
. . . . L'unico vero rischio nella vita è non correre nessun rischio" [by Slaymer]
mercoledì 29 luglio 2009
ventiduechilometrieduecentometri ad andare.

martedì 28 luglio 2009
Appeso con due dita alla vita - Ritorno alla base
“Ti ho sentito, sai”, gli gridò da sotto Renato “E non erano poi tutte queste volte come dici tu: cioè una me la ricordo, le altre no..” Ciononostante sorrise, ripensando alle volte che si erano portati giù sostenendosi l’un l’altro, dopo avere festeggiato la riuscita di una via dando fondo a tutto quello che gli avanzava nello zaino.
Solo quando Paco si mise in piedi, con l’altro ben stretto, pronto per scendere in doppia, Cristina gli sorrise, preparandosi a tornare da dove era venuta: “Ci si vede, un giorno l’altro. Abbiamo fatto un buon lavoro insieme. A proposito: sai che non arrampichi affatto male? In quell’ultimo passaggio veloce col salto mi hai ricordato Dan Osman?”. Si girò e, nel giro di pochi rapidi movimenti, rapida come era arrivata, era già sparita.
Paco la guardò arrampicare per un lungo attimo: se ne incontrano poche di donne così. Poi si riscosse, provò a verificare che non fosse troppo squilibrato con quell’energumeno addosso e si preparò a scendere in rapidi balzi. Aveva preparato il Prusick in alto, nel timore che gli rimanesse incastrato nel discensore, ed aveva fatto bene. Riuscì a scendere in tre rapidi balzi, piegando bene con le gambe per ammortizzare al tremine di ogni salto, incurante del calore sprigionato dalla corda sul metallo. Portare giù un peso morto e riuscire a controllare equilibrio e la velocità della discesa non era facile. Cercò di fare più in fretta che potè, nel timore che quello gli scivolasse e che lui non avesse poi la forza di impedirlo. Non aveva neanche toccato terra che già qualcuno glielo levava di dosso e lo sistemava sulla sdraio che lui stesso si era portato, mentre nel frattempo giungeva l’ambulanza con il primo soccorso.
Per un attimo Paco si sentì sollevato: sollevato dal peso del bestione, sollevato dalla tensione di quel compito, sollevato dall’assenza delle sue nuvole nere, compagne inseparabili degli ultimi due anni. Nessuno lo stava considerando, gli amici di Bruno ci si accalcavano dando fastidio ai paramedici: l’uomo con la telecamera la teneva in alto tentando di superare il muro di gente. Renato gli comparve vicino, e con la mano gli strinse forte il bicipite. La frase “hai fatto un gran lavoro”, Renè non la pronunciò mai, ma Paco la sentì lo stesso. Si stirò la schiena dolorante, cercando di impedire a tutti i dolori che aveva accumulato in quella magnifica e pazza giornata di reclamare finalmente il loro tributo. Renato Tirò fuori dallo zaino un tubetto di antinfiammatorio e fece per passarlo all’amico. Il tubetto fu prelevato dalle lunghe dita sottili di Patti, che era ancora lì dietro di lui. Non si era avvicinata all’altro. Rapidamente svitò il tappo e gli disse “Siediti, ci penso io. E’ il minimo che posso fare, per avere fatto ciò che hai fatto”. Poi sorrise, finalmente non più femmina fatale, ma disarmata e disarmante, solo Patti e la sua fila di denti bianchi. Allungò la mano“Penso che nessuno ci abbia ancora presentati. Piacere, Patti”. E quello là steso è mio fratello”. Paco porse la sua e ricevette una mano fresca, con una stretta decisa, segno di un carattere forte. Poi gli fece il gesto come per dire “siediti” e Paco si girò e si appoggiò sul suo zaino, mentre le mani di Patti incominciarono lentamente a massaggiargli i muscoli della schiena.
Paco riusciva a sentire le dita di lei percorrergli la schiena; unte dalla crema, affondavano, accarezzavano vecchie nuove cicatrici, risalivano e lo manipolavano come si fa con la pasta del pane. Gli dava i brividi. “Questa è una che almeno le mani le sa usare. Mi sa anche tutto il resto”, pensò maliziosamente, cominciando a fantasticare, su di lei, sulle sue mani, su loro due, con il “Clic” che fermava nuovamente il tempo. Fu riportato alla realtà da Renato, che stava facendo su la corda, controllandone con eccessiva cura ogni centimetro e scuotendo la testa. “Sentimi bene:”, gli disse: “a parte il fatto che a farti sicurezza ho anch’io un fastidioso dolorino dietro il collo, ma se lo chiedo io viene a massaggiarmi quello della telecamera, che Dio lo benedica, ma mi puoi spiegare come fai a correre dietro alle donne anche quando sei in parete? Chi era quella? Ti ha almeno lasciato il numero di telefono? Avrà almeno un’amica: l’importante non è che sia carina, basta che sia compiacente." Guardò il gruupo di gente dinanzi a lui.
Con le mani in tasca

In quella interna, che ascolta il sussulto del petto, mi piacerebbe sentire, sfregandole tra le dita, una briciola del tuo coraggio ed una della tua determinazione, unite insieme da una tua lacrima, sapida di dolcezza.
E, frugando tra vecchie cuciture sdrucite, mi piacerebbe saper dosare ogni istante e assaporare il succo fresco della tua voce.
[Jorges Amiöde]
venerdì 24 luglio 2009
Piccole donne crescono... piano piano
Per uscire la mia Ciccia è andata a cambiarsi. Ne è ritornata cinque minuti dopo, e l'osservarla scendere dalle scale che portano alla zona notte, mi ha causato la seconda stilettata al cuore della sua vita. La prima è stata a Capodanno di un anno e mezzo fa, una pugnalata rabbiosa con una lama che mi ha aperto in due, quando in quell'attimo spaventoso ho temuto di averla persa per sempre. Quella di ieri è stata roba da poco, un graffio leggero; era solo il coltello piccolo dell’apprensione, che lascia tagli sottili sottili.
E’ che sta crescendo. E senza chiedermi il permesso.
E’ scesa lenta e misurata, elegante, con una maglietta nera ed un gonnellino anch’esso nero e corto. Piccoli seni incominciano a farsi intravedere, e sotto la gonna corta, le gambe erano lunghe ed abbronzate. Il suo sguardo, un pò da donnino ed un pò da pulcino, cercava in me l’approvazione. “Come sto?” mi ha chiesto, con il suo dolce sorriso, mettendosi in posa.
