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sabato 2 marzo 2024

Tu non lo sai

  Quando ti sveglierai questa mattina rimarrai un pochino delusa, lo so. Che diamine, è sabato, è il giorno del tuo compleanno e tuo padre, come suo solito, sarà gia partito presto per andare a lavorare. Senza lasciarti, che so, un biglietto d'auguri sul cuscino, un fiore sul tavolo accanto alla colazione. Che poi c'era per forza bisogno di lavorare anche oggi?

Quello che ancora non sai è che questo sarà un giorno speciale, che non dimenticherai.

Quello che non sai è che questo giorno, lui, quell'insensibile, invece se lo sta preparando da tempo. Con meticolosità, con precisione, da ingegnere, oserei dire. Perché tempo addietro se lo è immaginato, questo giorno qua, e nell'ultimo mese si è dato da fare per far sì che tutto si svolgesse esattamente come lo aveva pensato.

Sei la sua bimba grande, oggi è un anno in più, ventiquattro, volati, vissuti, passati insieme. Ventiquattro anni in cui lui ti ha tenuto prima tra le braccia, poi per mano, fino a che ti sei staccata e ha cominciato a vederti incamminare nella tua vita, un po' tentennante all'inizio, poi sempre più decisa. Lui è sempre stato lì, a due dita dal cuore, pronto a prenderti al volo nel caso di uno scivolone improvviso, di un attimo di esitazione. Ed all'amore incondizionato che un padre ha nel proprio DNA si è aggiunta, nel tempo, una stima per quello che sei e che vuoi diventare. Non è sempre stato tutto bello, non è sempre stato tutto facile. Ma hai già vinto.

Hai attraversato il percorso della triennale con una naturalezza disarmante e quest'anno terminerai la magistrale. Hai fatto ciò che dovevi fare, con lucida razionalità, facendo sembrare tutto dannatamente semplice e gestendo nel contempo mille altri impegni, non ultimo la realizzazione del carro del tuo borgo per il famosissimo carnevale di BucodiculoPlace, che ti ha visto, nei mesi appena passati, rientrare a casa quasi tutti i giorni dopo le due di notte, sorridente, piena di trucioli, scottature da colla a caldo e macchie di vernice sui vestiti e sul naso. E per inciso avete stravinto, con un carro che riusciva a stento a contenere tutte le vostre passioni,  l'entusiasmo e l'impegno mischiati alla cartapesta, e tu hai anche portato a casa il premio donna (piccola nota d'orgoglio del papà).

Non stai ferma mai, ti muovi frenetica, oggi qui, domani all'università, poi in ospedale per il tirocinio, dopo a dare ripetizioni quindi palestra e poi.. "guarda che questa sera ceno fuori".

Ultimamente ti sposti con l'auto di tua madre, tanto a lei fa bene andare un po' a piedi; sappiamo tutti che è una vettura vecchiotta con qualche acciacco e che ha superato da mò i vent'anni ma non ha poi così tanti chilometri alle spalle, anche se un colpo deciso glielo hai dato tu da quando hai preso la patente.

E un pensiero per una vetturetta tutta tua lo abbiamo anche avuto, lo sai, sarebbe stato bello celebrare così la laurea, ma non si poteva fare, il mutuo, le tante spese, abbiamo dovuto rimandare, ci siamo detti che qualcosa, magari più avanti, poteva arrivare. Forse alla fine del tuo percorso universitario, chi lo sa.

Che poi tu, con la tua testa, hai anche la tua idea bella precisa, che mi dici sempre "a me va bene tutto, ma se me lo chiedi sai che mi piace quel modello lì e solo quello, bianca con il tettuccio nero".

Tu lo sai che quell'auto lì costa uno sproposito, e che non si può, che sarebbe una follia. 

Quello che però non sai è che il tuo papà, incasinato, indaffarato, sempre in ritardo, è campione olimpionico di follie. Lo hai visto stanco, spesso. Lo hai visto assente, qualche volta. Lo hai visto rincasare molto tardi troppe sere. Perdonalo. Per lui ne è valsa la pena mille volte. Perché sono mesi che, andando in studio anche la domenica, lavoro dopo lavoro, ha messo da parte un piccolo gruzzoletto.

E poi, dopo ricerche su ricerche, un mese fa tuo padre l'ha finalmente trovata quella macchina lì, spiccicata a quella dei tuoi sogni, bianca con il tetto nero. Pochi chilometri, quasi nuova, perfetta. Costava un sacchissimo.

Quello che non sai è che, complice un progetto presso una concessionaria del gruppo, se l'è fatta portare nel punto vendita più vicino, è diventato il migliore amico del commerciale, lo ha intortato con mille e mille richieste di sconto. Ha anche provato a tirar fuori la sua espressione da sufficienza per tirare sul prezzo pur se con poco successo, perché la macchina era proprio quella, uguale a quella che desideravi, bellissima, e lui non poteva trattenersi dal sorridere di rimando, pensando a come sarebbe stato bello il tuo, di sorriso.

Alla fine lo ha preso per stanchezza. Il prezzo, seppur alto, è diventato più abbordabile. In cambio il tuo papà dovrà progettare altre tre concessionarie dietro compenso di una manciata di rubli, ma non gli importa. 

Poi però, il piano era solo a metà del suo compimento. Perché lo stupore, l'emozione dell'inaspettato, quello è veramente impagabile. E allora con discrezione ha contattato una tua amica dell'università, che quando ha capito cosa aveva intenzione di fare gli ha mandato in risposta il messaggio "E' proprio quella che voleva" pieno di faccine con i cuoricini. Lei a sua volta si è occupata di riunire gli altri tuoi amici, ed insieme questa sera, quasi per caso, ti inviteranno a prendere un aperitivo in quel locale che ti piace tanto, proprio sotto la Basilica di Superga. E tu ci andrai, magari pensando che tanto tuo padre di sabato non c'è mai.

Poco dopo, tutti insieme, come per scherzo, ti condurranno fuori, rigorosamente bendata. Spalle alla chiesa con la cornice di Torino a far da silente spettatore ti libereranno e ti consegneranno qualche regalino, e tu dovrai indovinarne il contenuto, forse ci sarà anche un modellino dell'auto che ti piace, giusto per scherzare. Poi, per ultimo, un pacchetto, elegantemente infiocchettato, al cui interno troverai un portachiavi con su le chiavi di un'auto. 

E lui proprio non riesce immaginare il tuo stupore, l'incanto estatico della sorpresa, la gioia incontenibile della consapevolezza quando a quel punto ti faranno girare su te stessa, fronte alla monumentale scalinata, sotto la quale ti attenderà l'auto nuova luccicante, tua, con un gigantesco fiocco d'ordinanza, rosso, in un turbinio di applausi, fischi e di coriandoli. 

Lui non ti vedrà. Si sarà già incamminato lentamente verso casa con l'auto vecchiotta con cui sarai arrivata, magari lancerà un pensiero al ricordo di sua madre e ai vostri nomi così simili, sorriderà ricordando al bene matto che vi siete donate quando il futuro era solo rosa, a quella volta che ti aveva insegnato a saltare nelle pozzanghere, al vostra intesa e a quanto oggi anche lei sarebbe stata fiera e felice per te.

Avrà il cuore traboccante di orgoglio per la figlia splendida che ha, un cuore che in quel momento gli sorriderà così tanto da fargli male, lasciando te alla tua felicità improvvisa per l'auto nuova, proprio quella che volevi tu, bianca con il tettuccio nero, alla vostra bellissima e spumeggiante giovinezza, ai tuoi amici, alle vostre risate ed ai loro festeggiamenti, ai vostri sogni. Loro ti vogliono un mondo di bene. Lui di più.

E tu, tutto questo, non lo sai.  

Ma adesso sogna ancora, bimba mia.

                                                                        Sempre, tuo Totson.

On air  Sogna ragazzo sogna

martedì 30 gennaio 2024

L'Oki



Estate 2022. 

