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venerdì 8 marzo 2019

Scrivo in treno

E’ una novità che mi piace, mi si confà, e mi dà una discreta soddisfazione.
Mi sono recentemente meritato un portatile nuovo, molto figo, sottilissimo; ho detto al socio che costituiva una sorta di indennizzo dovuto al fatto che che lo debba sopportare, lui, titolare di cattedra del corso “ho il cervello che non funziona” associato ad un master in “meno male che ne hai ancora voglia tu, di lavorare”. E lui non ha battuto ciglio.
Ho sempre guardato un po' in tralice quelli che scrivono sul pc in treno, in aereo, sulle panchine alla stazione, incuranti del mondo che gli circola intorno. Che cacchio di lavoro dovranno svolgere di così urgente, 'sti yuppies incravattati del terzo millennio, ho sempre pensato, avranno da salvare il mondo dagli attacchi un hacker velenosissimo, magari staranno ultimando una formula che gli varrà il Nobel per l’astrofisica, o molto più semplicemente se la stanno tirando a pacchi?
Io che alla mia “bella” età invece, molto spesso passo la maggior parte del tempo a guardar fuori dal finestrino. E mi ci perdo, dietro ai filari di alberi che scorrono al contrario, sussulto all'improvvisa tumultuosa pressione sul finestrino data dal passaggio di un treno contrario e mi interrogo sempre su quali vite abbiano fatto parte della mia vita per quell'attimo irripetibile e viceversa; io che se non mi vedono i controllori appanno ancora il vetro con il fiato per disegnare improbabili nuvole ed animali fantastici. 
Lavorare non lo ritenevo concepibile, ragionevole, sensato, con così tante cose da fare, bah. Che spreco di immaginazione, sognare resta sempre la maniera migliore per impiegare il nostro tempo. 

Un viaggio in treno è una meraviglia sempre, sa di nuovi arrivi, di intrecci, di baci lasciati sul predellino, di biglietti stracciati e di altri ripiegati con cura e riposti in una scatola che li conserverà per anni, di occhi che ti carezzano allontanandosi, di pensieri che volano liberi sulle rotaie, odora ancora dei festosi viaggi da piccolo per andare al mare alla casa dei nonni e dei miei sogni intatti di allora.
Poi però, complice un cantiere in una cittadina  che, in treno, è molto più comoda da raggiungere rispetto all'auto, che c'è una riunione indetta all'ultimo minuto e ho una corposa relazione ancora tutta da preparare eccomi qui, seduto nello scompartimento con il mio nuovissimo HP superfigo sulle ginocchia. 

E il tragitto di andata è stato una vera sorpresa. 
Il ritmico rumore treno rilassa, mi isola, mi aiuta a concentrarmi, intravedo lo scorrere del verde, delle cascine in lontananza, dei cavi dell'alta tensione con il loro apparente movimento ondulatorio, ma non ne vengo disturbato, anzi. Ho scritto, per mezz'ora filata, senza una pausa né per dovermi fermare a pensare, le parole venivano giù da sole, tutte belle ordinate, proprio come adesso. E a momenti non mi accorgevo di essere arrivato alla stazione e se non chiudevo tutto in fretta e mi catapultavo giù proseguivo diritto filato verso il mare, potrebbe essere una buona scusa da tenermi per una delle prossime volte. La riunione è andata benissimo, la relazione era esattamente come doveva essere.
Al ritorno, dopo aver sbrigato un paio di pratiche veloci, mi è venuto lo sghiribizzo di provare a tornare qui, che a questo posto mio ho così tante cose da fargli sapere, che ci sentiamo sempre troppo poco, ma io so che lui sa e sa aspettare. 
E allora ho provato ed anche in questo caso, come durante il viaggio di andata, le parole hanno cominciato a mettersi in fila, pazienti, ad aspettare il loro turno, senza prevaricare, senza decidere di svanire per la troppa attesa. I pensieri del treno scelgono come arrivare, sono quasi tutti lievi, "setacciano", aveva detto una volta chi ne sa a pacchi. Ed in dieci minuti eccolo qui, un post nuovo di zecca, senza nemmeno rileggerlo, finito di scrivere con il sole che disegna strani riflessi sulle poltroncine blu mentre gioca a nascondino tra i palazzi alti, cosa che sta a significare che ho oramai abbandonato il verde delle campagne cuneesi per ritornare nella mia città natale. Sulla destra muove lentamente la collina, laggiù in fondo intravedo Superga con la sagoma della sua bellissima basilica barocca, conservo in un cassetto i chiodi originali che tenevano unite le lastre di copertura in piombo, recuperati su un ponteggio insieme a mio padre, quando lui era il leone ed io un ragazzino ansioso di compiacerlo, secoli fa.
E' ora che con uno sguardo da yuppie annoiato abbassi lo schermo (noi non spegniamo, lo abbassiamo con un languido sospiro di rassegnazione) e lo riponga nella borsa. 
Oddio, a ben guardare sarebbe molto più trendy uno zainetto tecnico, ma per il momento mi devo accontentare della terribile 24ore Samsonite grigio acciaio di quando ero studente al Poli (che faceva tanto studente del Poli, appunto). 
Ma vi prometto che presto rimedierò, per essere perfettamente à la page, in linea con gli standard internazionali.

P.S. Nel manuale di istruzioni del mio pc figherrimo ho letto che ha installata un'applicazione che lo rende in grado di ascoltare perfettamente le mie parole e scrivere come sotto dettatura. Proverò sicuramente ad usarlo, magari in un prossimo viaggio, chissà che razza di post ne verrà fuori.

