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venerdì 17 maggio 2024

L'amico del giaguaro

Tempo fa, durante un viaggio in autostrada, il fato ha deciso che era ora che cambiassi auto. 
Avevo un appuntamento presso un cantiere nell'astigiano, viaggiando a velocità di crociera (quella mia solita, che nelle foto dell'Autovelox vengo mosso), quando autonomanente, di punto in bianco il motore ha deciso di accellerare progressivamente - stile Christine la macchina infernale - fino a terminare la sua gloriosa seppur breve vita in una coreografica quanto pirotecnica fumata bianca, tipo elezione del Papa del millenio.
 
Il viaggio di ritorno, con l'appuntamento saltato e gli amici che mi perculeggiavano, loro 4 belli contenti in camper in partenza per l'Oktoberfest ed io sul sedile passeggero del carro attrezzi, non è stato per nulla piacevole
La diagnosi infausta e definitiva del mio meccanico pure meno.
I mille euro in contanti del losco figuro che se la è presa "perché me la riparo con calma e poi la rivendo che sembra nuova" - peraltro immediatamente ghermiti dalla consorte - sono stati una ben misera consolazione, .

E così è iniziato un periodo alternativo, pendolare's mood, punteggiato da pullman rincorsi nelle albe nebbiose di Bucodiculoplace e stanchi ritorni serali osservando mestamente scorrere il nulla fuori dal finestrino. E' cominciato anche un periodo di Autoscout, Brumbrum.it, noicompriamo auto e così via, scartavetrando i sentimenti di chi aveva la sventura di incrociare qualche parola con il sottoscritto. 
Perché c'è da dire che sono un pignolo, lo so. E che le auto mi piacciono, e che non mi accontento, perché "quello sotto il sedere sono quattro ruote un motore ed un sedile che mi portano da A a B" non appartiene al mio modo di vedermi al volante. Sarà che adoro guidare, che sono stato viziato da piccolo, la prima macchina veramente mia, discretamente cattiva, recava il logo "Martini" trapuntato sui neri sedili sportivi  Recaro  (gli appassionati avranno già un filo di bavetta alle labbra) ed il rifornimento di carburante mensile si portava via metà del mio stipendio di allora. Poi, vent'anni fa sono salito sulla mia prima auto della casa con i quattro anelli e lì sono rimasto, macinando chilometri su chilometri fino ad oggi, quasi tre volte la distanza tra la terra e la luna. 
Nonostante quella che mi aveva testè lasciato inopportunamente a piedi fosse stata proprio di quel marchio lì, io, da buon masochista, sempre quella comunque volevo. E inutilmente mi si cercava di dissuadere: prendi un'italiana che fai bene all'economia locale, prendi una giapponese che sono le più innovative, prendi un Ape Car che è in linea con il tuo reddito, io nulla, non mi smuovevo di un centimetro. 
E che poi io non cercavo una macchina qualunque, intendiamoci. Vade retro le station wagon che mi han sempre ricordato i carri funebri, lontano da me i Suv, troppo arroganti e le auto troppo piccole che poi quando si va in vacanza devo legare la consorte sul tetto (.....), non troppo nuova che costa troppo, non troppo vecchia che ha di sicuro una valanga di km... insomma la mia ricerca su uno dei motori di ricerca anzidetto iniziava con "trovati 312995 risultati" e dopo che avevo inserito tutti i miei filtri terminava con "2 vetture disponibili", una delle quali in provincia di Reggio Calabria e l'altra "peccato!!"appena venduta. 
Un giorno però un risultato colpisce la mia attenzione. Una bella berlina, nera, cattiva il giusto, quattro ruote motrici e un'esagerazione di cavalli. Non troppi chilometri per un macchina di quel genere, a filo del mio budget e relativamente recente. Non è un Euro6, ma non si può pretendere tutto dalla vita, anzi influirà nella tenzone sul prezzo finale. In provincia di Crema, per i miei parametri non così distante da me. Immagino già la sensazione della mano sul cambio e delle curve prese a fil di rasoio in piena, rabbiosa accelerazione. Telefono e prendo appuntamento per il sabato mattina. 
Mi accompagna la Ciccia, ansiosa di vedere la prossima macchina quasi nuova di papà e di sostenerlo nella scelta. Partiamo con la macchina della consorte, una piccola utilitaria già disastrata di suo e che, da quando anche la Ciccia neo patentemunita ci fa pratica su, è ridotta pure peggio. Ma siamo io e lei, cosa che accade sempre più di rado ultimamente e siamo felici di questa nostra piccola vacanza insieme.
Arriviamo, nel parcheggio defilato del concessionario lasciamo l'auto per evitare che, vendendola, non ci facciano nemmeno entrare. 
 
La persona con cui ho appuntamento è il tipico venditore di auto, sorridente, sicuro di sè, di quelli da pacca sulle spalle, che passano subito a darti del tu e che ti trattano come se fossi il loro migliore amico, a cui mai e poi mai, intendiamoci, penserebbero a rifilarti una sola. 
Inizia parlandomi dei prodigi di un'auto a suo dire guidata da una vecchina non fumatrice che a malapena usciva di casa solo per andare a messa e rigorosamente sempre sotto i limiti di legge, ma lo fermo subito, ho esaminato le foto dell'annuncio ad una ad una con una scrupolosità che nemmeno i Ris di Parma, sono andato a verificare i km, ho scaricato scheda tecnica dal sito del produttore, sono anche andato a curiosare sui vari forum per capirne pregi e difetti. Ora voglio vederla.
 
