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martedì 25 giugno 2019

Ricomincio da me

Le persone crescono, si avvicendano le fasi della luna, i rapporti si evolvono, a volte inspiegabilmente esplodono in mille fuochi d'artificio oppure si deteriorano e consumano senza particolari colpe, gli obiettivi nel tempo subiscono modifiche, gli sguardi si spostano oltre, i percorsi variano, strade incrociano altre strade, traguardi a lungo sognati si allontanano, capita che perdano improvvisamente di significato. 
Io stesso, nonostante mi veda sempre uguale ma so che non è così, muto sottopelle, cambio orizzonti e carattere, rivedo le mie priorità, mi piego ma non mi spezzo al variare del vento che, alle volte, cerca di travolgermi, strapparmi dalle mie radici, se mai ne ho avute.

E’ un momento non facile. La vita facile non la è mai, schiacciasassi senza pedale del freno, e non puoi rallentarne il corso per valutarne cause e conseguenze, con te o senza di te va prosegue inesorabilmente avanti, mi domando se ci sia qualcuno che possa pensarla diversamente. Il lavoro mi dà soddisfazioni anche se mi prende tutto, mano gigante che stritola le mie risorse, monopolizza la quasi totalità delle mie energie, i giorni si susseguono ad altri, le settimane si snocciolano una via l’altra senza sosta, ne inizio una nuova con la strana consapevolezza di averla già terminata ancor prima di partire ed anche il sabato, che un tempo serviva per smaltire gli eccessi e metter giù un qualche post da tranquillo, adesso è diventato una costante che mi prende fino a tarda sera. La domenica mi costringo ad andare a correre e fortunatamente, anche se controvoglia, mi do sempre ascolto. E mi fa bene, quell'ora di asfalto pestato e musica nelle orecchie a liberarmi la mente ed il cuore allontana la rabbia, quella cattiva e definitiva dalle vene, che si distilla nelle gocce di sudore, si dissolve nel fiato e me la lascio alle spalle, quasi disintossicato, liberato da una sorta di veleno maligno. Posso dire che, soprattutto grazie a quest'ora di fatica e feroce ostinazione la mia fedina penale non riporta, ad oggi, alcun tentato omicidio.
Ho cambiato il modo di vedere le cose ed il mio conseguente modo di agire. Mi son fatto crescere la barba e mi son comprato un paio di scarpe nuove, di discreta figaggine. E' un sacco di tempo che non pensavo per primo a me. Anzi che non pensavo a me e basta.

Ho fatto un profondo esame di coscienza ed ho deciso che basta. Basta con quello che non va, che non mi piace o che non si può. Ho rielaborato le priorità, mettendomi risolutamente al primo posto, sopra tutto e tutti, un po' di fottuto egoismo dopo anni ed anni a preoccuparmi sempre prima degli altri ci sta. Ho allontanato con un gesto della mano la “gente”, gli inutili, gli approfittatori, i questuanti, i succhiatori di energie, i maestri del lamento. Ho eliminato dal mio intorno i bugiardi e quelli delle mezze verità, che sono ancora peggio, chi prende sempre senza pensare a voler ricambiare non certo per ristabilire un equilibrio ma perché ti va di farlo. Ho rimosso chi si sente superiore, chi il bene te lo concede un tanto al chilo, chi vuol far comunella per recare danno ad un terzo, chi vuol esserti forzatamente amico unicamente per i propri scopi. L'ho fatto con una semplicità disarmante senza preoccuparmi delle conseguenze, l'ho fatto senza distinzione di sesso, età, parentela, amicizie datate o meno, voilà, una rapida passata di scopa a liberare i cocci e via nell'indifferenziata della mia esistenza. Ho allontanato il fastidio di chi non si preoccupa di cosa pensi, di quelli a cui non manchi, chi prende senza chiedere, chi puntualmente arriva solo nel momento del proprio bisogno e dopo aver preso scompare. Ho smesso di cercare attenzioni ed accomodamenti, di ragionare con gli imbecilli, quelli dei “perché sì” e degli “si è sempre fatto così”, un persona dotata di intelligenza e saggezza una volta mi ha detto che discutere con questi non serve e che, da fuori, non si riesce a comprendere chi sia l’imbecille dei due.

Ho smesso con le frasi accomodanti, con le parole di convenienza e quelle di circostanza. Ho rinunciato a tentare un dialogo con chi parte dal presupposto di avere la ragione assoluta in tasca, con quelli che se non ti va bene così va bene uguale, con quelli dell'ho deciso che facciamo, con i fondamentalisti e con le persone sterili, inutili figure senza spessore, che ti vagano intorno come le ombre della città incantata di Miyazaki.
Mi sono imposto di dire quello che penso, sempre ed al di sopra di ogni pseudo convenienza di ritorno che ti vorrebbe zitto ed accondiscendente, un po’ come l’orientale della pubblicità, che sovrappensiero dice “Idiozie!” al capo vestito di bianco, ma senza l’alito rinfrescato alla menta dal magico chewingum.

Ho sfrondato tanto ma ho la sensazione di aver perso poco, l’ho fatto per una mera questione di sopravvivenza, ho tagliato basso, quasi rasoterra, non mi sono permesso di andare per il sottile. Ed ho fatto dei sacrifici che, probabilmente, andavano fatti e qualche danno, mi si scuserà. Ho smesso di essere presente dove probabilmente lo ero troppo, e se da un lato questo poteva sembrare una cosa buona, per tanti versi non lo era più, la sensazione che quello non fosse il mio posto era sempre più pressante. Il bene, quello vero e forte, a volte presenta strade contorte.
Diversamente dal mio carattere L’ho fatto senza arrivare alla misura colma e pertanto senza urli o strepiti. Non ci sono state prese di posizione, grida o parole rabbiose che in passato mi hanno contraddistinto. Ci sono state porte chiuse definitivamente senza doverle necessariamente sbattere, telefonate che non meritavano risposta, una semplice, irresistibile e precisa voglia di girare le spalle ed uscire di scena a cui ho dato ascolto. E quando ti allontani da qualcosa, che sia un posto, una persona o una situazione e stai bene nel compiere quel gesto, quando non ti ostini a rimanere, a tentare di sanare ciò che sanabile non è, vuoi per codardia o rassegnazione, scopri che fai tanto bene perlomeno a te stesso.

Ho semplicemente modificato i miei percorsi, riesumando le mie sfide più antiche, le ho tirate fuori come le bocce con la neve dentro, dalla scatola su in soffitta e le ho riposte in bell'ordine, sulla mensola grande, quella che riceve quella luce speciale di traverso al calar del sole che le fa splendere di luce dorata. E mi sono “bastato” nuovamente, non ho più concesso a nessuno di stare al centro del mio mondo e delle mie attenzioni senza il mio permesso.

“Alla via così”, direbbero quelli che sanno andar di vela, assecondando il vento, cercando dove spira più forte, inseguendo le nuvole e l'orizzonte.

Ricomincio da me.
[On air: Negramaro: Basta così]              

mercoledì 29 agosto 2018

Mille splendidi sogni (quasi) infranti



N.B. Post iniziato a scrivere tempo fa. Poi le mille grane, il poco tempo a disposizione, mi hanno allontanato da qui.

Negli ultimi mesi ho corso. Tanto
Ho corso perché in quei passi veloci che tirano sulle gambe ho ritrovato un po' di quel me nascosto anche a me stesso, insieme ai miei sogni più inverosimili e spregiudicati, alle mie speranze assurde che si ostinano a non voler abbandonare la mente. Ho ripercorso marciapiedi e fatiche, attraversato nebbie intente a giocare con filari di alberi, ho visto il mio fiato uscire in sbuffi densi e l'ho lasciato a dissolversi alle mie spalle.
Ho sentito i miei passi leggeri all'inizio e molto più spesso maledettamente pesanti alla fine.

