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lunedì 19 novembre 2012

Cadono gli angeli

Il tuo nome insolitamente pronunciato al telegiornale di ieri. "Lutto nel mondo dell'arrampicata sportiva". Un breve servizio su cosa sei stato più di vent'anni fa, nei momenti del tuo massimo splendore, qualche accenno alle disavventure dell'ultimo periodo e poi via, di corsa, a celebrare l'inutile, lo scandalo di turno, la sfida calcistica del giorno.  
Per noi, i normali, quelli che le mani sugli appigli le abbiamo messe sempre sbuffando e tirando come dannati tu semplicemente non eri di questa terra. Tu e la tua leggerezza, tu e la tua grazia, tu e l'armonia dei movimenti che erano pura opera d'arte. Ho sempre avuto l'impressione che nei tuoi gesti precisi, quell'andare pulito all'appiglio senza un tentennamento, si piegasse la ragione della montagna stessa, venendoti incontro e porgendoti le prese nel modo migliore.
Ho avuto il privilegio di vederti arrampicare una volta sola, a Bardonecchia, alla Militi nell'86, su una via su cui nemmeno i miei momenti migliori avrei potuto fare più di un paio di movimenti impacciati. 
Ti ho visto salire, tu e la tua bandana a raccogliere i  capelli lunghi, il tuo fisico perfetto esaltato da un viluppo di muscoli e grazia. Ti ho visto muoverti come un danseur al rallentatore in pose impensabili elevando il concetto stesso di arrampicata, ho sentito il silenzio ammirato di quelle centinaia di nasi in su, ti abbiamo accompagnato con degli "ohhh!" di meraviglia ad ogni passaggio straordinario superato con una semplicità che non aveva ragione, abbiamo sentito il suono del tuo fiato tirato propagarsi nel vuoto, noi in tanti con il nostro fiato nascosto rispettosamente sotto al tuo, trasalendo con riconoscenza al rumore dello scatto di ogni moschettone nel rinvio, siamo esplosi come matti in un'ovazione da stadio quando hai raggiunto la catena, unico tra tutti, quell'anno. Non un primo perché quel giorno non ci sarebbe stato né un secondo o un terzo. Il migliore. 
Non ti nascondo che alla fine della tua via vittoriosa eravamo in tanti là sotto, a massaggiarsi le dita doloranti. 
Non son un vero climber, così come non riesco a fare il vero runner. Non ho tecnica, non ho la costanza dell'allenamento, la forza nelle dita che distingua, ho una vita che non me lo permette più. Arrampicando qualche volta mi è anche capitato di aver avuto paura, o di chiedermi cosa diamine ci stessi a fare lì, tra spuntoni di rocce ruvide ed il vento che mi schiaffeggiava impietoso, appeso alle mie sole dita affaticate. Non so se tu questo l'abbia mai provato. Ma so sicuramente cosa sentivi quando raggiungevi una vetta ed i muscoli ti ringraziavano allentandosi o ogni volta che tornavi giù, le gambe a penzoloni e la tua vita appesa ad una corda da 10 mm. Quello lo so perché l'ho provato anch'io, ed è una sensazione meravigliosa, unica ed impagabile, che ogni volta vale una vita. 
Ricordo i tuoi equilibrismi, gli appigli monodito che replicavamo massacrandoci i tendini, i filmati sui tuoi allenamenti, il tuo sguardo da angelo silenzioso, il tuo essere un divo ascetico, lontano. Il tuo modo di non essere divo, ma oltre, più in alto, più incredibile, più.

Dicevano ieri che tu poi sia caduto, che la vita stessa abbia, ad un certo punto, smesso di esser leggera e che ti abbia trascinato in basso, cadendo e rotolando fino a fermarti senza, ai piedi di una stupida e maledetta scala. Ho imparato da tempo che anche gli angeli cadono.
Non so, ma questo non mi riguarda, alla fine. Non è quello che mi interessa sapere, il come o il perché. Come in ogni cosa che accade la méta, alla fine, è il viaggio stesso. E in buona parte del tuo viaggio sei stato un idolo, un irraggiungibile, splendido e maestoso punto di riferimento. 

"Da grande voglio fare il sorriso del ne è valsa la pena", ho letto una volta in rete. E ieri, alla base di quella parete desolata, fredda e battuta dal vento ho sorriso per te.

Per cui addio, Patrick, dall'ultimo dei tuoi fans.




sabato 10 ottobre 2009

Appeso con due dita alla vita - Prima della cena

La serata si presentava perfetta. Pareva che anche le nuvole si fossero messe d'accordo, sgombrando il campo e lasciando il posto ad un tramonto dove ogni stella sembrava fosse stata messa lì apposta e puntata con uno spillo ad una volta incredibilmente blu che sfumava verso un rosa carico al di là delle cime dei Re Magi. L'afa inusuale del pomeriggio aveva abbandonato definitivamente la valle ma ogni pietra ed ogni muro pulsavano ancora del calore che avevnoa ricevuto e che adesso, lentamente restituivano.

Paco aveva passato un tempo infinito, avvolto nel vapore caldo della doccia, rilassandosi immobile, con gli occhi chiusi e l'acqua che, dai capelli scendeva giù lungo il corpo, lavandogli le ferite, quelle fuori ed anche quelle vecchie che, dentro, ultimamente sembravano bruciare meno. Ne era uscito solo dopo che Renato aveva minacciato di staccargli l'acqua calda, con tanto di ripetute manate sulla porta del bagno, accompagnate da una canzone inventata sul momento e urlata a squarciagola che verteva sul perchè aveva così tanta urgenza. Malvolentieri, alla fine aveva ruotato il rubinetto. Si era messo ancora gocciolante davati allo specchio appannato e, con un dito aveva disegnato i propri lineamenti, rivelando il proprio riflesso ed esaminandosi man mano che si riscopriva piano piano. La persona che gli stava di fronte non sorrideva. Era in forma, anche se, forse, sembrava un pò troppo magra. Aveva la barba ispida e capelli spioventi, pallide occhiaie, qualche taglio arrossato e lividi un pò dappertutto. E lo fissava in silenzio, con uno sguardo spento, stanco. Non si riconosceva, non pensava di essere veramente così. Lentamente, si mise a ruotare il penello nel sapone da barba e, sempre fissandosi, incominciò a radersi.
Dopo la barba e dopo aver dato una parvenza di ordine ai suoi capelli perennemente arruffati, dopo essersi asciugato, pulito per bene ed anche profumato, quello che lo fissava dall'altra parte dello specchio aveva un'aria quasi decente, anche se di provare a sorridere neanche a parlarne. Uscì dal bagno, quasi investito dall'impellente urgenza di Renato, che aveva minacciato di fargliela sul letto. Tutto quello che l'amico aveva ingerito nel pomeriggio, adesso reclamava improvvisa vendetta.
Si vestì, piano, cercando di non alzare troppo il braccio per non sentire il male in agguato tra le costole. Indossò semplicemente un vecchio paio di Levi's puliti che poi erano i suoi preferiti con sopra la maglia nera che aveva appena ricevuto in regalo. Poi, in attesa che si prepararasse anche l'amico, si rifugiò in un libro di Cussler che da parecchio non riusciva a finire.

Patti era già pronta, con un'ora abbondante di anticipo. Aveva prenotando il tavolo e discusso sul menu e sui vini il giorno prima, immediatamente dopo la telefonata con Paco, ed aveva preteso quasi l'impossibile, assecondata dalla compunta gentilezza del personale dell'albergo che la conoscevano bene. Quando organizzava le cose lei tutto, senza esclusioni, doveva funzionare alla perfezione, come un ingranaggio ben oliato. Poi aveva indottrinando pesantemente anche il fratello, perchè si dimostrasse gentile ed affabile, mentre quello ancora schiumava di rancore. Infine aveva preso il SUV e si era allontanata da sola.

Anche la signora Lucia si stava preparando per l'evento sorridendo civettuola mentre si faceva aiutare da Sveva con il trucco. Il pomeriggio del giorno prima, mentre predevano il tè in giardino, aveva captato, origliando apertamente e senza vergogna, quello che era capitato al giovane Isnardi (gioiendo nel suo intimo perchè quel bestione maleducato mai le dedicava un'attenzione o una cortesia) e quello che la bella sorella aveva successivamente organizzato. Curiosa come un furetto, aveva subito chiesto a Sveva di riservare per la sera dopo dopo il tavolo a fianco della compagnia.
Sveva era in attesa, fresca ed elegante, proprio come voleva la signora, pronta a porgerle la sua borsa. Si sistemò velocemente una ciocca di capelli con una mano, concedendosi un ultimo controllo allo specchio davanti alla porta. L'immagine che quello gli restituì era ben diversa da quella di pochi anni prima. Adesso finalmente si sentiva bella, molto più sicura di se ed in qualche modo addirittura sfrontata. Il mondo aveva smesso di incuterle paura, almeno per il momento.
Guardò la vecchia signora e le sorrise, di un sorriso che valeva molto di più di quel che sembrava. E ricordò. D'altronde lo faceva sempre.

La signora Lucia era la terza anziana per cui lavorava, da quando era in Italia.
La prima era stata Nonna Ida, nella calda e chiassosa Roma, appena arrivata, quando ancora aveva paura ad uscire fuori casa e non capiva un accidente di quella lingua colorata da tutte le sfumature di quel dialetto, tanto che alla fine quello che sentiva le appariva assurdo ed incomprensibile. Nei capelli bianchi, nella magrezza consunta ed in quelle mani rugose dalle dita ossute rivedeva la sua di nonna, e aveva finito in fretta con l'attaccarsi a lei ed ai suoi nipotini con un affetto quasi morboso da bimbina spaventata, che la confortava e la faceva sentire protetta. Sentiva di appartenere nuovamente ad una famiglia ed era tutto quello che le serviva per non affogare nelle sue lacrime che non avevano ancora smesso di scendere. Nonna Ida era una piccola e delicata ma grintosa vecchietta; non camminava quasi più ma la testa le funzionava bene. Aveva fatto l'insegnante da giovane e, con la pazienza e la caparbietà che a volte solo gli anziani riescono ad avere, pazientemente aveva saputo dipanare gli oscuri oceani dell'incomprensione, dandole una rotta da seguire. E lei aveva imparato.
E si era attaccata a quell'acuto odore di canfora dei vestiti negli armadi, ai fine settimana sul lungomare di Ostia, alle fresche risate di loro due quando tentava di imparare gli stornelli romani che Ida le cantava, al calore del sole affacciata alla finestra declinando in continuazione i verbi, e dove ci va la q unvece della c, e della mano di nonna Ida che le stringeva vigorosamente la sua quando si distraeva se il suo sguardo si perdeva sui tetti circostanti fino ai colli e l'ultimo sole indorava tutto come fosse oro.
Ma nonna Ida se ne andò, serenamente e silenziosamente, una notte fredda e ventosa di un inverno che stava appena cominciando ad allargare il suo gelido mantello. Ed era nuovamente lì, sofferente e sola, inerme ed in un paese sconosciuto. Non era ancora pronta ad affrontare di nuovo la morte.
La seconda era stata peggio. Si chiamava Lia ed era un'odiosa e maligna vecchia su un letto d'ospedale, dotata di una cattiveria che, almeno, le aveva impedito di affezionarsi, anche se, in fondo, non ce l'aveva fatta completamente. Comunque non l'avrebbe mai chiamata nonna. Ed in quei due anni che era stata sotto di lei ne aveva veramente sopportate tante, forse troppe. I continui capricci, gli ordini impartiti come se lei fosse solo una serva stupida con quella voce rauca e cattiva, gli insulti gratuiti e le ripicche quando non riusciva a capire o a fare le cose in fretta. Era entrata in quella casa per dare una mano ad un figlio ancora succube ed esasperato, che le allungava spesso qualche banconota in più perchè lei rinunciasse alle sue giornate di libertà pur di allontanarsi a respirare. E a lei i soldi in più facevano comodo. Aveva lavorato sodo in quegli anni, obbedendo silenziosa, lavandola e pulendola coscienziosamente quando se la faceva addosso apposta solo per farle un dispetto, dormendo pochissimo scrivendo a sua madre e leggendo tanto, come le aveva insegnato Ida. E ogni mese, puntuale, spediva a casa il vaglia con i soldi faticosamente sudati. Aveva seguito la vecchia anche quando per le esigenze di lavoro del figlio si erano spostati a Torino e lì, tra le bancarelle del mercato della Crocetta aveva conosciuto la signora Lucia, una simpatica vecchietta della Torino bene di un tempo che abitava sola in un grande appartamento lì vicino. Avevano legato subito, vedendosi quasi tutti i giorni agli stessi banchetti intente a fare la spesa. Una mattina l'aveva aiutata a portare le pesanti borse di plastica della spesa e parlando si erano sorprese molto simili, malgrado la loro differenza d'età. Era iniziata una complicità che le portava a fermarsi per un the veloce nel pomeriggio, a scambiarsi pettegolezzi e favori. Lucia le aveva regalato gli scorci più segreti e meravigliosi di Torino. L''aveva portata al Valentino ed in Piazzetta Maria Teresa, a Palazzo Reale, al Museo Egizio ed in mille altri posti, raccontandogliene con dovizia di particolari la storia; l'aveva sorpresa quando le aveva fatto gustare il "bicerin", in quel piccolo e delizioso bar vicino alla Consolata. Ogni loro incontro era uno stretto nodo nella rete della loro amicizia. E così quando l'improvviso aggravamento della malattia della signora Lia aveva dato l'occasione al figlio a ricoverarla in una struttura assistenziale (occasione che lui aveva preso al volo) scaricando tutte le angherie dell'altra a carico di infermiere professioniste, il passaggio a casa di Lucia era sembrato a tutte e due la cosa più logica da fare. E così avevano fatto.
Ed oggi erano erano lì, tutte e due eleganti e pronte a gustarsi una bella serata. Sveva sorrise alla sua immagine allo specchio e, cedendo il passo alla vecchia signora, uscirono dalla camera.