E lei è lì. Nera lucida, bellissima, il muso aggressivo. Tipica auto da vecchina, mi vien da pensare. Apro la portiera, mi siedo, assaporo il profumo del cuoio, stringo il volante tra le mani. E' lei.
Mi sono dimenticato di mia figlia, voglio condividere con lei le mie emozioni, anche a lei piace guidare, voglio che si sieda al posto di guida e mi dia suo parere, possibilmente entusiasta quanto il mio.
Ma Ciccia non c'è. 
Dopo un attimo di smarrimento la trovo con il naso piantato sul finestrino appannato di un'auto vicina. Mi ricorda i cani da caccia quando si bloccano puntando la sfortunata quaglia. E la quaglia in questione è imponente, bianca abbagliante, di un'altra categoria. Sorrido.
"Vieni via da lì", le dico con una punta di rammarico "che quelle lì non ce le possiamo permettere"
"Veramente non c'è tutta questa differenza" si intromette il venditore, in silenzio fino a quel momento, "costa poco di più".
Mia figlia si illumina. "Questa però è proprio tanto più bella" osserva guardandola fissa.  
Ed è proprio in quel momento, quando non hai le tue certezze a sostenerti, quando presti il fianco ai dubbi che il venditore, rapido come un serpente a sonagli (ma molto più sorridente) attacca e colpisce.
"Mi perdoni ma sua figlia ha ragione, questa sì è veramente un altro pianeta. Oltretutto è Euro 6, più recente, e guardi che interni, e guardi che esterni, e guardi il display, e  guardi le ruote e guardi su e guardi giù e dai un bacio a chi vuoi tu.
La Ciccia mi osserva, poi ammicca verso l'auto e sorride. Fosse per lei avrebbe già deciso. 
Io no, non me lo aspettavo, avevo le idee chiare, e adesso sono in un'empasse. C'è da dire che i parametri di quel "poco di più" del venditore corrispondono al mio "molto di più". Poi bianca fa tanto spacciatore a Miami, non sono convinto. 
"Lei ci pensi", molla leggermente la presa il venditore "due o tre giorni, non di più, queste auto vanno via in fretta". 
Odio chi mi mette fretta, odio chi mi scompagina i piani, esco di lì senza nulla di fatto, un po' immusonito. Per fortuna un giro gastroturistico a Cremona in compagnia della Ciccia  mi rimette in pace con il mondo.
Torno a casa, ci penso su, ci ragiono, cerco di far quadrare conti che non quadrano mai, mi interrogo sull'affidabilità di un marchio che, seppur blasonato, non conosco, rompo le balle al prossimo fino allo sfinimento. 
Dopo tutta una serie di "la prendo, non la prendo" tipo i "m'ama non m'ama" sfogliando le margherite, con la Ciccia che attenta alla mia già precaria sanità mentale con sottili trucchi psicologici per convincermi, mercoledì capitolo e telefono.  "Ma ci hai messo troppo", mi risponde il venditore, con un filo di sadismo "è andata via ieri. L'altra è ancora disponibile, però".
Questa proprio non me l'aspettavo,  mi rimane un po' di amaro in bocca, ma si vede che non era destino. nella settimana successiva tutta una serie di urgenze lavorative mi portano la mente altrove, non ho più tempo di pensarci. 
Una decina di giorni dopo, inaspettatamente mi richiama il venditore. "Ne sta arrivando una, molto bella, ancora con meno chilometri dell'altra, e nera", il prezzo cambia poco. Ti mando le foto".
Apro la posta, le scarico, la osservo attentamente qualche minuto. Lo richiamo. "La prendo, ti ho appena fatto un bonifico per confermarla".  Lui è un po' stupito "Così, senza nemmeno venire a vederla?" 
"No", rispondo io, "quando verrò giù sarà per ritirarla"

Un paio di settimane più tardi un papà e la sua Ciccia partono direzione Crema. In treno fino a Milano e poi la parte rimanente in corriera. Arrivati alla fermata più vicina verranno poi a prenderci. 
Ed io e la Ciccia siamo di nuovo insieme, quasi in gita scolastica. Parliamo, scherziamo, facciamo colazione in bar sperduti, ci perdiamo con lo sguardo lungo lo scorrere di panorami sconosciuti, a momenti ci perdiamo davvero alla caotica stazione dei pullman che da Milano sembrano partire per ogni dove, insomma ce la godiamo e ci divertiamo un sacco.

Arrivati alla Concessionaria i dubbi di aver scriteriatamente acquistato un'auto senza nemmeno vedere se va in moto mi tormentano fino allo scenografico momento della consegna della vettura, lucida, abbagliante.
 
Mi ricordo che il mio primo pensiero in quel momento è stato se fossi all'altezza di un'auto del genere. Bellissima, lussuosa, elegante. Ero io, quello inadeguato. E quando se ne fossero finalmente accorti mi avrebbero allontanato da lì, ghignando di scherno, assegnandomi una Ritmo del 92 verde bottiglia. A gas. 
Il sorriso della Ciccia mi riporta rapidamente alla realtà "E' proprio tanto bella" sussurra sottovoce, sedendosi al suo interno. La guardo, sorrido:"Che dici, ce la meritiamo?" le chiedo: "certo che sì, boja fauss!" mi risponde ridendo, di rimando. 
 
Usciamo ricomposti, recuperando un atteggiamento un pò blasè di chi è avvezzo ad acquistare auto e yacht a giorni alterni. Firmiamo quello che dobbiamo firmare, recuperiamo chiavi e documenti, salutiamo il venditore ed il suo sorriso a sessantaquattro denti e finalmente partiamo insieme, per il viaggio di ritorno. Una volta insieme, da soli, ridiamo di contentezza. Rideremo felici, insieme, quasi tutto il tempo.

Da quel giorno sono passati anni e tanti chilometri, ambedue trascorsi sempre troppo velocemente. La Ciccia si è conquistata il diritto di "guidare la macchina di papà" nei nostri viaggi verso la casa in montagna ed un paio di volte ha avuto il permesso di andare a prendere gli amici per un'uscita la sera, tirandosela moltissimo. Ho viaggiato sotto le stelle nei miei rientri più tardi, ho attraversato  diluvi, ho guidato veloce pennellando le curve o leggero e dosando attento il gas sulla neve, ho affrontato nebbie lattigginose che mi isolavano dal mondo, albe di soli accecanti e tramonti ad incendiare di rosso le mie montagne. Ho perso qualche punto sulla patente, ed un paio di volte ho assaporato nuovamente la rigidità del sedile passeggero del carro attrezzi, ci sta. 
 
Ma nessuno dei mille e mille viaggi batte la sorpresa da prima volta di quel viaggio di ritorno, io e la Ciccia, felici, leggeri, a cantare e ridere, ancora una volta insieme.
 
 

                                                                                                    On air: Bruce Springsteen - Thunder road

domenica 5 aprile 2020

Un compleanno speciale

Tanto lo so che piangerai come una fontana, ti conosco. 

Ecco, adesso come adesso, la certezza di quelle lacrime un poco mi conforta, in questi giorni sospesi, in questo nulla colorato di incertezze che prosegue ancora e ancora, in queste ore di abitudini nuove, di gente che suona dai balconi vicini, di sguardi smarriti e code silenziose davanti ai supermercati, e poco nulla del resto che ti sei persa. 

Di te ho già parlato qui e qui, e qui, con oggi fanno tre post, cominci ad essere un po' troppo ingombrante tra queste pagine virtuali. Si vede che forse, un pochino te lo meriti. Oggi, almeno oggi, te lo concedo. 

Ci siamo incontrati l'ultima volta il 12 marzo, una scappata veloce in studio da te poco prima di cena, dovevo installarti un programma, che tu, come al solito, non eri capace. Quest'emergenza era già in atto, anche se la lontananza degli eventi non rendeva ancora così reale il pericolo, non sembrava così venefica come di lì a pochi giorni avremo sperimentato: tenevi l'Amuchina nell'ingresso, tuo marito mi ha aperto la porta, ho fatto finta di baciarlo, abbiamo scherzato, Wilson sempre al suo posto, ho letto distrattamente le dediche che allora ci avevamo scritto su. 

Pochi minuti dopo avevo già fatto, "Grandeeee!!!" mi hai risposto quando ti ho detto che era tutto a posto. E sono uscito. Sorridevi.

Te lo saresti immaginato, il tuo futuro di lì a poco? Io certo che no.

Il 15, improvvisamente, mi hai scritto "ho la febbre da ieri", e per qualche giorno abbiamo tutti pensato che si trattasse di una banale influenza; i telegiornali  passavano nel frattempo informazioni sulla diffusione del contagio via via più drammatiche e nei giorni seguenti la febbre non ti passava, mentre le tue preoccupazioni aumentavano, si percepivano attraverso le parole dei messaggi, e nonostante le reciproche stupide battute sdrammatizzanti "tua moglie non deve preoccuparsi del contagio, non ci siamo nemmeno baciati" le capivo, le sentivo, erano le stesse che avevo io. E sapevo che quel tuo preoccuparti non era per la tua salute, certo, ma per quella di tuo marito, per i tuoi cari. 