Un feroce mal di schiena da un mese a questa parte non mi dà tregua, il mio migliore amico del momento è celato dentro due bustine di miracolosa polvere bianca che, disciolte in un bicchiere d'acqua, con quel sentore di menta e fresco, mi concedono una temporanea parentesi da un dolore mordace, insistente, che per il resto della giornata so che non mi abbandonerà. Ho cantieri lontano dal mio studio, Pavia, Modena, luoghi, piazze e storia che avrei voluto scoprire e vivere. Ma uscire dall'auto una volta arrivato è già un'impresa; rientrarci, un paio d'ore dopo, rigido come uno stoccafisso, diventa quasi impossibile. In più di un'occasione ho fatto di necessità virtù, svolgendo il compito di Direttore Lavori disteso, nell'impossibilità di reggermi in piedi o tentare di star seduto. Inutile dire che ho suscitato più di un sopracciglio alzato: avete presente, arrivare in cantiere, chiedere un minimo di comprensione, allungarsi su un tavolo (o in alternativa sul pavimento) e gestire la riunione di cantiere come nulla fosse? Beh, quello sono io, l'ing. D&R in carne, ossa ed ernia del del disco.

La diagnosi infatti già la so, il medico della mutua, quando mi nota in sala d'attesa (ci vado raramente, ma lui sa che quando sono lì è perchè proprio non posso farne a meno), sospira, allarga le braccia e mi spiega che, una buona volta, dovrei dar ragione ai numeri scritti sulla mia carta di identità ed abbandonare tutte le mattane da ragazzino: basta una buona volta con la corsa, addio ad imbrago e scarpette, un bel paltò color anziano e Oppalalà!, a guardar cantieri dall'altra parte della recinzione. "Ai miei tempi mica si lavorava così, sa, giovanotto....".

Ottenuta l'agognata scorta di antidolorifici e salutato il dottorino riprendo la mia giornata, fatta di alzatacce, viaggi, cantieri, viaggi, studio, progetti, litigate, eccetera, tutte condite da quel male persistente ed inframmezzate da parentesi quasi miracolose poco tempo dopo l'assunzione della magica pozione. La notte, (per fortuna è estate), tutto si acquieta dormendo al fresco sul duro del parquet. 

Attendo il fine settimana quasi come una liberazione. Rimanere immobile ore intere, senza sentire che qualcosa mi sta azzannando all'altezza del bacino è una goduria; l'assenza di dolore è una sensazione meravigliosa. 

E' estate piena. No so come ma ho anche qualche amico in quel di Bucodiculoplace, autoctoni relativamente fuori dagli schemi che per un motivo ignoto non dico che mi comprendano, ma quantomeno mi sopportano. E la domenica mattina è diventata abitudine, prima che il caldo diventi opprimente, fare quattro passi insieme, lontano dalla desolata cittadina, nelle vicinanze del grande fiume ad ammirarne il placido scorrere, i voli aggraziati degli aironi, a volte, quando siamo fortunati, uno sparuto gruppo di daini, che fugge spaventato non appena ci scorge.

Quest'anno la calura è molto forte, non piove da tempo, e le acque sono insolitamente basse e incredibilmente limpide. Non so come, ma nasce proprio durante una di queste passeggiate mattutine l'idea di provare ad attraversarlo a piedi da sponda a sponda. Del nostro gruppo fa parte Franco, diversamente alto e abile al nuoto come un ferro da stiro, che rappresenta l'elemento sacrificabile ideale per individuare il giusto percorso di guado fino al versante opposto. E così, dopo qualche serata passata a discuterne davanti ad una birra fresca, una domenica di fine luglio, cacciati nello zaino le scarpe e qualcosa per asciugarci una volta arrivati, decidiamo di tentare l'epica impresa. 

L'acqua è effettivamente bassa, fresca, sotto le barche ormeggate placide fanno capolino timidi avannotti; nei punti più profondi arriva a lambirmi l'ombelico, questo significa che Franco deve già tenere la bocca chiusa e le mani in alto per mettere al sicuro lo zaino, tipo soldato americano nelle risaie della guerra del Vietnam. Gli manca l'elmetto con la retina e il fucile, ma l'effetto è lo stesso. Il fiume è calmo, largo, gli alberi sulle rive ci si specchiano, il fondale melmoso tenta di avvilupparti i piedi, ogni tanto un guizzo scintillante indica che c'è ancora vita, in questo vecchio fiume.  

 
Dopo qualche minuto lentamente, la china inizia a risalire, ce ne accorgiamo anche dal fatto che Franco ha smesso di fare le bolle e ripreso a respirare normalmente.

Meno di mezz'ora e la nostra leggendaria traversata è già terminata. Non ci rimane che curiosare la boscaglia circostante per poi ritornare sui nostri passi. L'area è praticamente disabitata, il paesaggio sembra lunare nei punti il fiume ha esondato quest'inverno, ridisegnando il proprio alveo, riappropriandosi di spazi che l'uomo, nel tempo, ha solamente preso in prestito. Più lontano ozia qualche cava abbandonata, con le scure acque profondissime.  I miei amici conoscono la zona ma io no, e chiedo loro di ritornare indietro passando da lì per raggiungere il primo ponte, anzichè rifare il guado. Anche Franco, che non ha memorizzato le buche più profonde all'andata, è dalla mia parte. 

Non è una grandissima idea intendiamoci, attraversare il nulla sotto il sole a picco ed allungare il percorso di almeno un'ora non è una delle mie trovate più brillanti, ma non abbiamo fretta e alla fine va bene a tutti. Ci incamminiamo tranquilli, chiacchierando del più e del meno, ogni tanto mi si indica una cascina in lontananza (qui i piccoli raggruppamenti rurali vengono chiamati "tetti", creando all'inizio in me non poco sconcerto), mi vengono raccontati episodi particolari capitati in quei posti. Bucodiculoplace riserva sempre comunque qualche sorpresa.

Ad un tratto, percorrendo un sentiero tra interminabili campi di mais mi attira un rumore sommesso, una specie di flebile lamento. Chiedo silenzio, ci fermiamo, ma nessuno sembra averlo avvertito: oltre al frinire delle cicale di sottofondo non c'è nulla. Di fianco a noi un solitario albero concede poca ombra.

Poi di nuovo. Più distinto, ora lo sentiamo tutti. Sembra provenire dall'albero.

Giro intorno al tronco, il lamento è più forte, sembra una debole richiesta di aiuto, come se qualcosa avesse percepito la nostra presenza.

E di colpo lo scorgo. Arrampicato con la forza della disperazione su quell'unico albero nel nulla che lo circonda, a due metri o poco più d'altezza, un gattino, minuscolo, sparuto, magrissimo, emette un miagolio roco.

Ho letto da qualche parte che, quando la vita decide di premiarti, pone un gatto sulla tua strada.

Accade proprio così, lo sento. In quello specifico istante ho la consapevolezza che lui, quel miuscolo esserino frignante e pulcioso (come scoprirò in seguito), imprevedibilmente, da quel momento in poi sarà parte della mia famiglia.

Lo raccolgo con attenzione e il cucciolo si abbandona quasi con riconoscenza entro il guscio protettivo delle mie mani. Un istante dopo un nugolo di api mediamente incazzate ci costringe ad allontanarci di corsa, io con quel cosino tenuto ben nascosto. 

Chissà da quanto tempo sarà stato lì, così piccolo, ma la facilità con cui si è lasciato prendere mi fa pensare che possa essere domestico: magari la sua mamma lo sta cercando, ma a parte noi non c'è niente, non giunge nessun suono, nessun richiamo. La prima cascina disterà si e no un paio di chilometri, difficile pensare che possa essersi allontanato così tanto da solo. L'idea che possa esser stato abbandonato sembra la triste soluzione più probabile. Ma provo a metterlo per terra per vedere se cerca la strada di casa, si allontana di pochi passi ma solo per fermarsi e distendersi a cercare ristoro nello spazio creato dalla nostra ombra.

A questo punto lo raccolgo e me lo metto nello zaino, lui lascia fare, sporge il musino guardandomi senza paura, ogni tanto emette un miagolio roco, poi osserva incuriosito intorno con l'espressione di "ma guarda, questo umano mi porta a spasso". Dall'interno dello zaino emerge, profondo, un ronron confortante. 

