giovedì 31 dicembre 2009

Auguri



A tutti i bloggers, me compreso (cacchio, sono anch'io un "blogger"?!?!?), ed a tutti i bloggers nati come me il primo gennaio ("Tanti auguri a noi, tanti auguri a noi...") aguri doppi, s'intende.
A chi annusa i libri prima di comprarli e a chi legge fino a star male.
A chi scrive ed a chi sa scrivere, che son due cose decisamente diverse.
A chi ha belle emozioni dentro il cuore e ogni suo post è uno spiraglio luminoso.
A chi mi ha fatto ridere, talvolta fino alle lacrime.
A chi mi ha commosso, talvolta fino alle lacrime.
A tutti quelli che leggerli mi fa stare bene.
A chi ogni tanto si sofferma su queste pagine.
Anche, ma proprio perchè sono buono, a quelli che usano le "kappa" dappertutto (Ciao, Slaymer!!!).
A chi stanotte, come me, guarderà questa luna piena, blu, proprio blucobalto.
Vabbè che son daltonico! ^_^

Buon MMX a tutti!!

D&R

giovedì 24 dicembre 2009

La letterina di Babbo Natale


A Babbo Natale
Rovaniemi - Polo Nord


Caro Babbo Natale
Onestamente qui, da queste parti, che sono buono, me lo dice solo più Hannibal Lechter e questo magari la dice lunga su come mi sia comportato quest'anno, ma tu non stare a guardare troppo per il sottile. Ascoltami.
Sì che lo so di essere in ritardo; hai ragione, Il tempo stringe, è vero, avrei voluto prepararla prima la mia lettera ma, sinceramente, e lo sai, ho avuto proprio poco tempo, ultimamente.
Ho sempre poco tempo, ed ho sempre tanti pensieri, in questo periodo. Alcuni positivi alcuni meno, qualche ricordo doloroso, questi giorni va da sè che li richiamano tutti a galla, ma è un fatto, ci sono ed è inutile far finta di no.
Guardo dietro di me. Mi vedo percorrere quest'anno, giorno dopo giorno, analizzando serenamente ed con obiettività cosa ho fatto, in questo duemilaenove che sta volgendo al termine. Cosa ho fatto bene e cosa meno. Lo faccio giusto per risparmiarti la fatica, in maniera da non farti perder tempo a ragionare se mettermi nella lista dei meritevoli o meno.

Mi "quoto assolutamente" nella lista dei buoni. E ti spiego perchè.
Forse perchè fondamentalmente mi sento un buono, forse perchè la barba, la mattina, non la faccio mai "a memoria" ma guardandomi dritto dritto, a scrutarmi dentro. E tutto sommato, mi piace abbastanza quello che vedo.

Mi chiedi cosa abbia fatto di diverso dagli altri anni?
Ho ripreso a correre. Anche se adesso sono fermo da ottobre, e sono in lista per l'intervento al tendine, sicuramente è la cosa più sana che abbia fatto. Mi ha fatto star di nuovo bene, mi ha fatto recuperare me stesso, nel fisico prima e nella mente poi, anche se quest'ultima, oramai non è più completamente recuperabile.
Beh, poi ho ripreso a scrivere e creato un blog. Ma anche questo l'ho fatto egosisticamente, solo per me. Ma ogni cosa quello che non avrei mai potuto fare, pensare, scrivere e dire se non avessi messo su un blog lo so solo io. A parte te, ovviamente.

Ed infine ho ripreso a respirare. Sono uscito da un lungo, lunghissimo periodo di apnea e ho scoperto così tante cose, respirando. Ho ripreso, piano, i polmoni han fatto fatica, all'inizio. Ma poi han reagito, come una lenta locomotiva a carbone. Ed adesso che mi sento in corsa non ho tanta voglia di tornare sotto. Resisto, finchè posso.

Sì, ma in fondo, che cos'è che ho fatto di buono, ma di buono realmente?
Ho amato di un amore completo, senza retropensieri e pentimenti. Ho veramente amato fare quello che ho fatto, tutto, ogni giorno. Il mio lavoro, questo studio, tutte le cose in cui credo, la corsa, scrivere. Ho amato mia figlia, vedendola crescere giorno per giorno, spronandola, giocandoci insieme ed aiutandola a crescere. Sono ancora il suo punto di riferimento, per fortuna.
E pensandoci bene non ho combinato nulla di particolare per essere segnato nell'altra lista, sai? Mai parcheggiato sulle strisce, tranne una volta la moto, che ho subito spostata, ma mi è costata una cena (ad onor del vero ancora da pagare). Mai passato con il rosso, tranne quando era un arancione mooolto allungato. E per quanto riguarda l'andar forte in macchina.... beh, qui passo. 

Non so se basta, ma comunque la mia letterina la scrivo lo stesso.

Già, e cosa vorrei?

Tralascio la pace nel mondo ed un Ferrari, che son regali scontati.
Mi piacerebbe un tendine nuovo, ma anche se mi aggiusti quello che ho già male non sarebbe. Anzi forse è quasi meglio.
Un walkman subacqueo, per poter nuotare così come corro, nella mia bolla, isolato dal mondo.
Una tuta da runner per l'inverno, che ho solo pantaloncini corti e correre al freddo è già duro di suo.
Un tagliando per il Transalp che ne ha tanto bisogno.
Un paio di scarpe da arrampicata, che le mie vecchie han visto giorni migliori.
Una Nikon seria, è una vita che la desidero, ma prima o poi mi sa che me la dovrò comprare da solo.
Una stilografica va sempre bene, scegli tu, Aurora, Delta, Parker, Sheaffer,Tibaldi, Visconti, Waterman (te le ho messe in ordine alfabetico, visto?) fai come credi che non sbagli mai. Ma se vai a prenderla da Torino Penna magari, lì conoscono anche i miei gusti.

Però anche se sei Babbo Natale sei strano sai? Tu che, probabilmente per fare prima,  qualcosa mi hai già portato in anticipo.
Lo sguardo luminoso della mia bimba, che mi hai già regalato nove anni e che si rinnova ogni giorno, così come i suoi sorrisi: questo me lo tengo stretto, stretto come i suoi abbracci.

Altre cose poi mi hai già portato da poco, ad onor del vero.
Un metro che non ce l'ha nessun ingegnere e dovunque lo porto faccio un figurone!
E poi una matita nera con diamantino, una Moleskine bellissima, una penna usa e getta che nella mia collezione non poteva certo mancare, un quaderno meraviglioso per gli appunti e le idee ed infine libri, in quantità.
E ancora un pendente brillantissimo, da appendere sull'albero e che mi è vicino ora. E lo sguardo di un paio di occhi sorridenti e limpidi che non mi stanco mai di guardare.

E pertanto penso che basti.
Quind caro Babbo Natale, concludendo non è che abbia poi bisogno di niente. Con quanto mi hai già dato una cravatta basta ed avanza, tranquillo.
E quindi Buon Natale anche a te, Babbo Natale. Parti pure per il tuo giro e grazie, grazie sinceramente.
E se percaso devi farti fare il progetto di adeguamento della fabbrica di giocattoli, su, da te, rivolgiti qua. Ti tratterò bene, vedrai.

Tuo D&R.

Il Brindisi Natalizio


Un brindisi tra noi tre, anzi noi due. Io ed il mio socio, che l'altro non vedeva l'ora di andarsene. E' un socio leggermente dissociato, mi sa.
Un brindisi pensando ai lavori fatti, alle fatiche, troppe, di quest'anno, alle persone che con noi hanno sudato e faticato. Pensando alle levatacce, alle ore tarde, alle numerose litigate ed alle risate insieme, forse di più.
Era il millenovecentonovantatre, quando abbiami iniziato. Ed ogni anno, quando se ne sono andati via tutti, quando lo studio diventa improvvisamente grande, vuoto e silenzioso, ci fermiamo e, quasi religiosamente, ci consumiamo completamente la nostra bottiglia speciale, scelta esclusivamente da me - champagne, ovviamente (what else?) - a volte non parlando neanche.
Un mio socio, allora, ogni anno commentava "ha lo stesso sapore dello spumante ma costa 3 volte di più", solo per farmi girare i cosiddetti. L'anno che avevo comprato un Dom Perignon gli avevo ribattuto che di bottiglie di spumante ce ne volevano almeno dodici. A momenti gli andava per traverso.
E quest'anno la bottiglia scelta è questa. Un Moet&Chandon millesimato 2003 (www.moethennessy.it) con un perlage eccezionale che è una favola, anzi che lo era, visto che è rimasta solo la scatola e la bottiglia vuota.
E basta. Auguri a tutti. A tutti quelli che si sono soffermati sulle pagine di questo blog. A chi mi ha commentato e anche a chi mi ha solo letto. A chi sono pèiaciuto ed a chi no. Ai miei sostenitori ufficiali, ed a quelli che hanno a loro volta un blog che piace leggere a me. A chi mi legge dalle Hawaii o dagli USA (ma chi siete???), al mio amico Legoland che è a Londra, ed a tutti gli altri. Nessuno escluso. Devo ancora comprare qualche  regalino alla mia bimba meravigliosa e sono in ritardo. E devo ancora scrivere la letterina a Babbo Natale!!!!!

