. . . . L'unico vero rischio nella vita è non correre nessun rischio" [by Slaymer]
venerdì 24 marzo 2017
E qualcosa rimane
venerdì 20 dicembre 2013
Ho messo via
Ho messo via le mie scarpette per correre, le ho riposte con cura nella loro scatola. Il mio tendine di cristallo numero due reclama visite specializzate, cure costanti (e costose, ovviamente), ma tanto so già che la soluzione definitiva non potrà essere altro che l'intervento. E questa, considerata la precaria situazione economica (usando un velato eufemismo) di casa DR, semplicemente non è una priorità. Le riprenderò chissà, forse domani, forse tra un mese, un anno o mai, le variabili in gioco questa volta sono veramente troppe e non ho sufficienti energie per pensarci. E quello che è peggio che meno corro più mi si assottiglia la riserva di energie, insomma è un circolo vizioso, comunque vada perdo.
Ho messo via quel tempo che egoisticamente era solo mio e basta. L'ho messo via perché forse non è più il suo tempo, o perché non posso permettermene più ma, che buffo, non ho il tempo di preoccuparmene. Non ho particolari emozioni, mentre passano costanti i giorni, troppi e maledettamente sempre troppo in fretta, non aggiungendo né togliendo niente. Non faccio in tempo ad iniziare una settimana che quella è già finita ed un'altra ti viene incontro e passa, poi un'altra ed un'altra ancora, goccia dopo goccia. E' un non-tempo, quello con cui ho a che fare.
Ho fatto un po' di conti con me. E non è che sia andata male intendiamoci, ho avuto mani decisamente buone ed alcune no, ma capita. Ognuno è artefice della propria fortuna dicono, non so quanto questo sia vero o serva invece da sprone, riflettendoci forse sì, almeno in parte. Penso di aver comunque da sempre quella naturale predisposizione all'autodistruzione, a cercarmi sempre le strade più contorte ed a farmi trascinare dalla corrente più veloce, ben cosciente che sarà quella sbagliata.
Perché alla fine, non ci son cazzi, ma il discorso è poi sempre lo stesso.
lunedì 12 novembre 2012
dodici, undici, dodici

Era la promessa di un'attesa, era la dichiarazione incontrovertibile della loro unità.
Era un arrivederci.
Certi anni passano come gli attimi.
E certi attimi, non passano mai."
martedì 1 febbraio 2011
La neve a febbraio (quasi)
E' tornare a casa felici e bagnati, bagnati fradici con le mani gelide intrecciate e ridere ancora piano, chiusi in bagno ad asciugarci a vicenda, in due sotto lo stesso cappuccio dell'accappatoio.
Speriamo che non smetta mai, bimba mia.
sabato 25 settembre 2010
Di quante nuvole
Un filo d'erba a fischiare tra i denti.
I moschettoni tintinnanno, ad ogni passo. La via è pronta ad assolverti.
Lento svolgimento di corda. Preparazione di gesti.
Quale sarà il vento che ti scuoterà di freddo la pelle e sotto, l'anima. Quale parete ruvida incontrerà nuovamente le tue dita e straccerà nella forza dei gesti ogni emozione scura e tagliente.
La strada di casa è una striscia di mare, riflesso veloce di puntini arancioni lasciati già alle spalle.
martedì 15 giugno 2010
Sorpreso dalle note nelle note sospeso
Questo vivere appesi coi denti.
Mai dimenticata, perchè ascoltarla è stato ritrovarne intatta ogni strofa ed ogni nota, è stato srotolare un nastro di armonie che giocando con le parole fan cadere ad una ad una emozioni come biglie su un pavimento di pietra.
Ed è da ieri sera che non me la levo di mente, che me la ripeto, che me la ricanto in segreto, mentre lavoro, mentre mi sposto in auto, mentre guardo un cantiere da sotto i miei capelli zuppi e gocciolanti di pioggia.