Lo studio con attenzione. Bello certamente non è, sparuto, il manto sporco, gli occhi cisposi. Ma il suo sguardo è quello che mi colpisce. Attento, pulito, senza paura.

Meno di un'ora dopo siamo finalmente in paese. Dal più vicino tra noi riusciamo finalmente a dargli un po' d'acqua, che beve avidamente. Chissà da quanto era bloccato su quell'albero, da solo e al caldo. L'ipotesi di una nuova casa lì viene rapidamente scartata dal capofamiglia con una votazione a maggioranza fortemente incostituzionale, sfruttando l'assenza momentanea dei figli e l'astensione forzata (pur con molto rimpianto) della di lui consorte, "non pensarci neppure e portatelo via prima che rientrino i ragazzi", sono praticamente pronti a partire per le vacanze. Decidiamo di comune accordo di spargere in giro la voce per vedere se qualche conoscente di buon cuore sia in cerca di un pelosino da adottare.

La mia parte razionale approva, abbiamo già una gatta, discretamente dispotica, abituata a comandarci a bacchetta, ha poco senso stravolgerci/le la vita con un secondo. E poi la consorte già da tempo aveva emesso il proclama definitivo, definendo in tre il numero massimo di animali consentiti in famiglia, includendo il sottoscritto e la Ciccia nella lista. Meglio per lui, per Yuma, per per la sua futura famiglia, per  la nostra sanità mentale, trovargli una più consona  collocazione.

Ma è la mia parte irrazionale che emerge, che ne ascolta rapito le fusa, che ne studia i movimenti impacciati, il disegno del manto, la parte di pelo bianchissima sotto la gola nonostante tutto il resto sia lercio... C'è un legame tra me e quell'esserino, c'è qualcosa dell'uno che appartiene all'altro, forte e saldo, da quel preciso istante in cui l'ho recuperato dall'albero.

Entro in casa, zaino in spalla, il musino che guarda attento. "Ho trovato questo", dico mettendolo sul palmo aperto e mostrandolo alla sua nuova famiglia.

La consorte mostra, come da prassi, una costernazione di facciata, deve manifestare la sua contrarietà consona al ruolo, anche se è difficile non intenerirsi dinanzi a quel batuffolo inerme. "Com'è bruttino", esclama invece la Ciccia, prendendoselo immediatamente in braccio. Lui sporge le zampe, cercando di giocare con i suoi capelli, è già a suo agio. 

"Come faremo?" domanda la consorte. "Faremo", le rispondo. 

"E con Yuma?" chiede ancora. "Vedremo", replico.

Come se l'avessimo chiamata Yuma si palesa, lenta, l'aria annoiata del felino che è stato appena infastidito dalla caciara di noi umani.

Poi lo vede, e si blocca. Lui la guarda e, senza nessuna paura, prova due timidi passi a mò di approccio.

Con una trasformazione più rapida di quando Bruce Banner muta in Hulk, il nostro gatto, solitamente ciccio, in un attimo diventa una minitigre siberiana, ringhiante, con il pelo irto e le orecchie all'indietro, tutta sputi e artigli. Decidiamo di sottrare l'esserino ancora inconsapevole da una morte prematura tagliato a striscioline sottili e la prima notte la passerà al sicuro sul balcone di casa, in una cuccia improvvisata preparata dalla Ciccia e protetto dalle intemperie con un lenzuolo a mò di tenda. Il giorno successivo, con il perdurare dell'ululato belluino di Shere Kan, che sancisce l'impossibilità momentanea della convivenza, decido di portarmelo in studio, poi quando ci fermeremo per le vacanze riproveremo. 

E così faccio. E per tutto il mese successivo diventerà il mio compagno di lavoro, accompagnandomi al bar per la colazione, con il musetto curioso sporgente dallo zaino cercando di ghermirmi rapido un pezzetto di croissant, giocando con le palline di carta, con i fili della tastiera, con le chiavette usb, arrampicandosi freneticamente sui jeans al momento del pranzo e crollando esausto subito dopo sul tappetino del mouse.

 
Nonostante il perdurare del dolore alla schiena è stato un bel mese devo dire, il tempo al lavoro è sembrato scorrere più leggero e l'esserino si è fatto subito benvolere da tutti, mordendoci indistintamente le caviglie, pretendendo un po' di coccole e addormentandosi equamente tra tutti noi. Il nostro personale rapporto si rafforzava con il passare dei giorni e lasciarlo lì, la sera, era sempre una dolce piccola tortura. 

La prima visita dalla veterinaria me la ricordo bene, con un panciotto pieno di vermi come da manuale ma sano, vivace ed in salute. Compilando il libretto sanitario la dottoressa è scoppiata a ridere al termine del seguente scambio: "Come lo chiamiamo?" "L'Oki" rispondo io. "Ah bello, come il Dio della mitologia" - "No, come l'antidolorifico". Non potevo dargli un nome diverso. E così L'Oki fu.

 

Dopo un mese, nella pausa di agosto tentiamo il reinserimento, che risulterà lungo e complicato, con l'ostracismo feroce della padrona di casa, costringendoci a dividere l'appartamento in due per mezzo di un grosso pannello di plexiglas trasparente. Alla fine sarà la testardaggine del cucciolo a vincere, andando a curiosare il terreno nemico approfittando di un piccolo varco mentre noi non eravamo in casa e rimanendo miracolosamente incolume. Da lì in poi è stato tutto più facile.


Oggi L'Oki è un gatto guascone, simpatico e terribile, che pretende la sua dose di gioco ogni sera, mordendomi i piedi quando provo ad isolarmi dal mondo con cuffie e tastiera (ebbene sì, mi sono messo in testa di imparare pianoforte, ma questa è un'altra storia). Bellissimo e testone, adorabile con i bambini e pronto alle fusa, con il lungo manto setoso ed una combinazione di colori del pelo che incanta (deve avere qualche norvegese delle foreste come antenato). L'albero di Natale, diventato sua personalissima palestra di arrampicata quest'anno ha ricevuto il colpo di grazia, costringendoci a salvataggi dell'ultimo minuto per le palline più preziose.  In poco tempo è cresciuto ed è diventato un gattone grande quanto Yuma e, appena può, si diverte moltissimo a farle gli agguati. Non si accuccia più remissivo come quando faceva da piccolo, ma zompa all'improvviso mentre lei riposa tranquilla su una sedia e parte con una serie di destro-sinistro in rapida successione, che costringe la povera gattona ad una fuga brontolante. Ma prova a chiuderlo in bagno quando esagera con le marachelle e lei si accuccia davanti alla porta in attesa che venga aperta.
 

L'Oki, il mio gatto trovato nel nulla, il mio antidolorifico naturale, il mio bellissimo premio dalla vita. 

lunedì 20 gennaio 2020

Come nessun posto al mondo mai

Ieri ho chiuso per l'ultima volta la porta di quella che è stata la mia casa per trentanni.

Quello appena compiuto è stato un anno intenso, spigoloso spesso, ruvido sovente, in cui i miei occhi hanno subito troppe albe e si sono soffermati su così pochi tramonti da qualche parte sulla riva del mare.
E' stato un altro anno tosto, serrato come i precedenti ma sempre un poco di più, l'asticella del salto una volta ancora spostata più su di una tacca; ci sono stati momenti in cui, confrontandomi con la consueta chiacchierata serale mi sono lasciato andare ad un "non so proprio come riuscirò a fare tutto, questa volta", a cui seguiva sempre la stessa risposta "ce l'hai sempre fatta, alla fine".
E' vero. Alla fine ce l'ho sempre fatta. Ho accumulato ritardi e risparmiato sulle ore di sonno, ho sacrificato gli amici, le mie parole più vere qui, innumerevoli fine settimana. Ho accantonato il mio tempo più spensierato, molte delle mie corse, ripide pareti da affrontare ed ho detto pazientate, ci ritroveremo, prima o poi. 
Mi sono arrabbiato spesso con me stesso scoprendomi indolente e non sufficientemente produttivo alle volte, mi sono segnato impegni e scadenze sull'agenda settimanale, riportando gli incompiuti la settimana successiva, con un sottile piacere ogniqualvolta un tratto deciso di penna dava per terminato un lavoro. Ho fatto quasi tutto da solo,  testardo One Man Band dei progettisti, con la caparbietà montanara che sta diventando parte del mio modo di essere e di pensare, tollerando poco niente, in quello che mi sta intorno, che non va come dovrebbe.
Quest'anno ha visto cambiamenti importanti in casa D&R, a partire dalla maturità delle Ciccia oramai definitivamente non più ascrivibile al titolo di "mia piccola", il suo conseguente ingresso nel mondo universitario, con la scelta della facoltà di Psicologia, fortemente voluta e pensata fin da quando era piccola (... fa solo che non mi diventi come Bruno) ed il naturale stravolgimento di orari, abitudini, percorsi e vita. 
Si è lasciata andare la casa in cui ho vissuto la mia prima vita a Torino e quando si devono svuotare le stanze i ricordi ti travolgono, ti trapassano, ti sommergono, tornano fuori prepotenti angoli di te che eri sicuro di aver dimenticato. 