Magari saprà lo stesso di nuvole ed animali fantastici, disegnati con il dito su di un vetro appannato.

On air:  Pat Metheny Group. Last train home        

sabato 18 giugno 2016

Una volta avevo un blog

Uno di quei posti dove amavo nascondermi, il mio rifugio segreto, l'armadio per Narnia, che ci entri e per un po', un minuto, un mese o un anno sei sparito, chissà - pensavo da piccolo - se si accorgono che non ci sono più, se mi stanno cercando, se sono disperati meglio, così imparano.

Una volta avevo un blog che era una casa con il giardino finestre grandissime e la porta sempre aperta, e dentro c'era sempre una brezza leggera che anche se qualche volta si trasformava in bufera improvvisa che fa mulinare fogli sparsi e foglie non mi spingeva mai a sprangare tutto ed a chiudermi dentro.

In questa casa i miei pensieri erano i quadri alle pareti, i bicchieri in fila nei ripiani. Erano i cuscini dei divani su cui accomodarsi meglio. Non c'era televisione, ma musica ed immagini non mancavano mai.
C'erano dei fogli impilati qua è là, alcuni legati con lo spago, altri invece già chiusi in buste di carta marrone con la ceralacca ed altri sparsi un po' qua un po' là, erano le mie storie da scrivere, quelle già scritte e quelle magari già sognate, solo da scoprire.

C'erano i profumi che sapevano di parole, e le parole sapevano di emozioni e le emozioni sapevano di persone, occhi, mani e sorrisi.

Quella casa, ha scritto qualcuno tempo fa, ha spesse lenzuola a coprire il divano e la polvere sul piano in legno del tavolo grande. Le foglie sono entrate e si sono seccate, accumulandosi negli angoli, in mucchietti disordinati.

La cucina odora di chiuso, le pareti avrebbero bisogno di una rinfrescata, bisognerebbe entrare decisi e, da buona massaia, tirarsi su le maniche e darsi da fare. 
Mi hanno allontanato da qui, mi han detto vai di là che hai cose più urgenti da fare, forza, muoviti, vedrai che è un attimo e poi ci torni. Mi hanno allontanato dai sogni inseguiti e dai sorrisi inventati, dalle mie mille storie senza né capo né coda. Ho chiuso gli occhi e sono ritornato passando dal solito armadio, non si era accorto nessuno della mia assenza, come accade quasi sempre. Mi sono girato per tornare subito indietro, ma ho solo trovato uno stupido, semplice armadio.
Mi sono ributtato nella mischia, ho corso, lottato, ho fatto e disfatto, ho urlato e lavorato, mi sono smarrito di me, ho definito inutili i miei sogni e dimenticandomi di loro e del passaggio nell'armadio. 
Fino ad ora.
Bastava aprire la porta nel modo giusto, con quel misto di stupore e di attesa.

Ed eccola lì, la strada, come sempre, il vialetto con la palizzata e la casa ad aspettarmi, le foglie delle betulle che si muovono sorprese per la mia presenza inattesa.
"Sei tornato" ho sentito una voce che sussurrava.

In quella casa sono rientrato oggi, la serratura nella porta ha faticato un po', le cerniere hanno protestato per la forzata inattività.

Ho respirato il silenzio, ho sentito i miei passi rimbombare. Mi sono sentito un estraneo, fuori luogo, stranito. Una voce mi diceva che questa non era più casa mia.
Ho fatto finta di non averla sentita, quella voce. Ho dato due rapidi colpi di strofinaccio e mi sono seduto sulla poltrona, quella di cuoio spesso. Il suo ruvido abbraccio mi ha ricordato che l'avevo messa apposta lì, vicino alla finestra, per vedere chi si affacciava sul vialetto di ingresso. 
Alla mia destra il tavolino rotondo è ancora lì, e lì sono i fogli impilati, quelli chiusi con lo spago e quelli nella busta sigillata con la ceralacca, il sigillo riverso sul fianco, quello con l'uomo vitruviano, pigramente ha ruotato di poco. Nel cassettino due stilografiche, una usa e getta che non si consuma mai, una che ricorda l'infinito ed una biro rossa.
Ho preso l'ultimo plico, ne ho sciolto i legacci, ho preso la penna che non si consuma mai ed ho ripreso dove avevo lasciato.....