martedì 11 agosto 2009

Appeso con due dita alla vita - Sveva

"Arrivo, arrivo subito, signora Lucia" La vocina querula da vecchia chioccia l'aveva chiamata di nuovo, e poi ancora. Finì di ripiegare le camicie da notte che era andata a ritirare in lavanderia ma che, secondo la vecchia, "qua non le stirano per niente bene", per cui lei doveva riprenderle e ridargli una una spuzzata di appretto ed una rapida passata col ferro. Le appoggiò delicatamente nella cassettiera e tornò in salotto, dandosi una rapida pulita alle mani nel grembiule bianco della divisa. La signora ci teneva molto al decoro, per cui, quando erano nell'ampia casa di Torino o nell'appartamento in montagna, sempre lo stesso che prenotava da ormai più di vent'anni, immancabilmente pretendeva che lei si acconciasse con la divisa e la crestina "casomai dovessimo ricevere visite". Povera vecchia; oramai le poche volte che qualcuno bussava alla loro porta era unicamente il servizio in camera.

La vecchia era sistemata sulla poltrona imbottita in legno e tessuto ruvido vicino alla portafinestra che dava verso il parco e guardava fuori, in alto oltre le pendici boscose del Colomion. Sorrideva, con i suoi vecchi occhi azzurro chiaro, resi velatamente liquidi dalla cataratta. "Eccomi, signora Lucia. Di cosa ha bisogno?", disse nel suo italiano che avrebbe portato per sempre la pronuncia della sua terra, facendo un inchino appena accennato, come le era stato insegnato appena aveva preso servizio da lei.

Lucia distolse lo sguardo da fuori e per un attimo, il contrasto tra la luminosità dell'esterno e la leggera soffusa penombra dell'interno della camera dai colori caldi, le impedì di vedere la ragazza che le stava di fronte, indistinta in uno spazio scuro. Chiuse per pochi secondi appena gli occhi, mentre con le dita accarezzava la levigatezza del pomolo di legno della poltrona riconoscendo al tatto le venature e, quando li riaprì, i colori della stanza parevano avere ripreso vita e sia le pareti sia gli oggetti erano diventati chiari e conosciuti. Ora la vedeva bene. E sorrise di nuovo guardandola, vedendola bella come lei stessa era stata, mille anni fa, maledetto il tempo che era passato troppo in fretta, lasciandole addosso uno zaino pesante carico di dolori, di ricordi e di solitudine.

Era un sorriso compiaciuto il suo, perchè era stata esclusivamente merito suo la trasformazione da crisalide a farfalla, da ragazzina sparuta chiusa in uno spaventato silenzio ed in un informe cappotto di tre taglie più grande che mostrava più anni di lei (così le era apparsa al loro primo incontro) a quella donna bella, sicura di sé e elegante anche nella divisa che aveva indossato da subito senza neanche un'obiezione, e che ora le stava di fronte in rispettosa attesa. Per molti era la sua badante, per alcuni la domestica, ma lei, che in un atteggiamento a volte dispotico ed egoista, come spesso sono i vecchi, nascondeva la voglia di rivedersi giovane, l'aveva praticamente adottata e la considerava quasi definitivamente figlia sua. Una figlia nuova di zecca, per ripartire un'altra volta da capo, per riprovare a non commettere gli stessi errori, visto che gli altri, i figli veri, il sangue del suo sangue, passavano a trovarla solo quando erano a corto di quattrini, nella malcelata speranza di poter finalmente mettere le grinfie sulla sospirata eredità. Ma lei teneva ancora duro. Non gliel'avrebbe data vinta così facilmente, non ancora almeno. Con tutte le cose che aveva ancora da fare.

"Sono le cinque, cara". Visto che è una bella giornata calda prenderei volentieri il tè nel giardino. Preparati". Aggiunse un delicato "vai cara" e si girò nuovamente a guardare al di là dei vetri, verso la distesa di alberi, che nascondevano intatti tutti i suoi ricordi. Fuori da lì la voleva senza divisa, elegante e discreta.

Sveva aveva occhi limpidi della gente della sua terra. Occhi che guardavano lontano, verso il paese da dove, cinque anni fa, era stata strappata, lasciando la sua famiglia alla stazione a vederla partire, immobili nella loro disperazione dovuta alla necessità di vivere; sua madre, la vecchia nonna e due fratellini così piccoli che a pensarci ancora faceva male dentro; tutte le sue lacrime mute si erano confuse alle gocce di pioggia che rigavano il freddo vetro dall'altro lato del finestrino. Era partita aggrappata a quella maniglia di lucido acciaio senza più aver la forza di abbassarla e mettersi a gridare di aspettarla e di non crescere in sua assenza, mentre lei navigava verso l'incognita del nulla, per cercar di portare un pò di denaro dentro quella casa ed aiutare i piccoli a crescere. Era andata via. Quel giorno era morta in un piccolo pezzettino di cuore.

E sì che di denaro ce n'era un tempo, in quella casa. Non tantissimo, ma si stava bene, insomma. Era il tempo sereno di quando su tutto incombeva la tranquilla solidità di suo padre. "Il mio generale" lo chiamava affettuosamente sua madre, perchè era una presenza imponente, con un paio di baffoni che quando lei era piccola le facevano spesso il solletico sul collo e che gestiva da sempre la vita e le scelte della famiglia. D'altro canto organizzare le squadre al porto era stato il suo lavoro, e lo svolgeva bene, rispettato da tutti.

Per lei era assolutamente stato il grande amore di bambina, il suo porto sicuro al riparo dalle folate di vento impetuoso della vita. Era il suo punto di riferimento da sempre e sarebbe stato per sempre così. Non poteva immaginarlo diversamente. Da piccola aveva fatto un sogno che ogni tanto, ancora adesso, le capitava di rifare uguale. Lei ancora bambina ma indossava un candido abito da sposa ed era in chiesa, con suo padre elegante al fianco che la sosteneva, con il suo solito passo fermo e preciso, mentre la conduceva lento e cadenzato verso l'altare, infiorato ed illuminato da mille luci filtrate dai vetri colorati delle alte finestre. All'incrocio delle navate, al termine del tappeto di velluto rosso, ad attenderla sorridente con le mani protese ad accoglierla c'era un ragazzo alto e bellissimo, con un paio di baffoni imponenti. Suo padre da giovane. Si svegliava nella notte chiamandolo per nome, con il viso rigato di lacrime.
Invece la malattia se l'era portato via così in fretta da non lasciare a nessuno il tempo di capire e di disperarsi. Gli occhi di suo padre rimasero gli stessi anche alla fine, cosparsi di una dolcezza infinita mentre la guardava e non riusciva a comprendere che si sentiva morire. Lo seppellirono nel triste cimitero della loro cittadina una grigia mattina di metà febbraio, a meno di un mese da quando era andato a farsi visitare per un leggero fastidio la prima volta. L'aria lattiginosa ed umida profumava del salmastro del mare che, oscuro ed umorale, li stava pensoso ad osservare, al di là delle tante gru del porto, in quella piccola penosa processione di donne con il foulard annodato sotto il collo ed uomini con il vestito buono, dalle mani grosse e callose che maltrattavano nervosi i loro consunti berretti.

Le costose spese per ritardare l'inevitabile avevano rapidamente disseccato il magro gruzzoletto che in una vita erano riusciti faticosamente a mettere da parte. E così, di colpo, si erano ritrovati soli, senza un soldo e senza più nessuno al timone a condurre la loro esistenza. Sbandati.

Il lungo viaggio in treno le aveva regalato una nuova vita in Italia, a più di duemila chilimetri dalla sua Lituania. Proveniva da Klaipéda, industriosa cittadina di mare che si affaccia sul grande porto, e lì aveva vissuto fino ad allora, spostandosi solo per le brevi vacanze. Bionda come buona parte dei suoi connazionali, aveva splendenti occhi marroni che, nell'incanto del tramonto sul mare di piombo del Nord, spesso prendevano sfumature verdastre. Da quando era nata aveva respirato l'aria del mar Baltico e la sua pelle era stata abituata fin da piccola al freddo ed al vento tagliente dei lunghi e grigi inverni, quando la notte lascia il posto ad un giorno di poco più chiaro dell'ardesia. Aveva corso e giocato tra le gialle dune ventose spruzzate dalle chiazze dei lunghi steli d'erba nelle sue estati ed aveva passato interi pomeriggi a fantasticare sulle tante imbarcazioni che arrivavano e partivano. Quando il tempo lo permetteva, da piccola, andava spesso a prendere suo padre all'uscita del lavoro e lui, anche se stanco, immancabilmente se la metteva sulle spalle, le prendeva le mani nelle sue e le indicava i paesi lontani, confusi nella sottile linea d'orizzonte dove finiva il mare. Le raccontava mille cose: da dove arrivavano e dove andavano tutte le navi con i container colorati attraccate al porto, a cosa serviva ogni gru e le descriveva minuziosamente gli avvenimenti della giornata di fatica, conditi di particolari creati apposta solo per farla ridere. Con pazienza e affetto rispondeva tranquillamente a tutti i suoi infiniti perché di bambina. Con tenerezza la portava a vedere le regate delle barche a vela e poi se la riportava a casa in braccio, placidamente addormentata e cullata da quelle braccia forte create appositamente per lei.
[W.i.P. - Si sente che mi piace? Eh sì, signori, questa è Sveva!]

martedì 4 agosto 2009

Appeso con due dita alla vita - Incoming Sveva

Nella confusione del momento, con Bruno che, sorretto per le braccia si stava lentamente tirando su a sedere, con l'aria di chi è appena stato catapultato da un altro pianeta, tra il vociferare condito di termini tecnici dei medici, e il borbottio indistinto di chi ancora commentava in piccoli crocicchi come al mercato del sabato, i pensieri di Paco erano imbrigliati nel continuo sussurrare del vento e nel chiacchiericcio argentino del ruscello vicino. Il resto aveva perduto ogni sostanza e gli sembrava di galleggiare leggermente, con piccoli movimenti in orizzontale. Sarà stato l'abbassamento della tensione nervosa, saranno state le mani di Patti ma lì, con gli occhi socchiusi ed il caldo del sole che gli si spalmava liquido sulle palpebre socchiuse e si insinuava sulla pelle, passando tra i peli ispidi della barba di due giorni, stava per assopirsi. Il richiamo di Renato, che lo fece sussultare, non poteva essere più efficace: "Signore e signori, con l'ausilio del nostro sponsor qui presente", indicando l'uomo con la telecamera, "Il nostro Paco, alias l'Uomo Ragno del giorno, colui che avete potuto ammirare nelle sue spericolate evoluzioni e salvare, con estremo sprezzo del pericolo, la vita al qui presente... a quest'essere qua, questo coso, dai, su saluta con la manina, quella sana però" aggiunse, alzandogli un braccio inerte e scuotendolo, facendo ridere il gruppetto di fronte che ormai aveva occhi per Paco e per lui, alternativamente. Renato lasciò andare la mano di Bruno e il braccio tornò automaticamente lungo il fianco, come un manichino con le articolazioni svitate. "Stavo dicendo, il nostro eroe che sicuramente merita il vostro applauso, offre da bere a tutti!!".