La felicità sta veramente nelle piccole cose, nella luce che filtra dalle persiane il primo giorno d'estate, in mia madre che la mattina lottava con un me piccolo per infilarmi le calze appena sveglio, nella mia tazza della colazione e la granella del Buondì Motta che mangiavo sempre come ultima cosa preziosa. 

E senza quasi volerlo, in uno scatolone richiuso da tempo ritrovi la tua fresca giovinezza lì pronta ad aspettarti, scorrendo le dita su un foglio consumato sporco di china rivedi come proiettato sul pulviscolo che danza nella stanza quel te di allora che in fondo non è mai cresciuto, un po' schivo, chino e concentrato a disegnare di notte alla luce della lampada da tavolo, col buio di questa città un po' magica a fare da cornice, la finestra aperta a rinfrescarsi dalla calura estiva e le cuffie nelle orecchie. Ho ritrovato frammenti di me inutili e bellissimi accarezzando vecchi mobili consumati dal percorso delle mie proprie dita, ho ritrovato paure e felicità improvvise, risentito vive le voci ed i rumori della domenica, il profumo del sapone da barba di mio padre, l'apparecchiare per il pranzo con il servizio buono e la radio accesa: mi riavvolge come fosse ora il silenzio colmo di apprensione di quando da ragazzo vegliavo nel sonno di quella famiglia che eravamo noi, un padre una madre e due sorelle e un bene grande e saldo che rappresentava tutto il mio mondo, ed ascoltando il respiro regolare dei miei pregavo Dio di regalarmene tante da non poterle contare, di quelle notti e silenzi e respiri quieti nel sonno. 
Avrei voluto congelare ogni momento ritornato luce, avrei voluto essere l'io di mille istanti che mi hanno accompagnato in questi giorni di armadi aperti e fogli strappati e scatole richiuse con il nastro da pacchi. 
I miei genitori non mi accompagnano più da troppo tempo, anche se ogni tanto mi confronto ancora con loro, gli chiedo silenziosamente se stia facendo le scelte giuste, a loro rivolgo il pensiero apprensivo di padre quando osserva orgoglioso la propria figlia crescere. Ieri, nascosto nei pacchi di vecchie foto, nei biglietti di auguri di compleanni dimenticati ho trovato ancora intatto il loro amore ed orgoglio nei miei confronti. Sono cosciente che buona parte dei ricordi custoditi tra queste pareti e che mi hanno abbracciato in questi giorni si dissolveranno definitivamente ed è questa, la perdita più importante, in fondo. Mi sono portato via degli oggetti, il divano che mio padre adorava, il tappeto persiano del suo amico architetto, qualche libro con le dediche di stima ed affetto che in molti gli avevano tributato. Forse non sono ancora pronto a perdere tutto. 

Ieri ho percorso per l'ultima volta le stanze di quella che è stata la mia casa per trentanni. Ho appoggiato le mani alle pareti spoglie, ai mobili rimasti, agli stipiti delle porte, agli interruttori della luce, ho rimesso la mia abitudine a quei luoghi, a quei rumori, a quella luce, al balcone di sala, al tramonto sul Monviso che solo da quella finestra, assaporando come se fosse musica lo scricchiolio del parquet. Ho appoggiato a lungo i palmi delle mani su tutto come se fosse un abbraccio, un pezzo alla volta, gli occhi umidi ma solo un poco, ripetendo a bassa voce grazie casa, ciao casa, sei stata una buona casa, sono stato bene con te, bene a crescere qui, a coltivare speranze e sogni, grazie. 
E nel silenzio dell'abbandono mi è sembrato quasi di sentire, lieve, il respiro quieto di una famiglia felice nel sonno.

Poi ho chiuso la porta.  

mercoledì 19 giugno 2019

Notte prima degli esami

[Quando l'ultimo giorno di scuola dell'ultimo anno di liceo suona la campanella dell'ultima ora, tu sei convinto che quello sia l'ultimo secondo della tua adolescenza. Senti il bisogno di sottolineare l'evento con una frase storica, tipo: "Che la forza sia con noi!" oppure "Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo!".]

Di quel mio tempo di allora ricordo il caldo di una Torino assolata che scorreva dietro i finestrini del 13 non stracolmo come di solito e la tortura del busto per la schiena. E quel senso di cambiamento imminente. E Paola, che riempiva i miei pensieri ed i miei fogli, di parole a voce allora non ne usavo un granché. Abitava in collina, suo padre era medico, non l'ho più vista da allora. Il mio Liceo, il "Volta", era a due passi da piazza Statuto. Non ero particolarmente estroverso, non avevo amicizie forti e inossidabili, di quelle che pensi ti legheranno a qualcuno per tutta la vita, scrivevo molto e disegnavo altrettanto, bianco e nero quasi sempre. Il mio mondo era poco più ampio della mia camera con il tavolo laccato bianco, ribaltabile, che richiudevo la sera per fare spazio. Lo usavo come un gigantesco foglio di appunti e schizzi e cose che poi con regolarità irritante mia madre resettava con un'energica passata di acqua calda e Vim. Solo il ritratto di Lucio Dalla con il basco ed un Herbert Von Karajan con la bacchetta in punta di dita erano stati graziati dalla smania pulitrice della genitrice e resistevano nel tempo. 
Alle radio spopolava Enola Gay degli OMD, io ricordo soprattutto "Futura" e "la sera dei miracoli" di quel Dalla unico, che ascoltavo con la mente sospesa, ancora e ancora. La mia strada era ancora tutta da scrivere, la mia voglia di studiare completamente assente, il mio voler crescere era bruciante ma al contempo non ero così sicuro di esserne capace, i miei affetti confortanti erano tutti lì presenti, la mia vita era la mia famiglia, la mia casa in montagna, la certezza del consueto ritorno al mio mare come ogni estate, quando poi finalmente ritrovavi il profumo della focaccia nei carugi, le pietre calde la sera e il tramonto che si spegne sull'orizzonte.
E' cambiato tutto. Il mio mare, anche se mi è rimasto cucito addosso non mi appartiene più da anni, nella casa in montagna non riesco ad andarci senza trovarmi invischiato dalla sensazione di essere fuori posto, i miei affetti di allora sono svaniti, i ricordi felici corrosi, ho quella sensazione di non appartenere a nessun posto, a nessuno.
I miei diciott'anni di allora, la freschezza di quei momenti sembrano dietro l'angolo ed insieme lontanissimi, sono forse ancora lo stesso ragazzo schivo dallo sguardo diffidente ed una corazza più rigida delle stecche del busto che sopportavo. E mi domando se questo mio stare abbia mai avuto uno scopo.

Poi però osservo te, e inevitabilmente sorrido. 
Guardo te che rispetto a quel me di allora sei così tanto diversa, anche se dicono tutti che hai gli stessi miei occhi scuri, di sicuro ogni tanto hai i miei silenzi. Guardo te e provo a sovrapporre cosa sei tu e cosa ero io alla tua età. Ed è inutile dire che vinci a mani basse.
Sei decisa, sicura e bellissima nella tua giovinezza splendente, hai le idee chiare di come sarà la tua strada, hai entusiasmo e volontà e carattere e i tuoi peluches nel letto, hai quello sguardo altero ed un po' selvatico che ti rende incredibile ai miei occhi, sei padrona del tuo tempo e cosciente di esserlo, ci credo che "quello" ti guarda sempre con quello sguardo che è un misto di adorazione esagerata e soggezione. 

