopri che conta molto più di quello che non sai.

Come qualche tempo fa. Alla presentazione di un nuovo libro. Un libro oltretutto bellissimo, scritto da B. 
Ho cominciato a leggere da B. tempo fa, quando aveva due blog, uno con gli uccelli della Pixar in alto che ti fissavano stupiti, che poi li ha cancellati per errore tutti e due in un colpo solo e quella volta là ho vinto la mia naturale ritrosia e le ho mandato una mail per sapere come mai fosse sparita di botto. Che roba strana, lei mi aveva addirittura risposto. 
Alcuni dei brani letti da lei mi han fatto morire dal ridere, anzi ci hanno fatto morire dal ridere, che li leggevo a voce alta qui, durante la pausa pranzo. Altri sono entrati dentro e non sono più usciti. B. è brava a scrivere, tanto, difatti fa la scrittora per professione. 
Presentazione del libro nella mia città e, sul suo blog, un invito per la presentazione al pubblico.
Sabato mattina salto in moto e ci vado. La sala della biblioteca è gremita, mi metto sul fondo, ascolto la presentazione e la osservo mentre parla. E cosa strana mi accorgo ad un certo punto che la riconosco, nel senso che so chi è, usa espressioni che le appartengono, che è proprio lei, lei e la sua energia, lei e la sua verve, ha anche quella sottile cadenza della sua terra che ti aspetteresti. Rispetto alla parte che già conoscevo "di là", alla fine non mancava quasi niente.
A fine presentazione mi avvicino per farmi autografare il libro: "me lo avevi promesso", le ricordo. B. mi scruta per un momento dubbiosa, con la biro a mezz'aria e mi chiede quando. "Sul tuo blog", le rispondo.
E' un attimo, cambia improvvisamente, mi riconosce e si illumina di un sorriso bellissimo, mi abbraccia. Mi dice perfino "finalmente, sono proprio contenta di conoscerti". 
Mi trovo leggermente imbarazzato, due chiacchiere veloci come se avessi sempre parlato con una persona che non hai mai visto, poi mi metto in disparte ed osservo le manifestazioni di affetto di tutte quelle persone nei suoi confronti, so che sono più che meritate. Poi mi allontano e torno in studio, nel giubbotto da moto il libro con la sua dedica che questa volta riporta il mio vero nome, me lo ha chiesto lei. Il mio piccolo punto di contatto tra i due miei mondi distinti.
Sì. B. è esattamente la stessa che già avevo imparato a conoscere dall'altra parte. Identica. 

E no che non sono passato per maniaco. Ho dovuto buttare via il sasso.
A casa poi, la sera stessa, esibirò il libro prezioso come un piccolo trofeo alla consorte ed alla mia Ciccia . "Chi è?", mi ha domandato la piccola. 

"Una mia amica. Una scrittrice famosa", mi sono vantato con un sorriso.

martedì 27 novembre 2012

Un nuovo ricominciare


Lo zainetto monospalla blu, preparato in fretta questa mattina presto, ha tutto l'occorrente.
Anche se, a dir la verità, buona parte del ricco corredo di tute e maglie e magliette che prima potevo infilarci dentro ha non ufficialmente ma subdolamente cambiato proprietario. La piccola, che poi se vogliamo dirla tutta proprio piccola non sarebbe il termine esatto da un bel po', appesi al chiodo con mio notevolissimo rimpianto i pattini da ghiaccio ha allacciato con rinnovato entusiasmo le scarpe da atletica, iscrivendosi alla prestigiosissima Bucodiculoplace Running Team. E quando si ha da andare ad allenarsi tre pomeriggi alla settimana, con il clima umidonebbiososchifido di cui il loco medesimo è permeato dai primi di ottobre fino al mese di aprile inoltrato  (per poi lasciare immediatamente posto all'afa umidiccia ed alle zanzare che, lì, giran con la targa come i motorini) la pargola ha necessità di coprirsi ammodo e ripararsi dalle intemperie. Ovviamente, con lo Spread che impedisce al sottoscritto di avvicinarmi tessera alla mano a meno di cento metri da qualsivoglia bancomat, di soldi per magliette e pantaloni termici proprio non ce ne sono. Ma cercando bene, guarda caso, di roba buona se ne ha in casa un sacco, perché il babbo, scellerato dilapidatore di sostanze altrui - Altrui perché non porti il becco di un quattrino a casa da almeno un anno - ha speso e spaso acquistando, stile balocchi e profumi, capi di alta moda e notevole figaccine, elegantissimi e nel contempo in grado di farti sentire al calduccio pure se ti vien voglia di correre in quel del polo. E così ecco risolto il problema, basta arrotolarle le maniche di un paio di risvolti, fare il movimento medesimo con i pantaloni ed guardala lì la mia Ciccia bellissima e atleticissima, pronta a sfidare ogni intemperia con lo stile e la classe esaltata dall'abbigliamento del suo papà. Guardala lì, che cresce, suda e s'affanna, che prova e si confronta, che alle gare arriva come arriva ma non si scoraggia, che dice sono una velocista, e che così, già che c'è, perde pure qualche chiletto di troppo, ma che poi quando torna a casa, vittoriosa per quei trenta sudatissimi grammi  quotidiani persi, si mangerebbe anche il tavolo per la fame.
E tu che non hai più a disposizione tutta quella roba fighissima di cui sopra, vedi lei, sai che grazie a quello non sente freddo e sei felice lo stesso, o forse ancora di più. 
E allora, dicevo prima di divagare,  nello zainetto monospalla blu, preparato in fretta, metti la tuta dell'Adidas, quella estiva, e sotto ci cacci il caldo pensiero di lei che corre riparata insieme ad un maglione di quelli vecchi e ti senti pronto per la pugna. Di nuovo.
Ed oggi vai. Vai e ricominci, che è il tempo di farlo.
Una ginocchiera a tener ben fermo quel ginocchio che matto e malandato lo è da un sacco di tempo, ma che alla lunga si è tramutato in un bel pasticcio, a giudicare dallo sguardo serio del mio luminare e dalle sue parole tidevimettereintestachetidevioperaredinuovo,  mormorate sotto i baffi.

Sai che infilerai tra poco il tuoi ginocchio in quella macchina, che potresti anche intagliarci col temperino "D&R was here", dalle volte che l'hai fatto.
Qualche chilo messo subito sù, perché tre mesi passati senza correre nemmeno per poter attraversare la strada sono micidiali.
E tu ad interrogarti di nuovo perché sai come sarà, ci sei passato già così tante tante volte da far diventare abitudine anche questi momenti. Sai cosa vuol dire l'emozione di rincontrare le foglie secche accartocciate sul viale, sai che sapore sentirai sulla lingua per l'odore di terra umida e di funghi di questa stagione, sai come sarà il rettilineo incorniciato dai platani, la prima curva e subito dopo la leggera salita, le panchine scrostate e le scritte sui muri. Sai la musica che ascolterai passando sotto alberi oramai spogli con il rumore del traffico di sottofondo, cercando di regolare a quella il tuo fiato ed i passi. Sai che quel signore anziano che legge come ogni giorno il suo giornale passeggiando ti osserverà nuovamente passare, sai il profumo delle piadine del chioschetto e subito dopo l'odore dei binari, di ferrovia e di treni veloci che sparpagliano turbini di foglie impazzite, mentre i tuoi passi troppo lenti cadenzano sulla ghiaia. Sai che non potrai contare fino a dieci per un bel pezzo, sai che il battito del cuore tornerà ad essere da infarto già dai primi minuti. Sai che la voce dall'accento inglese di Endomondo interromperà i tuoi pensieri scandendo ogni chilometro percorso usando troppo spesso il sei. Ma a correre con una gamba sola, ti ha detto il luminare guardandoti serio come poche altre volte ti ha guardato, non puoi mica pretendere di andare anche forte. Corri se proprio non puoi farne a meno, ti ha detto, corri in piano, guai a salite o discese, corri senza spingere, che tanto, con i legamenti in quello stato spingere non puoi. Pensa che, per mal che vada almeno oggi è la giornata del "fai felice un altro runner", che a confrontarsi con te ci guadagnerà un sacco in stima.
Le sai, tutte queste cose, le sai, le conosci, le riconosci su di te, ancora una volta, goccia dopo goccia fino a diventare essenza stesse del tuo sentirti e del tuo stare così, oggi che hai voglia di ricominciare. Le sai e sei grato di rincontrarle ancora, di far nuovamente parte di quel viale, di quelle foglie pestate, della tua immagine riflessa sui vetri della giostra per i bimbi. Poco importa se andrai così piano da sembrare fermo, poco importa se l'indolenzimento al petto non ti farà quasi dormire, la sera successiva. Non sai quanta energia sarai in grado di ritrovare ancora nascosta sul fondo, non sai cosa riuscirai a fare, il tempo d'altra parte gioca il suo ruolo ed a te tocca di correre sempre un pochettino più in salita. Non sai, non serve saperlo in realtà, non oggi, non in questo momento almeno. L'importante è liberare i pensieri, che quelli almeno a correre son capaci da sempre, far l'allenamento ai sogni, in modo che possano andare più veloce, più lontano, più forte ancora. Non pensare ai tempi, al fiato, al Cervino o alla maratona di Parigi, non fare programmi, accontèntati del niente. Anzi, non pensare proprio che è meglio, che pensare fa ruggine, pensare non risolve ciò che deve andare così, non pensare alle parole che fan sanguinare - mi sto rovinando la vita per salvare quel cazzo del tuo studio - immergiti ancora una volta nei tuoi sogni, lasciali correre e corri con loro non pensare e non ascoltare, pensa agli occhi di tua figlia che, oggi, corre col cuore al caldo come il tuo. Il vostro traguardo, è tutto da inventare.
Per cui vai. E buon inizio, di nuovo.