Ho corso perché abbandonarsi e dire - basta, fate un po' come volete, io mi tiro fuori - non fa parte del mio modo di vedere la vita. Ci provo badate, sbuffo e penso che lo farò, che ad un certo punto vaffanculo al mondo e getterò la spugna, poi mi siederò sconfitto su un marciapiede da qualche parte con la rabbia dei perdenti tra i denti, ma poi con la logica degli "solo altri dieci passi" e "dieci passi ancora" e ancora "solo più questi poi giuro che basta", va a finire che la fine della giornata, ancora una volta, su quel gradino non mi ci ha visto seduto nessuno.
E inseguo i miei sogni, loro, molto più veloci e leggeri di me, ma sempre maledettamente, meravigliosamente miei.
Per voltargli le spalle ho tempo. Ancora un po'.

Così ho ricominciato. E, nella rosa dei sogni a disposizione me ne sono scelto uno luccicante, uno bello da inseguire ma impossibile, come mi han detto in tanti.
Numero 51506, D&R, iscritto alla quarantesima edizione della Maratona di Parigi.
Ci hai un'età. Ma perché Proprio Parigi, direte voi.

Perché sì.

Perché ci ho corso che ero giovane come l'aglio e la Senna che mi scorreva a fianco me la ricordo come fosse ieri. Correre era una meraviglia, partivo libero e leggero dal pont Mirabeau fino all'Ile Saint Louis e tornavo indietro che non mi accorgevo neppure di correre, tanta era la bellezza, l'aria, i profumi, che mi circondavano.
Perché Parigi conserva angoli di malinconia che sono miei, che ho lasciato lì ad aspettarmi ed era giunta l'ora che li ritrovassi.

Ho telefonato a Renè, eravamo in settembre; mentre scherziamo e ci raccontiamo gli aneddoti delle nostre rispettive vacanze, con noncuranza sgancio la bomba: "che ne pensi di una corsetta a Parigi ad aprile? E' il quarantesimo". Lui fa una pausa, cambia il tono di voce e mi risponde: "se parli con un minimo di giudizio guarda che non è uno scherzo, e siamo già in ritardo". Io gli rispondo di non esser mai stato così serio in vita mia. "Ma ho deciso di meritarmi questa sfida importante, e se una maratona deve essere, allora deve essere lì". 
Renè, per chi non lo conoscesse, è un mezzo fuoriclasse. Di maratone ne ha corse diverse (ha un personale di 2h 43") è stato anche campione italiano in categoria Amatori su diverse distanze. Insomma un mostro, che, anche se adesso è anziano, continua a correre dannatamente forte. 
"Gioco mio, regole mie", mi dice "Se la facciamo la corriamo insieme, fianco a fianco tutta, dall'inizio alla fine, a me non interessa il tempo. Ma da giovedì prossimo a Parco Ruffini alle 17,30 si inizia a fare sul serio". Inutile tentare di mediare per l'ora sostenendo che ho uno studio ed un lavoro caotico e imprevedibile, e che alle 17.30 sono normalmente solo a metà giornata. "Le condizioni non sono negoziabili". Mi tocca capitolare. 
Il primo giovedì arrivo in ritardo di quaranta minuti, complice un cantiere distante. Renè sbuffa ma mi fa cominciare. "Partiamo piano" sa di presa per i fondelli, lui davanti io dietro. Sceglie i ritmi - giusto per rompere il fiato - e per un'ora e mezzo mi massacra. Finisco che ho la lingua sotto le suole e male ovunque. Mi lascia anche i compiti a casa, dei piani di allenamento ogni due giorni, e devo inviargli lo screenshot di Endomondo a fine corsa. 
Il secondo giovedì tardo di nuovo. Questa volta si fa serio e mi dice che se arrivo in ritardo ancora una volta la finiamo lì. - Hai scelto un impegno - mi dice - e questo impegno viene sopra ogni cosa, sopra il lavoro. Se ti dico di correre corri, nessuna scusa. E se non ti sta bene non ho intenzione di andare avanti a sprecare altro tempo. 
Da quel giorno in poi non ho più tardato. 

Il 24 settembre mi arriva la mail: "Félicitations, vous êtes bien inscrit au Schneider Electric Marathon de Paris le dimanche 3 avril 2016 ". Abbiamo finito di far finta, ho il biglietto, ho prenotato il treno e scelto l'albergo vicino all'Arc de Triomphe, ho l'adrenalina a mille e telefono a Renè che mi confessa, molto candidamente, di non essere riuscito ancora a fare l'iscrizione. Ma abbiamo ancora almeno un mese di tempo - mi rassicura - non serve tutta questa fretta. Il 24 ottobre le iscrizioni vengono chiuse e scopro che se ne è bellamente dimenticato. Riuscirà comunque, non so ancora come, a recuperare un'iscrizione grazie alle sue conoscenze all'ultimo minuto. 

E in quel periodo la corsa diventa la mia vita. Riempie il mio mondo, i miei pensieri, ogni mio momento libero, non lascia spazio ad altro. Mi si insegna a dosare l'energia, a tenere un passo costante, ad andare piano per andare più forte. Cominciano i lunghi e i lunghissimi - il primo di questi mi stravolge - per poi iniziare tutto da capo aumentando di volta in volta il ritmo. Diventa un impegno vero. Corro la mattina presto o la sera tardi, immerso totalmente in me, nei miei pensieri, nella mia determinazione. Cado due volte, complice il buio, rientro sanguinante ma non mi fermo. Corro con Renato e la sua capacità di insegnarmi, la sua pazienza, il suo impegno, la sua incredibile forza d'animo. 
In poco più di tre mesi corro circa 450 km, e pian piano inizio a farlo diversamente, a spingere e non a trascinarmi. Rientro sempre stravolto ma deciso più che mai a non fermarmi. Corro con la pioggia, con il gelo aggrappato alle dita, con lo scaldacollo sulla bocca a riscaldare l'aria di ghiaccio, con il miraggio della doccia calda da cui è sempre difficile uscire.
Una sera di febbraio arrivo a casa intorno alle 20. Mi cambio velocemente e vado. Ho in programma qualcosa di veloce, due volte i 5 km ad un ritmo medio. Un veloce riscaldamento e via. Vado bene, ma dopo il primo giro una fitta dolorosa dall'interno coscia mi si propaga per metà gamba. Mi fermo e smette. Riprendo e ricomincia. Decido di finire il giro, lo finisco male e dolorante. Telefono a Renè, il quale mi dice che forse abbiamo preteso un po' troppo da me, che abbiamo tenuto ritmi troppo serrati complice il poco tempo a disposizione. "Prenditi tre giorni di pausa, non fare nulla, nemmeno bici, riposati, che te lo meriti, riprendi lunedì". Così faccio, in tre giorni il male svanisce completamente, e mi sento bene, in forma come poche altre volte, forte. 
Lunedì sera arriva che, dopo tanto tempo, ho veramente di nuovo voglia di correre e andare, mi sento bene, benissimo. Parto.
Il male mi aggredisce dopo meno di un minuto, una rasoiata dall'inguine al ginocchio sinistro, un dolore che impedisce la falcata, provo a forzare di meno ma niente da fare, correre è diventato impossibile. Mi fermo sconsolato. Mi rivolgo il giorno dopo a un fisioterapista, uno bravo, uno di quelli che vedrai che ti rimette a posto
La diagnosi è infausta e veloce: "Pubalgia, almeno un mese, un mese e mezzo di stop e poi lenta terapia di recupero". Mi arriva addosso un macigno. Non è possibile, sostengo io, tra un mese e uno spicciolo di giorni ho la maratona, non posso, è assolutamente fuori discussione. "Anche se avessi la finale di Champions domani - risponde lui placidamente - non cambierebbe nulla. Ti fermi qui, ora. Non si può fare diversamente. 
Renato ha il morale a terra forse più di me, pensa forse di avermi spinto troppo, di aver forzato eccessivamente. Ma la colpa non è sua, il tempo, la forma, era tutto  troppo tirato.

