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venerdì 20 dicembre 2013

Ho messo via

Atteggiamenti, pensieri sempre troppo contorti ed alcuni bellissimi, così belli e limpidi che chiuderci sopra le ante dell'armadio e costringerli a buio e polvere fa quasi rabbia, o anche solamente un po' di tristezza. 
Ho messo via le ali, lucidato le piume accarezzandole un'ultima volta. Le avevo, certo che. Quelle che ti fan sentire a due dita dal marciapiede o dal cielo, a volte è bello che la differenza quasi non si senta. Quelle che ti fan guardare oltre, lontano, perché è solo osservando dall'alto che le distanze si riducono, le montagne sembrano meno erte, così come ogni montagna che abbia mai scalato, una volta in cima, mi ha sempre restituito il vero valore della fatica compiuta.
Ho messo via i sorrisi del cuore, quelli che partono da dentro ed irradiano di calore, che si appoggiano come un dito alle labbra perché le parole non servono, che colpiscono gli occhi e le mani e si disperdono nel vento di fuori, che non puoi far finta di, quei sorrisi lì non riesci né a nasconderli né ad imitarli mai. Che ti dan la sveglia, che alzarsi è non vedevo l'ora.
Mi rimangono quelli fatti ad arte, gli involucri di plastica, che quelli lì si che li puoi sempre trovartene un paio nelle tasche e stamparteli bene in faccia, salendo le scale di casa prima di andare incontro alla mia Ciccia, che lei ha bisogno di un sacco pieno di sorrisi miei, e non forse riesce ancora a scorgere la differenza, basta che ce ne siano. 

Ho messo via le mie scarpette per correre, le ho riposte con cura nella loro scatola. Il mio tendine di cristallo numero due reclama visite specializzate, cure costanti (e costose, ovviamente), ma tanto so già che la soluzione definitiva non potrà essere altro che l'intervento. E questa, considerata la precaria situazione economica (usando un velato eufemismo) di casa DR, semplicemente non è una priorità. Le riprenderò chissà, forse domani, forse tra un mese, un anno o mai, le variabili in gioco questa volta sono veramente troppe e non ho sufficienti energie per pensarci. E quello che è peggio che meno corro più mi si assottiglia la riserva di energie, insomma è un circolo vizioso, comunque vada perdo.
Ho messo via quel tempo che egoisticamente era solo mio e basta. L'ho messo via perché forse non è più il suo tempo, o perché non posso permettermene più ma, che buffo, non ho il tempo di preoccuparmene. Non ho particolari emozioni, mentre passano costanti i giorni, troppi e maledettamente sempre troppo in fretta, non aggiungendo né togliendo niente. Non faccio in tempo ad iniziare una settimana che quella è già finita ed un'altra ti viene incontro e passa, poi un'altra ed un'altra ancora, goccia dopo goccia. E' un non-tempo, quello con cui ho a che fare.
Osservo la neve ammantare le mie montagne, la sera in auto, mentre rilucono di vite sconosciute all'interno di tremolanti paesini sperduti chissà dove.  
Ho fatto un po' di conti con me. E non è che sia andata male intendiamoci, ho avuto mani decisamente buone ed alcune no, ma capita. Ognuno è artefice della propria fortuna dicono, non so quanto questo sia vero o serva invece da sprone, riflettendoci forse sì, almeno in parte. Penso di aver comunque da sempre quella naturale predisposizione all'autodistruzione, a cercarmi sempre le strade più contorte ed a farmi trascinare dalla corrente più veloce, ben cosciente che sarà quella sbagliata.
Ho messo via un poco del mio modo di fare, parecchio del mio modo di essere. E non è che così uno stia male, un pochino spento, meno entusiasta e sorpreso, per una volta con i muscoli ed i sensi e i nervi a riposo. Si assottigliano le differenze dei giorni, il domani perde valore come l'ieri, e adesso, semplicemente, non esiste.

Perché alla fine, non ci son cazzi, ma il discorso è poi sempre lo stesso.

giovedì 18 luglio 2013

Altrove



Arturo ha la faccia da bravo ragazzo, alto, lungo ed un piede rotto. Anche per lui è la sua prima moto. Mi ricorda un pò me alla sua età. Non appena sollevo il telone mormora piano "è bellissima", nonostante sia coperta da due dita di polvere e poi non riesce a levarle più gli occhi di dosso. Anche il suo amico, quello più esperto, la prova, la studia, la esamina attentamente, e poi dà il suo assenso. "La moto è a posto" gli dice, e Arturo sorride - E' quello che cercavo - mi fa.
Lo so - rispondo io, guardandolo fisso negli occhi.

Altrove, una vita di anni fa, quando il mio mondo aveva orizzonti diversi e meno domande a cui non so più dare risposte, eravamo di ritorno dall'ultima ecografia. La venuta al mondo di quella che sarebbe diventata la mia Ciccia bellissima era ormai prossima. Con la consorte si parlava distrattamente di un conoscente che aveva appena cambiato la moto. Lei ad un certo punto mi guarda e sorridendo mi dice: "Stai per diventare un padre di famiglia. Ti rendi conto che se non l'hai comperata fino ad ora, non la prenderai più".
Mi ricordo benissimo il semaforo diventare rosso ed a destra le due vetrine del negozio.
Lei era lì, esattamente dove doveva essere, luccicante e splendida. Mi aspettava, sembrava che avesse scritto su "la tua ultima occasione" a caratteri lampeggianti.
Parcheggio, lascio la consorte perplessa in auto ed entro. Ne esco dopo nemmeno cinque minuti e le chiedo di venirla a vedere dicendole: "Avevi ragione. Se non la compravo adesso non la compravo più".

Capita, nella logica delle cose che di logico non hanno mai niente che tu ti debba adattare. Che, per sopravvivenza o necessità od ambedue le cose, debba farti giunco e lasciarti scivolare addosso impassibile le folate del vento di tempesta, senza domandarti il come ed il perché, senza nemmeno aspettare che tutto finisca, perché sai che, prima o poi, anche l'ultimo scroscio rumoroso si allontanerà, lasciando dietro di sé un'aria che sa di pulito ed un cielo azzurro chiaro che ti permetta di guardare lontano ancora una volta.

E' stata il mio regalo per me per aver fatto la mia Ciccia così bella. E' stata la mia prima ed unica moto. Sono state le mie strade senza domande, quelle che arrivi in studio ed il sorriso non te lo spengono nemmeno le litigate coi soci, le mie curve piegate fino ad accarezzare la strada, gli incontri con le persone più speciali, il sole che tramonta al di là della visiera, e gioca riflettendosi sui mille giri dorati dei raggi in ottone. E' la pressione sulla schiena della mia Ciccia attaccata stretta che irradia il suo volermi bene così vasto, che quando accelero piano la sento felice ed impaurita, cuore di passerotto, lei ed il suo casco del sole e della luna di Valentino Rossi che non riesce a contenere tutto il suo sorriso.
Sono state anche un paio di cadute, ma non c'è motociclista che non si possa definir tale senza aver assaggiato almeno una volta l'asfalto.

"Se potessi ​parlare chiederei ancora una volta il permesso di lasciarmi libere le parole e le mani e con quelle spiegherei le vele del tempo che altrove ha avuto il suo senso di essere, intessuto del trascorrere dei secondi e delle nuvole che sfumano, del tempo che mi manca quando quell'inflessione conosciuta mi fa immaginare con chirurgica precisione la piega esatta del tuo sorriso".​

Hai ragione come sempre, sono solo cose. E per un verso è così. Per il verso razionale e freddo che so di poter dominare è così, godo di quello che ho avuto. Ma è una faccia sola della medaglia. L'altra reclama urla e strepiti ed incazzature e lacrime, come sempre accade con le cose più grandi di me, con le decisioni improrogabili, con questo cazzo di mondo che va da schifo e che mi strappa le quattro cose che mi sono conquistato per amore per forza o molto più semplicemente per una fottuta fortuna e che sono diventate parte di me, la pelle delle mie dita, gli occhi, il respiro freddo di una corsa all'alba.
Ma lei è la mia moto con tutta se stessa, con i suoi colori che non ho mai capito quali fossero ma che a me piaceva esattamente così, è il borbottio che conosco, i due scarichi cromati, è la freccia che ogni tanto dimentico, è l'adesivo che mia figlia ha messo sul tappo del serbatoio, è quella sensazione che hai non appena sali e che sembra ti trasformi. Sono i gesti che diventano abitudine, i guanti buttati nel parabrezza, lo starter e poi via.