La promessa di bere gratis immediatamente sortì un improvviso picco di simpatia nei loro confronti. Sentì partire l'appaluso, unito ad acuti urletti di incitamento. Vide la gente farsi avanti, con i volti abbronzati e sorridenti. Si trovò di colpo pieno di amici, lui che di amici ne aveva meno delle dita di una mano. Ricevette cordiali manate sulle spalle, complimenti, dammi il cinque. Si ritrovò ancora seduto sullo zaino ma con un bicchiere in mano senza sapere da chi lo aveva ricevuto. Guardò Renato con un mezzo sorriso stanco; lui di bicchieri in mano ne aveva due, uno di bianco ed uno di nero, e stava contrattando per il terzo. L'arancione e le striscie fluorescenti di una divisa gli occuparono lo spazio visivo: un medico, giovane con la barba e che portava occhiali dalla montatura strana, gli si era avvicinato, incurante del casino e gli stava esaminando un fianco con occhio critico. "L'altro lo portiamo giù con noi. A parte il polso non sembra ci sia niente di rotto. Invece bisognerebbe dargli un'occhiata a queste" Gli puntò un dito tra le costole, facendolo saltare dal male. Lui grugnì e gli lanciò un'occhiataccia. Il dottore aggiunse, con una voce cordiale e leggermente apprensiva. "E fossi in lei passerei giù da noi a farsi fare una lastra e per farsi medicare tutti questi tagli ed i graffi, prima che si prenda un'infezione. E si compri un paio di brache. Ah, e per l'onorario basta che mi leghi una volta alla sua corda. A me andrebbe bene" gli disse sorridendo, porgendogli la mano.
Paco lo guardò, sorrise a sua volta e gliela strinse. "Per l'infezione non si preoccupi dottore" li interruppe Renato. "Neanche le zanzare lo pungono a questo, perchè se no muoiono, mentre per arrampicare sah, le toccherà prenotare. E i tempi sono lunghi, a meno che..."
"Ho capito, ho capito", rispose il dottore; "Una o due bottiglie?" ed all'espressione uguale dei due che lo guardavano divertiti dopo aver esclamato insieme, come se l'avesserro studiata da tempo "e perchè solo due?" risero tutti insieme.

Bruno venne infine caricato sull'ambulanza e con lui salì sua sorella, che gli lanciò un'ultima, lunghissima occhiata, dopo aver lasciato a Tony le chiavi del SUV, che stava ordinatamente cominciando a recuperare materiale. Di lei rimase gli impresso il viso, mentre gli parlava. Lui la guardava come ipnotizzato. Lei parlava e Paco non la sentiva. La fissava dritta negli occhi incapace di staccarsene, quegli occhi color nocciola che gli facevano venir voglia di prenderle una mano, baciarne l'incavo del polso e sentirne i battiti con la pressione delle labbra

"Senti bell'imbambolato" lo distolse dai suoi sogni Renato "io, magari, avrei ancora voglia di farmi un paio di tiri, visto che in tutta la giornata non ho fatto altro che recuperarti mentre volavi. Ma se mi assicuri che non ti perdi a pensare, e non c'è bisogno di tanta immaginazione per capire a chi, provo a salire, altrimenti mi faccio fare sicurezza da qualcun altro. Vero Tony?" disse girandosi alla loro sinistra, dove quest'ultimo aveva ormai riempito nuovamente il baule dell'auto e che si vedeva chiaramente che non aveva tutta questa voglia di tornare indietro. Gli mancava da metter dietro solo più la costosissima sdraio, che aveva appoggiato in piedi contro la carrozzeria lucida.
"Se mi rendi il piacere nessun problema", rispose prontamento Tony, con un ampio sorriso "d'altronde anch'io, a parte fare il facchino, non è che mi sia ammazzato di fatica oggi. Mi andrebbe sciogliermi un poco i muscoli": non stava aspettando altro.
"Beh, allora il problema è bell'e che risolto; io mi metto qui all'ombra a riposare e voi vi fate una bella via lunga, disse prendendo con una mano lo sdraio e sedendocisi sopra. "Nel frattempo do un'occhiata a quei salamini che avevo portato.." - "Non ci provare, sai? Te l'ho già raccontata la leggenda della sfiga che colpisce le cose che non vengono mangiate in compagnia? Fan venire la cagarella. E poi dovremo riempire la pancia con qualcosa di solido, visto che il nostro sponsor non aveva praticamente roba da mangiare, ad eccezione di tutto quel poco che gli ho sgraffignato prima e che ho nascosto dentro al tuo zaino". Paco curioso aprì lo zaino: ecco perchè quando si era seduto gli era sembrato più grosso! dentro c'erano due bottiglie di grappa di mirtilli, due formaggette intere, un pezzo di mocetta, un salame, e una intera serie di creme caramel e budini al cioccolato, oltre a due rotoli di carta igienica. " E perchè questi?" gli disse tirandoli fuori ridendo, mentre gli altri due si stavano già allacciando le scarpette. "Perchè mentre uscivo mi ha beccato sua moglie e quella era la prima cosa a portata di mano. Gli ho detto che mi mandava suo marito e che ci serviva per fasciarti le ferite... e ci ha creduto!". Risero ancora, insieme. Poi Renè, cavallerescamente mostrò la via a Tony dicendo "prima tu" ed iniziarono, alternati a salire.
Paco si mise disteso sulla sdraio comoda, con un filo d'erba in bocca a vedere i due salire e pigramente seguire il lento muoversi dell'ombra delle nuvole che si proiettavano sulla parete, lente, che si scioglievano e si riformavano, cambiando forma. Adesso, con i muscoli che si erano raffreddati, sentiva veramente male. Anche allungare o piegare una gambia gli procurava dolore. "Passerà" pensò tra se, "ne ho passate di peggio". Basta un poco di tempo spalmato sulle ferite e queste prima o poi guariscono". Passò il polpastresso dell'indice ad inseguire i percorsi irregolari di una cicatrice che gli correva lungo il ginocchio destro, a sentire la differenza di spessore del tessuto e l'irregolarità prodotta dove erano stati messi i punti. Su in alto i due procedevano in sintonia, ed il rumore dei rinvii e gli sbuffi della magnesite gli era familiare e rassicurante. Alla sua sinistra, dentro lo zaino di Tony, la canzone "Blucobalto" dei Negramaro incominciò improvvisamente a suonare, aumentando rapidamente di volume. Dall'alto Tony gli chiese: "mi fai il favore di rispondere? E' nella tasca di fianco".

"Pronto", disse. Dall'altro capo un leggero silenzio imbarazzato, come di chi non riconosce la voce della persona che stava chiamando. Poi un "chi sei?" di una voce di donna uscì, leggermente indecisa. Paco la riconobbe subito. Era lei. Se la immaginò, mentre era al telefono. Aveva voglia di averla ancora davanti. Le avrebbe preso una mano, incurante del mondo e l'avrebbe attirata a sé, deciso, per baciarla senza darle un'alternativa, perché sapeva che lo voleva anche lei. Sorrise: no, non l'avrebbe mai fatto, ma sarebbe stato bello comunque. "Ciao sono Paco. Tony in questo momento non può rispondere. Gli devo dire qualcosa o ti faccio richiamare?" Immaginò nuovamente il suo sorriso, lo sentiva nel cambiamento del tono di voce. "Ciao. No, in realtà stavo proprio cercando te. Volevo dirti che hanno fatto uscire mio fratello quasi subito. In realtà volevano trattenerlo, ma quello già in ambulanza si è ripreso ed era incazzatissimo per essersi rotto il polso. Ha cominciato a rompere i coglioni a tutti fino a che non ci hanno praticamente cacciati fuori. Ora siamo in albergo. Ho pensato che non avevo un tuo numero di telefono per ringraziarti ed ho cercato Tony per sapere se ti poteva rintracciare. Tu come stai?"

"Mai stato meglio, soprattutto in questo momento" disse, leggermente ammicante. "Sono seduto sulla tua sdraio e mi godo il sole". In realtà voleva anche dire che era seduto sulla sdraio e per i primi cinque minuti non aveva fatto altro che respirare il profumo di lei, che aveva impregnato il legno chiaro, ma la sua scorza di riccio si richiuse rapidamente prima che potesse aggiungere altro. Poi calò un silenzio leggermente imbarazzato. Il non vederla, non avvertirne la presenza, forte quanto la promessa di un contatto, non gli bastava e lo bloccava. "Senti", aggiunse lei, liberando tutti e due da quell'impasse "stavo pensando di organizzare una piccola festicciola qui all'albergo del ristorante, per ringraziarti. Una cosa semplice, qui tra noi con quattro amici. Tu e il tuo amico potete portare chi vuoi, le vostre ragazze ad esempio." Aggiunse interrogativa. "Se dai della 'ragazza' alla moglie di Renato quella ti morde" rise Paco "ma loro non sono di qui. Grazie. Verremo volentieri solo noi due. Quando?" - "Vi va bene domani sera? Per domani penso che Bruno avrà smesso di mangiarsi il fegato e sarà in grado di assaggiare anche qualcos'altro" - "Ottimo, allora a domani sera. In quale albergo siete?" - "Al Des Geneys", rispose lei. Paco ci avrebbe scommesso, uno tra i più belli della cittadina. "Se ci sono dei problemi chiamami, il numero lo leggi sul telefono di Tony. A domani"- "Non vedo l'ora" aggiuse Paco, e mise giù.

"Chi era?" gli urlò Tony, dall'alto. "Niente, niente" rispose sornione Paco, segnandosi il numero sul suo cellulare e risistemandosi allungato, comodo comodo sulla sdraio, con il berrettino calato sugli occhi a nascondere un sorriso che proprio non riusciva a trattenere "Era per me."

"Il solito fanfarone", commentò placidamente Renato, mentre cercava di sciogliere un nodo che si era formato sulla sua corda.