Il sogno, il mio bellissimo, incredibile, luminosissimo sogno, si infrange, una miriade di frammenti brillanti mi crollano dolorosamente addosso.  

[continua.....    ]

On air: e nel frattempo, il boss, si diverte a prendermi in giro 

venerdì 31 maggio 2013

Ehi voi

Che a quest'ora sicuramente ancora poltrite nei vostri comodi letti. 
Qui si corre. 
Sappiàtelo.

sabato 18 maggio 2013

Sorge dal mare

Il sole sorge dal mare, in questo mare che di giorno è un'immane distesa colore del fango.
Strano per me, questo brillare di luce tagliente che invade prepotente la mia camera d'albergo, la mattina presto. Strano per me, che il mio sguardo non ha abitudine a spaziare così in questa maniera, io che ho un mare diverso stampato nel fondo degli occhi e di quel mare ho preso forse il suo stesso animo, un animo che calmo non riesce a stare più di tanto. Questo mare liscio di qui non respira fremente di forza sotto la pelle delle onde, non ha ansie ed anse e scogliere ruvide al tatto a nasconderne la vista, non ha quel sapore tra i denti e quel colore blu profondo ed il rumore incessante di sassi che si rincorrono nella risacca, onda dietro onda. 
Strana per me questa lama fredda e luccicante, che nel mio mare invece il sole ci si immerge dentro la sera, caldo sulla pelle delle braccia, mentre il cielo esplode di rosso e si allaga di riflessi profondi.
E strano è stato anche questo viaggio, che non so, ma nella logica delle cose è candidato per essere forse l'ultimo per la mia auto, che ogni volta che dico quanti chilometri abbiamo percorso insieme tutti strabuzzano sempre gli occhi, e per la prima volta nella sua vita ha fatto un viaggio rispettando giocoforza - e di molto anche - ogni limite di velocità. Una due giorni intensa di aggiornamento tecnico, insieme a tanti che fanno più o meno il mio stesso mestiere. Ed una cena di gala a cui non ho volutamente partecipato, perché, per una volta, avevo di meglio da fare, per me stesso e basta, il mondo ogni tanto si fotta pure. Ritrovarmi nelle mie scarpe e nei miei passi veloci, su di una strada di pensieri tutta da inventare, con le mie note di sempre nelle orecchie, annusando sogni che proprio non mi riesce di smettere di sognare. Ed è stato facile rincontrare i gesti delle mie dita che fanno il doppio nodo alle stringhe,  i primi passi e poi via, il resto è un marciapiede che si srotola troppo piano, sprazzi di luce dei lampioni che ti vengono incontro e si perdono indistinti alle spalle, le poche coppie che si spostano per lasciarti passare, un cane che sembra indeciso se annusarti al passaggio o tentare l'addentata al volo del polpaccio, il buio nero della distesa liquida dietro alle cabine scrostate che si contrappone alla fila disordinata degli hotel scintillanti di luci, dalla parte opposta della strada.
Sono qui. Sono qui ancora.

E poi, se ci pensi bene, non è così strano trovarmi di nuovo su questa passeggiata, alle sei del mattino del giorno successivo. Allacciarmi con cura le scarpe, indossare il cappellino del CUS che mi ha dato la mia Ciccia (gliene avevano regalati due e lei mi ha gentilmente concesso quello che mi piaceva di più), far partire il conto alla rovescia di Endomondo fino al fatidico "libera le endorfine" ed ecco che i primi passi elastici di corsa sono già alle spalle, ritrovando un'abitudine, forse, nonostante le grane e ogni fiato amaro di questi ultimi tempi.
Sono qui, sono qui ancora. E sono io.
Io con i miei occhiali scuri ed i capelli che ondeggiano ad ogni passo. Io ed il fiato dei polmoni che esce regolare. Io e le mie scarpe che hanno buchi nuovi, ma di cambiarle non è di sicuro arrivato ancora il momento, io e questa strada con le panchine che sembrano barche, e quest'alba che s'intensifica lieve, il traffico rado, le poche persone che puliscono la spiaggia, le piattaforme in equilibrio sul filo dell'orizzonte e queste onde che accarezzano la spiaggia. Io ed i miei sogni e le mie contraddizioni, che con gli ultimi non ho ancora imparato a conviverci ed i primi ho imparato a sognarli troppo tempo fa, ma no, mi rendo conto che non ho ancora smesso, se bastano quattro passi veloci e me li ritrovo tutti quanti qui, a spingermi in avanti.
I chilometri mi vengono incontro con troppa lentezza e passano oltre, incontro pochi runner che mi fanno vergognare del mio avanzare ma va già bene che non sia finito sotto una tenda ad ossigeno, le gambe si fanno sentire imprecando.

Poche impronte, su questa lingua di sabbia dura e conchiglie, se la mia Ciccia fosse qui con me a quest'ora  invece di correre saremmo tutti e due inginocchiati per terra a cercare la più grande e più bella, quella con i riflessi di madreperla, ridendo dei paguri che tentano di sottecchi sfuggire alla cattura riguadagnando la sicurezza delle onde. Lei, che sotto un cielo lontano a quest'ora sicuramente ancora dorme, lei che mentre penso ai suoi sogni  mi alleggerisce i passi, lei che mi dona sempre la forza di un sorriso. Il passo è un martello incessante, nonostante la fatica che aumenta la voglia non si esaurisce, era troppo tempo che non mi trovavo da solo con me ed avevo troppe cose da dirmi, troppe cose da ascoltare, troppi nodi da sciogliere, troppa musica da farmi fluire nelle gambe e nelle braccia, troppi sguardi da portare lontano, troppo vento da sentirmi addosso, troppi errori da ammettere, troppe domande ancora a cui devo saper dare delle risposte. E la strada ti dà ragione, ti asseconda e ti dice vai che ne ho quanta ne vuoi, passa nei muscoli delle gambe e nelle orme che lasci, in qualche strana maniera assorbe la rabbia, i pensieri sbagliati, quelli contorti e disperati, strappa i rovi spinosi e le erbacce liberando solo quelli puliti e limpidi, quelli per cui valga la pena di.

Un'ora dopo sono nuovamente ai piedi della fontana grande, quella con le reti da pesca. Il mio hotel è di proprio di fronte. Entro mentre la città inizia piano a svegliarsi con profumi fragranti di pane e caffè. L'addetto alla reception mi squadra di sottecchi, ma non me ne curo.
Il primo sorriso della giornata è tutto mio. E della mia Ciccia, che al telefono sveglio perché si prepari per andare a scuola.