D&R

lunedì 21 dicembre 2009

Così, perchè mi andava



In questo giorno di neve e di freddo. Che quello vero non è ancora arrivato. Un giorno, massimo due, dicono. Un freddo da ibernarsi, dicono
Perchè non potrebbe essere da nessun'altra parte.
Perchè so aspettare, io. Tempo ne ho. E il freddo non mi spaventa.

D&R

Henri Cartier-Bresson. Russia


 "Henri Cartier-Bresson. Russia"


Loggia degli Abati
4 dicembre 2009 - 14 febbraio 2010

Di Genova, di vento e di un freddo polare


La scorsa settimana son tornato a Genova, per lavoro. Mi sono goduto una giornata incredibile, fatta di un freddo tagliente di un mare d'ardesia  e di gabbiani appesi al vento teso che ti portava via, con il freddo che ti faceva bruciare la punta delle dita e svolazzare impazzito il cappotto ed i capelli.

Genova è una di quelle città che penso mi appartengano, che mi fa respirare diverso, per mille motivi, molti dei quali solo miei o quasi. Ogni volta che devo andare giù comincio a stare bene ancora prima di esserci, l'ho già scritto.

Quando posso parcheggio sotto, nei parcheggi dei Magazzini del Cotone. E di colpo mi trovo catapultato dentro la Genova che amo, partendo dallo spiazzo vicino all'Acquario, con il sibilo metallico e tintinnante che fa il vento quando gioca tra le sartie delle barche ormeggiate, dove i bambini corrono nei tubi di cemento lasciati per loro, e dove c'è un ristorante che le trofie al pesto sono un incanto.
Da lì poi salgo per la via di San Lorenzo, passo di fianco al Duomo e ai suoi maestosi leoni accucciati sulla scalinata, mi perdo in Piazza Giacomo Matteotti e le mille mostre di Palazzo Ducale - A proposito, c'è in programma una mostra di Henry Cartier-Bresson che termina il 14 febbraio, qualcuno vuol venire? - Dopo costeggio carugi e stradine in salita, respiro i profumi della Salita del Priore, ad esempio, passo di  fianco ad altre vie con portici eleganti e disegnati, salgo ancora ed infine, di colpo, arrivo nel cuore nervoso e nevralgico della città, dove ci sono banche come se piovesse, dove la vita prosegue tre piani sotto il livello stradale, dove gli edifici sembrano incastrati come il Tetris, e dove ho l'appuntamento di lavoro.
Così diverso, quello spazio, dalla Genova appena attraversata che non sembra quasi di trovarcisi, a Genova, ma l'aria di mare la senti sempre anche qui, trasportata dal vento e se guardi in alto, ondeggianti nelle raffiche di vento li vedi lo stesso, i soliti quattro gabbiani.
A Genova c'è una piazza che adoro.
E' quella piazza dove ci sono migliaia di motorini, dico proprio migliaia perchè sarà un quadrato di 50, 60 motorini per lato, e cinquanta per sessanta fa tremila, e quindi saranno proprio migliaia, mi sa. 
Ma in questa piazza che ci saranno almeno tremila motorini, tutti attaccati come i pezzi del domino, che non ci passa una persona tra uno e l'altro, che giuro, vorrei spingere giù il primo per vedere che uno dietro l'altro tutti si appoggiano per terra ed a un certo punto vedi tremila motorini che dormono, nella piazza di Genova, dove c'è modernità, efficienza, facciate di vetro e acciaio e una salita antica e, sola e intaccata da tutto, separata dal mondo da una decina di alberi contorti, c'è un rudere che era la casa dove è nato Cristoforo Colombo, con dietro un giardino silente, con un colonnato che mi leva il fiato, da quanto è unico.
Questo ed altre mille cose, nella Genova che amo.
E poi, terminato il lavoro, prima di riprendere la strada per tornare indietro vado ancora a sedermi e a pensare, sui gradini di quella chiesa in pigiama a righe, sospesa sopra la via 20 settembre, con la piazzetta e la balconata e il liceo Scientifico e Classico Bernini.
La scorsa settimana seduto sui gradini di quella chiesa ci sono stato poco. Troppo il vento che ti entrava nelle ossa. Poco il tempo a disposizione, tra il primo appuntamento ed il secondo. Troppe ancora le sorprese che volevo preparare e che, in un freddo glaciale di un'altra città, sono poi riuscito a fare.
Ma così, anche attraversato dalle raffiche fredde che facevan battere i denti, a pensare mi son fermato.
A pensare ai mille motivi per cui questi luoghi siano diventati per me unici, limpidi, e rilucenti come cristallo. A riflettere su quante cose diverse e a volte contrastanti abbia pensato, seduto su questi stessi gradini. A ragionare sulle mille combinazioni del fato, del destino, a quanto abbia cambiato in me anche solo scriverne un post su Genova, mesi fa.

Non ci avete capito niente, vero? Lo so, lo so. Forse mi son perso anch'io, a fura di pensare troppo, e pensare fa corrente, mi han detto una volta.
Ma che volete farci, son così; e con la corrente, forse un'altra, ma forse in fondo sempre la stessa, alla fine io ci campo.

D&R

lunedì 7 dicembre 2009

Our Christmas Tree


Beh, forse bisognava attendere ancora. Qualche giorno, un paio soli, in pratica, come vuole la tradizione.
Ma se non si approfittava di questa domenica qua, persi nel far nulla o quasi, con consorte in trasferta nel ruolo di bonsai sostituta badante e figlia con nessunissima e forse anche di meno di voglia di fare i compiti ed io che non posso neanche pensare a correre che se no il tendine di cristallo si frantuma, e allora, in barba alla tradizione, oggi si fa l'albero.
Dico "oggi" e non "ora" o per mezza giornata, con cognizione di causa.
L'albero infatti, anzi l'Albero, si erge in tutta la sua altezza metri 2.40, escluso il puntale. 11 livelli di rami, per 6-8 rami per livello totale 70 rami in tutto.
Roba che la prima volta che l'ha visto finito, il mio vicino di casa è andato a comprarselo subito anche lui, e ma che bello, e ma come è grande, e sembra vero. L'ha acquistato e sull'onda dell'entusiasmo se l'è caricato in auto, sbuffando come un mantice, chissà poi perchè.
Poi, arrivato a casa, anche lui unico maschio di famiglia, se l'è caricato sulle spalle (da solo) e si è fatto i due piani di scale dal garage fino al nostro pianerottolo. A quel punto, stremato, pensava almeno di aver compiuto tutto lo sforzo. Ed invece era solo all'inizio.
Perchè il nostro bellissimo albero è in una scatola di un metro e trenta per trenta per cinquanta ed ha il peso specifico del piombo, si, ma è ancora tutto da montare. Il che vuol dire tirare fuori basi, elementi verticali e rami, e, provare a rimettere insieme i pezzi del puzzle finchè alla fine, ma proprio alla fine, quando anche il gatto si è stufato di fare gli attentati ai rami, trovate nascosti nelle pieghe della scatola, le istruzioni, che ti spiegano, che i rami si mettono nei vari livelli, in base ad una piccolissima tacca colorata che li distingue.
Giusto apposta per me, che sono daltonico, e che la prima volta il mio albero era venuto fuori con le misure 90, 60,90. E non era poi neanche così male da vedere.
E poi i rami sono tutti schiacciati, bisogna allargarli, districarli, piegare bene i rametti per dargli quella forma così, da albero vero.
E quel che è peggio lo vedremo poi, alla fine delle vacanze, quando quella scatola (sempre che nessuno con l'acume di un gerbillo non abbia anche pensato bene di buttarla via, ma questa è un'altra storia) sarà diventata di colpo troppo piccola per tutti questi maledetti rametti, che devi di nuovo stirarli ed appiattirli, ma che almeno li metti per ordine di colore, che l'anno prossimo, almeno eviti di creare forme nuove. E poi, come Gesù Cristo con la tua croce, ti ricarichi sulle spalle la scatola gobbuta e porti il tutto in cantina, dove avrà un anno di tempo per ingarbugliare rametti e colori. E l'anno successivo uguale.