"Se potessi dare spazio alla pelle del dorso della mano questa mi porterebbe altrove, ad attendere di poter sfiorare un dorso di un'altra mano una volta almeno, così quasi per caso, un pendolo distratto del braccio mentre osservi i nostri riflessi percorrere con passi veloci le vetrine dei negozi."

Perché sai, a volte basta quel minimo di alcool che si muove sinuoso nelle vene, mischia i pensieri che pensavi volessero uscire e te li mette in disparte proponendone altri, confonde le frasi e i ragionamenti, solleva silenziosamente il coperchio del serbatoio dei ricordi e le esigenze e tutto ciò che hai cercato di affondare con il tacco a schiacciare sottoterra affiora e velocemente si sposta dal torbido verso l'acqua limpida, uscendo dai gorghi della normalità che ricopre i ricordi ed il tempo. E torna alla bocca dello stomaco la fame di quello che ho così inaspettatamente avuto, di quello che non c'erano parole adatte per comprenderlo, di quello che stupidamente, ogni tanto manca così forte da lasciarti consumato all'angolo.

Se invece potessi dare ascolto alla memoria degli occhi ritornerei altrove, solo a percepire il profumo del sole che filtrava attraverso quella persiana abbassata ed a indovinare lacrime che mi appartenevano e una felicità così spaventosa da non avere parole. 

E' solo una stupida moto. Vecchia per giunta, un ammasso di molle, pistoni, qualche pezzo di plastica e un po' di ingranaggi unti. Ma sono quei momenti, quella parte del mio tempo in cui ho la certezza di aver vissuto che si stacca come la pelle di un serpente e se ne va, è un'altra maledetta parte di me che si allontana per percorrere strade che non mi apparterranno.  
Oggi ho poche parole per parlare, ma nuove pareti di amianto che mi circondano, che mi proteggono dal fuoco, mi rendono insensibile al calore e che mi lasciano un sorriso lento in fondo agli occhi, che non vuol significare proprio niente.

Sì. Sono proprio queste pareti nuove che mi fanno sorridere ad Arturo mentre gli stringo la mano e lo accompagno fuori, lui e la sua nuova moto.

Ma vorrei, Dio lo sa se lo vorrei, essere semplicemente altrove. 

giovedì 20 giugno 2013

Lo senti?

Piove.

Piove lento e silenzioso, così calmo e rassicurante in questa sera inaspettatamente fresca. Piove di quel suono ovattato, quello ssccc continuo che è la pioggia d'estate, che va sopra ogni cosa e copre il rumore delle rade auto che passano, che anche loro si portano addosso rumore di pioggia.
Piove sulle foglie larghe della vite coi suoi timidi grappoli ed i riccioli sottili con cui si arrampica flessuosa e tenace sui muri, sul pino maestoso che allarga le sue braccia ad accoglie i due merli, gli stessi che ogni tanto si affacciano a curiosare impettiti fin sulla porta per capire cosa stia combinando qui dentro.

Il cielo è una lastra d'acciaio, un temporale lontano brontola cupo. 
Mentre qui piove sul selciato lasciando quell'odore di sabbia bagnata, di pietra tiepida e di attesa.
E piove sulle mie poche parole sempre più difficili da trovarmi addosso, sulla mia Ciccia lontana, sui miei pensieri così disordinati, su questa voglia di niente che ogni tanto mi attanaglia e mi morde, su questo fardello di pensieri e di cose che a volte sembra di non aver niente su ed altre invece è così pesante da portarsi addosso.

Piove sulla luce di fuori, gialla e radente, piove rendendo le mie rose appesantite e più profumate ancora, trasformando le foglie in diademi luccicanti e preziosi, piove sui miei pochi sorrisi e sui miei tanti progetti, sulle parole che mi mancano, sullo zaino per correre e su tutti i miei sogni sognati, che alle volte mi appaiono così distanti e bellissimi che penso di non esserne capace, di sognare sogni così.

domenica 4 luglio 2010

So solo che adesso

è tutto troppo tranquillo, improvvisamente fermo. Il caldo torrido di fuori si infrange sui vetri dello studio, vuoto, di domenica, tranne me, al solito, e la radio che, al solito anche lei, canta Giorgia, in uno splendido assolo.
So solo che è finito.
Tutto quello per cui ho corso come un matto in questi mesi, miracolosamente, si è esaurito. Come l'acqua giù nello scarico che lascia solo il rumore. Le relazioni concluse, i disegni pronti, i calcoli fatti.
Questi solo sono i momenti più strani, adesso riscopri solo che hai tempo, per una passeggiata, solo per fermarsi a scattare una foto come questa all'uva che sta maturando,  nel giardino delle rose.
Questi momenti di cristallo e silenzio e te solo, in cui adesso hai tempo ma è tardi, e quasi non sai cosa fartene ora, in cui potresti scappare ma dove se hai solo posti che non ti riconoscano, in cui chissà perchè comprendi le mille sfaccettature della parola solo, che tu da solo normalmente ci stai bene e ti basti che corri da solo, nuoti da solo, vai in moto e in montagna da solo, ma quando d'improvviso non ti basti e allora son cazzi, e perchè ti assale quel magone sordo e quella debolezza negli occhi che derivano da troppe cose non dette, non fatte e non udite, o anche solo da troppo tempo davanti al pc.
Ma me lo prenderò, quel tempo, tra poco pochissimo, ma non adesso, ancora un poco no.
Tiro il fiato un istante, leggo qualcosa di voi, taglio l'erba al giardino, non so. Comunque senza far niente non so stare.
Poi scapperò, farò una fuga a casa ad abbracciare questa mia bimba splendida che ieri sera, quando le sono apparso davanti all'improvviso, stanco e tirato ma lì, nella festa del paese vicino a bucodiculoplace dove lei e tutto il parentado vario in trasferta si erano recati, mi è saltata addosso a riempirmi di baci che profumavano di gelato, con i suoi quaranta e passa chili di peso dolcissimo e per tutto il resto del tempo mi è rimasta in braccio, incurante del caldo appiccicoso e delle zanzare.
Per cui tra poco, con quella quietezza strana che è tipica di momenti come questi salirò sulla mia moto, che da quando gli ho "lavato" ben bene e pulito il filtro dell'aria è tornata ad essere guidabile ed aggressiva per quanto può esserlo un Transalp e via, percorrendo quelle strade e quelle curve a cui col caldo, le gomme della moto si attaccano come colla, permettendoti quasi in piega, di accarezzare l'asfalto con le ginocchia. 
Ma ancora adesso no, un minuto, un minuto ancora fatto di niente.
Un minuto solo.

giovedì 3 giugno 2010

Il saggio

Non strabuzzate gli occhi, tranquilli che non parlo certo di me, che saggio non sono, certo che.
Mi sto riferendo al quello di fine anno che la mia piccola, novella pattinatrice su ghiaccio, ha fatto sabato scorso, dopo un anno di sacrifici, allenamenti, prove a secco e su pista.  E' stato un leggero piacere assaporare la sua tensione inziale, seguire la sua concentrazione figura dopo figura ed il suo sorriso compiaciuto e liberatorio, alla fine, tra gli applausi che io, davvero, non ho sentito.
Perchè ascoltavo solo lo strusciare preciso delle sue lame sul ghiaccio, la sua attenzione ed il suo respiro trattenuto. Sentivo i suoi gesti ed i suoi occhi che brillavano alla fine, mentre mi cercava e mi faceva il segno col pollice alzato. 
E' cresciuta in fretta, sapete? Non ho potuto farci niente, non ha potuto farci niente neanche lei. Non avrei voluto, giuro, avrei voluto gustarmela di più allora, quando si addormentava sulla mia pancia, poco più grande della nostra gatta. Avrei voluto centellinare i minuti, imprimermela bene in mente, assorbire e memorizzare esattamente ogni istante del suo crescere fino a diventare quel donnino di dieci anni che è oggi, grande una spanna di più di tutte le sue compagne, ma che grida ancora di gioia se la porto sul Brucomela.
E così che va. Non è triste, o giusto o sbagliato. E' così. Ma mentre me la guardavo piroettare vedevo, come in un mosaico, mille immagini che comunque ho. Mille tatuaggi indelebili dentro la mente. Dal primo, quello unico ed irripetibile che è stato conoscerla, la prima volta che l'ho tenuta tra le mani, fino al suo ingresso in pista di poco fa, passando attraverso tanti momenti, tantissimi felici, qualcuno meno, pochissimi quelli veramente terribili.
Le prime pappe, le prime parole, le prime di tutta una serie di cose, naturali ed incredibili. E quanti baci e quanti abbracci penso sia impossibile contarli. Ed adesso è lì, con le sue rose e la sua brava medaglia, splendida e raggiante come poche altre volte.  Ti voglio bene, piccola mia.


