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venerdì 24 marzo 2017

E qualcosa rimane

tra le pagine bianche e le pagine scure.

Da ieri questa canzone mi gira in mente, senza aver voglia di uscire.

Ricordi.

Di me piccolo. Tu seduta alla panchina, i giardinetti vicino a casa, il sole, la terra smossa. Raccoglievo le formiche rosse e, facendo finta di abbracciarti, te le facevo scivolare nel collo. La farmacista, mezz'ora dopo che eri dovuta andare di corsa a farti vedere, mi aveva aspramente sgridato, ed io le avevo risposto tranquillamente che non potevano certo mangiarti tutta. 
Avevo tre, quattro anni.

Quante te ne ho combinate, e devo dire onestamente che tu non seri stata da meno. Ti ho tenuta sempre sul pezzo, pronta ad ogni evenienza che nemmeno un marine esperto in esplosivi. Come quella volta che mi hai beccato in piedi sul davanzale esterno della finestra di camera tua al quinto piano, che mi hai acchiappato al volo e poi sei andata a farti un cicchetto di grappa, alle quattro del pomeriggio. 

Hai sempre gestito la TUA vita e i TUOI figli con un cipiglio che al confronto la madre dei Gracchi aveva la grinta da commessa del reparto surgelati. Noi eravamo quasi di tua proprietà il "se ti ho fatto ti disfo", con te, non era una semplice frase ad effetto.

E me ne hai combinate, eccome se. Te la ricordi la volta dell'abete, anzi del TUO abete nel TUO giardino? Alto più di casa nostra e maestoso, con i rami bassi e lunghi a carezzare l'erba, ne avevi piantati tanti, insieme a tua mamma, nel giardino di quella casa dove sei nata, ho vecchie foto in cui io e loro erano alti uguali. Lui era cresciuto proprio bene ma era cresciuto troppo, era vicino a casa - getta troppa ombra, alle tre del pomeriggio mi costringe ad accendere la luce - ed avevi deciso di tagliarlo. Io mi ero opposto con tutte le mie forze, erano i pini su cui ho imparato ad arrampicarmi, non ne avevi il diritto e non si poteva farlo impunemente. Il tuo "è casa mia e faccio quello che voglio" era stata la tua risposta definitiva, l'accendiamo? E così, al successivo fine settimana , al posto di trenta metri di abete rimanevano dieci centimetri di tronco, trasformati in sottovaso per gerani. 
Non potevo perdonartela, così pochi giorni dopo ti aveva telefonato un mio amico, spacciatosi per ufficiale della forestale, che ti aveva accusato di aver tagliato un abete senza la necessaria autorizzazione. Al tuo "l'ho solo sfrondato un pochino" siamo scoppiati a ridere svelando lo scherzo, ma per un paio di settimane ho dovuto girarti alla larga.

La morte è una brutta cosa, è il respiro che è un rantolo, è la strumentazione che segue un cuore che non si rassegna a spegnersi, sono i tubi, le luci fredde e le infermiere che passano in silenzio. La morte non sei tu, che l'hai presa in giro troppe volte, che ci hai abituato a svangarla, anche quando i medici ci dicevano che non rimaneva altro che pregare.

Siamo stati i tuoi figli intesi come titolo di proprietà, cresciuti con il giusto rigore, mi sento ancora adesso così tanto figlio che mi stupisco di essere padre.
Da te ho ereditato l'amore per lo sci e la montagna, anche se non hai mai visto di buon occhio la mia passione per l'arrampicata.
Sei stata quella che ha insegnato a mia figlia a saltare nelle pozzanghere a piedi uniti, che quella volta là bagnate da far pena e schizzate di fango fin nei capelli, si faceva fatica a capire chi fosse la nonna e chi la nipote.

Sei quella che ha cacciato via non da casa bensì direttamente dalla val di Susa il mio amico Renè, colpevole di avermi convinto a salire una via lunga, alla parete dei Militi, senza averti informato prima. Siamo tornati a sera tarda, ti eri spaventata parecchio. Accadeva almeno vent'anni fa.

Sei quella che tentava di arginare un bambino forse esageratamente esuberante come ero io con un'educazione che prevedeva una dose massiccia di punizioni corporali (ho diversi modellini di navi assemblati minuziosamente spazzati via da precisi lanci di zoccoli, disciplina di cui eri campionessa olimpica in carica). Sei quella che mi imbarazzava raccontando ai miei colleghi di adesso tutto quello che combinavo da piccolo, sottolineando la necessità del tuo metodo montessoriano, ma che adesso dici che sbaglio se alzo la voce con mia figlia.

Mi mancheranno la quotidianità delle nostre telefonate di sera, in auto tornando a casa, le incazzature quando venivo a conoscenza di cosa avevi combinato che non avresti mai dovuto fare, da sola in montagna, e che avrei potuto fare benissimo io al primo fine settimana -  ma già, tu hai così tanto da fare e non voglio disturbarti - mi rispondevi sempre.

"Tuo padre è stato un grande uomo e di fianco ad esso c'è sempre una grande donna. Sono triste per la notizia, ma felice di averli conosciuti entrambi", è il messaggio che mi è rimasto appiccicato addosso.

Sei l'ultima nonna rimasta di una ragazzina che da ieri ha gli occhi smarriti ed una ferita nel cuore, a quell'età sono così difficili da curare.

Questa volta dobbiamo lasciarti andare, e dentro di me sento comunque che è giusto, anche se sempre maledettamente troppo presto. Dovevo finire di progettarti la veranda, me lo rimproveravi spesso perché la desideravi da sempre, pensavo di poter avere ancora tempo. 

Renè mi ha telefonato oggi, aveva il groppo in gola - Mi voleva bene, anche se mi ha cacciato da Bardonecchia - mi ha detto. Domani sarà ad accompagnarti, tra le nostre montagne, la parete dei militi e il suo tappeto di aghi di pino sarà a pochi passi.

A voi che passate di qua, banalmente posso dire di non smettere di essere figli, voi che ne avete la possibilità, non comportatevi da adulti, anche se avete tutti gli anni che avete, sentitevi bambini, andate a prendere la carezza che forse non è più abitudine, ma che vale più dell'oro. 

