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giovedì 18 luglio 2013

Altrove



Arturo ha la faccia da bravo ragazzo, alto, lungo ed un piede rotto. Anche per lui è la sua prima moto. Mi ricorda un pò me alla sua età. Non appena sollevo il telone mormora piano "è bellissima", nonostante sia coperta da due dita di polvere e poi non riesce a levarle più gli occhi di dosso. Anche il suo amico, quello più esperto, la prova, la studia, la esamina attentamente, e poi dà il suo assenso. "La moto è a posto" gli dice, e Arturo sorride - E' quello che cercavo - mi fa.
Lo so - rispondo io, guardandolo fisso negli occhi.

Altrove, una vita di anni fa, quando il mio mondo aveva orizzonti diversi e meno domande a cui non so più dare risposte, eravamo di ritorno dall'ultima ecografia. La venuta al mondo di quella che sarebbe diventata la mia Ciccia bellissima era ormai prossima. Con la consorte si parlava distrattamente di un conoscente che aveva appena cambiato la moto. Lei ad un certo punto mi guarda e sorridendo mi dice: "Stai per diventare un padre di famiglia. Ti rendi conto che se non l'hai comperata fino ad ora, non la prenderai più".
Mi ricordo benissimo il semaforo diventare rosso ed a destra le due vetrine del negozio.
Lei era lì, esattamente dove doveva essere, luccicante e splendida. Mi aspettava, sembrava che avesse scritto su "la tua ultima occasione" a caratteri lampeggianti.
Parcheggio, lascio la consorte perplessa in auto ed entro. Ne esco dopo nemmeno cinque minuti e le chiedo di venirla a vedere dicendole: "Avevi ragione. Se non la compravo adesso non la compravo più".

Capita, nella logica delle cose che di logico non hanno mai niente che tu ti debba adattare. Che, per sopravvivenza o necessità od ambedue le cose, debba farti giunco e lasciarti scivolare addosso impassibile le folate del vento di tempesta, senza domandarti il come ed il perché, senza nemmeno aspettare che tutto finisca, perché sai che, prima o poi, anche l'ultimo scroscio rumoroso si allontanerà, lasciando dietro di sé un'aria che sa di pulito ed un cielo azzurro chiaro che ti permetta di guardare lontano ancora una volta.

E' stata il mio regalo per me per aver fatto la mia Ciccia così bella. E' stata la mia prima ed unica moto. Sono state le mie strade senza domande, quelle che arrivi in studio ed il sorriso non te lo spengono nemmeno le litigate coi soci, le mie curve piegate fino ad accarezzare la strada, gli incontri con le persone più speciali, il sole che tramonta al di là della visiera, e gioca riflettendosi sui mille giri dorati dei raggi in ottone. E' la pressione sulla schiena della mia Ciccia attaccata stretta che irradia il suo volermi bene così vasto, che quando accelero piano la sento felice ed impaurita, cuore di passerotto, lei ed il suo casco del sole e della luna di Valentino Rossi che non riesce a contenere tutto il suo sorriso.
Sono state anche un paio di cadute, ma non c'è motociclista che non si possa definir tale senza aver assaggiato almeno una volta l'asfalto.

"Se potessi ​parlare chiederei ancora una volta il permesso di lasciarmi libere le parole e le mani e con quelle spiegherei le vele del tempo che altrove ha avuto il suo senso di essere, intessuto del trascorrere dei secondi e delle nuvole che sfumano, del tempo che mi manca quando quell'inflessione conosciuta mi fa immaginare con chirurgica precisione la piega esatta del tuo sorriso".​

Hai ragione come sempre, sono solo cose. E per un verso è così. Per il verso razionale e freddo che so di poter dominare è così, godo di quello che ho avuto. Ma è una faccia sola della medaglia. L'altra reclama urla e strepiti ed incazzature e lacrime, come sempre accade con le cose più grandi di me, con le decisioni improrogabili, con questo cazzo di mondo che va da schifo e che mi strappa le quattro cose che mi sono conquistato per amore per forza o molto più semplicemente per una fottuta fortuna e che sono diventate parte di me, la pelle delle mie dita, gli occhi, il respiro freddo di una corsa all'alba.
Ma lei è la mia moto con tutta se stessa, con i suoi colori che non ho mai capito quali fossero ma che a me piaceva esattamente così, è il borbottio che conosco, i due scarichi cromati, è la freccia che ogni tanto dimentico, è l'adesivo che mia figlia ha messo sul tappo del serbatoio, è quella sensazione che hai non appena sali e che sembra ti trasformi. Sono i gesti che diventano abitudine, i guanti buttati nel parabrezza, lo starter e poi via.

"Se potessi dare spazio alla pelle del dorso della mano questa mi porterebbe altrove, ad attendere di poter sfiorare un dorso di un'altra mano una volta almeno, così quasi per caso, un pendolo distratto del braccio mentre osservi i nostri riflessi percorrere con passi veloci le vetrine dei negozi."

Perché sai, a volte basta quel minimo di alcool che si muove sinuoso nelle vene, mischia i pensieri che pensavi volessero uscire e te li mette in disparte proponendone altri, confonde le frasi e i ragionamenti, solleva silenziosamente il coperchio del serbatoio dei ricordi e le esigenze e tutto ciò che hai cercato di affondare con il tacco a schiacciare sottoterra affiora e velocemente si sposta dal torbido verso l'acqua limpida, uscendo dai gorghi della normalità che ricopre i ricordi ed il tempo. E torna alla bocca dello stomaco la fame di quello che ho così inaspettatamente avuto, di quello che non c'erano parole adatte per comprenderlo, di quello che stupidamente, ogni tanto manca così forte da lasciarti consumato all'angolo.

Se invece potessi dare ascolto alla memoria degli occhi ritornerei altrove, solo a percepire il profumo del sole che filtrava attraverso quella persiana abbassata ed a indovinare lacrime che mi appartenevano e una felicità così spaventosa da non avere parole. 

E' solo una stupida moto. Vecchia per giunta, un ammasso di molle, pistoni, qualche pezzo di plastica e un po' di ingranaggi unti. Ma sono quei momenti, quella parte del mio tempo in cui ho la certezza di aver vissuto che si stacca come la pelle di un serpente e se ne va, è un'altra maledetta parte di me che si allontana per percorrere strade che non mi apparterranno.  
Oggi ho poche parole per parlare, ma nuove pareti di amianto che mi circondano, che mi proteggono dal fuoco, mi rendono insensibile al calore e che mi lasciano un sorriso lento in fondo agli occhi, che non vuol significare proprio niente.

Sì. Sono proprio queste pareti nuove che mi fanno sorridere ad Arturo mentre gli stringo la mano e lo accompagno fuori, lui e la sua nuova moto.

Ma vorrei, Dio lo sa se lo vorrei, essere semplicemente altrove. 

giovedì 20 giugno 2013

Lo senti?

Piove.

Piove lento e silenzioso, così calmo e rassicurante in questa sera inaspettatamente fresca. Piove di quel suono ovattato, quello ssccc continuo che è la pioggia d'estate, che va sopra ogni cosa e copre il rumore delle rade auto che passano, che anche loro si portano addosso rumore di pioggia.
Piove sulle foglie larghe della vite coi suoi timidi grappoli ed i riccioli sottili con cui si arrampica flessuosa e tenace sui muri, sul pino maestoso che allarga le sue braccia ad accoglie i due merli, gli stessi che ogni tanto si affacciano a curiosare impettiti fin sulla porta per capire cosa stia combinando qui dentro.

Il cielo è una lastra d'acciaio, un temporale lontano brontola cupo. 
Mentre qui piove sul selciato lasciando quell'odore di sabbia bagnata, di pietra tiepida e di attesa.
E piove sulle mie poche parole sempre più difficili da trovarmi addosso, sulla mia Ciccia lontana, sui miei pensieri così disordinati, su questa voglia di niente che ogni tanto mi attanaglia e mi morde, su questo fardello di pensieri e di cose che a volte sembra di non aver niente su ed altre invece è così pesante da portarsi addosso.