Ci intendiamo ancora, a volte abbiamo bisogno di uscire a camminare in silenzio allo stesso modo, come l'altro ieri sera, insieme senza parlare, sapendo di esserci vicini reciprocamente. Hai una smania di crescere, di affrontare sfide, di prendere il mondo tra le tue mani che un po' ti invidio, se confrontata come ero io alla tua età.  

E in questa notte, che fa caldo e fatichiamo a prendere sonno, che io se tu sei sveglia è difficile che mi addormenti, che ti sento nel tuo letto che armeggi ancora con il cellulare cercando suggerimenti su cosa scriverai domani mattina, mentre la gatta fa la matta come suo solito e zampetta da una stanza all'altra cercando di prenderci i piedi ti dico solo che ti voglio un bene forte e saldo come in nodi che abbiamo imparato andando per mare e che sono orgoglioso di te, di quello che sei, forse non te l'ho mai detto, ma lo sono tanto.
E' questo il tuo tempo, prendilo, usalo a mani basse, vivi, corri sotto la pioggia, ridi, piangi qualche volta, vai ai concerti, balla, abbraccia, emozionati a vedere un arcobaleno, sorprenditi, sii sempre affamata della vita, di quello che puoi trovare dietro l'angolo. Vivi senza timore, con consapevolezza, vivi senza risparmiarti, senza pensare di non essere abbastanza, non ti porre limiti, mai. 

Domani inizierà la tua maturità, quei giorni matti a studiare tutto di tutto e oddio non ce la farò mai e fammelo ripetere ancora una volta e papino puoi stamparmi questo prima di uscire dallo studio. E vorrei dirti solo di stare tranquilla domani ed i giorni a venire, in fondo è un banalissimo passaggio obbligato, ci siamo passati tutti. Gli esami, quelli veri sono altri, le responsabilità, quelle serie, arriveranno man mano, l'ho imparato su di me e posso solo dirti che ho piena fiducia in te, saprai affrontare tutto con calma e responsabilità.

Passeranno questi giorni, arriverà l'estate liberatrice, nuovi mari in cui tuffarti, hai già programmato la tua vacanza in Croazia con i tuoi amici, ci sarà pure quello, tu non vedi l'ora, mentre io sono combattuto tra la voglia di tenerti vicina e la felicità nel vederti felice. 
E anche se adesso fatichi a prendere sonno posso solo assicurarti che questi saranno giorni che ricorderai per tutta la vita. E ti auguro che, di giorni da ricordare per tutta la vita, questo tuo incredibile futuro tutto da scrivere te ne possa riservare tanti, tantissimi altri.


E buonanotte prima degli esami, 
piccola mia.
[On Air: Notte prima degli esami]                



lunedì 28 gennaio 2019

la mia Grande

La vita, nei momenti migliori, corre così in fretta che non ha senso cercare di stargli a pari. 
E così tu, che mi sei stata in braccio fino ad un attimo fa, la mia Ciccia, l'altro ieri mostravi con un pizzico di orgoglio composto la patente appena ottenuta. Poi ti sei impossessata della seconda chiave dell'auto di tua mamma e quella sera stessa sei uscita da sola per la prima volta. 
Ad aspettarti in garage (anche per evitare che per qualche manovra ancora impacciata la mia auto a fianco avesse la peggio) c'ero io che "venga Dottò!, a piano Dottò, e non dimentichi la mancia Dottò!" ti facevo da parcheggiatore abusivo. Eri raggiante.

Sei stata la mia piccola fino a due battiti di ciglia fa, lo sei ancora, alle volte, sempre un po' meno marcata, ma lo sei. 
Hai fretta di crescere, di andare, di esplorare da sola, di scoprire il tuo mondo.

Io no.

Io voglio ancora essere il tuo Totson, come usavi chiamarmi, adesso scopro di aver un bisogno straziante degli abbracci che dispensavi senza fine, ho voglia della conta dei peluche, delle fiabe - ricordi quelle che ti inventavo? - sussurrate piano fino a sentire il tuo respiro morbido a farmi compagnia. Sarà stupido, sarà sbagliato, ma non riesco a pensarla in modo diverso.

Sei diventata grande così improvvisamente che ancora non me ne capacito.
Ricordati - mi dicevano - i momenti di lei appena nata passano così velocemente che non ne conserverai memoria, sembrerà strano ma sarà così, guarderai le vecchie foto e non ti sembrerà vero tutto quanto, dimenticherai le nottate sveglio a sentirne i respiri, i biberon, le gattonate.

Non è così, è peggio. Non mi sembrano veri questi quasi diciannove anni, questi seimilasettecento e passa giorni trascorsi con te da quel due di marzo di quell'anno là. Ti ho appena messo i braccioli e comprato una maschera, la prima volta che hai visto il mondo sott'acqua il tuo sorriso estatico non riusciva a farti tenere stretto il boccaglio, ti ho portato in seggiovia, insegnato lo spazzaneve e ti ho fatto assaggiare la cioccolata calda al rifugio, non mi sembra accettabile, la quantità dei ricordi non ci rende giustizia, voglio il rewind ed un play molto lento, voglio assaporare quell'amore incondizionato ed unico, ne voglio ancora, voglio non averne sete, mancanza. Voglio le camminate mano nella mano tra i nostri boschi, voglio levare le rotelle dalla bicicletta nuova ed accompagnarti levando pian piano la mano senza fartene accorgere nella tua prima ed incredibile pedalata tutta da sola.

Forse è proprio così che stiamo facendo. Hai levato le rotelle e ti stai avventurando nella vita. Forse un po' esitante, porse ancora incerta ma tranquilla che sono qui dietro, non ho ancora staccato completamente la mano. 

Oggi sei addirittura apparsa in tv, un primo piano al servizio del TG regionale. "Sono famosa porco schifo" mi hai scritto, scherzando. Nello spezzone del video ho visto solo una liceale incredibilmente bella, altera, dai capelli lunghi e lo sguardo un po' selvatico, attenta a seguire una conferenza. 

Poi sei passata in studio. Hai preso un pullman, hai attraversato la città con una sicurezza che non ti apparteneva e sei scesa qui vicino. Sei venuta a studiare. Ti ho comprato un panino per pranzo, uno di quelli che so che ti piacciono tanto. Poi, poco dopo le 17, insieme a quello che ti guarda come la Madonna del Carmelo vi ho visti andar via mano nella mano, a prendere la metro, a specchiarvi abbracciati nelle vetrine dei negozi, prima di tornare, voi due insieme, a BucodiculoPlace. 

Non mi è riuscito avvicinarmi per un bacio. Mi hai guardato un po' con quegli occhi da zingara, hai indovinato il mio malessere, quel sentirmi vagamente, timidamente fuori posto. Qualcosa di me hai capito. Ma hai sorriso.

"Ci vediamo questa sera, Totson", hai sussurrato sottovoce, sorridendomi con quegli occhi profondi come solo tu sai.

"E mi sentii quasi male guardandoli andare
ed invidiai il loro incontro, quel tutto da fare
tutto quel tempo davanti, quel loro sperare
e l’incoscienza orgogliosa della loro età"

[On air: Stadio: Swatch]    


venerdì 2 marzo 2018

Apri le braccia e poi vola



Chi lo avrebbe mai immaginato. 