martedì 28 luglio 2009

Appeso con due dita alla vita - Ritorno alla base

Dopo avergli rapidamente ripulito la faccia dal sangue e dalle schegge steccato il polso, l’aspetto di Bruno era decisamente migliorato. Lei, quando non arrampicava, lavorava in ospedale come infermiera, e nella sicurezza dei gesti doveva anche essere brava. Mentre preparavano la manovra per calare Bruno, definitivamente svenuto, la ragazza piovuta dal niente e lui chiacchierarono un po’. Gli disse che si chiamava Cristina e che era da quelle parti per un rapido allenamento. Era sulla parte alta della stessa via con un compagno quando aveva visto staccarsi il fronte della scarica, aveva visto Bruno colpito e si era calata per dare una mano. Si fermava solo pochi giorni e poi partiva, verso montagne lontane. Era una che viaggiava con un alto numero di giri, con altri sogni, altre mete. Aveva già partecipato a spedizioni Himalayane ed era salita su tre 8.000, e ne aveva in programma altri. Paco ne rimase impressionato; a lui bastava trovarsi a trenta chilometri dalle sue montagne per trovarsi perso, Lei aveva altri e molto più lontani orizzonti, pur rimanendo di una semplicità disarmante. Avevano fatto su la corda di Renato e l’avevano preparata per una doppia, gettando quella di Bruno, inservibile. “Sicuro che ce la fai a portartelo giù in doppia? Gli chiese mentre lui sbuffava, cercando di buttarselo sulle spalle, legandolo come un salame ; “Tranquilla, è grosso ma non pesa poi tanto di più di quello che mi sta facendo sicurezza in questo momento e che ho portato giù più di una volta mentre mi cantava a squarciagola Tre Joli Tambour”. Poi aggiungendo in un bisbiglio, ma non troppo basso “Sai, ho il sospetto che beva!”
“Ti ho sentito, sai”, gli gridò da sotto Renato “E non erano poi tutte queste volte come dici tu: cioè una me la ricordo, le altre no..” Ciononostante sorrise, ripensando alle volte che si erano portati giù sostenendosi l’un l’altro, dopo avere festeggiato la riuscita di una via dando fondo a tutto quello che gli avanzava nello zaino.
Solo quando Paco si mise in piedi, con l’altro ben stretto, pronto per scendere in doppia, Cristina gli sorrise, preparandosi a tornare da dove era venuta: “Ci si vede, un giorno l’altro. Abbiamo fatto un buon lavoro insieme. A proposito: sai che non arrampichi affatto male? In quell’ultimo passaggio veloce col salto mi hai ricordato Dan Osman?”. Si girò e, nel giro di pochi rapidi movimenti, rapida come era arrivata, era già sparita.
Paco la guardò arrampicare per un lungo attimo: se ne incontrano poche di donne così. Poi si riscosse, provò a verificare che non fosse troppo squilibrato con quell’energumeno addosso e si preparò a scendere in rapidi balzi. Aveva preparato il Prusick in alto, nel timore che gli rimanesse incastrato nel discensore, ed aveva fatto bene. Riuscì a scendere in tre rapidi balzi, piegando bene con le gambe per ammortizzare al tremine di ogni salto, incurante del calore sprigionato dalla corda sul metallo. Portare giù un peso morto e riuscire a controllare equilibrio e la velocità della discesa non era facile. Cercò di fare più in fretta che potè, nel timore che quello gli scivolasse e che lui non avesse poi la forza di impedirlo. Non aveva neanche toccato terra che già qualcuno glielo levava di dosso e lo sistemava sulla sdraio che lui stesso si era portato, mentre nel frattempo giungeva l’ambulanza con il primo soccorso.
Per un attimo Paco si sentì sollevato: sollevato dal peso del bestione, sollevato dalla tensione di quel compito, sollevato dall’assenza delle sue nuvole nere, compagne inseparabili degli ultimi due anni. Nessuno lo stava considerando, gli amici di Bruno ci si accalcavano dando fastidio ai paramedici: l’uomo con la telecamera la teneva in alto tentando di superare il muro di gente. Renato gli comparve vicino, e con la mano gli strinse forte il bicipite. La frase “hai fatto un gran lavoro”, Renè non la pronunciò mai, ma Paco la sentì lo stesso. Si stirò la schiena dolorante, cercando di impedire a tutti i dolori che aveva accumulato in quella magnifica e pazza giornata di reclamare finalmente il loro tributo. Renato Tirò fuori dallo zaino un tubetto di antinfiammatorio e fece per passarlo all’amico. Il tubetto fu prelevato dalle lunghe dita sottili di Patti, che era ancora lì dietro di lui. Non si era avvicinata all’altro. Rapidamente svitò il tappo e gli disse “Siediti, ci penso io. E’ il minimo che posso fare, per avere fatto ciò che hai fatto”. Poi sorrise, finalmente non più femmina fatale, ma disarmata e disarmante, solo Patti e la sua fila di denti bianchi. Allungò la mano“Penso che nessuno ci abbia ancora presentati. Piacere, Patti”. E quello là steso è mio fratello”. Paco porse la sua e ricevette una mano fresca, con una stretta decisa, segno di un carattere forte. Poi gli fece il gesto come per dire “siediti” e Paco si girò e si appoggiò sul suo zaino, mentre le mani di Patti incominciarono lentamente a massaggiargli i muscoli della schiena.
Paco riusciva a sentire le dita di lei percorrergli la schiena; unte dalla crema, affondavano, accarezzavano vecchie nuove cicatrici, risalivano e lo manipolavano come si fa con la pasta del pane. Gli dava i brividi. “Questa è una che almeno le mani le sa usare. Mi sa anche tutto il resto”, pensò maliziosamente, cominciando a fantasticare, su di lei, sulle sue mani, su loro due, con il “Clic” che fermava nuovamente il tempo. Fu riportato alla realtà da Renato, che stava facendo su la corda, controllandone con eccessiva cura ogni centimetro e scuotendo la testa. “Sentimi bene:”, gli disse: “a parte il fatto che a farti sicurezza ho anch’io un fastidioso dolorino dietro il collo, ma se lo chiedo io viene a massaggiarmi quello della telecamera, che Dio lo benedica, ma mi puoi spiegare come fai a correre dietro alle donne anche quando sei in parete? Chi era quella? Ti ha almeno lasciato il numero di telefono? Avrà almeno un’amica: l’importante non è che sia carina, basta che sia compiacente." Guardò il gruupo di gente dinanzi a lui.
"Dì un po’: ma lo sanno questi qui che ti danno le spalle che sei l’eroe del giorno?. ‘Spetta me che glielo ricordo io”. Detto fatto, salì agile sul cofano del SUV, tanto Bruno non vedeva, mise le mani a cono davanti alla bocca e disse:“……….
[Domani mattina continuo, giuro, (se mi sveglio presto..). Adesso mi aspettano un paio di rotonde, per vedere quanta pedalina ci lascio.]