Piove sulla luce di fuori, gialla e radente, piove rendendo le mie rose appesantite e più profumate ancora, trasformando le foglie in diademi luccicanti e preziosi, piove sui miei pochi sorrisi e sui miei tanti progetti, sulle parole che mi mancano, sullo zaino per correre e su tutti i miei sogni sognati, che alle volte mi appaiono così distanti e bellissimi che penso di non esserne capace, di sognare sogni così.

sabato 18 maggio 2013

Sorge dal mare

Il sole sorge dal mare, in questo mare che di giorno è un'immane distesa colore del fango.
Strano per me, questo brillare di luce tagliente che invade prepotente la mia camera d'albergo, la mattina presto. Strano per me, che il mio sguardo non ha abitudine a spaziare così in questa maniera, io che ho un mare diverso stampato nel fondo degli occhi e di quel mare ho preso forse il suo stesso animo, un animo che calmo non riesce a stare più di tanto. Questo mare liscio di qui non respira fremente di forza sotto la pelle delle onde, non ha ansie ed anse e scogliere ruvide al tatto a nasconderne la vista, non ha quel sapore tra i denti e quel colore blu profondo ed il rumore incessante di sassi che si rincorrono nella risacca, onda dietro onda. 
Strana per me questa lama fredda e luccicante, che nel mio mare invece il sole ci si immerge dentro la sera, caldo sulla pelle delle braccia, mentre il cielo esplode di rosso e si allaga di riflessi profondi.
E strano è stato anche questo viaggio, che non so, ma nella logica delle cose è candidato per essere forse l'ultimo per la mia auto, che ogni volta che dico quanti chilometri abbiamo percorso insieme tutti strabuzzano sempre gli occhi, e per la prima volta nella sua vita ha fatto un viaggio rispettando giocoforza - e di molto anche - ogni limite di velocità. Una due giorni intensa di aggiornamento tecnico, insieme a tanti che fanno più o meno il mio stesso mestiere. Ed una cena di gala a cui non ho volutamente partecipato, perché, per una volta, avevo di meglio da fare, per me stesso e basta, il mondo ogni tanto si fotta pure. Ritrovarmi nelle mie scarpe e nei miei passi veloci, su di una strada di pensieri tutta da inventare, con le mie note di sempre nelle orecchie, annusando sogni che proprio non mi riesce di smettere di sognare. Ed è stato facile rincontrare i gesti delle mie dita che fanno il doppio nodo alle stringhe,  i primi passi e poi via, il resto è un marciapiede che si srotola troppo piano, sprazzi di luce dei lampioni che ti vengono incontro e si perdono indistinti alle spalle, le poche coppie che si spostano per lasciarti passare, un cane che sembra indeciso se annusarti al passaggio o tentare l'addentata al volo del polpaccio, il buio nero della distesa liquida dietro alle cabine scrostate che si contrappone alla fila disordinata degli hotel scintillanti di luci, dalla parte opposta della strada.
Sono qui. Sono qui ancora.

E poi, se ci pensi bene, non è così strano trovarmi di nuovo su questa passeggiata, alle sei del mattino del giorno successivo. Allacciarmi con cura le scarpe, indossare il cappellino del CUS che mi ha dato la mia Ciccia (gliene avevano regalati due e lei mi ha gentilmente concesso quello che mi piaceva di più), far partire il conto alla rovescia di Endomondo fino al fatidico "libera le endorfine" ed ecco che i primi passi elastici di corsa sono già alle spalle, ritrovando un'abitudine, forse, nonostante le grane e ogni fiato amaro di questi ultimi tempi.
Sono qui, sono qui ancora. E sono io.
Io con i miei occhiali scuri ed i capelli che ondeggiano ad ogni passo. Io ed il fiato dei polmoni che esce regolare. Io e le mie scarpe che hanno buchi nuovi, ma di cambiarle non è di sicuro arrivato ancora il momento, io e questa strada con le panchine che sembrano barche, e quest'alba che s'intensifica lieve, il traffico rado, le poche persone che puliscono la spiaggia, le piattaforme in equilibrio sul filo dell'orizzonte e queste onde che accarezzano la spiaggia. Io ed i miei sogni e le mie contraddizioni, che con gli ultimi non ho ancora imparato a conviverci ed i primi ho imparato a sognarli troppo tempo fa, ma no, mi rendo conto che non ho ancora smesso, se bastano quattro passi veloci e me li ritrovo tutti quanti qui, a spingermi in avanti.
I chilometri mi vengono incontro con troppa lentezza e passano oltre, incontro pochi runner che mi fanno vergognare del mio avanzare ma va già bene che non sia finito sotto una tenda ad ossigeno, le gambe si fanno sentire imprecando.

Poche impronte, su questa lingua di sabbia dura e conchiglie, se la mia Ciccia fosse qui con me a quest'ora  invece di correre saremmo tutti e due inginocchiati per terra a cercare la più grande e più bella, quella con i riflessi di madreperla, ridendo dei paguri che tentano di sottecchi sfuggire alla cattura riguadagnando la sicurezza delle onde. Lei, che sotto un cielo lontano a quest'ora sicuramente ancora dorme, lei che mentre penso ai suoi sogni  mi alleggerisce i passi, lei che mi dona sempre la forza di un sorriso. Il passo è un martello incessante, nonostante la fatica che aumenta la voglia non si esaurisce, era troppo tempo che non mi trovavo da solo con me ed avevo troppe cose da dirmi, troppe cose da ascoltare, troppi nodi da sciogliere, troppa musica da farmi fluire nelle gambe e nelle braccia, troppi sguardi da portare lontano, troppo vento da sentirmi addosso, troppi errori da ammettere, troppe domande ancora a cui devo saper dare delle risposte. E la strada ti dà ragione, ti asseconda e ti dice vai che ne ho quanta ne vuoi, passa nei muscoli delle gambe e nelle orme che lasci, in qualche strana maniera assorbe la rabbia, i pensieri sbagliati, quelli contorti e disperati, strappa i rovi spinosi e le erbacce liberando solo quelli puliti e limpidi, quelli per cui valga la pena di.

Un'ora dopo sono nuovamente ai piedi della fontana grande, quella con le reti da pesca. Il mio hotel è di proprio di fronte. Entro mentre la città inizia piano a svegliarsi con profumi fragranti di pane e caffè. L'addetto alla reception mi squadra di sottecchi, ma non me ne curo.
Il primo sorriso della giornata è tutto mio. E della mia Ciccia, che al telefono sveglio perché si prepari per andare a scuola.

Oggi non ho un muscolo che non mi faccia male. Ma va bene così.


mercoledì 8 maggio 2013

Dicono di me

che sbaglio. Che molto probabilmente ho bisogno di una sana vera vacanza - e probabilmente è vero, Dio solo sa da quanto tempo non mi fermo a respirare con fiati composti da respiri lunghi, misurando il tempo, ascoltando battiti regolari. Chissà da quand'è che non mi dico convinto andrà bene, che ogni pieno di gasolio non è un tracollo insanabile, che riesco a guardare questo posto qui e la sua gente senza avvertire un senso di angoscia che prende alla gola.
Dicono di me che prendo tutto troppo sul serio, che sono inflessibile e severo, sempre troppo al limite, che con me le cose o sono bianche o sono nere, e quando qualcuno non la pensa alla mia maniera per me è subito contro.
Intransigente. 
Certo è che ultimamente urlo parecchio. Urlo per un niente, urlo con le vene che, con una facilità disarmante mi si gonfiano sul collo, e con il tono di voce che va su in un lampo, senza quasi che possa far niente per evitarlo.
Urlo come forma di liberazione e ribellione ad ogni prevaricazione e stupidità anche se questo, ironia della sorte, mi fa sentire stupido, urlo perché non riesco a raddrizzare le cose, urlo perché magari non avrò altre valvole di sfogo, perché non ho costanza e tempo e forse neanche tutta questa voglia di rimettermi nuovamente a correre. Urlo perché mi sa che ho finito i sogni.

E me ne sono reso conto anche l'altro ieri di quanto sia diventato un perfetto idiota, là in quella piazza, con la mia voce amplificata dalle geometrie dei portici bassi che rimbalzava sulle pietre del selciato, tutti i miei  ringhiosi perDio tirati a denti stretti  e i passanti che guardavano di sottecchi la scena, sfilando via frettolosi. E mentre, tra me e me mi davo del discreto coglione, non riuscivo a comunque smettere, con ogni nuovo pensiero che era più furibondo del precedente, un mare oscuro in tempesta dove ogni ondata veniva subito sovrastata dalla successiva.  
E dire che, solamente due giorni prima,  in casa D&R era volato un piatto - coniglio alla ligure il suo contenuto. Uno scatto improvviso del polso da sotto in su e la stoviglia era decollata con eleganza dalla tovaglia roteando sul suo asse, descrivendo un'ardita parabola e rilasciando bocconcini di coniglio, olive e schizzi di sugo, piccoli gustosi missili che erano stati sparati tutto intorno. La gatta si era leccata i baffi.
Mia figlia invece si era messa subito a piangere. Mi sono ricomposto, ma che volete, il danno oramai era fatto. 
La sera, nel suo letto, mani nelle mani ed occhi negli occhi le avevo poi chiesto scusa, cercando di minimizzare, provando a scherzarci persino su e le avevo anche domandato perché mai si fosse messa a piangere. Lei mi aveva risposto che aveva avuto paura di me. 
Paura di me. 
Le ho chiesto se ricordasse che le avessi mai dato una sberla. Mi ha risposto che no, lo sapeva bene, nemmeno quella volta che aprendo di colpo la portiera della mia auto l'aveva mandata a sbattere contro la fiancata della macchina della consorte - tutte e due fresche di carrozziere - l'avevo mai toccata ("però anche quella volta lì mi avevi fatto paura, ma eri arrabbiato diverso"). Ma, guardandomi negli occhi che non sorridevano mi ha detto che quando sono così, quando ho gli occhi cattivi  non riesce a non avere paura di me.
Le ho promesso di cercare di lasciar correre. Le ho promesso di cercare di essere il suo solito papone che scherza e che ride e che se la porta sulle spalle la mattina quando la sveglia anche se è lunga quasi quanto me. Le ho promesso di raccontarle ancora storie la sera, e ci siamo detti che è proprio da tanto che non facciamo una bella conta dei peluches, di quelle che poi ci nascondiamo il gatto dentro. 
Sarò buono, promesso.