E le giornate lavorative si frantumano e si disperdono nel tempo, qui, nello studio delle rose. Si susseguono a ritmo frenetico, forse addirittura eccessivo. Abbiamo acquisito molti lavori nuovi, alcuni immediatamente dietro l'angolo, ed altri decisamente più distanti, ma questi ultimi, per fortuna, con la prepotente attrattiva dell'aria di mare a blandirmi ed il poco tempo per gustarmela. E per uno di questi son ricapitato a Livorno, da cui mancavo da tempo e dove, trapiantato al mare riposa il mio zio preferito, quello che mi ha trasmesso l'amore per la montagna. La spilla in metallo del CAI che ho portato sempre con me in montagna è la sua.
E così ultimamente passo intere giornate a macinar chilometri. Ho in mente una vignetta di Forattini di tanti anni fa: rappresentava Papa Woijtila, appena sceso dalla scaletta di un aereo che, con le valige in mano e l'aria smarrita pronunciava: "Se oggi è giovedì, questo deve essere l'Honduras".
Ecco, più o meno è così che mi sento.
E ho anche ricevuto apprezzamenti, per quello che abbiamo tirato fuori dal cilindro in questi giorni: Il più divertente è stato: "ingegnere, lei ha fatto un lavoro splendido, ma non abbiamo i soldi per realizzarlo": ma si può?
Ho abbandonato la piscina, che alle sei di mattina, non c'è stato niente da fare, si sono rifiutati di aprirmela.
Quindi corse su corse, ma di corsa, quella vera, quella che fa respirare, ancora purtroppo non se ne parla. La scorsa settimana il mio luminare ha energicamente scosso la testa, nonostante tutti i progressi veri o inventati, le suppliche e le minacce. Mi ha detto di star buono, di pazientare - Ci vuol poco a rovinare quello che hai fatto fino ad ora - e di attendere ancora almeno un altro mese.
Fosse facile.
Fosse facile pazientare, sopportare. Saper accettare.
Fosse facile l'attesa.
Ricordo un'augurio letto tanti anni fa che recitava: "Che Allah ti doni la forza per cambiare le cose che puoi cambiare, il coraggio per sopportare le cose che non puoi cambiare e la saggezza per distinguere le une dalle altre cose".
Fosse facile.
Forza, coraggio e saggezza. Penso di, tra tutte e tre, non averne abbastanza da riempirne un bicchiere. Soprattutto l'ultima.
Non sono certo uno che sopporta, che accetta con facilità ciò che non è dato a noi di cambiare. Non posso farci niente, è così.
E' un periodo strano, di stanchezza latente e a volte opprimente, di umore altalenante, di cose che sembrano che si facciano da sole e di altre che proprio non c'è verso neanche di cominciarle. E ci sono i giorni che son più pesanti degli altri, come oggi. Con momenti fatti di pietra dura e grigia e pesante, mentre altri, troppo leggeri invece, sono già volati lontano.
E così me ne sto al palo. E non mi è nè d'aiuto nè di conforto la mia moto, scalciante e recalcitrante com'è ultimamente, reclamando un controllo che oramai proprio non si può più rimandare.
Sì, lo so che sono umorale. Periodicamente negativo. Me lo dico da solo. Ma so. So solo una cosa, ma basta e avanza.
E forse avrei invece solo bisogno di una vacanza, come commentava giustamente Bruno un paio di post fa.
Certo che, anche se forse basterebbe di meno.
Basterebbe il mare, ed un giorno di vento salmastro solamente mio, per svuotarmi e riempirmi di aria nuova.
O Basterebbe una parete, dura e ruvida, dove sfogare con la forza tutte le mie frustrazioni, per urlare con le braccia e le dita la rabbia dell'inutilità che a volte mi assale.
O magari basterebbe soltanto allacciarmi nuovamente le scarpette, fare due lunghi e profondi respiri ed immettermi in quel viale che mi ha guardato correre l'ultima volta più di tre mesi fa. Penso che già mi basterebbe immergermi nelle mie musiche ed isolarmi, sentire la fatica e sentirmi, affrontare ombre e problemi e vederli passo dopo passo scivolare alle mie spalle. Sì, mi basterebbe impostarmi nuovi programmi e limiti, nuovi orizzonti a cui guardare.
Il meglio è una cometa.
E tra mille anni, prima o poi, tanto ripassa.

domenica 2 maggio 2010

Di pattini, di sogni e vasche da bagno


Continuo a fare sogni strani, agitatissimi, inquieti. Questa notte una tigre con due cuccioli bianchi ed un paio di leoni adulti dalla criniera imponente mi han tenuto sinistramente compagnia, vagando liberi e nervosi tra casa e giardino. La consorte, interrogata a riguardo nella sua qualità di esperta in materia (è nata il 6 di gennaio, ha una scopa che usa solo lei e le faccio spesso notare che nel suo arrosto eccede in lingue di salamandra e code di rospo) ha consultato fondi di caffè, acceso incensi e pronunciato oscure formule di rito in siciliano stretto. Poi mi ha guardato sinistramente preoccupata, anche se poi mi ha confessato che stava pensando a chi avrebbe sostenuto in mia vece le iperboliche rate del mutuo.

Fesso io che mi ci sono lasciato trascinare, direte voi. E avete ragione.

Una mattina quieta, questa. Di calma e tranquillità sottopelle. Di una leggera mestizia, ma sottile sottile. Di poca energia e pochissima voglia di cose da fare e che siano tutte impegnative il minimo sindacale, per carità. Questa mattina altro che scalare il Kilimanjaro, altro che correre una maratona, io, e beato chi in quest'oggi lo sta facendo sul serio. Me ne starei a guardar fuori aspettando che passi. Che passi cosa poi non mi è dato di sapere, questa giornata, il mese, l'anno, l'oltre. Basta che passi, in realtà.

Una mattina in cui la mia piccola si è preparata una vasca piena pienissima di schiuma che strabordava, ci ha buttato dentro una decina di Barbie ed ha provato inutilmente a convincere Nostra Signora dei Gatti a farle compagnia, proposta che è stata sdegnosamente rifiutata dalla titolatissima felina. E se ne è stata un paio d'ore a sguazzare, a raccontarsi ed a inventare salvataggi di sventurate fanciulle biondissime, ventimila leghe sotto la schiuma Neutro Robert's. Ha una capacità tutta sua di tenersi compagnia, raccontandosi storie, domandando e rispondendo, cambiando la voce a seconda della parte e ridendo un sacco, che ancora adesso, mentre la osservo defilato, mi affascina.

Ed i famigerati compiti, nonostante gli ordini del kapò in trasferta, sono ancor tutti impilati aspettando che la voglia arrivi. Tempo ce n'è, in fondo. Voglia, al momento, meno di zero. Aspetterò pazientemente che esca dall'acqua, l'aiuterò portandomela a spalle fino sul lettone dove l'asciugherò facendole tutto il solletico possibile. E poi inizieremo, a Dio piacendo, la ricerca sul topazio, che noi nel frattempo sappiamo già essere un silicato, con un sacco di colori che il genitore non riesce proprio a riconoscere. E ridendo e scherzando, raccontando e parlando, impariamo di più, insieme e molto semplicemente.

