venerdì 8 marzo 2019

Scrivo in treno

E’ una novità che mi piace, mi si confà, e mi dà una discreta soddisfazione.
Mi sono recentemente meritato un portatile nuovo, molto figo, sottilissimo; ho detto al socio che costituiva una sorta di indennizzo dovuto al fatto che che lo debba sopportare, lui, titolare di cattedra del corso “ho il cervello che non funziona” associato ad un master in “meno male che ne hai ancora voglia tu, di lavorare”. E lui non ha battuto ciglio.
Ho sempre guardato un po' in tralice quelli che scrivono sul pc in treno, in aereo, sulle panchine alla stazione, incuranti del mondo che gli circola intorno. Che cacchio di lavoro dovranno svolgere di così urgente, 'sti yuppies incravattati del terzo millennio, ho sempre pensato, avranno da salvare il mondo dagli attacchi un hacker velenosissimo, magari staranno ultimando una formula che gli varrà il Nobel per l’astrofisica, o molto più semplicemente se la stanno tirando a pacchi?
Io che alla mia “bella” età invece, molto spesso passo la maggior parte del tempo a guardar fuori dal finestrino. E mi ci perdo, dietro ai filari di alberi che scorrono al contrario, sussulto all'improvvisa tumultuosa pressione sul finestrino data dal passaggio di un treno contrario e mi interrogo sempre su quali vite abbiano fatto parte della mia vita per quell'attimo irripetibile e viceversa; io che se non mi vedono i controllori appanno ancora il vetro con il fiato per disegnare improbabili nuvole ed animali fantastici. 
Lavorare non lo ritenevo concepibile, ragionevole, sensato, con così tante cose da fare, bah. Che spreco di immaginazione, sognare resta sempre la maniera migliore per impiegare il nostro tempo. 

Un viaggio in treno è una meraviglia sempre, sa di nuovi arrivi, di intrecci, di baci lasciati sul predellino, di biglietti stracciati e di altri ripiegati con cura e riposti in una scatola che li conserverà per anni, di occhi che ti carezzano allontanandosi, di pensieri che volano liberi sulle rotaie, odora ancora dei festosi viaggi da piccolo per andare al mare alla casa dei nonni e dei miei sogni intatti di allora.
Poi però, complice un cantiere in una cittadina  che, in treno, è molto più comoda da raggiungere rispetto all'auto, che c'è una riunione indetta all'ultimo minuto e ho una corposa relazione ancora tutta da preparare eccomi qui, seduto nello scompartimento con il mio nuovissimo HP superfigo sulle ginocchia. 

E il tragitto di andata è stato una vera sorpresa. 
Il ritmico rumore treno rilassa, mi isola, mi aiuta a concentrarmi, intravedo lo scorrere del verde, delle cascine in lontananza, dei cavi dell'alta tensione con il loro apparente movimento ondulatorio, ma non ne vengo disturbato, anzi. Ho scritto, per mezz'ora filata, senza una pausa né per dovermi fermare a pensare, le parole venivano giù da sole, tutte belle ordinate, proprio come adesso. E a momenti non mi accorgevo di essere arrivato alla stazione e se non chiudevo tutto in fretta e mi catapultavo giù proseguivo diritto filato verso il mare, potrebbe essere una buona scusa da tenermi per una delle prossime volte. La riunione è andata benissimo, la relazione era esattamente come doveva essere.
Al ritorno, dopo aver sbrigato un paio di pratiche veloci, mi è venuto lo sghiribizzo di provare a tornare qui, che a questo posto mio ho così tante cose da fargli sapere, che ci sentiamo sempre troppo poco, ma io so che lui sa e sa aspettare. 
E allora ho provato ed anche in questo caso, come durante il viaggio di andata, le parole hanno cominciato a mettersi in fila, pazienti, ad aspettare il loro turno, senza prevaricare, senza decidere di svanire per la troppa attesa. I pensieri del treno scelgono come arrivare, sono quasi tutti lievi, "setacciano", aveva detto una volta chi ne sa a pacchi. Ed in dieci minuti eccolo qui, un post nuovo di zecca, senza nemmeno rileggerlo, finito di scrivere con il sole che disegna strani riflessi sulle poltroncine blu mentre gioca a nascondino tra i palazzi alti, cosa che sta a significare che ho oramai abbandonato il verde delle campagne cuneesi per ritornare nella mia città natale. Sulla destra muove lentamente la collina, laggiù in fondo intravedo Superga con la sagoma della sua bellissima basilica barocca, conservo in un cassetto i chiodi originali che tenevano unite le lastre di copertura in piombo, recuperati su un ponteggio insieme a mio padre, quando lui era il leone ed io un ragazzino ansioso di compiacerlo, secoli fa.
E' ora che con uno sguardo da yuppie annoiato abbassi lo schermo (noi non spegniamo, lo abbassiamo con un languido sospiro di rassegnazione) e lo riponga nella borsa. 
Oddio, a ben guardare sarebbe molto più trendy uno zainetto tecnico, ma per il momento mi devo accontentare della terribile 24ore Samsonite grigio acciaio di quando ero studente al Poli (che faceva tanto studente del Poli, appunto). 
Ma vi prometto che presto rimedierò, per essere perfettamente à la page, in linea con gli standard internazionali.

P.S. Nel manuale di istruzioni del mio pc figherrimo ho letto che ha installata un'applicazione che lo rende in grado di ascoltare perfettamente le mie parole e scrivere come sotto dettatura. Proverò sicuramente ad usarlo, magari in un prossimo viaggio, chissà che razza di post ne verrà fuori.

Magari saprà lo stesso di nuvole ed animali fantastici, disegnati con il dito su di un vetro appannato.

On air:  Pat Metheny Group. Last train home        

6 commenti:

  1. Era ora che tornassi.
    Era ora tornassi "così".

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    1. Grazie Syssa, non me ne sono mai andato in realtà. Mi sono preso un po' di aspettativa. Spero di essermi ricaricato a sufficienza


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  2. Ed ogni volta che clicco su "Faletti ma chi sei?" penso che sia ancora poco per esprimere la calda e avvolgente magia dei tuoi post, quelli che ti fanno sentire a casa, e pensare che la vita è bella, quelli che ti lasciano con un sorriso pieno di promesse perché sì, forse vale davvero la pena di volere bene a questo strambo mondo.

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  3. Alle volte penso che valga la pena, scrivere un post, solo per ricevere un commento così.
    Grazie.

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  4. Ma una sanissima Settimana enigmistica no?

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