Ci sono quelle che mi fanno iniziare bene la giornata, come "per fare a meno di te" di Giorgia che è quasi un rito mattutino, c'è Blue Bird di Malika Ayane o Blucobalto dei Negramaro che mi fan correre meglio o almeno dovrebbero (sigh!). Ci son quelle che morbide e quelle ruvide. Quelle che donano allegria e quelle che ti fan venir voglia di ascoltarle per ore e ore fino a star male. Quelle che ti colpiscono per le parole soprattutto e quelle invece dove è la musica a fare la parte migliore. E nella mia personalissima hit si va dalla più datata "One", U2, alla più recente "Ti vorrei sollevare", Elisa e G. Sangiorgi, passando per il Canone di Pachembel, varie ed eventuali.
E questa, ritrovata, rimbalzata a sorpresa dalla colonna sonora di un film di tarda sera, sì, è proprio una delle mie bellissime.
Per le parole struggenti, per le note lente e disarmanti e subito dopo incalzanti come onde di un mare in burrasca, per il sorriso che non può non venirti fuori se riesci ancora a fargli il controcanto, come facevi allora.
Perchè ci respiro il profumo del salmastro e di lontane nostalgie e si immaginano fredde luci di città invernali, così vivide e vere che quasi si vedono.
Se mai fossi stato in grado di scrivere un brano è così che avrei voluto farlo. Uguale uguale, nè un accordo in più nè una parola in meno.
Quale sia questa canzone lo sanno in pochi.
Ma è bellissima, giuro.
lunedì 21 dicembre 2009
Così, perchè mi andava
lunedì 7 dicembre 2009
Our Christmas Tree
L'albero infatti, anzi l'Albero, si erge in tutta la sua altezza metri 2.40, escluso il puntale. 11 livelli di rami, per 6-8 rami per livello totale 70 rami in tutto.
Roba che la prima volta che l'ha visto finito, il mio vicino di casa è andato a comprarselo subito anche lui, e ma che bello, e ma come è grande, e sembra vero. L'ha acquistato e sull'onda dell'entusiasmo se l'è caricato in auto, sbuffando come un mantice, chissà poi perchè.
Poi, arrivato a casa, anche lui unico maschio di famiglia, se l'è caricato sulle spalle (da solo) e si è fatto i due piani di scale dal garage fino al nostro pianerottolo. A quel punto, stremato, pensava almeno di aver compiuto tutto lo sforzo. Ed invece era solo all'inizio.
Perchè il nostro bellissimo albero è in una scatola di un metro e trenta per trenta per cinquanta ed ha il peso specifico del piombo, si, ma è ancora tutto da montare. Il che vuol dire tirare fuori basi, elementi verticali e rami, e, provare a rimettere insieme i pezzi del puzzle finchè alla fine, ma proprio alla fine, quando anche il gatto si è stufato di fare gli attentati ai rami, trovate nascosti nelle pieghe della scatola, le istruzioni, che ti spiegano, che i rami si mettono nei vari livelli, in base ad una piccolissima tacca colorata che li distingue.
Giusto apposta per me, che sono daltonico, e che la prima volta il mio albero era venuto fuori con le misure 90, 60,90. E non era poi neanche così male da vedere.
E poi i rami sono tutti schiacciati, bisogna allargarli, districarli, piegare bene i rametti per dargli quella forma così, da albero vero.
E quel che è peggio lo vedremo poi, alla fine delle vacanze, quando quella scatola (sempre che nessuno con l'acume di un gerbillo non abbia anche pensato bene di buttarla via, ma questa è un'altra storia) sarà diventata di colpo troppo piccola per tutti questi maledetti rametti, che devi di nuovo stirarli ed appiattirli, ma che almeno li metti per ordine di colore, che l'anno prossimo, almeno eviti di creare forme nuove. E poi, come Gesù Cristo con la tua croce, ti ricarichi sulle spalle la scatola gobbuta e porti il tutto in cantina, dove avrà un anno di tempo per ingarbugliare rametti e colori. E l'anno successivo uguale.