E son durato due giorni, proprio un bel record.
E dopo, quando tutto si era acquietato, quando ti senti improvvisamente così stanco da preferire il silenzio e  tenere gli occhi chiusi su tutto, era perfettamente inutile domandarle ancora una volta scusa. Ovviamente non era con lei che  ce l'avevo, ma lei era lì, insieme ad altri, in un'occasione di pseudo festa familiare. Chiunque dotato di un minimo di buonsenso avrebbe preferito lasciar correre.
Non aveva senso scusarsi, le ho parlato. Le ho detto con la voce bassa e disperata che non so. Che non so perché mi debba arrabbiare così, non so se non riesco a vedere chiaramente o meno le cose, non so più nemmeno distinguere se abbia ragione o torto e probabilmente sbaglio, sbaglio su tutto, sbaglio a vedere, sbaglio a capire, sbaglio ad urlare. 
La sua risposta mi ha lasciato senza forze. 
"Non so se sbagli papà - mi ha detto, con la sua voce più morbida - forse no, magari avevi ragione. Però dopo che hai urlato in quel modo mi sono sentita solo molto triste".

La Ciccia, tredici anni di meraviglioso donnino, non se lo merita proprio, uno così, che le fa paura e che la renda triste.
Non posso farle promesse che non so se riuscirò a mantenere. Non so quanta capacità io abbia, oggi di scuotermi di dosso il peso delle cose come si fa con la polvere di una strada terrosa dall'orlo dei jeans. Non ho occhi sereni, non ho orizzonti lontani. 

Non le ho detto "cambierò, promesso". Le ho detto che ci proverò. Che proverò ad ascoltare il suono del suo cuore, ad imprimermi bene in mente la morbidezza della sua mano quando stringe la mia, proverò a ricordarmi il colore dei suoi occhi, di nocciole e settembre. Proverò a provare. A cercare una soluzione  diversa, ad inventarmi una storia dalle forme delle nuvole, ad indovinare un arcobaleno, perché pare che accada proprio così, anche dopo la peggiore tempesta, se presti attenzione là in fondo, dove le nuvole si stracciano, guarda bene, che è lì che ti aspetta. 


On air: C. Cremonini: Dicono di me


giovedì 6 dicembre 2012

B.


I blog sono posti strani, case dalle pareti sbilenche ed i tetti colorati d'aria e di parole, tante parole, a contornare i mobili e definirne lo stile dell'arredamento, di là una credenza, di qua il salotto buono, un lampadario magari antico perché no, ci sta, il servizio da tè pronto molto spesso ad accoglierti. I blog sono case nella testa di qualcuno che non conosci e che non sai chi è, ma che molto spesso ha la porta aperta ed un sorriso in punta di dita e di tasti pestati, pronto ad accoglierti se passi di lì. Ed è strano. E' strana questa specie di fiducia riposta a prescindere nel prossimo, che praticamente poi non trova riscontro nella vita reale.

Nei blog ci trovi sempre gente, un sacco di gente. Sono così in tanti che ti sembra di essere all'atrio partenze di una grande stazione, chi gira di qui e la ritrovi di là, chi saluti e baci, quelli che parlano, si rispondono, dissertano, controbattono, a volte litigano. Sono così in tanti che a volte fai fatica a pensare che in giro ci sia ancora qualcuno che non scriva su un blog. Ci manca pure che un giorno o l'altro capiti sul post "quanto è bello Bucodiculoplace", scritto direttamente dalla Consorte. Resterà per sempre il mistero di come sia riuscita ad accendere il pc tutto da sola, ma questa, alla fine è un'altra storia.
Comunque si, è proprio un sacco, la gente che scrive.
C'è che ti squassa da quant'è bravo, c'è chi ti fa ridere come uno scemo davanti allo schermo, c'è chi ha parole come rasoi, chi invece ti  lascia quella sensazione che anch'io sto provando esattamente la stessa cosa ma non potrei mai descriverla allo stesso modo. C'è il cinico, c'è il dissacrante. Qualcuno snob, qualcun altro tra le righe si dice da solo quanto è bravo e se la tira pure. Si spazia tra personaggi fantastici e vite normali, fini umoristi, sensibilissimi psicologi, romanzieri in erba e confermati e pure qualche maniaco, qualcuno sicuramente di deve essere. Ogni giorno, facendo zapping ne trovi di nuovi, diversi ed interessanti, di questi blog. Non puoi ovviamente seguirli tutti, diventerebbe quasi un lavoro. Poi oltretutto capitano pure quelli che ti cambiano piattaforma e chiudono, aprono da un'altra parte, si stufano. Il mio blogroll è diventato quasi inutile, che ultimamente ci son quasi più morti che vivi. Ed allora ti accontenti leggere quello che capita, per caso, così, random.
Il bello è appunto che non sono persone ma pensieri di persone. Cioè, ovviamente c'è una persona dietro ognuno di quei minuscoli avatar che della parte reale hanno mantenuto solo le parole. Ma è quella piccola maschera che vedi e che riconosci, quel minuscolo pezzetto di fantasia che li identifica. Ho dialogato con parecchi personaggi dei Simpson e di SouthPark, ovviamente qualche runner, cavalieri in armatura ed onde di marea, fiori e languide fanciulle eteree pronte a dondolarsi al dolce chiaro di luna. 
Io stesso mi nascondo dietro una figura fumosa, una traccia d'inchiostro blu disciolta nell'acqua a comporre il gesto di persona che corre, trovato chissà dove.
Mi riparo dietro quell'immagine nebulosa perché quello è il mio passaporto di passaggio per la parte di là. Perché D&R ed il sottoscritto siamo sì la stessa persona ma in due mondi distinti, con quasi inesistenti punti di contatto. Perché i blog sono storia a parte, uno specchio visto dalla parte di là, una finestra aperta su un mondo dove puoi essere cosa vuoi e cosa senti di essere. Boh, io alla fine quello che sono venuto fuori qui, non mi rende poi troppo diverso da come effettivamente sia, nella realtà. 

Ho ben poca dimestichezza, d'altronde esattamente come mi accade nella vita reale, ad allacciare facilmente contatti ed amicizie di qua, a scoprirmi, perché, per il mio modo di vedere, in una certa misura stona. All'inizio commentavo pochissimo e sempre con estrema ritrosia, chissà cosa mai uno può pensare - ma cosa vorrà e chi sarà mai questo qua - metti che magari alla fine vien fuori che il maniaco di cui sopra sono proprio io, con la pietra per spaccarti la testa nascosta nel bauletto della moto.  E con altrettanta estrema diffidenza guardavo gli sparuti commentatori che chissà per qual motivo lasciavano messaggi di commento ai miei post - E adesso guarda questo chi è, cosa vorrà  da me? E se gli do confidenza non è che poi mi segue? Metti che poi torna pure? - Insomma, all'inizio mi comportavo proprio alla stregua di come faccio al di fuori, quando la consorte mi da le gomitate per indicarmi chi, a Bucodiculoplace, devo salutare perché in teoria lo conosco. 
Non è che con il tempo sia cambiato di tanto, e che adesso la confidenza la dia via come il frisbee, per dire. Perché che amicizia ci può essere mai, che tu la possa mettere a tacere con un clic su chiudi sessione e dimenticarla per tutto il tempo che ti pare.
Ma c'è una cosa strana che ad un certo momento accade. Leggendo con una certa frequenza, di alcune persone ti formi un'idea ben precisa. Sai come la pensano, sai cosa le emoziona, sai quasi cosa le fa ridere. Impari a conoscerle senza averle conosciute. Ti manca ovviamente l'impatto visivo, il suono della parola, il colore degli occhi. Ma c'è tutto il resto. E questo resto a volte scopri che conta molto più di quello che non sai.