Sei la mia Ciccia così tanto che non riesco a ricordare la mia vita senza di te. Lo sei sempre stata, da quella volta lì, che me la ricordo benissimo, io nella sala d'attesa d'ospedale la mattina presto, che non non avevo la più pallida idea di quello che voleva dire diventare padre e l'infermiera che, dopo avermi chiamato per nome ed avermi fatto entrare nella piccola stanza, ha fatto formalmente le presentazioni e sorridendo ti ha scodellato tra le mie braccia, ancora incapaci di tenerti come si deve. Lo imparerò in fretta.
Non potevo immaginare che cosa mi sarebbe capitato di lì a qualche minuto. Non avevo idea del fuoco d'artificio silenzioso, di come mi avrebbe trasformato dal di dentro stringere e cercare di comprendere quello strano esserino frignante, quel microbo grinzoso con le manine strette a pugno e quelle affascinanti minuscole dita con le piccole unghie affilate come rasoi, i radi contatti con te fino a quel momento li avevo avuti esclusivamente tramite le ecografie e quell'incredibile e velocissimo cuore al galoppo che risuonava dagli altoparlanti del macchinario.

Sono stati anni bruciati in un battito di ciglia ed adesso guardati lì, una donna fatta e bellissima, quel tuo sguardo un po' da zingara con gli occhi di mare profondo ed i lunghi capelli scuri. Diciotto anni compiuti. Sei ufficialmente grande, puoi votare, puoi firmarti le giustificazioni, puoi ordinare alcolici, puoi finalmente abbracciare il mondo da sola. E io ancora sono incredulo che tutto questo tempo sia passato così in fretta, a volte penso che ci vorrebbe del tempo sospeso, la possibilità di metterlo in pausa per poterlo assaporare, un rapido rewind per ritrovare intatte le sfumature dei momenti migliori, un avanti veloce su ciò che ha fatto cadere le lacrime dai tuoi occhi, che sono per me un incanto. 
Abbiamo gattonato insieme per centinaia di volte dall'ingresso alla sala, tu per far cadere con metodica determinazione tutti gli oggetti dal tavolino in fondo ed io per rimetterli a posto, abbiamo messo in fila centinaia di peluche per contarli e dare ad ognuno un nome, abbiamo preparato per diciotto volte l'albero di Natale insieme, anche se la prima volta guardavi stupita. Abbiamo preparato cartelle e il bacino prima di entrare a scuola. Sei stata sulle mie spalle nelle nostre gite tra i monti e poi, quando sei cresciuta, per mano tenuta strettissima, così tanto che sentivo cosa pensavi. Abbiamo inventato favole della buonanotte fino ad addormentarci insieme ed era sempre un piccolo dolore spostarmi dal suono confortante del tuo respiro profondo. Abbiamo esplorato fondali azzurrissimi, maschere e mano nella mano a cercare la conchiglia più bella, vincevi sempre tu. Non hai ancora imparato a fischiare, ma non demordiamo. 
Ed in un attimo guardati, sei ufficialmente grande. Hai i tuoi impegni, i tuoi mille amici, le tue attività, hai già le idee chiare su cosa fare finita la scuola, e quest'anno andrai in vacanza per la prima volta da sola, con le tue amiche (e qualche amico rigorosamente selezionato). 

Non so se sono stato un buon padre, non c'è un manuale di istruzioni, un corso online di aiuto, tipo "Dad for Dummies". So che ti ho avvolto a proteggerti con i miei pensieri migliori, so che ho avuto paura, so che sono stato felice come non avrei mai pensato, so che ho resistito alle durezze della vita, che non sono andato via quando magari qualcuno lo avrebbe fatto. E se non l'ho fatto, se nei momenti più sbagliati ho stretto i pugni in tasca e non ho buttato tutto all'aria non è stato per te, credimi, ma per me che senza di te mi sarei sentito perso. Perché sei la ragione di una vita. La mia. 

In questi giorni ho letto alcune delle cose su di te scritte qui. Ho riso, ricordandoci a recuperare le monetine da sotto la grata in montagna, mi sono commosso, rileggendo "la mano dell'angelo", Ti ho ritrovato in tutte le parole, dalla prima all'ultima. Tu non sai, di questo spazio qui, mi piacerebbe che, in un futuro lontano, tu, donna fatta ed io chissà dove, capitassi qui per caso. 

In pratica, come per le cose troppo belle, è stato tutto maledettamente troppo veloce. Ed oggi che hai diciott'anni e che hai anche altri occhi che ti guardano adoranti come la Madonna del Carmelo io sono un po' geloso, lo ammetto. Perché il prossimo tuo tempo sarà sempre meno mio. E te lo chiamo "coso" con la C minuscola per romperti le balle, minaccio sovente di spezzargli le tibie e di passargli sopra con l'auto in retromarcia ma recito la mia parte come è giusto che sia e lui in fondo è semplicemente un bravo ragazzo che ti vuol un bene dell'anima. 

Sei una piccola grande donna, incredibile e bellissima, pronta ormai per spiccare il volo. Non hai quasi più bisogno di me. E questo è meraviglioso e un po' desolante, a seconda di come mi guarda la luna, la sera.

Perché sei stata, e sei, il regalo più bello che questa vita mi abbia mai fatto. 
E tanti auguri, Ciccia. 

                                   Tuo, per sempre, Totson




venerdì 24 marzo 2017

E qualcosa rimane

tra le pagine bianche e le pagine scure.

Da ieri questa canzone mi gira in mente, senza aver voglia di uscire.

Ricordi.

Di me piccolo. Tu seduta alla panchina, i giardinetti vicino a casa, il sole, la terra smossa. Raccoglievo le formiche rosse e, facendo finta di abbracciarti, te le facevo scivolare nel collo. La farmacista, mezz'ora dopo che eri dovuta andare di corsa a farti vedere, mi aveva aspramente sgridato, ed io le avevo risposto tranquillamente che non potevano certo mangiarti tutta. 
Avevo tre, quattro anni.

Quante te ne ho combinate, e devo dire onestamente che tu non seri stata da meno. Ti ho tenuta sempre sul pezzo, pronta ad ogni evenienza che nemmeno un marine esperto in esplosivi. Come quella volta che mi hai beccato in piedi sul davanzale esterno della finestra di camera tua al quinto piano, che mi hai acchiappato al volo e poi sei andata a farti un cicchetto di grappa, alle quattro del pomeriggio. 

Hai sempre gestito la TUA vita e i TUOI figli con un cipiglio che al confronto la madre dei Gracchi aveva la grinta da commessa del reparto surgelati. Noi eravamo quasi di tua proprietà il "se ti ho fatto ti disfo", con te, non era una semplice frase ad effetto.

E me ne hai combinate, eccome se. Te la ricordi la volta dell'abete, anzi del TUO abete nel TUO giardino? Alto più di casa nostra e maestoso, con i rami bassi e lunghi a carezzare l'erba, ne avevi piantati tanti, insieme a tua mamma, nel giardino di quella casa dove sei nata, ho vecchie foto in cui io e loro erano alti uguali. Lui era cresciuto proprio bene ma era cresciuto troppo, era vicino a casa - getta troppa ombra, alle tre del pomeriggio mi costringe ad accendere la luce - ed avevi deciso di tagliarlo. Io mi ero opposto con tutte le mie forze, erano i pini su cui ho imparato ad arrampicarmi, non ne avevi il diritto e non si poteva farlo impunemente. Il tuo "è casa mia e faccio quello che voglio" era stata la tua risposta definitiva, l'accendiamo? E così, al successivo fine settimana , al posto di trenta metri di abete rimanevano dieci centimetri di tronco, trasformati in sottovaso per gerani. 
Non potevo perdonartela, così pochi giorni dopo ti aveva telefonato un mio amico, spacciatosi per ufficiale della forestale, che ti aveva accusato di aver tagliato un abete senza la necessaria autorizzazione. Al tuo "l'ho solo sfrondato un pochino" siamo scoppiati a ridere svelando lo scherzo, ma per un paio di settimane ho dovuto girarti alla larga.

La morte è una brutta cosa, è il respiro che è un rantolo, è la strumentazione che segue un cuore che non si rassegna a spegnersi, sono i tubi, le luci fredde e le infermiere che passano in silenzio. La morte non sei tu, che l'hai presa in giro troppe volte, che ci hai abituato a svangarla, anche quando i medici ci dicevano che non rimaneva altro che pregare.