Oggi non ho un muscolo che non mi faccia male. Ma va bene così.


martedì 27 novembre 2012

Un nuovo ricominciare


Lo zainetto monospalla blu, preparato in fretta questa mattina presto, ha tutto l'occorrente.
Anche se, a dir la verità, buona parte del ricco corredo di tute e maglie e magliette che prima potevo infilarci dentro ha non ufficialmente ma subdolamente cambiato proprietario. La piccola, che poi se vogliamo dirla tutta proprio piccola non sarebbe il termine esatto da un bel po', appesi al chiodo con mio notevolissimo rimpianto i pattini da ghiaccio ha allacciato con rinnovato entusiasmo le scarpe da atletica, iscrivendosi alla prestigiosissima Bucodiculoplace Running Team. E quando si ha da andare ad allenarsi tre pomeriggi alla settimana, con il clima umidonebbiososchifido di cui il loco medesimo è permeato dai primi di ottobre fino al mese di aprile inoltrato  (per poi lasciare immediatamente posto all'afa umidiccia ed alle zanzare che, lì, giran con la targa come i motorini) la pargola ha necessità di coprirsi ammodo e ripararsi dalle intemperie. Ovviamente, con lo Spread che impedisce al sottoscritto di avvicinarmi tessera alla mano a meno di cento metri da qualsivoglia bancomat, di soldi per magliette e pantaloni termici proprio non ce ne sono. Ma cercando bene, guarda caso, di roba buona se ne ha in casa un sacco, perché il babbo, scellerato dilapidatore di sostanze altrui - Altrui perché non porti il becco di un quattrino a casa da almeno un anno - ha speso e spaso acquistando, stile balocchi e profumi, capi di alta moda e notevole figaccine, elegantissimi e nel contempo in grado di farti sentire al calduccio pure se ti vien voglia di correre in quel del polo. E così ecco risolto il problema, basta arrotolarle le maniche di un paio di risvolti, fare il movimento medesimo con i pantaloni ed guardala lì la mia Ciccia bellissima e atleticissima, pronta a sfidare ogni intemperia con lo stile e la classe esaltata dall'abbigliamento del suo papà. Guardala lì, che cresce, suda e s'affanna, che prova e si confronta, che alle gare arriva come arriva ma non si scoraggia, che dice sono una velocista, e che così, già che c'è, perde pure qualche chiletto di troppo, ma che poi quando torna a casa, vittoriosa per quei trenta sudatissimi grammi  quotidiani persi, si mangerebbe anche il tavolo per la fame.
E tu che non hai più a disposizione tutta quella roba fighissima di cui sopra, vedi lei, sai che grazie a quello non sente freddo e sei felice lo stesso, o forse ancora di più. 
E allora, dicevo prima di divagare,  nello zainetto monospalla blu, preparato in fretta, metti la tuta dell'Adidas, quella estiva, e sotto ci cacci il caldo pensiero di lei che corre riparata insieme ad un maglione di quelli vecchi e ti senti pronto per la pugna. Di nuovo.
Ed oggi vai. Vai e ricominci, che è il tempo di farlo.
Una ginocchiera a tener ben fermo quel ginocchio che matto e malandato lo è da un sacco di tempo, ma che alla lunga si è tramutato in un bel pasticcio, a giudicare dallo sguardo serio del mio luminare e dalle sue parole tidevimettereintestachetidevioperaredinuovo,  mormorate sotto i baffi.

Sai che infilerai tra poco il tuoi ginocchio in quella macchina, che potresti anche intagliarci col temperino "D&R was here", dalle volte che l'hai fatto.
Qualche chilo messo subito sù, perché tre mesi passati senza correre nemmeno per poter attraversare la strada sono micidiali.
E tu ad interrogarti di nuovo perché sai come sarà, ci sei passato già così tante tante volte da far diventare abitudine anche questi momenti. Sai cosa vuol dire l'emozione di rincontrare le foglie secche accartocciate sul viale, sai che sapore sentirai sulla lingua per l'odore di terra umida e di funghi di questa stagione, sai come sarà il rettilineo incorniciato dai platani, la prima curva e subito dopo la leggera salita, le panchine scrostate e le scritte sui muri. Sai la musica che ascolterai passando sotto alberi oramai spogli con il rumore del traffico di sottofondo, cercando di regolare a quella il tuo fiato ed i passi. Sai che quel signore anziano che legge come ogni giorno il suo giornale passeggiando ti osserverà nuovamente passare, sai il profumo delle piadine del chioschetto e subito dopo l'odore dei binari, di ferrovia e di treni veloci che sparpagliano turbini di foglie impazzite, mentre i tuoi passi troppo lenti cadenzano sulla ghiaia. Sai che non potrai contare fino a dieci per un bel pezzo, sai che il battito del cuore tornerà ad essere da infarto già dai primi minuti. Sai che la voce dall'accento inglese di Endomondo interromperà i tuoi pensieri scandendo ogni chilometro percorso usando troppo spesso il sei. Ma a correre con una gamba sola, ti ha detto il luminare guardandoti serio come poche altre volte ti ha guardato, non puoi mica pretendere di andare anche forte. Corri se proprio non puoi farne a meno, ti ha detto, corri in piano, guai a salite o discese, corri senza spingere, che tanto, con i legamenti in quello stato spingere non puoi. Pensa che, per mal che vada almeno oggi è la giornata del "fai felice un altro runner", che a confrontarsi con te ci guadagnerà un sacco in stima.
Le sai, tutte queste cose, le sai, le conosci, le riconosci su di te, ancora una volta, goccia dopo goccia fino a diventare essenza stesse del tuo sentirti e del tuo stare così, oggi che hai voglia di ricominciare. Le sai e sei grato di rincontrarle ancora, di far nuovamente parte di quel viale, di quelle foglie pestate, della tua immagine riflessa sui vetri della giostra per i bimbi. Poco importa se andrai così piano da sembrare fermo, poco importa se l'indolenzimento al petto non ti farà quasi dormire, la sera successiva. Non sai quanta energia sarai in grado di ritrovare ancora nascosta sul fondo, non sai cosa riuscirai a fare, il tempo d'altra parte gioca il suo ruolo ed a te tocca di correre sempre un pochettino più in salita. Non sai, non serve saperlo in realtà, non oggi, non in questo momento almeno. L'importante è liberare i pensieri, che quelli almeno a correre son capaci da sempre, far l'allenamento ai sogni, in modo che possano andare più veloce, più lontano, più forte ancora. Non pensare ai tempi, al fiato, al Cervino o alla maratona di Parigi, non fare programmi, accontèntati del niente. Anzi, non pensare proprio che è meglio, che pensare fa ruggine, pensare non risolve ciò che deve andare così, non pensare alle parole che fan sanguinare - mi sto rovinando la vita per salvare quel cazzo del tuo studio - immergiti ancora una volta nei tuoi sogni, lasciali correre e corri con loro non pensare e non ascoltare, pensa agli occhi di tua figlia che, oggi, corre col cuore al caldo come il tuo. Il vostro traguardo, è tutto da inventare.
Per cui vai. E buon inizio, di nuovo.

martedì 10 luglio 2012

di barche e di niente

Cos'hai?
Niente.
Ma sei strano.
Dimmi qualcosa che non so. E' che non ho niente, te l'ho detto.
Niente.
E' quando non puoi, non sai, quando non senti, non vedi e non respiri.
Niente.
Non è niente, anzi è il niente, che mi tiene l'anima in gabbia.
Sono giorni appannati, questi. Duri, legnosi, un intrico di fili annodati a tenere strenuamente unito questo sgangherato equipaggio e la sua barca, che non imbarchi più acqua di quanta ancora ne possa sopportare, avanzando inesorabile nelle pieghe, allentandole, sciogliendo l'inchiostro dei quadretti prima che la carta si inzuppi e si maceri senza possibilità di rimedio.

Sono giorni strani, sì. Di gente che ha lo sguardo a volte più smarrito del mio ed io che non sempre ho la forza di dare le giuste direttive, e che ogni tanto mi verrebbe da dire ma vada tutto come deve andare, al diavolo o dove diavolo vuole, e che poi trovo ancora un grano di forza per non dirlo mai. Giorni che si susseguono, uno via l'altro, rotolando, in un continuo che non lascia respiro, non lascia pensieri, né sogni né forze.