L'anno successivo all'incauto acquisto, il mio vicino ha acquistato un albero in un pezzo solo, altezza fuori tutto 120 centimetri, luci comprese. Non c'era tagliato, per questo sacrificio.
Ed io, che volete farci, che si vede che mi piace soffrire, che adoro vedere gli occhi luminosi di mia figlia trasformarsi di colpo in due fessure sottili di felicità, quando è tutto finito e maestoso, che occupa la sala per metà, Ogni anno vado in cantina, mi carico come una bestia da soma e ricomincio.
E poi dopo averlo montato ci sono prima le luci da mettere, che devono essere messe belle nascoste che non escano i fili ma che si intravedano solo le lucine.
Poi arriva il momento delle decorazioni.
lunedì 2 novembre 2009
Alda Merini
martedì 11 agosto 2009
Neve
Sembra neve, la nostra finta storiadei forse e dei se
delle cose non fatte e delle troppe parole rimaste tra le labbra
dei momenti distanti e dell'esplosione del mondo in un solo sguardo
del battito d'ali del cuore in uno sfiorarsi le mani
nel lento e silente cadere delle nostre vite
non un cristallo uguale, non un sussurro, nella fredda complessità dei nostri cuori.
metterei tutto me stesso in quel gesto.
E se tu sapessi leggere la trasparenza nei complicati disegni di me
fatti di graffi e scarabocchi su fogli sempre bianchi
se riuscissi a decifrare questo mio linguaggio fatto di troppi silenzi
saresti sola e qui, a bussare alla mia porta
lunedì 3 agosto 2009
Renè. Sul serio
Dicevo che venerdì pomeriggio sono andato con lui. Una leggera sgambata tra i boschi e i campi alti di granturco, con il fiume che pigramente ci vedeva correre nei suoi riflessi. Da quando lo conosco è la prima volta che non mi strapazza e che mi chiede di andare piano (Dio esiste!!!), ma solo perchè ha male e parecchio. Siamo stati via mezz'ora, ed abbiamo chiacchierato correndo. Gli ho detto delle cose che scrivo e che l'ho buttato dentro alle storie di Paco, nella speranza che gli faccia piacere leggerle.
Renato è un amico portato. Portato nel senso che mi è stato presentato da un altro mio amico. Potrei dire, senza nulla togliere all'altra amicizia, con la quale ho condiviso gli anni dello studio all'università, che con lui ho fatto quasi tutto il resto. A casa sua l'ultimo bicchiere da scapolo: con lui sono stato in cima al Bianco con trenta gradi sotto zero e con lui ho visto la oscura parede Nord dell'Eiger. Insieme a lui abbiamo fatto lo Spigolo Fornelli, quella volta che mia madre l'ha cacciato di casa ed insieme abbiamo deciso di tornare indietro dalla normale al Cervino, senza neanche mettere un piede sulla via, blandamente consigliati da tutte quelle lapidi, che ci hanno fatto capire che non allora eravamo pronti. Tanto le montagne aspettano, e un giorno chissà.
Il tempo trascorso insieme è stato tanto, positivo sempre, senza eccezioni. Abbiamo avuto molti momenti sereni, alcuni momenti seri e qualche percorso di dolore. E tanti momenti ancora ci aspettano, nell'incognita delle cose che faremo. Ricordo ancora la prima volta che ci siamo incontrati. Eravamo in montagna e loro, un gruppo di matti senza pari, erano venuti su per far teatro. Recitavano e recitano ancora adesso, soprattutto fuori dal teatro. Lui è il classico elemento che esce in scena e scatta automatico l'applauso. Guidava una Fiat UNO (bianca se non ricordo male) e ci aveva chiesto se volevamo un poco di musica. E appena gli abbiamo detto sì si è messo a cantare, perchè non aveva l'autoradio.