Ed a te, invece, ostinata e testona come solo tu sai di essere, con il bene che ti voglio adesso vai, che lassù, in una giornata meravigliosa tra nuvole e sole, c'è un grande uomo, che non vede l'ora di abbracciarti di nuovo.


venerdì 20 dicembre 2013

Ho messo via

Atteggiamenti, pensieri sempre troppo contorti ed alcuni bellissimi, così belli e limpidi che chiuderci sopra le ante dell'armadio e costringerli a buio e polvere fa quasi rabbia, o anche solamente un po' di tristezza. 
Ho messo via le ali, lucidato le piume accarezzandole un'ultima volta. Le avevo, certo che. Quelle che ti fan sentire a due dita dal marciapiede o dal cielo, a volte è bello che la differenza quasi non si senta. Quelle che ti fan guardare oltre, lontano, perché è solo osservando dall'alto che le distanze si riducono, le montagne sembrano meno erte, così come ogni montagna che abbia mai scalato, una volta in cima, mi ha sempre restituito il vero valore della fatica compiuta.
Ho messo via i sorrisi del cuore, quelli che partono da dentro ed irradiano di calore, che si appoggiano come un dito alle labbra perché le parole non servono, che colpiscono gli occhi e le mani e si disperdono nel vento di fuori, che non puoi far finta di, quei sorrisi lì non riesci né a nasconderli né ad imitarli mai. Che ti dan la sveglia, che alzarsi è non vedevo l'ora.
Mi rimangono quelli fatti ad arte, gli involucri di plastica, che quelli lì si che li puoi sempre trovartene un paio nelle tasche e stamparteli bene in faccia, salendo le scale di casa prima di andare incontro alla mia Ciccia, che lei ha bisogno di un sacco pieno di sorrisi miei, e non forse riesce ancora a scorgere la differenza, basta che ce ne siano. 

Ho messo via le mie scarpette per correre, le ho riposte con cura nella loro scatola. Il mio tendine di cristallo numero due reclama visite specializzate, cure costanti (e costose, ovviamente), ma tanto so già che la soluzione definitiva non potrà essere altro che l'intervento. E questa, considerata la precaria situazione economica (usando un velato eufemismo) di casa DR, semplicemente non è una priorità. Le riprenderò chissà, forse domani, forse tra un mese, un anno o mai, le variabili in gioco questa volta sono veramente troppe e non ho sufficienti energie per pensarci. E quello che è peggio che meno corro più mi si assottiglia la riserva di energie, insomma è un circolo vizioso, comunque vada perdo.
Ho messo via quel tempo che egoisticamente era solo mio e basta. L'ho messo via perché forse non è più il suo tempo, o perché non posso permettermene più ma, che buffo, non ho il tempo di preoccuparmene. Non ho particolari emozioni, mentre passano costanti i giorni, troppi e maledettamente sempre troppo in fretta, non aggiungendo né togliendo niente. Non faccio in tempo ad iniziare una settimana che quella è già finita ed un'altra ti viene incontro e passa, poi un'altra ed un'altra ancora, goccia dopo goccia. E' un non-tempo, quello con cui ho a che fare.
Osservo la neve ammantare le mie montagne, la sera in auto, mentre rilucono di vite sconosciute all'interno di tremolanti paesini sperduti chissà dove.  
Ho fatto un po' di conti con me. E non è che sia andata male intendiamoci, ho avuto mani decisamente buone ed alcune no, ma capita. Ognuno è artefice della propria fortuna dicono, non so quanto questo sia vero o serva invece da sprone, riflettendoci forse sì, almeno in parte. Penso di aver comunque da sempre quella naturale predisposizione all'autodistruzione, a cercarmi sempre le strade più contorte ed a farmi trascinare dalla corrente più veloce, ben cosciente che sarà quella sbagliata.
Ho messo via un poco del mio modo di fare, parecchio del mio modo di essere. E non è che così uno stia male, un pochino spento, meno entusiasta e sorpreso, per una volta con i muscoli ed i sensi e i nervi a riposo. Si assottigliano le differenze dei giorni, il domani perde valore come l'ieri, e adesso, semplicemente, non esiste.

Perché alla fine, non ci son cazzi, ma il discorso è poi sempre lo stesso.

lunedì 12 novembre 2012

dodici, undici, dodici



"Era la dichiarazione d'amore più tenace che il porto di Amsterdam avesse mai ascoltato.
Era la promessa di un'attesa, era la dichiarazione incontrovertibile della loro unità.
Era un arrivederci.
Certi anni passano come gli attimi.
E certi attimi, non passano mai."
[Lorenzo Licalzi, L'Uomo dei Tulipani.]

martedì 1 febbraio 2011

La neve a febbraio (quasi)

E' un regalo a sorpresa. Scartandolo ritrovi l'incanto di sempre, immutato nel tempo, lo vedi dai primi fiocchi titubanti, ricordi bene come facevi da piccolo, adesso che a volte ti senti padre e piccolo ancora nello stesso tempo, con quella mano calda nella mano e quel cuore addosso al cuore, quel sorriso vicino e quella voce che è tua e che mai nessuna voce sarà così, per te. Ti fermi e non pensi, non sai, ti perdi sospeso nel tempo rallentato che vede discendere i fiocchi, osservi dai vetri guardando verso la luce dei lampioni, per veder meglio se aumenta, per esser sicuri che non smetta, che non smetta mai, che ne faccia due metri, due nasi schiacciati contro alla finestra gelata ad appannare il vetro ed a disegnare cuori e chiavi di violino, ascoltando insieme il rumore del silenzio che fa.
E' uscire di nascosto, alle undici di sera, shhhh! dai, ridi piano che nessuno deve sentire che siamo scappati di casa, un padre ed una figlia insieme, due cuori matti così vicini che si toccano tra i fiocchi che scivolano. E' la bellezza avvolgente di una passeggiata nel mondo che tace, nessuno per strada, neanche il rumore del traffico lontano sulla statale, che così anche bucodiculoplace ammantato nell'incanto sembra quasi un paese di Dickens, con gli alberi carichi, le piazze coperte ed i campanili che svettano nella luce gialla e nello sfarfallio dei fiocchi illuminati che così sembran tanti di più. E' tenersi per mano e tirare fuori la lingua guardando verso l'alto, a vedere quella moltitudine di briciole che sbucano dal niente blu scuro della notte e roteando ti arrivano addosso, guarda quel fiocco che grosso, lo prendo io. E' sentire quel rumore che solo la neve fa quando  i passi compattano quella già caduta, è osservare le strade candide ed ondulate di marciapiedi e tombini dove non è ancora passato nessuno ed inventarsi le orme più bizzarre, di elefanti ubriachi, pantere e piedi nudi dello Yeti. E' camminare tenendosi sempre per mano e ridere ridere ridere, che le risate rimbalzano sul manto sul silenzio e sul candore di mille brillanti riflessi delle luci, e così sono più cristalline e più belle anche le risate della tua bimba, è il fiato di fumo che esce ma non senti freddo, tu d'altro canto mai, mai, ma neanche la tua piccina, lo credo bene, che lei prima di uscire si è messa duemagliequattromaglioniduegiubbottielagiaccaaventodisuamadre ed il berrettone con il pompon e le sciarpe con i pompon, che così imbaccuccata sembra l'omino Michelin che ride, che cade e rotola e ride.
E' fare la gara a scivoloni, giù per la discesa, a prender la rincorsa e vedere chi rimane in equilibrio più a lungo, e giocare poi a palle di neve e gelarsi le dita  e ridere ancora, nascosti dietro agli alberi, a cercar di colpire il ramo carico sopra la testa, in questa notte che notte non è, con un chiarore che si riflette sui fiocchi e sul bianco e si amplifica e si espande.
E' fare il pupazzo di neve più grande del paese, cominciando facendo rotolare una palla e finendo spingendo faticosamente un cilindro che in due non si riesce quasi più a girare, è cercare i due rami per le braccia ed essersi ricordati di sgraffignare dal frigo una carota per il naso e due olive per gli occhi. Sono i tuoi capelli più lunghi che mai e più ricci, così bagnati dalla neve, che coprono gli occhi che non si sono ancora saziati, nonostante gli anni passati a vederne, di nevicate così, di meraviglie così.
E' tornare a casa felici e bagnati, bagnati fradici con le mani gelide intrecciate e ridere ancora piano, chiusi in bagno ad asciugarci a vicenda, in due sotto lo stesso cappuccio dell'accappatoio.
E' vedere addormentarsi tua figlia, che scivola nel sonno dicendo speriamo che non smetta stanotte, papà, con un sorriso sereno che è così bello e che, come la neve che cade, non ti stancherai mai di guardare. 
Speriamo che non smetta mai, bimba mia.