Come qualche tempo fa. Alla presentazione di un nuovo libro. Un libro oltretutto bellissimo, scritto da B. 
Ho cominciato a leggere da B. tempo fa, quando aveva due blog, uno con gli uccelli della Pixar in alto che ti fissavano stupiti, che poi li ha cancellati per errore tutti e due in un colpo solo e quella volta là ho vinto la mia naturale ritrosia e le ho mandato una mail per sapere come mai fosse sparita di botto. Che roba strana, lei mi aveva addirittura risposto. 
Alcuni dei brani letti da lei mi han fatto morire dal ridere, anzi ci hanno fatto morire dal ridere, che li leggevo a voce alta qui, durante la pausa pranzo. Altri sono entrati dentro e non sono più usciti. B. è brava a scrivere, tanto, difatti fa la scrittora per professione. 
Presentazione del libro nella mia città e, sul suo blog, un invito per la presentazione al pubblico.
Sabato mattina salto in moto e ci vado. La sala della biblioteca è gremita, mi metto sul fondo, ascolto la presentazione e la osservo mentre parla. E cosa strana mi accorgo ad un certo punto che la riconosco, nel senso che so chi è, usa espressioni che le appartengono, che è proprio lei, lei e la sua energia, lei e la sua verve, ha anche quella sottile cadenza della sua terra che ti aspetteresti. Rispetto alla parte che già conoscevo "di là", alla fine non mancava quasi niente.
A fine presentazione mi avvicino per farmi autografare il libro: "me lo avevi promesso", le ricordo. B. mi scruta per un momento dubbiosa, con la biro a mezz'aria e mi chiede quando. "Sul tuo blog", le rispondo.
E' un attimo, cambia improvvisamente, mi riconosce e si illumina di un sorriso bellissimo, mi abbraccia. Mi dice perfino "finalmente, sono proprio contenta di conoscerti". 
Mi trovo leggermente imbarazzato, due chiacchiere veloci come se avessi sempre parlato con una persona che non hai mai visto, poi mi metto in disparte ed osservo le manifestazioni di affetto di tutte quelle persone nei suoi confronti, so che sono più che meritate. Poi mi allontano e torno in studio, nel giubbotto da moto il libro con la sua dedica che questa volta riporta il mio vero nome, me lo ha chiesto lei. Il mio piccolo punto di contatto tra i due miei mondi distinti.
Sì. B. è esattamente la stessa che già avevo imparato a conoscere dall'altra parte. Identica. 

E no che non sono passato per maniaco. Ho dovuto buttare via il sasso.
A casa poi, la sera stessa, esibirò il libro prezioso come un piccolo trofeo alla consorte ed alla mia Ciccia . "Chi è?", mi ha domandato la piccola. 

"Una mia amica. Una scrittrice famosa", mi sono vantato con un sorriso.

lunedì 12 novembre 2012

dodici, undici, dodici



"Era la dichiarazione d'amore più tenace che il porto di Amsterdam avesse mai ascoltato.
Era la promessa di un'attesa, era la dichiarazione incontrovertibile della loro unità.
Era un arrivederci.
Certi anni passano come gli attimi.
E certi attimi, non passano mai."
[Lorenzo Licalzi, L'Uomo dei Tulipani.]

sabato 10 novembre 2012

Dio non esiste.



La prima parte di questo post è datata agosto. Poi forse ero troppo furente e confuso ed allora l'ho abbandonato lì, a sedimentare un po', a lasciarsi ricoprire e raffreddare dalla corrente dolce delle cose. Quest'oggi l'ho ritrovato, ho scavato da me per aggiungervi quello che ancora doveva venir via e l'ho messo qua. 

Un agosto come quello di quest'anno, con quel caldo appiccicoso che non puoi andare a correre prima delle nove di sera e l'impossibilità di pensare nemmeno a due giorni di mare, non ci era ancora capitata. In montagna, visto il clima che si respira all'interno di quelle mura - e si dice che sia tutta colpa mia e della mia elasticità simile a quella di un paracarro - la consorte ha deciso che non si va. Ed allora non ci rimane altra scelta di una permanenza forzata in quel di Bucodiculoplace, si lavora però si torna presto, si esce prima di cena con la Ciccia che mi fa da coach in bici e ride del mio fiatone. Si frequentano quei pochi amici comuni che abbiamo e che, come noi, han giocoforza optato per un'estate al risparmio. Si cerca di farne comunque vacanza, di ridere e ridere, di giocare spensierati, di far buon viso ad una sorte non certo propizia. La Ciccia è felice lo stesso senza retropensieri, il suo centro dell'universo sono ancora e sempre io, il mondo è solo il contorno, ed avermi tutto per sé è una pacchia che le capita di rado, basta che stiamo insieme. E così insieme siamo, passeggiamo per vie assolate del centro, entriamo in musei curiosando come matti, assaporiamo gelati riposandoci seduti sulle panchine all'ombra di platani secolari, mangiamo schifezze quando ne abbiamo voglia, la sera ci addormentiamo mani nelle mani e mani nelle mani la mattina ci risvegliamo.

Un paio di volte, insieme ad una coppia di amici con figliola al seguito, ci concediamo il lusso di una giornata intera passata in uno di quei classici posti da estate in città, con piscine di ogni forma e profondità, ombrelloni, scivoli e chioschetti di bibite. Il posto è in una città vicina e se ne parla bene; sembra pulito, bene attrezzato e non ti massacrano troppo, alla cassa dell'ingresso.
Arriviamo, entriamo, la gente è tanta ma il posto è abbastanza bello, pulito ed ordinato. Fa un caldo torrido, ci sono le piscine per i bambini e per gli adulti, quelle con la sabbia, per i tuffi, scivoli di ogni colore e pendenza e ci sono bagnini in ogni posto, due o tre per zona, e il livello di attenzione è notevole. Il tempo di trovare un paio di sdraio che io e la mia Ciccia non useremo mai e siamo già in acqua, a rincorrerci, tuffarci, scherzare. Facciamo così da sempre, la consorte che invece è un tipo da sdraio e parole crociate, si sistema e si raccomanda un passaggio dalle sue parti almeno ogni due ore. 
Giochiamo, proviamo gli scivoli, prima quelli più facili poi quelli sempre più ripidi, ritorniamo in vasca quando la coda è troppa, scherziamo, ci schizziamo, facciamo le verticali, le gare di apnea dove, per fortuna, vinco ancora io, anche se mi sorprendo dei suoi rapidi avvicinamenti. Troppo in fretta arriva l'ora di pranzo, ci sistemiamo di malavoglia all'ombra degli alberi, buttiamo giù qualcosa di veloce, mordiamo il freno perché quello è il momento migliore, gli scivoli sono quasi tutti vuoti. Appena ci danno il permesso siamo di nuovo là, a sfidarci, a vedere chi schizza di più la folla quando arrivi giù come una palla di cannone.

Accade tutto mentre siamo impegnati sullo scivolo blu, quello che si fa seduti su un salvagente cercando di non ribaltare nelle paraboliche. Arriva giù prima mia figlia e poi, subito dopo io. All'arrivo la consorte ci attende. Ha quegli occhi che sai che è capitato qualcosa, anche se è distante, anche se non parla. Penso subito a mia madre, alle nostre stupide incomprensioni. "Cosa è successo." mi avvicino per chiederle. 
I suoi occhi si riempiono improvvisamente gonfi di lacrime e riesce solo a dirmi "un bambino", indicando la vasca grande, a pochi passi dalle sedie a sdraio dove ci sono i nostri asciugamani.
Il bambino è disteso sul bordo. Intorno il personale della piscina e due persone, quasi sicuramente medici, che stanno prestando il primo soccorso. 

Il silenzio improvviso è pesante, inonda la scena e la rende irreale. Il mondo si ferma. l'acqua è uno specchio azzurro, immobile. Le persone sembrano congelate, tranne quelle che si muovono freneticamente intorno a quel corpicino immobile. I genitori sono lì, la loro disperazione è uno strazio che si propaga e fa un contrasto acido con il silenzio quasi vergognoso degli altri. 
Il braccio del bambino penzola, la mano quasi galleggia carezzando l'acqua, e piccole ondine si propagano lievi. 
Guardo in giro. Tutti, nessuno escluso, tengono abbracciato il proprio figlio, aggrappati, stretti, con gli occhi fissi su quel punto, l'unico punto dove un bambino non può vedere i propri genitori. Anch'io. Tengo la mia Ciccia stretta perché c'è qualcosa di malvagio che vola e che vuole portarsi via i bambini. Tengo la mia Ciccia stretta perché in quel contatto che profuma di pelle bagnata c'è tutta la mia vita, perché solo sentirne il battito del cuore, lieve attraverso le mie dita, mi fa star bene. 

Il piccolo non riprende conoscenza, arrivano rapide due ambulanze, la polizia. La dedizione di ogni persona impegnata è assoluta. Non parla nessuno, il piccolo non riprende conoscenza, le voci dei medici risuonano secche e distinte. Solo un lamento di bestia ferita che è il dolore più ancestrale e puro, le grida di chi vuole strappare questa giornata a brandelli e ricominciare da capo, impedire l'impensabile, risuonano più alte. 
Continuo a tenere la mia Ciccia stretta e mio malgrado non posso impedirmi di stare bene, me ne vergogno perché lì la madre di tutte le tragedie si sta consumando ed io non riesco comunque a non essere egoisticamente felice per me. Ed anche nella stretta che lasciano le mani degli altri genitori sulle braccia dei propri figli leggo una felicità colpevole. 