venerdì 7 settembre 2012

Quello che non c''è

Non c'è un senso, il più delle volte, In queste parole (e questo è da mò che l'abbiamo capito, penserete voi).
Non c'è un'idea, un percorso, una scelta ordinata - nome predicato verbale complemento oggetto. Mi programmo raramente. Può anche succedere però - Ho vissuto da poco momenti che mi han lasciato segni nel sangue e nelle braccia e di cui vorrò scrivere, ma l'acqua è ancora troppo torbida, han bisogno di sedimentare e depositarsi sul fondo - dicevo, può anche succedere qualche volta, che ci sia un qualcosa di preciso, una frase, sospiro, un accadimento che mi porti qui, nel rifugio di questa finta lavagna che piano piano si allunga e si colora di lettere. Ma quando questo manca, quando senti solo quella voglia, che è un brivido piccolo di piacere, quel sottile pizzico nelle pieghe tra le dita che riconosci e che ti fa comparire  quell'inizio di sorriso che riconosci, quando ti basta una piccola spinta per andare, via, la bici in discesa a vedere dove andrai a finire e quanto tempo rimarrai così, in equilibrio, senza pedalare né frenare, a staccar le mani dal manubrio con l'aria sulla faccia e i capelli che si ribellano al vento, beh, allora incominci e scrivi. 
E scrivi non c'è. E poi ci metti quello che raccogli man mano, che vedi o immagini o senti, quello che magari ancora non sai, ma che sai che arriverà, basta non  chiedersi cosa. Basta non aver pretese. Attendere. Questo lo so fare.
Non c'è particolare tristezza, né particolare allegria. Non c'è un modo di stare, di sentirsi, di essere. 
C'è invece un profumo di erba bagnata, che entra morbido e dolce da fuori. C'è una luce del giorno che pian piano sfiorisce, si attenua e sfuma i colori attraverso le tante finestre di qui, e lo studio che gradatamente perde di forma e diventa ombre e contorni, ed il cono di luce della lampadina che invece aumenta di forza ad rischiarare questa scrivania, con su i fogli malamente impilati e le matite e il disordine mischiato alle cose a cui tengo che sono mie e di nessun altro, un diamante al sicuro nel tappo di una bottiglia, una pietra blu dalle mille sfumature ed un post-it con su disegnato un cuore con i punti esclamativi. Un pupazzo con un tappo di sughero, gli stecchini e la carta da cucina sorride e racconta solo di quanto amore. 
Le foglie della vite invadente che spiano attraverso la porta, i rami del pino spioventi che dondolano, l'aria che entra fresca,i rumori del traffico sulla strada, la moto sbilenca che attende che andiamo insieme a prenderci un po' in giro.
Esci fuori. Stampata nel cielo, mezza luna di fuori, grande e gialla, osserva sporchi colombi riposare a piccoli gruppi sulle grondaie di queste file di tetti rossi; curiosa, sbilenca e discreta nelle vite degli altri dalle finestre socchiuse, dietro tende gialline a fiori. 
Accarezzi le piccole spighe nate dall'erba, te ne rimane il profumo tra le palme e la manciata di minuscoli semi che raccogli nel pugno, le rose riposano, le ortensie seccate attendono invano di essere raccolte. C'è una strana pace, come di quieta attesa, o rassegnazione, non so. 
E senti folate improvvise di cosa invece non c'è. Silenzio di graffi, non ci sono stelle, le stelle son lontane, distanti anni luce da qua che non basta una vita a raggiungerle, i sogni stessi son lontani, indistinti, il mondo potrebbe essere una proiezione su uno schermo rattoppato che tiri via e dietro ti appare la vita cruda com'è che ti dice svegliati ed arrenditi una buona volta, il mondo altro non sono che poche parole che raccogli come ciliegie mature e metti qua, le parole sono la bocca e fiato e labbra che si aprono, e gli occhi e i capelli e le mani che si muovono  a raccogliere una ciocca impertinente, i gesti che fai che riconosco, il suono della voce e il mondo, che quando senti il suono della voce il mondo cambia ancora e che adesso non c'è, magari il mondo, ti rimane come ultimo pensiero prima di chiudere la porta e lasciare fuori la luna guardare i colombi, che dormono, la testa nascosta di dentro e ci sono volte che a nascondere la testa di dentro sarebbe tutto così comodo.

E ieri osservavo di me, nuove, le pieghe lunghe e scavate ai lati della bocca. Mi han sorpreso. Parlano di me più di quanto mi aspettassi, della mia ostinazione, delle mie battaglie e delle mie troppe sconfitte. Ho l'aria stanca. 
Ho anche incominciato a stufarmi di tutti questi capelli lunghi.

E ci sono tutte queste cose che trovi e raccogli, quando senti, forte, più forte del solito, quello che non c'è.

sabato 21 luglio 2012

Father and Daughter




Pensa un pò te, scricciolo. Tu, mia figlia, ed io un padre. Io.

Tu, che l'altro giorno ti guardavo, lunga come sei, come me, bellissssima per me, con la pelle indorata dal sole, e quegli occhi di una dolcezza rara, con una virgola di smarrimento sempre ed una di gioia, quando mi guardi, quando ti guardo. Non so quando tu sia diventata mia, così, non mi ricordo l'istante esatto, il tempo appanna e sfuma sia le emozioni sia i ricordi, non mi pare di essere stato un futuro padre particolarmente premuroso, di quelli con l'orecchio sempre attaccato al pancione, non penso di averti sentita una volta sola mentre scalciavi: una cosa nuova, una parte di me che prendeva vita, ma in qualche modo separata, estranea.
Ma in realtà sì, forse sì, me lo ricordo invece, è accaduto quando il tuo cuore ha riconosciuto il mio ed insieme hanno preso lo stesso battito. Tu sdraiata sulla mia pancia, addormentata, col sederino in su e gli occhi chiusi, il volto leggermente imbronciato ed il tuo cuore, che sentivo, dalla tua pelle sottile alla mia, dalle tue dita incredibilmente piccole alle mie. Ed eri così piccola e vulnerabile, ed ogni impercettibile movimento, ogni respiro era una cosa nuova, per il mondo e per me. E da lì all'appartenerti completamente e ciecamente è stato un attimo.

Sei cresciuta, stai crescendo, il bene che ci lega sono le radici dell'edera, è la forza del torrente di fine inverno, la neve che nel silenzio scende lenta e copre.

Sono gli animali nelle forme delle nuvole che solo noi indoviniamo uguali, sono i tuoi occhi che ridono da dietro una maschera sott'acqua mentre riporto su una conchiglia per te.

Sono le mani che si cercano e che si intrecciano da sole, i grattini sulla schiena di ogni sera, un poco più su, adesso più in là, ecco così, e la tua voce da addormentata.

Sono il mio nome per te, che è solo tuo.