Il 21 ti hanno ricoverata e non scherzavamo più. Il giorno dopo mi confermavi che l'esito del tampone era positivo, il 23 il tuo primo "quanta fatica a respirare", io ti rispondevo sempre per messaggio, ti mandavo ogni giorno giornali da leggere, cercavo in qualche modo di alleviarti la tensione. 

Il 27 il tuo "mi intubano" mi ha raggelato il sangue.

Buio

Ci tenevo a farti sapere che non ti sei persa niente, di questi giorni che tu praticamente non hai vissuto, chiusa in isolamento in una città lontana, lontana dai tuoi affetti, con tante persone nelle stesse tue condizioni. Chissà come è stato.   

Qui sono stati giorni grigi, fatti di niente scandito dal giorno e dalla notte e via ancora, con la paura delle cose che non si sanno che aleggiava sopra le nostre teste come un velo maligno, con il silenzio irreale delle strade, con il suono troppo frequente delle ambulanze, con la televisione quasi sempre accesa in attesa dei notiziari, con la mia Ciccia ed io agli estremi dello stesso tavolo, lei con il suo portatile intenta a seguire le lezioni ed io con il mio a lavorare. Hai un marito forte, gli abbiamo offerto in tanti una mano, ha ringraziato ma non ne ha avuto bisogno. Ha accudito la vostra famiglia come solo lui sa fare, magari la gara di rutti con il tuo bimbo grande non sarà stato un metodo educativo ortodosso, ma tranquilla, che li ha insegnati anche alla piccola. 

Sono sopravvissuti alla tua mancanza, alla mancanza del tuo essere sempre presente, della tua forza e della tua determinazione. E sai, se la sono cavati alla grande, ma (e non farlo sapere a nessuno) solamente perché sapevano che sarebbe stato per poco. 

Hai trascorso quasi dieci giorni in terapia intensiva, lontana dal conforto della tua vita di sempre, dalle tue sicurezze, catapultata in un mondo nuovo, asettico, con l'incessante rumore dei respiratori e gli occhi di medici e infermieri da dietro le visiere. 

Dieci giorni in cui le notizie dal tuo mondo a qui arrivavano con il contagocce, e quelle di fuori facevano paura e male a sentirsi. 

Dieci giorni in cui io ho continuato a mandarti ogni giorno messaggi su WhatsApp, cretinate perlopiù, video per farti sorridere. Non vedo l'ora di vedere finalmente quella doppia spunta blu.

E ieri, dopo il messaggio in cui tuo marito finalmente  mi avvisava che eri stata estubata, ho avuto la certezza che li vedrai, i video divertenti e le battute cretine, so che riderai e un po' ti commuoverai, so che adesso non vedi l'ora di riabbracciare i tuoi, so che avrai forte in testa il verbo RICOMINCIARE.  

Oggi è il tuo compleanno, hai addosso una mascherina. Quelle persone speciali che in questi giorni ti hanno avuta in cura ti hanno fatto fare una videochiamata, così li hai visti i tuoi tre, hai potuto rivederli, sentire le loro voci, le risate, hai potuto vedere che stanno tutti bene e loro hanno potuto farti gli auguri per oggi, il tuo compleanno. E penso proprio che sarà il regalo migliore che tu abbia mai ricevuto, addirittura meglio di Wilson, quando te ne sei andata via da noi. 

Basta, mi sono dilungato fin troppo e son stato così tanto melenso da mettere a repentaglio la mia reputazione; adesso, come si dice da queste parti bogia, insomma sbrigati a tornare perchè: 

  • a casa ti aspetta un sacco di lavatrici da metter su 
  • devi darti una mossa ad usare il software che ti ho installato se no cosa ho rischiato a fare
  • un po' ci sei mancata
  • soprattutto, in ogni compleanno che si rispetti, devi offrire da bere, tu che, come ho già scritto, "basta anche solo un goccio d'alcool da inanellare tutta una serie di doppi sensi da far impallidire anche il più rude dei camionisti calabresi".
E buon compleanno, amica mia.
On Air Lenny Kravitz: Happy Birthday



lunedì 20 gennaio 2020

Come nessun posto al mondo mai

Ieri ho chiuso per l'ultima volta la porta di quella che è stata la mia casa per trentanni.

Quello appena compiuto è stato un anno intenso, spigoloso spesso, ruvido sovente, in cui i miei occhi hanno subito troppe albe e si sono soffermati su così pochi tramonti da qualche parte sulla riva del mare.
E' stato un altro anno tosto, serrato come i precedenti ma sempre un poco di più, l'asticella del salto una volta ancora spostata più su di una tacca; ci sono stati momenti in cui, confrontandomi con la consueta chiacchierata serale mi sono lasciato andare ad un "non so proprio come riuscirò a fare tutto, questa volta", a cui seguiva sempre la stessa risposta "ce l'hai sempre fatta, alla fine".
E' vero. Alla fine ce l'ho sempre fatta. Ho accumulato ritardi e risparmiato sulle ore di sonno, ho sacrificato gli amici, le mie parole più vere qui, innumerevoli fine settimana. Ho accantonato il mio tempo più spensierato, molte delle mie corse, ripide pareti da affrontare ed ho detto pazientate, ci ritroveremo, prima o poi. 
Mi sono arrabbiato spesso con me stesso scoprendomi indolente e non sufficientemente produttivo alle volte, mi sono segnato impegni e scadenze sull'agenda settimanale, riportando gli incompiuti la settimana successiva, con un sottile piacere ogniqualvolta un tratto deciso di penna dava per terminato un lavoro. Ho fatto quasi tutto da solo,  testardo One Man Band dei progettisti, con la caparbietà montanara che sta diventando parte del mio modo di essere e di pensare, tollerando poco niente, in quello che mi sta intorno, che non va come dovrebbe.
Quest'anno ha visto cambiamenti importanti in casa D&R, a partire dalla maturità delle Ciccia oramai definitivamente non più ascrivibile al titolo di "mia piccola", il suo conseguente ingresso nel mondo universitario, con la scelta della facoltà di Psicologia, fortemente voluta e pensata fin da quando era piccola (... fa solo che non mi diventi come Bruno) ed il naturale stravolgimento di orari, abitudini, percorsi e vita. 
Si è lasciata andare la casa in cui ho vissuto la mia prima vita a Torino e quando si devono svuotare le stanze i ricordi ti travolgono, ti trapassano, ti sommergono, tornano fuori prepotenti angoli di te che eri sicuro di aver dimenticato. 

La felicità sta veramente nelle piccole cose, nella luce che filtra dalle persiane il primo giorno d'estate, in mia madre che la mattina lottava con un me piccolo per infilarmi le calze appena sveglio, nella mia tazza della colazione e la granella del Buondì Motta che mangiavo sempre come ultima cosa preziosa. 