L'anno successivo all'incauto acquisto, il mio vicino ha acquistato un albero in un pezzo solo, altezza fuori tutto 120 centimetri, luci comprese. Non c'era tagliato, per questo sacrificio.
Ed io, che volete farci, che si vede che mi piace soffrire, che adoro vedere gli occhi luminosi di mia figlia trasformarsi di colpo in due fessure sottili di felicità, quando è tutto finito e maestoso, che occupa la sala per metà, Ogni anno vado in cantina, mi carico come una bestia da soma e ricomincio.
E poi dopo averlo montato ci sono prima le luci da mettere, che devono essere messe belle nascoste che non escano i fili ma che si intravedano solo le lucine.
Poi arriva il momento delle decorazioni.
Prima quelle belle, quelle in vetro soffiato, quelle delicate, che vengono messe solo in alto per evitare che la gatta faccia strage, come fa immancabilmente ogni notte con i personaggi del presepe (in cui, noi, per inciso, ci mettiamo anche i Pokémon, in fila indiana, ma divago di nuovo, mi sa).
E ogni anno vien fuori di che colore lo dobbiamo fare, ed io che, vinta la battaglia dei colori con l'albero, e non sono sicuro neanche di averla vinta completamente, a quel punto ho da obiettare. Facciamolo come ci viene e ci pare, che è più bello, più mio, più suo.
E ogni anno c'è la tradizione che ognuno di noi si compri una pallina nuova, personale personalissima, elegante elegantissima o kitch da paura, che solo il legittimo proprietario potrà posizionare, e sulla cui scelta nessuno potrà avanzare riserve - Questa quiiiiiii? conquesti coloriiii? ma non ci sta niente beeneee!!!!, prendi quell'altra, che si intona di più. E questaaa? Da vergognarsi, ma sei scemooo?? No, consorte, o forse sì che sono scemo, ma non ci mettere il becco, te ne prego. Scegliamo quelle che più ci aggraderanno, che magari saranno come questa, che ovviamente è mia, o quella presa ad Eurodisney, che la mia piccola che toccatutto alla fine l'ha fatta cadere e abbiamo dovuto comprarla, o i babbi Natale legati in cordata, o ancora questa qua, O ancora come quest'altra, che poi alla mia piccola piacciono tanto che ride al solo guardarle ed il mio cuore ride con lei.

E poi mettiamo anche le altre, quelle vecchie, quelle comprate mille anni fa, magari sbeccate o storte, ma che mai e poi mai butterei via, perchè noi siamo la nostra storia, il nostro passato, queste nostre palline che una volta luccicavano e ora non più. Siamo tante cose, siamo le nostre tempestel le nostre correnti che chissà dove potranno mai portarci.
E sotto ci mettiamo le palline per far giocare la gatta, quelle che immancabilmente la consorte sbuffando sposta più in alto e noi rispostiamo subito in basso, cosicchè quando è notte, e si sentono tre o quattro palline rimbalzare sul parquet con la gatta che le insegue nel buio, Noi due, in stanze diverse, ma con un cuore in comune, ridiamo delle stesse risate, nascosti sotto i rispettivi piumoni. 


E ieri, terminata l'opera, accese le lucine e sistemati anche gli odiosi fiocchetti, ci siam fermati a guardarlo in religioso e stupito silenzio, l'albero di Natale. Il nostro Albero di Natale. Bellissimo.

E sotto, in barba nuovamente alla tradizione, che vuole che i regali Mister Babbo Natale li porti solo la notte di Natale, ci ho già messo un regalo, per me, già scartato, il più bello che c'è.

venerdì 4 dicembre 2009

Non avessi fatto l'ingegnere


Chissà cosa avrei fatto.
Mi dicono spesso che avrei dovuto fare l'avvocato, che con la lingua che mi ritrovo e la determinazione che metto in quello che dico quando penso di aver ragione - anche perchè, intendiamoci, se non penso di aver ragione sto zitto - è difficile confutare. Me l'hanno già detto, me l'hanno ripetuto anche stamattina, e ogni tanto ci penso, come sarebbe cambiata la mia vita, avessi fatto altro, come sarebbe andato tutto quanto. Mi immagino, in uno di quei prestigiosi studi legali, quelli con i mobili high tech, dove tutti girano elegantissimi, tiratissimi, con la macchina strafiga vecchia di non più di sei mesi, con l'assistente personale dalle gambe lunghisssime e piuccheperfette. Anche perchè se si deve immaginare qualcosa tanto vale scegliere bene, no?
Già ma cosa avrei voluto fare? Quali erano i sogni, quelli degli occhi meravigliati di un bambino, l'astronauta, il calciatore, cosa?
Io avrei fatto il madonnaro.
A onor del vero, ancor prima, complici i libri di Herriot, di Klein e di Durrel che so praticamente a memoria, avevo pensato di fare il veterinario, ma, primo, a Torino non è che si abbondi poi così tanto di animali da fattoria e, secondo, i cani, anche quelli impagliati, tendono tutti e sempre, inspiegabilmente, a mordermi.
Scartata pertanto l'idea originale, avevo coltivato a lungo di fare dell'arte di strada la mia vita. Uscire, vivere di niente, del soffio del vento e del calore del sole riflesso sulla pietra e sulle mie mani. Delle emozioni che suscitavo nella gente, che ricambiavano con qualche moneta gettata dentro un berretto di panno nero. E respirare momenti fatti di me, del posto dove sto in quel momento e del profumo del gesso, delle dita che schizzano velocemente sui marciapiedi, delle ginocchia sporche della polvere colorata. Nelle piazze d'Europa, senza un programma, un ordine, una cronologia delle cose da fare. Mi allenavo, mi confrontavo con i classici; ricordo che la Vergine delle rocce di Leonardo e il suo sguardo dolce e lontano, con quel sorriso soltanto immaginato mi avevano portato via più di un mese di fatiche, e a me veniva con quell'aria stupida da oca che non so quanti fogli ho stracciato con rabbia. Alla fine avevo deciso che bastava, che non ne potevo più e mai avrei saputo fare di meglio.
L'avevo regalato, via, non volevo più rivederlo.
L'ho rivisto due anni dopo, quando ormai l'avevo dimenticato, quando quell'enorme foglio grigio disegnato a carboncino e gesso bianco non era più mio. L'avevo trovato bello da levare il fiato, con quello stesso sorriso, forse leggermente più assente dell'originale, ma bellissimo.
Erano i tempi in cui disegnavo sempre, su tutto, compresi tovaglioli ai ristoranti. Soprattutto sulla mia scrivania a casa, dove le mie opere d'arte si perdevano immancabilmente sotto lo straccio delle pulizie una volta alla settimana. Erano stati salvati solo un Herbert von Karajan con lo sguardo austero e la bacchetta in punta di dita e un lucio Dalla dal basco floscio e la barba ispida, intorno ai quali lo straccio materno non aveva cuore di proseguire l'opera distruttrice. Disegnavo esclusivamente monocolore, in biancoenero, con le matite Derwent dalla 6H (un chiodo) alla 9B (burro di grafite), accompagnando il tutto con carboncino nero e bianco per i riflessi. A volte usavo la sanguigna, altre ancora matite leggere e biro da stenografia, dal tratto sottilissimo e scuro. Già, perchè sono daltonico - il termine corretto è discromatopsia - e con i colori combino normalmente pasticci. Ma i madonnari del bianco e nero sono dei virtuosi senza senso, che sussurrano le emozioni in lievi sfumature di grigio.
La carriera di madonnaro si infranse un giorno nella cruda concretezza della scelta della facoltà, finito il liceo. Ricordo ancor oggi l'espressione severa di mio padre e le parole "tu sei scemo" mentre peroravo la mia possibile e alternativa carriera artistica.
E così, l'incrizione ad ingegneria, pardon probabilmente volevo iscrivermi ad architettura ma da daltonico quale sono penso di aver sbagliato il colore del modulo. Ma tant'è, andando avanti ho poi scoperto che la faccenda non mi dispiaceva, che tutti questi corsi, questi numeri, nascondevano un mondo segreto, affascinante, per alcuni versi meraviglioso, di più, anche se non si dice più meraviglioso, signora maestra. Ma io lo dico lo stesso. Perchè più meraviglioso è come pensare al logaritmo in base 10, che il dieci lo tocca all'infinito e forse mai. E quindi mi ci sono appassionato. E oggi che è il mio mestiere da quasi... (quanti??? no, non è possibile, mi devo esser sbagliato a contare) mi piace, mi completa, come poche altre cose al mondo, che, per fortuna esistono anch'esse.
E finito ingegneria avevo pensato di rimediare all'errore commesso inizialmente, e, con un paio di occhiali correttivi colorati ho scelto il modulo giusto. Architettura, promosso direttamente al terzo anno.
Non sono mai riuscito a finirla. Non avevo più la testa, e men che meno il tempo. L'ho lasciata lì, e quando passo davanti alla Facoltà, in moto, ogni tanto ci penso ancora.