“Sei bella” le ho risposto “e stai diventando lunga; come papà”. Avevo un leggero groppo in gola ma non se ne è accorta. Mi ha preso la mano e mi ha dato un educato bacino “Ho il burrocacao” mi ha detto sottovoce, per giustificarsi.
Tra un po’ e questa mi si trucca anche.
Mentre mia moglie entrava e usciva dai negozi (non comprando nulla e lasciando povere commesse in un bailamme di scatole aperte e scarpe spaiate) noi due passeggiavamo, ma io vedevo solo ragazze, in gruppetti, ad atteggiarsi truccate da dive con movenze misurate, i tacchi altissimi; camminavano esponendosi. Sembravano quasi tutte donne fatali e vissute, anche se molte non avevano che quattordici o quindici anni; io in loro vedevo la mia e mi veniva da pensare che di lì a poco sarebbe diventata così. Non potevo farci niente. E mi ricordo ancora la prima volta che l’ho tenuta tra le mie mani, fragile animaletto piangente in un mondo tutto nuovo. Era solo ieri.
Ciccia mi stringeva la mano.
Si è messa a guardare la vetrina di un negozio di abbigliamento, di fianco a due ragazze con il piercing sull’ombelico ostentato ed un tatuaggio alla caviglia. Erano alte uguali. Mi ha fissato seria, con i suoi grandi occhioni: “Papà” mi ha detto ad un certo punto ("No, il tatuaggio no!"):
“Mi compri un palloncino?”
Per fortuna è ancora così piccola.
Se non mi fermava mia moglie, per la contentezza gliene compravo ottantaquattro di palloncini, a fiori, con la faccia di Titti, fatti a delfino e a cavallo, fino a vederla sollevarsi felice da terra. Poi le ho comprato un gelato a tre gusti, con la Stranutella che le ha fatto la faccia da pagliaccio, mentre ogni tanto mi dava il permesso di dare una leccatina (“piccola, papà”). Infine è andata sullo scivolo gonfiabile messo nella strada che porta alla stazione “quello dei grandi però”, anche se, rispetto agli altri "grandi", lei li superava di tutta la testa. Quando scendeva, teneva la gonna dignitosamente con le mani, poi l’euforia della discesa superava il pudore ed era tutto un turbine di braccia, gambe e sorrisi, con i denti che brillavano nel fondotinta alla stranutella.
Alla fine era così stanca che mi ha chiesto di prenderla in braccio. Avrei voluto, ma quaranta chili sono veramente troppi, piccola mia. Mi ha camminato a fianco, abbracciandomi stretto, impedendo a sua madre di prendere le mie mani che voleva tutte per se.
C’è ancora tempo, per fortuna.
Cresci piano, bimba mia. Non so per quanto ancora, il “tuo” Totson
Piazza Vittorio, ore 15.30

Sul largo marciapiede che svolta dal ponte infiorato una bimba bionda corre gioiosa a spaventare in brevi rincorse malandati piccioni, sotto gli occhi protettivi del nonno. Dall’altro lato del ponte arriva un barbone, sotto una blusa malandata e gli occhi fissi sulla ruota davanti, con tutte le tracce della sua vita buttate alla rinfusa dentro sacchi cenciosi, ammassati su una sgangherata bicicletta che tintinna, ad ogni stanco giro di ruota. I fiori ordinati sul ponte non gli danno allegria. Prosegue a raccogliere ricordi.
Lo sfondo della piazza dalle mille finestre in file ordinate su muri color pastello, ha uno stile da vecchia signora. I binari luccicano sulla strada di larghi lastroni di pietra. Un uomo cammina veloce, parlando concitato al telefono. Una coppia di anziani indica il Valentino: il vecchio tiene il braccio galantemente piegato e lei ci tiene il suo sopra, vezzosa, con le mani che ancora si cercano e si stringono. Chissà di cosa parlano. Si guardano, sorridono e si scambiano un bacio, testimone di un amore che chissà da quanto dura. Ed io mi sento un intruso.
Poi non c’è più tempo. Verde. Metto la prima e parto.
mercoledì 22 luglio 2009
Appeso con due dita alla vita - Tomahwak 3
Si era lasciato andare con una leggera spinta in fuori. Ed era andato giù, diritto come la goccia d'acqua della sua doccia che perdeva da sempre. Quella cadeva sempre lì, mai un centimetro più avanti. Aveva visto rapido il punto di mezzo passare, il rinvio con la fettuccia verde a cui si era assicurato. Ed il colpo nelle reni dato dall'imbrago non l'aveva sorpreso. Era stato solo di un poco più soffocante di quando qualcuno ti cala velocemente per farti il solito vecchio scherzo e poi ti ferma con uno strattone. Aveva visto il colore della fettuccia e gli era venuto in mente il colore verde della coppa di gelato che prendeva ultimamente, "una da due euro, cocco e yogurt, grazie!"; sempre gli stessi gusti da almeno sei mesi. Ed ancora non si era stufato. "Dovrei avere una ragazza gelato, cocco e yogurt, magari non mi stufo".
"Mi andrebbe un gelato", disse calmo. Si trovava un pò più in basso di prima, fermo, calmo e serio con lo sguardo puntato in basso, diretto verso Renato, come se quel momento fosse la cosa più naturale del mondo. L'amico era stato veloce, ma aveva capito quello che voleva fare quel matto. Non l'aveva fermato recuperando tutto quello che aveva potuto, ma gli aveva concesso il tempo per un rapido battito d'ali. Ciononostante le braccia gli facevano un male della madonna, ed aveva il fiatone. Paco non era certo un peso piuma.
Renato trattenne nuovamente il fiato: "Dio no; ti prego, non un'altra volta, non ti sei sfogato abbastanza? Guarda che la corda l'ho comprata usata alla Lidl, non è proprio sicuro che tenga, e poi te l'ho già detto che ti trovo ingrassato?" Per tutta risposta Paco alzò la mano destra mostrandogli il dito medio, poi spostò il braccio indietro e prese un rinvio dall'imbrago per assicurarsi. Al "clic" prodotto quando ci fece passare la corda dentro, molti di quelli lì sotto emisero un sospiro di sollievo, Renato incluso. Ora di gente a guardarlo ce n'era un discreto gruppetto, anche uno con la telecamera, che stava riprendendo chissà da quando.