sabato 25 settembre 2010

Di quante nuvole

si incanteranno ancora i tuoi occhi. Contro quale colore di cielo ne osserverai affascinato tinte e sfumature, ombre più oscure dietro al candore abbagliante del bianco che riluce. Che fantasie indovinerai, nell'evolversi continuo delle forme di lenta esplosione. Rigonfiarsi e dissolversi.
Un filo d'erba a fischiare tra i denti.
Quante chiome degli alberi galleggeranno sospese sopra la nebbia del mattino. Quanto ti piacerà ancora, quella nebbia ovattata, la calma di passi misurati, nel silenzio umido delle foglie che avvizziscono.
I moschettoni tintinnanno, ad ogni passo. La via è pronta ad assolverti.
Lento svolgimento di corda. Preparazione di gesti.
Quale sarà il vento che ti scuoterà di freddo la pelle e sotto, l'anima. Quale parete ruvida incontrerà nuovamente le tue dita e straccerà nella forza dei gesti ogni emozione scura e tagliente.
Quante lune nuove poi, sapranno ancora sorprenderti. E su quante altre saprai nuovamente perderti.
La strada di casa è una striscia di mare, riflesso veloce di puntini arancioni lasciati già alle spalle.

[D&R for D&R]

martedì 15 giugno 2010

Sorpreso dalle note nelle note sospeso

Ieri sera. E stupito.
Scovata, dietro pile di volumi impolverati di memoria, tra briciole sparse di ricordi stanchi che non premevano neanche più per tornare alla ribalta. Sono bastate due note, un accordo di pianoforte ed è tornata. Prepotente. Prendendomi nella folata di ricordi alla sprovvista e trovandomi totalmente impreparato.
Chissà come ho fatto a metterla li e a lasciarcela.
Chissà da quanto tempo stava lì, in quell'angolo, buona buona. Chissà cosa aspettava per tornare. E pensare che sarebbero bastate due parole, magari pronunciate in un discorso a caso, ma come è mai possibile pronunciare parole come questo vivere appesi coi denti, che è come mi sento di vivere io, no che non è possibile. E allora attendeva quieta, l'occasione, tranquilla. Sapeva che, prima o poi mi sarebbe tornata in mente.
E l'occasione si è presentata ieri sera. 

Questo vivere appesi coi denti.

Mai dimenticata, perchè ascoltarla è stato ritrovarne intatta ogni strofa ed ogni nota, è stato srotolare un nastro di armonie che giocando con le parole fan cadere ad una ad una emozioni come biglie su un pavimento di pietra.

Ed è da ieri sera che non me la levo di mente, che me la ripeto, che me la ricanto in segreto, mentre lavoro, mentre mi sposto in auto, mentre guardo un cantiere da sotto i miei capelli zuppi e gocciolanti di pioggia.
Ho i miei gusti musicali, comuni presumo, nella media. Ascolto di tutto, classica jazz, italiani e stranieri. 
Poi però, alcune canzoni, chissà perchè, diventano speciali. Alcune trovano spazi e sincronie impreviste e negli ingranaggi strani delle mie emozioni iniziano a girare come se fossero state create apposta.

Ci sono quelle che mi fanno iniziare bene la giornata, come "per fare a meno di te" di Giorgia che è quasi un rito mattutino, c'è Blue Bird di Malika Ayane o Blucobalto dei Negramaro che mi fan correre meglio o almeno dovrebbero (sigh!). Ci son quelle che morbide e quelle ruvide. Quelle che donano allegria e quelle che ti fan venir voglia di ascoltarle per ore e ore fino a star male. Quelle che ti colpiscono per le parole soprattutto e quelle invece dove è la musica a fare la parte migliore. E nella mia personalissima hit si  va dalla più datata "One", U2, alla più recente "Ti vorrei sollevare", Elisa e G. Sangiorgi, passando per il Canone di Pachembel, varie ed eventuali. 

E questa, ritrovata, rimbalzata a sorpresa dalla colonna sonora di un film di tarda sera, sì, è proprio una delle mie bellissime.

Per le parole struggenti, per le note lente e disarmanti e subito dopo incalzanti come onde di un mare in burrasca, per il sorriso che non può non venirti fuori se riesci ancora a fargli il controcanto, come facevi allora.
Perchè mi ci ritrovavo nel'ordine esatto delle strofe e mi ci ritrovo uguale ed immutato ancora oggi. E mi fa piacere saperlo.
Perchè ci respiro il profumo del salmastro e di lontane nostalgie e si immaginano fredde luci di città invernali, così vivide e vere che quasi si vedono.

Se mai fossi stato in grado di scrivere un brano è così che avrei voluto farlo. Uguale uguale, nè un accordo in più nè una parola in meno.

Quale sia questa canzone lo sanno in pochi.

Ma è bellissima, giuro.
E, se volete giocare, non è troppo difficile.

lunedì 21 dicembre 2009

Così, perchè mi andava



In questo giorno di neve e di freddo. Che quello vero non è ancora arrivato. Un giorno, massimo due, dicono. Un freddo da ibernarsi, dicono
Perchè non potrebbe essere da nessun'altra parte.
Perchè so aspettare, io. Tempo ne ho. E il freddo non mi spaventa.