E quello che è peggio è che non si lamenta nessuno. Volassero i vaffanculo, qualche buona volta, magari sarebbe fin meglio, si spezzerebbe questo strano torpore. Mi guardano, li guardo, capiscono, non chiedono. Si parla, con una pallida tranquillità, a volte disarmante. Si affrontano comunque i nuovi progetti e si cerca di buttarseli rapidamente alle spalle. Capita che ci si scazzi anche, ovvio, quando la sfiga si accanisce, con un pagamento che ritarda ancora una volta, sai che novità, o con una spesa non prevista che si prende in un lampo i soldi messi da parte per le sospirate vacanze. Ma poi ci si rimette subito in riga, sull'attenti sul ponte, scusi signore, signorsì signore, ad attendere speranzosi nuovi ordini ed una folata di vento di quello buono, che duri e ti permetta di calcolare una buona volta una rotta sicura da seguire.

Ci sperano, forse ci credono addirittura.

E mi sorprendo pensando che ci credo ancora, ciecamente, con tutta l'anima in questa barca qua. Nonostante ogni tanto mi guardi indietro ad osservare il tempo passato ed un altro me a percorrerlo. Ed avrei voglia di dargli dei consigli, a quell'altro me, dirgli di esser meno stupido o spaventato, più paziente ed attento a vivere.

E ciononostante ci credo.
Ci credo perché l'ho fatta quando ancora non sapevo quali acque avrebbe navigato, ne ho studiato le forme ed ho stirato con cura le pieghe, allora, in un tempo in cui tutto era forse più facile ed io ero molto più sereno ed avventato di adesso. L'abbiamo messa in acqua con incoscienza, banda di scriteriati che eravamo e che in parte siamo ancora, l'ho osservata ed ammirata vedendo che galleggiava sicura, senza sbandamenti, e col tempo ho imparato a portarla ed ad ammirarla fiero. E non posso vederla andare, non ancora almeno, non è il suo momento, non è il suo destino e nemmeno il mio.
E allora si serrino le fila, si stringano ancora una volta i nodi. Si scuote la truppa, si turano le falle, si scherza con niente e si scruta lontano speranzosi.
E le angosce uno se le tiene dentro, e qualche volta le scrive.

Le cose che avrei voluto fare, quello che avrei voluto essere.
Niente.

E vivaddio corri, almeno quello, ogni sera, che di giorno il caldo è più feroce dei tuoi pensieri, che strappi la strada a morsi disperati, che parti e ti dici ma che cosa corri a fare, che tanto ti fermerai alla prima curva perché parti e ti senti già stremato ma stremato di dentro, ma poi ancora un passo, ancora uno solo, ed un'altro ancora, e alla fine i chilometri incominciano a svolgersi, lenti e poi via via più veloci ed il male di dentro si muove e ti abbandona, dal petto in giù, fluisce attraverso i muscoli delle gambe e giù verso i piedi e l'asfalto, dove li lasci, ne abbandoni qualcuno, passo dopo passo, fiato dopo fiato, pensiero dopo pensiero. Non vedi, non ti accorgi della gente che pian piano ha cominciato a riempire il tuo parco. Non senti i profumi dell'erba nuova, le voci, le chiacchiere degli alberi, i cani che giocano, la musica nelle orecchie è ancora una volta barriera, una bolla afona in cui mi muovo, il mondo da una parte e dall'altra io, solo io, io da solo, con le mie gambe che vanno, il cuore che martella, io e una striscia che si srotola scura ed un tempo da contare a rovescio, io ed i miei capelli un pò meno lunghi del solito ma che danzano a tempo dei miei passi di corsa, io ed i miei occhi che sono due fessure ferite dal mondo e dal mondo difese da lenti scure, io che da solo ci so stare, ancora una volta, che mi basto nuovamente, che in questa bolla ho il mio tutto, e non pensare mai che questo tutto che ho sappia quasi di niente.

Il niente è fatto di niente appunto, chiamalo assenza, mancanza. Quanto non ho, ciò che non posso, tutto quanto ho perso ed invece ciò che ho perduto, che sono due cose distinte, perso o perduto senza cattiveria certamente, l'ho imparato, ciò che ho smarrito, e quello che invece ho lasciato, per caso, per forza o perché non poteva andare diverso, che le ho appoggiate sulla cima arrotondata di un'onda e sospinte delicatamente verso il mare aperto, come una piccola barchetta di carta.

A volte la paura di perdere le cose te le fa perdere più in fretta, dicono.
Non ho grossi rimpianti, in fondo.

Lo vedi, che avevo ragione?

Alla fine, non ho proprio niente.

venerdì 1 giugno 2012

Tipi da 5.30


  •  Ore 4.30- Bucodiculoplace esterno notte. Renè sbuca dall'oscurità, sale in macchina con gli occhi chiusi e borbotta: "quando mi sveglio ricordami che ti devo dire una cosa". Io: "che cosa?" e lui: "la prossima volta che ti viene un'idea del genere sparati. E chiama qualcun altro".
  • Ore 5.00. Una manica di esaltati, in maglietta rossa in piazza Castello e nemmeno uno sbadiglio, come se ritrovarsi lì a quell'ora fosse la cosa più naturale del mondo. Pare che siano in milleduecento. Tra questi ci siamo anche noi. Renato suggerisce ad alta voce di andare tutti a dormire.
  • Ore 5.10. Ci cambiamo e ci mettiamo i pettorali. Breve corsetta di riscaldamento intorno al castello. Renè cerca un bar aperto in cui nascondersi o una panchina su cui sdraiarsi. 
  • Ore 5.25. Io spiego a Renè il tragitto. Si partirà da piazza Castello direzione via Roma e, attraverso un percorso antiorario si ritornerà in piazza Castello percorrendo via Garibaldi. Lui suggerisce di portarci comunque davanti, per evitare l'assembramento.
  • Ore 5.29. Strano, ancora nessuno che ci si affianchi.
  • Ore 5.30. Viene osservato un minuto di silenzio, ma, chissà perché, vicini più alla zona di arrivo che a quella di partenza.
  • Ore 5.30. Renato si gira verso destra. Intravede dei lampeggianti blu, là in direzione dell'arrivo e si domanda il perché. Io osservo che, forse, serviranno per chiudere la fila. Lui annuisce: tutto, a quest'ora del mattino in cui abitualmente dorme della grossa, gli sembra plausibile.
  • Ore 5.30. Laggiù in fondo, dalle parti dell'arrivo, qualcuno grida "PARTITI!!!" Scopriamo che avevo capito male, il percorso è al contrario di come avevo pensato. Renè non si scompone e mi dice, pensieroso: "in tanti anni di gare non mi era ancora capitato di partire per ultimo". Ci guardiamo, scoppiamo in una risata e andiamo all'inseguimento. C'è una calca che si deve fare attenzione, siamo veramente in tanti, belli allegri e via Garibaldi sembra troppo stretta. Qualcuno ci applaude. Qualcun altro si incazza perché vuole passare a tutti i costi e deve attendere qualche minuto. I paletti bassi che servono da dissuasori attentano ai gioielli di famiglia di più di un runner.
  • Ore 5.35. Renato fa uno scatto dei suoi e sparisce, alla faccia del voglio andare piano. Chiuderà in 20' scarsi, un tempo discreto, considerato che il primo chilometro l'ha corso in circa 6'.
  • Ore 5.36. La calca si dirada gli spazi permettono di allungare il passo. Qualcuno mi sorpassa, qualcun altro lo sorpasso io. In tutti i passaggi noto che non c'è stato uno, uno solo che abbia fatto il furbo ed abbia preso mezza scorciatoia. Non ho il walkman, non serve, sento il fiato ed i miei passi, i passi di molti come me. Tutto sommato non sarò un fulmine di guerra ma so correre, cinque chilometri abbondanti non mi impensieriscono. Osservo la mia città svegliarsi piano piano, i riflessi delle luci dei lampioni, le chiese dalle finestre come occhi scuri, le vie, i palazzi storici, i cortili dietro i pochi portoni aperti, a volte veri e propri scrigni che custodiscono tesori nascosti. Ripenso a come l'avevo descritta ieri, trovandomi pienamente d'accordo con il me del giorno precedente. Manca il sole, è una mattinata grigia ed umida. Le luci dei lampioni si spengono ed il chiarore dell'alba aumenta in fretta di intensità. Abbandoniamo dopo poco la pavimentazione a lastroni di via Garibaldi, poi passiamo di fianco ad edifici che conosco: gli uffici del Comune, che frequento abitualmente per lavoro, il Duomo poi, e giù verso i giardini Reali, la Mole ed in un attimo mi accorgo che mancheranno solo più un paio di chilometri e saremo già all'arrivo. Vorrei rallentare per farla durare ancora un pò, sento che sta per finire troppo in fretta. D'altro canto vorrei finire su via Roma accelerando, le gambe rispondono bene. Non ho mai corso così presto la mattina, è una bella sensazione. 
  • Ore 5.56. Dopo aver sentito gli incitamenti di Renè, che mi sprona negli ultimi metri, pigio il bottone sul Polar. 26'55"4, . Considerato il disastro del primo chilometro ho corso i 5' scarsi al km. Non mi lamento.
  • Ore 6.10 Ci gustiamo le ciliegie, buonissime. Ci rivestiamo e ci avviamo verso la macchina. Troviamo il primo bar aperto e ci premiamo con un cornetto appena sfornato.
  •  Ore 6.30. Un viaggio al contrario, la mattina presto, come mi è capitato poche volte. Il traffico non si è ancora svegliato del tutto. 
  • Ore 7.05. Sono a casa. Con un bacino sulla guancia sveglio la mia piccola che deve andare a scuola, oggi compito in classe di matematica. Lei si stiracchia, mi abbraccia e con la voce ancora impastata dal sonno mi dice: "ciao papone mio bello, hai vinto?"
Sicuramente sì.