Oggi pomeriggio invece si pattinerà. Cioè la mia piccola, novella Katarina Witt in erba, andrà alle prove del saggio di fine anno ed io le farò da autista, allacciatore di stringhe e personal trainer, e scusate se è poco. Ha iniziato tre anni fa lei, con caparbietà ed ostinazione, e quest'anno prova con i primi salti e piroette. Scelta personalissima ed indipendente, la sua, anche se presumo che il bombartamento mediatico di Torino 2006 abbia influito. E così oggi mi accontenterò di guardarmela, seduto distante in una delle mille poltroncine di plastica gialla. Ed, alla faccia di tutti i sogni di questo mondo, ricaricando forze ed energie per quello che capiterà e per la settimana che verrà, in cui, a Dio piacendo, ritroverò del'aria di mare a riempirmi il petto, gli occhi ed il cuore.
E, forse, di straforo, senza dir niente al mio luminare, mi ci scapperà pure un ritorno al mio parco, per una sgambata, una corsetta, un allenamento, ma piccolopiccolo piccolo...
Perchè non ce la faccio più ad attendere oltre. Perchè ho bisogno del potere taumaturgico della corsa. Perchè sento che è arrivato il tempo di ricominciare, di trovare asfalto sotto i piedi, di macinare ed assorbire pensieri e chilometri e lasciarmeli tutti e due alle spalle.

venerdì 23 aprile 2010

Capita così

Che mi sorprenda. Ed ogni anno è uguale.
Non mi ci abituerò, non ce la farò a ricordarmelo ed a prepararmici per tempo, del tipo oggi non ancora ma vedrai domani..
A Torino la primavera esplode tutta in un momento. Roba che il giorno prima non te ne accorgi ancora, a parte qualche timido fiorellino violabiancoblù nel pallido praticello dello studio e quello dopo è cambiato tutto, di colpo. Gli alberi carichi di foglie fino a ieri non c'erano, giuro. Come un trucco da prestigiatore ben riuscito.
E ti stupisci, mentre percorri i lunghi viali alberati di questa città, che per incanto sembra meno grigia, meno fredda, meno sordomuta.
E ti sorprendono queste successioni di continue esplosioni fiorite  ai margini delle  strade ed i colori, quanti, e sempre troppi, per me.
E sorprende il tiepido sul viso, questo sole sfacciato che ha ripreso a scaldare.
Ed è quasi una pacchia, in moto; senti profumi che sovrastano i consunti miasmi, ne aspiri la fresca fragranza, li assapori, ti inebriano, quasi. La strada per casa è nuovamente da fare in moto, ed alle otto, la sera, è ancora abbastanza chiaro e la visiera può stare già tranquillamente aperta.
Gli starnuti e gli occhi che lacrimano sono arrivati puntuali ma son sopportabili, fan parte del gioco.
E questo lembo spettinato e malaticcio di erba e rose sbilenche d'un soffio diventa un gradito e costante impegno, alla mattina presto o all'ora di pranzo, un produttore di sfalci organici di prima qualità, solo a potare il biancospino quasi moribondo ieri mi sono andati via un paio di sacchi belli pieni, mentre per i lunghissimi rami rampicanti della vite decisamente di più, sembravo il Laocoonte. Ed ogni sera la consorte, contemplando le camicie sporche di verde e le unghie con la riga nera di terra, si domanda se veramente ha sposato un ingegnere, domanda alla quale non riesco, francamente, a dare una risposta certa.
E qui ci son tornati i merli, becchettando allegramente e condividendo lo spazio con i passeri che si puliscono il becco sui rami rugosi e contorti della verbena, con i colorati ed impettiti ciuffolotti, casinisti e rumorosi nelle loro frequentissime liti ed con qualche raro ed incantevole pettirosso che si defila elegante tra i rami della siepe.
Ci si sente lieti, quasi, guardando fuori, da queste grandi vetrate.
Si tiene la porta aperta sul fuori e si sopportano con maggior leggerezza le telefonate, le grane ed i lavori da fare.  Ci si perde, un poco, ma per finta, perchè poi si recupera comunque. Ci si scialla, quasi. Il gelato del primo pomeriggio non è tornato ad essere una consuetudine ma quasi. Ed il cono cocco e yogurt è ancora una volta da brivido.
Ho abbandonato la macchina subito, dimenticandomela in una stradina privata a due passi dallo studio riesumandola proprio quando non posso farne a meno.
Il Transalp non aspettava altro, anche se non ha da lamentarsi, in quest'inverno a parte la sosta "forzata" non si è riposata praticamente mai.
La mattina è fresca il giusto ed il mio neckwarmer ha ancora il suo bel perchè, l'aria è carica e saporosa della neve delle mie montagne, di un sole giallo e basso e dell'andata ne ho già parlato qui.
Il ritorno è quasi meglio.
Parte con la temperatura ideale ed un paio di rotonde belle, pulite pulite, da girare rabbiose e piegatissimi, giusto per scaldare le gomme. Il percorso è veloce, ci si destreggia bene nel traffico, si passano agili le lente code di chi rientra. Si costeggia un parco, dove i runners, a quell'ora sono tutti lì, ed io, fermo al mio solito semaforo rosso li guardo, critico e con una punta d'invidia. Poi, poco dopo imbocco la mia strada segreta, quella che non c'è nessuno mai o quasi. Una lunga, piacevole curva a destra ed un curvone verso sinistra, da pecorrere in piena, per quanto può il transalp che sbuffa e scalcia, reclamando un tagliando di cui ha bisogno da troppo. Alla destra torreggiano le prue delle case ormeggiate al vento su un mare di erba verde dove, placide, brucano piccoli greggi di poltrone di plastica.
Una staccata secca e via, butti giù la moto di braccia, prima a destra e poi a sinistra e, piegatissssimo, acceleri e vai, dritto nella lunga strada che passa sotto l'arco, illuminato nell'inizio di un tramonto.
La città si allontana in fretta, poi. La collina, a sinistra, comincia a scintillare di piccole schegge, il Monviso intanto, solitario nella quiete di un cielo che si carica di rosa, si fa avanti maestoso ed imponente.
Il resto poi son strade veloci, qualche curva ancora ed infine, laggiù sul fondo, le sagome familiari dei campanili di bucodiculoplace dove, di lì a poco, riceverò il mio respiro nel cuore quotidiano, gli abbracci della mia piccola, sempre meno piccola purtroppo, ogni volta che la guardo.
Oggi piove ed il caldo sembra svanito, ma il verde, le foglie ed i profumi son tutti lì, intatti.
L'incanto è solo messo tra due parentesi leggere.

giovedì 24 dicembre 2009

La letterina di Babbo Natale


A Babbo Natale
Rovaniemi - Polo Nord


Caro Babbo Natale
Onestamente qui, da queste parti, che sono buono, me lo dice solo più Hannibal Lechter e questo magari la dice lunga su come mi sia comportato quest'anno, ma tu non stare a guardare troppo per il sottile. Ascoltami.
Sì che lo so di essere in ritardo; hai ragione, Il tempo stringe, è vero, avrei voluto prepararla prima la mia lettera ma, sinceramente, e lo sai, ho avuto proprio poco tempo, ultimamente.
Ho sempre poco tempo, ed ho sempre tanti pensieri, in questo periodo. Alcuni positivi alcuni meno, qualche ricordo doloroso, questi giorni va da sè che li richiamano tutti a galla, ma è un fatto, ci sono ed è inutile far finta di no.
Guardo dietro di me. Mi vedo percorrere quest'anno, giorno dopo giorno, analizzando serenamente ed con obiettività cosa ho fatto, in questo duemilaenove che sta volgendo al termine. Cosa ho fatto bene e cosa meno. Lo faccio giusto per risparmiarti la fatica, in maniera da non farti perder tempo a ragionare se mettermi nella lista dei meritevoli o meno.

Mi "quoto assolutamente" nella lista dei buoni. E ti spiego perchè.
Forse perchè fondamentalmente mi sento un buono, forse perchè la barba, la mattina, non la faccio mai "a memoria" ma guardandomi dritto dritto, a scrutarmi dentro. E tutto sommato, mi piace abbastanza quello che vedo.