E senza quasi volerlo, in uno scatolone richiuso da tempo ritrovi la tua fresca giovinezza lì pronta ad aspettarti, scorrendo le dita su un foglio consumato sporco di china rivedi come proiettato sul pulviscolo che danza nella stanza quel te di allora che in fondo non è mai cresciuto, un po' schivo, chino e concentrato a disegnare di notte alla luce della lampada da tavolo, col buio di questa città un po' magica a fare da cornice, la finestra aperta a rinfrescarsi dalla calura estiva e le cuffie nelle orecchie. Ho ritrovato frammenti di me inutili e bellissimi accarezzando vecchi mobili consumati dal percorso delle mie proprie dita, ho ritrovato paure e felicità improvvise, risentito vive le voci ed i rumori della domenica, il profumo del sapone da barba di mio padre, l'apparecchiare per il pranzo con il servizio buono e la radio accesa: mi riavvolge come fosse ora il silenzio colmo di apprensione di quando da ragazzo vegliavo nel sonno di quella famiglia che eravamo noi, un padre una madre e due sorelle e un bene grande e saldo che rappresentava tutto il mio mondo, ed ascoltando il respiro regolare dei miei pregavo Dio di regalarmene tante da non poterle contare, di quelle notti e silenzi e respiri quieti nel sonno. 
Avrei voluto congelare ogni momento ritornato luce, avrei voluto essere l'io di mille istanti che mi hanno accompagnato in questi giorni di armadi aperti e fogli strappati e scatole richiuse con il nastro da pacchi. 
I miei genitori non mi accompagnano più da troppo tempo, anche se ogni tanto mi confronto ancora con loro, gli chiedo silenziosamente se stia facendo le scelte giuste, a loro rivolgo il pensiero apprensivo di padre quando osserva orgoglioso la propria figlia crescere. Ieri, nascosto nei pacchi di vecchie foto, nei biglietti di auguri di compleanni dimenticati ho trovato ancora intatto il loro amore ed orgoglio nei miei confronti. Sono cosciente che buona parte dei ricordi custoditi tra queste pareti e che mi hanno abbracciato in questi giorni si dissolveranno definitivamente ed è questa, la perdita più importante, in fondo. Mi sono portato via degli oggetti, il divano che mio padre adorava, il tappeto persiano del suo amico architetto, qualche libro con le dediche di stima ed affetto che in molti gli avevano tributato. Forse non sono ancora pronto a perdere tutto. 

Ieri ho percorso per l'ultima volta le stanze di quella che è stata la mia casa per trentanni. Ho appoggiato le mani alle pareti spoglie, ai mobili rimasti, agli stipiti delle porte, agli interruttori della luce, ho rimesso la mia abitudine a quei luoghi, a quei rumori, a quella luce, al balcone di sala, al tramonto sul Monviso che solo da quella finestra, assaporando come se fosse musica lo scricchiolio del parquet. Ho appoggiato a lungo i palmi delle mani su tutto come se fosse un abbraccio, un pezzo alla volta, gli occhi umidi ma solo un poco, ripetendo a bassa voce grazie casa, ciao casa, sei stata una buona casa, sono stato bene con te, bene a crescere qui, a coltivare speranze e sogni, grazie. 
E nel silenzio dell'abbandono mi è sembrato quasi di sentire, lieve, il respiro quieto di una famiglia felice nel sonno.

Poi ho chiuso la porta.  

martedì 25 giugno 2019

Ricomincio da me

Le persone crescono, si avvicendano le fasi della luna, i rapporti si evolvono, a volte inspiegabilmente esplodono in mille fuochi d'artificio oppure si deteriorano e consumano senza particolari colpe, gli obiettivi nel tempo subiscono modifiche, gli sguardi si spostano oltre, i percorsi variano, strade incrociano altre strade, traguardi a lungo sognati si allontanano, capita che perdano improvvisamente di significato. 
Io stesso, nonostante mi veda sempre uguale ma so che non è così, muto sottopelle, cambio orizzonti e carattere, rivedo le mie priorità, mi piego ma non mi spezzo al variare del vento che, alle volte, cerca di travolgermi, strapparmi dalle mie radici, se mai ne ho avute.

E’ un momento non facile. La vita facile non la è mai, schiacciasassi senza pedale del freno, e non puoi rallentarne il corso per valutarne cause e conseguenze, con te o senza di te va prosegue inesorabilmente avanti, mi domando se ci sia qualcuno che possa pensarla diversamente. Il lavoro mi dà soddisfazioni anche se mi prende tutto, mano gigante che stritola le mie risorse, monopolizza la quasi totalità delle mie energie, i giorni si susseguono ad altri, le settimane si snocciolano una via l’altra senza sosta, ne inizio una nuova con la strana consapevolezza di averla già terminata ancor prima di partire ed anche il sabato, che un tempo serviva per smaltire gli eccessi e metter giù un qualche post da tranquillo, adesso è diventato una costante che mi prende fino a tarda sera. La domenica mi costringo ad andare a correre e fortunatamente, anche se controvoglia, mi do sempre ascolto. E mi fa bene, quell'ora di asfalto pestato e musica nelle orecchie a liberarmi la mente ed il cuore allontana la rabbia, quella cattiva e definitiva dalle vene, che si distilla nelle gocce di sudore, si dissolve nel fiato e me la lascio alle spalle, quasi disintossicato, liberato da una sorta di veleno maligno. Posso dire che, soprattutto grazie a quest'ora di fatica e feroce ostinazione la mia fedina penale non riporta, ad oggi, alcun tentato omicidio.
Ho cambiato il modo di vedere le cose ed il mio conseguente modo di agire. Mi son fatto crescere la barba e mi son comprato un paio di scarpe nuove, di discreta figaggine. E' un sacco di tempo che non pensavo per primo a me. Anzi che non pensavo a me e basta.

Ho fatto un profondo esame di coscienza ed ho deciso che basta. Basta con quello che non va, che non mi piace o che non si può. Ho rielaborato le priorità, mettendomi risolutamente al primo posto, sopra tutto e tutti, un po' di fottuto egoismo dopo anni ed anni a preoccuparmi sempre prima degli altri ci sta. Ho allontanato con un gesto della mano la “gente”, gli inutili, gli approfittatori, i questuanti, i succhiatori di energie, i maestri del lamento. Ho eliminato dal mio intorno i bugiardi e quelli delle mezze verità, che sono ancora peggio, chi prende sempre senza pensare a voler ricambiare non certo per ristabilire un equilibrio ma perché ti va di farlo. Ho rimosso chi si sente superiore, chi il bene te lo concede un tanto al chilo, chi vuol far comunella per recare danno ad un terzo, chi vuol esserti forzatamente amico unicamente per i propri scopi. L'ho fatto con una semplicità disarmante senza preoccuparmi delle conseguenze, l'ho fatto senza distinzione di sesso, età, parentela, amicizie datate o meno, voilà, una rapida passata di scopa a liberare i cocci e via nell'indifferenziata della mia esistenza. Ho allontanato il fastidio di chi non si preoccupa di cosa pensi, di quelli a cui non manchi, chi prende senza chiedere, chi puntualmente arriva solo nel momento del proprio bisogno e dopo aver preso scompare. Ho smesso di cercare attenzioni ed accomodamenti, di ragionare con gli imbecilli, quelli dei “perché sì” e degli “si è sempre fatto così”, un persona dotata di intelligenza e saggezza una volta mi ha detto che discutere con questi non serve e che, da fuori, non si riesce a comprendere chi sia l’imbecille dei due.