Ma non ho mai definitivamente abbandonato l'idea di quel mestiere di strada che, mentre ne scrivo in questo momento, alla mia scrivania e tutti i miei programmi ed i codici lavori e le consegne e le urgenze, lampadine e contatori, come dice qualcuno, mi fa venire una voglia di prendere ancora le mie quattro matite, il gesso bianco ed il cappello di panno nero. E Parigi è qua a due passi.
Quindi se un giorno, curiosando su questo blog scoprirete che l'ultimo post è vecchio di almeno sei mesi, andate a Montmartre, a vedere se c'è qualche disegno per strada, leggermente ammorbidito dalla rugiada del mattino, fatto solo in bianco e nero.
Sotto il disegno di un cappello ci leggerete soltanto
"Merci. D&R"

mercoledì 25 novembre 2009

Per una vita che viene

Ce n'è un'altra che va.
E da ieri che ho questo pensiero. E ieri una vita se ne è andata, e un'altra, puntuale, è stata segnalata oggi in viaggio, come gli annunci di un treno in arrivo o in partenza, gracchiati lontani dagli altoparlanti, con quella voce così roboante che si capisce sempre poco, e che mi fa pensare che magari, è proprio quello che parla, ad avere una voce così.
Un treno in partenza ieri, un treno in arrivo oggi.
E quella di oggi è stata una notizia fresca, un annuncio gioioso, un ex collaboratore ma non uno qualunque, un amico di sicuro, una persona con cui ho condiviso e condividerò ancora parecchio, certamente. Quello che scherzosamente chiamo Sheila, e lui sa il perchè, è chi ha visto da sempre Scrubs magari anche. Un compagno di pieghe, lui più bravo, che mi ha accompagnato a ritirare il mio Transalp, mille anni fa, e che, incosciente, mi aveva affidato allora il suo CBR600 perchè facessi pratica, visto che l'ultimo mezzo su due ruote su cui avevo posato il mio nobile fondoschiena andava ancora a carbonella. Sì, la draisina era stata inventata da poco.
C'è una cicogna che sta facendo i preparativi oggi, piega in due il tovagliolo a quadretti, fa un nodo con il lungo becco, ci mette dentro un cestino e ci infagotta dentro un'idea, un fagiolo luminoso che crescerà, in questi lunghi mesi di lenti battiti d'ali. A luglio, finalmente troverà la sua destinazione. Non potrebbe trovarne una migliore.
Ti aspettano, ti aspettiamo, noi qua, in questa gabbia di matti che hanno subito indovinato con chi parlavo al telefono e che abbiamo brindato con il caffè.

E una che se ne è andata, ieri.
Ma intendiamoci, non una vita qualunque, anche se non penso mai ci siano mai vite qualunqui. Questa però era una di quelle da fregiarsene, come una mostrina sulle divise dei militari, "io ho conosciuto lei". Una da andarne orgogliosi e fieri. Fieri di averla conosciuta, di averle parlato, di aver fatto parte della sua vita, dei suoi penseri, delle sue emozioni.
Una passione comune, la nostra, per la montagna, ma c'era tanto di più. Un'amicizia incrollabile, forte, che il tempo, sicuro, non scolorirà, e non sono frasi di circostanza, lo so. E lo sa anche lei.
Ieri, alla cerimonia funebre ero circondato da sensi di colpa, tanti quanti la gente in chiesa, gremita. Sì, perchè, nella nostra stupida vita che corri sempre per inseguire non sai neanche cosa, che dici tanto ho tempo per, o prima o poi la chiamo, ma sì, stasera è tardi e magari domani, e poi, ad un certo punto scopri dolorosamente, rabbiosamente che è tardi, ma tardi sul serio. E non torni indietro, non puoi. E ti senti stupido ed impotente, ma soprattutto inutilmente stupido.
E sempre ieri, che oltretutto è stata una giornata incredibile, una di quelle da segnare sul calendario con mille punti esclamativi, da controllare le congiunzioni astrali, i bioritmi e come mai non ci avevo Saturno contro, anzi Saturno era al bar ad offrirmi da bere e ha lasciato pure una lauta mancia, che è stata tutto e niente e poi ancora tutto e anche mia figlia ha preso dieci di scienze, ieri, dicevo, ho ricevuto in dono un semplice, prezioso e confortante consiglio; mi è stato detto fermati.
Fermati e non avercela con te stesso perchè la vita non si ferma mai e non è colpa tua, non puoi farci niente e basta.
Fermati e perdònati per questa faccenda.
Fermati e fai pace con lei adesso, domani, in chiesa, se credi. Non hai nulla da farti rimproverare, e lei lo sa, ovunque sia, lei lo sa.
Ieri invece mi rimproveravo, e tanto anche. Guardavo la chiesa strapiena colma di gente che non era lì per circostanza, no. Pensavo alle risate insieme, alla forza ed alla semplice determinazione di una donna che ha avuto tanto, nel bene e nel male, e che tutto il male che ha avuto avrebbe steso con meno fatica dieci di quelli come me. E lei no, non si lasciava abbattere, che rideva anche della sua malattia, che andava avanti con il sorriso di chi aspira tutto il succo dolce della vita, e sputa incurante i semi amari. Guardavo suo marito, perso, aggrappato con le unghie al suo devastante dolore.  Che il giorno prima mi aveva detto che lei avrebbe voluto cercarmi, ma in ospedale le avevano rubato il cellulare, e aveva perso tutti i miei riferimenti. E io, che non sapevo che, che non credevo che, che non mi ero fermato a sentire nel profondo dell'anima che. O forse lo sentivo ma era una voce lontana, coperta da mille altre cose da fare, che scopro dolorosamente insulse, oggi.
Ma il prezioso consiglio, regalatomi da una preziosa persona, mi è entrato dentro, silenzioso, calmo, rassicurante. Ed ha agito.
E oggi so che non devo darmi colpe. Non ha senso. La sapevo vicina, così come ho sempre saputo che era, come la sento adesso. E mi sapeva vicina anche lei, questo è sicuro. Come adesso.
Ne vado orgoglioso, di aver conosciuto una persona così. Speciale, coraggiosa, sfrontata, determinata, ostinata, amica insostituibile, un sorriso pronto come una pastiglia per la tosse da dispensare a chi ne avesse bisogno, come ha fatto con me.
Ne vado orgoglioso delle nostre sciate, delle nostre montagne, delle lunghe discussioni e delle risate, tante e contagiose, di come cominciava un discorso preparandosi un indice mentale, di tutte le cose nostre, di tutte le cose sue.
In montagna, il saluto che si usa in questi casi è "sei andata avanti".
Per cui arrivederci, Laura. Arrivederci. Sei solo andata avanti, tranquilla, e le cose che non ho potuto dirti, che avrei voluto dirti e che ho qui, stai sicura, te le dirò, prima o poi.
D&R

sabato 21 novembre 2009

Conto i minuti.


Li conto da sempre, da quando ho memoria, che volete, sarò malato, li conto per tenere allenata la mente, per giocare con i numeri, che mi diverto e passo il tempo. Li conto quando, ad esempio sono in auto, da solo, e magari mancano, che so, duecentoquarantatre chilometri per tornare, e so che se mai rispettassi i limiti vuol dire che ci metterei un'ora e cinquantadue minuti, ecco più o meno sì, e se invece li supero appena appena, ma appena sotto la velocità del suono, dicono alcuni, allora vuol dire che di ore ce ne metto sempre una, ma i minuti diventano solo più ventotto, sempre minuto più, minuto meno. E questo vuol dire, che so, passare almeno mezz'ora a giocare con la mia bimba, mentre altrimenti, magari, la troverei beatamente adormentata, ed oltretutto nel lettone, cosicchè mi tocca dormire nel letto in legno rosa, con la scala per salire e lo scivolo sotto la torre per scendere, con tutte quelle stelle foforescenti appiccicate al soffitto, che mi perdo a guardarle, ed a sperare di vedere qualche Leonide di passaggio, che questa è la stagione, e che qualche desiderio, frugando in tasca, mi sa che me lo trovo ancora.
E quindi poi me li riconto a mente, che se adesso sono le diciannove e trentanove più un'ora e ventotto quanto fa, allora nove più otto fa diciassette, l'uno me lo appiccico sul vetro davanti, proprio sopra la striscia del guardrail e scrivo idealmente il sette sullo specchietto retrovisore e tre e due cinque, prendo l'uno e diventa sei, che vuol dire uno scatto dell'ora, ecco ci sono, metterò la macchina in garage alle ventuno e zerosette. E che se poi giro la chiavetta e sono magari, che so, le venti e cinquantadue vuol dire che o ho sbagliato i conti o che la strada era sgombra, ed i miei pensieri vagavano leggeri.
E mi dicono che ti capiterà, prima o poi, che ti levano talmente tanti punti che dovrai ricominciare con il triciclo a pedali e poi la bicicletta con le rotelle e poi tutta la trafila solo che a quel punto la patente non te la daranno più per sopraggiunti limiti d'età.
Ma attenzione. Primo, io difficilmente alla guida mi distraggo: penso, sì, quello è vero, ma sto attento. E le cinture le metto sempre, e da tempi non sospetti, non tengo il cellulare in mano, mai, che lì basta un attimo e sono dolori, faccio attenzione sempre. E la mia auto mi accompagna sicura, tutto sommato ronfando tranquilla, che di cavalli ne ha a sufficienza da farsi spremere ancora un pò di pù, all'occorrenza. E secondo, in questo ci ho più culo che anima.
E poi conto i minuti anche quando corro ma a piedi, che questo è un tasto dolente, perchè il mio tendine non collabora proprio. E tutta la fatica, tutti i soldi spesi ed il dolore subito in terapie si sono frantumati nella prima delle tre corsette che mi erano state concesse: venti minuti a un ritmo da pensionato son bastate per ritrovarmelo tutto gonfio e dolorante. E il medico che ha aiutato una marea di runners, oltre ad atleti di vario genere e valore l'altro giorno scuoteva la testa, dicendomi che era una ricaduta e che non sapeva proprio cosa dirmi. Che faccio taglio? Ma sì, taglia.
A me, che oggi, con un lungo finesettimana davanti, e che sono duemilaquaranta minuti, fino alla mezzanotte di domenica, e a ritrovare il ritmo e ricominciare fino alla prima parola di lunedì ci saranno altre nove ore circa che sono altri cinquecentoquaranta minuti più gli altri fa duemilacinquecentottanta minuti, a me dicevo, anzi a me mi, manca correre, in maniera spasmodica, innaturale, fisica, e che se dovessi non dare ascolto a questo tendine malato incomincerei a correre adesso in questo momento, con il mio cappellino nero, gli occhiali da sole e le mie Saucony, con il lettore con dentro gli ultimi brani che ho messo e che mi fanno allungare il passo. E non mi fermerei, dopo venti minuti e bada a non forzare, correrei a perdifiato, fino a sentirne il benefico effetto in ogni parte del corpo, dalla punta delle ciglia ai piedi. Probabilmente riaprendo gli occhi, sarei arrivato fino a Mondovì, oggi.
Ma il tempo conta anche lui, subdolo, e gira a rovescio, e pian piano, che neanche te ne accorgi dai che almeno una decina di minuti son già svaniti, sciolti, liquefatti, e prima che te ne renda conto si frantumeranno anche gli altri, sul muro delle cose da fare, dei lavori da ultimare, delle sorprese da inventare. E a un certo punto scopri di aver sbagliato qualcosa, nei tuoi conti, perchè se prima duemilaepassaminuti sembravano un'eternità, scopri che sono un'inezia, un gioco fatto di niente, una favola inventata per tua figlia ed una passeggiata con lei a guardare i colori delle foglie che cadono, che in questa stagione li vedo abbastanza annch'io.
E allora datemente ancora, minuti così: datemene a raffica. Minuti d'attesa, minuti di qualcosa che ti scalda dentro e che non passa. Minuti che precederanno altri minuti ed altri minuti ancora. E li userò tutti, non ne sprecherò neanche uno. Per fare cosa non so, deciderò man mano. Ho così tante cose da fare, a cominciare dai miei fogli con troppi punti esclamativi che significano che la consegna è diventata più che urgente.
Magari ci scriverò su un post.