P.S. Ore 8.39. In studio. La prima incazzatura seria della giornata ci ha provato, a levarmi il sorriso che ho dentro. E' riuscita a scalfirlo, ma solo per un minuto.

giovedì 31 maggio 2012

Solo i pazzi - e 2


No, non è stato esattamente come l'altra volta: perché in questo caso non ce n'è stata una, una sola, tra le persone alle quali ho mostrato il volantino, che non mi abbia dato del matto, da ricovero, da Cottolengo, a dirmi sì sì, sono già lì, aspéttami che poi arrivo, osservandomi storcendo il naso e scuotendo pensosamente la testa. Ed al mio ribattere che invece domattina saremo una valanga mi han risposto che non c'è niente da essere orgogliosi, se di pazzi in giro ce n'è sempre fin troppi. 
Però no, in realtà non è andata veramente così. Perché uno c'è stato. Uno che non ho dovuto nemmeno insistere per convincerlo, che non appena ha osservato il volantino spiegazzato che ho tirato fuori dalla tasca del giubbotto da moto ha piegato il labbro in un mezzo sorriso e mi ha risposto che per evitare di alzarsi così presto tanto varrebbe non andare a dormire affatto. Renè, e chi altri, se no.
- Andrò piano - mi ha poi detto questa mattina al telefono - 3'40" al massimo per non forzare, tanto è una non competitiva - Io, che ultimamente di chilometri ho preso nuovamente a macinarne ma sono sempre maledettamente inchiodato ai 5'10" l'ho insultato come giustamente si conviene e gli ho chiesto di mettermi da parte un bicchiere di ciliegie, quando arriverà, lui e quegli altri come lui del tanto è una non competitiva ma appena sentono lo sparo nelle orecchie non ce n'è per nessuno e si trasformano in belve assetate di asfalto. 
Però è vero che saremo in tantissimi. Già più di settecento, al momento della nostra iscrizione, due settimane fa, e tutto esaurito, ho saputo questo pomeriggio.
E così domattina ritrovo alle quattro e mezza in quel di bucodiculoplace e poi via. Una mezz'oretta per svegliarsi ed arrivare ed alle cinque e mezza la partenza. Maglietta rossa d'ordinanza con su scritto - 5.30 My favourite number - e pettorali n° 955 e 958. Congeleremo la tipica allegra confusione ed osserveremo un minuto di silenzio, pensando a chi sicuramente in questi giorni la voglia di correre l'ha persa, e poi via, nel fresco e nelle vie che saranno percorse solo da noi, i pazzi delle 5.30, i "descentrà", categoria alla quale sicuramente mi fregio di appartenere. A far gruppo, a rimbombare di passi cadenzati i portici, ad osservare le persiane accostate tutte in ordinate fila, a vedere i lampioni spegnersi per far posto a quel chiarore che ogni volta sorprende e ti fa pensare che non è stato poi un sacrificio, alzarsi così presto, a vivere le piazze senza il consueto caos, il traffico, il rumore, il fastidio. A vedere il sole sbucare da dietro la Collina spettinata di Superga, indorando le facciate delle case che si affacciano su via Po, facendo luccicare i binari del tram e riflettendo i primi raggi sul fiume pigro, laggiù in fondo. 
Di questa Torino, la mattina prestissimo riscopri l'eleganza innata che molto spesso non hai modo e tempo di vedere. Un'aristocratica signora, magari un pò snob, ma veramente di classe. 

E poi sarà così, fiato da dosare e gente intorno che condivide questa sana pazzia, e passi veloci sulle vie del centro e poi troppo in fretta ci sarà l'ultimo lungo rettilineo di via Garibaldi con l'arrivo sulla piazza da cui si parte ed in un attimo sarà già tutto finito. Qualche ciliegia piluccata, qualche chiacchiera veloce, sicuramente qualche risata e poi via, che si deve già tornare indietro per una doccia veloce e, alle 8.30, come nulla fosse, si deve essere puntuali in studio. Ma, di sicuro, con una ruga di sorriso in più.
E come diceva il buon Slaymer "Nullum magnum ingenium sine mixtura demientiae"

venerdì 8 luglio 2011

Rivolto al sole

La luce rada e gialla che entra di taglio, accompagnata dallo sferragliare dell'apertura del basculante del garage: ogni mia giornata incomincia normalmente con un viaggio e uno sguardo rivolto all'orizzonte in una determinata direzione. Il più delle volte questa è verso il nord e ciò sta a significar lo studio come meta del giorno, il passaggio veloce sulla tangenziale e la colazione al mio bar con il cappuccino e la sfoglia deliziosa e croccante alla crema di mela, quando c'è ancora, quando non hai fatto troppo tardi tra le lenzuola. Qualche volta il muso della mia auto super rodata lo punto risolutamente verso sud, già pregustando quel mare, pronto ad annusarne appena possibile l'odore di reti e di onde e salmastro e di strida di gabbiani che affidano le ali a quel vento che sa sostenerle. Ed in quei giorni, per incasinato che sia ciò che andrò a fare sarà comunque sempre quasi vacanza e mi porterò indietro rumori dell'infrangersi di onde e sorrisi che sarà difficile poi, spegnere. Raramente mi dirigo ad ovest, che di solito vuol vuol dir montagne e odor di resina di pino ed aria fredda che rinfresca la pelle e scompiglia i capelli, qualche arrampicata di nascosto a recuperare serenità tra le pieghe della roccia che l'ingegnere oggi guardi mi dispiace ma non è proprio raggiungibile o diretto alla mia casa di lassù, al fondo della valle, quella casa  che ha visto così tanta della mia vita e di quelli che amo e che sta diventando malinconicamente e lentamente un pò meno mia.
Quelli verso Est però, la mattina prestissimo, son di sicuro i più belli.
Portano con sè il ricordo flebile dell'ultimo buio che scolorisce sottile sottile, impercettibile, delle sagome scure degli alberi delineate su sfondi di brume grigie, che diventano sempre meno indistinte.
Profumano di cornetti caldi, della focaccia con lo zucchero e risuonano del tintinnare dei cucchiaini nelle tazze dei primi caffè.