Ho smesso con le frasi accomodanti, con le parole di convenienza e quelle di circostanza. Ho rinunciato a tentare un dialogo con chi parte dal presupposto di avere la ragione assoluta in tasca, con quelli che se non ti va bene così va bene uguale, con quelli dell'ho deciso che facciamo, con i fondamentalisti e con le persone sterili, inutili figure senza spessore, che ti vagano intorno come le ombre della città incantata di Miyazaki.
Mi sono imposto di dire quello che penso, sempre ed al di sopra di ogni pseudo convenienza di ritorno che ti vorrebbe zitto ed accondiscendente, un po’ come l’orientale della pubblicità, che sovrappensiero dice “Idiozie!” al capo vestito di bianco, ma senza l’alito rinfrescato alla menta dal magico chewingum.

Ho sfrondato tanto ma ho la sensazione di aver perso poco, l’ho fatto per una mera questione di sopravvivenza, ho tagliato basso, quasi rasoterra, non mi sono permesso di andare per il sottile. Ed ho fatto dei sacrifici che, probabilmente, andavano fatti e qualche danno, mi si scuserà. Ho smesso di essere presente dove probabilmente lo ero troppo, e se da un lato questo poteva sembrare una cosa buona, per tanti versi non lo era più, la sensazione che quello non fosse il mio posto era sempre più pressante. Il bene, quello vero e forte, a volte presenta strade contorte.
Diversamente dal mio carattere L’ho fatto senza arrivare alla misura colma e pertanto senza urli o strepiti. Non ci sono state prese di posizione, grida o parole rabbiose che in passato mi hanno contraddistinto. Ci sono state porte chiuse definitivamente senza doverle necessariamente sbattere, telefonate che non meritavano risposta, una semplice, irresistibile e precisa voglia di girare le spalle ed uscire di scena a cui ho dato ascolto. E quando ti allontani da qualcosa, che sia un posto, una persona o una situazione e stai bene nel compiere quel gesto, quando non ti ostini a rimanere, a tentare di sanare ciò che sanabile non è, vuoi per codardia o rassegnazione, scopri che fai tanto bene perlomeno a te stesso.

Ho semplicemente modificato i miei percorsi, riesumando le mie sfide più antiche, le ho tirate fuori come le bocce con la neve dentro, dalla scatola su in soffitta e le ho riposte in bell'ordine, sulla mensola grande, quella che riceve quella luce speciale di traverso al calar del sole che le fa splendere di luce dorata. E mi sono “bastato” nuovamente, non ho più concesso a nessuno di stare al centro del mio mondo e delle mie attenzioni senza il mio permesso.

“Alla via così”, direbbero quelli che sanno andar di vela, assecondando il vento, cercando dove spira più forte, inseguendo le nuvole e l'orizzonte.

Ricomincio da me.
[On air: Negramaro: Basta così]              

giovedì 25 aprile 2019

Ancora no

Aprile 2017. 


Ne ho parlato già qui. Ogni tanto, un paio di volte all'anno, devo lavorare di dita, muscoli, gambe e scarpette su minuscoli appigli. Alle palestre di arrampicata corre l'obbligo della verifica annuale per poter essere utilizzate ed il sottoscritto ha l'onere, oltre che il privilegio, del collaudo di due di queste, collocate all'interno di altrettanti istituti scolastici torinesi.
All'inizio era facile, quando eri giovane di sguardo nascosto tra i capelli sempre troppo lunghi, quando i muscoli erano fasci guizzanti ed elastici inesauribili di energie, quando gli anni non gravavano sulle dita ammorsate sugli appigli, quando la spensieratezza unita a briciole di incoscienza tintinnavano pigre sui rinvii. 
Poi, con il passar del tempo, è passata molta dell'incoscienza. Sono cominciati gli sbuffi, i denti serrati, la fatica dolorosa, tutto questo dovuto sì all'avanzare dell'età, ma principalmente alla mancanza di abitudine ad addormentarsi su una branda da rifugio il sabato sera, con una manciata di stelle luminosissime che scintillano nel buio gelido delle montagne e ti scrutano attraverso una qualche finestrella in legno. 
E' comunque ancora dannatamente bello, a cinquanta e passa anni suonati, nonostante la fatica sia ogni anno crescente, ritrovarsi alla fine del lavoro, seduto per terra di fianco alla corda arrotolata, spossato e sporco di sudore e magnesite, a massaggiarsi le articolazioni doloranti nessuna esclusa. 
L'anno scorso mi sono trovato senza compagno a farmi sicurezza. Solitamente mi faccio accompagnare da un ragazzo di studio a cui insegno le quattro manovre fondamentali per farmi sicurezza e calarmi e poi al resto ci penso da me. Arrampico, mi metto in sicurezza una volta in cima, verifico lo stato dei punti di ancoraggio, poi mi sposto di lato, di via in via fino a scendere dall'ultima di queste, appeso, con le braccia da cui hai spremuto ogni briciolo di forza possibile. Questa volta non ho un collaboratore disponibile, ne avrei sì uno, ma pesa la metà di me e per una mera questione di fisica, il mio farmi calare vedrebbe lui salire a razzo verso l'alto ed il sottoscritto filare giù a terra con effetti infausti. 
Telefono a Renè, il quale, reduce da un ultimo intervento al tendine d'Achille non può assolutamente arrampicare, ma farmi sicurezza quello sì, senza problemi. Si regala un giorno di permesso, tanto lì dove lavora può far praticamente cosa vuole. Ed andiamo, felici e spensierati, un giorno lontano da tutti a fare un po' i matti, cosa che ci riesce ancora abbastanza benino. 

sabato 6 aprile 2019

A million dreams


Ci sono parole che mi rimangono impresse, ci sono volti che non dimentico, passassero mille anni, ci sono istanti che dal nulla ritornano a galla senza un motivo, a volte basta nell'aria un profumo che ti è stato troppo vicino o una voce che risuona dall'altro capo del telefono, per ritrovare intatte sensazioni all'apparenza dimenticate. C'è una piazza che quando le cose girano più sbagliate ritrova sempre i miei passi senza che quasi me ne accorga e mi dona sempre la stessa incredibile emozione. 

E poi ci sono musiche che mi suonano dentro, di anni fa come di ieri, che passano dagli auricolari al cuore mentre corro, o la mattina presto nei miei viaggi in auto, che si propagano nell'epidermide regalandomi brividi, e si accostano al bordo delle palpebre inumidendole e scivolano via.
Mi è rimasta addosso una "One" degli U2, millenni fa, inscalfibile, non posso non riascoltarla senza ritrovare l'atmosfera di quello studio, io giovane neolaureato di belle speranze così sfacciatamente entusiasta, Lei la chiamavo proprio One, faceva un mestiere così simile al mio, era bellissima e matta come un cavallo. Chissà dove sarà ora. Una notte di rabbia violenta come solo gli innamorati pazzi stracciati sanno provare, insieme a due miei amici (probabilmente l'alcool aveva fatto la sua parte, uno dei due si sarebbe sposato l'indomani) abbiamo spostato tutti i segnali stradali delle vie del centro della sua città fino a fare convergere tutta la circolazione nella piazza dove abitava lei, senza vie di uscita
Nel corso della vita altre, non tantissime, sono passate come l'acqua del fiume, qualcuna è caduta nel dimenticatoio, ascolto e non riesco a recuperarne il disegno nascosto che le rendeva così speciali, quasi sicuramente non sono più il me stesso di allora. Altre però sono rimaste, sintomo che quella parte di me non si è arresa. Il Canone di Pachembel ad esempio, testimone del passaggio alla mia vita adulta. Blucobalto dei Negramaro ha coinciso con le mie parole qui, un'incredibile canzone di Elisa ed una di Jovannotti sono come tatuaggi musicali che so per certo non scoloriranno.