D&R

lunedì 7 dicembre 2009

Our Christmas Tree


Beh, forse bisognava attendere ancora. Qualche giorno, un paio soli, in pratica, come vuole la tradizione.
Ma se non si approfittava di questa domenica qua, persi nel far nulla o quasi, con consorte in trasferta nel ruolo di bonsai sostituta badante e figlia con nessunissima e forse anche di meno di voglia di fare i compiti ed io che non posso neanche pensare a correre che se no il tendine di cristallo si frantuma, e allora, in barba alla tradizione, oggi si fa l'albero.
Dico "oggi" e non "ora" o per mezza giornata, con cognizione di causa.
L'albero infatti, anzi l'Albero, si erge in tutta la sua altezza metri 2.40, escluso il puntale. 11 livelli di rami, per 6-8 rami per livello totale 70 rami in tutto.
Roba che la prima volta che l'ha visto finito, il mio vicino di casa è andato a comprarselo subito anche lui, e ma che bello, e ma come è grande, e sembra vero. L'ha acquistato e sull'onda dell'entusiasmo se l'è caricato in auto, sbuffando come un mantice, chissà poi perchè.
Poi, arrivato a casa, anche lui unico maschio di famiglia, se l'è caricato sulle spalle (da solo) e si è fatto i due piani di scale dal garage fino al nostro pianerottolo. A quel punto, stremato, pensava almeno di aver compiuto tutto lo sforzo. Ed invece era solo all'inizio.
Perchè il nostro bellissimo albero è in una scatola di un metro e trenta per trenta per cinquanta ed ha il peso specifico del piombo, si, ma è ancora tutto da montare. Il che vuol dire tirare fuori basi, elementi verticali e rami, e, provare a rimettere insieme i pezzi del puzzle finchè alla fine, ma proprio alla fine, quando anche il gatto si è stufato di fare gli attentati ai rami, trovate nascosti nelle pieghe della scatola, le istruzioni, che ti spiegano, che i rami si mettono nei vari livelli, in base ad una piccolissima tacca colorata che li distingue.
Giusto apposta per me, che sono daltonico, e che la prima volta il mio albero era venuto fuori con le misure 90, 60,90. E non era poi neanche così male da vedere.
E poi i rami sono tutti schiacciati, bisogna allargarli, districarli, piegare bene i rametti per dargli quella forma così, da albero vero.
E quel che è peggio lo vedremo poi, alla fine delle vacanze, quando quella scatola (sempre che nessuno con l'acume di un gerbillo non abbia anche pensato bene di buttarla via, ma questa è un'altra storia) sarà diventata di colpo troppo piccola per tutti questi maledetti rametti, che devi di nuovo stirarli ed appiattirli, ma che almeno li metti per ordine di colore, che l'anno prossimo, almeno eviti di creare forme nuove. E poi, come Gesù Cristo con la tua croce, ti ricarichi sulle spalle la scatola gobbuta e porti il tutto in cantina, dove avrà un anno di tempo per ingarbugliare rametti e colori. E l'anno successivo uguale.

L'anno successivo all'incauto acquisto, il mio vicino ha acquistato un albero in un pezzo solo, altezza fuori tutto 120 centimetri, luci comprese. Non c'era tagliato, per questo sacrificio.
Ed io, che volete farci, che si vede che mi piace soffrire, che adoro vedere gli occhi luminosi di mia figlia trasformarsi di colpo in due fessure sottili di felicità, quando è tutto finito e maestoso, che occupa la sala per metà, Ogni anno vado in cantina, mi carico come una bestia da soma e ricomincio.
E poi dopo averlo montato ci sono prima le luci da mettere, che devono essere messe belle nascoste che non escano i fili ma che si intravedano solo le lucine.
Poi arriva il momento delle decorazioni.
Prima quelle belle, quelle in vetro soffiato, quelle delicate, che vengono messe solo in alto per evitare che la gatta faccia strage, come fa immancabilmente ogni notte con i personaggi del presepe (in cui, noi, per inciso, ci mettiamo anche i Pokémon, in fila indiana, ma divago di nuovo, mi sa).
E ogni anno vien fuori di che colore lo dobbiamo fare, ed io che, vinta la battaglia dei colori con l'albero, e non sono sicuro neanche di averla vinta completamente, a quel punto ho da obiettare. Facciamolo come ci viene e ci pare, che è più bello, più mio, più suo.
E ogni anno c'è la tradizione che ognuno di noi si compri una pallina nuova, personale personalissima, elegante elegantissima o kitch da paura, che solo il legittimo proprietario potrà posizionare, e sulla cui scelta nessuno potrà avanzare riserve - Questa quiiiiiii? conquesti coloriiii? ma non ci sta niente beeneee!!!!, prendi quell'altra, che si intona di più. E questaaa? Da vergognarsi, ma sei scemooo?? No, consorte, o forse sì che sono scemo, ma non ci mettere il becco, te ne prego. Scegliamo quelle che più ci aggraderanno, che magari saranno come questa, che ovviamente è mia, o quella presa ad Eurodisney, che la mia piccola che toccatutto alla fine l'ha fatta cadere e abbiamo dovuto comprarla, o i babbi Natale legati in cordata, o ancora questa qua, O ancora come quest'altra, che poi alla mia piccola piacciono tanto che ride al solo guardarle ed il mio cuore ride con lei.

E poi mettiamo anche le altre, quelle vecchie, quelle comprate mille anni fa, magari sbeccate o storte, ma che mai e poi mai butterei via, perchè noi siamo la nostra storia, il nostro passato, queste nostre palline che una volta luccicavano e ora non più. Siamo tante cose, siamo le nostre tempestel le nostre correnti che chissà dove potranno mai portarci.
E sotto ci mettiamo le palline per far giocare la gatta, quelle che immancabilmente la consorte sbuffando sposta più in alto e noi rispostiamo subito in basso, cosicchè quando è notte, e si sentono tre o quattro palline rimbalzare sul parquet con la gatta che le insegue nel buio, Noi due, in stanze diverse, ma con un cuore in comune, ridiamo delle stesse risate, nascosti sotto i rispettivi piumoni. 


E ieri, terminata l'opera, accese le lucine e sistemati anche gli odiosi fiocchetti, ci siam fermati a guardarlo in religioso e stupito silenzio, l'albero di Natale. Il nostro Albero di Natale. Bellissimo.

E sotto, in barba nuovamente alla tradizione, che vuole che i regali Mister Babbo Natale li porti solo la notte di Natale, ci ho già messo un regalo, per me, già scartato, il più bello che c'è.

lunedì 2 novembre 2009

Alda Merini

In sua memoria non saprei quale poesia mettere; tanti hanno fatto meglio di me, andate a cercarli. Fatevi cadere dentro quelle che non avete mai letto e riassaporate quelle che conoscevate già. Ascoltatela, ancora e ancora. Nelle strofe incantevoli, dure schegge di cuore ferito che vagano ancora, luccicanti stille di emozione che non si spegneranno mai.

D&R

martedì 11 agosto 2009

Neve

Sembra neve, la nostra finta storia
dei forse e dei se
delle cose non fatte e delle troppe parole rimaste tra le labbra
dei momenti distanti e dell'esplosione del mondo in un solo sguardo
del battito d'ali del cuore in uno sfiorarsi le mani
nel lento e silente cadere delle nostre vite
non un cristallo uguale, non un sussurro, nella fredda complessità dei nostri cuori.

Ma se solo riuscissi a intuire
la possibilità di sciogliere il tuo con un bacio
metterei tutto me stesso in quel gesto.
E se tu sapessi leggere la trasparenza nei complicati disegni di me
fatti di graffi e scarabocchi su fogli sempre bianchi
se riuscissi a decifrare questo mio linguaggio fatto di troppi silenzi
saresti sola e qui, a bussare alla mia porta

Allora saremo neve.