lunedì 19 novembre 2012

Cadono gli angeli

Il tuo nome insolitamente pronunciato al telegiornale di ieri. "Lutto nel mondo dell'arrampicata sportiva". Un breve servizio su cosa sei stato più di vent'anni fa, nei momenti del tuo massimo splendore, qualche accenno alle disavventure dell'ultimo periodo e poi via, di corsa, a celebrare l'inutile, lo scandalo di turno, la sfida calcistica del giorno.  
Per noi, i normali, quelli che le mani sugli appigli le abbiamo messe sempre sbuffando e tirando come dannati tu semplicemente non eri di questa terra. Tu e la tua leggerezza, tu e la tua grazia, tu e l'armonia dei movimenti che erano pura opera d'arte. Ho sempre avuto l'impressione che nei tuoi gesti precisi, quell'andare pulito all'appiglio senza un tentennamento, si piegasse la ragione della montagna stessa, venendoti incontro e porgendoti le prese nel modo migliore.
Ho avuto il privilegio di vederti arrampicare una volta sola, a Bardonecchia, alla Militi nell'86, su una via su cui nemmeno i miei momenti migliori avrei potuto fare più di un paio di movimenti impacciati. 
Ti ho visto salire, tu e la tua bandana a raccogliere i  capelli lunghi, il tuo fisico perfetto esaltato da un viluppo di muscoli e grazia. Ti ho visto muoverti come un danseur al rallentatore in pose impensabili elevando il concetto stesso di arrampicata, ho sentito il silenzio ammirato di quelle centinaia di nasi in su, ti abbiamo accompagnato con degli "ohhh!" di meraviglia ad ogni passaggio straordinario superato con una semplicità che non aveva ragione, abbiamo sentito il suono del tuo fiato tirato propagarsi nel vuoto, noi in tanti con il nostro fiato nascosto rispettosamente sotto al tuo, trasalendo con riconoscenza al rumore dello scatto di ogni moschettone nel rinvio, siamo esplosi come matti in un'ovazione da stadio quando hai raggiunto la catena, unico tra tutti, quell'anno. Non un primo perché quel giorno non ci sarebbe stato né un secondo o un terzo. Il migliore. 
Non ti nascondo che alla fine della tua via vittoriosa eravamo in tanti là sotto, a massaggiarsi le dita doloranti. 
Non son un vero climber, così come non riesco a fare il vero runner. Non ho tecnica, non ho la costanza dell'allenamento, la forza nelle dita che distingua, ho una vita che non me lo permette più. Arrampicando qualche volta mi è anche capitato di aver avuto paura, o di chiedermi cosa diamine ci stessi a fare lì, tra spuntoni di rocce ruvide ed il vento che mi schiaffeggiava impietoso, appeso alle mie sole dita affaticate. Non so se tu questo l'abbia mai provato. Ma so sicuramente cosa sentivi quando raggiungevi una vetta ed i muscoli ti ringraziavano allentandosi o ogni volta che tornavi giù, le gambe a penzoloni e la tua vita appesa ad una corda da 10 mm. Quello lo so perché l'ho provato anch'io, ed è una sensazione meravigliosa, unica ed impagabile, che ogni volta vale una vita. 
Ricordo i tuoi equilibrismi, gli appigli monodito che replicavamo massacrandoci i tendini, i filmati sui tuoi allenamenti, il tuo sguardo da angelo silenzioso, il tuo essere un divo ascetico, lontano. Il tuo modo di non essere divo, ma oltre, più in alto, più incredibile, più.

Dicevano ieri che tu poi sia caduto, che la vita stessa abbia, ad un certo punto, smesso di esser leggera e che ti abbia trascinato in basso, cadendo e rotolando fino a fermarti senza, ai piedi di una stupida e maledetta scala. Ho imparato da tempo che anche gli angeli cadono.
Non so, ma questo non mi riguarda, alla fine. Non è quello che mi interessa sapere, il come o il perché. Come in ogni cosa che accade la méta, alla fine, è il viaggio stesso. E in buona parte del tuo viaggio sei stato un idolo, un irraggiungibile, splendido e maestoso punto di riferimento. 

"Da grande voglio fare il sorriso del ne è valsa la pena", ho letto una volta in rete. E ieri, alla base di quella parete desolata, fredda e battuta dal vento ho sorriso per te.

Per cui addio, Patrick, dall'ultimo dei tuoi fans.




sabato 17 novembre 2012

La scelta

Realizzi che, molto probabilmente, è l'unica strada e proprio per questo motivo, forse, non si riesce nemmeno ad essere particolarmente emozionati nel rendersene conto. E' la naturale conseguenza di un momento che non si ha la forza o probabilmente anche le capacità per farlo andare in maniera diversa.
E ti sei reso conto di quanto più contino le persone, i gesti, gli occhi che ti guardano, le mani che si stringono. Conta il coraggio di guardare in faccia quelli che hanno creduto che questa sgangherata carriola potesse correre veloce e forse addirittura alzarsi da terra e che hanno fatto tutto quello che era nelle loro possibilità per farlo. Ed allora sacrifichi la scatola senza pensarci due volte, per salvarne il contenuto, per quegli occhi, per quelle mani, per quei gesti.
Diciannove anni da pochi giorni. Diciannove anni che, se ci pensi, sono veramente passati in un soffio. Tanti i Roberto, i Luigi, gli Alessandro, gli Andrea. E poi Enrico, Paola, Chiara, Antonio, Daniele. Tanti.
Tante le parole, le frasi che qui sono diventate parte di noi, pare addirittura che "nel contesto della situazione" sia stata addirittura pronunciata all'altare di una chiesa. 
Tanti i tappi stappati e poi riposti con cura perché in ognuno di loro è nascosto un ricordo speciale. Tante le parole rilassate intorno al tavolo grande, dopo una consegna, con i progetti belli impilati e timbrati ed i cartoni delle pizze a far compagnia alle bottiglie di birra vuote. Tante le risate, qualche sfuriata epocale, una solo questa mattina, pare che io calmo e rilassato non ci riesca a stare mai. Tanta la voglia di confrontarsi, di crescere. Ho insegnato ed imparato, molto di più sicuramente la seconda, lo penso sinceramente. Ogni singolo pezzo di qui ha la sua storia, i suoi aneddoti, le sue vicissitudini. Il primo oggetto dello studio è un evidenziatore stabilo blu, reso gonfio e grassoccio da un incendio in una baracca di cantiere, che aveva mandato in cenere tutto quello che - e credevamo fosse già tantissimo - allora avevamo. Quell'evidenziatore  è stato il nostro primo mattone e da lì siamo ripartiti ricostruendo, pazientando, recuperando.
Qui abbiamo fatto i muratori, i vetrai, gli elettricisti, i controsoffittatori, i palchettisti, con alterne fortune. Abbiamo montato e smontato mobili, lavorato sotto i nylon, con le scrivanie l'una sopra l'altra. Abbiamo fatto un pranzo di natale incredibile, con squisite prelibatezze che addobbavano il tavolo di cristallo di Norman Foster che, tempo prima, troneggiava nell'ufficio di mio padre.
Un bel giorno abbiamo avuto un sogno e abbiamo pensato che, nonostante volassimo già molto in alto, si potesse osare di più e, prendendo quell'occasione al volo, abbiamo comprato. Era già casa nostra qui - cosa che tra l'altro fa girar le balle alla consorte - perché questa l'avevamo resa nostra prima ancora: l'avevamo costruita, plasmata quasi con le nostre mani, rendendola col tempo così tanto simile a noi.
Qui davanti, mi han portato i miei piedi, quel giorno che ho salutato per l'ultima volta lui, il mio più grande punto di riferimento.
E troppo in fretta è diventato lo studio delle rose e del pino maestoso, della vite che adesso ha quei colori di freddo e di autunno, delle vetrate che la luce entra a cascate, è quel posto che chi entra per la prima volta si guarda in giro e si stupisce perché sente che è un luogo speciale. Sono i gradini su cui mi siedo d'estate per parlare al telefono con la mia Ciccia, è la pianta di limoni che quando fiorisce nella veranda spande il suo profumo di maggio anche a novembre, è la cantina con i suoi quasi duemila faldoni dei lavori. Sono i computer che hanno i nomi di quelle persone che son rimaste più piantate nel cuore e che non si cambiano. Qui sono nate le idee più bizzarre davanti alla macchinetta del caffè, qui sono nate amicizie che oltrepassano gli oceani qui si sono asciugate lacrime (causate anche dalla lettura di qualche mio post, e non so proprio bene se questo sia un complimento o meno). E' il rumore della pioggia che rimbalza e suona sul tetto, sono i gatti randagi che mi osservano curiosi dal balcone del vicino. E' il portone, che, nonostante tutto questo tempo, non ho ancora capito di che colore sia. Qui mi sono seduto per la prima volta, a scrivere in questo posto nuovo che mi ha portato lontano. Qui ho vissuto, parlato, sognato, amato, anche dormito
Ed anche la luna, vista da qui, ha un'espressione diversa.
Un giorno, smontando un pc ho trovato, scritto sul case, a matita, la frase scritta anni prima "computer di m**, ti prenderei a martellate. Ed il mio studio è composto da mille bellissimi mattoni come questo.