Alcune mi affascinano senza un motivo, quel preciso connubio tra voce, note e molto spesso video è la combinazione giusta per attraversarmi senza fatica, chissà perché.

Ricordo benissimo quanto mi abbia coinvolto il tributo della nazionale di nuoto sincronizzato all'evento 1D Day, o  il groppo in gola e l'incredibile energia associata al brano di esordio dei Rockin'1000, la riuscita di un sogno di un folle visionario come Fabio Zaffagnini, riuscire a far suonare e cantare insieme 1000 persone. E visto che siamo in tema di folli visionari cosa possiamo dire del lancio della Tesla verso Marte sulle note di "Life on Mars" di Bowie.  Io l'ho trovato da brividi, brividi veri. 

Che volete, dietro la mia rude scorza da plantigrado burbero e solitario molto probabilmente si cela un mollaccione e pure di una certa età. 

In questi giorni invece ascolto questa quasi a ciclo continuo, la ritrovo molto spesso la mattina in radio, la metto al pc mentre lavoro, ogni tanto me la canticchio sottovoce mentre mi concentro su un progetto. Perché non è solo l'incredibile voce o la musica, ma è perché mi ci ritrovo, perché in queste parole ci casco dentro con tutte le le scarpe, è esattamente come sento di essere. Perché ho un milione di sogni in cui sperare che mi tengono a galla, e voglio ancora sognarli tutti, dal primo all'ultimo. Perché mi ostino, perché sono e voglio ancora sentirmi vivo. Ed i sogni reggono il "voglio" e non i "vorrei", se no che sogni sono. 
E quindi voglio scoprirli, voglio la fatica del costruirli, l'emozione del realizzarli. Voglio i fallimenti ed i successi, per esperienza so che saranno molti più i primi dei secondi, ma fa parte del gioco. Voglio avere gli occhi che riflettono un tramonto in parete, voglio correre una seconda maratona, voglio sentire il cuore accellerare i battiti senza un motivo, voglio prendere il vento giusto e l'onda migliore. Voglio passione, voglio sbagliare, voglio incoscienza e un pizzico, il giusto, di sana follia.

Alcuni mi dicono accontentati, comincia a guardare alle spalle, valuta la strada percorsa. Ad una cena di qualche giorno fa con amici, più di uno ha parlato di pensione, e quanto manchi e speriamo solo che arrivi. Io, l'unico, ho risposto che non ci penso nemmeno, non mi sento pronto. Tutti, compresa la consorte, mi hanno guardato come si guardano gli stolti, mentre le parole della canzone (They can say, they can say it all sounds crazymi ritornavano in mente.

Forse alla lunga avranno ragione loro, non so. Ma per il momento mi piace ostinarmi a non voler considerare il percorso del tempo ed a continuare a guardare ogni cosa con occhi diversi. I milioni di sogni aspettano. 

E giusto per lunedì vado ad arrampicare. In una palestra dove l'anno scorso a momenti i miei sogni stavano per interrompersi bruscamente. Ma questa è un'altra storia che racconterò, prima o poi.  

lunedì 28 gennaio 2019

la mia Grande

La vita, nei momenti migliori, corre così in fretta che non ha senso cercare di stargli a pari. 
E così tu, che mi sei stata in braccio fino ad un attimo fa, la mia Ciccia, l'altro ieri mostravi con un pizzico di orgoglio composto la patente appena ottenuta. Poi ti sei impossessata della seconda chiave dell'auto di tua mamma e quella sera stessa sei uscita da sola per la prima volta. 
Ad aspettarti in garage (anche per evitare che per qualche manovra ancora impacciata la mia auto a fianco avesse la peggio) c'ero io che "venga Dottò!, a piano Dottò, e non dimentichi la mancia Dottò!" ti facevo da parcheggiatore abusivo. Eri raggiante.

Sei stata la mia piccola fino a due battiti di ciglia fa, lo sei ancora, alle volte, sempre un po' meno marcata, ma lo sei. 
Hai fretta di crescere, di andare, di esplorare da sola, di scoprire il tuo mondo.

Io no.

Io voglio ancora essere il tuo Totson, come usavi chiamarmi, adesso scopro di aver un bisogno straziante degli abbracci che dispensavi senza fine, ho voglia della conta dei peluche, delle fiabe - ricordi quelle che ti inventavo? - sussurrate piano fino a sentire il tuo respiro morbido a farmi compagnia. Sarà stupido, sarà sbagliato, ma non riesco a pensarla in modo diverso.

Sei diventata grande così improvvisamente che ancora non me ne capacito.
Ricordati - mi dicevano - i momenti di lei appena nata passano così velocemente che non ne conserverai memoria, sembrerà strano ma sarà così, guarderai le vecchie foto e non ti sembrerà vero tutto quanto, dimenticherai le nottate sveglio a sentirne i respiri, i biberon, le gattonate.

Non è così, è peggio. Non mi sembrano veri questi quasi diciannove anni, questi seimilasettecento e passa giorni trascorsi con te da quel due di marzo di quell'anno là. Ti ho appena messo i braccioli e comprato una maschera, la prima volta che hai visto il mondo sott'acqua il tuo sorriso estatico non riusciva a farti tenere stretto il boccaglio, ti ho portato in seggiovia, insegnato lo spazzaneve e ti ho fatto assaggiare la cioccolata calda al rifugio, non mi sembra accettabile, la quantità dei ricordi non ci rende giustizia, voglio il rewind ed un play molto lento, voglio assaporare quell'amore incondizionato ed unico, ne voglio ancora, voglio non averne sete, mancanza. Voglio le camminate mano nella mano tra i nostri boschi, voglio levare le rotelle dalla bicicletta nuova ed accompagnarti levando pian piano la mano senza fartene accorgere nella tua prima ed incredibile pedalata tutta da sola.

Forse è proprio così che stiamo facendo. Hai levato le rotelle e ti stai avventurando nella vita. Forse un po' esitante, porse ancora incerta ma tranquilla che sono qui dietro, non ho ancora staccato completamente la mano. 

Oggi sei addirittura apparsa in tv, un primo piano al servizio del TG regionale. "Sono famosa porco schifo" mi hai scritto, scherzando. Nello spezzone del video ho visto solo una liceale incredibilmente bella, altera, dai capelli lunghi e lo sguardo un po' selvatico, attenta a seguire una conferenza. 

Poi sei passata in studio. Hai preso un pullman, hai attraversato la città con una sicurezza che non ti apparteneva e sei scesa qui vicino. Sei venuta a studiare. Ti ho comprato un panino per pranzo, uno di quelli che so che ti piacciono tanto. Poi, poco dopo le 17, insieme a quello che ti guarda come la Madonna del Carmelo vi ho visti andar via mano nella mano, a prendere la metro, a specchiarvi abbracciati nelle vetrine dei negozi, prima di tornare, voi due insieme, a BucodiculoPlace. 

Non mi è riuscito avvicinarmi per un bacio. Mi hai guardato un po' con quegli occhi da zingara, hai indovinato il mio malessere, quel sentirmi vagamente, timidamente fuori posto. Qualcosa di me hai capito. Ma hai sorriso.