Mi chiedi cosa abbia fatto di diverso dagli altri anni?
Ho ripreso a correre. Anche se adesso sono fermo da ottobre, e sono in lista per l'intervento al tendine, sicuramente è la cosa più sana che abbia fatto. Mi ha fatto star di nuovo bene, mi ha fatto recuperare me stesso, nel fisico prima e nella mente poi, anche se quest'ultima, oramai non è più completamente recuperabile.
Beh, poi ho ripreso a scrivere e creato un blog. Ma anche questo l'ho fatto egosisticamente, solo per me. Ma ogni cosa quello che non avrei mai potuto fare, pensare, scrivere e dire se non avessi messo su un blog lo so solo io. A parte te, ovviamente.

Ed infine ho ripreso a respirare. Sono uscito da un lungo, lunghissimo periodo di apnea e ho scoperto così tante cose, respirando. Ho ripreso, piano, i polmoni han fatto fatica, all'inizio. Ma poi han reagito, come una lenta locomotiva a carbone. Ed adesso che mi sento in corsa non ho tanta voglia di tornare sotto. Resisto, finchè posso.

Sì, ma in fondo, che cos'è che ho fatto di buono, ma di buono realmente?
Ho amato di un amore completo, senza retropensieri e pentimenti. Ho veramente amato fare quello che ho fatto, tutto, ogni giorno. Il mio lavoro, questo studio, tutte le cose in cui credo, la corsa, scrivere. Ho amato mia figlia, vedendola crescere giorno per giorno, spronandola, giocandoci insieme ed aiutandola a crescere. Sono ancora il suo punto di riferimento, per fortuna.
E pensandoci bene non ho combinato nulla di particolare per essere segnato nell'altra lista, sai? Mai parcheggiato sulle strisce, tranne una volta la moto, che ho subito spostata, ma mi è costata una cena (ad onor del vero ancora da pagare). Mai passato con il rosso, tranne quando era un arancione mooolto allungato. E per quanto riguarda l'andar forte in macchina.... beh, qui passo. 

Non so se basta, ma comunque la mia letterina la scrivo lo stesso.

Già, e cosa vorrei?

Tralascio la pace nel mondo ed un Ferrari, che son regali scontati.
Mi piacerebbe un tendine nuovo, ma anche se mi aggiusti quello che ho già male non sarebbe. Anzi forse è quasi meglio.
Un walkman subacqueo, per poter nuotare così come corro, nella mia bolla, isolato dal mondo.
Una tuta da runner per l'inverno, che ho solo pantaloncini corti e correre al freddo è già duro di suo.
Un tagliando per il Transalp che ne ha tanto bisogno.
Un paio di scarpe da arrampicata, che le mie vecchie han visto giorni migliori.
Una Nikon seria, è una vita che la desidero, ma prima o poi mi sa che me la dovrò comprare da solo.
Una stilografica va sempre bene, scegli tu, Aurora, Delta, Parker, Sheaffer,Tibaldi, Visconti, Waterman (te le ho messe in ordine alfabetico, visto?) fai come credi che non sbagli mai. Ma se vai a prenderla da Torino Penna magari, lì conoscono anche i miei gusti.

Però anche se sei Babbo Natale sei strano sai? Tu che, probabilmente per fare prima,  qualcosa mi hai già portato in anticipo.
Lo sguardo luminoso della mia bimba, che mi hai già regalato nove anni e che si rinnova ogni giorno, così come i suoi sorrisi: questo me lo tengo stretto, stretto come i suoi abbracci.

Altre cose poi mi hai già portato da poco, ad onor del vero.
Un metro che non ce l'ha nessun ingegnere e dovunque lo porto faccio un figurone!
E poi una matita nera con diamantino, una Moleskine bellissima, una penna usa e getta che nella mia collezione non poteva certo mancare, un quaderno meraviglioso per gli appunti e le idee ed infine libri, in quantità.
E ancora un pendente brillantissimo, da appendere sull'albero e che mi è vicino ora. E lo sguardo di un paio di occhi sorridenti e limpidi che non mi stanco mai di guardare.

E pertanto penso che basti.
Quind caro Babbo Natale, concludendo non è che abbia poi bisogno di niente. Con quanto mi hai già dato una cravatta basta ed avanza, tranquillo.
E quindi Buon Natale anche a te, Babbo Natale. Parti pure per il tuo giro e grazie, grazie sinceramente.
E se percaso devi farti fare il progetto di adeguamento della fabbrica di giocattoli, su, da te, rivolgiti qua. Ti tratterò bene, vedrai.

Tuo D&R.

venerdì 6 novembre 2009

Poche parole


Ed io ho altro... in questo momento...


GGGHFHGOOH...
(è  quello che riesco a dire in questo momento)



A voi, BESTIE senza cuore del mio studio ed ai vostri tormenti dell'ultima settimana.... Siete dei.... Tanto lo sapete, cosa siete!!!

D&R

martedì 27 ottobre 2009

Piazza Vittorio, un giorno


E' particolare, questa piazza. Scarna, troppo grande. Hanno approfittato che c'era un fiume e ce l'hanno messo dentro e finisce dall'altra parte, dietro la chiesa, per poter dire che è una tra le piazze più grandi d'Europa, e non vale, così è fin troppo facile. E' in discesa, ma pochi se ne accorgono, con le case che si interrompono in corrispondenza delle vie e riprendono subito dopo un poco più alte, così che, se non te lo diceva il tuo professore al Politecnico, tu mica te ne eri mai accorto. E' scarna e ingrigita, per alcuni versi, con tutti i fili e fili e fili intrecciati per i tram, che quando la vuoi inquadrare tutta con la macchina fotografica loro escono alla ribalta e ti sembra di vedere quasi solo quelli.
E' rimasto un pizzico di magia, nascosta negli angoli remoti e bui, quelli vicino alla farmacia dell'800, di quando ci portavano una volta a Carnevale, noi piccoli, io con il berretto da cowboy, il giubbotto con le frange, la stella e il cinturone con la pistola e i sei colpi gialli nelle striscie che li staccavi e li mettevi dentro, uno ad uno, con le dita che facevan fatica, che una volta tanti ma tantitantitanti anni fa il carnevale lo facevano lì, che da quando l'hanno spostato alla Pellerina tutta la magia e l'infanzia è rimasta dall'altra parte.
E' bella e brutta, moderna e antica, desolazione e sorpresa, un controsenso ed un incanto ad ogni passo, tutti diversi. E' indorata dal sole, oggi, con tutti i fiori sul ponte che colorano, con le rotaie che scintillano, con il fiume che è quasi oro, oggi, che fa caldo ma un caldo che ottobre sembra sparito di colpo, che quelli in macchina mi invidiano tutti, io che la mia città me l'attraverso in un baleno, perchè solo un attimo fa mica ero qua, ero là nel mio cantiere quello grande, quello da mille milioni, quello che la mia piccola quando ci passo davanti ha imparato a dire "questo lo fa il mio papà", ed io già mi vedo con la cazzuola in mano e la busta di foglio di giornale in testa, che, mattone su mattone tiro su muri, per non smentirla. No, ciccia, il tuo papà fa solo l'ingegnere. "Ma è meglio o peggio?" chiede spesso lei, pensosa. Ah, saperlo.
Ero là che oggi ho visto tutto, ed a un certo punto, visto che ci si perdeva in ciance, ho salutato tutti e via, perso nel zig zag tra macchine lente, me la son ritrovata vicino. Così, improvvisa e vicina che quasi non me l'aspettavo, il Transalp fa di testa sua, insegue quel che vuole alle volte. Ed invece eccola lì, uno squarcio improvviso. Ho parcheggiato in una viuzza vicino, l'ho atraversata, casco in mano e cellulare spento. Ho camminato sotto i portici, ritrovando angoli conosciuti, scorci dimenticati. Qui una volta c'era uno che... adesso non c'è più, e tutti questi bar ipermegasupertecnologici, che io quando progetto spesso penso così, ma quando cerco un posto come Dio comanda mi rifugio in quei posti, quelli diversi, qelli con gli specchi vecchi e le boiserie in legno, di quelli da rifugiarsi sulle poltroncine che scricchiolano sul vecchio palchetto in legno, con un irish coffee tra le mani che scalda, con la nebbia che lenta sale dal fiume, che lì dentro ci stai e parli fitto fitto e ridi, e i pasticcini che uno via l'altro e alla fine sei sazio e la cena potresti anche evitarla. E chissà c'è ancora quel posto, mi sa che non c'è più, perchè ormai ho fatto tutto il giro, sono quasi da dove son partito e qui praticamente di quei posti non ce n'è più neanche uno, vedo tavolini moderni ancora, fuori dai portici quindi ci sarà un altro di quei locali tutti acciaio e vetro acidato e invece no.
Me lo ritrovo lì, davanti a me, con le tartine per l'aperitivo già esposte, e l'interno scuro, quasi buio. Non riesco a resistere. Entro.
L'interno è così, come doveva essere, come mi aspettavo. Il vassoio dei dolci a sinistra, pieno di croissant di tutte le forme e colori, roba da acquolina in bocca, ma so che dovrei aver al massimo un paio di Euro in tasca e quindi non è il caso di lasciar il casco come pegno. Ordino un caffè, io che ultimamente mai neanche più uno, ma, improvvisamente ne avevo voglia. Bevo il caffè e nel frattempo guardo, osservo, i due bimbi con una brioche ciascuno che le tengono a due mani e ad ogni morso ci si immergono, i quadri, la cassa vecchia e un pò scrostata, di quelle ancora con i tasti a pressione che quando schiacci il totale esce il numero su in alto e si sente la campanella. E poi la saletta di fianco, piccola, una discreta finestra sulla piazza, di quelle dove star seduti in un angolo, a scrivere, scrivere e scrivere. E poi, va già che lo sai, che te lo dico a fare, ma ci ho pensato. Bello sarebbe.
Pago il mio 0.90 e scopro che di Euri ne possedevo addirittura tre, per cui ci stava anche un croissant, magari solo uno senza niente dentro così non ingrasso, ma senza niente che lo prendo a fare, è molto meglio niente del tutto. Appoggio le mani sul bancone, sulla parete della saletta, su un tavolino basso. Me ne approprio, respiro l'aria che sa di caffè macinato. Poi esco. Sarebbe stato veramente un peccato non ci fosse stato più. In fondo era così, fino ad oggi. Da oggi invece esiste, anche per me.
E ritrovo la mia moto, parcheggiata sbilenca, ironica, come per dire "hai visto? Ti sei voluto fare tutto il giro della piazza perchè non ti fidavi, vero? Ed io che invece ti ci avevo portato proprio giusto. Vatti a fidar degli uomini". 
Per fortuna che c'è lei.
D&R