Ed anche se oggi si scopre che il gioco è andato storto, hai pescato male tra gli imprevisti e ti trovi qui, a passare un'altra volta dal via senza prendere niente, non serve prendersela troppo con la sorte e le carte sbagliate. Non serve. Hai giocato, ed hai vinto comunque. Basta la gratitudine che nutri per questi muri e per i passi di tutti quelli che sono passati di qui per dire che la partita è stata un successo.
E tiri i dadi di nuovo. ricomincerai un'altra partita, sperando nelle coppie di numeri che ti permettano un'altro tiro, per ricominciare, vicolo stretto e vicolo corto, magari un Parco della Vittoria prima o poi ci dovrebbe anche capitare. 
So che qualsiasi altro posto ci troverà ci renderà diversi.
E che nessun altro studio sarà uguale. 

lunedì 12 novembre 2012

dodici, undici, dodici



"Era la dichiarazione d'amore più tenace che il porto di Amsterdam avesse mai ascoltato.
Era la promessa di un'attesa, era la dichiarazione incontrovertibile della loro unità.
Era un arrivederci.
Certi anni passano come gli attimi.
E certi attimi, non passano mai."
[Lorenzo Licalzi, L'Uomo dei Tulipani.]

sabato 10 novembre 2012

Dio non esiste.



La prima parte di questo post è datata agosto. Poi forse ero troppo furente e confuso ed allora l'ho abbandonato lì, a sedimentare un po', a lasciarsi ricoprire e raffreddare dalla corrente dolce delle cose. Quest'oggi l'ho ritrovato, ho scavato da me per aggiungervi quello che ancora doveva venir via e l'ho messo qua. 

Un agosto come quello di quest'anno, con quel caldo appiccicoso che non puoi andare a correre prima delle nove di sera e l'impossibilità di pensare nemmeno a due giorni di mare, non ci era ancora capitata. In montagna, visto il clima che si respira all'interno di quelle mura - e si dice che sia tutta colpa mia e della mia elasticità simile a quella di un paracarro - la consorte ha deciso che non si va. Ed allora non ci rimane altra scelta di una permanenza forzata in quel di Bucodiculoplace, si lavora però si torna presto, si esce prima di cena con la Ciccia che mi fa da coach in bici e ride del mio fiatone. Si frequentano quei pochi amici comuni che abbiamo e che, come noi, han giocoforza optato per un'estate al risparmio. Si cerca di farne comunque vacanza, di ridere e ridere, di giocare spensierati, di far buon viso ad una sorte non certo propizia. La Ciccia è felice lo stesso senza retropensieri, il suo centro dell'universo sono ancora e sempre io, il mondo è solo il contorno, ed avermi tutto per sé è una pacchia che le capita di rado, basta che stiamo insieme. E così insieme siamo, passeggiamo per vie assolate del centro, entriamo in musei curiosando come matti, assaporiamo gelati riposandoci seduti sulle panchine all'ombra di platani secolari, mangiamo schifezze quando ne abbiamo voglia, la sera ci addormentiamo mani nelle mani e mani nelle mani la mattina ci risvegliamo.

Un paio di volte, insieme ad una coppia di amici con figliola al seguito, ci concediamo il lusso di una giornata intera passata in uno di quei classici posti da estate in città, con piscine di ogni forma e profondità, ombrelloni, scivoli e chioschetti di bibite. Il posto è in una città vicina e se ne parla bene; sembra pulito, bene attrezzato e non ti massacrano troppo, alla cassa dell'ingresso.
Arriviamo, entriamo, la gente è tanta ma il posto è abbastanza bello, pulito ed ordinato. Fa un caldo torrido, ci sono le piscine per i bambini e per gli adulti, quelle con la sabbia, per i tuffi, scivoli di ogni colore e pendenza e ci sono bagnini in ogni posto, due o tre per zona, e il livello di attenzione è notevole. Il tempo di trovare un paio di sdraio che io e la mia Ciccia non useremo mai e siamo già in acqua, a rincorrerci, tuffarci, scherzare. Facciamo così da sempre, la consorte che invece è un tipo da sdraio e parole crociate, si sistema e si raccomanda un passaggio dalle sue parti almeno ogni due ore. 
Giochiamo, proviamo gli scivoli, prima quelli più facili poi quelli sempre più ripidi, ritorniamo in vasca quando la coda è troppa, scherziamo, ci schizziamo, facciamo le verticali, le gare di apnea dove, per fortuna, vinco ancora io, anche se mi sorprendo dei suoi rapidi avvicinamenti. Troppo in fretta arriva l'ora di pranzo, ci sistemiamo di malavoglia all'ombra degli alberi, buttiamo giù qualcosa di veloce, mordiamo il freno perché quello è il momento migliore, gli scivoli sono quasi tutti vuoti. Appena ci danno il permesso siamo di nuovo là, a sfidarci, a vedere chi schizza di più la folla quando arrivi giù come una palla di cannone.

Accade tutto mentre siamo impegnati sullo scivolo blu, quello che si fa seduti su un salvagente cercando di non ribaltare nelle paraboliche. Arriva giù prima mia figlia e poi, subito dopo io. All'arrivo la consorte ci attende. Ha quegli occhi che sai che è capitato qualcosa, anche se è distante, anche se non parla. Penso subito a mia madre, alle nostre stupide incomprensioni. "Cosa è successo." mi avvicino per chiederle. 
I suoi occhi si riempiono improvvisamente gonfi di lacrime e riesce solo a dirmi "un bambino", indicando la vasca grande, a pochi passi dalle sedie a sdraio dove ci sono i nostri asciugamani.
Il bambino è disteso sul bordo. Intorno il personale della piscina e due persone, quasi sicuramente medici, che stanno prestando il primo soccorso. 

Il silenzio improvviso è pesante, inonda la scena e la rende irreale. Il mondo si ferma. l'acqua è uno specchio azzurro, immobile. Le persone sembrano congelate, tranne quelle che si muovono freneticamente intorno a quel corpicino immobile. I genitori sono lì, la loro disperazione è uno strazio che si propaga e fa un contrasto acido con il silenzio quasi vergognoso degli altri. 
Il braccio del bambino penzola, la mano quasi galleggia carezzando l'acqua, e piccole ondine si propagano lievi. 
Guardo in giro. Tutti, nessuno escluso, tengono abbracciato il proprio figlio, aggrappati, stretti, con gli occhi fissi su quel punto, l'unico punto dove un bambino non può vedere i propri genitori. Anch'io. Tengo la mia Ciccia stretta perché c'è qualcosa di malvagio che vola e che vuole portarsi via i bambini. Tengo la mia Ciccia stretta perché in quel contatto che profuma di pelle bagnata c'è tutta la mia vita, perché solo sentirne il battito del cuore, lieve attraverso le mie dita, mi fa star bene. 

Il piccolo non riprende conoscenza, arrivano rapide due ambulanze, la polizia. La dedizione di ogni persona impegnata è assoluta. Non parla nessuno, il piccolo non riprende conoscenza, le voci dei medici risuonano secche e distinte. Solo un lamento di bestia ferita che è il dolore più ancestrale e puro, le grida di chi vuole strappare questa giornata a brandelli e ricominciare da capo, impedire l'impensabile, risuonano più alte. 
Continuo a tenere la mia Ciccia stretta e mio malgrado non posso impedirmi di stare bene, me ne vergogno perché lì la madre di tutte le tragedie si sta consumando ed io non riesco comunque a non essere egoisticamente felice per me. Ed anche nella stretta che lasciano le mani degli altri genitori sulle braccia dei propri figli leggo una felicità colpevole. 

Non sono lì. 

Il rumore delle pale di un elicottero in rapido avvicinamento ci distrae dalla scena, atterra, i lettini vengono rapidamente sgomberati, un cancello con un lucchetto divelto dalla gente che aiuta come può. Arrivano i paramedici con la barella, caricano su il corpicino inerte e si allontanano accompagnati da una specie di applauso imbarazzato. Poi velocemente, in una nuvola di polvere spariscono. 