Lui è uno che corre e che corre sul serio, alto magro, segaligno e con la smorfia di un sorriso sempre pronta ad uscire contagiandoti. Corre anche adesso che è vecchio (vero che stai leggendo?), mentre io sono rimasto un ragazzino... più o meno, forse solo affetto dalla Sindrome di Peter Pan. Pensiamo sempre che quando saremo vecchi sul serio faremo le gare in carrozzella, su e giù per i lunghi corridoi dell'Ospizio dove lavora. Che lavoro faccia è un mistero: lui dice sempre che per avanzare di carriera dovrebbe fare solo più la Madre Superiora, ma pare che il Papa non sia poi tanto d'accordo.
Grazie a lui ho cominciato a correre, mi ha aperto un mondo che non conoscevo e pertanto gli devo parecchio.
Ed il perchè ho ripreso a correre adesso lo so.
A me piace sentirmi in corsa, in tutti i sensi. Ancora a sentirmi stringere i denti. Ancora ad ascoltarmi, ad affrontarmi e a liberarmi. Ho voglia di sfinirmi, anche se ogni volta non so se ho la stessa forza di un tempo. E’ inutile che mi prenda in giro, allora correvo, correvo magari anche discretamente, ma è più giusto dire che scappavo, più o meno come adesso. L’incapacità di affrontare le cose di petto mi ha sempre contraddistinto. Corri, musica a palla nelle orecchie e continua a riperterti le stesse cose che vuoi sentirti dire, visto che non te le dice nessun altro. E poi sei così stanco che a un certo punto anche il tuo io vero, quello con le palle, quello che vorresti essere sul serio e che non hai mai avuto la forza di farlo venire a galla, si rompe i coglioni e lascia spazio a quell’altro, quello che ti dice che hai ragione, che sei bravo e anche bello e sicuramente tutto quanto ti circonda è stato fatto per te. Un poco alla volta tutte le cose storte si raddrizzano e non la vedi più così nera. In pratica un' anestesia quasi totale, escluse le gambe.
Oggi sono rimasto solo uno che corre, spesso aggrappato dentro alla sua maglietta della maratona di Abidjan, che mi spinge ancora ad ogni falcata. Sempre e comunque soprattutto uno che scappa e poi magari rincorre, quando è troppo tardi, forse.
Non gli ho mai chiesto perchè invece corre lui. Forse perchè è una cosa che sa fare davvero bene, forse perchè è così, e basta. Forse perchè prova emozioni ancora diverse dalle mie o forse le stesse. Non gliel'ho mai chiesto e forse non serve neanche saperlo.
Grazie per tutte le corse Renè. Per quelle che ho fatto insieme, per quelle che ho fatto da solo e per quelle che, sono sicuro, faremo ancora insieme.
martedì 21 luglio 2009
"El Grio"
una giovane alpinista vicentina. Cristina Castagna di 32 anni, ha perso la vita sulla catena del Karakorum, mentre scendeva dalla sommità del Broad Peak, la dodicesima vetta più alta del mondo. Ha colpito sicuramente tutti il bigliettino che ha lasciato "Se mi succederà qualcosa lasciatemi dove la montagna mi ha chiamato a sè".Se volete, rendetele omaggio e andate a dare un'occhiata al suo sito, http://www.elgrio.net/ Dentro ci troverete tutta la freschezza, la voglia di vivere pienamente ogni minuto e la passione per la montagna che sicuramente facevano parte di lei. Lo dico con l'assoluta consapevolezza di aver ragione, anche senza averla conosciuta. Ho letto le frasi di cordoglio sul Guestbook ed ho riflettuto a lungo su questa nostra passione comune che è la montagna, rischi compresi.