Sono le mie favole che ti fanno sorridere, sempre di meno ultimamente, le terribili barzellette che ti inventi per me. Sono le nostre abitudini, ma quelle solo nostre, quelle che tu con me ed io con te e basta, il mondo è un'altra cosa.

E cresci, e cambi, e tutti mi dicono gòditela, finché è così, speciale così, unica così, gòditela perché cambierà, manca poco ormai, cambierai tu e cambierà lei, perché lei crescerà, sposterà i suoi pensieri, e li trasformerà, avrà orizzonti più ampi e l'armonia, l'essere così, l'uno per l'altra si scioglierà un poco ed un poco l'edera avvizzirà e smetterà di vedere le forme delle nuvole che vedi tu, e tu allora dovrai essere un buon padre e capire, permettere che questo accada e non rimanerci troppo male, è normale e naturale, e succede a tutti.

Ma io non lo so ancora, cosa voglia dire fare il padre, non penso di esserlo, non so come sono, se faccio il padre come si deve o faccio solo uno strano ragazzo un pò troppo cresciuto, dai capelli ridicolmente lunghi e le scarpe per correre, la barba lunga e lo sguardo perso che assomiglia così a un altro sguardo che mi riempie il mondo ed il cuore. So solo che mi è stato fatto un dono di cui non ne capivo il valore, e quella cosa pian piano mi è entrata dentro, a partire da quella volta là, addormentata con il sederino in su ed il musetto imbronciato, e si è presa me, ogni briciola di cuore, ogni sprazzo di pensiero, non mi ha mai più abbandonato, e questa cosa è successa ieri o ieri l'altro, saranno stati al massimo tre giorni, e voi ora non venite a dirmi che cambierà, adesso che è così, non fatemici nemmeno pensare, lasciatemi così, a cercare altre immagini di nuvole da indovinare, a sentire la forza impetuosa di questo torrente, a mettere la lingua fuori per sentire i fiocchi di neve cadere, nel silenzio di una nevicata bellissima, due figure, una bimba e suo padre, mano nella mano.

martedì 29 maggio 2012

L'aquilone

   [http://antoinezone.net/]
Ma come fate voi, hai detto. A giocare coi numeri. E' da pazzi, non c'è poesia, né emozioni né sentimento. Non è un tema, ad esempio, che l'incanto nel leggerlo ti avvolge, che ti ci perdi assaporando lentamente le parole, che le emozioni saltano fuori dal foglio e ti si piazzano davanti così, da provare a toccarle, che ne vien fuori quasi musica a volte, incastrata tra le parole.
No, non è da pazzi. Forse è solo che vediamo le cose con occhi diversi.
Io ci gioco, da sempre, invece. Non è da pazzi tenere la mente allenata e fare i conti a memoria e divertirsi addirittura con i numeri, le regole e le formule, non è da pazzi, o forse sì, ma solo un poco immaginarli, e vederli proiettati al contrario nelle notti che non ti regalano sogni ed inventarsi storie che quelle almeno puoi.
Ci sono i numeri intorno, nelle cose che vediamo e che diciamo. Cinque minuti e arrivo, e cinque minuti che sono trecento di quei secondi che a volte sembran troppi o troppo lunghi, e troppi giri di ruote della mia moto, imbrigliato in un traffico pomeridiano che sapeva di marmo.
Ci sono i numeri in ogni cosa, in quello che capita, nel ritorno periodico degli eventi, nei momenti della vita: momenti come parabole, con la loro lenta salita, l'avvicinarsi al fuoco e l'inesorabile allontanarsi. Esplosioni come iperboli, equazioni incomprensibili ed imprevedibili. 
Io inequivocabilmente tendo agli asintoti.
Numeri nel suono delle parole, nel passo cadenzato dei runner che giravano intorno, nel movimento delle tue mani a disegnare nell'aria mentre dicevi - mi hanno sempre dato e tolto, dato e tolto. Avrei voluto fermarle, quelle mani.
Dato e tolto, dato e tolto, un movimento periodico le tue mani, un'onda sinusoidale, y=Asin(2π/τ x + Ø), dove ampiezza, periodo e fase sono state le variabili che hanno reso una vita quella vita precisa. E saranno stati scrosci di pioggia, occhi scuri a scrutare il morire di giorno da dietro alle persiane socchiuse o passi di corsa sulla neve di una sera, e Dio solo sa dov'ero e se avrei voluti incrociarli allora, quei passi.
E anche un aquilone ha dalla sua matematica e numeri; è una figura geometrica armonica, un quadrilatero con un cerchio inscritto, e la distanza tra l'incrocio delle due diagonali ed il centro del cerchio è la chiave di tutto, perché è lì che sta l'equilibrio, è lì che per fargli prender vento dovrai attaccare i fili perché altrimenti l'aquilone non volerà mai. E' un gioco sottile di numeri, tra superficie portante e pressione, è un equilibrista che si esibisce sul filo sottile del vento, è la spinta, che lo porta a staccarsi da terra per inseguire rondini e nuvole. 
E anche se sempre di più mi sento arido e freddo, anche se non ho più fame di scrivere, che mi sento come congelato, ed il cuore ha spostato la sua forza nei punti vitali per difendere il resto, e scriver non è più sfacciatamente vitale e opprimente come lo era allora, ma forse ancora potrei inventarmi aquilone e provare a sentire se c'è ancora, la pressione che mi stacca da questa panchina, mi fa aprire le braccia a trascinarmi su, passando silenzioso accanto a quello scoiattolo attento ed incerto, su, tra le fronde degli alberi che mi lasciano sfilare, e su, ad osservare questo rettangolo di verde e i cani e la gente che rimpicciolisce, come le macchine pazientemente incolonnate nel traffico di marmo, e su ancora, i tetti rossi ed i comignoli e le case e queste vie tutte così maledettamente ordinate ed ancora su, oltre, a guardare questo fiume troppo placido e grigio e la collina laggiù in fondo e la Mole agghindata della sua sequenza di Fibonacci addosso che sono ancora numeri. Su, sfidando folate improvvise, a sentire il sapore di quella spinta, del vento che mi accarezza il volto e mi sostiene braccia, occhi e cuore, a capire se, scivolando qualche volta e risalendo subito dopo, io sia ancora in grado di trovarlo, quel punto di equilibro, tra le due diagonali ed il centro del cerchio.
Su, ancora oltre, ad osservare, quel filo sottile che parte da qui e descrive una curva indolente, arrivando fin giù, a quella panchina, e tu che hai ancora il polso ad indicare il movimento su e giù, dato e tolto, con un gesto che è quasi come quello che serve a far volare ancora una volta un aquilone.


