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giovedì 25 aprile 2019

Ancora no

Aprile 2017. 


Ne ho parlato già qui. Ogni tanto, un paio di volte all'anno, devo lavorare di dita, muscoli, gambe e scarpette su minuscoli appigli. Alle palestre di arrampicata corre l'obbligo della verifica annuale per poter essere utilizzate ed il sottoscritto ha l'onere, oltre che il privilegio, del collaudo di due di queste, collocate all'interno di altrettanti istituti scolastici torinesi.
All'inizio era facile, quando eri giovane di sguardo nascosto tra i capelli sempre troppo lunghi, quando i muscoli erano fasci guizzanti ed elastici inesauribili di energie, quando gli anni non gravavano sulle dita ammorsate sugli appigli, quando la spensieratezza unita a briciole di incoscienza tintinnavano pigre sui rinvii. 
Poi, con il passar del tempo, è passata molta dell'incoscienza. Sono cominciati gli sbuffi, i denti serrati, la fatica dolorosa, tutto questo dovuto sì all'avanzare dell'età, ma principalmente alla mancanza di abitudine ad addormentarsi su una branda da rifugio il sabato sera, con una manciata di stelle luminosissime che scintillano nel buio gelido delle montagne e ti scrutano attraverso una qualche finestrella in legno. 
E' comunque ancora dannatamente bello, a cinquanta e passa anni suonati, nonostante la fatica sia ogni anno crescente, ritrovarsi alla fine del lavoro, seduto per terra di fianco alla corda arrotolata, spossato e sporco di sudore e magnesite, a massaggiarsi le articolazioni doloranti nessuna esclusa. 
L'anno scorso mi sono trovato senza compagno a farmi sicurezza. Solitamente mi faccio accompagnare da un ragazzo di studio a cui insegno le quattro manovre fondamentali per farmi sicurezza e calarmi e poi al resto ci penso da me. Arrampico, mi metto in sicurezza una volta in cima, verifico lo stato dei punti di ancoraggio, poi mi sposto di lato, di via in via fino a scendere dall'ultima di queste, appeso, con le braccia da cui hai spremuto ogni briciolo di forza possibile. Questa volta non ho un collaboratore disponibile, ne avrei sì uno, ma pesa la metà di me e per una mera questione di fisica, il mio farmi calare vedrebbe lui salire a razzo verso l'alto ed il sottoscritto filare giù a terra con effetti infausti. 
Telefono a Renè, il quale, reduce da un ultimo intervento al tendine d'Achille non può assolutamente arrampicare, ma farmi sicurezza quello sì, senza problemi. Si regala un giorno di permesso, tanto lì dove lavora può far praticamente cosa vuole. Ed andiamo, felici e spensierati, un giorno lontano da tutti a fare un po' i matti, cosa che ci riesce ancora abbastanza benino. 

lunedì 19 novembre 2012

Cadono gli angeli

Il tuo nome insolitamente pronunciato al telegiornale di ieri. "Lutto nel mondo dell'arrampicata sportiva". Un breve servizio su cosa sei stato più di vent'anni fa, nei momenti del tuo massimo splendore, qualche accenno alle disavventure dell'ultimo periodo e poi via, di corsa, a celebrare l'inutile, lo scandalo di turno, la sfida calcistica del giorno.  
Per noi, i normali, quelli che le mani sugli appigli le abbiamo messe sempre sbuffando e tirando come dannati tu semplicemente non eri di questa terra. Tu e la tua leggerezza, tu e la tua grazia, tu e l'armonia dei movimenti che erano pura opera d'arte. Ho sempre avuto l'impressione che nei tuoi gesti precisi, quell'andare pulito all'appiglio senza un tentennamento, si piegasse la ragione della montagna stessa, venendoti incontro e porgendoti le prese nel modo migliore.
Ho avuto il privilegio di vederti arrampicare una volta sola, a Bardonecchia, alla Militi nell'86, su una via su cui nemmeno i miei momenti migliori avrei potuto fare più di un paio di movimenti impacciati. 
Ti ho visto salire, tu e la tua bandana a raccogliere i  capelli lunghi, il tuo fisico perfetto esaltato da un viluppo di muscoli e grazia. Ti ho visto muoverti come un danseur al rallentatore in pose impensabili elevando il concetto stesso di arrampicata, ho sentito il silenzio ammirato di quelle centinaia di nasi in su, ti abbiamo accompagnato con degli "ohhh!" di meraviglia ad ogni passaggio straordinario superato con una semplicità che non aveva ragione, abbiamo sentito il suono del tuo fiato tirato propagarsi nel vuoto, noi in tanti con il nostro fiato nascosto rispettosamente sotto al tuo, trasalendo con riconoscenza al rumore dello scatto di ogni moschettone nel rinvio, siamo esplosi come matti in un'ovazione da stadio quando hai raggiunto la catena, unico tra tutti, quell'anno. Non un primo perché quel giorno non ci sarebbe stato né un secondo o un terzo. Il migliore. 
Non ti nascondo che alla fine della tua via vittoriosa eravamo in tanti là sotto, a massaggiarsi le dita doloranti. 
Non son un vero climber, così come non riesco a fare il vero runner. Non ho tecnica, non ho la costanza dell'allenamento, la forza nelle dita che distingua, ho una vita che non me lo permette più. Arrampicando qualche volta mi è anche capitato di aver avuto paura, o di chiedermi cosa diamine ci stessi a fare lì, tra spuntoni di rocce ruvide ed il vento che mi schiaffeggiava impietoso, appeso alle mie sole dita affaticate. Non so se tu questo l'abbia mai provato. Ma so sicuramente cosa sentivi quando raggiungevi una vetta ed i muscoli ti ringraziavano allentandosi o ogni volta che tornavi giù, le gambe a penzoloni e la tua vita appesa ad una corda da 10 mm. Quello lo so perché l'ho provato anch'io, ed è una sensazione meravigliosa, unica ed impagabile, che ogni volta vale una vita. 
Ricordo i tuoi equilibrismi, gli appigli monodito che replicavamo massacrandoci i tendini, i filmati sui tuoi allenamenti, il tuo sguardo da angelo silenzioso, il tuo essere un divo ascetico, lontano. Il tuo modo di non essere divo, ma oltre, più in alto, più incredibile, più.