[James Degorio - Danzando su solitari sorrisi ed altre storie]

lunedì 3 agosto 2009

Renè. Sul serio

Venerdì pomeriggio ho ripreso. Non uno degli spazi miei, non il lago nero in cui ogni tanto mi immergo alla ricerca di cosa non so più neanch'io. Un momento condiviso, Senza musica nelle orecchie, senza occhiali scuri che mi separano dal mondo. Io, con le mie scarpe nuove, il fiatone ed il mio amico Renè, quello vero, e non quello fatto di carta ed inchiostro, di fianco a me.
Dicevo che venerdì pomeriggio sono andato con lui. Una leggera sgambata tra i boschi e i campi alti di granturco, con il fiume che pigramente ci vedeva correre nei suoi riflessi. Da quando lo conosco è la prima volta che non mi strapazza e che mi chiede di andare piano (Dio esiste!!!), ma solo perchè ha male e parecchio. Siamo stati via mezz'ora, ed abbiamo chiacchierato correndo. Gli ho detto delle cose che scrivo e che l'ho buttato dentro alle storie di Paco, nella speranza che gli faccia piacere leggerle.
Renato è un amico portato. Portato nel senso che mi è stato presentato da un altro mio amico. Potrei dire, senza nulla togliere all'altra amicizia, con la quale ho condiviso gli anni dello studio all'università, che con lui ho fatto quasi tutto il resto. A casa sua l'ultimo bicchiere da scapolo: con lui sono stato in cima al Bianco con trenta gradi sotto zero e con lui ho visto la oscura parede Nord dell'Eiger. Insieme a lui abbiamo fatto lo Spigolo Fornelli, quella volta che mia madre l'ha cacciato di casa ed insieme abbiamo deciso di tornare indietro dalla normale al Cervino, senza neanche mettere un piede sulla via, blandamente consigliati da tutte quelle lapidi, che ci hanno fatto capire che non allora eravamo pronti. Tanto le montagne aspettano, e un giorno chissà.
Il tempo trascorso insieme è stato tanto, positivo sempre, senza eccezioni. Abbiamo avuto molti momenti sereni, alcuni momenti seri e qualche percorso di dolore. E tanti momenti ancora ci aspettano, nell'incognita delle cose che faremo. Ricordo ancora la prima volta che ci siamo incontrati. Eravamo in montagna e loro, un gruppo di matti senza pari, erano venuti su per far teatro. Recitavano e recitano ancora adesso, soprattutto fuori dal teatro. Lui è il classico elemento che esce in scena e scatta automatico l'applauso. Guidava una Fiat UNO (bianca se non ricordo male) e ci aveva chiesto se volevamo un poco di musica. E appena gli abbiamo detto sì si è messo a cantare, perchè non aveva l'autoradio.
Lui è uno che corre e che corre sul serio, alto magro, segaligno e con la smorfia di un sorriso sempre pronta ad uscire contagiandoti. Corre anche adesso che è vecchio (vero che stai leggendo?), mentre io sono rimasto un ragazzino... più o meno, forse solo affetto dalla Sindrome di Peter Pan. Pensiamo sempre che quando saremo vecchi sul serio faremo le gare in carrozzella, su e giù per i lunghi corridoi dell'Ospizio dove lavora. Che lavoro faccia è un mistero: lui dice sempre che per avanzare di carriera dovrebbe fare solo più la Madre Superiora, ma pare che il Papa non sia poi tanto d'accordo.
Grazie a lui ho cominciato a correre, mi ha aperto un mondo che non conoscevo e pertanto gli devo parecchio.
Ed il perchè ho ripreso a correre adesso lo so.
A me piace sentirmi in corsa, in tutti i sensi. Ancora a sentirmi stringere i denti. Ancora ad ascoltarmi, ad affrontarmi e a liberarmi. Ho voglia di sfinirmi, anche se ogni volta non so se ho la stessa forza di un tempo. E’ inutile che mi prenda in giro, allora correvo, correvo magari anche discretamente, ma è più giusto dire che scappavo, più o meno come adesso. L’incapacità di affrontare le cose di petto mi ha sempre contraddistinto. Corri, musica a palla nelle orecchie e continua a riperterti le stesse cose che vuoi sentirti dire, visto che non te le dice nessun altro. E poi sei così stanco che a un certo punto anche il tuo io vero, quello con le palle, quello che vorresti essere sul serio e che non hai mai avuto la forza di farlo venire a galla, si rompe i coglioni e lascia spazio a quell’altro, quello che ti dice che hai ragione, che sei bravo e anche bello e sicuramente tutto quanto ti circonda è stato fatto per te. Un poco alla volta tutte le cose storte si raddrizzano e non la vedi più così nera. In pratica un' anestesia quasi totale, escluse le gambe.
Oggi sono rimasto solo uno che corre, spesso aggrappato dentro alla sua maglietta della maratona di Abidjan, che mi spinge ancora ad ogni falcata. Sempre e comunque soprattutto uno che scappa e poi magari rincorre, quando è troppo tardi, forse.
Non gli ho mai chiesto perchè invece corre lui. Forse perchè è una cosa che sa fare davvero bene, forse perchè è così, e basta. Forse perchè prova emozioni ancora diverse dalle mie o forse le stesse. Non gliel'ho mai chiesto e forse non serve neanche saperlo.
Grazie per tutte le corse Renè. Per quelle che ho fatto insieme, per quelle che ho fatto da solo e per quelle che, sono sicuro, faremo ancora insieme.
Indovina dove vado adesso? (No, non vado a farmi una birra!!!)

martedì 21 luglio 2009

"El Grio"

Non so se l'avete letto in questi giorni o l'avete saputo dalla televisione. L'altro ieri, una giovane alpinista vicentina. Cristina Castagna di 32 anni, ha perso la vita sulla catena del Karakorum, mentre scendeva dalla sommità del Broad Peak, la dodicesima vetta più alta del mondo. Ha colpito sicuramente tutti il bigliettino che ha lasciato "Se mi succederà qualcosa lasciatemi dove la montagna mi ha chiamato a sè".

Se volete, rendetele omaggio e andate a dare un'occhiata al suo sito, http://www.elgrio.net/ Dentro ci troverete tutta la freschezza, la voglia di vivere pienamente ogni minuto e la passione per la montagna che sicuramente facevano parte di lei. Lo dico con l'assoluta consapevolezza di aver ragione, anche senza averla conosciuta. Ho letto le frasi di cordoglio sul Guestbook ed ho riflettuto a lungo su questa nostra passione comune che è la montagna, rischi compresi.

E' inutile, chi non ce l'ha non la potrà mai capire. Nasce quando guardi in alto da bambino e ti chiedi semplicemente cosa si vedrà oltre. Quando ti portano a passeggio per mano e vedi le persone che ritornano, abbronzate, con gli zaini tintinnanti e l'espressione felice.