Ci si guarda smarriti. Abbiamo tutti lo sguardo sgomento, siamo incapaci di tornare a parlare con un tono di voce normale. Qualcuno piange, qualcun altro a quel punto si sente male, i più incominciano a metter via gli asciugamani ed i giochi. Solo i bambini più piccoli riescono ad ottenere il permesso di giocare ancora nella vasca piccola. Usciamo silenziosamente, saranno le sei del pomeriggio, nonostante il sole ancora alto non fa più caldo. 
Ed io non riesco a non pensare agli occhi di quell'uomo che non voleva allontanarsi da lì, non riesco a non pensare a quelle urla a quella voglia di strapparsi la pelle di dosso che è rabbia, che è la lotta contro gli dei. Non riesco a non pensarci perché tempo fa mi ci sono trovato anch'io, a due passi da quel dolore così. A me è andata bene, le parole di mia figlia al suo risveglio non le baratterei per nulla al mondo.  A loro no. Finirà così. Lo leggeremo sui giornali due giorni più in là.
"Dio ti ringrazio", ho sentito una mamma mormorare piano, mentre guardava suo figlio. So esattamente cosa provava. Perché l'ho pensato anch'io.
Ma quale Dio può permettere una cosa così. Quale Dio può concepire un disegno così malvagio, quale essere che si dice governi ed osservi le nostre vite, può essere così spietato. Perché, ci hanno inculcato da piccoli, tu devi passare un'intera esistenza a non commettere peccati, a pentirti se li commetti, non puoi desiderare le donne e le cose degli altri, non puoi dire il falso, non puoi nominare il nome di Dio invano mentre Lui, se esiste, può strapparti la vita dal petto a suo piacere e tu devi chinare il capo, ipotizzare in questo un disegno divino destinato a renderci migliori ed accettare la volontà di Dio? Perché?
Perché c'è qualcosa di sbagliato al mondo se un bambino muore, che sia in piscina a due passi da qui, per fame in Africa o sotto un bombardamento dall'altra parte del mondo. C'è qualcosa di sbagliato ed oltraggioso per lui, per i suoi genitori, per il mondo stesso e per me che ero contento di non essere al loro posto. C'è qualcosa di assurdo e di ottusamente ingiusto, nel non poter avere influenza sul destino e sul tempo, nel non poter essere mai arbitri né giudici ma solo carne da macello. Non è così che un Dio giusto, se mai esiste, può gestire le cose. 
Ed io, spero almeno per lui che non esista. 

"Quale sarebbe la morale di tutta la storia? Nessuna. 
Se è vero che chi muore giovane è caro agli dei, allora gli dei sono davvero dei gran pezzi di merda."
http://bop.iobloggo.com/#3301465 [Chi muore giovane è caro agli dei bastardi]

lunedì 5 novembre 2012

Sera di vento

Di tempo ne è passato parecchio, da quelle volte che mi mettevo qui, la sera, accantonate per qualche minuto le sudate carte sulla scrivania, mi riservavo uno spazio per me e per me soltanto e poi lasciavo andar le dita e le parole, che scivolavano giù facili come perline dal filo di una collana. Ne è passato ed a volte mi sorprendo a pensare come abbia fatto in passato a giocare con tutta quella leggerezza ed a trovarne così tanto, di tempo, da dedicare a me stesso, sprecandolo in sogni perfino un po'. Ma sono ancora una volta qui, questa sera va bene così, la mia Ciccia bellissima è a festeggiare la sua cugina preferita che compie gli anni, non sente particolarmente la mia mancanza ed io, sinceramente ho meno voglia del solito di stare con il mondo, non ho desiderio di nient'altro che star qui, ad ascoltare il vento che scuote rabbioso le tende di fuori e la vite colorata d'autunno, a far finta che niente sia cambiato, che ad ogni cosa si troverà comunque un rimedio, che tutto si incastrerà incredibilmente come le tessere di un puzzle e che mi sorprenderò ancora - tra qualche mese o qualche anno è lo stesso - a guardarmi indietro e a dirmi "lo vedi, che in fondo non era niente?". 
Il vento scuote le ampie vetrate di qui con folate improvvise, che si sentono arrivare da lontano con un rumore ringhioso come di rombo d'aereo, e le correnti fredde riescono a passare intrufolandosi da chissà dove, forse dai lucernari del tetto, forse da una finestra mal chiusa ed invadono lo spazio che c'è qui, giocano con i fogli e con me, mi regalano carezze gelide tra il collo e la camicia aperta e leggeri fiati profumati d'inverno che scorrono sulle dita. 
Cambiano le cose, cambiano. La visione delle cose alla fine, anche se non vorresti, cambia anch'essa. Cambiano le prospettive, le capacità, le possibilità. Non hai più vent'anni, anche se ti sembra a volte che i vent'anni tu non li abbia ancora raggiunti, o che qualcuno te ne abbia ad un tratto nascosta una parte, che siano stati trafugati, che tu li abbia trascorsi dormendo, perché non è possibile che tanta parte di questo sia così inutilmente già diventato passato. 
E così ti fermi ed ascolti, ti chiedi di quante volte sarai capace ancora, se saprai guardare più avanti ed affrontare le sfide della sorte e del tempo, se vorrai rimettere l'ostinazione sopra ogni cosa, e ricominciare, senza farsi sommergere dalle onde di un mare che le onde, la sera, sembrano più fredde e più cupe. Sarò un'altra volta capace, senza dar troppo peso alla fatica, a ricominciare ancora ed ancora, nuovamente tutto da capo. Senza guardare troppo lontano per non scoraggiarsi. Poco più in là della punta delle proprie speranze.
Riassaporare l'odio per le stampelle, i calli nel palmo delle mani, dipendere dagli altri per muoversi. E poi, mordendosi le labbra per la rabbia, risalire ancora una volta la china. E l'importante sarà, come al solito, non dare troppa importanza alle cose. Le cicatrici restano. Quello che senti, con la punta delle dita a seguirne il contorno, riposa sotto.
Il vento si appisola un poco, ritorna, svanisce di nuovo. Le pigne strappate dal pino maestoso si sono radunate esauste in un mucchio disordinato ai piedi delle rose, stanche di giocare ad un vorticoso girotondo mentre il nero di fuori si infrange sui riflessi delle luci gialle dei lampioni. La musica accompagna e rende più facile le cose, come sempre quando è così. 
Le cose si aggiustano. Così come le parti di me che a volte sembrano così stanche e logorate da essere sul punto di spezzarsi, come se concentrassi su queste tutto lo sforzo per preservarne altre. 

Ma stasera è una sera di vento, che mi regala i pensieri di un tempo, che sposta i colori della notte in turbini improvvisi, che mi scivolano poi piano accanto, in fiati sottili ad accarezzarmi le dita. 

Domani, tutte le strade che potrò attraversare correndo e quello che verrà, sono sogni ancora nascosti.

sabato 27 ottobre 2012

Saldo Parcella

La faccenda si era aperta e chiusa praticamente nel giro di mezza giornata. Una telefonata iniziale da parte di un collega, amico comune, un paio di giorni prima "Ne fate, di queste cose?" - Certo che ne facciamo - ho risposto, dando la nostra disponibilità. Poi la  telefonata con F., il mio primo contatto con loro; a questa ne sono poi seguite un paio per ulteriori chiarimenti; con le informazioni che mi servivano ho tirato giù il progetto, niente di che, uno schemino veloce. Fatto, timbrato e spedito. Fine. 
"Quanto ci costi?" Aveva chiesto subito: "Vorrai scherzare" è stata la mia risposta."Allora grazie. Verrai a vedere la mostra, così almeno ci conosceremo" mi ha detto.

Ero curioso, giuro. Una piccola mostra fotografica con un briciolo di contributo nostro, proprio in quella piazza che per me è un pezzo di vita, un respiro sospeso, che i miei passi ci tornano sempre, quando i pensieri hanno imparato a prendere il sopravvento sul loro controllo per vagare tranquillamente per i fatti propri. Ci ho girato a lungo solo qualche giorno fa, con ragionamenti contorti in testa, la pioggia a farmi compagnia e diversi numeri di una rivista di stilografiche a pesarmi tra le mani. 
Poi però il lavoro, le cose, tutti i soliti cazzi han reclamato la loro parte di tempo e la mostra è scivolata di lato, senza che potessi più pensarci e silenziosamente è andata verso il vicolo delle cose dimenticate. 
Ma in maniera inaspettata però invece è tornata con la visita di F., che ha voluto incontrarmi per ringraziarmi di persona: mi ha portato una brochure per illustrarmi bene chi sono loro e cosa fanno ed un libro in regalo, per me, il racconto dell'esperienza in Sudan del medico cofondatore dell'associazione. 