giovedì 15 ottobre 2009

Sei ancora capace di seguire il tuo istinto?


Oggi, in studio, una busta elegante, grigia metallizzata e abbastanza consistente, da parte di Jaguar Italia e indirizzata a me. A me????? Ehi, Jaguar, ma hai visto bene a chi l'hai mandata? A me non arriva neanche più la pubblicità della Dacia Logan su carta riciclata!!
Hai percaso dato un'occhiata al mio conto in banca che rispecchia pari pari le temperature dell'Usbekistan di metà gennaio? O per caso mi hai visto in giro in moto a tre gradi sopra lo zero e ti ho impietosito? O con la mia auto, che ultimamente dimostra anche più dei 280.000 Km che porta ed hai deciso di fare un'azione umanitaria e sponsorizzarmi? Guarda che con me sprechi carta tempo e francobollo!!!
Sul retro la foto di una donna sensualmente bella con una benda sugli occhi e le labbra voluttuosamente socchiuse. E quella frase che mi fa pensare: "dammi quella lì che un'ideina sul mio istinto la trovo subito. Arruginita, ma in fondo, ancora, ci dovrebbe essere". Incuriosito, la apro.

Dentro una lettera di presentazione, dove mi dicono di chiudere gli occhi ed un depliant della nuova XF 3.0V6 da 240 CV. Bella è bella, ma se invece di farli chiudere a me gli occhi, li chiudete voi anche solo per un attimo dopo avermici fatto sedere dentro con le chiavi nel cruscotto, vi faccio vedere un gioco di prestigio che neanche David Copperfield dei tempi migliori!!
Ma il meglio deve ancora venire: sotto il depliant una benda in raso nero, con il logo Jaguar stampato.
Una benda???
Mi fermo, ancora con la benda tra le dita e mi vien da pensare:
"Ehi, Jaguar, MA PORCA P........!!!! Ma dovendo scegliere, tra le due cose della foto proprio la benda mi ci devi mettere??? Guarda che se invece inserivi la signorina (bastava anche solo il numero di telefono), la benda da qualche parte ce la facevo a rimediarla!!!

mercoledì 14 ottobre 2009

Oggi voglio stare spento.




Alba incredibile stamattina. Lucida e silente. Con quell'ultima, unica stella di scheggia di cristallo che sembra sia stata puntata lì, di fronte, apposta per me. Che freddo che c'era alle 6.30, 4 gradi secchi che senti come punture di spilli nelle pieghe delle mani, che il fiato ti si condensa subito in rapide volute e poi si dissolve, mentre il cielo si tinge di una quantità di colori persino eccessiva, per me che sono inguaribilmente daltonico.
Ad est il chiarore comincia dalla linea scura e frastagliata degli alberi, mentre le montagne laggiù giacciono ancora sotto la coltre di piombo della notte. Si distingue chiaramente la sagoma scura della collina, ancora punteggiata di molte luci tremolanti. Una fetta di luna, in alto, osserva silenziosa la scena, sopra le strisciate infuocate delle poche nubi.
In giro nessuno, il silenzio è palpabile, limpido e freddo; solo dalla statale, in lontananza, proviene il rombo cupo ed incessante dei camion. Annuso l'aria, non sa ancora di neve. Non è ancora il tempo.
Dal caldo confortante dell'auto chiusa di fianco a me provengono le note di Vasco Rossi in San Siro Live, e le parole di "Vivere" capitano lì quasi apposta, sembrano un consiglio. Apro la portiera, alzo il volume e resto silenzioso ad ascoltare.
Vivere e sperare di star meglio
vivere e non essere mai contento
vivere come stare sempre al vento
vivere, come ridere
vivere anche se sei morto dentro
vivere e devi essere sempre contento
vivere è come un comandamento
vivere.. o sopravvivere, senza perdersi d'animo mai e combattere e lottare contro tutto contro
vivere e restare sempre al vento a vivere e sorridere dei guai
proprio come non hai fatto mai e pensare che domani sarà sempre meglio
oggi non ho tempo, oggi voglio stare spento.
Il chiarore è alto, Rischio di trovare troppo traffico. Risalgo, metto in moto e riparto.
Buona giornata.