Siamo stati i tuoi figli intesi come titolo di proprietà, cresciuti con il giusto rigore, mi sento ancora adesso così tanto figlio che mi stupisco di essere padre.
Da te ho ereditato l'amore per lo sci e la montagna, anche se non hai mai visto di buon occhio la mia passione per l'arrampicata.
Sei stata quella che ha insegnato a mia figlia a saltare nelle pozzanghere a piedi uniti, che quella volta là bagnate da far pena e schizzate di fango fin nei capelli, si faceva fatica a capire chi fosse la nonna e chi la nipote.

Sei quella che ha cacciato via non da casa bensì direttamente dalla val di Susa il mio amico Renè, colpevole di avermi convinto a salire una via lunga, alla parete dei Militi, senza averti informato prima. Siamo tornati a sera tarda, ti eri spaventata parecchio. Accadeva almeno vent'anni fa.

Sei quella che tentava di arginare un bambino forse esageratamente esuberante come ero io con un'educazione che prevedeva una dose massiccia di punizioni corporali (ho diversi modellini di navi assemblati minuziosamente spazzati via da precisi lanci di zoccoli, disciplina di cui eri campionessa olimpica in carica). Sei quella che mi imbarazzava raccontando ai miei colleghi di adesso tutto quello che combinavo da piccolo, sottolineando la necessità del tuo metodo montessoriano, ma che adesso dici che sbaglio se alzo la voce con mia figlia.

Mi mancheranno la quotidianità delle nostre telefonate di sera, in auto tornando a casa, le incazzature quando venivo a conoscenza di cosa avevi combinato che non avresti mai dovuto fare, da sola in montagna, e che avrei potuto fare benissimo io al primo fine settimana -  ma già, tu hai così tanto da fare e non voglio disturbarti - mi rispondevi sempre.

"Tuo padre è stato un grande uomo e di fianco ad esso c'è sempre una grande donna. Sono triste per la notizia, ma felice di averli conosciuti entrambi", è il messaggio che mi è rimasto appiccicato addosso.

Sei l'ultima nonna rimasta di una ragazzina che da ieri ha gli occhi smarriti ed una ferita nel cuore, a quell'età sono così difficili da curare.

Questa volta dobbiamo lasciarti andare, e dentro di me sento comunque che è giusto, anche se sempre maledettamente troppo presto. Dovevo finire di progettarti la veranda, me lo rimproveravi spesso perché la desideravi da sempre, pensavo di poter avere ancora tempo. 

Renè mi ha telefonato oggi, aveva il groppo in gola - Mi voleva bene, anche se mi ha cacciato da Bardonecchia - mi ha detto. Domani sarà ad accompagnarti, tra le nostre montagne, la parete dei militi e il suo tappeto di aghi di pino sarà a pochi passi.

A voi che passate di qua, banalmente posso dire di non smettere di essere figli, voi che ne avete la possibilità, non comportatevi da adulti, anche se avete tutti gli anni che avete, sentitevi bambini, andate a prendere la carezza che forse non è più abitudine, ma che vale più dell'oro. 

Ed a te, invece, ostinata e testona come solo tu sai di essere, con il bene che ti voglio adesso vai, che lassù, in una giornata meravigliosa tra nuvole e sole, c'è un grande uomo, che non vede l'ora di abbracciarti di nuovo.


martedì 6 maggio 2014

Gli occhi dorati (prima parte)

Gli ultimi regali che ha ricevuto sono stati l'IPAD per il suo ottantesimo compleanno ed una motosega per quello dell'anno precedente. Già questo la dice lunga su che facile personaggio sia mia madre, e forse spiega in parte anche il carattere che mi porto appiccicato addosso.
Testa dura da montanara ostinata, uno di quei caratterini da muro o non muro tre passi avanti che te lo raccomando.
Lavoratrice fino allo sfinimento, diversamente amichevole, ostinatamente indipendente, fermamente convinta di essere indistruttibile.
E no, non sto parlando di me.
Recentemente, dopo un infinità di tempo trascorsa in stupide ostilità abbiamo ripreso a parlarci. Le ho chiesto di aiutarmi e non ci ha pensato un attimo. Lo sta facendo ancora, non fosse stato per lei avrei già dovuto vendere casa.
Ne ha passate tante, che già solo la metà avrebbe avuto ragione di uno come me e per fortuna nostra non è ancora stanca. Anzi, non la smette nemmeno per un attimo di rallentare, di darsi una regolata, di piantare quattrocento tulipani in giardino con quel cipiglio che ti sfida a dirle qualcosa.

Ogni tanto, ma non troppo spesso perché poi altrimenti mi abituo, mi manda una mail con l'Ipad, oggetto che la delizia e che al contempo la fa incazzare di brutto perché non riesce a trovare le foto che vorrebbe allegare, se inavvertitamente appoggia un dito sullo schermo quello, bastardo, aggiunge subito una serie di ppppppppppppppppp e non si ricorda come cancellare se ha scritto male. Risultato: mi arrivano mail tutte sgrammaticate, piene di doppie e con 32 foto del terrazzo, dei suoi piedi e del giardino preso di storto. 
Io le rispondo pregandola di smettere con i superalcolici e lei di rimando mi dà dello "struzzo", giusto perché è una signora di una certa età (non provate a definirla anziana) e termini meno appropriati non le si confanno.
Da giovane era incredibilmente bella, ho alcune foto di lei in posa sugli sci che ricorda una diva del cinema, con il sorriso abbagliante e gli occhi azzurrissimi discretamente nascosti dietro un paio di occhiali da sole molto glamour. Della sua bellezza di un tempo rimangono quegli occhi azzurri cosparsi di piccole pagliuzze dorate, che tante ne hanno viste, che tante ne hanno passate. Occhi che ti guardano dentro che ti sanno e sorridono, occhi che hanno un rimpianto che in fondo è lo stesso mio quando osservo mia figlia crescere troppo in fretta, occhi che ti dicono vorrei, vorrei giuro tornare indietro, rivederti crescere, ti ho lasciato ragazzo che era ieri. Vorrei avere tempo ancora e assaporare momenti che sono passati troppo in fretta, ritrovare i miei anni su un prato d'estate con il profumo dell'erba tagliata di fresco e ridere, e ritrovarti.

Il primo incontro con mio padre è stato da film.
Lui, poco più che ventenne, era un giovane geometra di belle speranze e pochi spiccioli e lavorava a Torino per un'impresa di costruzioni, il cui titolare aveva un metodo militaresco nella gestione delle vite dei propri dipendenti. Nella cittadina di montagna dove mia mamma viveva l'impresa aveva un cantiere, a quel tempo gestito da un collega di mio padre, anch'esso giovane e molto incline a correre dietro alle belle fanciulle, il quale si era perdutamente invaghito di quella ragazza così carina. Purtroppo per lui, della liaison giungono notizie giù in sede dove, per paura che l'andamento del cantiere potesse risentirne, si decide per un rapido cambio di gestione: sù in montagna quel geometrino giovane che è a Torino, quello magro e lungo, con un improvviso aumento di responsabilità che vediamo come reagisce, e richiamiamo in città l'altro, quello con la testa un po' troppo per aria, a farsi passare i bollori tra calcinacci, il brontolio delle betoniere e manovalanze sudate. 
Il pretendente non ha nemmeno il tempo di obiettare ed a malincuore in quattro e quattr'otto parte. A Torino incontra il collega che deve ricevere le consegne ed oltre a quello gli passa anche un mazzo di rose rosse, per la sua bella lassù tra i monti iollalàiuu, raccomandandosi che li riceva prima possibile.
E mio padre, con negli occhi ancora quel mare ruvido che l'ha visto nascere, con una cartella stracolma di progetti e capitolati ed un mazzo di rose appoggiati sul sedile del passeggero dell'auto, parte per la montagna per la prima volta nella sua vita. E non sa ancora che quel mazzo di fiori gli avrebbe cambiato la vita.
Arriva lassù e come prima cosa pensa di consegnare i fiori alla bella del suo collega. E non appena vede mia madre, vuoi l'altitudine o la minore quantità di ossigeno, fatto sta che rimane a bocca aperta. E mia madre, che aprendo la porta se lo trova lì magro e lungo come un giunco, come fulminato e con un mazzo di rose in mano, scappa.
E pensa, in quell'attimo esatto - questo è l'uomo che sposerò. 
Ed io, a quell'impresario là, che ha deciso le vite altrui come se fossero gli spiccioli che tieni in una tasca, per questa e per molte altre storie, devo proprio parecchio. 