martedì 17 novembre 2009

Il nastro di Moebius

Mi è tornato tra le mani per caso, l'altro giorno, improvvisamente. Uno squarcio nel passato, un ricordo quasi dimenticato che è tornato vivo fresco, liquido. Ha bussato, non ha neanche aspettato che aprissi, mi ha investito, come spesso fanno i ricordi improvvisi, in un vento che esplode di una moltitudine di foglie gialle e rosse, dai suoni secchi, carico dei profumi caldi di estati dimenticate. Si, Mi ha investito. Nostalgico? Anche, a volte.
Non so se ci avete mai giocato, con questo incredibile pezzo di carta, quando eravate ragazzi. Parlando da ingegnere, matematicamente si tratta di un esempio di superficie non orientabile, in cui esiste un solo lato e un solo bordo. Infatti, dopo aver percorso un giro, ci si trova dalla parte opposta; solo dopo averne percorsi due ci ritroviamo sul lato iniziale. Ma a me ricorda altro.
Erano tanti, mille anni fa. La scuola, la mia vita di ragazzino, così diversa da adesso..
E la prima incredibile cotta. Di quelle che hai il cuore a mille e che non ti riesci neanche a spiegarti perchè, tu che fino ad un secondo prima giocavi ancora con il Subbuteo e le automobiline. Non ricordo neanche che classe facevo. Non ricordo più il nome, forse Annalisa, ricordo vagamente il volto, che ritorna da una vecchia foto di classe, di quelli dove lei aveva i codini ed io il grembiule scuro.
Lei era una di quelle bravine e perfettine, quelle con la mano alzata, sempre. Sapeva l'Infinito a memoria, ma sospettavo che se lo fosse scritto nascosto da qualche parte. Brava in italiano, brava in inglese, con lei riuscivo a spuntarla solo in matematica. E nelle gare di corsa, quello per forza, che mi piaceva già allora. Per tutto il resto mi batteva regolarmente. E la cosa pungeva un pò il mio orgoglio, ma mi piaceva da matti. 
Una di quelle cose che le dicevi solo agli amici, di nascosto, come quando ti dicevano, che so, lo sai che mi son fidanzato con Maria, e tu gli chiedevi se lei lo sapeva e l'altro rispondeva certo che no. E ci passavi le ore a scuola a guardarla, di nascosto che la prof di chissàccheccosa se ne accorgeva sempre e vai con gli urli. E forse sì avevi incominciato a scoprire che ti piaceva scrivere allora, perchè allora hai cominciato e poi non hai più smesso. E scrivevi il nome sul bordo del foglio del compito in classe, invece che farlo, il compito, lo scrivevi a ripetizione, uno, due diecivolte in riga uno dietro l'altro, che poi quando ti risvegliavi scoprivi che mancavano dieci minuti al termine, dovevi cancellare tutto con la gomma da stilo, quel disco azzurro di gomma dura, che se non fai attenzione attraversavi il foglio da parte a parte e finivi che il compito era un guazzabuglio di scritte, cancellature, conti fatti troppo in fretta e alla fine tua madre andava al colloquio parenti per sentirsi dire che sì, andavo benino, ma avrei potuto impegnarmi di più.
E ricordo che mi svegliavo presto la mattina per andare a scuola e vederla. lì nello stesso banco, che non sapeva neanche che esistevo. Che poi non ce l'avevo mica, il coraggio di parlarle, tranne qualche "ciao" di striscio, un poco come se fosse capitato per caso, quando invece avresti voluto dirle solo che ti piaceva, e da matti.
Poi, in giorno, giocando con la matematica, mi ero studiato da solo, per la prima volta il mio nastro di Moebius, personale. Mi aveva sorpreso, ma l'avevo analizzato e compreso. E in un attimo me l'ero studiata così bene, che il giorno dopo, avrebbe funzionato, la va o la spacca. E il giorno dopo mi ero presentato da lei, davanti a scuola, con il mio nastro per lei. "Scommetto che non sai cos'è", le avevo detto improvviso, senza neanche salutarla, porgendoglielo. Lei stava parlando con le amiche, ma mi aveva visto arrivare: sospetto che la mia cotta segreta non fosse poi così tanto. Mi aveva guardato, con gli occhi che ridevano e poi mi aveva risposto "E' un nastro tagliato male".
"E allora scommettiamo che ti sorprenderà, questo nastro tagliato male?" Avevo ribattuto io, con la spavalderia che mi serviva a nascondere le mani che tremavano. "Scommettiamo un bacio. Un bacio perchè questo nastro tagliato male ti sorprenderà una volta ed un'altra subito dopo" le porsi le forbici ed il nastro di carta. Eravamo soli, in quella piazza, nel ricordo che ho di allora non c'era più nessuno, anche se, magari c'erano le sue amiche intorno che sghignazzavano, non me ne ricordo.
E lei cominciò a tagliare nel senso della lunghezza, mentre le spiegavo. Le spiegavo, sicuramente in maniera confusa che le avevo donato quel nastro perchè mi piaceva e tanto, che eravamo io e lei, quel nastro, e che ci provasse una, due volte a separarlo quel nastro, se ne era capace, a separare me da lei. E mentre parlavo e lei tagliava e vedevo lo stupore nei suoi occhi, mentre tagliava, una e due volte. Poi, per un attimo che mi è sembrato un secolo, il tempo si era fermato, allora.
Quel bacio, inaspettato ed improvviso, da ragazzino imbranato, imbambolato, incredibile, con i fischi di incitamento degli amici di allora, quel bacio me lo ricordo ancora adesso.
Chissà cosa fa, adesso, dove vive, se è sposata.
E chissà se mai le è più capitato, riprendendo per caso, che so, un nastro di stoffa cucito per sbaglio a formare un nastro di Moebius.
Secondo me ha sorriso anche lei.





venerdì 6 novembre 2009

Poche parole


Ed io ho altro... in questo momento...


GGGHFHGOOH...
(è  quello che riesco a dire in questo momento)



A voi, BESTIE senza cuore del mio studio ed ai vostri tormenti dell'ultima settimana.... Siete dei.... Tanto lo sapete, cosa siete!!!

D&R

giovedì 5 novembre 2009

Hai presente...