"A Dottò, scusiii, guardi che io sono il suo agente, il manager" lo interpellò Renè: "Lei sa cosa sono le royalties? Qui da noi si fa così: dunque, lei può riprendere il mio protetto, se ci paga in generi voluttuari, principalmente alcolici e devono essere tanti, ma non solo, perché a noi bere a stomaco vuoto fa male; in alternativa va bene lo stesso se ha una figlia carina, ma sarebbe meglio due".
L'uomo con la telecamera rise, e gli disse che era pronto a rifocillarli con quanto aveva nel camper lì vicino, che di roba ce n'era abbastanza. Renè aggiunse, con ka voce alla Totò: "Lo dico per lei, si lasci servire da me che sono un uomo di mondo: ci ripensi, se ha due figlie; non so se le conviene darci libero accesso alla dispensa: quello lassù", indicando Paco", è peggio di un'idrovora".
Aveva ritrovato rapidamente la battuta, di fronte ad un discreto pubblico e stava avendo il suo consueto successo. Poi d'impulso si girò per guardarsi dietro ed aggiunse, senza aspettarsi risposta, rivolto a Patti che lo guardava e non rideva: "Ma cosa ci fai tu agli uomini? Oh cazzo, adesso devo recuperare tutta questa corda, che se quello mi cade un'altra volta stavolta fa un buco per terra profondo mezzo metro!".
Paco nel frattempo aveva ripreso ed aveva ripreso rapido, agile, deciso. Ascoltava le battute scherzose dell'amico là sotto e ne sorrideva. Si sentiva bene, bene, bene. Non gli dispiaceva quello che gli era appena capitato, la rapida scarica di adrenalina l’aveva reso più forte e si sentiva pronto. Adesso era pronto. Signori in scena. Finalmente.
Incominciò ad aggredire la via con una decisione che sapeva di non avere mai avuto. Si inventava passaggi di forza e di equilibrio, sostenendosi con due dita e movendosi preciso. Arrampicava come un grande. Aveva una sensazione di se stesso sulla parete che non aveva mai provato e che gli permetteva di andare oltre. Era quasi contento. Pensava a quello che avrebbe raccontato a Mondo, quando si sarebbero incontrati nuovamente, accucciati di fianco alla stufa che scoppiettava, con le scintille che morivano uscendo e le tazze fumanti in mano, complici di un segreto tutto loro.
Ogni tanto sentiva partire qualche applauso proveniente dal basso nei momenti che quelli di sotto giudicavano più critici, mentre a lui apparivano impegnativi sì, ma di una semplicità disarmante. Incominciò a fischiettare, come gli capitava quando gli girava nel modo giusto, e sapeva farlo bene. Gli venne naturale mettersi a fischiare “Blowing in the Wind” di Bob Dylan; era un brano che adorava da molto tempo prima di One ed a cui non pensava più da mille anni. E adesso era lì, in testa tutta per lui, fresca come allora, pronta nel Juke Box della sua memoria. Lui mise giù la monetina e questa sali, dai polmoni alla lingua, transitando stretta attraverso le labbra socchiuse, uscendo libera mentre lui continuava a salire a tempo quasi non facesse sforzo, modulandola e usando tutto il fiato che aveva dentro. E il suo fischiare si propagava, rimbalzava in parete, e chissà dove andava finire. Forse non finiva.
Sotto erano tutti a guardarlo con il naso in su. Renato si era impossessato del berretto dell’uomo con la telecamera, se lo era messo per terra davanti ai piedi esclamando: “Musica & spettacolo, eccezionalmente solo oggi signori: fatevi avanti gente, per una generosa offerta”. Non era possibile: era il Renato di sempre.
Paco aveva ormai raggiunto l’altezza dove stava Bruno, che aveva assistito a tutto e lo stava fissando. Era stanco e si vedeva. Era sudato e un poco della spavalderia l’aveva persa, strappata pezzo per pezzo dalle difficoltà incontrate lungo la sua via. E quella comunque era una via tosta, non dimentichiamolo. Paco lo guardò bene arrivando su; lo vide stanco ma comunque non vinto, sudato e muscoloso, col minuscolo moschettone alla cintola dell’imbrago che gli faceva dondolare il cellulare e, nonostante quel particolare assurdo, involontariamente lo ammirò. Ci voleva grinta e quello ne aveva a pacchi. Istintivamente, sempre fischiando, gli sorrise.
“Hai finito di fare il buffone?” Gli tirò addosso invece l’altro. Era seccato e la frase gli uscì sibilando, stretta tra i denti. Paco si ricordò la sua prima impressione nei confronti di Bruno e quasi si pentì di avergli sorriso, ma rimase sereno: “Veramente avrei appena cominciato: sai, oggi mi va così, che vuoi farci, sono un pò "descentrà"; noi gente di montagna siamo come il cattivo tempo: imprevedibili, non sai mai quando ti arrivano addosso.” Gli disse, saltando noncurante uno spit con uno slancio che fece partire un altro applauso ed afferrando rapido appigli inesistenti, leggero come un gatto. Gli sembrava di arrampicare sulla luna. Lo guardò fisso e poi, stavolta senza sorridere, aggiunse: “Sai, dovresti provare a prenderti un po’ meno sul serio, rilassa sai? Goditela la parete, non cercare di vincere, perché non è con me che stai facendo una gara ma con lei. E lei non la vincerai mai”.
Bruno stava cercando qualcosa di tagliente da rispondergli, a quel bastardo saputo, una secchiata d’acqua gelata per levare il sorriso beffardo che gli faceva montare mille cristi, ma non ne ebbe più il tempo.
Incominciò tutto con un suono sottile, uno scalpiccio di passi di piccoli folletti maligni che correvano giù dalla parete. Poi tutti insieme vennero giù quelli grossi, e la scarica di sassi li investì. In pieno.