Non sono lì. 

Il rumore delle pale di un elicottero in rapido avvicinamento ci distrae dalla scena, atterra, i lettini vengono rapidamente sgomberati, un cancello con un lucchetto divelto dalla gente che aiuta come può. Arrivano i paramedici con la barella, caricano su il corpicino inerte e si allontanano accompagnati da una specie di applauso imbarazzato. Poi velocemente, in una nuvola di polvere spariscono. 

Ci si guarda smarriti. Abbiamo tutti lo sguardo sgomento, siamo incapaci di tornare a parlare con un tono di voce normale. Qualcuno piange, qualcun altro a quel punto si sente male, i più incominciano a metter via gli asciugamani ed i giochi. Solo i bambini più piccoli riescono ad ottenere il permesso di giocare ancora nella vasca piccola. Usciamo silenziosamente, saranno le sei del pomeriggio, nonostante il sole ancora alto non fa più caldo. 
Ed io non riesco a non pensare agli occhi di quell'uomo che non voleva allontanarsi da lì, non riesco a non pensare a quelle urla a quella voglia di strapparsi la pelle di dosso che è rabbia, che è la lotta contro gli dei. Non riesco a non pensarci perché tempo fa mi ci sono trovato anch'io, a due passi da quel dolore così. A me è andata bene, le parole di mia figlia al suo risveglio non le baratterei per nulla al mondo.  A loro no. Finirà così. Lo leggeremo sui giornali due giorni più in là.
"Dio ti ringrazio", ho sentito una mamma mormorare piano, mentre guardava suo figlio. So esattamente cosa provava. Perché l'ho pensato anch'io.
Ma quale Dio può permettere una cosa così. Quale Dio può concepire un disegno così malvagio, quale essere che si dice governi ed osservi le nostre vite, può essere così spietato. Perché, ci hanno inculcato da piccoli, tu devi passare un'intera esistenza a non commettere peccati, a pentirti se li commetti, non puoi desiderare le donne e le cose degli altri, non puoi dire il falso, non puoi nominare il nome di Dio invano mentre Lui, se esiste, può strapparti la vita dal petto a suo piacere e tu devi chinare il capo, ipotizzare in questo un disegno divino destinato a renderci migliori ed accettare la volontà di Dio? Perché?
Perché c'è qualcosa di sbagliato al mondo se un bambino muore, che sia in piscina a due passi da qui, per fame in Africa o sotto un bombardamento dall'altra parte del mondo. C'è qualcosa di sbagliato ed oltraggioso per lui, per i suoi genitori, per il mondo stesso e per me che ero contento di non essere al loro posto. C'è qualcosa di assurdo e di ottusamente ingiusto, nel non poter avere influenza sul destino e sul tempo, nel non poter essere mai arbitri né giudici ma solo carne da macello. Non è così che un Dio giusto, se mai esiste, può gestire le cose. 
Ed io, spero almeno per lui che non esista. 

"Quale sarebbe la morale di tutta la storia? Nessuna. 
Se è vero che chi muore giovane è caro agli dei, allora gli dei sono davvero dei gran pezzi di merda."
http://bop.iobloggo.com/#3301465 [Chi muore giovane è caro agli dei bastardi]

giovedì 27 settembre 2012

A fare il solletico al cielo


Ed eccoci qui. Il materiale riposto con cura nello zaino, le fibbie chiuse, gli scarponi a riposare nella propria scatola, l'imbragatura liberata da tutta la ferramenta, anche se tra una settimana, per fortuna, so che la userò di nuovo. Un'altra esperienza nella tasca delle emozioni. Due giorni liberi, divertenti, intensi.
E' stata un'uscita diversa, non siamo arrivati fino in cima al "gigante di pietra" come ci eravamo prefissati inizialmente ma non importa, questa volta proprio non aveva senso rischiare. E infatti.

Ritrovo con Renè nel primo pomeriggio, la mia auto malatissima e forse vicina all'estrema unzione questa volta proprio non si può usare, prendiamo la sua. Abbiamo deciso di non portare i ramponi, doveva essere l'ultima uscita estiva ma ha nevicato tanto su, la scorsa settimana, poi però ha fatto nuovamente bello. Se sarà rimasta tanta neve tenteremo la cima, vedremo cosa troveremo.  Siamo in tre, c'è anche Daniele che con noi ha fatto solo due ferrate ma mai salite lunghe, però dalla sua ha quasi vent'anni di meno e gli torneranno parecchio utili. Partiamo.
La mèta questa volta è la cima del Viso a 3841 metri lungo la via normale, dal versante sud, con pernottamento in un bivacco, anziché al classico rifugio Quintino Sella o dal Gastaldi, dove tanti anni fa abbiamo combinato sfracelli che ancora ci ricordano. Questa volta abbiamo preferito tra tranquillità di un piccolo bivacco isolato per evitare la calca che si trova di solito, nonostante la scelta di due giorni infrasettimanali. 
Non metterò giù un racconto che riporti indicazioni di percorsi, tempi, e descrizioni utili all'orientamento. In rete se ne trovano un sacco, per salire ho sbirciato lì. Racconterò altro. Aggiungerò qualche foto. Proverò a spiegare le sensazioni, cosa vedono gli occhi, e cosa respira il cuore, lassù, quando l'orizzonte ti incanta e ti senti sospeso. Terzani spiega che "Il senso della ricerca sta nel cammino fatto e non nella meta; il fine del viaggiare è il viaggiare stesso e non l’arrivare". Per me il senso della ricerca sta in ogni passo compiuto e nel cercare di indovinare in quali altri passi ti ritroverai domani, o tra un minuto. Sta nell'osservare, nell'annusare, nel vedere un mondo che si schiude al tuo passaggio e che si richiude alle tue spalle. Nell'ascoltare i colori, nel misurare la fatica, nel fermarsi ad osservare.

Il Monviso ci scorre veloce di fianco al di là del guard-rail, mentre ci avviciniamo in auto. Abbiamo deciso di prenderlo alle spalle. Ci infiliamo nella valle Varaita fino a Castello, il paesino che si specchia sulle acque della diga, prima di Pontechianale. Lì, ovviamente non si può non abbandonare la civiltà se non entrando in un bar per l'ultimo caffè come si deve e anche lì, altrettanto ovviamente, Renè incontra qualcuno che conosce, come quasi sempre in quasi ogni zona, rifugio o parte dove insieme siamo stati. Penso che se mai un giorno decideremo di attraversare i Sahara a piedi, fermandoci nell'oasi di Cufra incontreremo un tuareg che fissando il mio amico dirà: "Ehi Renè, abbiamo fatto insieme la maratona di Abidjan, ricordi? Quanto tempo!" 

Partiamo troppo tardi, probabilmente arriveremo con il buio ma non importa. La valle che porta su è un incanto. Quieta e profumata, con il massiccio imbiancato a far da sfondo, boschi di larici a perdita d'occhio ed il rumore costante del torrente che ci accompagna. Poca gente. Si sale, sbagliamo sentiero solo una volta e ci viene in aiuto un turista tedesco stupito che lui ha, come ci ha detto, "una cartina italiana" e noi no. Ma lui ignora che noi, sul Bianco, ci siamo andati con l'orientamento dato dalla "carta dei vini del Piemonte e della Valle d'aosta" nello zaino, non capisce che alla fine è meglio così, è meglio ridere, perdersi e ritrovare nuovamente la strada senza la noiosità di programmi troppo precisi.  

 Lo zaino è più pesante del solito, forse ho esagerato, prima di uscire di casa mi son pesato, ho un extra addosso di oltre 25 kg. Ma è una di "quelle volte". Perché noi, quelle volte che dobbiamo fare gli alpinisti seri allora ci si carica solo dello stretto indispensabile, perché il peso si sa, in montagna è fondamentale, le distanze e la fatica stremano, si dosano le razioni ed eventualmente si pensa a portarsi un moschettone in più. Poi però ci sono le volte speciali. Quelle in cui, per un'occasione particolare, un compleanno, una ricorrenza qualsiasi o anche solo la voglia di divertirci un po' più del normale si porta su ogni ben di Dio. Ho visto confezioni intere di Crodini da 12 uscire da zaini ricolmi, polli arrosti ancora fumanti, formaggi e salumi in quantità e varietà tale da poter aprire un negozio tra le vette. Per la verità ho visto una volta anche una pianola elettrica di tutto rispetto, per un concerto piano e quattro voci improvvisato sù, sulla cima di una montagna con un'eco che neanche all'Arena di Verona, alle 10 di sera (che per gli alpinisti seri equivale alle tre di notte delle persone normali), quella volta che con le pile, dal Gastaldi sono usciti per venire a cercarci e suonarcele loro, di santa ragione (era la famosa volta al Gastaldi), ma questa è un'altra storia. Ricordo chi aveva riempito talmente lo zaino da dimenticarsi di metterci gli scarponi e ha percorso un ghiacciaio con i ramponi calzati sulle scarpe da ginnastica, riducendone alla fine le suole, in tante striscioline sottili. Non si creda che siamo degli stolti incoscienti, comunque. Cioè, forse sì ma solo un poco. La montagna sempre e comunque esige rispetto e quel pizzico di timore che non devi spegnere mai. Anche noi abbiamo qualcuno che non è più tornato giù, e questo non si dimentica. Renè ha uno dei suoi ricordi più tragici proprio qui, su questa montagna. 