E' inutile, chi non ce l'ha non la potrà mai capire. Nasce quando guardi in alto da bambino e ti chiedi semplicemente cosa si vedrà oltre. Quando ti portano a passeggio per mano e vedi le persone che ritornano, abbronzate, con gli zaini tintinnanti e l'espressione felice.
Beh, io la prima volta da bambino me la ricordo ancora adesso, anche se, probabilmente la mia prima montagna in realtà era poco più di una collinetta. Ma ricorderò per sempre quella visione diversa del mondo a 360°, senza ostacoli, con il sole che tramonta talmente lontano che è da un'altra parte del mondo. I colori caldi delle cime delle montagne vicine, i ghiacciai imponenti sullo sfondo e le grandi montagne, quelle che chi le conosce le pronuncia con rispetto, sempre presenti. Bellissimo da levare il fiato.
Non sono stato e ovviamente non sarò mai un valente alpinista, ma chi ama la montagna ama di un amore totale ed assoluto. Ed io amo sicuramente la montagna.
Le lunghe escursioni da bambino sono un elemento fondamentale, per farsi il fiato ed imparare che cosa sono la bellezza ed il rispetto. Ed io ho imparato, e devo ancora una volta ringraziare i miei, che sono stati maestri di vita in questa come in tante altre cose.
E sono fiero nel dire che se, oggi, camminando su un sentiero, mia figlia vede che qualcuno butta una cartaccia, lei la raccoglie, in silenzio, e me la mette nello zaino. Gliel'ho insegnato io.
Crescendo poi, cambia il modo di affrontarla, la montagna. Scopri possibilità ed esperienze nuove, le prime arrampicate con gli amici più incoscienti di te, i "descentrà", come li chiama ancora oggi mia madre. Frequentandoli ti senti simpaticamente un pò descentrà anche tu; gli alpinisti sono una razza tutta particolare, con una spiccata propensione verso i "generi di conforto"(alcoolici soprattutto ma non solo) ed il gentil sesso. Cresci e, comunque cresci sano, in un ambiente magari rude ma che, a suo modo ti forgia e ti protegge.
lunedì 6 luglio 2009
La sua prima cima. 2117 m
Ci siamo riconciliati subito, come facciamo quando abbiamo qualche piccolo disaccordo o dopo che io sono proprio costretto a comportarmi da padre(anche se faccio tanta fatica). Ci siamo ripromessi che la settimana successiva, cascasse il mondo, saremmo andati in montagna, noi due soli. E così abbiamo fatto.
L'altro ieri siamo tornati su, a casa nostra. Non so in quante case abiterò, ma so che quando parlo di casa "mia" non parlo sicuramente del mio domicilio attuale (anche perchè prima che lo possa considerare mio devono ancora passare 15 anni di mutuo..). E neanche l'alloggio dei miei a Torino, dove ho passato quasi trent'anni. Casa mia, o meglio nostra è quella di Bardonecchia, con la sala che è la stanza dove è nata mia madre, con il giardino dove gli alberi, quasi tutti larici e qualche pianta da frutta (anch'essi piantati da mia madre insieme alla sua) hanno quasi tutti più anni di me e sono come vecchi amici dispensatori di tranquillità e di fresco, con i quali ti puoi fermare ad ascoltarne le storie, nel sommesso sussurro serale che raccoglie il loro spirito. Sono stati le mie prime capanne di quando ero bambino, ed adesso sono lo stesso gioco per mia figlia ed i suoi amici. Capita purtroppo che, inevitabilmente, qualcuno di questi, colpito da qualche malattia o parassita o anche solo per l'età, improvvisamente secchi e muoia, lasciando uno spazio di erba rada e gli altri alberi intorno di colpo meno vicini, a prolungarne il ricordo. Difficilmente verrà sostituito, al limte servirà da base per appoggiarci sopra un vaso di fiori, un piccolo omaggio.