mercoledì 22 luglio 2009

Appeso con due dita alla vita - Tomahwak 3

Il volo questa volta se lo era preparato. Non l'aveva subito, non gli era stato imposto e rubato, quel pezzo veloce di vita: l'aveva vissuto, con la consapevolezza folle che ne valeva la pena. Ed era vero. L'urlo strozzato del gruppetto l'aveva sentito, prima ancora che uscisse involontario dalle loro bocche, quando aveva pensato: "Ecco. Adesso lo fanno".
Si era lasciato andare con una leggera spinta in fuori. Ed era andato giù, diritto come la goccia d'acqua della sua doccia che perdeva da sempre. Quella cadeva sempre lì, mai un centimetro più avanti. Aveva visto rapido il punto di mezzo passare, il rinvio con la fettuccia verde a cui si era assicurato. Ed il colpo nelle reni dato dall'imbrago non l'aveva sorpreso. Era stato solo di un poco più soffocante di quando qualcuno ti cala velocemente per farti il solito vecchio scherzo e poi ti ferma con uno strattone. Aveva visto il colore della fettuccia e gli era venuto in mente il colore verde della coppa di gelato che prendeva ultimamente, "una da due euro, cocco e yogurt, grazie!"; sempre gli stessi gusti da almeno sei mesi. Ed ancora non si era stufato. "Dovrei avere una ragazza gelato, cocco e yogurt, magari non mi stufo".
"Mi andrebbe un gelato", disse calmo. Si trovava un pò più in basso di prima, fermo, calmo e serio con lo sguardo puntato in basso, diretto verso Renato, come se quel momento fosse la cosa più naturale del mondo. L'amico era stato veloce, ma aveva capito quello che voleva fare quel matto. Non l'aveva fermato recuperando tutto quello che aveva potuto, ma gli aveva concesso il tempo per un rapido battito d'ali. Ciononostante le braccia gli facevano un male della madonna, ed aveva il fiatone. Paco non era certo un peso piuma.
"Scusa?? Non è che ho capito male? Voli due volte in meno di cinque minuti e la prima cosa che ti viene in mente è che vuoi un gelato? Sai ho visto balconi molto meno fuori di te! Sicuro che prima non hai battuto anche la testa, per caso?"
Si guardò intorno e vide la gente: tutti a naso in su. Alcuni erano ancora in apnea, ma tutti, nessuno escluso, avevano la bocca aperta. Istintivamente pensò al gioco del buttare la pallina nei vasi dei pesci rossi, quando ci sono le giostre. "Oggi sarebbe il giorno giusto per vincere la bambolina" gli venne in mente, immaginandosi la scena. Ritrovò il suo spirito goliardico e, rivolto all'amico, aggiunse: "Allora, dato che adesso ti sei sfogato, vuoi darti una mossa o mi fai fare la bella statuina fino a questo pomeriggio? O devo venire su a portarti davvero il gelato? Che gusto vuoi?" Paco, sempre girato, sempre appeso, sorrise, in una fila di denti candidi nel volto abbronzato: si stava ancora immaginando la ragazza gelato, dolce e cremosa. "Che stupido, immagino saranno sempre i soliti cazzo di yogurt e cocco!" Paco gli fece il gesto di colpirlo in silenzio con una pistola fatta con le dita, che rimise nel fodero immaginario. Poi si girò e ripercorse rapido i movimenti che aveva già eseguito poco prima, ritornando in un lampo subito sotto lo spit a cui non si era volutamente assicurato.
Renato trattenne nuovamente il fiato: "Dio no; ti prego, non un'altra volta, non ti sei sfogato abbastanza? Guarda che la corda l'ho comprata usata alla Lidl, non è proprio sicuro che tenga, e poi te l'ho già detto che ti trovo ingrassato?" Per tutta risposta Paco alzò la mano destra mostrandogli il dito medio, poi spostò il braccio indietro e prese un rinvio dall'imbrago per assicurarsi. Al "clic" prodotto quando ci fece passare la corda dentro, molti di quelli lì sotto emisero un sospiro di sollievo, Renato incluso. Ora di gente a guardarlo ce n'era un discreto gruppetto, anche uno con la telecamera, che stava riprendendo chissà da quando.
"A Dottò, scusiii, guardi che io sono il suo agente, il manager" lo interpellò Renè: "Lei sa cosa sono le royalties? Qui da noi si fa così: dunque, lei può riprendere il mio protetto, se ci paga in generi voluttuari, principalmente alcolici e devono essere tanti, ma non solo, perché a noi bere a stomaco vuoto fa male; in alternativa va bene lo stesso se ha una figlia carina, ma sarebbe meglio due".
L'uomo con la telecamera rise, e gli disse che era pronto a rifocillarli con quanto aveva nel camper lì vicino, che di roba ce n'era abbastanza. Renè aggiunse, con ka voce alla Totò: "Lo dico per lei, si lasci servire da me che sono un uomo di mondo: ci ripensi, se ha due figlie; non so se le conviene darci libero accesso alla dispensa: quello lassù", indicando Paco", è peggio di un'idrovora".
Aveva ritrovato rapidamente la battuta, di fronte ad un discreto pubblico e stava avendo il suo consueto successo. Poi d'impulso si girò per guardarsi dietro ed aggiunse, senza aspettarsi risposta, rivolto a Patti che lo guardava e non rideva: "Ma cosa ci fai tu agli uomini? Oh cazzo, adesso devo recuperare tutta questa corda, che se quello mi cade un'altra volta stavolta fa un buco per terra profondo mezzo metro!".
Paco nel frattempo aveva ripreso ed aveva ripreso rapido, agile, deciso. Ascoltava le battute scherzose dell'amico là sotto e ne sorrideva. Si sentiva bene, bene, bene. Non gli dispiaceva quello che gli era appena capitato, la rapida scarica di adrenalina l’aveva reso più forte e si sentiva pronto. Adesso era pronto. Signori in scena. Finalmente.
Incominciò ad aggredire la via con una decisione che sapeva di non avere mai avuto. Si inventava passaggi di forza e di equilibrio, sostenendosi con due dita e movendosi preciso. Arrampicava come un grande. Aveva una sensazione di se stesso sulla parete che non aveva mai provato e che gli permetteva di andare oltre. Era quasi contento. Pensava a quello che avrebbe raccontato a Mondo, quando si sarebbero incontrati nuovamente, accucciati di fianco alla stufa che scoppiettava, con le scintille che morivano uscendo e le tazze fumanti in mano, complici di un segreto tutto loro.
Ogni tanto sentiva partire qualche applauso proveniente dal basso nei momenti che quelli di sotto giudicavano più critici, mentre a lui apparivano impegnativi sì, ma di una semplicità disarmante. Incominciò a fischiettare, come gli capitava quando gli girava nel modo giusto, e sapeva farlo bene. Gli venne naturale mettersi a fischiare “Blowing in the Wind” di Bob Dylan; era un brano che adorava da molto tempo prima di One ed a cui non pensava più da mille anni. E adesso era lì, in testa tutta per lui, fresca come allora, pronta nel Juke Box della sua memoria. Lui mise giù la monetina e questa sali, dai polmoni alla lingua, transitando stretta attraverso le labbra socchiuse, uscendo libera mentre lui continuava a salire a tempo quasi non facesse sforzo, modulandola e usando tutto il fiato che aveva dentro. E il suo fischiare si propagava, rimbalzava in parete, e chissà dove andava finire. Forse non finiva.
Sotto erano tutti a guardarlo con il naso in su. Renato si era impossessato del berretto dell’uomo con la telecamera, se lo era messo per terra davanti ai piedi esclamando: “Musica & spettacolo, eccezionalmente solo oggi signori: fatevi avanti gente, per una generosa offerta”. Non era possibile: era il Renato di sempre.
Paco aveva ormai raggiunto l’altezza dove stava Bruno, che aveva assistito a tutto e lo stava fissando. Era stanco e si vedeva. Era sudato e un poco della spavalderia l’aveva persa, strappata pezzo per pezzo dalle difficoltà incontrate lungo la sua via. E quella comunque era una via tosta, non dimentichiamolo. Paco lo guardò bene arrivando su; lo vide stanco ma comunque non vinto, sudato e muscoloso, col minuscolo moschettone alla cintola dell’imbrago che gli faceva dondolare il cellulare e, nonostante quel particolare assurdo, involontariamente lo ammirò. Ci voleva grinta e quello ne aveva a pacchi. Istintivamente, sempre fischiando, gli sorrise.
“Hai finito di fare il buffone?” Gli tirò addosso invece l’altro. Era seccato e la frase gli uscì sibilando, stretta tra i denti. Paco si ricordò la sua prima impressione nei confronti di Bruno e quasi si pentì di avergli sorriso, ma rimase sereno: “Veramente avrei appena cominciato: sai, oggi mi va così, che vuoi farci, sono un pò "descentrà"; noi gente di montagna siamo come il cattivo tempo: imprevedibili, non sai mai quando ti arrivano addosso.” Gli disse, saltando noncurante uno spit con uno slancio che fece partire un altro applauso ed afferrando rapido appigli inesistenti, leggero come un gatto. Gli sembrava di arrampicare sulla luna. Lo guardò fisso e poi, stavolta senza sorridere, aggiunse: “Sai, dovresti provare a prenderti un po’ meno sul serio, rilassa sai? Goditela la parete, non cercare di vincere, perché non è con me che stai facendo una gara ma con lei. E lei non la vincerai mai”.
Bruno stava cercando qualcosa di tagliente da rispondergli, a quel bastardo saputo, una secchiata d’acqua gelata per levare il sorriso beffardo che gli faceva montare mille cristi, ma non ne ebbe più il tempo.
Incominciò tutto con un suono sottile, uno scalpiccio di passi di piccoli folletti maligni che correvano giù dalla parete. Poi tutti insieme vennero giù quelli grossi, e la scarica di sassi li investì. In pieno.
“Pietree!!!” gridarono quasi all’unisono da sotto sia Tony sia Renato. La gente si disperse in un lampo, come quando la goccia d’acqua dell’acquaio impatta contro il ripiano di marmo, mentre i due si allontanarono quel minimo necessario per continuare a far loro sicurezza. Il signore con la telecamera non si era invece mosso, continuando a riprendere in su. Era brutta, brutta davvero. Istintivamente i due si acquattarono contro la parete, abbracciandola, bimbi attaccati alle gambe della madre, cercando di offrire il minor numero possibile di parti esposte alla furia del momento. Nessuno dei due aveva il casco. Bruno era assicurato, mentre a Paco per assicurarsi mancava ancora più della lunghezza del suo braccio. E l’altro rinvio sotto non l’aveva volutamente messo. Non riuscì a fare a meno di pensare: “Cazzo, devo far regolare l’orologio dei desideri: va indietro di una mezz’oretta abbondante”, e poi più niente. La scarica era decisa: i sassi venivano giù fischiando anche loro, ma la canzone non gli piaceva affatto. Quelli piccoli erano un morso feroce, che lacerava piccoli lembi di pelle e scappavano via, ma quelli più grossi invece facevano male, e parecchio.
Era durato il tutto meno di cinque secondi e come era arrivato tutto era finito, con gli ultimi ritardatari che, rimbalzando, si perdevano nel vuoto. Poi silenzio.
Paco si staccò dalla parete, tossì, sputando saliva, sangue e polvere e si guardò: la testa gli girava appena, un fastidioso moscone ci sbatteva rabbiosamente dentro. Cominciò a muovere le dita delle mani. Dai capelli ai piedi era bianco di polvere, gli sembrava di essere stato pestato per bene ed un rivoletto di sangue gli partiva da un ampio taglio sul dorso della mano e proseguiva giù giù in tutto l’avambraccio, terminando in piccole goccioline scure che si smarrivano sulla roccia, mischiate alla polvere. I suoi pantaloni avevano subito l'ultimo e definitivo assalto. Guardò di riflesso Bruno ma per un secondo non comprese: tra la polvere e le botte ricevute aveva la vista annebbiata ma c’era qualcosa che non tornava. Scosse la testa come per metterlo meglio a fuoco.
Bruno era una maschera di sangue ed aveva una mano piegata sinistramente all’indietro, segno di un polso chiaramente fratturato che lui si guardava instupidito. Sembrava ubriaco. Un masso aveva colpito la roccia proprio sopra di lui sull’occhiello dello spit ed era esplosa in mille schegge appuntite. Si era istintivamente messo il braccio davanti agli occhi per proteggerli, e quel gesto glieli aveva salvati, ma il resto era un casino e grosso. I pezzettini micidiali l’avevano colpito dappertutto: la canotta era a brandelli e del cellulare non c’era più traccia. Un pezzo di pietra grosso come un pugno gli aveva girato il polso e gli aveva mancato di un soffio la tempia.
Paco si riscosse. L’attenzione si concentrò come uno zoom della sua Nikon sul punto d’impatto del masso. Il moschettone del rinvio si era crepato, della leva di chiusura non c'era più traccia e la corda, mezza colpita anche lei e mezza sfilacciata, stava cominciando a sfilare fuori dall'asola.
“Molla, molla mollaaa!!!” Gridò di colpo Paco, rivolto a Renato, mentre inconsciamente, si era già preparato a spostarsi, abbandonando la sua posizione. Aveva bisogno di corda e subito. Quello non sarebbe rimasto su ancora per molto e se fosse caduto una corda in quello stato non avrebbe retto allo strappo. L'altro di tempo non ne avrebbe avrebbe avuto più.
Paco non guardava sotto, non vedeva e non sentiva, non gliene fregava un cazzo del mondo. Doveva arrivare lì ed arrivarci subito. Fissava duro quel lembo di corda obbligandola con quello sguardo a fermarsi. Avrebbe voluto fermarlo, 'sto cazzo di tempo. Schioccava le dita: "CLIC", e lo fermava.
Tutto fermo: il sole, le nuvole, un merlo che passava veloce a meno di tre metri da lui e che invece rimaneva sospeso nell'aria, immobile.
Tutto fermo: i gitanti là in fondo sul sentiero, il suono dei campanacci delle mucche della margaria, il vento e le voci della gente improvvisamente in silenzio ed immobili. Tranne lui che, con tutta la calma e l'attenzione che serviva, si spostava, arrivava dall'altra parte, metteva quello al sicuro e poi: "CLIC!" e la giostra della vita riprendeva a girare, prima piano piano e poi regolare. I rumori interrotti a metà si riattivavano, ed i movimenti sospesi continuavano. Avesse avuto quella possibilità stamattina... "CLIC!" e forse non sarebbe neanche venuto su, impiegando quell'assenza di sè per passare del tempo, anzi del non tempo solo con Patti. Ed invece era lì. Il merlo era passato in un frullo d’ali e lo scampanio non si era fermato.
Aveva raggiunto la sosta in un secondo e si era assicurato, aveva cominciato a parlare e non aveva più smesso. Parlava con voce monocorde, bassa e profonda, per tranquillizzare Bruno e non trasmettergli l'angoscia delle cose che non era in grado di cambiare che lo stava attraversando, mentre dava ordini rapidi e secchi ai due di sotto.
"Renato, sei vivo? Tanto anche se hai preso un sasso in testa si è sicuramente rotto lui e quindi fai quello che dico. Ho intenzione di andare a prenderlo al volo quindi mollami corda come se non ne avessi affatto. Non ho tempo per scendere e salire, quindi attraverso, si dovrebbe poter fare. Se non ce la faccio e cado tienimi, proverò poi da sotto a risalire sulla sua via rimanendo assicurato dall'alto, e Bruno, ascoltami, TU NON TI MUOVERE, non hai niente, stai tranquillo, tienti bene che arrivo subito. Tony, tu non fare niente, tienilo così com'è, non mollare e non metterlo in tiro, che la corda non è messa bene". Era un eufemismo.
Erano a metà parete. Le due vie non erano poi distantissime. C’era solo da fare in fretta. Se solo Bruno avesse potuto mettersi in sicurezza. Bastava un cordino, ed una mano che funzionasse. Sembrava un cameriere che porta un vassoio senza il vassoio, e stava a guardarsela messa in quella strana posizione, come ipnotizzato.
Il più rapido traverso della sua vita. Arrampicare in orizzontale era sempre stato strano, per lui che cercava sempre la via della “goccia d’acqua”, come gli dicevano i libri dei vecchi, dei Comici e dei Bonatti che aveva divorato da piccolo. Andare di lato era strano, quasi innaturale. Belli invece i traversi delle dolomiti, dove aveva anche fatto dei pendoli da paura, quasi correndo orizzontale alla parete, come se la forza di gravità fosse nel fianco della montagna e non sotto di lui. La corda lo richiamò indietro. Renato non era stato abbastanza veloce: “Scusa”, gli disse da sotto, dandogliene: “E’ che sto contando i centimetri, non è che ce ne rimanga poi tanta”.
“E’ che sei uno spilorcio, ecco quello che sei, dovevamo usare la mia. Ti avevo detto di comprartela da sessanta metri e non da cinquanta” - “Primo, tanto me la porto sempre io nello zaino, tu trovi sempre mille scuse tra cui il fatto che hai la moto per lasciarla a casa, e secondo te l’ho già detto che facevano i saldi, c’era solo più questa ed un’altra fatta per il campeggio, non sono neanche sicuro di aver preso quella giusta; beh, pensando ai voli che mi ci hai fatto sopra, devo aver scelto quella buona. Comunque dopo di oggi non ci appendo più neanche i salami. Mi sa che me ne devi una nuova”. Continuando a danzare, Paco guardò il nodo davanti all’imbrago sorridendo. Edelrid 10.2mm, c’era scritto. Avrebbe retto a ben altre cadute.
Bruno era nel limbo. Sentiva i rumori, sentiva voci ovattate e non riusciva a vedersi altro che quella mano tirata all’indietro davanti ai suoi occhi che non si levava da lì, chissà perché. Non aveva dolore, solo un “uuuuuuuuuuu” sommesso che suonava incessante. Per il resto la visione lattea delle cose che lo circondava lo faceva sentire in un bozzolo. Non aveva capito ancora cosa era successo. Si sentiva acquoso, e qualcosa di dolciastro e appiccicoso gli impiastricciava la faccia.
Poi lo vide.
Vide che stava venendo verso di lui, quel bastardo. Sì, era proprio un bastardo: non gli bastava farsi bello facendo a momenti anche le capriole su quella via, non gli bastava salire come se camminasse invece che arrampicare; non gli bastava averlo sputtanato e metterlo in ridicolo davanti ai suoi amici, raggiungendolo in due minuti mentre lui ci aveva sputato l’anima a salire: adesso voleva anche rubargli la via! Ma gliel’avrebbe fatta vedere lui, a quel fesso. Non l’avrebbe raggiunto mai, avrebbe vinto lui. Era solo a due metri; era ora di muoversi. Se non fosse stato per quella sensazione che aveva. Si sentiva drogato. Paco stava cercando di muoversi più in fretta che poteva, e mentre si avvicinava a Bruno, che continuava ad assomigliare ad uno zombie, continuava a parlargli piano per farlo stare tranquillo.
Era stato quando era su un passaggio delicato, a meno di due metri da lui che vide l’altro muoversi: sembrava che avesse deciso di riprendere a salire. Per un secondo pensò solo che stesse cambiando posizione, poi di colpo lo vide: quello stava veramente per ricominciare a salire.
“Bruno, ascoltami. Fermati. Con quella mano non puoi muoverti. Bruno, aspetta, non muoverti, Bruno, mi senti? Bruno, ti ho detto di non muoverti. Dammi un minuto ed arrivo. Ascolta! Cazzo, Renè, questo è andato, non mi sente! Tony, dirgli di fermarsi!” Finì la frase quasi urlando.
Bruno avvertiva che quello stava veramente arrivando. “Non ce la fai, bastardo che non sei altro, non arrivi a prendermi, ti faccio vedere io come si arrampica, altro che montanaro”. Pensava ma non riusciva a parlare. Si sentiva in un sogno, forse stava sognando veramente. Se solo qualcuno avesse levato quella mano storta da davanti ad i suoi occhi. Decise di mettere la sua mano destra (ma dov’era?) sulla roccia per riprendersi la via che era sua, solo sua e fece per andare su.
La scarica di dolore quando appoggiò le dita sulla roccia e ci si appese fu devastante. Come se gliel’avessero attraversata con un ferro rovente. L’urlo gli uscì da dentro, così profondo e rabbioso che per un attimo pensò di non essere stato lui. Poi il velo nero dell'incoscienza gli calò definitivamente sugli occhi.
E per la seconda volta in quella giornata, qualcuno in parete si lasciò andare…

Paco capì che non ce l’avrebbe mai fatta a raggiungerlo. Era in bilico, aveva bisogno di uno slancio per arrivare alla catena ma la sua posizione era troppo precaria. Avesse mancato la presa avrebbe cominciato un pendolo che l’avrebbe sbattuto dietro lo spigolo Fornelli. Ma non c’era più tempo. Decise di provare. O la va o la spacca.
Fissò dove doveva arrivare. Era lungo, forse troppo, ma poi l’altro appoggiò la mano sulla parete, urlò e si sbilanciò all’indietro. Paco saltò.
Una massa di riccioli biondi, con una maglia rossa con le sigle di alcuni sponsor era lì. Sopra Bruno. Con una mano si teneva alla roccia. Con l’altra aveva afferrato Bruno al braccio muscoloso in una morsa ferrea, proprio mentre stava perdendo l’equilibrio. Lo teneva inchiodato alla parete, e sembrava non facesse alcuno sforzo. Era lì e lo vide arrivare alla fine del salto, con le dita che mordevano la catena. Paco era senza parole.
“E… e tu da dove spunti?” Le chiese alla fine. L’aveva guardata negli occhi ed era stato ricambiato da uno sguardo sincero che gli aveva scavato nell’animo. Lei alzò lo sguardo verso l’alto, l’alto della roccia magari più su, in silenzio, con i riccioli che giocavano impertinenti con il vento. Poi gli disse “Vedi di assicurarlo alla sosta con un cordino, che questo pesa”.