Questa volta il mio zaino contiene tutto il necessaire per l'aperitivo in quota - Bacardi breezer, noccioline, patatine varie, salse messicane - Una quantità particolarmente ricercata di salumi, un assortimento di birre, tre o quattro tipi di formaggi e come dolce un bùnet veramente spettacolare. 
Renè è Daniele non erano da meno, con il risultato che avevamo da bere e da mangiare per una ventina circa di persone. Per tutto il necessario invece ci siamo divisi equamente i compiti: per il tè, ad esempio lui ha portato il fornelletto la bombola ed il pentolino, mentre io ho provveduto alle bustine e allo zucchero.... beh anche all'acqua ed ad un cucchiaino, che tre pesavan troppo. 

Il percorso da metà in su non è una passeggiata di salute, si devono attraversare torrenti, ci si aiuta con le corde fisse, peraltro fissate veramente male. I boschi gradatamente si allontanano, le rocce diventano sempre più vicine, il percorso ostico, si comincia ad aver bisogno anche delle mani. Compare la prima neve, poi il primo ghiaccio. E quando il cielo si colora di rosso arrivano a farci compagnia un paio di stambecchi, vicinissimi, tranquilli e curiosi, per nulla intimoriti. 
Stanno un po' fermi a guardarci, in bilico con una naturalezza che fa invidia ed a un certo punto, semplicemente spariscono e non li vedi più. Inganniamo il tempo parlando di montagne, di noi sulle montagne, delle nostre salite. Parliamo qualche volta di troppo degli incidenti che ci hanno segnato l'anima e Daniele ce lo fa rispettosamente notare, con ripetuti gesti scaramantici. Quattro ore dopo circa, arriviamo qui.  Sta facendo buio. Il bivacco risplende delle luci interne, e la cosa non ci piace. Avevamo sperato di averlo tutto per noi. Entriamo. Siamo in undici. Due italiani, sei francesi e noi, loro tutti praticamente già pronti per andare a riposare. Il nostro arrivo li risveglia dall'apatia. Sono tutti imbaccuccati come Ambrogio Fogar al polo, noi arriviamo in pantaloncini corti, riscaldati dalla salita. Ci guardano increduli, uno domanda addirittura se siamo attrezzati. Ho voglia di rispondergli che no, abitualmente vado al mare a Riccione, ma non serve, dopo un paio di battute capisce. Il nostro show lo facciamo in sordina, non possiamo proprio disturbare più del dovuto. Certo, osservando tutte le cibarie tirate fuori dagli zaini qualche risata gli scappa, anche a tre degli alpinisti francesi, i più distaccati. Ci facciamo amici invece i due italiani non più giovanissimi, che hanno i letti vicini alle panche per cenare e che sono costretti da noi a riposare con la luce accesa. Ce li compriamo passandogli ogni tanto qualche genere di conforto - un pezzetto di salame, un bicchierino di limoncello, un bacio di dama - sono sorpresi alla vista di tutto quel ben di Dio. Si ride, piano, ma si ride. Stiamo bene. Isolati dal mondo. In questo guscio giallo del bivacco, intorno la notte più nera, il vento soffia che sembra voglia scardinare le lamiere. Dopo un pò esco. Ho voglia di guardare la notte, le stelle, il buio e farne improvvisamente parte. Ma il vento è così forte e freddo che toglie il fiato e piega in due. Rientro quasi subito con i brividi addosso. Ci prova Renè e ottiene lo stesso effetto. Saremo una decina di gradi sotto lo zero. Alle 22 siamo già a dormire, Renè è di fianco a me. Mi rifiuto categoricamente di dargli il bacino della buona notte. Proviamo a chiudere gli occhi, ma alla fine dormiremo poco. Non c'è riscaldamento ovviamente, il riscaldamento siamo noi. Il vento ha una violenza inaudita, ulula e precipita in folate rabbiose, si abbatte scuotendo le pareti, dà colpi secchi alle porte. Le correnti d'aria entrano comunque, spifferi gelidi si diffondono sotto le coperte. Le ore passano lentissime. Ci si gira, si cerca una posizione per provare a dormire, lì vicini a persone che non conosci e che come te non riescono a chiudere occhio, li senti. A tratti qualcuno russa,ma dura poco, il vento lo sveglia di nuovo. Verso le due circa la mia coperta mi scivola e finisce a quelli di sotto. Provo a rubare quella di Renè, ma ci si è avvolto come una mummia, impossibile. Rimarrò con il pile e le mani in tasca, tremando ogni tanto, ogni centimetro di pelle nuda viene attaccato dal vento gelido di fuori. 

Appena comincia a far chiaro siamo tutti in piedi, di cattivo umore. La temperatura è ancora bassa, ma è il vento che rende rischioso salire. Attendiamo, facciamo fuori qualche provvista. Intorno alle 7 arrivano da sotto due duri e puri, zaino piccolo, passo deciso. Saranno partiti alle quattro con il buio. Si fermano due minuti, parlottano, ci confermano che c'è troppa neve per tentare di salire senza ramponi e poi via, verso la cima. Dopo un attimo non li vediamo già più.
Un'ora dopo ci mettiamo in marcia anche noi. I francesi sono partiti mezz'ora prima, preceduti dai due italiani che abbiamo capito essere degli habituè di queste parti. I francesi tenteranno la cima, gli italiani probabilmente no, andranno al Quintino Sella, dipenderà dal vento. 
Daniele non ci accompagna, preferisce lasciare a noi l'onore. Rimarrà a riposare ed a fare fotografie. Lo riprenderemo al ritorno. 
Il freddo è intenso ma siamo ben attrezzati, gli zaini questa volta son leggerissimi, il passo è spedito. 
Il vento comincia a darci tregua, ma quando arriva sono rasoiate di ghiaccio che fan male. 
Si sale. Il tracciato è ben segnato. Il cielo non ha una nuvola, il ghiaccio riempie ogni fessura, increspa ogni specchio d'acqua, Nel frattempo arriva il sole, insidia le ombre delle cime sulle pareti opposte che pian piano si accorciano lasciando il posto al bianco abbacinante della neve, su un cielo blu scuro. 
Salire diventa improvvisamente una delizia, fresco e vitale. L'altitudine non toglie tanto fiato, stiamo bene. In breve raggiungiamo la quota dove la neve la fa da padrona, vediamo i francesi che abbiamo quasi raggiunto e scorgiamo da lontano il bivacco Andreotti

Ci rendiamo conto che non potremmo proprio andare oltre, lo strato di neve non permette di proseguire senza ramponi, rischiare così non ha veramente senso. Decidiamo che nostra salita terminerà qui. Una breve sosta al bivacco, ci riposiamo, per poi prepararci senza rimpianti a ripercorrere i nostri passi. 
Lo sguardo spazia intorno e si perde, Il blu scuro del cielo, il risplendere della neve, le montagne lontane abbracciate a cerchio, una catena e dietro un'altra e poi dietro un'altra ancora, la pianura fumosa di smog in lontananza. 

Le rocce plasmate da mani di giganti, i segni dei tuoi passi nella neve che diventano una traccia lontana, l'aria così fresca che solo quassù, il caldo del sole sul viso, il silenzio perché anche i suoni si propagano in modo diverso, più netto e distaccato. 
Lontano, distantissimo appare il mondo, laggiù tra la nebbia, e l'essere improvvisamente separati dalle cose, le grane, i problemi da una sensazione di equilibrio e di quiete.  
Prima di prepararci per la discesa osserviamo il gruppo dei francesi iniziare la salita senza legarsi in cordata. 
Noi due invece torniamo giù in fretta, ci ricongiungiamo con Daniele, un pasto sereno per eliminare quanto più possibile il peso in eccesso dagli zaini e poi di nuovo giù per il ritorno. Un'infiammazione a un legamento del ginocchio  trasformerà poi la mia discesa in un incubo e dopo troppe ore di agonia, assistito da Renè tramutatosi in amorevole infermiera, arriveremo finalmente alla macchina.
Sapremo poi, solamente il giorno successivo dai giornali, tornati alla nostra vita di sempre, che uno degli alpinisti francesi che abbiamo osservato allontanarsi, poi, proprio in questo stesso punto perderà la vita, sulla via del ritorno, scivolando sulla neve e fermandosi giù, sulle rocce sottostanti.