Ti sorprendi, osservando un gregge di pecore che riposano ammonticchiate placidamente su un prato ancora in ombra a due passi da quell'asfalto su cui passi veloce, sempre troppo, ma nel silenzio della notte che ormai sta diventando quasi mattino in cui molti dormono si può ancora ed allora tu schiacci il piede e corri. Corri perchè correre fa parte di te, e ti piace e respiri e se non corri soffri e patisci, come ogni tanto ti capita e diventi ombroso e allora piuttosto corri forte, più forte ancora, incontro al sole ed a ciò che vuoi, che siano anche solo i tuoi sogni che non vengono spenti, che tutto sommato, a sognare hai scoperto che ancora puoi, che devi, che sei capace.

Sanno dei fari e del suono ritmico delle tue ruote sui giunti dei viadotti, di sole nascente che rimbalza su mandrie di Tir placidi ed incolonnati che tu sfili veloce, di quel lontano baluginio lucente, tremolante e così caldo che a fissarlo ti abbaglia, e non riesci mai ad evitare di farlo, con le dita leggere a tenere il volante.
Ti sorprendi, osservandoli quasi in controluce sul parabrezza, i tuoi pensieri, che la mattina presto son così, più leggeri e limpidi, e profumano e sanno di buono come lenzuola stese al sole e che raramente spaventano, o preoccupano.
Ti sorprendi, pensando ai sorrisi ed ai volti ed alle camicie ed alle parole che scambierai, alle mani ai muri ed alle cose che toccherai ed agli occhi in cui ti riconoscerai. Ti sorprendi viaggiando, guardando colline che nascondono altre colline e poi ancora altre, pensando a chi ti aspetta e magari ancora riposa, e nel frattempo  nel sonno che lieve va a spegnersi, chissà perchè sorride.
Ed in quel momento hai la percezione che ne vale assolutamente la pena.

Ed allora vai ancora più forte, un poco più forte, per far prima.

sabato 29 gennaio 2011

Ha ragione Oliver


"Corri perchè è una fuga sana, anche se temporanea, ma al ritorno non sei quello che è partito, sei più lucido, più pronto. E se non lo sei dovrai correre ancora un pò".
 
Ha perfettamente ragione lui, devo convenirne, anche se lui va come un mostro. Al ritorno sei diverso. Novanta volte su cento sei meglio. E per quelle dieci che invece no la cura è quasi sempre la corsa del giorno successivo.
I miei passi veloci si son perduti sul lungomare di Livorno, ieri. Giornata di sole e temperatura di dieci gradi, insolitamente afosa, se confrontata con i -3° delle mie solite uscite al Parco qui.
E la cura ha funzionato, è stata un tonico, fresco e salutare. Mi sono elegantemente liberato dall'invito a pranzo dell'impresa e, lasciando stupiti i partecipanti alla riunione (ad eccezione dei miei, ormai abituati alle mie stravaganti fughe dalo studio per andare a correre dopo aver ingurgitato "becchime" al posto di un pasto decente), ho gentilmente rinunciato al risotto alla marinara ed alla frittura di pesce - cosa che a ripensarci adesso mi procura un notevole aumento di salivazione - e mi sono allontanato per un'oretta.
E così, recuperato uno spazio nella mia banca (già, spesso "mi faccio" le banche) ormai terminata e bellissima (già sono stato proprio bravo e me lo dico anche da solo :-) ) e lasciando vagamente perplessi impiegati e clientela mi sono cambiato, ho inforcato gli occhiali che mi separano dal mondo, acceso il lettore su Malika Ayane e via.
Via giù subito per lo scalo d'Azeglio e poi giù, subito a cercare il mare, annusandone la traccia, tra il lezzo dei gas di scarico delle auto, individuandone la direzione dal chiarore del cielo dietro ai palazzi austeri. E la musica si è messa ad andare a tempo con i miei passi e con l'odore aspro del salmastro che sembrava mi chiamasse e i pini marittimi contorti e rugosi incastrati tra le panchine del lungomare, chiusi nel loro letargo invernale, che comunque anche d'inverno portano lieve quel profumo così speciale, leggero di resina acidula e di sale, che racchiudono ricordi d'estate, di ombra e cicale, con i rami che sembran finti quasi, di plastica ruvida da come son fatti, e poi ad ondate altri odori e luci e ombre, e la passeggiata e la gente che mi guarda un pò straniti, tutti qui  molto imbaccuccati anche se io già sudo, nessun altro runner in giro ed anche qui fidanzati sulle panchine ricchi di baci e parole buttate a prendere il volo nel vento freddo d'inverno di mare, promesse di amori eterni ed altri baci ancora, e pescatori pazienti e vecchiette dai passi esitanti con cani anziani e spauriti ed imbaccuccati anche loro, e bimbi riccioluti e gioiosi che rincorrono colombi svogliati, con i loro passetti saltellanti  e che si arrestano perplessi quando gli passi vicino. E la strada corre veloce sotto le suole, il riflesso dell'acqua si adagia sugli scafi alla fonda delle barche che dondolano pigre e ti guardano passare. Stai bene, qui, estraneo tra vite estranee, lontano dalla tua, sembra che buona parte dei tuoi pensieri sia rimasta cinquecento chilometri più a nord. E tu vai, sorpassi la gente e vai, le gambe incrociano gli stessi passi che avevi percorso mesi fa, ma allora eran gambe stanche e legate, il fiato era opprimente ed erano più fresche le ferite di fuori e di dentro, mentre adesso è diverso, il corpo ha imparato e reagito, è solo la mente che, a volte, fa fatica a stargli dietro. Arrivi all'Accademia Navale e prosegui dove sai che stai andando, dove in qualche maniera c'è chi ti sta attendendo e sa perchè sei lì. Abbandoni il lungomare e ti sposti verso l'interno, attraversando viali alberati, fino ad arrivare alla rotonda chiassosa e caotica dove, al di là di quel muro, c'è tranquillità, come si conviene, come deve essere.
Il silenzio del cimitero dell'Ardenza è fatto di passi che scricchiolano sulla ghiaia bianca. Di lapidi antiche, sbilenche, di statue desolate e vecchi gigli di plastica testimoni di dolori lontani ed inesorabilmente accolti e di mazzi di fiori freschi per quelli più dolorosi e taglienti. E' qui che riposa anche mio zio, quello che mi ha insegnato l'amore per la montagna che mi porterò dentro, quello sempre pronto a combinare gli scherzi peggiori. Per un bizzarro caso del destino ambedue i miei due zii nati tra i monti sono andati a morire al mare. Il primo, mai conosciuto e di cui porto il nome ha falsificato i documenti per arruolarsi volontario in Marina, nei sommergibilisti ed è morto a Malta, durante la guerra. L'altro, il mio zio preferito, quello che ritrovo nei miei migliori ricordi di bambino invece riposa qui. La mia medaglietta con su scritto il suo nome la sento chiaramente, sul petto.
Il sole, il caos del traffico e la strada del ritorno mi ritrovano, dieci minuti dopo. Riaccendo il lettore, rimetto il cappellino, inspiro a fondo. E' ora di tornare, di correre ancora. Attraverso veloce questa città strana, a tratti aristocratica ed elegante e subito dopo scalcinata e sporca. Percorro strade sconosciute, mi metto in coda ad un anziano in bicicletta e mi faccio trainare per un pò, poi lui devia e io proseguo da solo. Taglio nell'interno per far prima, per evitare di arrivare troppo in ritardo, intravedendo i riflessi del mare solo a sprazzi. Corro bene, mi sento andare, tranquillo e veloce, senza forzare. La mente è, stranamente, sgombra. Di lì a poco attraverso le vie larghe della zona pedonale in centro, che mi riportano da dove ero partito un'ora prima.
Gli altri mi vengono incontro rilassati, con l'aria soddisfatta di chi ha mangiato bene. "Non sai cosa ti sei perso", mi dicono compiaciuti, con i bottoni delle camicie un poco tesi.