"Ci vediamo questa sera, Totson", hai sussurrato sottovoce, sorridendomi con quegli occhi profondi come solo tu sai.

"E mi sentii quasi male guardandoli andare
ed invidiai il loro incontro, quel tutto da fare
tutto quel tempo davanti, quel loro sperare
e l’incoscienza orgogliosa della loro età"

[On air: Stadio: Swatch]    


venerdì 24 marzo 2017

E qualcosa rimane

tra le pagine bianche e le pagine scure.

Da ieri questa canzone mi gira in mente, senza aver voglia di uscire.

Ricordi.

Di me piccolo. Tu seduta alla panchina, i giardinetti vicino a casa, il sole, la terra smossa. Raccoglievo le formiche rosse e, facendo finta di abbracciarti, te le facevo scivolare nel collo. La farmacista, mezz'ora dopo che eri dovuta andare di corsa a farti vedere, mi aveva aspramente sgridato, ed io le avevo risposto tranquillamente che non potevano certo mangiarti tutta. 
Avevo tre, quattro anni.

Quante te ne ho combinate, e devo dire onestamente che tu non seri stata da meno. Ti ho tenuta sempre sul pezzo, pronta ad ogni evenienza che nemmeno un marine esperto in esplosivi. Come quella volta che mi hai beccato in piedi sul davanzale esterno della finestra di camera tua al quinto piano, che mi hai acchiappato al volo e poi sei andata a farti un cicchetto di grappa, alle quattro del pomeriggio. 

Hai sempre gestito la TUA vita e i TUOI figli con un cipiglio che al confronto la madre dei Gracchi aveva la grinta da commessa del reparto surgelati. Noi eravamo quasi di tua proprietà il "se ti ho fatto ti disfo", con te, non era una semplice frase ad effetto.

E me ne hai combinate, eccome se. Te la ricordi la volta dell'abete, anzi del TUO abete nel TUO giardino? Alto più di casa nostra e maestoso, con i rami bassi e lunghi a carezzare l'erba, ne avevi piantati tanti, insieme a tua mamma, nel giardino di quella casa dove sei nata, ho vecchie foto in cui io e loro erano alti uguali. Lui era cresciuto proprio bene ma era cresciuto troppo, era vicino a casa - getta troppa ombra, alle tre del pomeriggio mi costringe ad accendere la luce - ed avevi deciso di tagliarlo. Io mi ero opposto con tutte le mie forze, erano i pini su cui ho imparato ad arrampicarmi, non ne avevi il diritto e non si poteva farlo impunemente. Il tuo "è casa mia e faccio quello che voglio" era stata la tua risposta definitiva, l'accendiamo? E così, al successivo fine settimana , al posto di trenta metri di abete rimanevano dieci centimetri di tronco, trasformati in sottovaso per gerani. 
Non potevo perdonartela, così pochi giorni dopo ti aveva telefonato un mio amico, spacciatosi per ufficiale della forestale, che ti aveva accusato di aver tagliato un abete senza la necessaria autorizzazione. Al tuo "l'ho solo sfrondato un pochino" siamo scoppiati a ridere svelando lo scherzo, ma per un paio di settimane ho dovuto girarti alla larga.

La morte è una brutta cosa, è il respiro che è un rantolo, è la strumentazione che segue un cuore che non si rassegna a spegnersi, sono i tubi, le luci fredde e le infermiere che passano in silenzio. La morte non sei tu, che l'hai presa in giro troppe volte, che ci hai abituato a svangarla, anche quando i medici ci dicevano che non rimaneva altro che pregare.

Siamo stati i tuoi figli intesi come titolo di proprietà, cresciuti con il giusto rigore, mi sento ancora adesso così tanto figlio che mi stupisco di essere padre.
Da te ho ereditato l'amore per lo sci e la montagna, anche se non hai mai visto di buon occhio la mia passione per l'arrampicata.
Sei stata quella che ha insegnato a mia figlia a saltare nelle pozzanghere a piedi uniti, che quella volta là bagnate da far pena e schizzate di fango fin nei capelli, si faceva fatica a capire chi fosse la nonna e chi la nipote.

Sei quella che ha cacciato via non da casa bensì direttamente dalla val di Susa il mio amico Renè, colpevole di avermi convinto a salire una via lunga, alla parete dei Militi, senza averti informato prima. Siamo tornati a sera tarda, ti eri spaventata parecchio. Accadeva almeno vent'anni fa.

Sei quella che tentava di arginare un bambino forse esageratamente esuberante come ero io con un'educazione che prevedeva una dose massiccia di punizioni corporali (ho diversi modellini di navi assemblati minuziosamente spazzati via da precisi lanci di zoccoli, disciplina di cui eri campionessa olimpica in carica). Sei quella che mi imbarazzava raccontando ai miei colleghi di adesso tutto quello che combinavo da piccolo, sottolineando la necessità del tuo metodo montessoriano, ma che adesso dici che sbaglio se alzo la voce con mia figlia.

Mi mancheranno la quotidianità delle nostre telefonate di sera, in auto tornando a casa, le incazzature quando venivo a conoscenza di cosa avevi combinato che non avresti mai dovuto fare, da sola in montagna, e che avrei potuto fare benissimo io al primo fine settimana -  ma già, tu hai così tanto da fare e non voglio disturbarti - mi rispondevi sempre.

"Tuo padre è stato un grande uomo e di fianco ad esso c'è sempre una grande donna. Sono triste per la notizia, ma felice di averli conosciuti entrambi", è il messaggio che mi è rimasto appiccicato addosso.

Sei l'ultima nonna rimasta di una ragazzina che da ieri ha gli occhi smarriti ed una ferita nel cuore, a quell'età sono così difficili da curare.

Questa volta dobbiamo lasciarti andare, e dentro di me sento comunque che è giusto, anche se sempre maledettamente troppo presto. Dovevo finire di progettarti la veranda, me lo rimproveravi spesso perché la desideravi da sempre, pensavo di poter avere ancora tempo. 

Renè mi ha telefonato oggi, aveva il groppo in gola - Mi voleva bene, anche se mi ha cacciato da Bardonecchia - mi ha detto. Domani sarà ad accompagnarti, tra le nostre montagne, la parete dei militi e il suo tappeto di aghi di pino sarà a pochi passi.

A voi che passate di qua, banalmente posso dire di non smettere di essere figli, voi che ne avete la possibilità, non comportatevi da adulti, anche se avete tutti gli anni che avete, sentitevi bambini, andate a prendere la carezza che forse non è più abitudine, ma che vale più dell'oro. 