…… Ciao Cristina!!! .


[Note per quelli del mio studio a cui, non ho ancora capito ancora perché, piace cosa scrivo (sospetto che sia perché è mia la firma sui loro assegni): 1) Visto che pensate che a scrivere faccia meno danni che a lavorare sul serio, perché non vi prendete quella cinquantina di grane che affollano la mia scrivania così posso soddisfare la vostra curiosità e dirvi cosa succede? Noo? Allora pazientate. Scrivo solo quando posso, e solo se mi scappa proprio.2) Ho comunque imparato, riscrivendo per metà (grazie alla rompi.. Giorgia che proprio non poteva aspettare che finissi e così un pezzettino gliel’ho stampato e l’ho potuto recuperare..)Tomahwak3, che sarà pure piacevole scrivere di getto, buttare giù tutto come ti viene, dal cuore alla tastiera, anche se fai un mare di errori, ma è meglio mettersi su word e POI, solo una volta finito, riportarlo sul post, visto che, non so perché, nel momento in cui ieri, avevo proprio ma proprio finito di scriverla…. Ho perso tutto!!! Qualcuno sa se c’è un backup dei post?]

lunedì 20 luglio 2009

Appeso con due dita alla vita - Tomahwak 2

Adesso anche il tempo sembrava stare dalla sua parte. Il vento, che spesso in parete può essere un fastidio in più, adesso era una carezza fresca e leggera, che correva sui margini delle sue vecchie cicatrici e sui graffi arrossati che si era appena procurato; il sole caldo aveva asciugato in sottili crosticine le goccioline di sangue che ne erano uscite. La gamba sinistra gli doleva e guardando in basso vide nei suoi pantaloni neri, una sorta di fuseau con ideogrammi cinesi bianchi, un certo numero di buchi nuovi. "Mi sa che è proprio arrivata l'ora di buttarli", pensò.
Il tempo aveva ripreso a muoversi e lui anche. Sgranchendosi avvertiva male un pò dappertutto, ma era un male da lividi la sera, niente che un pò di sano Fastum Gel non avrebebbe potuto far passare in tre o quattro giorni. Magari domani mattina sarà sicuramente dura anche alzarsi dal letto, ma al limite basterà una telefonata in falegnameria. Tanto il "Mondo", (diminutivo di Edmondo), il padrone, una persona d'altri tempi come d'altronde era il suo stesso nome, che da tempo l'aveva quasi adottato e che lo trattava ormai come un figlio, avrebbe sicuramente capito e non avrebbe fatto storie. L'aveva già fatto altre volte, tutte le volte che gli capitava di salire qualche via impegnativa che magari richiedeva più giorni di quelli che aveva programmato, o quando era costretto a bivaccare in parete per il maltempo. Quando poi tornava si trovavano la mattina presto in falegnameria, si accucciavano di fianco alla stufa riempita di trucioli e, mentre Mondo preparava il caffè per tutti e due, lui gli raccontava tutto, tutto nei più piccoli particolari, in racconti che riportavano spensieratezza negli occhi azzurri circondati di rughe di un vecchio. Mondo in montagna c'era andato anche lui, ancora con le corde di canapa ed il berretto di feltro ed in falegnameria c'erano ancora impolverate dal tempo e dalla polvere di legno, vecchie foto in bianco e nero delle sue salite. Erano state quelle foto ed il libro di Emilio Comici "Tutte le mie cime" ad avvicinarlo alla roccia, e nello zaino di Paco c'era sempre la sua vecchia spilla in metallo del CAI, che Mondo gli aveva regalato per festeggiare la sua prima normale al Cervino.
Renato lo teneva ancora in tiro ed attendeva che ripartisse. Era in silenzio. Il comportamento del suo amico era strano, non era il tipo da fare l'istrione, non in prima persona, normalmente. Era disponibile a seguire le sue di mattane, ma di norma era molto più chiuso in quello che era il suo mondo. Intuì che c'entrava la persona alle sue spalle, ma c'era qualcosa di diverso che non riusciva ad agguantare. Paco puntò i piedi e si distese quasi perpendicolare alla roccia, come per stirarsi, poi si voltò verso il basso e con un sorriso gli fece in silenzio un gesto per dire quelcosa che non riuscì ad intendere. Poi piegò le gambe e gli disse semplicemente "vado su". E lui gli diede corda.
Paco aveva una visione molto più chiara adesso. Bruno era ormai quasi imprendibile, ma non gliene fregava assolutamente niente. I passaggi sembravano segnati con l'evidenziatore, la via era diventata un problema già risolto ancora prima di salire. Il piccolo gruppetto fermo a guardare voleva uno spettacolo che lui adesso era assolutamente in grado di dare. Invece aveva scoperto che quella là sotto non c'entrava niente. Non si trovava a quel punto per lei. Mentre volava i suoi pensieri si erano chiusi a riccio intorno all'immagine di una persona sola, quella che si era affilata le unghie nella sua anima. Le sue nuvole nere, che erano state un regalo d'addio, inspiegabilmente ora si stavano allargano, lasciando spazio ad un cielo nuovamente sereno.
In un paio di movimenti Paco si ritrovò a un metro scarso dal punto di prima, quando era volato. Una volta lì fece per prepararsi a mettere finalmente il rinvio quando ebbe un'idea. "Renè, te lo ricordi l'articolo su Alp della prima libera di Salathe?" Eccome se l'altro se lo ricordava. Era stata una salita magica in cui Alex Huber e socio, in sei giorni di arrampicata assoluta, avevano liberato una tra le vie più grandiose al mondo a El Capitan, nella Yosemite Valley; quello spettacolare servizio li aveva folgorati e loro due si erano trastullati a lungo con l'idea di una vacanza da quelle parti, cosa che economicamente non erano mai stati in grado neanche di ipotizzare. "Ti ricordi dell'espediente che aveva avuto per passare un punto cruciale la mattina presto?" Anche quel punto, Renato lo ricordava bene, e nel sorriso del ricordo un dubbio cominciò lentamente ad stringergli lo stomaco. "Non è quello che penso, vero? Non è che ci stai pensando davvero a quello che penso?" Gli chiese, con una nota di preoccupazione. Paco proseguì a ricordargli l'articolo: "Quella mattina, dopo una notte trascorsa sul portaledge a strapiobo sulla parete, Alex non riusciva a sentirsi in sintonia con la roccia ed allora ti ricordi come fece a ritrovarlo? Semplicemente è andato, con qualche centinaio di metri sotto, su di un paio di movimenti oltre il rinvio e poi si è lasciato cadere nel vuoto, sostenuto dall'amico, per due o tre volte se ben ricordo, fino a ritrovare il giusto feeling e superare poi, agevolmente il passaggio cruciale." Poi abbassò la voce, parlando quasi a se stesso, anche se Renato lo sentiva fin troppo bene: "Un grande, ecco cos'è quello. Veramente un grande. Mi domando cosa ha provato".
Inspirò e gli disse solo: "Vado", senza preoccuparsi di controllare se Renato era pronto.
E si lasciò cadere.

venerdì 17 luglio 2009

Appeso con due dita alla vita - Tomahwak 1

L'altro era partito forte. Era uno stronzo, sì, ma indubbiamente sapeva il fatto suo. Quei muscoli volevano pur dir qualcosa. E lui cominciava a sentire quella voce irritante, dentro di , che da qualche tempo, nei momenti in cui doveva confrontarsi a muso duro con il mondo, gli diceva solamente "sei un pirla". E adesso era lì, a tre metri da terra, già pronto a far vedere a tutti che non valeva un cazzo.
Dopo lo scambio di battute tra Renato e la fatalona, loro due si erano infine diretti verso l'attacco della via. Poco distante anche il bestione muscoloso ed il suo compagno avevano finito i preparativi e si stavano incamminando, con lo sguardo di Bruno che era rimasto torvo e fisso su di lui da prima. Cominciava sgradevolmente a sembrare una gara, e il fastidio allo stomaco gli faceva pensare che non era stata poi una grande idea. Paco non calzava ancora le sue scarpette, che metteva rigorosamente solo prima di salire. Renato si era allontanato un momento, era andato ad armeggiare nel baule della sua macchina, che lasciava sempre aperta ("così se da fastidio a qualcuno la sposta") e stava tornando indietro con un pacchetto scuro tra le mani.

", buon compleanno, vecchio. Contavo di dartela stasera in maniera da costringerti ad offrirmi almeno una pizza, pezzo di spilorcio che non sei altro; ma adesso ti serve di più, almeno non fai la figura del barbone, anche se dubito che serva a mascherare, perché tu sei davvero un barbone!!".

Paco, chinato ad annodare le stringhe guardò dal basso verso l'alto l'amico e prese il pacco con una smorfia in viso che doveva assomigliare ad un sorriso, prendendogli nel contempo la mano a srtingerla a ringraziarlo e non sicuramente solo per il regalo: non gli piaceva festeggiare il suo compleanno, quella scadenza con il suono di una campana da morto che da piccolo segnava quanti anni aveva finalmente raggiunto, e che adesso avvertiva in maniera sinistra che un altro anno gli era stato sottratto e che sempre meno gliene restava ancora. Mal sopportava che gli ricordassero che il tempo stava passando, lento e inarrestabile, non era giusto. Ogni anno che doveva festeggiare gli ricordava un gradino che scendeva con passo pesante, verso qualcosa che sembrava peggio di quello che si era lasciato alle spalle. Odiava le feste a sorpresa, non gli piacevano i regali fatti per forza, che dimostravano solamente quanto uno era disposto a spendere. Per lui un regalo era dimostrare all'altro o all'altra di turno cosa significava la loro presenza nella sua vita e quali orizzonti nuovi quest'amicizia o questo amore avevano aperto.

Quand'era molto più giovane, "nell'età stupida", come aveva letto in un libro (in cui peraltro non si sentiva di essere ancora uscito) si era perdutamente innamorato nei confronti di una ragazza che era venuta a passare l'estate in montagna e che ricambiava timida i suoi sguardi, quando lui riusciva a malapena a parlarle. Mamma mia quanto era bella, e dolce, e giovane. Lei l'aveva infine invitato alla sua festa e lui era diventato matto, in cerca di qualcosa di unico e speciale che raggruppasse e manifestasse tutte le sue emozioni. Era poi partito alle quattro del mattino, zaino in spalla con dentro la sua reflex ed un tele a specchio da 500 mm che gli erano costati mesi di niente pizze con gli amici e niente benzina nella moto. Era andato su, in alto nelle valli sopra lo Scarfiotti. Ne era tornato solo a tarda sera con alcuni tra i suoi scatti più belli di allora, impressi dentro al rullino: aveva infine scelto quello di una volpe con i suoi due cuccioli affacciati alla tana, con l'alba che ingialliva le montagne leggermente sfuocate sullo sfondo, che gli era costata un'appostamento di quasi due ore. Era forse leggermente sovraesposta ma poco importava. L'aveva fatta lui; aveva dedicato un giorno della sua vita, unico ed irripetibile per donarle una cosa unica, che fosse esclusivamente per lei: nessun altro avrebbe potuto eguagliarlo.
Difatti. Lei aveva guardato con aria leggermente annoiata la foto e lo aveva ringraziato con un sorriso di circostanza ed una frase banale del tipo "non dovevi". Non dovevi?? Ma che cazzo di risposta!!!. Non aveva capito, non aveva letto niente di quello che a lui pareva fosse lampante. Poi invece aveva sgranato gli occhi ed aperto la bocca in un sorriso dai denti candidi quando un altro, un biondino tutto leccato e fighetto, gli aveva regalato una maglietta di "Guru", che probabilmente si era fatto comprare dalla mamma. Con una scusa dopo una mezz'ora era poi scappato dalla pizzeria e se ne era andato. Subito dietro l'angolo aveva trovato i due, stretti in un bacio appassionato che avrebbe potuto essere il suo, se solo avesse scelto il regalo giusto. Non l'aveva più cercata rivista.