[P.S. Sig. Ammaniti, la prossima volta mi avverta, per cortesia...]

martedì 15 marzo 2011

Riempi il mare

Me le immagino in fila, disposte ordinate, con un impalpabile velo di polvere. Ognuna con la sua linea, la sua forma, il colore ambrato del vetro, che racchiude la sua inspiegabile storia.
Le ho riempite con cura, una per una.  
Ce ne sono di ancora così limpide e trasparenti, con la sabbia finissima leggermente inclinata sul fondo ed odorose d'estate e di sorrisi, ed altre invece contenenti le spume di tempeste violente, graffi rabbiosi  che ancora le agitano invano. Non sempre è stato facile accettare, sigillarle e metterle via là, sul ripiano alto. Forse più per alcune che per altre: una prima, e poi un'altra ed un'altra ancora. Tante? Non si contano, le onde. Ognuna ha una storia unica, un profumo, una corrente lontana che l'ha portata alla spiaggia dove l'attendevi.
Ognuna l'hai osservata a lungo e ne hai indovinato, ancor prima che questo accadesse, il rumore che avrebbe fatto infrangendosi. Se qualcuna l'hai scelta o se invece, nello stesso istante è stata lei ad aver scelto te, alla fine importa poco.
L'abbraccio del mare è totale ed inebriante, quando abbandoni le tue certezze e ti lanci nel tuffo, sentendo pulsare la vita stessa nello slancio e nel brevissimo istante del volo, dal cielo verso quell'onda che è lei e nessun'altra sarà mai uguale; rivivi, toccando ogni bottiglia chiusa, il momento unico ed indescrivibile in cui ti ha accolto e tu stesso sei stato mare e poi in fondo, giù, verso quell'abbraccio liquido e bellissimo, dallo scintillìo della superficie alla profondità più oscura, verso le correnti che ti han preso e trascinato e tenuto, a volte a lungo. Hai imparato a nuotare ed farti forti le braccia, ed a sperare di poterlo fare per sempre. A tue spese hai scoperto che non puoi, restando rigido affrontare le onde delle mareggiate più forti. Devi darti senza nasconderti, devi farti catena, per non farti strappar via da quella forza e perderti.
Sì, sei rimasto a galla fino a sentire le braccia dolenti, hai nuotato a lungo, a volte hai fatto il morto guardando il cielo osservando i gabbiani inseguire traiettorie incognite, tentando di rimanere immobile il più a lungo possibile. Poi, alla fine sei sempre riemerso, per non affogare. Ed è solo ritornando a riva alla ricerca dell'onda successiva che hai scoperto tagli nuovi, che sùbito non avevi sentito, che non avevi avuto voglia di ascoltare.

E un'altra bottiglia, a raccogliere il mare.

Ed adesso immagina, per un momento solo, se fosse possibile, ancora una volta, riaprirle. Se potessi scaraventarle contro un muro per vederle infrangersi, esplodere nell'impatto e recuperarne immutata l'energia viva e dirompente. Sarebbe da pazzi, ritrovare addosso la forza e la freschezza di quelle onde, riscoprire intatta ogni emozione di allora, i battiti del cuore impazzito e mille parole disperse. Ed il salato che sa di lacrime del mare, qualche volta. Poter reinventare il tempo ed immergersi ancora giocando coi ricordi, mischiare e riprovare le paure e le gioie, se fosse possibile spiegare, ragionare e comprendere il perché di un'unica splendida pazzia, di quel mare e della sua energia furiosa, nascosta, in attesa, anche nelle sue onde più placide.
Perchè siamo solo il nostro stesso mare.  E dal mare l'amore, in fondo, dista una lettera sola.

Se potessimo allora lo sai che riempiresti il mare.

E no che non si può spiegare, il mare.

Nè l'amore.