“Pietree!!!” gridarono quasi all’unisono da sotto sia Tony sia Renato. La gente si disperse in un lampo, come quando la goccia d’acqua dell’acquaio impatta contro il ripiano di marmo, mentre i due si allontanarono quel minimo necessario per continuare a far loro sicurezza. Il signore con la telecamera non si era invece mosso, continuando a riprendere in su. Era brutta, brutta davvero. Istintivamente i due si acquattarono contro la parete, abbracciandola, bimbi attaccati alle gambe della madre, cercando di offrire il minor numero possibile di parti esposte alla furia del momento. Nessuno dei due aveva il casco. Bruno era assicurato, mentre a Paco per assicurarsi mancava ancora più della lunghezza del suo braccio. E l’altro rinvio sotto non l’aveva volutamente messo. Non riuscì a fare a meno di pensare: “Cazzo, devo far regolare l’orologio dei desideri: va indietro di una mezz’oretta abbondante”, e poi più niente. La scarica era decisa: i sassi venivano giù fischiando anche loro, ma la canzone non gli piaceva affatto. Quelli piccoli erano un morso feroce, che lacerava piccoli lembi di pelle e scappavano via, ma quelli più grossi invece facevano male, e parecchio.
Era durato il tutto meno di cinque secondi e come era arrivato tutto era finito, con gli ultimi ritardatari che, rimbalzando, si perdevano nel vuoto. Poi silenzio.
Paco si staccò dalla parete, tossì, sputando saliva, sangue e polvere e si guardò: la testa gli girava appena, un fastidioso moscone ci sbatteva rabbiosamente dentro. Cominciò a muovere le dita delle mani. Dai capelli ai piedi era bianco di polvere, gli sembrava di essere stato pestato per bene ed un rivoletto di sangue gli partiva da un ampio taglio sul dorso della mano e proseguiva giù giù in tutto l’avambraccio, terminando in piccole goccioline scure che si smarrivano sulla roccia, mischiate alla polvere. I suoi pantaloni avevano subito l'ultimo e definitivo assalto. Guardò di riflesso Bruno ma per un secondo non comprese: tra la polvere e le botte ricevute aveva la vista annebbiata ma c’era qualcosa che non tornava. Scosse la testa come per metterlo meglio a fuoco.
Bruno era una maschera di sangue ed aveva una mano piegata sinistramente all’indietro, segno di un polso chiaramente fratturato che lui si guardava instupidito. Sembrava ubriaco. Un masso aveva colpito la roccia proprio sopra di lui sull’occhiello dello spit ed era esplosa in mille schegge appuntite. Si era istintivamente messo il braccio davanti agli occhi per proteggerli, e quel gesto glieli aveva salvati, ma il resto era un casino e grosso. I pezzettini micidiali l’avevano colpito dappertutto: la canotta era a brandelli e del cellulare non c’era più traccia. Un pezzo di pietra grosso come un pugno gli aveva girato il polso e gli aveva mancato di un soffio la tempia.
Paco si riscosse. L’attenzione si concentrò come uno zoom della sua Nikon sul punto d’impatto del masso. Il moschettone del rinvio si era crepato, della leva di chiusura non c'era più traccia e la corda, mezza colpita anche lei e mezza sfilacciata, stava cominciando a sfilare fuori dall'asola.
“Molla, molla mollaaa!!!” Gridò di colpo Paco, rivolto a Renato, mentre inconsciamente, si era già preparato a spostarsi, abbandonando la sua posizione. Aveva bisogno di corda e subito. Quello non sarebbe rimasto su ancora per molto e se fosse caduto una corda in quello stato non avrebbe retto allo strappo. L'altro di tempo non ne avrebbe avrebbe avuto più.
Paco non guardava sotto, non vedeva e non sentiva, non gliene fregava un cazzo del mondo. Doveva arrivare lì ed arrivarci subito. Fissava duro quel lembo di corda obbligandola con quello sguardo a fermarsi. Avrebbe voluto fermarlo, 'sto cazzo di tempo. Schioccava le dita: "CLIC", e lo fermava.
Tutto fermo: il sole, le nuvole, un merlo che passava veloce a meno di tre metri da lui e che invece rimaneva sospeso nell'aria, immobile.
Tutto fermo: i gitanti là in fondo sul sentiero, il suono dei campanacci delle mucche della margaria, il vento e le voci della gente improvvisamente in silenzio ed immobili. Tranne lui che, con tutta la calma e l'attenzione che serviva, si spostava, arrivava dall'altra parte, metteva quello al sicuro e poi: "CLIC!" e la giostra della vita riprendeva a girare, prima piano piano e poi regolare. I rumori interrotti a metà si riattivavano, ed i movimenti sospesi continuavano. Avesse avuto quella possibilità stamattina... "CLIC!" e forse non sarebbe neanche venuto su, impiegando quell'assenza di sè per passare del tempo, anzi del non tempo solo con Patti. Ed invece era lì. Il merlo era passato in un frullo d’ali e lo scampanio non si era fermato.
Aveva raggiunto la sosta in un secondo e si era assicurato, aveva cominciato a parlare e non aveva più smesso. Parlava con voce monocorde, bassa e profonda, per tranquillizzare Bruno e non trasmettergli l'angoscia delle cose che non era in grado di cambiare che lo stava attraversando, mentre dava ordini rapidi e secchi ai due di sotto.
"Renato, sei vivo? Tanto anche se hai preso un sasso in testa si è sicuramente rotto lui e quindi fai quello che dico. Ho intenzione di andare a prenderlo al volo quindi mollami corda come se non ne avessi affatto. Non ho tempo per scendere e salire, quindi attraverso, si dovrebbe poter fare. Se non ce la faccio e cado tienimi, proverò poi da sotto a risalire sulla sua via rimanendo assicurato dall'alto, e Bruno, ascoltami, TU NON TI MUOVERE, non hai niente, stai tranquillo, tienti bene che arrivo subito. Tony, tu non fare niente, tienilo così com'è, non mollare e non metterlo in tiro, che la corda non è messa bene". Era un eufemismo.
Il più rapido traverso della sua vita. Arrampicare in orizzontale era sempre stato strano, per lui che cercava sempre la via della “goccia d’acqua”, come gli dicevano i libri dei vecchi, dei Comici e dei Bonatti che aveva divorato da piccolo. Andare di lato era strano, quasi innaturale. Belli invece i traversi delle dolomiti, dove aveva anche fatto dei pendoli da paura, quasi correndo orizzontale alla parete, come se la forza di gravità fosse nel fianco della montagna e non sotto di lui. La corda lo richiamò indietro. Renato non era stato abbastanza veloce: “Scusa”, gli disse da sotto, dandogliene: “E’ che sto contando i centimetri, non è che ce ne rimanga poi tanta”.