Francesca entra in pista e si trova subito in difficoltà, per un materiale a cui non è assolutamente abituata. Non riesce a scivolare e le lamine, ovviamente, tengono molto di meno che sul ghiaccio. Non è contenta, si vede e si sente: si lamenta apertamente. Io le dico di pazientare, che deve abituarsi alle caratteristiche della superficie. Sua cugina invece entra impacciata, prende le mani al maestro e si esibisce in una serie di posizioni delle gambe e dei piedi al limite del contorsionismo che neanche Jerry Lewis. Non riesce a controllarle, mentre si muovono a destra e sinistra, si incrociano e ruotano in maniera assolutamente imprevedivile ed incontrollata, mentre lei dice "Non riesco, proprio non riesco". Noi ridiamo di nascosto, anche il maestro sorride, mentre mia figlia si sganascia apertamente, talmente tanto che a momenti cade. Mia nipote subito vuol abbandonare. Poi invece molla le mani del maestro e si attacca al mancorrente a cui rimarrà saldamente aggrappata per tutta l'ora e mezza successiva, percorrendo più volte il perimetro della pista, passo dopo passo, senza staccarvisi mai. Ciccia pattina, recupera un pò di sicurezza e riesce ad andare. Poi, prende confidenza e convinta dagli altri pattinatori si mette a giocare ad hockey insieme a loro, divertendosi un mondo e facendoci divertire. L'altra nel frattempo, passo dopo passo continua imperterrita i suoi giri, sempre pattini ai piedi e mani sul mancorrente.
Risultato: siamo poi andati a dormire dopo la mezzanotte, con le due che, stanchissime, sono partite appena toccato il letto. Mia moglie mi guardava con un fumetto che diceva: "e tu, lurido bastardo, domattina avresti il coraggio di svegliarla presto per stravolgerla di fatica sulle tue insulse montagne? Sei una carogna!". Mi sono addormentato con il pensiero: "speriamo domani mattina piova..."
E cominciamo a parlare, come facciamo sempre, di tutto, delle cose che vede e che sente e dei suoi innumerevoli perchè. E' curiosa su tutto ed io, al momento sono la sua più grande fonte si sapere. Già comincio a fare fatica a darle tutte le risposte. Lasciamo il paese e ci incamminiamo su, tra i frassini ed i ciliegi selvatici ai lati della strada militare che porta in cima alle Tre Croci. Ho scelto questo itinerario perchè anche se facile (si tratta in realtà di una collinetta, che però dal nostro giardino appare come a strapiombo sopra una parete rocciosa), anche la Guida CAI-TCI ai Monti d’Italia dedica un breve paragrafo al Poggio Tre Croci, trattandolo al pari di una vetta. Quindi in effetti sarà la sua prima e vera cima. La strada si arrampica in numerosi tornanti, e si snoda principalmente nel bosco, alternando a zone ombreggiate brevi tratti assolati. Saliamo e continuiamo a parlare, mano nella mano, fermandoci a raccogliere qualche fragolina ed ad assaggiare il sapore zuccherino dei fiori del trifoglio, che la sorprende; osserviamo i fiori e gli insetti che vediamo e fotografiamo, e raccogliamo pietroline che levigheremo (gliel'ho promesso) per fare ciondoli. E le invento storie. Le storie parlano delle montagne, che vivono millenni e si muovono lentissime, che per pronunciare una frase ci mettono un anno e che ci vedono passare veloci, come noi vediamo le formiche sotto di noi. Le storie parlano delle formiche, anzi delle due formiche che, da quando era piccola, accompagnano le sue fantasie, facendo, nella vita da formiche le stesse cose che facciamo noi (nello specifico del raccondo le due formichine, a cavallo di due soffioni, erano andate a finire, per colpa del vento, al ghiacciaio del Sommeiller). Le storie le invento per lei, per strapparle un sorriso, per farmi correggere quando mi ingarbuglio o mi dimentico qualcosa. E lei ci si aggrappa, sull'altalena della mia fantasia e, ridend