martedì 6 ottobre 2009

Come cambiano

Le cose, i fatti, le emozioni, la gente.
Ed anch'io che, nell'ostinazione assurda di rimanere legato al tempo per poterlo domare, fermare, piegare al mio volere, pur non volendo, cambio lo stesso.
Come cambia la mia vita e la gente che mi sta intorno. Come cambiano le cose che prima mi andavano bene ed adesso non sopporto più.
Come sono cambiato io, volente o meno, da quando ho cominciato a scrivere qui, quel 25 giugno.
E' una sera strana questa. Primo ho mancato ai miei obblighi con mia figlia, quello di poterla vedere prima che vada a nanna. Di stare con lei naso contro naso, coccolandomela un pò con le sue dita che mi prendono il lobo dell'orecchio come faceva quand'era piccola. E' vero, ho dovuto finire un lavoro, ma più che altro avevo bisogno ancora una volta di starmene in pace, Io e una canzone di Billie Holiday, che lenta e tragica nella sua tristezza mi morde dentro. Ho cambiato le mie abitudini, per poter veder mia figlia sveglia, io che sono sempre andato avanti fino a notte fonda a scrivere, a disegnare prima, ed a lavorare poi. Lasciavo agli altri la fatica delle levatacce e mi prendevo le notti, gustandomele a pieni polmoni. E' il mio lavoro, me lo sono scelto e costruito pezzo per pezzo e, tutto sommato mi piace anche. Mi piace il mio studio, dove tutto, dalla biro al plotter da 10 mila Euro è nostro e ce lo siamo sudato e guadagnato. E meritato.
Poi la vigilia di capodanno di due anni fa tutto è stato ribaltato da quel momento in cui, improvvisamente, di mia figlia non è rimasto che il corpo, con la mente rubata da un perfido virus, arrivato come una folata di vento malefico, senza che potessi far niente per evitarlo.
Eravamo come di consueto tra i miei monti. Ricordo quella corsa improvvisa in ambulanza fino a Susa e l'incubo della probabile meningite. "Tu non la porterai mai via", pensavo a pugni chiusi. Avrei lottato con Dio.
Poi il lento, magico risveglio e la seconda corsa fino al Regina Margherita, dove insieme ad una squadra di persone efficienti e soprattutto umane abbiamo sentito gli scoppi dei petardi di chi, in quel momento, festeggiava.
Quella notte il mondo, il tempo, si sono veramente fermati. Ed io non lo volevo. In quella notte e per le nove successive che abbiamo passato in ospedale io e mia moglie ci siamo sostenuti a vicenda, ritrovandoci e riavvicinandoci, per poi allontanarci lentamente in punta di piedi dopo, e adesso, sinceramente non so.
Poi tutto è passato, senza traccia, ad eccezione di quelle che, dentro, non passeranno mai più. E uscendo da quell'ospedale avevo preso la decisione che ho mantenuto fino a stasera. Quella di partire in studio alle 7 del mattino ma di arrivare presto a casa, in maniera da potermela godere un pò e darle qualcosa di più di un bacio stanco con la barba lunga di un giorno. Quella di giocare disteso sul pavimento con lei e la nostra gatta bianca, acquistata a caro prezzo all'esposizione internazionale di Stupinigi perchè le avevo promesso "scegli il gatto che vuoi che papà te la compra" (1200 Euro di gatto: dite che son matto? non ditelo che già lo so da me).
Quella di ascoltarla, consigliarla ed educarla, cercando di evitarle gli sbagli che in quantità industriale ho già commesso io, ma che se li vorrà fare comunque, andrà bene lo stesso.
Quella di gustarmi quei sorrisi e quel centro dell'attenzione che, ancora chissà per quanto, rappresento per lei.
Vi svelo un piccolo segreto: per chi si chiede ancora chi è veramente Sveva, beh, direi che almeno un buon 80% è proprio lei. Il mio amore più assoluto (e l'altro 20%?? Sapeste!!).
Stasera ho trasgredito ma ne avevo bisogno per pensare anche un pò a me stesso, anche se devo dire che me l'ha fatta di nuovo. Alla fine sono stato con lei tutta la sera.
Vedrò di farmi perdonare.
Magari le compro un altro gatto!! ^ ^
D&R

Ho venti giorni


Ho venti giorni di tempo per convincere il mio tendine a rigenerarsi, a guarire. Altrimenti non c'è storia.
Il medico è quello che segue Renè, in corsa da sempre. Abbiamo prenotato la visita lo stesso giorno. E ieri il viaggio fino al paesino sperduto dalle parti di Novara l'ho fatto, ancora una volta, insieme a lui. A parlar di stupidate, come sempre, mentre la mia auto percorreva l'autostrada troppo velocemente, come sempre anche quello. Lui comunque capiva, nascosta tra le pieghe stirate delle mie risate, la preoccupazione e, tra una scemata e l'altra, mi ci infilava dentro un "Vedrai comunque che te lo aggiusta, lui è uno bravo, e l'intervento cerca sempre di evitarlo". E così alla fine, quando sono entrato nella piccola sala d'attesa, con le foto appese al muro di tutti quegli atleti, tutti quei campioni che lo ringraziavano per i servizi resi, quasi quasi cominciavo a crederci, cercando di non dar peso a quello che invece sentivo io, e che diceva tutt'altro.
Nell'attesa che visitasse Renato ho potuto leggere un servizio su una rivista specializzata di running dedicato al vincitore dell'Elbaman, che ho potuto vedere da vicino. Lui, partendo alle 7 del mattino ha prima nuotato per 3.8 km, poi ha percorso 180 km in bici ed alla fine ha "passeggiato" per 42 km a (3h 19'!!!), arrivando primo alla fine, e neanche troppo sfinito.
Io, invece, mi sono tuffato in piscina e mi sono lesionato il tendine.
Non è che sia proprio giustogiustogiusto.
Il medico è un ex triatleta anche lui, occhiali e baffi ed aria severa. Penso che più o meno abbia la mia età. Alla parete dello piccolo studiolo una marea di attestati e riconoscimenti.
Ascolta la mia disavventura, mi chiede i miei tempi al chilometro e poi mi mette a pancia sotto sul lettino e inizia a visitarmi, torturandomi ferocemente.
Non ci mette molto. "Tu il tendine praticamente te lo sei giocato. Potevi romperlo con quel tuffo e ci sei arrivato a tanto così" mi dice brusco, continuando a schiacciare senza pietà. Io non mi lamento, ma stringo i denti.
Poi un paio di punture e mi fa sedere mentre comincia a scrivere una marea di cose e nel frattempo me le spiega, preciso e stringato. Non si dilunga, elenca le cose da fare.
Secondo lui non c'è alternativa all'intervento.
In pratica il processo degenerativo ha portato il tendine al lumicino. Non potrò mai più tentare uno scatto neanche per prendere un tram, pena la rottura. Posso forse evitare l'intervento e correre ancora, ma per saperlo adesso abbiamo una scommessa da provare a vincere, anche se non so quanto ne valga la pena.
Abbiamo venti giorni di tempo per rimetterlo in senso 'sto balordo.
Venti giorni di assenza assoluta dalle corse, vietatissime, e sono state il mio polmone degli ultimi mesi. Venti giorni di ghiaccio, 2 volte al giorno, di nuoto al posto della corsa, di medicine e stretching. Venti giorni di laserterapia, di scarpe da corsa anche sotto lo smoking e zoccoli da infermiere in casa, io che a casa mia adoro camminare a piedi nudi sul parquet che ho messo anche in cucina.
Tra venti giorni mi vuol rivedere e poi decideremo. Cioè lui deciderà e io gli dirò che sono d'accordo.
Decideremo se dovrò tornare di nuovo sotto i ferri, per poi ricominciare tutto da capo, ancora una volta. Stringere i denti e ripartire. Riperdere tutto e ricostruirlo pian piano, soffrire e sudare, dipendere da qualcuno per andare avanti ed indietro da casa allo studio e viceversa. Rivedere lo sguardo amorevolmente preoccupato di mia figlia, che, da quando è nata, di odore di ospedale ne ha respirato fin troppo.
Potessi ripararmi e rigenerarmi utilizzando la stessa energia che è quella che mi ha permesso di riprendere fili spezzati, e che conservo ancora per quello che succederà domani lo farei. So che posso farlo. Ma il tendine è uno stupido pezzo di tessuto, non ascolta, non capisce che cosa ho ancora intenzione di fare, non si rende conto che non bisogna tenere in conto gli anni che sono passati ed i chilometri percorsi e che bisogna tirarsi su le maniche e trovare una soluzione. Invece si consuma inesorabilmente. E di rotti e ricuciti ne porto dentro almeno un paio, lo so.
Mi giro e mi rigiro tra le dita la mia stilografica di turno. Ho messo via la Souveran e l'ho sostituita con una più leggera Omas 360 Blu Venice, con quella superficie quasi di velluto al tatto che però stavolta non mi da la consueta sensazione di appagamento.
Stanotte non ho praticamente dormito, rimanendo in una leggera coltre di confusione, pensando e ripensando a cosa fosse meglio e cosa no. Stamattina alle 6 sono sgusciato silenziosamente dal letto sotto lo sguardo interrogativo ed assonnato di mia moglie, ho dato due bacini a quel delizioso incavo sul collo della mia bimba senza svegliarla e me ne sono venuto via, silenzioso sulle mie scarpe da running sotto la giacca. Fuori dall'auto ho potuto assistere ad un'alba rosa carne, fredda ed assoluta, mentre le rasoiate prodotte dalla voce tagliente e ruvida di Bob Dylan mi giravano intorno.
E dai che ci riproviamo.