Ci sono persone diverse, che entrano attraversando tutti i tuoi strati come niente e che ti colpiscono, dirette, senza fronzoli. Sapete, F. è uno di questi. Aperto e franco, pulito di quel pulito che sa di buono. Con i suoi occhi chiari e quel sorriso gentile sempre accennato mi ha raccontato la loro storia ed i loro impegni, investendomi con un entusiasmo che una volta ben conoscevo su di me, mentre invece oggi mi riscopro solo molto stanco, demotivato e facile a lamentarmi. Certo che non ho smesso di combattere, ma troppe volte mi chiedo se ne valga ancora la pena. 
Ed F. invece combatte. Combatte eccome, combatte col sorriso e l'educazione e la gentilezza, combatte anzi combattono - perché intorno a F. ci sono molte altre persone - una guerra contro l'indifferenza e le crudeltà e la morte, impegnandosi a sarvare la vita di donne dell'altra parte del mondo, che magari non sapranno nemmeno della loro esistenza. "Non è facile", mi ha detto con l'ultimo dei suoi sorrisi prima di salutarmi.

F. mi ha fatto un po' vergognare delle mie lagne. E quella sera mi son sorpreso a pensare che, in fondo, io al loro confronto, ed al confronto di chi in genere dalla vita ha altre aspettative, a combattere non ho nemmeno cominciato. Anzi, sarà proprio il caso che mi dia da fare sul serio.
Si dovrà mettere in vendita la moto (a proposito, niente niente a nessuno serve un Transalp anno '94 bellissimissimo che piega che è una meraviglia?) e tutte le stilografiche che ognuna è un respiro diverso di me, si sarà costretti a cercare una casa più piccola per evitare che il mutuo stellare impedisca di vivere. Si dovranno fare delle scelte, sacrifici, rinunce, ma in fondo è facile, queste sono solo cose. E le cose son fatte per quello, si comprano, si vendono, si perdono per strada, si cambiano. Quello che invece conta sul serio è altro. E' uno sguardo pulito, è la voglia di non spegnersi, di spingersi sempre oltre, è il desiderio di dare un senso alle troppe parole dette. E' voler guardare avanti con ostinazione, è una mano aperta a chi la sa stringere, è la voglia di illustrare una strada a mia figlia per crescere, sono altre mille cose insieme ed è solo a queste che non si deve rinunciare. E si dovrà anche chinare il capo, dimenticare l'orgoglio ed andare da tua madre a chiedere ancora una volta aiuto e sai che quell'aiuto, nonostante tutte le litigate e le grane e le incomprensioni non ti verrà mai negato, anzi magari ritroverai anche altro. E allora scoprirai che ci sono ben poche cose che ti potranno abbattere.
A F. ho detto di contare pure su di me, su di noi, per qualsiasi altro progetto che abbia la necessità del nostro contributo professionale da quel momento in poi. "E' il minimo che possiamo darvi".
Mi ha ringraziato e mi ha detto che l'avrei risentito molto presto. E infatti, una settimana dopo, eravamo nuovamente in pista per un altro progetto.

E se ieri sera, sotto un diluvio universale impietoso, le due fiorettiste Margherita Granbassi e Giovanna Trillini, pigiando un pulsante, hanno acceso le luci della nuova mostra fotografica dell'associazione in quella piazza di Torino, che nessuna piazza potrà mai essere uguale, e nessuna di loro due è rimasta folgorata, beh, in fondo in fondo, un po' è anche per merito mio. Che magari non sarò così bravo col fioretto, ma non vi consiglio comunque di sfidarmi a duello.




giovedì 27 settembre 2012

A fare il solletico al cielo


Ed eccoci qui. Il materiale riposto con cura nello zaino, le fibbie chiuse, gli scarponi a riposare nella propria scatola, l'imbragatura liberata da tutta la ferramenta, anche se tra una settimana, per fortuna, so che la userò di nuovo. Un'altra esperienza nella tasca delle emozioni. Due giorni liberi, divertenti, intensi.
E' stata un'uscita diversa, non siamo arrivati fino in cima al "gigante di pietra" come ci eravamo prefissati inizialmente ma non importa, questa volta proprio non aveva senso rischiare. E infatti.

Ritrovo con Renè nel primo pomeriggio, la mia auto malatissima e forse vicina all'estrema unzione questa volta proprio non si può usare, prendiamo la sua. Abbiamo deciso di non portare i ramponi, doveva essere l'ultima uscita estiva ma ha nevicato tanto su, la scorsa settimana, poi però ha fatto nuovamente bello. Se sarà rimasta tanta neve tenteremo la cima, vedremo cosa troveremo.  Siamo in tre, c'è anche Daniele che con noi ha fatto solo due ferrate ma mai salite lunghe, però dalla sua ha quasi vent'anni di meno e gli torneranno parecchio utili. Partiamo.
La mèta questa volta è la cima del Viso a 3841 metri lungo la via normale, dal versante sud, con pernottamento in un bivacco, anziché al classico rifugio Quintino Sella o dal Gastaldi, dove tanti anni fa abbiamo combinato sfracelli che ancora ci ricordano. Questa volta abbiamo preferito tra tranquillità di un piccolo bivacco isolato per evitare la calca che si trova di solito, nonostante la scelta di due giorni infrasettimanali. 
Non metterò giù un racconto che riporti indicazioni di percorsi, tempi, e descrizioni utili all'orientamento. In rete se ne trovano un sacco, per salire ho sbirciato lì. Racconterò altro. Aggiungerò qualche foto. Proverò a spiegare le sensazioni, cosa vedono gli occhi, e cosa respira il cuore, lassù, quando l'orizzonte ti incanta e ti senti sospeso. Terzani spiega che "Il senso della ricerca sta nel cammino fatto e non nella meta; il fine del viaggiare è il viaggiare stesso e non l’arrivare". Per me il senso della ricerca sta in ogni passo compiuto e nel cercare di indovinare in quali altri passi ti ritroverai domani, o tra un minuto. Sta nell'osservare, nell'annusare, nel vedere un mondo che si schiude al tuo passaggio e che si richiude alle tue spalle. Nell'ascoltare i colori, nel misurare la fatica, nel fermarsi ad osservare.

Il Monviso ci scorre veloce di fianco al di là del guard-rail, mentre ci avviciniamo in auto. Abbiamo deciso di prenderlo alle spalle. Ci infiliamo nella valle Varaita fino a Castello, il paesino che si specchia sulle acque della diga, prima di Pontechianale. Lì, ovviamente non si può non abbandonare la civiltà se non entrando in un bar per l'ultimo caffè come si deve e anche lì, altrettanto ovviamente, Renè incontra qualcuno che conosce, come quasi sempre in quasi ogni zona, rifugio o parte dove insieme siamo stati. Penso che se mai un giorno decideremo di attraversare i Sahara a piedi, fermandoci nell'oasi di Cufra incontreremo un tuareg che fissando il mio amico dirà: "Ehi Renè, abbiamo fatto insieme la maratona di Abidjan, ricordi? Quanto tempo!" 

Partiamo troppo tardi, probabilmente arriveremo con il buio ma non importa. La valle che porta su è un incanto. Quieta e profumata, con il massiccio imbiancato a far da sfondo, boschi di larici a perdita d'occhio ed il rumore costante del torrente che ci accompagna. Poca gente. Si sale, sbagliamo sentiero solo una volta e ci viene in aiuto un turista tedesco stupito che lui ha, come ci ha detto, "una cartina italiana" e noi no. Ma lui ignora che noi, sul Bianco, ci siamo andati con l'orientamento dato dalla "carta dei vini del Piemonte e della Valle d'aosta" nello zaino, non capisce che alla fine è meglio così, è meglio ridere, perdersi e ritrovare nuovamente la strada senza la noiosità di programmi troppo precisi.  

 Lo zaino è più pesante del solito, forse ho esagerato, prima di uscire di casa mi son pesato, ho un extra addosso di oltre 25 kg. Ma è una di "quelle volte". Perché noi, quelle volte che dobbiamo fare gli alpinisti seri allora ci si carica solo dello stretto indispensabile, perché il peso si sa, in montagna è fondamentale, le distanze e la fatica stremano, si dosano le razioni ed eventualmente si pensa a portarsi un moschettone in più. Poi però ci sono le volte speciali. Quelle in cui, per un'occasione particolare, un compleanno, una ricorrenza qualsiasi o anche solo la voglia di divertirci un po' più del normale si porta su ogni ben di Dio. Ho visto confezioni intere di Crodini da 12 uscire da zaini ricolmi, polli arrosti ancora fumanti, formaggi e salumi in quantità e varietà tale da poter aprire un negozio tra le vette. Per la verità ho visto una volta anche una pianola elettrica di tutto rispetto, per un concerto piano e quattro voci improvvisato sù, sulla cima di una montagna con un'eco che neanche all'Arena di Verona, alle 10 di sera (che per gli alpinisti seri equivale alle tre di notte delle persone normali), quella volta che con le pile, dal Gastaldi sono usciti per venire a cercarci e suonarcele loro, di santa ragione (era la famosa volta al Gastaldi), ma questa è un'altra storia. Ricordo chi aveva riempito talmente lo zaino da dimenticarsi di metterci gli scarponi e ha percorso un ghiacciaio con i ramponi calzati sulle scarpe da ginnastica, riducendone alla fine le suole, in tante striscioline sottili. Non si creda che siamo degli stolti incoscienti, comunque. Cioè, forse sì ma solo un poco. La montagna sempre e comunque esige rispetto e quel pizzico di timore che non devi spegnere mai. Anche noi abbiamo qualcuno che non è più tornato giù, e questo non si dimentica. Renè ha uno dei suoi ricordi più tragici proprio qui, su questa montagna. 