“E’ che sei uno spilorcio, ecco quello che sei, dovevamo usare la mia. Ti avevo detto di comprartela da sessanta metri e non da cinquanta” - “Primo, tanto me la porto sempre io nello zaino, tu trovi sempre mille scuse tra cui il fatto che hai la moto per lasciarla a casa, e secondo te l’ho già detto che facevano i saldi, c’era solo più questa ed un’altra fatta per il campeggio, non sono neanche sicuro di aver preso quella giusta; beh, pensando ai voli che mi ci hai fatto sopra, devo aver scelto quella buona. Comunque dopo di oggi non ci appendo più neanche i salami. Mi sa che me ne devi una nuova”. Continuando a danzare, Paco guardò il nodo davanti all’imbrago sorridendo. Edelrid 10.2mm, c’era scritto. Avrebbe retto a ben altre cadute.
Bruno era nel limbo. Sentiva i rumori, sentiva voci ovattate e non riusciva a vedersi altro che quella mano tirata all’indietro davanti ai suoi occhi che non si levava da lì, chissà perché. Non aveva dolore, solo un “uuuuuuuuuuu” sommesso che suonava incessante. Per il resto la visione lattea delle cose che lo circondava lo faceva sentire in un bozzolo. Non aveva capito ancora cosa era successo. Si sentiva acquoso, e qualcosa di dolciastro e appiccicoso gli impiastricciava la faccia.
Poi lo vide.
Vide che stava venendo verso di lui, quel bastardo. Sì, era proprio un bastardo: non gli bastava farsi bello facendo a momenti anche le capriole su quella via, non gli bastava salire come se camminasse invece che arrampicare; non gli bastava averlo sputtanato e metterlo in ridicolo davanti ai suoi amici, raggiungendolo in due minuti mentre lui ci aveva sputato l’anima a salire: adesso voleva anche rubargli la via! Ma gliel’avrebbe fatta vedere lui, a quel fesso. Non l’avrebbe raggiunto mai, avrebbe vinto lui. Era solo a due metri; era ora di muoversi. Se non fosse stato per quella sensazione che aveva. Si sentiva drogato. Paco stava cercando di muoversi più in fretta che poteva, e mentre si avvicinava a Bruno, che continuava ad assomigliare ad uno zombie, continuava a parlargli piano per farlo stare tranquillo.
Era stato quando era su un passaggio delicato, a meno di due metri da lui che vide l’altro muoversi: sembrava che avesse deciso di riprendere a salire. Per un secondo pensò solo che stesse cambiando posizione, poi di colpo lo vide: quello stava veramente per ricominciare a salire.
“Bruno, ascoltami. Fermati. Con quella mano non puoi muoverti. Bruno, aspetta, non muoverti, Bruno, mi senti? Bruno, ti ho detto di non muoverti. Dammi un minuto ed arrivo. Ascolta! Cazzo, Renè, questo è andato, non mi sente! Tony, dirgli di fermarsi!” Finì la frase quasi urlando.
Bruno avvertiva che quello stava veramente arrivando. “Non ce la fai, bastardo che non sei altro, non arrivi a prendermi, ti faccio vedere io come si arrampica, altro che montanaro”. Pensava ma non riusciva a parlare. Si sentiva in un sogno, forse stava sognando veramente. Se solo qualcuno avesse levato quella mano storta da davanti ad i suoi occhi. Decise di mettere la sua mano destra (ma dov’era?) sulla roccia per riprendersi la via che era sua, solo sua e fece per andare su.
La scarica di dolore quando appoggiò le dita sulla roccia e ci si appese fu devastante. Come se gliel’avessero attraversata con un ferro rovente. L’urlo gli uscì da dentro, così profondo e rabbioso che per un attimo pensò di non essere stato lui. Poi il velo nero dell'incoscienza gli calò definitivamente sugli occhi.
E per la seconda volta in quella giornata, qualcuno in parete si lasciò andare…
Paco capì che non ce l’avrebbe mai fatta a raggiungerlo. Era in bilico, aveva bisogno di uno slancio per arrivare alla catena ma la sua posizione era troppo precaria. Avesse mancato la presa avrebbe cominciato un pendolo che l’avrebbe sbattuto dietro lo spigolo Fornelli. Ma non c’era più tempo. Decise di provare. O la va o la spacca.
Fissò dove doveva arrivare. Era lungo, forse troppo, ma poi l’altro appoggiò la mano sulla parete, urlò e si sbilanciò all’indietro. Paco saltò.
Una massa di riccioli biondi, con una maglia rossa con le sigle di alcuni sponsor era lì. Sopra Bruno. Con una mano si teneva alla roccia. Con l’altra aveva afferrato Bruno al braccio muscoloso in una morsa ferrea, proprio mentre stava perdendo l’equilibrio. Lo teneva inchiodato alla parete, e sembrava non facesse alcuno sforzo. Era lì e lo vide arrivare alla fine del salto, con le dita che mordevano la catena. Paco era senza parole.
“E… e tu da dove spunti?” Le chiese alla fine. L’aveva guardata negli occhi ed era stato ricambiato da uno sguardo sincero che gli aveva scavato nell’animo. Lei alzò lo sguardo verso l’alto, l’alto della roccia magari più su, in silenzio, con i riccioli che giocavano impertinenti con il vento. Poi gli disse “Vedi di assicurarlo alla sosta con un cordino, che questo pesa”.
…… Ciao Cristina!!! .
[Note per quelli del mio studio a cui, non ho ancora capito ancora perché, piace cosa scrivo (sospetto che sia perché è mia la firma sui loro assegni): 1) Visto che pensate che a scrivere faccia meno danni che a lavorare sul serio, perché non vi prendete quella cinquantina di grane che affollano la mia scrivania così posso soddisfare la vostra curiosità e dirvi cosa succede? Noo? Allora pazientate. Scrivo solo quando posso, e solo se mi scappa proprio.2) Ho comunque imparato, riscrivendo per metà (grazie alla rompi.. Giorgia che proprio non poteva aspettare che finissi e così un pezzettino gliel’ho stampato e l’ho potuto recuperare..)Tomahwak3, che sarà pure piacevole scrivere di getto, buttare giù tutto come ti viene, dal cuore alla tastiera, anche se fai un mare di errori, ma è meglio mettersi su word e POI, solo una volta finito, riportarlo sul post, visto che, non so perché, nel momento in cui ieri, avevo proprio ma proprio finito di scriverla…. Ho perso tutto!!! Qualcuno sa se c’è un backup dei post?]
martedì 21 luglio 2009
"El Grio"

Se volete, rendetele omaggio e andate a dare un'occhiata al suo sito, http://www.elgrio.net/ Dentro ci troverete tutta la freschezza, la voglia di vivere pienamente ogni minuto e la passione per la montagna che sicuramente facevano parte di lei. Lo dico con l'assoluta consapevolezza di aver ragione, anche senza averla conosciuta. Ho letto le frasi di cordoglio sul Guestbook ed ho riflettuto a lungo su questa nostra passione comune che è la montagna, rischi compresi.