"Neanche voi", ribatto sorridendo.

giovedì 16 settembre 2010

Non sembra settembre

Ma come non sembra settembre? Spiègamelo, ma non sul post. Adesso, a voce, mi hai detto.
Sai, difficile. Difficile, di più ultimamente, io che a volte ci gioco con le parole e con le frasi, che le parole sono anelli da inventare che li metti insieme e fanno una catena come con le clips che tintinnano da farci un braccialetto di parole che suonano, quando riesce, che parlo sempre tanto e forse troppo e che mentre parlo penso, e mi ascolto e cerco ancora altre frasi tra quelle che potrei dirti e scarto quelle che invece non posso. Molto più facile scrivere in fondo, che hai la scusa che se il braccialetto alla fine non riesce bene puoi sempre cancellarlo e ricominciare da capo, cosa che comunque non ho fatto mai.

No, non sembra settembre. Anche se lo indovini da mille particolari e lo respiri, un poco nell'aria. Non sembra settembre, che quando sono arrivato da  faceva un freddo ma un freddo che più che inizio d'autunno sembrava inverno avanzato. E con che caldo correvi invece oggi, che sembra si sia riaccesa l'estate.
Ma no che non sembra settembre, settembre è da sempre un mese quieto, assorto, un lento letargo, una modesta accelerazione, le cose da fare con calma e sorrisi, i lavori non sono mai aggressivi ed opprimenti ed il mare ed il sole che ti han scaldato durano ancora, hai quella patina che ti avvolge e che si assottiglia piano e te ne accorgi, te lo senti addosso che fino a due giorni fa il vento sapeva umido di mare, di passeggiate e del sommesso ribattere metallico delle sartie sulle barche sonnacchiose alla fonda la sera.
No, decisamente non sembra settembre qui, che non sei ancora neanche tornato e già hai tutto il mondo addosso che urla e datemi tregua, vi prego, che è come se ti avessero svegliato con uno scrollone e lavato con una secchiata di acqua gelida, che hai dovuto mettere in moto il cervello quando ancora stavi provando a spegnerlo.
No, non lo sembra, che qui i problemi, i fastidi, le cose che girano male a volte pesano troppo, che sei solo e ti basti va bene, ma di spalle ne hai due in fondo ed alla lunga faticano a sopportare il troppo peso senza neanche una scrollata, un sostegno, sempre che non ci sia chi di peso te ne aggiunge da furbo ancora un pò. E ti verrebbe quasi da dire andate al diavolo, ma tutti, via, via i problemi stupidi, la pigrizia, la lentezza e l'ottusità che rallenta il passo, lasciatemi solo, libero, che almeno da solo mi conosco, non mi ostacolo e non mi ferisco, ho le mie forze e senza tutto il peso aggiunto, senza le catene che mi legano i piedi posso correre più forte e quasi provare a volare, ancora.

E per fortuna corri, che ti han strappato tanto ma almeno quello ti rimane, perchè in giornate così ti mancherebbe veramente troppo non farlo, che il luminare oggi finalmente ha detto alè, vai, e almeno in quello grazieaddio sei solo, sei tu e quel che ne resta delle tue mani e delle tue gambe, del respiro e del cuore, tu ed il mondo che ruota lento sotto le tue scarpe da runner, con la musica che fa un silenzio che che è una mano che ti raccoglie e ti separa dalle discussioni, dai problemi, dalle telefonate e dalle mille mail. 

E corri, vai, libero, felice magari no ma libero, per un momento solo, di essere nuovamente te, di darti tempo tuo, lontano, e così vicino agli alberi e alle nuvole, ai colombi sudici ed alle sagome degli alberi che tracciano ombre già lunghe sulle panchine grinzose.  
E poi, quando torni hai almeno cinque chiamate senza risposta sul cellulare, di cui nessuna di quelle che ti dispiacerebbe aver perso.

Ma è settembre, comunque e si riconosce, in quei colori rossissimi di quella montagna che amo, e nei funghi gialli che si fan trovare radi in una lunga camminata da solo, di domenica mattina. Lo riconosco nelle foglie che scrocchiano sotto i piedi che già tappezzano il consueto percorso del parco sommergendo orme, cicche smozzicate e colorati cucchiaini da gelato. E' settembre, nei frutti dell'ippocastano che piombano giù improvvisi come fucilate. E' settembre nelle prime nebbie la mattina presto, che lasciano ancora il posto a cieli blu che sembra il mare. E' settembre nel buio che arriva improvviso, che avevi appena guardato fuori ed ancora vedevi distintamente le tue rose ed adesso c'è solo la sagoma scura dei tuoi lunghi capelli, di riflesso su buio della superficie lucida del vetro.

Ecco come.

lunedì 26 luglio 2010

E domani

Livorno.
Nella borsa un progetto, fatto e rifatto poi ri-rifatto, e modificato ed integrato e ma che dici se cambiamo questo e scusa ma l'hai già cambiato perchè abbiamo cambiato di nuovo idea noi e prima era meglio o forse no, adesso è pronto. Spero.
Ma nel baule della macchina ho già messo lo zaino con pantaloncini, occhiali, lettore MP3 e le mie nuove Asics che han voglia di muoversi.
Domani correrò di fianco al mare, su quelle piastrelle chiare e scure che c'è da perderci gli occhi, inebriandomi di quella bellezza che sono onde scure e schiumose ed un poco anche mie, respirandole ed imprimendomele bene nell'anima malata e curva che ho, osservando gli orizzonti che vedranno le divise eleganti dei cadetti ufficiali e respirando iodio per darmi la carica ed aiutarmi a riprendere. Domani mi farò largo tra gente sconosciuta, con passi leggeri su strade percorse altre volte sì, ma mai di corsa e mai da solo.
Domani, se arriverò, se troverò la strada nella mia parentesi, entrerò in silenzio, punta di piedi e sudore e porterò un saluto a quel mio zio che là riposa e che mi ha regalato il primo libro di Comici e l'amore per la montagna, che lui sa e, lo so, mi aspetta.
E domani sono quattrocento chilometri più vicino alla mia piccola e alle sue lacrime, che saranno anche solo tre giorni ma già non posso più sentirla così, che mi dice che io le manco di più che lei a me perchè è più piccola. E magari non sarò un bravo padre, forse anche le lacrime fan bene, aiutano a fortificarsi, a crescere, ma perchè deve crescere e fortificarsi, ma chi l'ha detto, tutto sommato è ancora uno scricciolo racchiuso in un corpicino molto più grande di lei e se sta male non riesco a star bene io, che mi pervade quella sensazione che è quasi colpa, per non poter raccogliere quelle lacrime e deviarle in una risata come è giusto che sia, per non offrirle un abbraccio per proteggerla, per non poterle regalare un buffetto sulle guance ed una granita alla menta.
Per cui, se le cose non migliorano, domani, forse farò moolto tardi.
Perchè anche a costo di prendere a cazzotti animatori di ogni età, razza e sesso, ti riporto a casa, piccola mia.