Era stato in quegli anni che il mondo aveva pian piano cominciato a parlare una lingua diversa dalla sua. Lui si era semplicemente adattato, spostandosi dove potevano ancora capirsi a vicenda.

Guardò il pacchetto che aveva tra le mani. La carta era quella da pacco, ed era legata con uno spago spesso. Renato non badava molto alle apparenze. Strappando la carta tirò fuori una maglia nera: la riconobbe subito, era quella maglia nera: l'aveva vista una volta in un negozio e quando si era decisa di andare a comprarla non l'aveva più trovata. Una maglietta della Light Hunter. L'aveva poi cercata a lungo in giro ma senza fortuna. Ne aveva parlato una volta sola a Renato, settimane fa. E lui se ne era ricordato, e chissà a chi aveva ritto le balle per riuscire a procurarsela. Era una maglia con le foto in sequenza di uno sciatore mentre esegue un salto compiendo un trick da brivido, una rotazione completa sull'asse verticale. Sotto una frase che riassumeva quella che era diventata praticamente la sua filosofia: "Non d'è niente di male a cadere. E' sbagliato rimanere per terra". Quello era un regalo, per come la pensava lui. E per fortuna non era il solo a pensarla così.

"Grazie. Non ti dico altro. E pizza pagata, se prendi solo la margherita, anzi mi voglio rovinare e ci aggiungo anche una piccola bionda", gli disse tendendogli la mano.

Renato gliela prese e lo aiutò ad alzarsi. "Io stasera prenderò una otto stagioni con supplemento di mozzarella di bufala e di birre ne berrò almeno due, medie, e, per non indurti in tentazione spenderò quei tre o quattro Euro che ho ancora in tasca per offrirti l'aperitivo, crepi l'avarizia, così o paghi tu o ci tocca di nuovo scappare dalla finestra del bagno... Ma ci hai pensato che regalare una maglia con tutte queste balle sul cadere ad uno che arrampica è tirarti un po' di sfiga?" Dai che ti assicuro: Madonna come sei figo con questa maglia!"

E adesso era già svanito tutto: l'allegria e la sicurezza. Quando sei sotto e guardi la parete ti senti pronto a tutto, ti senti grande ed invincibile. Poi bastano un paio di movimenti e la spia della riserva è già lì pronta ad accendersi. Ma adesso c'era qualcos'altro: quella situazione non gli piaceva e non gli girava affatto bene. E poi c'era che stava andando da primo e su una via tosta. E con quell'altro che era di fianco al lui, anzi era già sopra di lui, che grugniva rumorosamente mentre cercava di arrivare a mettere il rinvio. E poi c'era quell'altra sotto, che, distesa languidamente sullo sdraio poteva anche dormire, nascosta sotto gli occhialoni, ma che lui sapeva che lo stava guardando. Se lo sentiva nella schiena quello sguardo, quegli occhi che aveva solo intravisto erano lì, due punture di spillo, che gli bruciavano dentro.

Renato immobile sotto di lui lo guardava e gli faceva sicurezza, e tra i denti gli uscivano piccoli incitamenti e smorzate bestemmie. A qualche metro da lui Tony faceva sicurezza all'altro che stava andando come un treno.

E quella vocina, subdola, che gli ronzava intorno come un insetto fastidioso, che andava e veniva, e che sgretolava a mano a mano tutte le sue certezze. E cominciava ad avere paura: paura di cadere e di farsi male, di farsi vedere un perdente. Cominciava a tenere troppo sugli appigli, a stringere troppo con le dita, ad usare troppo le braccia, invece di cercare l'equilibrio e la musica di una via fatta bene. E aveva le palme delle mani sudate. Troppo.

Era solo un paio di metri sopra un rinvio quando accadde. Aveva la mano destra nel sacchetto della magnesite quando improvvisamente l'appiglio del piede destro cedette. Il piede sinistro stava spingendo per cui andò subito in rotazione. Poi tutto durò meno di un secondo, ma in quel secondo buona parte della sua vita aveva veramente cominciato a scorrere. Ed era quella parte in cui lui ed "One" erano stati veramente una coppia. Non aveva neanche provato ad urlare "Tienimi!!!". Non ne aveva proprio avuto il tempo.

Aveva cercato maldestramente di tirare fuori la mano dal sacchetto ma non aveva fatto in tempo. L'altra mano aveva mollato la presa ed era andato giù.

Volare due metri sopra un rinvio vuol dire fare un volo di almeno quattro metri ma Renato era stato veloce come non mai. Aveva capito più che vedere che stava perdendo la presa e, nel momento esatto in cui era venuto giù aveva recuperato almeno un metro e mezzo di corda, spostandosi all'indietro per ridurre il volo. E quando aveva ricevuto il contraccolpo non si era mosso di un millimetro.

Paco si era visto scendere dritto come al rallentatore, mentre aveva sentito l'Ooohhh! della gente ferma sotto di lui ad osservarlo. Poi aveva sentito la botta al fianco, che gli aveva fatto uscire l'aria dai polmoni tutta d'un fiato, accompagnata da un lamento sordo che gli era uscito involontario, quando l'imbrago l'aveva improvvisamente trattenuto. Nella sua mente non aveva per un attimo smesso di analizzare lucidamente cosa stava succedendo ed era riuscito anche ad impedire di spaccarsi il gomito su uno spuntone che gli era venuto incontro per fargli male.

Poi silenzio. Silenzio sotto di lui, silenzio in parete. E silenzio dentro di lui.

Era praticamente attaccato trenta centimetri sotto al rinvio, Renato aveva fatto un buon lavoro.

"Tutto bene? Come stai? Ti calo? Mi senti? Parlami, cazzo!" aveva gridato Renato.

Lui provò a muoversi, ancora appeso. A parte la botta non gli sembrava di essersi fatto granché, ma a caldo è difficile sentire il male. Certo che dove aveva sbattuto gli sarebbe venuto un bel livido. Alzò un braccio in direzione dell'amico: "Grazie Renè, sei stato troppo veloce... proprio come mi dice sempre tua moglie... Mi sa che è la maglia che porta sfiga!" Gli disse finalmente ridendo, levandosela e lanciandogliela, rimanendo a torso nudo.

Renato l'aveva presa al volo con la mano sinistra, sempre tenendolo in sicurezza, ridendo alla battuta. Era più rilassato, adesso."Che fai? Ti calo? Dai, riposati un attimo che vado su io".

Paco era lì, ancora in parete. Fermo. Silenzio, intorno e dentro di lui. Il fiato ancora grosso che gli faceva alzare ed abbassare rapidamente il petto. Sentiva di nuovo l'aria, il vento che giocava impertinente con i suoi riccioli. Riassaporava improvvisamente la parete che non era più così estranea come gli era apparsa fino a quel momento. La vocina stridula era improvvisamente scomparsa, forse era caduta nel volo, insieme alla paura di poco prima. Le palme delle mani erano nuovamente fresche ed asciutte. Sul petto e sulle braccia qualche graffio neanche poi troppo leggero aveva lasciato sottili righine rosse, segno che proprio tanto distante dalla roccia non era passato. Il dolore cominciava ad insinuarsi lento nel suo sistema nervoso.

"Tutto bene, montanaro?" La voce sprezzante veniva alla sua sinista, più in alto. Bruno era un paio di rinvii più su, e si sporgeva in fuori osservando.

"Non potrebbe andare meglio" rispose. "Beh mi ci voleva proprio, una bella scarica di adrenalina funziona come un tonico, dovresti provare ogni tanto. Sai, adesso mi sento proprio pronto a prendere a calci quel tuo culo da cittadino". Poi si girò verso il basso, verso Renato, che lo teneva ancora in tiro. Dietro di lui Patti era in piedi, e non sorrideva più. "Tranquillo socio, son come nuovo. Dovevo solo sgranchirmi le gambe; sai alla mia età ci metto sempre un di tempo". Poi alzò leggermente la voce, rivolto al pubblico non pagante che era ancora ammutolito, lì in piedi e, disse, alzando le braccia in un gesto da teatrante, con una voce da imbonitore: "E adesso che ho catturato la vostra attenzione, ssiore e ssiori, attenzione che lo spettacolo va ad incominciare!"


E mi devo di nuovo fermare......................

mercoledì 8 luglio 2009

Appeso con due dita alla vita - Le donne di Paco

Paco si innamorava sempre per colpa degli occhi. Erano gli occhi che lo intrigavano, che lo coinvolgevano, che trasmettevano una sensazione su una frequenza che gli pareva di essere il solo a sentire. Il resto era secondario. Non si metteva alla ricerca di un bel mammifero per del sano sesso senza remore, ma era in cerca sempre e comunque di coinvolgimenti emotivi assoluti, ma senza il coraggio di andarli a cercare veramente. Per questo le donne di Paco erano sempre state tutte abbastanza simili: non particolarmente alte, graziose si ma certamente mai quei gran pezzi di gnocca con i taccazzi, l'abito striminzito con le tette strizzate e la minigonna giropassera che ogni tanto gli capitava di incrociare nei centri commerciali, aggrappate anzi esibite dal tamarro di turno, che trasudavano sensualità pesante e che suscitavano in lui invidia e fantasie che poi, con la ragazza di turno, non riusciva certo a realizzare.

Ce ne erano state diverse, non tantissime, ma quasi nessuna che fosse esistita veramente, per la sua anima. "One" sì che era esistita, e che gli aveva lasciato graffi profondi che, a ripensarci adesso, bruciavano ancora. L'aveva ribattezzata così perchè One era stata la colonna sonora della loro tormentata storia e lei era ruvida e selvaggia come la voce di Bono. Era arrivata improvvisa come un temporale d'estate, l'aveva investito in pieno ed aveva spazzato via tutto, fuori e dentro di lui, andandosene e lasciandogli il posto vuoto nel letto, quelle nuvole nere che ancora gli correvano dietro e una una lettera di scuse dentro al pacchetto di Lucky Strike, mezzo pieno, sul comodino. Lui il pacchetto se l'era portato in tasca per mesi, senza più riuscire a fumarne neanche una, leggendo e rileggendo quel foglio fino a consumarne con le dita l'inchiostro. Beh, almeno la cosa positiva era che aveva smesso di fumare. E di fidarsi.

Le donne di Paco non duravano tanto, prima o poi inesorabilmente si stufavano tutte e lo mandavano quasi sempre al diavolo; si stancavano in fretta dei suoi silenzi, degli sbalzi d'umore e della sua necessità fisica di stare da solo. E a lui andava bene così, un fastidio in meno, regole in meno, qualcuno in mano a cui rendere conto. Anche a lui era capitato qualche volta di mollare, ma di solito preferiva stancare che essere stancato. Però ricordava ancora quella volta che era letteralmente sparito al primo appuntamento con una che aveva inseguito per mesi e che dopo avergliela fatta sudare per bene alla fine si era presentata con i collant a gambaletto. L'intravedere, sotto una gonna scozzese, quell'abominio quando si erano seduti al bar gli aveva levato ogni velleità ed era fuggito con la più classica delle frasi "Esco a comprare un pacchetto di sigarette". Ed erano già più di sei mesi che aveva smesso.

Delle supergnocche da Grande Fratello ne aveva anche incrociate, languidamente distese alla base della falesia che lui frequentava, supergriffate intente a fare da supporter al superpalestrato di turno, bello abbronzato e con il rolex al polso anche in parete, da vero picio. Il suo abbigliamento invece non poteva essere più trasandato. Le maglie erano le stesse che usava in falegnamenria, a volte ancora piene di schegge di legno; i pantaloncini, l'unico capo di marca che si era mai permesso, li aveva da almeno 5 anni ed erano ormai consumati e bucati tra le gambe e nei punti dove la roccia non era stata tanto gentile con lui. Le scarpe sì, quelle le cambiava spesso, ma solo perchè quando non sentiva più il giusto feeling non riusciva a salire concentrato. Non possedeva un fisico con muscoli scolpiti, ma era magro e nervoso e riusciva a dosare le forze e rimanere in equilibrio su appigli microscopici, o appeso aggrappato nel vuoto con due dita della mano destra, rilassando tutto il resto. Arrampicava abbastanza agevolmente su buoni livelli e la sua punta l'aveva toccata su "Il soffio del serpente", una via valutata 7C e " I Ragazzi della Tao ", un 7A+, nel settore gare. In pubblico comunque arrampicava lento, misurato e non si inventava passaggi acrobatici solo per il gusto di farsi vedere. Quelli se li riservava quasi esclusivamente per lui solo, con l'unica eccezione di uno dei suoi pochi compagni di cordata che gli faceva sicurezza, quando danzava su appigli inesistenti, qundo la gravità sembrava non comprenderlo nel suo gioco a tirare tutto verso il basso; in quei monti si misurava solo con se stesso, cercando di capire e subito dopo sbriciolare quali fossero i suoi limiti, quasi tutti mentali. Ed in quei pochi inenarrabili momenti, ne era quasi sicuro, sentiva la parete viva, cuore pulsante che batteva lento, come un maglio enorme nelle viscere della terra.