Questa volta il mio zaino contiene tutto il necessaire per l'aperitivo in quota - Bacardi breezer, noccioline, patatine varie, salse messicane - Una quantità particolarmente ricercata di salumi, un assortimento di birre, tre o quattro tipi di formaggi e come dolce un bùnet veramente spettacolare. 
Renè è Daniele non erano da meno, con il risultato che avevamo da bere e da mangiare per una ventina circa di persone. Per tutto il necessario invece ci siamo divisi equamente i compiti: per il tè, ad esempio lui ha portato il fornelletto la bombola ed il pentolino, mentre io ho provveduto alle bustine e allo zucchero.... beh anche all'acqua ed ad un cucchiaino, che tre pesavan troppo. 

Il percorso da metà in su non è una passeggiata di salute, si devono attraversare torrenti, ci si aiuta con le corde fisse, peraltro fissate veramente male. I boschi gradatamente si allontanano, le rocce diventano sempre più vicine, il percorso ostico, si comincia ad aver bisogno anche delle mani. Compare la prima neve, poi il primo ghiaccio. E quando il cielo si colora di rosso arrivano a farci compagnia un paio di stambecchi, vicinissimi, tranquilli e curiosi, per nulla intimoriti. 
Stanno un po' fermi a guardarci, in bilico con una naturalezza che fa invidia ed a un certo punto, semplicemente spariscono e non li vedi più. Inganniamo il tempo parlando di montagne, di noi sulle montagne, delle nostre salite. Parliamo qualche volta di troppo degli incidenti che ci hanno segnato l'anima e Daniele ce lo fa rispettosamente notare, con ripetuti gesti scaramantici. Quattro ore dopo circa, arriviamo qui.  Sta facendo buio. Il bivacco risplende delle luci interne, e la cosa non ci piace. Avevamo sperato di averlo tutto per noi. Entriamo. Siamo in undici. Due italiani, sei francesi e noi, loro tutti praticamente già pronti per andare a riposare. Il nostro arrivo li risveglia dall'apatia. Sono tutti imbaccuccati come Ambrogio Fogar al polo, noi arriviamo in pantaloncini corti, riscaldati dalla salita. Ci guardano increduli, uno domanda addirittura se siamo attrezzati. Ho voglia di rispondergli che no, abitualmente vado al mare a Riccione, ma non serve, dopo un paio di battute capisce. Il nostro show lo facciamo in sordina, non possiamo proprio disturbare più del dovuto. Certo, osservando tutte le cibarie tirate fuori dagli zaini qualche risata gli scappa, anche a tre degli alpinisti francesi, i più distaccati. Ci facciamo amici invece i due italiani non più giovanissimi, che hanno i letti vicini alle panche per cenare e che sono costretti da noi a riposare con la luce accesa. Ce li compriamo passandogli ogni tanto qualche genere di conforto - un pezzetto di salame, un bicchierino di limoncello, un bacio di dama - sono sorpresi alla vista di tutto quel ben di Dio. Si ride, piano, ma si ride. Stiamo bene. Isolati dal mondo. In questo guscio giallo del bivacco, intorno la notte più nera, il vento soffia che sembra voglia scardinare le lamiere. Dopo un pò esco. Ho voglia di guardare la notte, le stelle, il buio e farne improvvisamente parte. Ma il vento è così forte e freddo che toglie il fiato e piega in due. Rientro quasi subito con i brividi addosso. Ci prova Renè e ottiene lo stesso effetto. Saremo una decina di gradi sotto lo zero. Alle 22 siamo già a dormire, Renè è di fianco a me. Mi rifiuto categoricamente di dargli il bacino della buona notte. Proviamo a chiudere gli occhi, ma alla fine dormiremo poco. Non c'è riscaldamento ovviamente, il riscaldamento siamo noi. Il vento ha una violenza inaudita, ulula e precipita in folate rabbiose, si abbatte scuotendo le pareti, dà colpi secchi alle porte. Le correnti d'aria entrano comunque, spifferi gelidi si diffondono sotto le coperte. Le ore passano lentissime. Ci si gira, si cerca una posizione per provare a dormire, lì vicini a persone che non conosci e che come te non riescono a chiudere occhio, li senti. A tratti qualcuno russa,ma dura poco, il vento lo sveglia di nuovo. Verso le due circa la mia coperta mi scivola e finisce a quelli di sotto. Provo a rubare quella di Renè, ma ci si è avvolto come una mummia, impossibile. Rimarrò con il pile e le mani in tasca, tremando ogni tanto, ogni centimetro di pelle nuda viene attaccato dal vento gelido di fuori. 

Appena comincia a far chiaro siamo tutti in piedi, di cattivo umore. La temperatura è ancora bassa, ma è il vento che rende rischioso salire. Attendiamo, facciamo fuori qualche provvista. Intorno alle 7 arrivano da sotto due duri e puri, zaino piccolo, passo deciso. Saranno partiti alle quattro con il buio. Si fermano due minuti, parlottano, ci confermano che c'è troppa neve per tentare di salire senza ramponi e poi via, verso la cima. Dopo un attimo non li vediamo già più.
Un'ora dopo ci mettiamo in marcia anche noi. I francesi sono partiti mezz'ora prima, preceduti dai due italiani che abbiamo capito essere degli habituè di queste parti. I francesi tenteranno la cima, gli italiani probabilmente no, andranno al Quintino Sella, dipenderà dal vento. 
Daniele non ci accompagna, preferisce lasciare a noi l'onore. Rimarrà a riposare ed a fare fotografie. Lo riprenderemo al ritorno. 
Il freddo è intenso ma siamo ben attrezzati, gli zaini questa volta son leggerissimi, il passo è spedito. 
Il vento comincia a darci tregua, ma quando arriva sono rasoiate di ghiaccio che fan male. 
Si sale. Il tracciato è ben segnato. Il cielo non ha una nuvola, il ghiaccio riempie ogni fessura, increspa ogni specchio d'acqua, Nel frattempo arriva il sole, insidia le ombre delle cime sulle pareti opposte che pian piano si accorciano lasciando il posto al bianco abbacinante della neve, su un cielo blu scuro. 
Salire diventa improvvisamente una delizia, fresco e vitale. L'altitudine non toglie tanto fiato, stiamo bene. In breve raggiungiamo la quota dove la neve la fa da padrona, vediamo i francesi che abbiamo quasi raggiunto e scorgiamo da lontano il bivacco Andreotti

Ci rendiamo conto che non potremmo proprio andare oltre, lo strato di neve non permette di proseguire senza ramponi, rischiare così non ha veramente senso. Decidiamo che nostra salita terminerà qui. Una breve sosta al bivacco, ci riposiamo, per poi prepararci senza rimpianti a ripercorrere i nostri passi. 
Lo sguardo spazia intorno e si perde, Il blu scuro del cielo, il risplendere della neve, le montagne lontane abbracciate a cerchio, una catena e dietro un'altra e poi dietro un'altra ancora, la pianura fumosa di smog in lontananza. 

Le rocce plasmate da mani di giganti, i segni dei tuoi passi nella neve che diventano una traccia lontana, l'aria così fresca che solo quassù, il caldo del sole sul viso, il silenzio perché anche i suoni si propagano in modo diverso, più netto e distaccato. 
Lontano, distantissimo appare il mondo, laggiù tra la nebbia, e l'essere improvvisamente separati dalle cose, le grane, i problemi da una sensazione di equilibrio e di quiete.  
Prima di prepararci per la discesa osserviamo il gruppo dei francesi iniziare la salita senza legarsi in cordata. 
Noi due invece torniamo giù in fretta, ci ricongiungiamo con Daniele, un pasto sereno per eliminare quanto più possibile il peso in eccesso dagli zaini e poi di nuovo giù per il ritorno. Un'infiammazione a un legamento del ginocchio  trasformerà poi la mia discesa in un incubo e dopo troppe ore di agonia, assistito da Renè tramutatosi in amorevole infermiera, arriveremo finalmente alla macchina.
Sapremo poi, solamente il giorno successivo dai giornali, tornati alla nostra vita di sempre, che uno degli alpinisti francesi che abbiamo osservato allontanarsi, poi, proprio in questo stesso punto perderà la vita, sulla via del ritorno, scivolando sulla neve e fermandosi giù, sulle rocce sottostanti.