Quando non gira, quando una piccola grana e via l'altra, e avevi l'umore così, stamattina, così... No, il magone ti arriva da ieri, te lo sei covato dentro la notte, aspettava, come quei raffreddori che pensi di aver debellato con un'aspirina e una bella sudata e invece, alla prima occasione, che so, uscire in camicia fuori dallo studio, zac. Ti coglie alle spalle e ti atterra.
Beh. Oggi è un giorno di questi. E la nebbia di stamattina, di quelle belle, che tutto è silenzio e torpore, è già passata. E ha lasciato il posto ad una di quelle giornate fredde che ti senti che potresti tranquillamente passare che so, su di un divano a far finire il giorno senza muovere un dito.
Intendiamoci, niente di grave, domani ne riderò, sicuro, ma oggi è ruvido.
E quasi subito un computer che non aspettava altro che guastarsi, e quasi sicuramente è il disco, e menomale che era nuovo, un centosessanta Giga veloce come una spia che improvvisamente tanto veloce non è più e perfortuna che ormai, con il server ipermegasuper rappresenta solo una dannatissima rottura di balle. Prendi stacca, smonta, vai e torna, e stai fuori reapira e aspetta, ma dai che tanto non succede mica niente, a star lì come un palo l'unica cosa che ti può capitare è che arrivi un cane a pisciarti sui jeans.
E poi quello che lavora insieme al mio socio e che ha deciso che va via, che va in Australia a lavorare per un anno, ma ne aveva parlato e discusso e ragionato con me, che lo sapevo da almeno una settimana. E poi va a dire al mio socio che a me l'aveva già detto.
E poi domani che c'è quell'esame, e ormai, nolente o volente e no che non voglio, ma sono in minoranza è arrivato. E non voglio neanche nominarlo, ma qui in studio  e dammi una G, e dammi una A, e mi ci han fatto pure il conto alla rovescia, e allora è tra tre giorni, no ormai tra due, ma aspetta è già domani, e poi, I BASTARDI, che mi lasciano in giro per lo studio tubi di ogni forma e dimensione. E vai.
E poi oggi so che non comincerò a correre domenica con il mio amico di corse e scorribande perchè lui non può. E allora no che non ci vado a correre per bucodiculoplace, che ci son più cani che anime, che non c'è una strada che corri e dici che bello, tant'è che Renè mi ha consigliato di fare il giro del cimitero.. E ho detto tutto. Vabbè, per quello comunque non mi faccio smontare. Perchè per correre devo riprendere dove è cominciato tutto, al chilometro zero del Parco, e saranno solo venti minuti, ma sarà come non aver mai smesso e sto già meglio. E via che lunedì non è poi così distante da qua.
E non ci sono solo stati momenti no, di momenti sì ultimamente ne ho a iosa, da spargere in giro, ma spargere in giro mai e poi mai, e me li tengo stretti, come un abbraccio. Solo che questi momenti tra un momento e l'altro finiscono, e tu avresti voglia di dire ma no, aspetta, che ne ho bisogno che non finisca, che esista, che mi basti, che.
E se poi ci metti un termine, ai momenti, che so a Natale, anche se scherzavo, e allora ti viene in mente che se è così, in fondo, anche Babbo Natale è un pò stronzo.
Lo so, è una giornata nata storta e che storta deve finire. Ma ho avuto un consiglio, ed io i consigli li seguo, quasi sempre. Vado a coprarmi questo coso. Non so cosa sia, forse è un rasoio per farsi la barba a striscie, forse un grattaschiena per masochisti. Forse un nuovo tipo di distanziometro laser, devo andare a vedere da Allemanno se qualcuno mi aiuta.



D&R

lunedì 2 novembre 2009

Alda Merini

In sua memoria non saprei quale poesia mettere; tanti hanno fatto meglio di me, andate a cercarli. Fatevi cadere dentro quelle che non avete mai letto e riassaporate quelle che conoscevate già. Ascoltatela, ancora e ancora. Nelle strofe incantevoli, dure schegge di cuore ferito che vagano ancora, luccicanti stille di emozione che non si spegneranno mai.

D&R

martedì 27 ottobre 2009

Piazza Vittorio, un giorno


E' particolare, questa piazza. Scarna, troppo grande. Hanno approfittato che c'era un fiume e ce l'hanno messo dentro e finisce dall'altra parte, dietro la chiesa, per poter dire che è una tra le piazze più grandi d'Europa, e non vale, così è fin troppo facile. E' in discesa, ma pochi se ne accorgono, con le case che si interrompono in corrispondenza delle vie e riprendono subito dopo un poco più alte, così che, se non te lo diceva il tuo professore al Politecnico, tu mica te ne eri mai accorto. E' scarna e ingrigita, per alcuni versi, con tutti i fili e fili e fili intrecciati per i tram, che quando la vuoi inquadrare tutta con la macchina fotografica loro escono alla ribalta e ti sembra di vedere quasi solo quelli.
E' rimasto un pizzico di magia, nascosta negli angoli remoti e bui, quelli vicino alla farmacia dell'800, di quando ci portavano una volta a Carnevale, noi piccoli, io con il berretto da cowboy, il giubbotto con le frange, la stella e il cinturone con la pistola e i sei colpi gialli nelle striscie che li staccavi e li mettevi dentro, uno ad uno, con le dita che facevan fatica, che una volta tanti ma tantitantitanti anni fa il carnevale lo facevano lì, che da quando l'hanno spostato alla Pellerina tutta la magia e l'infanzia è rimasta dall'altra parte.
E' bella e brutta, moderna e antica, desolazione e sorpresa, un controsenso ed un incanto ad ogni passo, tutti diversi. E' indorata dal sole, oggi, con tutti i fiori sul ponte che colorano, con le rotaie che scintillano, con il fiume che è quasi oro, oggi, che fa caldo ma un caldo che ottobre sembra sparito di colpo, che quelli in macchina mi invidiano tutti, io che la mia città me l'attraverso in un baleno, perchè solo un attimo fa mica ero qua, ero là nel mio cantiere quello grande, quello da mille milioni, quello che la mia piccola quando ci passo davanti ha imparato a dire "questo lo fa il mio papà", ed io già mi vedo con la cazzuola in mano e la busta di foglio di giornale in testa, che, mattone su mattone tiro su muri, per non smentirla. No, ciccia, il tuo papà fa solo l'ingegnere. "Ma è meglio o peggio?" chiede spesso lei, pensosa. Ah, saperlo.
Ero là che oggi ho visto tutto, ed a un certo punto, visto che ci si perdeva in ciance, ho salutato tutti e via, perso nel zig zag tra macchine lente, me la son ritrovata vicino. Così, improvvisa e vicina che quasi non me l'aspettavo, il Transalp fa di testa sua, insegue quel che vuole alle volte. Ed invece eccola lì, uno squarcio improvviso. Ho parcheggiato in una viuzza vicino, l'ho atraversata, casco in mano e cellulare spento. Ho camminato sotto i portici, ritrovando angoli conosciuti, scorci dimenticati. Qui una volta c'era uno che... adesso non c'è più, e tutti questi bar ipermegasupertecnologici, che io quando progetto spesso penso così, ma quando cerco un posto come Dio comanda mi rifugio in quei posti, quelli diversi, qelli con gli specchi vecchi e le boiserie in legno, di quelli da rifugiarsi sulle poltroncine che scricchiolano sul vecchio palchetto in legno, con un irish coffee tra le mani che scalda, con la nebbia che lenta sale dal fiume, che lì dentro ci stai e parli fitto fitto e ridi, e i pasticcini che uno via l'altro e alla fine sei sazio e la cena potresti anche evitarla. E chissà c'è ancora quel posto, mi sa che non c'è più, perchè ormai ho fatto tutto il giro, sono quasi da dove son partito e qui praticamente di quei posti non ce n'è più neanche uno, vedo tavolini moderni ancora, fuori dai portici quindi ci sarà un altro di quei locali tutti acciaio e vetro acidato e invece no.
Me lo ritrovo lì, davanti a me, con le tartine per l'aperitivo già esposte, e l'interno scuro, quasi buio. Non riesco a resistere. Entro.
L'interno è così, come doveva essere, come mi aspettavo. Il vassoio dei dolci a sinistra, pieno di croissant di tutte le forme e colori, roba da acquolina in bocca, ma so che dovrei aver al massimo un paio di Euro in tasca e quindi non è il caso di lasciar il casco come pegno. Ordino un caffè, io che ultimamente mai neanche più uno, ma, improvvisamente ne avevo voglia. Bevo il caffè e nel frattempo guardo, osservo, i due bimbi con una brioche ciascuno che le tengono a due mani e ad ogni morso ci si immergono, i quadri, la cassa vecchia e un pò scrostata, di quelle ancora con i tasti a pressione che quando schiacci il totale esce il numero su in alto e si sente la campanella. E poi la saletta di fianco, piccola, una discreta finestra sulla piazza, di quelle dove star seduti in un angolo, a scrivere, scrivere e scrivere. E poi, va già che lo sai, che te lo dico a fare, ma ci ho pensato. Bello sarebbe.
Pago il mio 0.90 e scopro che di Euri ne possedevo addirittura tre, per cui ci stava anche un croissant, magari solo uno senza niente dentro così non ingrasso, ma senza niente che lo prendo a fare, è molto meglio niente del tutto. Appoggio le mani sul bancone, sulla parete della saletta, su un tavolino basso. Me ne approprio, respiro l'aria che sa di caffè macinato. Poi esco. Sarebbe stato veramente un peccato non ci fosse stato più. In fondo era così, fino ad oggi. Da oggi invece esiste, anche per me.
E ritrovo la mia moto, parcheggiata sbilenca, ironica, come per dire "hai visto? Ti sei voluto fare tutto il giro della piazza perchè non ti fidavi, vero? Ed io che invece ti ci avevo portato proprio giusto. Vatti a fidar degli uomini". 
Per fortuna che c'è lei.
D&R