[Questo post partecipa al contest di "Io & Nina", L'Amore non deve essere un segreto]

sabato 22 gennaio 2011

Ombre

Subdole, loro. Ossèrvale adesso, mentre fuggono leste, via dai riflessi gelidi delle vetrine sotto i portici di via Venti Settembre, i riflessi di quella cosa che eravavate voi, in quel tempo in cui nè domande nè dubbi potevano esistere. L'amore rende invisibili, ti diceva, mentre osservavate le vostre ombre sbiadite sotto un sole di ottobre e l'aria fredda del porto le faceva stringere le braccia. Beh, adesso infatti ti vedi. E non c'è niente da salvare, in ciò che vedi. Ed è inutile andarlo a scovare tra vecchi libri ammuffiti delle bancarelle del centro o giù dentro i carugi stretti e scuri che odorano di frittura e di altre vite.
Non posso più. Riprendo la mia vita, ti aveva detto quel giorno, in quella maniera definitiva ed agghiacciante, seduti sotto l'ombra degli alberi dei giardini dell'Acquasola. Senza preavviso? No, già lo sapevi, lo avevi respirato nella brezza che profumava di mare ancora prima di incontrarla, l'avevi visto nei suoi occhi che d'improvviso non eran più limpidi, non avresti avuto neanche bisogno delle parole - avresti sofferto di meno? - Prèndila la tua vita, le avevi risposto, e già che ci sei prendi anche la mia, che ormai è uno straccio buttato per terra, sono i gusci spezzati della noce, è un foglio strappato e sminuzzato in mille coriandoli disperati e buttato nell'acqua lurida della Foce, mille frammenti di te, di me e non più di noi, morsi di parole irriconoscibili ma sai che sono stati scritti.
Di lei ti aveva affascinato da subito la calma nei gesti ed i capelli impigliati nel vento, resi preziosi da tempo ben speso. Gambe veloci e un gran bel culo, questo va detto.
Ricorderai il primo incrocio dei vostri sguardi e il riconoscersi, subito. E la consapevolezza definitiva dell'appartenersi di un attimo dopo, ed il bacio seduti sui gradini della fontana di piazza De Ferrari, con il vento che vi portava gli schizzi dell'acqua addosso ed i gabbiani che dall'alto vi osservavano giocando con le correnti.
Nascondeva dentro gli occhi neri, tra le ciglia, un sorriso sereno. Un sorriso di chi ne ha viste e passate tante ma che sa che anche la tempesta  più terribile, comunque alla fine è destinata a lasciar posto ad onde calme che rispecchieranno ancora una volta il sole.  Qualche volta aveva addirittura sperato che quel sole fossi tu. Era in quei momenti che il suo sorriso ti ammaliava ed era ancora più bello.
Poi, improvvisa, saliva la paura ad impadronirsi di quegli occhi, rendendoli più neri ancora, seri e tormentati. La paura di trovarti completamente o di perderti completamente, era un guaio uguale, era la pazzia, era la strada senza ritorno, che la portava a guardarti fisso per leggerti dentro, improvvisamente seria, pronta a sfidare la tua sicurezza, le tue convinzioni, a cercare un tentennamento che non ha mai trovato, che non potrebbe trovare, che non troverà mai comunque. Come quella tua corsa pazza in macchina che ti aveva portato a lei in un niente, bruciando tutti i semafori, davanti a Porta Principe mentre lei voleva scappare e sparire una volta per tutte. Ti aveva detto adesso mi dai uno schiaffo ma tremava ancora ed aveva ancora paura di andare via e di perderti, di andare via e trovarsi, anche se sorrideva. Non potrei, le avevi risposto, non potrei mai, non voglio nient'altro di quello che ho e tenermelo, per quanto potrò e sarà sempre troppo breve. Non voglio nient'altro. Non esiste nient'altro.
Ma non potevi legarti, legarla. Non potevi inventare altro tempo oltre quello che c'è, che c'è stato. E non potevi non rimanere a fissare per l'ultima volta l'ombra della sua figura, mentre svoltava e spariva nella salita del Prione. L'ombra non si era voltata. 
E dimmi a cosa serve, adesso, rimanere lì, su quella spiaggia, ricoperta di alghe infradiciate, di rami levigati e bianchissimi e di latte di vernice arrugginite. Dimmi cosa serve guardare anche stavolta quella luna che lentamente affoga nel mare.
E sì che ne gliene hai tirati tanti di sassi, a quella stronza di luna perchè la smettesse di proiettare altre ombre e di sfotterti, con quello sguardo malinconico e canzonatorio insieme.

[P.S. Secondo me, correre non è che mi faccia proprio benebenebene....]

mercoledì 7 luglio 2010

Non va

E no che non passa. Cosa ti credevi, che fosse facile, immediato, come spegnere uno dei tuoi interruttori - clac -  che alla successiva riaccensione fosse di nuovo tutto pulito e limpido, dentro ed intorno a te?
No, bello mio, non è così che funziona.

La fine di un lavoro, la fine in genere di quello che prima ti riempiva l'aria, le dita ed i pensieri e che ad un certo punto più niente ti lascia sempre un pò così, come svuotato, per dire. Come se tutta l'energia che ci hai buttato dentro, l'entusiasmo, la grinta, la voglia di farne qualcosa di tuo e tuo soltanto si siano trasferiti con il plotter sui fogli stampati e se ne siano andati via per sempre.

C'è che ti senti svogliato, ti andrebbe solo di parlare e parlare e parlare ma di niente però, così, tanto per dar fiato, da far passare nel nulla questo tempo storto e bastardo che va sempre all'opposto di come lo vorresti, che gira veloce quando lo vorresti lentissimo e quando invece vorresti che schizzasse via, come le immagini strappate dietro ai vetri di un treno in corsa, un frecciarossa tra i tuoi pensieri più fragili e foschi ecco che quello invece non si smuove, rimanendo inesorabilmente fermo alla stazione, senza darti tregua.

Poi, quando alla fine ti metti sul pc per lavorare, per fare, che comunque da fare ce ne hai di nuovo, per levarti quella patina umida e densa di apatia nel cervello, dài, sù, ecco che anche le mail  ti infastidiscono e ti rimane solo la voglia di stare lì, stupidamente, ad aspettare che qualcosa cambi.