Perché non è uno scherzo, qui. Mai. 
Ma non vedo comunque  l'ora che arrivi la mia prossima volta.

lunedì 24 settembre 2012

La Brutta Bestia [seconda parte]



Continua da qui
Il segnale inconfondibile del messaggio in arrivo sul cellulare, dal piano di sotto. 
Lei si drizza su ed il livello passa immediatamente a livello C, sottosezione "allerta - colpo in canna".
"Chi è che ti manda i messaggi a quest'ora?" domanda.
"Non lo so, il telefono è sotto, ed io non ho la vista a raggi x", rispondo.
"Beh, che aspetti, vai a prenderlo, se ti mandano messaggi in piena notte magari è importante", suggerisce maligna.
Mi alzo di malavoglia e vado sotto. Non abito nella reggia di Versailles, devo fare si e no una ventina di metri tra andare e tornare, compresa una rampa di scale. Riesce a domandarmi "e allora eh? Chi era?" almeno quattro volte, prima che raggiunga il cellulare.
Il messaggio proviene da un numero sconosciuto. Lo devo leggere, ovviamente non posso esimermi dal non farlo ad alta voce. Potrei inventare e far finta di leggere "Vodafone servizio gratuito...", ma sarebbe peggio, considerato che ho il contratto con Tim. 
Ed a distanza di anni me lo ricordo ancora a memoria.

"Serata strana. Tu non hai idea dei pensieri che mi frullano in testa".
....
Me li ricordo ancora benissimo, quei dieci interminabili secondi di silenzio assoluto, prima dello scoppio della tempesta perfetta, l'Apocalisse.

Esplode. Dallo stato di piccola nana rossa, che è la sua condizione normale (almeno è così che la chiamo), passa in un lampo a quella di Supernova. Il contatore Geiger del tono di voce schizza a livello F in un lampo e poi va ancora su, su, su, fino a che l'ago impazzito spacca il vetro e si conficca nel muro alle mie spalle, sfiorandomi la giugulare.
Urla come un derviscio che si avventa sul nemico, si mette in piedi sul letto (ma non si nota quasi la differenza) mi insulta di brutto, ha gli occhi iniettati di odio, mi dice lo sapevo, sei un bastardodisgraziatocriminaleporcoesporcotraditore, riesce a parlare ed a tirar fuori una sequela di insulti fittissimi senza riprender fiato tanto che temo possa venirgli una sincope, se la prende con Tizia che insidia i mariti altrui e sulla nostra liason che finalmente viene smascherata, è furiosa, isterica. Io cerco invano di placarla, di calmarla, di farla ragionare, non può essere lei, sragioni, è un numero sconosciuto, non è quello di Tizia, che ho in agenda, e non è che uno va a casa all'una di notte e come niente si può fare un numero nuovo solo per parlare con uno, anche se figo come me. Lei ribatte che allora Tizia sta usando di sicuro il telefono del marito, ma io ho anche il suo numero, e non è possibile, anche perché il suddetto marito, di professione idraulico, ha in dotazione due consistenti bicipiti e la chiave del 36 che, se solo mai sospettasse mi dessi da fare con la sua di lui metà, potrebbe adoperare su di me in maniera non estremamente gradevole.
Tento di ricondurla a limiti ragionevoli, le dico di finirla di urlare che avremmo già svegliato mezza Bucodiculoplace, di aspettare un attimo, di farmi capire, ma lei niente: provo anche a mandare un messaggio, in sua presenza al numero sconosciuto chiedendo "chi sei" , ma dall'altra parte mi giunge in risposta solo un laconico
 "boh, non so nemmeno più io chi sono"
E questo la fa solo più incazzare e aggiunge strilli e urla "e lo vedi che è lei" e urlo anch'io per calmarla, ma lei continua inviperita "elovedichehoragionemaioVirovino, è lei e l'ho sempre sospettato che sei un bastardodisgraziatocriminaleporcoesporcotraditore, solo che adesso, finalmente c'ho le prove".
Compare la piccola, in pigiama, l'aria addormentata ed il passo incerto, svegliata di soprassalto da tutte quelle urla,  gli strepiti, i colpi sul letto. Porta da una parte un cuscino e dall'altra una bracciata di peluches stretti, una decina circa, lo stretto indispensabile in caso di fuga improvvisa per grave calamità naturale. Le manca l'elmetto di emergenza. Sospetta un terremoto, uno tsunami, un'alluvione. Ci guarda stupefatta, sua madre in pigiama, scarmigliata e isterica in piedi sul letto, suo padre mezzo svestito e vagamente barcollante con il cellulare in mano alle due di notte. Non si scompone. Noi la guardiamo, ci fermiamo in silenzio.
Lei non ci chiede neanche se siamo impazziti, non serve, è convinta di sì.
Ci dice soltanto, in tono accusatorio: "ma lo sapete che mi avete svegliato? Me e forse tutto il paese?" 
Io le chiedo scusa. Ha ragione, e senza rimpianti abbandono il campo di battaglia. E per riuscire a far riposare almeno i vicini le propongo di tornare insieme a dormire nel suo letto. E nonostante i ringhi e tutti i brontolii sommessi provenienti dalla stanza di fianco, con le parole della mia piccola "stai tranquillo, la mamma è un po' matta, ma non è cattiva", e le sue mani tra le mie, nella sua stanza con le stelle che luccicano sul soffitto, finalmente ci addormentiamo.
La mattina successiva ho il primo appuntamento fuori studio. Mentre mi muovo in auto ho un illuminazione. Telefono da noi. Mi risponde proprio Tizia. 
"Scusa Tizia, ma E., il nostro collaboratore che è andato via, ci ha per caso lasciato il suo numero nuovo? Sì? me lo mandi, per favore? Grazie".
Mi arriva l'SMS. Lo confronto. E' proprio lui, lo stesso di questa notte. E' lui che, la sera prima, alla cena insieme a noi, era stato così bene che, ripensandoci, nonostante con il nuovo lavoro andasse a guadagnare molto di più ed a lavorare molto di meno, era sinceramente dispiaciuto di abbandonarci, tanto da non essere più sicuro delle sue scelte e da mandarmi i messaggi in pena notte. Compongo il numero.
E.: "Sì?"
D&R: "E.? Sei tu? Ma la sai una cosa?"
E.: "No, che cosa?"
D&R: "Te lo ricordi quanto è gelosa mia moglie?
E.: "Miiii, Certo che lo so.... e allora?"
D&R: "E allora... Ma sarai stronzo?!??!!" 

martedì 18 settembre 2012

La brutta bestia

Così dicono di lei. E quando intendo Lei non pensate male, non mi sto riferendo alla mordace consorte, che casomai rientra nella categoria degli "animali di piccola taglia". Un po' come quei cagnetti che abbaiano sempre e sempre mostrano i denti: non feroci, no, ma estremamente rompicoglioni.
La brutta bestia a cui accennavo è la gelosia, di cui la consorte pare permeata, inzuppata come un savoiardo nel caffellatte. 

Dico sempre che le sue malefatte sono state così tante e così tanto varie che potrei tranquillamente scriverne un libro. Tale libro lo utilizzerei eventualmente a mia difesa, nel momento in cui qualcuno, lavorando casualmente con il martello demolitore nel pavimento del garage, ne rinvenisse in futuro i miseri resti. Tanto sarò già all'Avana, tra fiumi di rum e donne scandalosamente giovani e pertanto chemmefrega. 

Tempo fa ero in un bar a nutrire l'affamata schiera del popolo di studio e ne stavo rievocando un aneddoto, accaduto qualche anno prima. Sospetto che tutta l'ilarità suscitata, (un pò come accade al Berlusca e le sue barzellette durante i comizi elettorali) sia stata in parte dovuta al fatto che la mia mano verghi gentili autografi sugli assegni delle loro buste paga, ma alla fine le risate erano così tante che da un lato ci hanno gentilmente quasi cacciato dal locale e dall'altro mi han fatto pensare che, di questa storia potrei benissimo farne parte anche a voi. 
La premessa è la solita. Non invento niente, al limite infiocchetto, ma è vero in tutto, tranne quando faccio parlare il gatto. Se credete anche a quello allora avete dei problemi. 

Era la vigilia di Natale di tre anni fa. Una cena di studio, con tutti, soci e collaboratori. Una cena particolarmente sentita perché in quella ci accompagnava, per l'ultima volta E., un nostro collaboratore storico, un amico che, dopo circa dieci anni trascorsi sempre insieme, dall'anno successivo sarebbe andato a lavorare da un'altra parte.
Abbaiamo trascorso una serata veramente piacevole. Buon cibo, buon vino ed una buona compagnia han fatto sì che il tempo passasse veloce, tra risate, e attimi di leggera commozione. Il nostro amico che era in procinto di lasciarci aveva gli occhi più lucidi di tutti. Alla fine ci salutiamo e ci dirigiamo ognuno a casa nostra. Tra le persone di studio ci sono anche due ragazze che abitano lungo la strada che faccio per andare a Bucodiculoplace e, considerato che si mormora abbiano l'abitudine di bere smodatamente e che soprattutto non sono automunite, mi offro cavallerescamente di riportarle a casa. Le chiamerò, per rispetto della privacy, Tizia e Sempronia. Su Tizia (esclusivamente per questioni di ordine cronologico) si stanno concentrando ultimamente gli strali della gelosia della consorte. E Tizia, tra le due, è ovviamente quella più vicina a casa mia. 