E' inutile, chi non ce l'ha non la potrà mai capire. Nasce quando guardi in alto da bambino e ti chiedi semplicemente cosa si vedrà oltre. Quando ti portano a passeggio per mano e vedi le persone che ritornano, abbronzate, con gli zaini tintinnanti e l'espressione felice.
Beh, io la prima volta da bambino me la ricordo ancora adesso, anche se, probabilmente la mia prima montagna in realtà era poco più di una collinetta. Ma ricorderò per sempre quella visione diversa del mondo a 360°, senza ostacoli, con il sole che tramonta talmente lontano che è da un'altra parte del mondo. I colori caldi delle cime delle montagne vicine, i ghiacciai imponenti sullo sfondo e le grandi montagne, quelle che chi le conosce le pronuncia con rispetto, sempre presenti. Bellissimo da levare il fiato.
Non sono stato e ovviamente non sarò mai un valente alpinista, ma chi ama la montagna ama di un amore totale ed assoluto. Ed io amo sicuramente la montagna.
Le lunghe escursioni da bambino sono un elemento fondamentale, per farsi il fiato ed imparare che cosa sono la bellezza ed il rispetto. Ed io ho imparato, e devo ancora una volta ringraziare i miei, che sono stati maestri di vita in questa come in tante altre cose.
E sono fiero nel dire che se, oggi, camminando su un sentiero, mia figlia vede che qualcuno butta una cartaccia, lei la raccoglie, in silenzio, e me la mette nello zaino. Gliel'ho insegnato io.
Crescendo poi, cambia il modo di affrontarla, la montagna. Scopri possibilità ed esperienze nuove, le prime arrampicate con gli amici più incoscienti di te, i "descentrà", come li chiama ancora oggi mia madre. Frequentandoli ti senti simpaticamente un pò descentrà anche tu; gli alpinisti sono una razza tutta particolare, con una spiccata propensione verso i "generi di conforto"(alcoolici soprattutto ma non solo) ed il gentil sesso. Cresci e, comunque cresci sano, in un ambiente magari rude ma che, a suo modo ti forgia e ti protegge.
Erano padre e figlia
lunedì 20 luglio 2009
Appeso con due dita alla vita - Tomahwak 2
sabato 18 luglio 2009
un passeggero scomodo...
venerdì 17 luglio 2009
Appeso con due dita alla vita - Tomahwak 1

mercoledì 15 luglio 2009
Con quella faccia un pò così, quell'espressione un pò così che abbiamo noi quando vediamo....

Complice un incidente in corrsispondenza di lavori in corso che ci ha ritardato l'appuntamento di circa un'ora ed il condizionatore della mia auto che funziona solo a cazzotti (è una lunga storia) sono arrivato stressato al mio appuntamento con il mare, quello sprazzo di azzurro che si confonde con il cielo e che si intravede dopo l'ultima galleria dell'autostrada: ricordo che da bambini facevamo a gara per chi riusciva a vederlo per primo, il mare, laggiù, con il lontano scintillio, preludio delle vacanze a cui anelavamo come l'aria. Erano tempi diversi: mio padre guidava una Lancia Fulvia berlina, tutte le macchine andavano a benzina, solo i camion a gasolio; l'aria condizionata esisteva solo sulle macchine dei ricchi, noi invece aprivamo il deflettore, e non si stava poi tanto male. Non c'erano telefonini di sorta, l'autoradio non aveva rds, frontalini intelligenti o altro: aveva i pulsanti di sei stazioni, il lettore a cassette e l'antenna estraibile. Le cinture se le mettevano solo gli svedesi, che guardavamo straniti. Il viaggio era lungo, molto più lungo e faticoso di oggi, ma per noi voleva dire che andavamo a casa, l'altra casa che ancor oggi considero "nostra", dove ho passato più di metà delle estati della mia vita.
Eravamo bambini allora, ed avevamo tutta una vita davanti. Eravamo felici.
Ieri notte ho sognato casa nostra al mare. Ma adesso.... mi aspetta una pizza! Scappo.lunedì 13 luglio 2009
Fatto apposta per Sveva
Interpretato da Paco, per [Amedeo J. Rogis]
mercoledì 8 luglio 2009
Appeso con due dita alla vita - Le donne di Paco
Delle supergnocche da Grande Fratello ne aveva anche incrociate, languidamente distese alla base della falesia che lui frequentava, supergriffate intente a fare da supporter al superpalestrato di turno, bello abbronzato e con il rolex al polso anche in parete, da vero picio. Il suo abbigliamento invece non poteva essere più trasandato. Le maglie erano le stesse che usava in falegnamenria, a volte ancora piene di schegge di legno; i pantaloncini, l'unico capo di marca che si era mai permesso, li aveva da almeno 5 anni ed erano ormai consumati e bucati tra le gambe e nei punti dove la roccia non era stata tanto gentile con lui. Le scarpe sì, quelle le cambiava spesso, ma solo perchè quando non sentiva più il giusto feeling non riusciva a salire concentrato. Non possedeva un fisico con muscoli scolpiti, ma era magro e nervoso e riusciva a dosare le forze e rimanere in equilibrio su appigli microscopici, o appeso aggrappato nel vuoto con due dita della mano destra, rilassando tutto il resto. Arrampicava abbastanza agevolmente su buoni livelli e la sua punta l'aveva toccata su "Il soffio del serpente", una via valutata 7C e " I Ragazzi della Tao ", un 7A+, nel settore gare. In pubblico comunque arrampicava lento, misurato e non si inventava passaggi acrobatici solo per il gusto di farsi vedere. Quelli se li riservava quasi esclusivamente per lui solo, con l'unica eccezione di uno dei suoi pochi compagni di cordata che gli faceva sicurezza, quando danzava su appigli inesistenti, qundo la gravità sembrava non comprenderlo nel suo gioco a tirare tutto verso il basso; in quei monti si misurava solo con se stesso, cercando di capire e subito dopo sbriciolare quali fossero i suoi limiti, quasi tutti mentali. Ed in quei pochi inenarrabili momenti, ne era quasi sicuro, sentiva la parete viva, cuore pulsante che batteva lento, come un maglio enorme nelle viscere della terra.