Ed a te, invece, ostinata e testona come solo tu sai di essere, con il bene che ti voglio adesso vai, che lassù, in una giornata meravigliosa tra nuvole e sole, c'è un grande uomo, che non vede l'ora di abbracciarti di nuovo.


giovedì 17 luglio 2014

Lettera dal fronte


Sto bene e così spero di te.
Continuano ad accumularsi giorni strani, lenti, ingombranti come treni merci. Vaghi come sogni confusi, opachi, faccio poca distinzione tra ciò che transita nei miei pensieri e quanto che succede davvero,  forse è un meccanismo di autodifesa che mi permette di superare tutto, questa guerra che stiamo perdendo, che sto perdendo, oramai è chiaro che non è più una sola battaglia. Sogni o giorni assurdamente popolati da persone in transito, alcune che entrano ed altre che silenziosamente, escono. Per molte di queste, alla fine, probabilmente sarà stato meglio così.  
Ci sono estranei che vagano per lo studio delle rose posando quello sguardo arrogante e distratto su ciò che è stato l’involucro meraviglioso del nostro tempo più spensierato senza neppure avvertirne  la presenza palpabile, che aprono porte da padroni, misurano osservano, arricciano il naso, valutano in moneta sonante quanto costi nascondere tutto il nostro passato sotto una rasata di intonaco fresco, che non si accorgono dei sogni che qui ancora fluttuano indecisi, non si fermano ad annusare una rosa o le ortensie fiorite, quest'anno come non mai, come se lo sapessero, loro e volessero in qualche misura ricambiare tutte le attenzioni passate. Che non scorgono i grappoli dorati nascosti dalle foglie larghe della vite, che non guardano da sotto in su il nostro pino maestoso e che non si immaginano che i merli, quando lavori la sera con la porta aperta, scendono sul prato ad osservarti, curiosi.
Ti senti sporco, a tradurre tutto questo in denaro, ti senti sudicio a dover mercanteggiare, a condurre le trattative, ti senti defraudato quando la guerra l'hai persa qui con chi avrebbe dovuto combattere al tuo fianco e alla fine ti accorgi che aveva imparato ad imitare molto bene il suono dello sparo con la bocca. 
E così tutto si traduce in questo, in quattro sogni buttati nel fango, pestati, stracciati. Che mentre tu ti ostini a tirarli fuori ed a pulirli tentando di separare le pagine fradice c'è chi pensa solo a disfarsi nel più breve tempo possibile di quattrovanipiùverandaebassofabbricatocollegatidacortileinternoprezzotrattabile.
Giorni incompleti ed inutili, c’è un insoddisfacente trascorrere di tempo che porta inevitabilmente alla fine di ognuno e poi ancora un altro e poi ancora di nuovo. I chilometri della mattina presto pesano meno di quelli che mi verranno incontro la sera e i pensieri mi accompagnano, poi Il tempo si trasforma e scorre veloce negli Ospedali, a confrontarmi con realtà sempre nuove e sempre urgenti, che prendono e mi assorbono e sembra un niente ma è già un anno che son qui e sembra incredibile ma pare che stia facendo un lavoro quasi decente e poi altra strada e di nuovo qui, a tentare di cucire, arrangiare, risolvere, parlare parlare parlare, arrabbiarsi tanto, ridere anche, disperarsi solo quando non ti vedono e poi la strada che galleggia nel buio e la luna che osserva malinconica i miei pensieri cupi
Il giorno successivo arranco, mi assento in me stesso, metto fuori la mia maschera migliore, quella del "ma sì, dai" e ricomincio ancora.
Non so, non mi sento, non sto.
Forse non saprei scrivere il secondo tempo di una canzone. 
Io spero finisca la guerra, ma sto bene e così spero di te.

giovedì 10 luglio 2014

Paura




Ci sono volte che mi assale. 
Improvvisa, subdola, liquida, irragionevole. Da zero a mille così, occupando ogni risorsa disponibile, ogni briciola di pensiero, che ti ingloba, ti lascia il vuoto nei pensieri e fame di aria.
E' atipico, sono uno abituato al coltello tra i denti, uno che ha perso quasi il conto delle volte che ha pensato peggio di così non sarà possibile.
E invece.
Uno che dovrebbe aver imparato sulla propria pelle che quando il mare ti sfida ed urla di tempesta quella sfida sarebbe saggio non raccoglierla mai, perché una volta che ti sei tuffato il senso del tuo stupido, bellissimo slancio, cambia radicalmente. Mai che ci sia riuscito.
Ho imparato che se ne vuoi uscire l'ostinazione delle tue braccia contro il mare è inutile e sfiancante, ho capito che bisogna attendere, assecondare ogni mareggiata per quanto forte sia, contare le onde ad attendere un varco. 
Ho imparato anche che l'onda a tradimento gonfia di schiuma che ti sbatte sugli scogli lasciandoti graffi e ferite profonde alla fine non può sottrarsi alle regole e si ritira, ed hai quel momento di calma perfetto, di grigie nuvole stracciate ad assisterti in cui ti devi tirare in piedi ed uscire dai giochi.
Ho imparato. Ma ogni nuova ondata è sempre un nuovo irresistibile richiamo.
Ho imparato a non farmi sconfiggere definitivamente, a non farmi cancellare la voglia di stringere i pugni e rialzarmi e che i mulini a vento sono sempre bellissimi avversari.
Ho affrontato il mondo con sfrontatezza, passione ed un paio di scarpette da runner. Ho cercato di non accontentarmi mai, di bastarmi per quello che sono e nel contempo di vedere il meraviglioso nelle persone che incontro, di  stupirmi, di aver sempre fame di quanto il futuro potrà riservarmi. 
Mi sono imposto di guardare giù da una parete a strapiombo, obbligando la mente a fidarsi di un paio di dita bene infilate in una fessura, sorridendo del vuoto che sembra volerti attirare, assaporando l'istante in cui riesci ad essere qualcosa di più di un semplice spettatore, tu, l'armonia dei gesti misurati, il tintinnio dei rinvii accarezzati dal vento.

Poi le prospettive accade che cambino.
Cambiano e non basta, il vento gira e non trovi più il senso di niente. Di te, di quello che ha permeato la tua vita, delle tue corse, dei tuoi troppi sogni sempre tutti sbagliati, del tuo entusiasmo, del tuo per una volta deve andare diverso. Dell'inutilità del tuo stupido affannarti a tenere insieme le cose, della voglia di coinvolgere, convincere, osare, brillare. 
Cambiano e alla fine ti trovi di colpo spossato, senza più forze per poter pensare, stanco nei gesti e nella mente, opaco, spento. Stufo, stufo stufo, con la voglia di dire basta al mondo. 
Perché che senso ha combattere. Che senso ha dannarsi l'anima per conservare intatti i propri sogni, per difenderli sopra ogni cosa. Che senso ha voler contrastare il marcio, la grettezza, l'egoismo. Che senso ha rimanere fedeli a se stessi, che senso ha l'ostinazione contro ogni piattume. Sei uno contro mille. Sei un uomo solo su uno scoglio ed il mare è in burrasca e se guardi l'orizzonte non ne vedrai la fine di quelle onde pronte a ricacciarti indietro ancora e ancora, è inutile che ti ributti dentro, non potrai vincere, troppo tardi scoprirai di essere ancorato al fondo e non riuscirai più a riemergere.   

Svègliati e smettila una buona volta. Volta le spalle a tutto e vai via. Via, lontano, e anche da quello che volevi essere, via, lascialo qui, insieme a questo posto che è stato la tua vita per troppo tempo. Ascoltala questa paura irragionevole che ti assale, quella mano che ti affonda nel petto e ti stringe il cuore, il grigio che smorza ogni colore. Ascoltala ora, la paura non è solo un male, i sogni sono solo per i pazzi e gli incoscienti e volerli tenere assurdamente a sé son destinati a distruggerti. 
Abbandonali, abbandonati, dimentica. 
Spegniti.

Ma un'onda, chiedo solo un'altra onda ancora.