Accompagno pertanto Sempronia a casa, la salutiamo, accompagno Tizia a casa, saluto anche lei, e di lì in capo a dieci minuti, senza il minimo sbaffo di rossetto sulla camicia o un capo di biancheria intima femminile che sbuca dalla tasca della giacca son lì, fischiettante e sereno, diversamente sobrio ma solo il giusto, con lo sguardo da maritino angelico d'ordinanza che risalgo le scale di casa. E' circa l'una e mezza di notte. 

Lo so perché le lancette del mio orologio, per il gelo come nella scena di The day after tomorrow, sono rimaste bloccate per sempre.

Salendo dalla zona giorno alla zona notte avverto una strana, inquietante tensione nell'aria. Un ronzio sommesso e persistente, come quando passi sotto i cavi dell'alta tensione ed a noi maschietti si drizzano i peli sulle braccia. La luce dell'abat-jour della camera da letto è ancora accesa, la gatta sguscia via silenziosa con le orecchie bassissime, e con gli occhi ed un eloquente gesto delle zampe mi suggerisce che non è proprio aria. La consorte è nel letto, seduta a mezzobusto, con le braccia conserte che mi attende fissandomi con occhi ardenti. La prima impressione che mi dà mi ricorda Linda Blair nell'Esorcista. 
La saluto allegramente, sono di ottimo umore e mi stupisco di trovarla ancora sveglia.
Lei comincia a parlare con la voce livello "D quasi E" del repertorio delle voci della Consorte. Il repertorio delle voci della consorte comprende, in crescendo, tutte le sfumature dal livello "A" alla "F", dove il primo è quello a cui corrispondono toni amorevoli e passionali (non lo usa dall'86, me lo ricordo perché l'avevo registrato ancora su cassetta C60) mentre Il livello "F" l'hanno sentito una volta a New Orleans e mi han confessato che l'uragano Katrina in fondo era stato meglio. 
Il livello D ha un tono di voce leggermente acuto, tagliente e sarcastico, vagamente sinistro, con la parlata veloce ed interrotta di frequente da "eh già" velocissimi che mi ricorda le telefonate in VOIP quando l'ADSL fa le bizze. E' già furibonda ed io al momento non ho ancora capito il perché. Ho anche lucidato l'aureola apposta, prima di uscire. Forse è nascosta dai capelli.
Incomincia: "E allora eh? ti sarai divertito, immagino!" Inizia prendendola alla larga. "In effetti sì", ribatto cercando di buttarla sul faceto. "Pare che le serate passate a indossare il cilicio stando in ginocchio sui vetri ed ascoltando film originali in polacco siano passati terribilmente di moda. Pare che la gente abbia l'abitudine di cercare di star bene, ridere, scherzare, divertirsi". Ma la mia allegria non la contagia, anzi. Gli "èh già" ed i "si deve pure divertire, lui" si susseguono a ritmo serrato, infastidendomi. Badate, non voglio dire di essere un maritino perfetto, questo no. Spesso non sono gentile, non sono premuroso, non sono affabile: non saluto i vicini e faccio piangere anche i bambini più piccoli (e anche questa, giuro, è proprio vera). Abito - la dizione più corretta sarebbe "dormo" - in un paese (il suo di lei), di emmenthal dove brucerei almeno metà della popolazione accanendomi in particolare modo su alcuni folcloristici componenti della di lei famiglia e tutte queste cose gliele ripeto pure spesso. Ho un lavoro mio, che mi da tanto ma che come contropartita mi fa stare lontano da loro tutto il giorno, senza orari, e nonostante tutto non voglio rinunciare, per sopravvivere, a cose egoisticamente solo mie come correre ed arrampicare, quando posso, quando proprio non riesco farne a meno. Ma a parte questo basta. Tre, quattro uscite all'anno tra uomini sono ciò che mi concedo, semplicemente perché mi va bene così, perché è giusto così, perché casa dovrebbe voler dire che si lascia tutto fuori, trovando dentro la tranquillità, il calore e l'affetto delle persone a cui vuoi bene, che ti vogliono bene.  
Sono stanco, a quest'ora, per litigare senza senso. Non me lo merito, non ho voglia di fomentare le sue paranoie, e neanche di iniziare una discussione sterile: "Sì, una bella serata, infatti, siamo stati bene", rispondo spogliandomi. Si informa su chi c'era, evidenziando con sorrisetti e mormorii (se c'è una cosa che mi fa .....zzare sono i mormorii che non capisci cosa ha detto ma che SAI che era un qualcosa a contenuto altamente dispregiativo).
"Immagino che Tizia ti sia stata seduta vicina, a cena"
"Si," ribatto io " principalmente per due motivi. Il primo è che in quanto ad organico non siamo la FIAT, quindi stiamo tutti tranquillamente intorno ad un tavolo. Ed il secondo è che siamo in inverno, non potevo certo farla cenare da sola nel dehor". 
"Comunque ti era seduta vicina, o di fronte, vero?" (la consorte a mente non sa fare 8+13 però riesce a calcolare in una frazione di secondo tutte le combinazioni possibili della posizione delle persone intorno ad un tavolo rettangolare per sapere che se sono in mezzo alla tavolata, sono praticamente spacciato). 
"No, proprio vicino non c'era posto. Allora, per farla contenta, l'ho tenuta sulle ginocchia, fino a che mi si sono addormentate le gambe".
"Fa anche il cretino lui"
"Considerato che ti ho portato all'altare rivendico il fatto che non faccio il cretino, io sono cretino" cerco di sdrammatizzare.
"E poi, eh? Scommetto che le avrai portate a casa tu, vero?"
"Sai, in verità abbiamo messo dei foglietti in un cappello ed abbiamo estratto a sorte per vedere a chi mai poteva capitare questa insperata fortuna. Ha vinto Caio, sai l'architetto che abita in direzione opposta alle magioni delle due fanciulle. Lui però, sebbene entusiasta, girando in bici anche d'inverno aveva qualche difficoltà a trasportarle entrambe. Allora ha messo all'asta a malincuore la sua vincita e me la sono aggiudicata io per un milione di Euro. Dici che ho speso troppo?

Lei ignora le mie battute. "E immagino che avrai accompagnato per ultima Tizia, c'è da giurarci, vero?"  allude, acida. 
"Considerato, mio buon vecchio Watson, che la suddetta Tizia è la più vicina alla nostra avita magione mi compiaccio per l'arguta deduzione, MA" - alzando l'indice per  richiedere attenzione - "in realtà sbaglia, perchè l'ho accompagnata per prima. Arrivati sotto casa sua le ho, travolti da irrefrenabile passione, dato due gentili colpetti sul sedile posteriore dell'auto, in maniera che Sempronia osservasse e potesse prendere appunti. Scaricata la prima pulzella ho girato la macchina e son ritornato verso Torino, per lasciare la stessa Sempronia, la quale a sua volta, poverina, pretendeva di mettere in atto gli appunti diligentemente presi. Infine ho fatto per la terza volta dietro front e mi sono diretto a casa. Totale 540 km per due sveltine". Poi, guardandola fissa  e cercando di farle capire l'assurdità delle allusioni "certo che l'ho lasciata per ultima, è la più vicina a casa nostra, non credi?".

L'insensatezza dei suoi ragionamenti diventa finalmente manifesta persino a lei. 
"Sono due persone normali, da accompagnare a casa, punto. E non mi costa nulla farlo. E sei ridicola. E Tizia poi oltretutto ha anche un marito." 
"Non vuol dir nulla" tenta un'ultima, strenua difesa. Ma ha perso di mordente, non ci crede più fino in fondo. Il livello passa gradatamente da D al C. La gatta, che mi aveva già preparato un giaciglio di fortuna vicino alla lettiera, dal bagno sento che sussurra "Te la sei cavata, non ci avrei scommesso la mia ciotola di croccantini, stasera" (ecco, questa è la parte a cui non dovete credere).

Sto per mettermi a letto, lei ancora rimbrotta qualcosa tra sè e sè, ma se essere gelosi è un'arte lei è il Michelangelo della gelosia, e non ce la fa proprio a finirla così. 
Stiamo per abbandonare anche il livello C. Mi rilasso.

E lì sta l'errore. Perché non è che abbia seguito un corso al CEPU, per diventare così, lei è una professionista, è campionessa mondiale in carica, docente di gelosia applicata. Fa solamente finta di abbassare la guardia, scarta ed aspetta la tua prossima mossa. E con lei devi rimanere sempre sul pezzo. Nonostante tutto fai ancora gli stessi stupidi errori. Basta un niente. Basta che tu ti dimentichi, ad esempio, di spegnere il cellulare, o mettere il silenzioso. Ma il cellulare tu, non lo spegni mai. E questo, la sfiga, la tua personalissima nuvoletta nera che ti segue fedele da quando eri in fasce, lo sa. 

Ed è proprio in quei piccoli istanti di pace, quando ormai pensi, d'accordo con la gatta, di essertela ancora una volta svangata, che accade l'irreparabile......
[...continua.]