Beh, io la prima volta da bambino me la ricordo ancora adesso, anche se, probabilmente la mia prima montagna in realtà era poco più di una collinetta. Ma ricorderò per sempre quella visione diversa del mondo a 360°, senza ostacoli, con il sole che tramonta talmente lontano che è da un'altra parte del mondo. I colori caldi delle cime delle montagne vicine, i ghiacciai imponenti sullo sfondo e le grandi montagne, quelle che chi le conosce le pronuncia con rispetto, sempre presenti. Bellissimo da levare il fiato.

Non sono stato e ovviamente non sarò mai un valente alpinista, ma chi ama la montagna ama di un amore totale ed assoluto. Ed io amo sicuramente la montagna.

Le lunghe escursioni da bambino sono un elemento fondamentale, per farsi il fiato ed imparare che cosa sono la bellezza ed il rispetto. Ed io ho imparato, e devo ancora una volta ringraziare i miei, che sono stati maestri di vita in questa come in tante altre cose.

E sono fiero nel dire che se, oggi, camminando su un sentiero, mia figlia vede che qualcuno butta una cartaccia, lei la raccoglie, in silenzio, e me la mette nello zaino. Gliel'ho insegnato io.

Crescendo poi, cambia il modo di affrontarla, la montagna. Scopri possibilità ed esperienze nuove, le prime arrampicate con gli amici più incoscienti di te, i "descentrà", come li chiama ancora oggi mia madre. Frequentandoli ti senti simpaticamente un pò descentrà anche tu; gli alpinisti sono una razza tutta particolare, con una spiccata propensione verso i "generi di conforto"(alcoolici soprattutto ma non solo) ed il gentil sesso. Cresci e, comunque cresci sano, in un ambiente magari rude ma che, a suo modo ti forgia e ti protegge.

In quanti rifugi sono stato non me lo ricordo più, ma me li ricordo tutti, nessuno escluso. Ricordo la gentilezza di quei due gestori che avevano tenuto aperto il loro un giorno in più apposta per noi, dopo che avevano saputo che avremmo pernottato nella parte invernale. Ricordo anche le volte in cui si sono incazzati per benino, quando nella numerosa e chiassosa gita di fine stagione avevamo piantato un pò tropo casino. Ricordo i rifugi "importanti", quelli dove si sono riposati alcuni tra i più grandi nomi dell'arrampicata ed anche i rifugi meno blasonati, a pochi passi dalla città. In un rifugio ho fatto il mio addio al celibato, nel periodo in cui il sabato era sinonimo di "arrampicare".
Dopo l'incoscienza dei primi giorni è venuta poi la conoscenza, che per me è stata rappresentata dal corso di alpinismo Gervasutti; ai maestri della "Gerva" devo l'automaticità nella preparazione dei nodi, la tranquillità per portare a termine una via, oltre a mille altre cose.
Gli amici in parete sono quelli nelle cui mani affidi la corda a cui sei appeso e quindi la tua stessa vita; e durano tanto. Non ho tantissimi amici "veri", ma se ne devo lasciarne cinque in cima alla torre... beh, almeno quattro hanno lo zaino sulle spalle.
Le donne in palestra, per me, sono sempre state di due tipi: quelle che guardano e quelle che arrampicano. Le prime fanno un pò parte del gioco che ci piace tanto giocare, ma le seconde sono toste. Quasi tutte più toste di noi maschietti. Ne ho conosciute diverse, ne ho amata qualcuna, mi sono piaciute tutte, sempre.
Che Cristina sia (e non fosse) una tosta si vede leggendo di lei nel suo sito e nelle parole di chi la conosce. E una così non può non piacere.
La scelta di scrivere il biglietto è un altro atto di coraggio e di amore. Nel mio passato ci sono state un paio occasioni in cui, con l'attrezzatura messa in bell'ordine nella stanza, pronta da stipare nello zaino, mi sono fermato a pensare "E se capita qualcosa...".
Non ho mai scritto nessun biglietto, nel timore che mia madre, mettendo ordine nella stanza, avesse potuto trovarlo, leggerlo e soffrirne. Certo è che quando mi capita di pensare che, magari, la mia vita potesse aver fine, non mi dispiacerebbe ritrovarmi da qualche parte, in cima, a vedere lo stesso tramonto di quarant'anni fa.
Arrivederci Cristina, come si sente dire qualche volta nell'ambiente "Sei solo andata avanti". Spero ti potrà far piacere se ti inserirò nei miei racconti, incontrando e dando una mano a Paco, in qualcuna delle sue complicate salite. E se mai ci rincontreremo noi due, se ti farà piacere, sarà un onore farti sicurezza. Promesso.

lunedì 6 luglio 2009

La sua prima cima. 2117 m

La settimana scorsa la mia Ciccia, come la chiamo affettuosamente io, mi ha vergognosamente tradito per andare a saltare sui teppeti elastici, cosa che mi ha permesso, mentre collaudavo la nuova motosega tagliando legna, di elaborare Paco e qualche altro racconto. Non so voi, ma a me capita sempre che, mentre mi immergo in qualche attività che coinvolga solo me stesso, mi metta ad elaborare nelle mie fantasie innumerevoli storie; queste prendono spunto dal mio umore, da ciò che vedo o sento, da quello che succede realmente e poi seguono autonomamente strade proprie, che non posso mai prevedere all'inizio. Così è stato per Paco, la cui storia sta lentamente germogliando, innaffiata dagli avvenimenti. Ma riprediamo il filo.
La mia bella bimba, al ritorno da tutti i suoi salti mi è corsa incontro, ma ho fatto un pochettino l'offeso ed il sostenuto, per avere anche solo potuto preferire qualcos'altro, abbandonandomi senza pensarmi assolutamente. Che stupido
Riesco sempre a sbagliare tante di quelle cose che la cosa più saggia sarebbe, una volta presa una decisione, fare l'esatto contrario.

Far sentire in colpa mia figlia e vedere dispiacere nel suo cuore e nei suoi occhi che invece dovrebbero sempre riflettere il cielo in un sorriso mi ha fatto vergonare di me stesso. Le mie nuvole, sempre pronte, non devono contagiarla mai; vorrei esser disponibile in qualunque momento a giocare, circondarla di serenità ed allegria sempre; vorrei proteggerla, preservarla da tutti i dispiaceri di questo mondo: so che non è possibile, ma almeno non dovrei dargliene io, di inutili e gratis.

Ci siamo riconciliati subito, come facciamo quando abbiamo qualche piccolo disaccordo o dopo che io sono proprio costretto a comportarmi da padre(anche se faccio tanta fatica). Ci siamo ripromessi che la settimana successiva, cascasse il mondo, saremmo andati in montagna, noi due soli. E così abbiamo fatto.