E non che non cambia.
Don't preoccup, mi dico. Saresti il capo, qui, no? E per una buona volta fregatene santiddio, se non hai voglia di niente anticipa il permesso che ti darà di sicuro il tuo luminare domani, che quando vedrà quell'ecografia e quelle scarpe scintillanti, no certo che non potrà far altro che dirti vai e corri e fermati solo quando non ce la farai più. 

Tempo, ci vuole, mi dico, alla fine. Come al solito, come mai vorrei, ma soprattutto adesso, mi trovo ad aver bisogno di tempo. Tempo per ritrovare fiato e parole, tempo per cercarmi, sprofondato e perso laggiù in fondo, così in fondo che non riesco neanche più a vedermi.

E le parole faticano, lo scarico è otturato e gorgoglia, e usi solo quelle che galleggiano, nei pensieri disordinati e stantii, altre non ne trovi, le hai dimenticate, sarà per quello che quelli dello studio che ti leggono ti dicono ma non è che copi, che sembra che non sei tu che scrivi, ma signora maestra giuro, no che non ho copiato, davvero , scrivo come sempre, come mi viene, come mi sento, come sanguino, e sì, signora maestra, in questo momento sanguino.

lunedì 7 giugno 2010

Blusubianco

Avrete letto del contest letterario "Blu su bianco" promosso dalla Muller. Orbene (orbene?? ma come scrivo?) m'era punta vaghezza (di bene in meglio!!!) inizialmente, di partecipare, ma: primo: da quando ho avuto l'idea di farlo a quando sono andato sul sito con l'intenzione di scrivere erano già passati due incipit e secondo: bisogna averci tempo, costanza e dedizione. E voglia. Ed esserne capaci, non dimentichiamolo.
E così ho rinunciato ancor prima di cominciare.
Non è proprio vero, però.
Perchè qualcosa ho scritto. E l'ho regalato in giro.
Quello che mi veniva, senza cercare la forma, la parola giusta, così. Ciò che l'incipit mi faceva venire in mente lo buttavo giù.
Badate bene, non vorrei che questo mio modo di fare venisse travisato, che si pensasse che rifiuto il confronto, che mi ritengo superiore o roba del genere.
No, nulla di tutto questo, ve lo assicuro.
E' che per fare le cose bene bisogna impegnarsi ed avere una predisposizione d''animo che, al momento, vuoi il tempo, vuoi come mi va, veramente non posseggo. Ma scrivere mi piace, è innegabile, è una sorta di liberazione, è la corsa che non posso ancora buttata su fogli di carta virtuale.
E quindi faccio come allora, quando disegnavo. Mi piaceva disegnare, mi appassiona e mi piace tutt'ora anche se, con il tempo, penso di aver perduto buona parte di una mano che tutto sommato non è mai stata granchè. Ma disegnavo e regalavo, e così non ho conservato quasi niente.
E in cotal guisa (!!!) faccio adesso. Che non so scrivere come non sapevo disegnare. Ma al momento è quello che mi fa star bene.

Ed allora, questo, lo regalo a voi. I nomi delle protagoniste son scelti a caso, prendendo le prime notizie da Libero con protagoniste femminili (stralciando quelle su Belen e mignottame vario). 

Stamattina si è svegliata presto.
Un misto di ansia e gioia ha mosso tutti i suoi gesti: ha fatto il caffè e per sbaglio ha versato un po’ di zucchero nel lavandino.
Non le è importato.
Il giornale era ancora sul tavolo e quando si è girata per prenderlo ha alzato gli occhi sulla finestra e ha visto la neve.
Si è avvicinata al vetro: una pioggia gelata, bianca, cadeva nel cortile a fiocchi spessi.
Non è riuscita a smettere di guardare.
Qualcosa ha cominciato a sciogliersi dentro di lei e a scorrerle lungo le braccia, le gambe.
Un po’ alla volta tutto è diventato nuovo, anche lei.
E non è che non abbia sentito il frastuono che viene dall’altra stanza.
Solo, non vuole muoversi, andare di là.
Si sente rinata ed è contenta di averlo fatto.

Ed è stato tornare bambina, riavvolgendo veloce il tempo in quel tuo sguardo, ammutolita, a fissare con occhi sgranati l'incanto dei fiocchi di candida ovatta che scendono, dondolando piano a mille nella luce di fuori di latte grigio, percependo il silenzio innaturale che è proprio quello che ti sveglia, che ti prende per mano e ti dice alzati, vieni a vedere, dai, shhh, cammina silenziosa in punta di piedi scalzi, con il freddo delle mattonelle che ti accompagna rabbrividendo piano, vieni dai, appoggia il naso e la fronte sul vetro gelato, abbandonando ogni legame, ogni timore, ogni stupore sulla superficie che si appanna rapidamente con i tuoi respiri caldi.

Un manto candido si è già posato ovunque rendendo uniforme e monocolore ciò che contempla quel tuo sguardo, dalle siepi irregolari e gobbute agli alberi contorti e tristi, sulle macchine addormentate e sulle pensiline solitarie del tram.
Sulle panchine si indovina ancora la sagoma di un giornale abbandonato.
Il marciapiede reca impronte scure di chi, nonostante il tempo, è dovuto uscire comunque. Poche le macchine della domenica mattina, non hanno ancora sporcato l'incanto.
E' bellissimo come mai l'avevi trovato.
Sui rami spogli dell'albero vicino la neve ha costruito piccoli muretti compatti in precario equilibrio, così come sul cavo della luce che attraversa la strada; solo l'arrivo di un colombo fa precipitare silenziosamente sulla strada una striscia intatta, che si incastra alla perfezione e scompare nel bianco sottostante.
D'impulso apri la finestra e rimani ad annusare il silenzio della neve che cade, che è un silenzio che fa rumore, perchè nasconde gli altri rumori d'abitudine di questa città, di questa piazza, di questa finestra. Stringi le braccia incrociando le mani, in un abbraccio solo tuo, come se avvertissi il freddo pungente sotto la camicia da notte. Ma no. Non hai freddo.
E' solo che non sei più tu, Francesca. 
La faccenda non ti sorprende, no. Non ti sconvolge minimamente, anzi. Ne sorridi, improvvisamente libera, pensando alle lacrime, alle mani torte, a quelle urla che ti sembrano vecchie di mille anni. Ed era solo ieri sera invece che le hai tirate fuori per lanciargliele addosso, per colpirlo duramente con una rabbia che ti sovrastavava, dopo averle accumulate con pazienza le une sulle altre.