Le parole magiche


Sono state tante, quelle di ieri, che rendono leggeri e sottili. E non posso, non voglio metterle in ordine di importanza, perchè ad ognuna di quelle che non metterei per prima farei un torto. Ci sono state quelle pubbliche e private, quelle serie e quelle meno, ma tutte ieri, han contribuito a farmi dormire di meno, stanotte, pensando e ripensando, con un accennato sorriso che proprio non voleva lasciarmi. Se ne è accorta anche mia figlia, con il naso rosso, gli occhi acquosi e tutte quelle b al posto delle p e delle m nella voce arrochita dall'influenza, quella dei tre giorni, non l'altra. Me la sono coccolata a lungo, ieri, sdraiati sul divano mentre ripetevamo storia. E anche se, imbrogliando me stesso, non mi sono adeguato al cambio di ora, con il risultato che sono in studio prima delle sette, non è che mi senta rinco@@nito più del solito, anzi. E allora non posso non usare che l'ordine temporale.
Le parole scambiate in studio con il gruppo, un bel gruppo. Qualche testa matta, qualcuno che ogni tanto ha bisogno di un buffetto sul mento, qualcuno qualche cosa di più. Ieri abbiamo finito una parte delle pesanti consegne che abbiamo, questa settimana c'è ancora molto da fare, ma un poco di meno rispetto al bailamme passato: dovremo riuscire a metterci un pò più di testa al posto di tutta 'sta dannata fretta. C'è stato un piccolo ammutinamento del Bounty, ed io, che dovrei far parte dell'ammiragliato, ritto sul ponte di comando, me ne stavo in disparte, tra cime e vele ripiegate, silenziosamente schierato con la truppa. Ma tant'è, il comandante da appendere al pennone più alto era riuscito a trovare una botola anche in questa sgangherata nave e si era, come suo solito, dileguato.
Le parole con Slaymer, inaspettate, come il suo regalo, di cui ho già parlato nel post precedente. C'è chi pensa a me, e questo scalda il cuore.
Le parole in auto con Renè, tutti e due dallo stesso medico, tutti e due che non possiamo correre, tutti e due che in autostrata ai 200 all'ora perchè è sempre maledettamente in ritardo, anche se piano non riesco comunque ad andar mai, abbiamo sempre lo stesso sguardo calamitato sul Bianco, dove siamo stati insieme e sul Rosa, dove abbiamo deciso che andremo. E so che lo faremo, questo è certo.
Le parole del medico ieri: "hai fatto un buon lavoro. Terapia, stretching, ghiaccio, e tutto quel che riesci a fare ancora per una settimana e poi, dall'otto in poi, puoi riprendere. Poco però, tre volte alla settimana massimo venti minuti a volta, ma al momento l'intervento lo rimandiamo". Penso che se avessi ricevuto un invito a cena da Valeria Solarino in persona, attrice che adoro, non sarei stato così contento.... Ho detto una str@@ata? Si, lo ammetto ho esagerato. Ma ieri anche il medico non riusciva a non sorridere, vedendo la mia espressione, io che ormai mi ero già praticamente convinto e che avevo pensato che mentre ero placidamente disteso a farmi tagliuzzare le caviglie, qualcun altro poteva infilarmi 'sto benedetto tubo in gomma e farmi la gastroscopia.. Gastroche? Una parola che mi dice poco... non so, non ricordo, non mi pare, vabbè adesso vediamo.
Le parole al ritorno, tante, confuse, rilassate, a scherzar di niente, a programmare cose, a parlare e ridere di quanto abbiamo reciprocamente fatto dannare le nostre rispettive ex fidanzate, che sopportavano stoicamente le nostre montagne, le nostre corse e nostre mattane (il Palio è il Palio e non si discute!). Lui riprenderà una settimana prima, così per l'otto avrà una settimana di strade in più di me nelle gambe, ma la mia prima nuova corsa non sarò al mio Parco da solo, ma con lui, a dosare il fiato ed a correre, ancora una volta e di nuovo insieme. E le altre corse, e ci saranno, saranno tutte da inventare. Abbiamo messo giù un paio di programmi, e tra questi, una maratona che lui ha già fatto con tempi da brivido circa una decina di volte. Ce n'è una bellissima ad aprile, ma penso di non riuscire ad arrivare a prepararla. In alternativa c'è Firenze a Novembre 2010 o New York a gennaio 2011, sarebbe un sogno. Io non ne ho corse mai, ma è una sfida nuova, ed oggi, l'ha scritto Slaymer, è bello inseguire i propri sogni. E adesso so che lo potrò fare di nuovo correndo. 
E poi ci sono state quelle mie, solo mie, vergate su carte profumate, che toccano dentro e lasciano un segno sul vetro della mia Transalp appannato dal fiato. Non so che cosa è questa qui, ma è bella e mia, e a voi tanto vi basti.
E grazie, a tutti e proprio tutti.

lunedì 26 ottobre 2009

Con amici così...


Che passano apposta in studio per regalarti un libro del genere... prima della visita....
Grazie Slaymer, grazie di cuore. Per questo pensiero e per gli altri, per tutte le chiacchierate e per altre mille cose che non sto qui a spiegare, che agli altri non gliene può fregar de meno. Per i tanti inviti a pranzo al lago, per le kebabbate e le poche sciate insieme, per esser stato il tuo primo cliente, e varie ed eventuali.
Spero proprio sia di buon auspicio.
Altrimenti stai certo che sarà la mia lettura, durante la convalescenza!
Come premio puoi usare tutte le k che puoi... ma solo per i prossimi tre post.
D&R

domenica 25 ottobre 2009

"Hai cambiato il post?"

Ho solo levato le rose, quelle adesso sono in letargo, ed ho pensato allora di mettere le mie penne, una scusa per tirare di nuovo fuori quelle che non uso da tempo, così me le rivedo e le riuso, che chiuse nella vetrina poi si rovinano.

"Però volevi cambiarlo, vero?"

Sì, volevo, avevo anche visto dei template belli by Pannasmontata, ed appena ho deciso di sceglierne uno, è sparito il sito... Adesso ne ho visti altri, vorrei usarne uno a tre colonne, con lo spazio più largo di adesso, che mi ricorda un rotolo di carta igienica.

"Ma questo è il terzo post che metti su oggi, come mai?"

Sai, è che l'altro ieri ho avuto parecchio tempo per pensare, e anche se qualcuno dice che a me pensare non fa bene, mi sono venute un pò di idee in testa e se non la svuoto in fretta quella scoppia..

"Ma oggi non sei in studio per lavorare"

... Si, cioè, lo sto facendo, mi son fermato solo un attimo, come una sigaretta, adesso riprendo, e non mi stare troppo addosso che mi levi il fiato e mi ricordi qualcuno..

"Ok, ok, scusa, è che so che lunedì hai un'altra consegna"

Ed è per quello che son qui, e poi sai come son fatto, io quando ho troppo tempo a disposizione mi distraggo, e do il meglio di me quando manca solo qualche minuto, facevo così anche agli esami.

"E allora lavora, che diamine!"

Va bene, adesso riprendo, è che mi son fermato a riflettere che lunedì è già arrivato, vado dal medico

"Hai finalmente deciso di fare la gastroscopia?"

No, per quello c'è tempo, e poi adesso sto bene, hai visto che ieri sera ho mangiato quasi come un cristiano e non mi è successo niente? No, mi stavo riferendo che vado per il tendine...

"Ma son già passati venti giorni? Come vola il tempo quando ci si diverte.."

Bravo te, intanto sono stato io quello che si è spupazzato tutte quelle sedute di terapia e lo stretching ed il ghiaccio...

"E già, perchè io dove credi che fossi? e poi chi è che ha pagato?"

Ok, non ti scaldare, dicevo così per dire, comunque spero che sia servito, poi vedremo cosà dirà.. Se dice che vado bene io giorno dopo vado al Parco Ruffini e ci faccio un solco da quanta voglia ho di riprendere.

"E se dicesse invece che sei da operare?"

Beh, visto che sono abbastanza in forma forse la cosa migliore sarebbe farla subito.. Hai sentito la dottoressa l'altro ieri che mi ha detto che gli esami sono a posto..

"Cioè, spiegami: tu saresti pronto a farti operare ai tendini e non vai neanche a farti fare una banalissima gastroscopia? Ti ricordi che gli esami te li han fatti perchè eri finito al Pronto Soccorso? Ma lo sai che sei strano?"

Senti chi parla, perchè invece tu, uno che parla con se stesso ti sembri normale? Ma va là! Va bè, adesso lasciami riprendere a lavorare, che se no oggi faccio anche la notte.

Vai, và. Vai ad inventare altre storie, che ad alzare il PIL della nazione posso farcela benissimo da solo. E poi mi sa che tra poco arriverà il mio socio a tenermi compagnia..

"Che palle, quello! Ma neanche di domenica ti lascia tranquillo?"

No, ma che dici, è il suo modo per sostenermi, così poi mi distraggo di meno con te e lavoro meglio...