L'altro ieri siamo tornati su, a casa nostra. Non so in quante case abiterò, ma so che quando parlo di casa "mia" non parlo sicuramente del mio domicilio attuale (anche perchè prima che lo possa considerare mio devono ancora passare 15 anni di mutuo..). E neanche l'alloggio dei miei a Torino, dove ho passato quasi trent'anni. Casa mia, o meglio nostra è quella di Bardonecchia, con la sala che è la stanza dove è nata mia madre, con il giardino dove gli alberi, quasi tutti larici e qualche pianta da frutta (anch'essi piantati da mia madre insieme alla sua) hanno quasi tutti più anni di me e sono come vecchi amici dispensatori di tranquillità e di fresco, con i quali ti puoi fermare ad ascoltarne le storie, nel sommesso sussurro serale che raccoglie il loro spirito. Sono stati le mie prime capanne di quando ero bambino, ed adesso sono lo stesso gioco per mia figlia ed i suoi amici. Capita purtroppo che, inevitabilmente, qualcuno di questi, colpito da qualche malattia o parassita o anche solo per l'età, improvvisamente secchi e muoia, lasciando uno spazio di erba rada e gli altri alberi intorno di colpo meno vicini, a prolungarne il ricordo. Difficilmente verrà sostituito, al limte servirà da base per appoggiarci sopra un vaso di fiori, un piccolo omaggio.

Tutto quello che vedo a casa mia ha una storia: ogni albero, ogni rosa, il cancello verde che ruota cigolando con il singolare mecanismo di apertura, la baracca da cantiere trasformata in uno stracolmo capanno degli attrezzi e giochi di bimbi, il lungo tavolo in legno con le panche ed il pergolato sovrastante. Abbiamo fatto praticamente tutto da noi, per trasformare in un piccolo paradiso quello che era l'avanzo di un cantiere, quando i miei genitori hanno ristrutturato la vecchia casa di mia nonna, circa quarant'anni fa. Abbiamo sacrificato, per anni, interi fine settimana, in cui ritornavamo a Torino massacrati e distrutti, con le braccia graffiate e le bolle sulle mani. Per quarant'anni i lavori sono sempre stati organizzati e gestiti da quel Direttore Generale della nostra famiglia che è stato mio padre e da quando lui non c'è più la strada è un pò più in salita e disordinata nelle priorità delle cose da fare. Ecco perchè è così nostro. Ma andiamo avanti: ho divagato nuovamente!!

Sabato siamo andati su. Le previsioni davano pioggia nel pomeriggio di domenica.
Sabato dopo cena decidiamo di andare a provare la nuovissima pista di pattinaggio su ghiaccio (finto) che hanno appena attrezzato, nel Tennis Club a fianco del Laghetto, vicino al cimitero dove riposa mio padre. E' una pista in materiale sintetico, simile al tagliere bianco che usano i macellai. Ci portiamo dietro anche mia nipote, ansiosa di provare uno sport che a sua cugina piace tanto. Ciccia arriva, vezzosa, trascinando il suo zainetto portapattini con le rotelle, per far vedere che lei è un'autentica professionista (son due anni che pattina...). Sua cugina invece è stupita, piccola e cicciotta com'è, con gli occhi azzurri sgranati per una cosa nuova che vuol provare assolutamente. Ma non è che sembri troppo convinta. Sulla pista solo un paio di persone ed un bambino giocano con l'istruttore ad hockey, utilizzando una pallina da tennis.

Francesca entra in pista e si trova subito in difficoltà, per un materiale a cui non è assolutamente abituata. Non riesce a scivolare e le lamine, ovviamente, tengono molto di meno che sul ghiaccio. Non è contenta, si vede e si sente: si lamenta apertamente. Io le dico di pazientare, che deve abituarsi alle caratteristiche della superficie. Sua cugina invece entra impacciata, prende le mani al maestro e si esibisce in una serie di posizioni delle gambe e dei piedi al limite del contorsionismo che neanche Jerry Lewis. Non riesce a controllarle, mentre si muovono a destra e sinistra, si incrociano e ruotano in maniera assolutamente imprevedivile ed incontrollata, mentre lei dice "Non riesco, proprio non riesco". Noi ridiamo di nascosto, anche il maestro sorride, mentre mia figlia si sganascia apertamente, talmente tanto che a momenti cade. Mia nipote subito vuol abbandonare. Poi invece molla le mani del maestro e si attacca al mancorrente a cui rimarrà saldamente aggrappata per tutta l'ora e mezza successiva, percorrendo più volte il perimetro della pista, passo dopo passo, senza staccarvisi mai. Ciccia pattina, recupera un pò di sicurezza e riesce ad andare. Poi, prende confidenza e convinta dagli altri pattinatori si mette a giocare ad hockey insieme a loro, divertendosi un mondo e facendoci divertire. L'altra nel frattempo, passo dopo passo continua imperterrita i suoi giri, sempre pattini ai piedi e mani sul mancorrente.

Risultato: siamo poi andati a dormire dopo la mezzanotte, con le due che, stanchissime, sono partite appena toccato il letto. Mia moglie mi guardava con un fumetto che diceva: "e tu, lurido bastardo, domattina avresti il coraggio di svegliarla presto per stravolgerla di fatica sulle tue insulse montagne? Sei una carogna!". Mi sono addormentato con il pensiero: "speriamo domani mattina piova..."

La mattina dopo alle 8.00 un cielo blu senza l'ombra di una nuvola si intravedeva dalla finestrella del bagno. Sono riuscito ad allontanarmi dalla camera dopo essermi lavato e vestito, cercando di non svegliare nessuno, anche se ogni rumore veniva debitamente sottolineato da brontolii irosi, provenienti da sotto le coperte, di mia moglie. Esco in giardino. L'aria è pulita e frizzante, inspiro a pieni polmoni. I miei alberi ondeggiando mi salutano. I due alla mia destra sono malati, e li guardo con lieve tristezza. Sono i compagni di quello che ho tagliato l'anno scorso, da solo, arrampicandomici per l'ultima volta, con la mia vecchia motosegna che dopo due giorni di lavoro non stop ha deciso di darmi il benservito ed abbandonarmi anche lei. Nel giardino c'è una rosa ad alberello con un fiore appena sbocciato, bellissima, screziata dei colori di pesca ed arancione, che fotografo. Esco, vado a far la spesa per l'appetito dela mia bimba di quando saremo lassù. Vado a prendere il pane e le focaccine rigorosamente a Borgovecchio, primo perchè è pù buono e poi per far passare un pò di tempo dall'inevitabile risveglio. Poi, tornando sotto, prendo il resto per condirle i panini in maniera golosa: prosciutto cotto ("del più buono, per la mia cita"), maionese e pompodorini. E poi cioccolata, biscottini, succo di frutta e schifezze. Decisamente la vizio. Poi scendo da Ugetti a prendere le brioches che profumano di burro per tutti. Rientro dopo quaranta minuti, preparo i panini, riempio lo zaino. Ci metto dentro i nostri due coltelli, un Opinel con il manico scuro che era di mio padre ed uno in legno chiaro con incisi due cervi che è il suo (e ci si è già punta un dito). Preparo la colazione e dopo poco la casa incomincia a svegliarsi. Arriva mia figlia stropicciandosi pigramente gli occhi e mia moglie che mi guarda con profonda disapprovazione. Lei avrebbe preferito farla dormire fino alle 11. Siamo diversi. Ignoro lo sguardo e finisco di preparare tutto; metto binocolo, macchina fotografica e due sole delle quarantacinque maglie che mia moglie voleva costringermi a portare. "Per cambiarla se suda" suggerisce lei. "Se la vesti con il Moncler anche d'estate è logico che sudi", ribatto io. Finiamo colazione. Mia figlia è quasi pronta, l'unica che dorme ancora è mia nipote, stremata dalla sera prima. Usciamo in giardino ed indosso lo zaino. "Non andiamo in macchina?" Mi chiede. La mia occhiata in tralice del tipo "sto faticando a riconoscerti come figlia" le fa capire che forse no, andremmo a piedi. Salutiamo, usciamo nel vialetto e ci immettiamo in una via Medail che, alle 10, comincia ad essere frequentata. "Manina!", esige lei, pretendendola come sempre e rimroverandomi quando non gliela stringo abbastanza. La prendo per mano, gliela spremo per scherzo ed insieme andiamo.