lunedì 3 marzo 2014

Mi fermo

Un minuto.
Lascio che tutte le grane e la rabbia che monta e questa disperazione a tratti così violenta da spezzarti il fiato si spengano, almeno per un poco.
Li metto da parte, li chiudo nel fondo di un baule e cerco di dimenticarmeli per fare posto a te. 
E torno qui, in questo che è uno dei miei posti sospesi, che ultimamente non ho nemmeno più il coraggio, di passarci da qui.
E scrivo semplicemente auguri, Ciccia mia. Tu che sei il mio amore più bello. Tu che sei i miei sorrisi che partono dal cuore, perché non si può non sorridere, quando ti spalmi sopra di me per guardare la televisione, lunga come sei.
Tu che sei un bene che assomiglia ad un vago dolore, per la velocità con cui cresci, e quel tuo lento e giustissimo allontanarsi.
Tu e il tuo terzo buco nell'orecchio come regalo di compleanno, ed io che a momenti non ho più nemmeno la testa per ricordarmi che giorno era ieri.
Tu che non vuoi la torta dal pasticciere, perché quella di mamma è più buona, ma che invece capisci benissimo, sembra che non ascolti ma sai e fai la tua piccola parte.
Tu ed i tuoi quattordici anni nuovi splendenti, di sole e fiori profumati, di risate e corse sfrenate e di sogni, tanti sogni.
Tu che sei così, insieme già così grande e piccolissima, timorosa e coraggiosa.
Tu che hai i miei occhi, ed ogni volta che li guardo mi ci perdo.
Tu che sei il mio fiore di marzo, che quando te la canto cambiando il mese ti commuovi e mi dici di smettere.

Tu che una volta ho avuto paura di perderti, e quindi non passa giorno in cui non pensi che sono un uomo con una fortuna grande così.
Perché tu sei qui.


mercoledì 8 maggio 2013

Dicono di me

che sbaglio. Che molto probabilmente ho bisogno di una sana vera vacanza - e probabilmente è vero, Dio solo sa da quanto tempo non mi fermo a respirare con fiati composti da respiri lunghi, misurando il tempo, ascoltando battiti regolari. Chissà da quand'è che non mi dico convinto andrà bene, che ogni pieno di gasolio non è un tracollo insanabile, che riesco a guardare questo posto qui e la sua gente senza avvertire un senso di angoscia che prende alla gola.
Dicono di me che prendo tutto troppo sul serio, che sono inflessibile e severo, sempre troppo al limite, che con me le cose o sono bianche o sono nere, e quando qualcuno non la pensa alla mia maniera per me è subito contro.
Intransigente. 
Certo è che ultimamente urlo parecchio. Urlo per un niente, urlo con le vene che, con una facilità disarmante mi si gonfiano sul collo, e con il tono di voce che va su in un lampo, senza quasi che possa far niente per evitarlo.
Urlo come forma di liberazione e ribellione ad ogni prevaricazione e stupidità anche se questo, ironia della sorte, mi fa sentire stupido, urlo perché non riesco a raddrizzare le cose, urlo perché magari non avrò altre valvole di sfogo, perché non ho costanza e tempo e forse neanche tutta questa voglia di rimettermi nuovamente a correre. Urlo perché mi sa che ho finito i sogni.

E me ne sono reso conto anche l'altro ieri di quanto sia diventato un perfetto idiota, là in quella piazza, con la mia voce amplificata dalle geometrie dei portici bassi che rimbalzava sulle pietre del selciato, tutti i miei  ringhiosi perDio tirati a denti stretti  e i passanti che guardavano di sottecchi la scena, sfilando via frettolosi. E mentre, tra me e me mi davo del discreto coglione, non riuscivo a comunque smettere, con ogni nuovo pensiero che era più furibondo del precedente, un mare oscuro in tempesta dove ogni ondata veniva subito sovrastata dalla successiva.  
E dire che, solamente due giorni prima,  in casa D&R era volato un piatto - coniglio alla ligure il suo contenuto. Uno scatto improvviso del polso da sotto in su e la stoviglia era decollata con eleganza dalla tovaglia roteando sul suo asse, descrivendo un'ardita parabola e rilasciando bocconcini di coniglio, olive e schizzi di sugo, piccoli gustosi missili che erano stati sparati tutto intorno. La gatta si era leccata i baffi.
Mia figlia invece si era messa subito a piangere. Mi sono ricomposto, ma che volete, il danno oramai era fatto. 
La sera, nel suo letto, mani nelle mani ed occhi negli occhi le avevo poi chiesto scusa, cercando di minimizzare, provando a scherzarci persino su e le avevo anche domandato perché mai si fosse messa a piangere. Lei mi aveva risposto che aveva avuto paura di me. 
Paura di me. 
Le ho chiesto se ricordasse che le avessi mai dato una sberla. Mi ha risposto che no, lo sapeva bene, nemmeno quella volta che aprendo di colpo la portiera della mia auto l'aveva mandata a sbattere contro la fiancata della macchina della consorte - tutte e due fresche di carrozziere - l'avevo mai toccata ("però anche quella volta lì mi avevi fatto paura, ma eri arrabbiato diverso"). Ma, guardandomi negli occhi che non sorridevano mi ha detto che quando sono così, quando ho gli occhi cattivi  non riesce a non avere paura di me.
Le ho promesso di cercare di lasciar correre. Le ho promesso di cercare di essere il suo solito papone che scherza e che ride e che se la porta sulle spalle la mattina quando la sveglia anche se è lunga quasi quanto me. Le ho promesso di raccontarle ancora storie la sera, e ci siamo detti che è proprio da tanto che non facciamo una bella conta dei peluches, di quelle che poi ci nascondiamo il gatto dentro. 
Sarò buono, promesso.

E son durato due giorni, proprio un bel record.
E dopo, quando tutto si era acquietato, quando ti senti improvvisamente così stanco da preferire il silenzio e  tenere gli occhi chiusi su tutto, era perfettamente inutile domandarle ancora una volta scusa. Ovviamente non era con lei che  ce l'avevo, ma lei era lì, insieme ad altri, in un'occasione di pseudo festa familiare. Chiunque dotato di un minimo di buonsenso avrebbe preferito lasciar correre.
Non aveva senso scusarsi, le ho parlato. Le ho detto con la voce bassa e disperata che non so. Che non so perché mi debba arrabbiare così, non so se non riesco a vedere chiaramente o meno le cose, non so più nemmeno distinguere se abbia ragione o torto e probabilmente sbaglio, sbaglio su tutto, sbaglio a vedere, sbaglio a capire, sbaglio ad urlare. 
La sua risposta mi ha lasciato senza forze. 
"Non so se sbagli papà - mi ha detto, con la sua voce più morbida - forse no, magari avevi ragione. Però dopo che hai urlato in quel modo mi sono sentita solo molto triste".

La Ciccia, tredici anni di meraviglioso donnino, non se lo merita proprio, uno così, che le fa paura e che la renda triste.
Non posso farle promesse che non so se riuscirò a mantenere. Non so quanta capacità io abbia, oggi di scuotermi di dosso il peso delle cose come si fa con la polvere di una strada terrosa dall'orlo dei jeans. Non ho occhi sereni, non ho orizzonti lontani. 

Non le ho detto "cambierò, promesso". Le ho detto che ci proverò. Che proverò ad ascoltare il suono del suo cuore, ad imprimermi bene in mente la morbidezza della sua mano quando stringe la mia, proverò a ricordarmi il colore dei suoi occhi, di nocciole e settembre. Proverò a provare. A cercare una soluzione  diversa, ad inventarmi una storia dalle forme delle nuvole, ad indovinare un arcobaleno, perché pare che accada proprio così, anche dopo la peggiore tempesta, se presti attenzione là in fondo, dove le nuvole si stracciano, guarda bene, che è lì che ti aspetta. 


On air: C. Cremonini: Dicono di me