"Ah, e così adesso lui sarebbe meglio di me?"

Cos'è, adesso cominci anche con le scenate di gelosia? Guarda che per quelle c'è già mia moglie che basta e avanza! Adesso basta, che devo buttarmi sul computo metrico. e tu non pensare troppo che se no mi tocca rimettere mano con un nuovo post. Alla prossima.

"Fai il bravo"

Codice Rosso


Non so se a voi è mai capitato, ma a me mai. Anche quella volta dell'incidente in moto, dopo cinque minuti, inca@@ato come una iena, avevo detto a quelli dell'ambulanza di spegnere subito la sirena.
Venerdì però è stato diverso. L'espressione delle infermiere, lì all'accettazione del pronto soccorso, era del tipo "questo ce lo perdiamo per strada". E la cosa, al di là del male che mi squartava in due, mi dava oltremodo fastidio. Ma andiamo con ordine.
Venerdì mattina alle 7.30 sono in studio. Blogger non funziona. Il blog sembra sparito, dietro ad un messaggio ambiguo del tipo "errore bx-9d2teg" che stamattina non mi fa entrare. Per un attimo penso a tutti i post, i commenti, le idee, spariti nel nulla senza aver mai pensato ad una copia. Il nervosismo cresce. Ho un vago malessere, che gira dentro, ma che non riesco ad identificare. Oltretutto devo lavorare un sacco. Ci sono consegne su consegne, e so che se non metterò mano al mio blog prima dell'arrivo degli altri, non avrò più tempo. Rinuncio al blog e incomincio a lavorare.
Arriva il mio socio, andiamo al bar per la consueta colazione e poi fugge verso uno dei suoi mille cantieri. Mi rimetto al lavoro, ma qualcosa incomincia a non funzionare.
Un male al petto che pian piano diventa un opprimente dolore, che mi arriva da dentro e diventa più grande, ad ondate, ancora e ancora. Insopportabile da levare il fiato. Mi spezza tanto che non riesco a stare dritto.
Ho già avuto, in passato, di questi problemi. Le prime volte mi han spaventato, poi pian piano ho imparato a sopportarli, le rare volte che capitano. Di solito succede di notte. Magari mangio male, tardi o tutte e due le cose ed è, forse, gastrite. "Per saperlo una bella gastroscopia e si capisce tutto!", mi aveva detto sorridendo un medico, e già me l'immaginavo addosso, con quell'affare che mi entrava in gola... Non sto poi così male, mi son sempre detto. Anche perchè quando passa, a parte le tre o quattro ore in bianco che ti riducono uno straccio e gli addominali che ti fan male come se fossi stato preso a cazzotti, stai di colpo, incredibilmente bene... E il dolore, si sa, si fa in fretta a dimenticarlo.
Ma ieri era diverso. Niente cene pantagrueliche, nessun orario sballato. Il giorno prima ero uscito prima dallo studio per un'oretta in piscina con mia figlia e poi a casa. E poi era il giorno dopo. Non riesco a lavorare e poi stanno arrivando gli altri. Mi rifuglio in sala riunioni ed aspetto che passi, devo solo aspettare. Di notte funziona così.
E invece non funziona. Non passa. Sembra, a volte, che si riduca, e poi, subdolo, ricompare, ancora più forte. Non riesco a nascondermi, gli altri capiscono che sto male, e dalle loro espressioni li vedo preoccupati. Si offrono di accompagnarmi al pronto soccorso, ma non voglio. Deve passare, il maledetto. E invece no. Di là pensano di prendermi in quattro, e anhe se sono un capo, darmi rispettosamente una botta in testa e portarmici svenuto.
Alle 11, vinto e sfinito capitolo e mi ci faccio portare. Alle 11.12 entro camminando, piegato come... il Gobbo di Notre Dame (e lì che è venuta l'idea... vedrete più avanti) al Pronto Soccorso.
L'espressione del personale sanitario, vedendomi, era da film. Ci mancava solo il gruppo di E.R. con le mascherine ed i camici azzurri e le siringhe che spruzzano verso l'alto, che mi prendevano al volo e mi mettevano su una barella ed eravamo al completo. Non un attimo di attesa, immediati, precisi e veloci, mentre la prima diagnosi che si sussurravano a vicenda era "cuore".
"Ma che cuore e cuore, deficienti!!" avrei voluto dire, ma il male mi impedisce anche di incacchiarmi. Riesco solo a sussurrare che non è il cuore, che quello, vivaddio è a posto. E' gastrite, state tranquilli, ma non li convinco. Solo dopo avermi misurato battiti e pressione da tutte e due le braccia, finalmente si rilassano. Mi portano comunque in visita su una barella, mi slacciano le mie scarpe da running e mi levano maglia e camicia. Incominciano a farmi un sacco di domande e nel frattempo mi prelevano il sangue, mi attaccano un sacco di aggeggi blu appiccicosi su tutto il corpo. Sono in cinque, tre infermieri e due dottoresse, a darsi da fare intorno a me. Il male è al massimo, non riesco neanche a vederli, ho il respiro affrettato. La dottoressa mi chiede in una scala da uno a dieci quale è il livello di dolore che percepisco e le rispondo "dodici". Poi si informa sulle mie abitudini, su quanto peso e se ho subito cali di peso. Mi soffermo a fare due conti, e scopro che in due anni ho perso circa 25 chili. Non ci avevo pensato e mi sorprendo io stesso. Spiego che corro e mi fa sorridere il commento dei due infermieri maschi, che guardandomi mi dicono che si vede che fa bene a correre, e che dovrebbero cominciare anche loro. Poi mi chiedono se avevo già avuto episodi del genere e come mi ero curato. Nel momento in cui spiego che di solito uso una tisana di alloro la notte e al momento sto prendendo il miele di Manuka, tutti e due dal gusto decisamente schifoso, mi sembra di essere catapultato sul palcoscenico di Zelig. Incominciano a ridere come matti. Poi chiedo se hanno già cominciato a darmi qualcosa. "Non ancora", rispondono, ma io sento che il male, serpeggiando silenziosamente, se ne sta andando. Mi fanno una flebo e poi in radiologia, per una bella RX al torace.
E lì l'attesa, lunga, troppo. Con i due miei che mi han portato che non hanno più lo sguardo preoccupato di prima. E andate via, che abbiamo un sacco di lavoro in studio, e se non finiamo dovremo lavorare anche la domenica. Si convincono e se ne vanno. Il dolore ormai mi ha definivamente abbandonato, sto bene.  Ma quello che consegna le radiografie intanto porta fuori quelle di tutti e la mia no. E allora pensi. Pensi che son due anni che ti dicono di far qualcosa, ma che tu aspetti sempre all'ultimo, perchè tanto ti senti invincibile, ma quando è tardi è tardi. Pensi a Syssa ed al suo ciccio pasticcio, come lo ha chiamato lei nel suo blog. Pensi a quanto sei stupido, che gastroscopie ne fanno a migliaia tutti i giorni e che stai pendendo un sacco di soldi per curarti il tendine ed è da irresponsabili non far niente per quello che è importante veramente. Che hai una figlia, ed hai delle responsabilità, che non puoi continuare a far finta di niente sulle cose che non vuoi affrontare.
L'uomo delle radiografie esce e mi porge una busta arancione. Dentro, il referto: "non si evidenziano segni di...." il resto non lo leggo, tiro un fiato. Anche per questa volta, camminando sul filo, sono rimasto in equilibrio.
Mi riportano indietro e mi parcheggiano in una sala d'attesa. Oltre a me, quasi tutti gli altri sono molto anziani, un lumicino di vita e di forze steso su quei quattro lettini. Ognuno riceve un briciolo di umanità e di dolcezza da quei quattro infermieri, che fanno un mestiere che io mai avrei il coraggio di fare.
L'attesa è lunga e io elaboro, penso rimugino e attendo. Poi mi chiamano e mi dicono di rivestirmi, che posso andar via. In un attimo le mie scarpe sono di nuovo al loro posto.
La dottoressa però ha l'aria preoccupata e mi dice che non vuole farmi la paternale, ma che è indispensabile che faccia quell'esame, che questa volta è passata ma che non è normale e che la prossima volta potrebbe essere molto peggio. Sorrido, la rassicuro e prometto, farò il bravo, giurin giuretto. Non mi sembra convinta, e forse neanch'io. Vedremo. Ma adesso è importante uscire di qui, respirare di nuovo l'aria che non sa più di disinfettante e camminare. Contare solo sulle mie gambe e le mie scarpe da running. E con quelle, con la busta arancione in mano, mi allontano. mando un SMS a chi mi doveva venire a prendere, Grazie ma ho voglia di camminare da solo per un pò, di metabolizzare. E a piedi, con un sole quasi primaverile che mi scalda attraverso Torino, tranquillo, dando il tempo al tempo e elaborando nuove storie da scrivere, una nel tempo da solo in sala d'attesa di è concretizzata è già bell'e pronta, una piccola sorpresa per chi se lo merita, e aspetta solo che la metta giù. Tanto, adesso, so che ho tempo.