E cominciamo a parlare, come facciamo sempre, di tutto, delle cose che vede e che sente e dei suoi innumerevoli perchè. E' curiosa su tutto ed io, al momento sono la sua più grande fonte si sapere. Già comincio a fare fatica a darle tutte le risposte. Lasciamo il paese e ci incamminiamo su, tra i frassini ed i ciliegi selvatici ai lati della strada militare che porta in cima alle Tre Croci. Ho scelto questo itinerario perchè anche se facile (si tratta in realtà di una collinetta, che però dal nostro giardino appare come a strapiombo sopra una parete rocciosa), anche la Guida CAI-TCI ai Monti d’Italia dedica un breve paragrafo al Poggio Tre Croci, trattandolo al pari di una vetta. Quindi in effetti sarà la sua prima e vera cima. La strada si arrampica in numerosi tornanti, e si snoda principalmente nel bosco, alternando a zone ombreggiate brevi tratti assolati. Saliamo e continuiamo a parlare, mano nella mano, fermandoci a raccogliere qualche fragolina ed ad assaggiare il sapore zuccherino dei fiori del trifoglio, che la sorprende; osserviamo i fiori e gli insetti che vediamo e fotografiamo, e raccogliamo pietroline che levigheremo (gliel'ho promesso) per fare ciondoli. E le invento storie. Le storie parlano delle montagne, che vivono millenni e si muovono lentissime, che per pronunciare una frase ci mettono un anno e che ci vedono passare veloci, come noi vediamo le formiche sotto di noi. Le storie parlano delle formiche, anzi delle due formiche che, da quando era piccola, accompagnano le sue fantasie, facendo, nella vita da formiche le stesse cose che facciamo noi (nello specifico del raccondo le due formichine, a cavallo di due soffioni, erano andate a finire, per colpa del vento, al ghiacciaio del Sommeiller). Le storie le invento per lei, per strapparle un sorriso, per farmi correggere quando mi ingarbuglio o mi dimentico qualcosa. E lei ci si aggrappa, sull'altalena della mia fantasia e, ridendo, vola felice. Ed intanto saliamo, e, sempre mano nella mano, arriviamo dove i boschi che ci accolgono sono quelli dei larice, affiancato inizialmente dal pino silvestre e, più in quota, da qualche abete rosso.

E' mezzogiorno, camminiamo senza sosta da circa due ore: la richiesta "Quanto manca ancora?" comincia a venir ripetuta troppo di frequente e decido di fare una pausa. Troviamo un prato dove, tra fiori e farfalle ci fermiano a scattare qualche foto. Giochiamo, sgranocchiamo due biscotti, ci rinfreschiamo ad una fontanella ricavata da un tronco e subito dopo ripartiamo. Nell'ultima mezzora Ciccia comincia ad essere stanca, ma, tornante dopo tornante, piano piano e con qualche altra pausa supplementare, finalmente arriviamo in cima. Sempre mano nella mano.

Prendiamo il binocolo dallo zaino. Il panorama che si gode è assai vasto, la vista spazia dal vallone della Rhô fino alla Guglia Rossa, all’imbocco della valle Stretta; passando sopra le cime dello Jafferau e del Colomion, nonché parte del vallone di Rochemolles, il vallone del Frejus, il ed il solco vallivo principale che porta alla bassa valle; un’infinità di vette fanno corona alla conca di Bardonecchia, posta proprio sotto di noi. Ci fermiamo vicino alle croci, osserviamo le nuvole grigie che cominciano ad arrivare da dietro la punta Charra e poi cerchiamo un posticino per rilassarci e mangiare qualcosa. Lei mangia, contenta, finalmente seduta a riposarsi e sorpresa per le cose buone che le ho comprato e che tiro fuori dallo zaino. Divora la tavoletta di cioccolato con le nocciole, ma di ogni cosa me ne offre sempre un pezzetto... anche se piccolo. Mangio anch'io, anche se in realtà mi basta guardarla per sentirmi bene, sazio. Dopo pranzo qualche foto, due coccole ed una chiacchierata con chi da sotto, con lo specchietto, ci manda segnali di luce, rapidi flash che abbagliano e che vedono stupiti anche i pochi gitanti che sono su con noi. Ma è già tempo di ripartire: le nuvole si stanno addensando, nascondendo il sole e la temperatura si abbassa. Scendiamo, sempre per mano, sempre raccontando miriadi di storie. Le due formiche della nostra favola infinita sono riuscite a farsi dare uno strappo da un'aquila ed adesso riposano nel mio zaino, rifocillandosi con un paio di briciole.

Lei mi imbecca, suggerendomi possibili finali e facendomi un sacco di domande. Scendiamo, fermandoci ogni tanto per farla riposare (comincia ad essere veramente stanca). Alla fontanella dell'andata ci rifermiamo e sbocconcelliamo la merenda, finendo definitivamente quello che le avevo portato e facendo l'ultima provvista d'acqua, anche se non ci servirà più. Ripartiamo, giocando, prendendo ripide scorciatoie, ci mettiamo a correre per brevi tratti, e lei ride felice, dimendicandosi per un pò la stanchezza. Il tempo peggiora e poi, quando ormai siamo a un quarto d'ora dal paese, improvvisamente, si mette a piovere. Finchè le chiome degli alberi si incrociano riusciamo a rimanere quasi asciutti, ma quando il sentiero si allarga non rimane molto da fare. Per un poco cerchiamo riparo sotto un albero, ma visto l'intensità della precipitazione decidiamo di bagnarci. E scendiamo ridendo come matti, con mia figlia che canta a squarciagiola "Piove, piove, acqua di limone", per scongiurare il ritorno del sole. Gli scrosci sono intensi, ed è perfettamente inutile rimanere nel tratto di sentieo sotto gli alberi, grondanti anche loro. L'aria si è riscaldata e l'acqua è quasi piacevole. Siamo ormai zuppi dalla testa ai piedi, ma sempre mano nella mano e felici. Continuando a cantare attraversiamo l'ultimo ponticello, dove ad attenderci c'è mia moglie con un ombrello ed una maglia di ricambio per la nostra bimba. Ed un sorriso per tutti e due.