Una volta sola aveva ceduto alla vanità e si era prodotto in un paio di prese che gli avevano fatto tributare un piccolo applauso da parte dello sparuto gruppo di turisti intenti a spiarlo, armati di binocoli, segretamente speranzosi di veder qualche caduta. Quelle evoluzioni, quel comportamento da gallo nel pollaio erano venuti fuori per due motivi: il primo era quel deficente borioso che aveva arrampicato di fianco a lui e la seconda era stata Patti.
Era una domenica di metà agosto di un anno fa. Il borioso era impegnato su "Albatros" e lui su "Tomahwak"; due vie lunghe di quelle già belle toste, con passaggi sul 6A-6C e punte sul 7A e che correvano parallele. Gli era risultato antipatico già a pelle da subito, quando era arrivato, grosso e con l'abbronzatura da lampada, chiassoso come tutto quel mezzo di circo ambulante che si portava dietro. Lo stronzo era sceso da un SUV che ancora un pò e parcheggiava direttamente in parete, mai che dall'alto venga giù una bella scarica quando serve.. Ne era sceso ed aveva lasciato portiera aperta e radio a tutto volume e si era fatto dare una mano a scaricare attrezzatura per 10 persone da quello che era probabilmente il suo schiavo personale, un ragazzino minuto e taciturno con due braccia da rocciatore di classe, nel cui sguardo rispettoso ed indagatore verso la via lui si era immediatamente ritrovato. Loro avevano deciso di tentare "Albatros". Il ragazzo, l'avrebbe saputo più tardi, si faceva chiamare Tony, e solo in seguito sarebbe diventato uno tra i suoi più fidati secondi di cordata, ma quello, e tutto quanto gli sarebbe capitato di lì a poco, Paco non se lo poteva immaginare neanche lontanamente.
Mentre Tony rifaceva su la corda, preparava l'imbrago suo e quello dello stronzo, metteva in bella fila rinvii, cordini e qualche nut, non aveva mai smesso, neanche per un attimo di studiare la via. Lo stronzo (si chiamava Bruno), invece era dietro il SUV ed armeggiava con qualcosa che non riusciva a tirare fuori. E nel frattempo, con una voce baritonale e sgradevole, diceva a tutti quanto era bravo, quanto era capace e su quali livelli di difficoltà era in grado di arrampicare, con una mano legata dietro la schiena. Che lui arrampicava sempre in palestra, che era molto meglio che in parete, e che nessuno degli sfigati che arrampicavano in parete avrebbero mai potuto stargli dietro. Dio, quanto gli stava sui coglioni!
Paco invece era arrivato presto, aveva lasciato il Transalp appoggiato al solito albero (il cavalletto non teneva), dall'altro lato della tortuosa strada sterrata e si era avviato, occhi alla parete, verso l'attacco delle vie, con il suo vecchio e sdrucito Invicta, che l'aveva seguito dappertutto, dal Bianco alle Tre Cime di Lavaredo, poggiato a tracolla su una spalla. Poi aveva buttato lo zaino a terra e si era seduto sulla corda, per studiare con attenzione le diverse salite indeciso tra quali scegliere, con il busto appoggiato ad un tronco di un larice che aveva passato gli ultimi trent'anni a crescere per adattarsi perfettamente alla sua schiena. E lì era rimasto, ad aspettare "il socio"di cordata di turno, Renato, e nel frattempo era rimasto immobile, fantasticando ed osservando il rapido mutare dei riflessi in parete, con le nuvole che corevano in cielo.
Renato, Renè per gli amici, "un cittadino con l'anima da montanaro", come lui lo definiva scherzosamente, era arrivato di lì a poco, su una vecchia Ford scassatissima di un colore che Renato stesso definiva "blu ruggine" e che avrebbe dovuto essere rottamata da almeno dieci anni e che invece, non si sa come, lui continuava ad usare, in barba a tutti gli Euro di questo mondo. Con Renato c'era un'intesa che andava oltre le parole ed un'amicizia che aveva superato il tempo ed ogni avversità. Simpatico e sempre pronto alla battuta, con lui aveva passato del buon tempo; sapevano capirsi con una semplice occhiata e riusciva sempre a strappargli una risata. Alle ragazze che conoscevano nei rifugli si dichiaravano gay e fidanzati, e successivamente, complici la notto di stelle e la grappa ai mirtilli chiedevano di provare ad essere "convertiti". E qualche volta ci riuscivano pure.
Era stato mentre chiacchieravano che era arrivato il circo; il fuorstrada il casino, lo stronzo in un battere di ciglia gli avevano mandato a puttane la serenità e l'aspettativa di una giornata di relax che l'aveva pervaso fino a poco prima. Lui si era immediatamente chiuso a riccio, in un silenzio immusonito e gli occhi scuri. Renato lo aveva subito capito e gli aveva detto: "Dai, lasciali perdere quelli, pensiamo alla via, che oggi ne abbiamo di lavoro da fare". Dallo zaino estrasse una bottiglia di vino rosso, con un 'etichetta strana: "Tò, valla a mettere al fresco nel ruscello ben nascosta, che ce la meriteremo, quando torneremo giù e farà il paio sicuramente con quei salamini che hai portato tu". Paco osservava l'etichetta, una lettera D maiuscola, una lettera u minuscola ed un 7 scritto a numero. Notando il suo sguardo interrogativo, Renè gli disse solo "leggi"; Paco pronunciò e sorrise: Du..set, dolcetto in piemontese. "Già", sorrise di rimando l'altro. "Dolcetto, appena imbottigliato: è un pò giovane, ma tanto tu berresti anche l'antigelo. Dai, prepariamoci". Era stato in grado di ridargli un poco di allegria anche quella volta.