Perché non è uno scherzo, qui. Mai. 
Ma non vedo comunque  l'ora che arrivi la mia prossima volta.

mercoledì 12 settembre 2012

Domani

Si va. Un'altra cima, finalmente, mi aspetta. Io e Renè, una cordata veloce. 
Una notte in bivacco, la quiete del mondo che si addormenta giù in basso, i rumori della montagna che invece non dorme mai, le stelle che incantano, per la loro lucentezza. E' tutto così lontano lassù, sarà tutto così lontano, da lassù, domani notte.  
Il tè che te lo fai con la neve sciolta. La fiamma azzurrognola del fornellino e le ombre che proietta nel buio.
La sveglia all'alba ma chi dorme, in realtà. I primi passi al buio. E la cima che quando sei lassù scopri sempre che ne è valsa la pena.
L'attrezzatura è già in ordine, pronta da mettere nello zaino.
La lampada frontale tra le mani, ieri, di nuovo dopo tutto questo tempo, mi ha dato una sensazione di ritorno alle cose che amo senza misure. 
E questa spilla, che mi aveva regalato lui, che nessuno ce l'ha una spilla così, che mi ha accompagnato su ogni montagna che ho salito. Offritemi qualsiasi cifra, per questa spilla.
Ho fame.

Vi racconterò.

domenica 9 settembre 2012

Mattina presto

Torino, un tram intero tutto per me, il chiarore che nasce, i viali alberati che scorrono veloci ai lati, gli edifici aggraziati e desolati, questa musica nelle orecchie. 
La mia città, a volte, nei momenti più inaspettati è un regalo, ad attraversarla così.

venerdì 7 settembre 2012

Quello che non c''è

Non c'è un senso, il più delle volte, In queste parole (e questo è da mò che l'abbiamo capito, penserete voi).
Non c'è un'idea, un percorso, una scelta ordinata - nome predicato verbale complemento oggetto. Mi programmo raramente. Può anche succedere però - Ho vissuto da poco momenti che mi han lasciato segni nel sangue e nelle braccia e di cui vorrò scrivere, ma l'acqua è ancora troppo torbida, han bisogno di sedimentare e depositarsi sul fondo - dicevo, può anche succedere qualche volta, che ci sia un qualcosa di preciso, una frase, sospiro, un accadimento che mi porti qui, nel rifugio di questa finta lavagna che piano piano si allunga e si colora di lettere. Ma quando questo manca, quando senti solo quella voglia, che è un brivido piccolo di piacere, quel sottile pizzico nelle pieghe tra le dita che riconosci e che ti fa comparire  quell'inizio di sorriso che riconosci, quando ti basta una piccola spinta per andare, via, la bici in discesa a vedere dove andrai a finire e quanto tempo rimarrai così, in equilibrio, senza pedalare né frenare, a staccar le mani dal manubrio con l'aria sulla faccia e i capelli che si ribellano al vento, beh, allora incominci e scrivi. 
E scrivi non c'è. E poi ci metti quello che raccogli man mano, che vedi o immagini o senti, quello che magari ancora non sai, ma che sai che arriverà, basta non  chiedersi cosa. Basta non aver pretese. Attendere. Questo lo so fare.
Non c'è particolare tristezza, né particolare allegria. Non c'è un modo di stare, di sentirsi, di essere. 
C'è invece un profumo di erba bagnata, che entra morbido e dolce da fuori. C'è una luce del giorno che pian piano sfiorisce, si attenua e sfuma i colori attraverso le tante finestre di qui, e lo studio che gradatamente perde di forma e diventa ombre e contorni, ed il cono di luce della lampadina che invece aumenta di forza ad rischiarare questa scrivania, con su i fogli malamente impilati e le matite e il disordine mischiato alle cose a cui tengo che sono mie e di nessun altro, un diamante al sicuro nel tappo di una bottiglia, una pietra blu dalle mille sfumature ed un post-it con su disegnato un cuore con i punti esclamativi. Un pupazzo con un tappo di sughero, gli stecchini e la carta da cucina sorride e racconta solo di quanto amore. 
Le foglie della vite invadente che spiano attraverso la porta, i rami del pino spioventi che dondolano, l'aria che entra fresca,i rumori del traffico sulla strada, la moto sbilenca che attende che andiamo insieme a prenderci un po' in giro.
Esci fuori. Stampata nel cielo, mezza luna di fuori, grande e gialla, osserva sporchi colombi riposare a piccoli gruppi sulle grondaie di queste file di tetti rossi; curiosa, sbilenca e discreta nelle vite degli altri dalle finestre socchiuse, dietro tende gialline a fiori. 
Accarezzi le piccole spighe nate dall'erba, te ne rimane il profumo tra le palme e la manciata di minuscoli semi che raccogli nel pugno, le rose riposano, le ortensie seccate attendono invano di essere raccolte. C'è una strana pace, come di quieta attesa, o rassegnazione, non so. 
E senti folate improvvise di cosa invece non c'è. Silenzio di graffi, non ci sono stelle, le stelle son lontane, distanti anni luce da qua che non basta una vita a raggiungerle, i sogni stessi son lontani, indistinti, il mondo potrebbe essere una proiezione su uno schermo rattoppato che tiri via e dietro ti appare la vita cruda com'è che ti dice svegliati ed arrenditi una buona volta, il mondo altro non sono che poche parole che raccogli come ciliegie mature e metti qua, le parole sono la bocca e fiato e labbra che si aprono, e gli occhi e i capelli e le mani che si muovono  a raccogliere una ciocca impertinente, i gesti che fai che riconosco, il suono della voce e il mondo, che quando senti il suono della voce il mondo cambia ancora e che adesso non c'è, magari il mondo, ti rimane come ultimo pensiero prima di chiudere la porta e lasciare fuori la luna guardare i colombi, che dormono, la testa nascosta di dentro e ci sono volte che a nascondere la testa di dentro sarebbe tutto così comodo.

E ieri osservavo di me, nuove, le pieghe lunghe e scavate ai lati della bocca. Mi han sorpreso. Parlano di me più di quanto mi aspettassi, della mia ostinazione, delle mie battaglie e delle mie troppe sconfitte. Ho l'aria stanca. 
Ho anche incominciato a stufarmi di tutti questi capelli lunghi.

E ci sono tutte queste cose che trovi e raccogli, quando senti, forte, più forte del solito, quello che non c'è.