martedì 29 settembre 2009

Stamattina: Ecografia



L'esito parla chiaro: "lesione parcellare del III medio del tendine di Achille sx in quadro di severa tendinosi". In pratica... è un casino e neanche tanto piccolo, se penso che l'ecografo, mentre uscivo, mi ha lanciato un "in bocca al lupo" neanche tanto convinto.
E se poi penso a quelli che ho visto l'altro ieri http://nuke.elbaman.it/ ed a quello che può fare la determinazione, accomunata ad un pizzico di pazzia non posso far altro che rodermi. Determinazione penso di averne, pazzia forse a pacchi ma oggi non basta. Va bè, comunque dentro di me lo sapevo e la faccenda non mi ha preso poi così tanto alla sprovvista. Adesso devo aspettare il 5 Ottobre (visita specialistica) e poi non posso far altro che ricominciare... ancora un'altra volta.
Appena ho un paio di minuti metto giù un paio di ..... centinaia di righe sui due giorni passati nella splendida e verdissima Isola d'Elba.
Alla prossima

martedì 22 settembre 2009

Stupidate

[Nota introduttiva: probabilmente l'estrema negatività degli eventi avversi che mi son capitati ultimamente ha portato una serena consapevolezza nei confronti di altre cose, sicuramente più importanti. Ho smesso di piangermi addosso, e mi sento più forte almeno per oggi. A giorni so che riprenderò a correre e non mi importa di quanto abbia perso, so che resto sempre in corsa. La moto la riparerò appena potrò mettere da parte due soldi, ma intanto sono riuscito a usarla lo stesso, anche se è tutta uno scossone.
E riattraversare questa mattina la fredda bruma mattutina, con quella gialla palla di fuoco fissa davanti agli occhi che piano si alza sulle nuvole basse, con il profondo brontolio della moto  che riempie le orecchie mi ha fatto sentir di nuovo pronto a combattere. Per tutte le altre cose.... una alla volta.
Di conseguenza, in pratica, ho solo bisogno di essere molto meno profondo e, semplicemente, di "sparar minchiate". Ogni tanto aiuta. Scusate, per oggi.]
D&R



Se dovessi disegnare una curva che rappresenti tutto ciò che ho scritto a causa di quanto le mie emozioni scatenavano, se dovessi mettere in ascissa la tipologia e l'intensità delle emozioni (verso sinistra negative e verso destra positive) ed in ordinata la quantità di "roba" scritta, molto probabilmente otterrei una curva "gaussiana", il cui culmine sarebbe spostato un pò verso sinistra.... Ehi, vi sarete mica addormentati? Si, lo so sono ingegnere. Ma uno di quelli complicati, che è peggio. Cercate di seguire il filo logico, che io l'ho già perso.
Ad essere onesto più che una curva dovrei avere una superficie bidimensionale simile ad una sella, perchè nell'altra dimensione metterei il "quando", cioè il momento in cui ho scritto tutto quello che mi è passato in mente, scoprendo che molto si scrive "prima", molto "dopo" e quasi niente "durante". Troppo complicato? Mi spiego meglio con un esempio.
Le sei stato dietro per anni. Ti ha tolto il fiato ed il sonno. Le hai provate tutte ma lei non si è accorta di quanto tu sia unico e meraviglioso. Lei, l'unica donna che esiste sulla faccia della terra, quella che hai pateticamente idealizzato fino a pensare che rappresenta la perfezione assoluta, lei ('sta zoccola, fine dell'idealizzazione) ha preferito uno che a te, magari sembra meno intelligente di un gorilla idrocefalo ma innanzitutto ha: due spalle così, una macchina tamarrissima che però ha pagato in contanti ed un portafoglio gonfio quanto i suoi bicipiti. E cosa fai dopo l'oltraggio? O te ne sbatti, decidi che, tanto, ce ne sono a milioni, che la vita è troppo breve per correre dietro a tutte.... OK eliminiamo la fantascienza: O cominci a scassare i quattroquarti ad ogni amico finchè non diventa un tuo ex amico, ti senti uno straccio, dimentichi di mangiare ed in compenso bevi come una spugna, finchè riesci a rimorchiarne un'altra (che o lavora a percentuale alla cantine riunite e con te almeno si fa i soldi o agisce esclusivamente per pura compassione) o, come unica alternativa, ti metti a scrivere, scrivendo un fiume di cose e, diciamolo pure, una discreta marea di cazzate, roba che se le legge Masini si gratta vigorosamente i coglioni. Spesso riesci a fare le due cose contemporaneamente, e da ubriaco devo dire di aver scritto tanto, ma di aver anche commesso molti errori di ortografia.
Beh, riprendendo il discorso della curva, devo dire che in casi come questo (i negativi intendo) si scrive molto e lo si fa nel dopo (dopo la disfatta intendo). E queste sono le lagne forse peggiori. Mentre quando..ottieni ciò che volevi (:-)))))) scrivi molto in quei momenti di attesa di quelle mille conferme, quando sorridi anche al portiere la mattina e ci manca poco che senti gli ucellini fischiettare sul davanzale tipo Biancaneve; insomma prima che te la dia (pardon, scusate la caduta di stile) mentre, ineluttabile, subito dopo interviene la sazietà egoistica della conquista e... di lì in poi tutto comincia lentamente ed inevitabilmente a deteriorarsi, compresa l'urgenza di prendere la stilografica del momento ed i tuoi fogli e riscoprendo invece, per una mera questione di sopravvivenza, le serate a base di birra con gli amici più scapestrati, finchè la di lei di turno ti manda a raccogliere ortiche e ricominci tutto daccapo.
Queste pertanto sono le mie riflessioni su quanto si scrive "prima" e quanto "dopo".
E sul perchè non si scrive mai niente "durante"... lascio la risposta alla vostra fervida immaginazione :-))



[Physicians believe that the equations approximate the real world. Mathematicians believe that the real world approximates the equations. Engineers are not able to connect the two things.]

mercoledì 16 settembre 2009

Sarà la pioggia

Sarà il tempo, con questo freddo umido, e le nuvole scure e la pioggia che subdolamente han decretato la fine dell'estate, lasciandomi indolente, con addosso quella voglia pigra e grigia di chiudere gli occhi ed aspettare che qualcosa cambi. Sicuramente in meglio, perchè in peggio non è affatto facile.
Sarà che i lavori, con tutte le loro grane hannno ripreso a ritmo troppo pieno per me, senza lasciarmi lo spazio vitale, quello dedicato solo a me ed ai miei pensieri. Grigi come le nuvole.
Sarà che mi muovo in auto, lento ed incolonnato, perchè piove e anche la moto ha qualche problema, spero non serio ma non posso usarla. Si vede che sente il tempo, proprio come il sottoscritto. Ed aggiustarla costa.

Sarà che son fermo di nuovo e lo sono da quasi una settimana, con un altro tendine stanco che viene inopportunamente a rompermi le uova nel paniere. Zoppico, sotto l'acqua. Ed il non poter correre, ed il non poter scrivere ed il non andare in moto ed il non.. troppe cose che non posso fare.
Sarà che l'altro ieri, in una delle solite litigate furiose in auto, e sono troppe oramai, ho fatto anche piangere mia figlia. E questo pesa di più di tutto.
Sarà che oggi sono andato a votare all'Ordine ed ho rivisto il mio relatore della tesi e son tornato indietro in un balzo di vent'anni, a quegli anni in cui anche il sole scaldava di più, quando avevo molte più speranze e molti più sorrisi di quanti ne abbia adesso. E quella F in più in quel nome che, allora, ha segnato tutto (mi capisco da solo).
Sarà che sempre lì ho incontrato il mio ex socio nonchè amico, che insieme a me, troppi anni fa aveva impiegato tempo ed energie per creare il nostro studio che oggi per sua scelta non è più il suo, ed in quella mezz'ora ci siamo ritrovati, rimpianto dopo rimpianto, almeno per me. E ho ricordato perchè allora avevo deciso di scommettere sul mio futuro insieme a lui. E oggi, direi che questo mi manca parecchio.
Sarà che ieri sera è morto Michael Scotfield (e chi non segue Prison Break non può capire) e la serie è definitivamente finita. Direi, ovviamente, non benissimo.
Ma rimuginando e rodendomi un pò l'anima, raggomitolato su me stesso, osservando fuori il pino appesantito da tutta quest'acqua, mi capita di chiedermi come sarebbe andata se fosse stato tutto diverso, se avessi preso tutta quella serie diversa di percorsi, che oggi ho nuovamente incontrato. E il pensarci su non risolleva certo il morale.
Boh, forse sarebbe cambiato solamente tutto. Dire come, può solo contribuire a star con su il muso addosso, senza neanche aver voglia di scivere.

Sarà solo la pioggia, forse.