Da dietro il suo SUV Bruno era ricomparso, vestito come un ballerino, con un paio di fuseau ed una canotta dai colori sgargianti che ne esaltavano il fisico muscoloso. Attaccato all'imbrago, con un moschettone minuscolo, aveva agganciato il cellulare. Paco era rimasto incredulo, a bocca aperta, che si era allargata in una risata quando Renato aveva esclamato "quello serve se qualcuno ti telefona per dirti quant'ses piciu, utilissimo in parete", a voce abbastanza alta da far ridere anche altri climber che avevano assistito a quella mascherata. Tony li aveva guardati con un sorriso di simpatia, si vedeva che li invidiava un poco. Il "picio" pareva invece non aver sentito. Aveva tirato finalmente tirato fuori dalla macchina l'oggetto misterioso: una sedia a sdraio di design, bellissima e sicuramente carissima, di un legno chiaro che dava la sensazione di essere liscio come seta. L'aveva posata delicatamente all'ombra del grosso fuoristrada ed aveva aperto la portiera lato passeggero, in attesa. Lei era scesa, flessuosa ed agile.
Ed il tempo si era fermato.
Era scivolata pigra giù dal sedile in pelle, che le aveva trattenuto il vestito in lino bianco, già corto, rivelando gambe lunghissime e abbronzate. Non era di lì, quella era una di un altro pianeta, una sicuramente con un sacco di grana. Paco non l'aveva mai vista, se lo sarebbe ricordato anche dopo una lobotomia: non c'entrava niente con il mondo delle arrampicate, sembrava uscita pari pari da una di quelle riviste di moda che vedeva dalle due parrucchiere dove ogni sei-sette mesi, andava a farsi regolare i capelli. Lui era rimasto fermo in piedi, con metà della corda in mano, impossibilitato a girare lo sguardo da un'altra parte, fissando quel volto perfetto, i capelli biondi tirati all'indietro e gli occhi nascosti dietro enormi occhiali neri. Lei era scesa dalla macchina con movenze misurate e sinuose, cosciente del fascino che sapeva di avere e che non dosava, spremendolo tutto fino all'ultima goccia. Con due dita aveva abbassato gli occhiali sul naso, quel poco che bastava per mostrare due occhi nocciola che lo guardavano, leggermente canzonatori. Quello sguardo lo aveva attraversato dentro, disarmandolo, mettendo a nudo tutte le sue paure ed i pensieri più nascosti e si era fermato dritto dritto poco sotto la cintura dei suoi pantaloni. Le sue labbra si erano aperte appena in un sorriso a matà tra il malizioso ed il divertito, e lui si era subito sentito un idiota.
"E' la seconda volta in meno di cinque minuti che ti vedo a bocca spalancata! Se ti è appena venuta una paresi muovi leggermente un piede. Altrimenti chiudila, prima che ti ci entri detto una mosca", aveva mormorato Renato, che gli era arrivato vicino. Poi si era girato verso la ragazza: "Bella manza.. Adesso vado ad informarmi dal picio su quanto costa e per il tuo compleanno te ne regalo un paio, non sei contento?", aveva aggiunto. Anche lui non aveva potuto fare a meno di notarla mentre usciva l'auto, ma Renè era diverso. Gli erano sempre piaciute le donne ma ormai era accasato e felice, con una moglie graziosa e decisamente più giovane di lui e due marmocchi impestati che adorava e che lo adoravano, anche se riusciva a ritagliarsi sempre del tempo per sè. "Dai, muoviamoci, che tra un pò ci sarà più gente in parete che pulci in testa a un cane", Aveva aggiunto Renato. Era decisamente ora di andare. "Faccoamo "Tomahwak", aveva detto distrattamente e sottovove Paco, mentre si legava per andare su da primo. Renato lo aveva guardato dubbioso: primo, il giorno prima avevano pensato di fare di monotiri e secondo Paco era sempre stato un "diesel", ci metteva più tempo a scaldarsi e di solito lasciava all'amico l'apertura delle prime vie. Si girò verso il SUV e comprese subito. "Guarda che non devi mica fare il fantastico per forza. E poi quella neanche ti si fila. Ma l'hai vista bene? Già, che scemo, certo che l'hai visto bene, non hai fatto altro che radiografarla da quando è arrivata. Ma hai visto come si è conciata? Sembra pronta per il Derby di trotto! Adesso vado a dirle che l'ippodromo l'hanno spostato a Vinovo".
Così facendo si voltò e si diresse verso la ragazza, lasciandolo di stucco. "Oddio, chissà cosa mi combina" pensava Paco, in un misto tra l'apprensione ed il divertito. Già, il suo amico era capace di tutto. Renato era continuamente una sorpresa, un vulcano di idee quando era ora di divertirsi. Ricordava mille zingarate combinate insieme, come quella volta che, di ritorno da un allenamento di corsa, sudati e in pantaloncini e maglietta erano capitati davanti alla casa di una ragazza che stava per sposarsi; loro erano entrati, spacciandosi per amici dello sposo e suoi complici di uno scherzo; avevano mangiato e bevuto, si erano fatti ritrarre dal fotografo baciando la sposa e poi erano spariti, immaginando la sorpresa di chi, successivamente avrebbe visto l'album di nozze. Lui era fatto così, ed in quel momento la cosa non lo faceva stare affatto tranquillo"
Dopo un breve conciliabolo che aveva sicuramente dato fastidio all'energumeno, che adesso non li stava guardando bene, Renato stava tornando da lui, facendo finta di sistemare il sacchettino della magnesite e nascondendo un ghigno che riusciva a stento a trattenere. Alle sue spalle la ragazza lo guardava attenta, ed quel sorriso speciale era diretto a lui. "Allora cosa le hai detto? E cosa ti ha risposto? Ma perchè ci sei andato? E hai visto come ci guarda male quell'altro?" buttò fuori in un fiato Paco. "Calma, calma" lo rassicurò Renato. "Gli ho detto solo che visto che eri rimasto folgorato da lei, se arrampicando cadevi ed io non ti facevo scurezza bene aresti voluto sapere il suo nome, prima di morire. A proposito, si chiama Patti e mi ha detto che sarebbe decisamente un peccato; a propostito, stai diventando rosso come un peperone di Carmagnola; a proposito," concluse strizzandogli un occhio ridendo, dirigendosi verso l'attacco; "hai visto che porta il perizoma? Dai che ti faccio sicurezza così ti puoi fare bello. Cerca di non inciamparti mentre cammini"
W.I.P......................... See you tomorrow!