Una volta sola aveva ceduto alla vanità e si era prodotto in un paio di prese che gli avevano fatto tributare un piccolo applauso da parte dello sparuto gruppo di turisti intenti a spiarlo, armati di binocoli, segretamente speranzosi di veder qualche caduta. Quelle evoluzioni, quel comportamento da gallo nel pollaio erano venuti fuori per due motivi: il primo era quel deficente borioso che aveva arrampicato di fianco a lui e la seconda era stata Patti.

Era una domenica di metà agosto di un anno fa. Il borioso era impegnato su "Albatros" e lui su "Tomahwak"; due vie lunghe di quelle già belle toste, con passaggi sul 6A-6C e punte sul 7A e che correvano parallele. Gli era risultato antipatico già a pelle da subito, quando era arrivato, grosso e con l'abbronzatura da lampada, chiassoso come tutto quel mezzo di circo ambulante che si portava dietro. Lo stronzo era sceso da un SUV che ancora un pò e parcheggiava direttamente in parete, mai che dall'alto venga giù una bella scarica quando serve.. Ne era sceso ed aveva lasciato portiera aperta e radio a tutto volume e si era fatto dare una mano a scaricare attrezzatura per 10 persone da quello che era probabilmente il suo schiavo personale, un ragazzino minuto e taciturno con due braccia da rocciatore di classe, nel cui sguardo rispettoso ed indagatore verso la via lui si era immediatamente ritrovato. Loro avevano deciso di tentare "Albatros". Il ragazzo, l'avrebbe saputo più tardi, si faceva chiamare Tony, e solo in seguito sarebbe diventato uno tra i suoi più fidati secondi di cordata, ma quello, e tutto quanto gli sarebbe capitato di lì a poco, Paco non se lo poteva immaginare neanche lontanamente.

Mentre Tony rifaceva su la corda, preparava l'imbrago suo e quello dello stronzo, metteva in bella fila rinvii, cordini e qualche nut, non aveva mai smesso, neanche per un attimo di studiare la via. Lo stronzo (si chiamava Bruno), invece era dietro il SUV ed armeggiava con qualcosa che non riusciva a tirare fuori. E nel frattempo, con una voce baritonale e sgradevole, diceva a tutti quanto era bravo, quanto era capace e su quali livelli di difficoltà era in grado di arrampicare, con una mano legata dietro la schiena. Che lui arrampicava sempre in palestra, che era molto meglio che in parete, e che nessuno degli sfigati che arrampicavano in parete avrebbero mai potuto stargli dietro. Dio, quanto gli stava sui coglioni!

Paco invece era arrivato presto, aveva lasciato il Transalp appoggiato al solito albero (il cavalletto non teneva), dall'altro lato della tortuosa strada sterrata e si era avviato, occhi alla parete, verso l'attacco delle vie, con il suo vecchio e sdrucito Invicta, che l'aveva seguito dappertutto, dal Bianco alle Tre Cime di Lavaredo, poggiato a tracolla su una spalla. Poi aveva buttato lo zaino a terra e si era seduto sulla corda, per studiare con attenzione le diverse salite indeciso tra quali scegliere, con il busto appoggiato ad un tronco di un larice che aveva passato gli ultimi trent'anni a crescere per adattarsi perfettamente alla sua schiena. E lì era rimasto, ad aspettare "il socio"di cordata di turno, Renato, e nel frattempo era rimasto immobile, fantasticando ed osservando il rapido mutare dei riflessi in parete, con le nuvole che corevano in cielo.

Renato, Renè per gli amici, "un cittadino con l'anima da montanaro", come lui lo definiva scherzosamente, era arrivato di lì a poco, su una vecchia Ford scassatissima di un colore che Renato stesso definiva "blu ruggine" e che avrebbe dovuto essere rottamata da almeno dieci anni e che invece, non si sa come, lui continuava ad usare, in barba a tutti gli Euro di questo mondo. Con Renato c'era un'intesa che andava oltre le parole ed un'amicizia che aveva superato il tempo ed ogni avversità. Simpatico e sempre pronto alla battuta, con lui aveva passato del buon tempo; sapevano capirsi con una semplice occhiata e riusciva sempre a strappargli una risata. Alle ragazze che conoscevano nei rifugli si dichiaravano gay e fidanzati, e successivamente, complici la notto di stelle e la grappa ai mirtilli chiedevano di provare ad essere "convertiti". E qualche volta ci riuscivano pure.

Era stato mentre chiacchieravano che era arrivato il circo; il fuorstrada il casino, lo stronzo in un battere di ciglia gli avevano mandato a puttane la serenità e l'aspettativa di una giornata di relax che l'aveva pervaso fino a poco prima. Lui si era immediatamente chiuso a riccio, in un silenzio immusonito e gli occhi scuri. Renato lo aveva subito capito e gli aveva detto: "Dai, lasciali perdere quelli, pensiamo alla via, che oggi ne abbiamo di lavoro da fare". Dallo zaino estrasse una bottiglia di vino rosso, con un 'etichetta strana: "Tò, valla a mettere al fresco nel ruscello ben nascosta, che ce la meriteremo, quando torneremo giù e farà il paio sicuramente con quei salamini che hai portato tu". Paco osservava l'etichetta, una lettera D maiuscola, una lettera u minuscola ed un 7 scritto a numero. Notando il suo sguardo interrogativo, Renè gli disse solo "leggi"; Paco pronunciò e sorrise: Du..set, dolcetto in piemontese. "Già", sorrise di rimando l'altro. "Dolcetto, appena imbottigliato: è un pò giovane, ma tanto tu berresti anche l'antigelo. Dai, prepariamoci". Era stato in grado di ridargli un poco di allegria anche quella volta.

Da dietro il suo SUV Bruno era ricomparso, vestito come un ballerino, con un paio di fuseau ed una canotta dai colori sgargianti che ne esaltavano il fisico muscoloso. Attaccato all'imbrago, con un moschettone minuscolo, aveva agganciato il cellulare. Paco era rimasto incredulo, a bocca aperta, che si era allargata in una risata quando Renato aveva esclamato "quello serve se qualcuno ti telefona per dirti quant'ses piciu, utilissimo in parete", a voce abbastanza alta da far ridere anche altri climber che avevano assistito a quella mascherata. Tony li aveva guardati con un sorriso di simpatia, si vedeva che li invidiava un poco. Il "picio" pareva invece non aver sentito. Aveva tirato finalmente tirato fuori dalla macchina l'oggetto misterioso: una sedia a sdraio di design, bellissima e sicuramente carissima, di un legno chiaro che dava la sensazione di essere liscio come seta. L'aveva posata delicatamente all'ombra del grosso fuoristrada ed aveva aperto la portiera lato passeggero, in attesa. Lei era scesa, flessuosa ed agile.

Ed il tempo si era fermato.

Era scivolata pigra giù dal sedile in pelle, che le aveva trattenuto il vestito in lino bianco, già corto, rivelando gambe lunghissime e abbronzate. Non era di lì, quella era una di un altro pianeta, una sicuramente con un sacco di grana. Paco non l'aveva mai vista, se lo sarebbe ricordato anche dopo una lobotomia: non c'entrava niente con il mondo delle arrampicate, sembrava uscita pari pari da una di quelle riviste di moda che vedeva dalle due parrucchiere dove ogni sei-sette mesi, andava a farsi regolare i capelli. Lui era rimasto fermo in piedi, con metà della corda in mano, impossibilitato a girare lo sguardo da un'altra parte, fissando quel volto perfetto, i capelli biondi tirati all'indietro e gli occhi nascosti dietro enormi occhiali neri. Lei era scesa dalla macchina con movenze misurate e sinuose, cosciente del fascino che sapeva di avere e che non dosava, spremendolo tutto fino all'ultima goccia. Con due dita aveva abbassato gli occhiali sul naso, quel poco che bastava per mostrare due occhi nocciola che lo guardavano, leggermente canzonatori. Quello sguardo lo aveva attraversato dentro, disarmandolo, mettendo a nudo tutte le sue paure ed i pensieri più nascosti e si era fermato dritto dritto poco sotto la cintura dei suoi pantaloni. Le sue labbra si erano aperte appena in un sorriso a matà tra il malizioso ed il divertito, e lui si era subito sentito un idiota.

"E' la seconda volta in meno di cinque minuti che ti vedo a bocca spalancata! Se ti è appena venuta una paresi muovi leggermente un piede. Altrimenti chiudila, prima che ti ci entri detto una mosca", aveva mormorato Renato, che gli era arrivato vicino. Poi si era girato verso la ragazza: "Bella manza.. Adesso vado ad informarmi dal picio su quanto costa e per il tuo compleanno te ne regalo un paio, non sei contento?", aveva aggiunto. Anche lui non aveva potuto fare a meno di notarla mentre usciva l'auto, ma Renè era diverso. Gli erano sempre piaciute le donne ma ormai era accasato e felice, con una moglie graziosa e decisamente più giovane di lui e due marmocchi impestati che adorava e che lo adoravano, anche se riusciva a ritagliarsi sempre del tempo per sè. "Dai, muoviamoci, che tra un pò ci sarà più gente in parete che pulci in testa a un cane", Aveva aggiunto Renato. Era decisamente ora di andare. "Faccoamo "Tomahwak", aveva detto distrattamente e sottovove Paco, mentre si legava per andare su da primo. Renato lo aveva guardato dubbioso: primo, il giorno prima avevano pensato di fare di monotiri e secondo Paco era sempre stato un "diesel", ci metteva più tempo a scaldarsi e di solito lasciava all'amico l'apertura delle prime vie. Si girò verso il SUV e comprese subito. "Guarda che non devi mica fare il fantastico per forza. E poi quella neanche ti si fila. Ma l'hai vista bene? Già, che scemo, certo che l'hai visto bene, non hai fatto altro che radiografarla da quando è arrivata. Ma hai visto come si è conciata? Sembra pronta per il Derby di trotto! Adesso vado a dirle che l'ippodromo l'hanno spostato a Vinovo".

Così facendo si voltò e si diresse verso la ragazza, lasciandolo di stucco. "Oddio, chissà cosa mi combina" pensava Paco, in un misto tra l'apprensione ed il divertito. Già, il suo amico era capace di tutto. Renato era continuamente una sorpresa, un vulcano di idee quando era ora di divertirsi. Ricordava mille zingarate combinate insieme, come quella volta che, di ritorno da un allenamento di corsa, sudati e in pantaloncini e maglietta erano capitati davanti alla casa di una ragazza che stava per sposarsi; loro erano entrati, spacciandosi per amici dello sposo e suoi complici di uno scherzo; avevano mangiato e bevuto, si erano fatti ritrarre dal fotografo baciando la sposa e poi erano spariti, immaginando la sorpresa di chi, successivamente avrebbe visto l'album di nozze. Lui era fatto così, ed in quel momento la cosa non lo faceva stare affatto tranquillo"

Dopo un breve conciliabolo che aveva sicuramente dato fastidio all'energumeno, che adesso non li stava guardando bene, Renato stava tornando da lui, facendo finta di sistemare il sacchettino della magnesite e nascondendo un ghigno che riusciva a stento a trattenere. Alle sue spalle la ragazza lo guardava attenta, ed quel sorriso speciale era diretto a lui. "Allora cosa le hai detto? E cosa ti ha risposto? Ma perchè ci sei andato? E hai visto come ci guarda male quell'altro?" buttò fuori in un fiato Paco. "Calma, calma" lo rassicurò Renato. "Gli ho detto solo che visto che eri rimasto folgorato da lei, se arrampicando cadevi ed io non ti facevo scurezza bene aresti voluto sapere il suo nome, prima di morire. A proposito, si chiama Patti e mi ha detto che sarebbe decisamente un peccato; a propostito, stai diventando rosso come un peperone di Carmagnola; a proposito," concluse strizzandogli un occhio ridendo, dirigendosi verso l'attacco; "hai visto che porta il perizoma? Dai che ti faccio sicurezza così ti puoi fare bello. Cerca di non inciamparti mentre cammini"


W.I.P......................... See you tomorrow!