martedì 14 agosto 2012

L'acquasanta ed il diavolo

Prendi una giornata di lavoro, una di quelle classiche: arrivi in studio che ancora non c'è nessuno, innaffi le rose, poti la vite, osservi un pò quel microcosmo del tuo quartiere che pigramente si sveglia e nel mentre riordini le idee un pò da tranquillo e ti fai uno schema delle cose da fare. Poi accendi il pc, elimini la consueta montagna di mail spazzatura e rispondi a quelle tre o quattro serie. Alle otto meno qualcosa la consueta prima telefonata di lavoro, che oramai rispondo cose del tipo "massaggi olientali buongiolno?" o "Pizzeria Posillipo", tanto lo sai chi è. Dopo, alla spicciolata arrivano gli altri e lo studio come ogni giorno si riempie. il profumo del primo caffè mentre viene su, quattro chiacchiere, un paio di indicazioni su cosa deve essere fatto in tua assenza e poi via. Oggi due cantieri e la  consueta manciata di chilometri da buttarsi alle spalle. 
La telefonata di conferma arriva mentre sto andando verso il primo dei due. Il tono è da cospiratori, ma Il messaggio non ammette repliche. 
Ok, non sono in condizioni di dire di no. D'altronde non me lo immagino nemmeno. Devo solo vedere di recuperare l'imbrago, in prestito in chiesa (questa la spiego dopo). Per fortuna la chiesa è il secondo dei due cantieri di oggi. Un campanello d'allarme mi avverte che c'era un qualche impegno, in qualche altra parte, ma non lo focalizzo, non deve essere importante.
Il primo cantiere è una banca, progettata e realizzata in estrema urgenza: due mesi fa circa, un guasto notturno ad un pc aveva innescato un incendio che, a partire dalle pareti in legno di una cassa si era poi esteso distruggendo metà dell'agenzia, mentre il fumo acre, denso e nero aveva completamente invaso ed impregnato ogni stanza, ogni armadio, ogni oggetto dell'altra metà. La desolazione che lascia un incendio è impressionante, l'odore ti prende alla gola, il pulviscolo nero, i cumuli di materiale irriconoscibile, fili di plastica, sottilissime stalattiti, pendono da quelle che una volta erano lampade, sciolte e nuovamente indurite, la struttura metallica  del controsoffitto contorta dal calore ed il nero, nero dappertutto, nero che copre, che prende ed opprime. E adesso che non ne rimane più niente, di quel nero, che non sembra sia mai successo niente, non uno sbuffo di fumo su una parete, né un sentore di bruciato lontano, niente, eccola qui, una filiale lustra ed abbagliante, perfetta, tutta tirata a lucido, con i mobili nuovissimi, le scrivanie ordinate, le luci, le tende, tutto a tempo di record. I complimenti, questa volta L'impresa se li merita tutti. 
Scappo, via di corsa, che il tempo si disperde in rapide volute di  fumo, via per il secondo cantiere, mi attende la chiesa. Una mia personale sfida questa, ho fortemente voluto quel progetto, quell'illuminazione, pensata così, studiata così, da gestire così. Ho prima combattuto con la Curia e la sua Congrega dei Saccenti, che han guardato con supponenza sia me sia il mio progetto e poi ci han scarabocchiato sopra prima c'è troppa luce e dopo ce n'è troppo poca, ma cosa ne vuoi sapere tu che non sei del giro, tu e i tuoi capelli lunghi che si vede che sei lontano da qui, da noi, che non sai nemmeno cosa sia un ambone, che hai gli occhi arroganti, e non hai né umiltà né deferenza. E credevo talmente in quello che avevo fatto che ho riposto le armi delle parole taglienti che erano già lì belle e pronte, sostituendole con la calma e la pacatezza, ed anche se qualche madonna e qualche santo mi sono arrivati proprio fin sulla punta della lingua li ho ricacciati sapientemente indietro e ho risposto punto su punto, spiegando e persuadendo. E poi è stata la volta della Soprintendenza, che pare che a fare un buco in un muro marcio per far passare un filo sembra si commetta un peccato mortale, e a portare la corrente a secchiate, giuro non sono proprio capace. E convinti finalmente anche loro, ecco l'appalto, le grane, la gara ed i ribassi, e i soldi che erano troppi  ancora, e non puoi rivedere qualcosa per risparmiare, tu che credi di fare San Pietro ma guarda che questa qua è una chiesetta di un paesino spelacchiato che non ci viene nessuno, tre vecchiette alla messa delle cinque. E poi è così in cima ad una collina che ogni volta che muore qualcuno è un disastro. E come se non bastasse ci si è messo anche il collega della sicurezza con tutti i suoi patemi sul lavorare a quelle altezze con un trabattello solo, dove due non ci stanno, a meno di spostar le panche e fare le celebrazioni on the road. E allora ho portato il mio imbrago da arrampicata ed una corda, in maniera che, almeno quando lui va in cantiere, gli omini che si arrampicano per mettere le luci su quel cornicione un pò sbilenco sono lì, in posa per lui, a far le belle statuine, tutti sorridenti e agganciati. Forse ha capito di essere stato un pò preso per il culo.
E quest'oggi, dopo tutte le parole e le grane ed i dubbi, quando d'incanto la volta ha iniziato a prender vita e colore e a spandere di rimando luce sulle pareti abbassandosi fino a delineare panche, marmi, stucchi e il pavimento, le cappelle laterali e l'altare e perfino quell'ambone del cacchio abbandonavano il loro aspetto tetro e quasi stantio, acquisendo volumi nuovi, l'espressione si stupore del parroco mi ha fatto sorridere. "Ma era proprio così che l'avevi pensata?" mi ha detto poi, ancora con gli occhi sgranati; Io l'ho guardato, gli ho sorriso e di rimando gli ho risposto: "non so, sai, in realtà credevo di fare San Pietro..." 
E poi allora via. 
Via di corsa, che colui al quale non si può dire di no ha parlato, all'attacco della via alla tal ora, e sei già in ritardo, e gli mandi un SMS di conferma - ok, capo - il tempo brucia i minuti del conto alla rovescia ma ti devi fare ancora una breve tappa in studio, che rinvii e moschettoni sono rimasti lì. Ma da lì non si può entrare ed uscire come si vuole, che ci sono le telefonate e le mail del pomeriggio da smaltire, e vedere cosa è stato fatto e cosa no, e puoi mica permetterti di prenderti un mezzo pomeriggio come credi, anzi, chi credi di essere qui, forse il capo?
Mezz'ora dopo però, la parete è di fronte a me. 
Una via facile, una ferrata d'allenamento, c'è chi la percorre addirittura senza legarsi, quasi correndo. Sono arrivato fin qui veloce, forse un pò troppo, come sempre. Ma nessuna sirena in lontananza, dovrebbe essermi andata pulita anche questa volta.  Renè non c'è ancora. Quasi meglio, con lui ho un'ottima intesa, ma il privilegio arrampicare da soli è una cosa che capita di rado. Me lo prendo tutto e via allora, rapidamente mi cambio e mi preparo, lo sbuffo bianco della magnesite che si disperde mentre premo le palme l'una contro l'altra, l'imbrago è stretto, i rinvii  tintinnano rassicuranti, una musica sottile nelle orecchie, ho scoperto da poco che preferisco arrampicare così, che mi rilassa e mi distende. 
Ed inizio lento e misurato, saggiando con le dita gli appigli facili, puntando coi piedi, salendo tranquillo. La sicurezza della corda fissa in alcuni tratti è perfino ridicola ed eccessiva e ci rinuncio, sto bene, me la godo, sono qui, io, solo, una montagna di fronte, il vento fresco non arroventato dal sole, la via che si srotola, passaggio dopo passaggio, appiglio dopo appiglio, le mani trovano rapidamente la soluzione nei passaggi leggermente più impegnativi. 
Ad una cinquantina di metri da terra, dal sottofondo musicale emerge la voce di Renè, è arrivato, sono arrivati. Gli grido di sbrigarsi e di raggiungermi, nel frattempo scatto qualche foto e vado avanti. Mi raggiungono in fretta e proseguiamo insieme, si parla e si scherza. Rapidamente ci alziamo di quota, la visuale cambia, lo sguardo si allarga, le nostre auto rimpicciolite, la mia città alla mia destra, le mie montagne a sinistra. 
La via si interrompe, riprende, si interrompe di nuovo, dall'alto  l'imponente mole della Sagra ci vede salire impassibile, con le sue rovine, i suoi contrafforti maestosi.
Ma dov'eri prima - mi chiede Renè, mentre saliamo. In chiesa, gli rispondo, mi guarda e ride - Tu? In una chiesa? Hai deciso di farti prete? Il diavolo e l'acquasanta? Battuta già fatta, casomai il contrario - gli rispondo. Acquasanta la mattina, in chiesa, e diavolo il pomeriggio, in parete.
Arrampichiamo, si ride, si sta sereni, l'arrampicata è bella per quello perché è uno sport libero e di testa, perché ci vuole testa a ragionare e convincere l'istinto che si sbaglia, che camminare su una cengia a strapiombo è uguale a farlo su di un marciapiede, che la corda e chi la tiene in mano sono la tua fiducia ben riposta, che il rischio c'è ma è ampiamente calcolato, è un briciolo di adrenalina che dà più sapore alle cose. Ed uno sport di testa che la libera e la rischiara, rasserena, ti rende conscio delle tue capacità, capace di guardare lontano, ti fa durare il doppio il tempo, assaporandolo, gustandolo. I movimenti sono diversi, delicati e di equilibrio alcuni, di forza altri. Quasi sensuali, i primi, prepotenti gli ultimi.
Una telefonata, anticipata dall'allarme collisione U-boot, interrompe i nostri dialoghi, è la consorte, non ti sarai mica dimenticato della cena di questa sera, alle otto puntuale, ecco che cos'era il campanello, ma figurati, certo che me ne sono dimenticato, anzi forse lo sapevo, ed è proprio per quello che adesso sono qui, comunque adesso vedo, non ti preoccupare, sì, no che non sono in studio, cioè, non sto proprio, esattamente, come dire, lavorando, questo rumore metallico come di moschettoni... Sì, ma anche se non alzi la voce va bene uguale, che quando uno arrampica ha bisogno di concentrazione e se mi fai cadere mi avrai sulla coscienza ed io, previdente, non ho rinnovato apposta l'assicurazione sulla vita. Comunque arrivo, tranquilla, otto otto e mezza massimo, dopo gli aperitivi e, vedrai, non se ne accorgerà nessuno. 
Lo sai che siamo a metà parete, sono le sette e poi dovremo farci tutto il ritorno a piedi e prima delle dieci non arriveremo, vero? mi chiede Renè.
Certo che lo so, rispondo con un largo sorriso.
Non so dove sia finita l'acquasanta - mi fa lui - ma il diavolo mi sta arrampicando di fianco -
Sì, ma è un buon diavolo, dopotutto - rispondo io.
Arriverò alla cena alle 22.30.