Lo hai mancato.
Hai preso solo la porta che lui ha sbattuto andandosene per sempre.
Ti ha restituito la tua vita. Non ha portato via niente, dalle calze spaiate sullo stendino del bagno ai suoi preziosi libri. E ti ha lasciato tutto il resto.
La spesa alla Lid'l del venerdì sera, il tuo lavoro con i tuoi turni di notte, la stanchezza cronica, le bollette ed il mutuo che ogni mese non sai come pagare.
Ti ha lasciato una brutta vita ed i tuoi ma come ho fatto a ridurmi così, Il tuo bambine state buone che la mamma è stanca.
Diciamo la verità, Francesca, non piacevi più a te stessa molto prima di non piacere più a lui. E a loro.
E sì che eri diversa un tempo. Eri pazza e innamorata, e gioiosa e fresca e ridevi sempre. Tu con lui, poi tu e lui e loro, Sara e Giulia, arrivate subito dopo sposati, una dietro l'altra.
Lui che ti chiamava il suo arcobaleno.
E pian piano hai perso tutti i colori.
Da quanto tempo non ridi, Francesca?
Secondo me devi avere ancora un bel sorriso, ma sei una che sorride poco.
Beh, adesso stai sorridendo, Francesca.
I fiocchi continuano a cadere incessanti. Allunghi una mano e ne accogli uno, che osservi stupita sciogliersi e farsi goccia gelata. 
Quanti anni avrai, Francesca?
Ad occhio e croce non te ne senti più di dieci, mentre guardi la nevicata più bella del mondo.
Ieri sera ti sei addormentata che ne avevi trentacinque, ma ne sentivi addosso più del doppio, opprimenti, scuri. Pesanti.
E scura sei diventata. Senza neanche accorgertene, senza darti il tempo per guardarti cambiare, accartocciarti su te stessa. Arida. Grigia.
Hai fatto tutto da sola. Certo lui non ti ha aiutata, non accorgendosi in tempo che cambiavi, che scolorivi, che non avevi tutta quella forza che credevi di avere, ma lo sai che la colpa è solo tua.
E la bambina di dieci anni che sei adesso ha paura.
Sei sola Francesca.
Ma il rumore che proviene dall'altra stanza aumenta di volume. E la bambina di dieci anni che sei in punta di piedi abbandona la finestra e va curiosa verso quella stanza.
Bambine state buone che la mamma è stanca.
Dall'altro lato della porta chiusa indovini una battaglia di cuscini, con le risate strozzate per non far rumore.
Giri piano la maniglia ed apri uno spiraglio, piano piano.
Un groppo in gola ti assale improvviso.
Lui è tornato in silenzio stanotte. Si è steso sul pavimento per non svegliarle, tra peluches e bambole addormentate. Era tornato per prenderle, ma è rimasto. E' rimasto ascoltando l'incanto di un amore che è riuscito ancora a sentire, nascosto nelle pile di abiti smessi, sotto il cestone dei giochi, appeso alle foto delle vacanze insieme. Ha due occhi spaventati che sembrano ancora più grandi adesso, la camicia stropicciata e la barba lunga e una finta risata, mentre soccombe sotto le cuscinate dalle due piccole, che felici ridono come matte.
Le risate cessano di colpo. Ti hanno vista. Le bimbe hanno un'aria colpevole, attendono un rimprovero iroso, mentre i cuscini colpiscono per l'ultima volta il bersaglio.
In silenzio ti guardano ed in silenzio li guardi. Loro, felici tra loro, felici anche senza di te. Ma no, comunque, lo sai che non lo saranno mai completamente.
Lui non l'hai mai visto così pallido, smagrito. La rabbia di ieri l'ha lasciato più spaventato di te. Non puoi non sorridergli e nel sorriso limpido che ottieni di rimando tutto riprende a girare. Vorresti dirgli solo scusa se sono cambiata, scusa se non sono più il tuo arcobaleno scusa e mille volte scusa perchè ho rovinato tutto ma le lacrime che cominciano a uscire da sole, a mille, come i fiocchi di neve, te lo impediscono. In un attimo lui ti è addosso, che ti abbraccia e ti stringe e non fa altro che dirti scusamiscusamiscusami e le bambine che non hanno capito perchè ma han ripreso a fare le matte, menando cuscinate a destra e a manca.
Ti asciughi velocemente le lacrime con il dorso della mano e poi li guardi, con occhi nuovi.
"Bambine, ma cosa stiamo a fare in casa? Perchè non andiamo sotto a fare a palle di neve?

E sotto un' intensa nevicata domenicale li vedi, Francesca?
Ci sono quattro bambini che, a naso in su, ridendo come matti, fanno a gara a prendere con la lingua in fuori, quanti più fiocchi possibile.
Illuminati dai colori dell'arcobaleno.