Dicevano ieri che tu poi sia caduto, che la vita stessa abbia, ad un certo punto, smesso di esser leggera e che ti abbia trascinato in basso, cadendo e rotolando fino a fermarti senza, ai piedi di una stupida e maledetta scala. Ho imparato da tempo che anche gli angeli cadono.
Non so, ma questo non mi riguarda, alla fine. Non è quello che mi interessa sapere, il come o il perché. Come in ogni cosa che accade la méta, alla fine, è il viaggio stesso. E in buona parte del tuo viaggio sei stato un idolo, un irraggiungibile, splendido e maestoso punto di riferimento. 

"Da grande voglio fare il sorriso del ne è valsa la pena", ho letto una volta in rete. E ieri, alla base di quella parete desolata, fredda e battuta dal vento ho sorriso per te.

Per cui addio, Patrick, dall'ultimo dei tuoi fans.




giovedì 27 settembre 2012

A fare il solletico al cielo


Ed eccoci qui. Il materiale riposto con cura nello zaino, le fibbie chiuse, gli scarponi a riposare nella propria scatola, l'imbragatura liberata da tutta la ferramenta, anche se tra una settimana, per fortuna, so che la userò di nuovo. Un'altra esperienza nella tasca delle emozioni. Due giorni liberi, divertenti, intensi.
E' stata un'uscita diversa, non siamo arrivati fino in cima al "gigante di pietra" come ci eravamo prefissati inizialmente ma non importa, questa volta proprio non aveva senso rischiare. E infatti.

Ritrovo con Renè nel primo pomeriggio, la mia auto malatissima e forse vicina all'estrema unzione questa volta proprio non si può usare, prendiamo la sua. Abbiamo deciso di non portare i ramponi, doveva essere l'ultima uscita estiva ma ha nevicato tanto su, la scorsa settimana, poi però ha fatto nuovamente bello. Se sarà rimasta tanta neve tenteremo la cima, vedremo cosa troveremo.  Siamo in tre, c'è anche Daniele che con noi ha fatto solo due ferrate ma mai salite lunghe, però dalla sua ha quasi vent'anni di meno e gli torneranno parecchio utili. Partiamo.
La mèta questa volta è la cima del Viso a 3841 metri lungo la via normale, dal versante sud, con pernottamento in un bivacco, anziché al classico rifugio Quintino Sella o dal Gastaldi, dove tanti anni fa abbiamo combinato sfracelli che ancora ci ricordano. Questa volta abbiamo preferito tra tranquillità di un piccolo bivacco isolato per evitare la calca che si trova di solito, nonostante la scelta di due giorni infrasettimanali. 
Non metterò giù un racconto che riporti indicazioni di percorsi, tempi, e descrizioni utili all'orientamento. In rete se ne trovano un sacco, per salire ho sbirciato lì. Racconterò altro. Aggiungerò qualche foto. Proverò a spiegare le sensazioni, cosa vedono gli occhi, e cosa respira il cuore, lassù, quando l'orizzonte ti incanta e ti senti sospeso. Terzani spiega che "Il senso della ricerca sta nel cammino fatto e non nella meta; il fine del viaggiare è il viaggiare stesso e non l’arrivare". Per me il senso della ricerca sta in ogni passo compiuto e nel cercare di indovinare in quali altri passi ti ritroverai domani, o tra un minuto. Sta nell'osservare, nell'annusare, nel vedere un mondo che si schiude al tuo passaggio e che si richiude alle tue spalle. Nell'ascoltare i colori, nel misurare la fatica, nel fermarsi ad osservare.

Il Monviso ci scorre veloce di fianco al di là del guard-rail, mentre ci avviciniamo in auto. Abbiamo deciso di prenderlo alle spalle. Ci infiliamo nella valle Varaita fino a Castello, il paesino che si specchia sulle acque della diga, prima di Pontechianale. Lì, ovviamente non si può non abbandonare la civiltà se non entrando in un bar per l'ultimo caffè come si deve e anche lì, altrettanto ovviamente, Renè incontra qualcuno che conosce, come quasi sempre in quasi ogni zona, rifugio o parte dove insieme siamo stati. Penso che se mai un giorno decideremo di attraversare i Sahara a piedi, fermandoci nell'oasi di Cufra incontreremo un tuareg che fissando il mio amico dirà: "Ehi Renè, abbiamo fatto insieme la maratona di Abidjan, ricordi? Quanto tempo!" 

Partiamo troppo tardi, probabilmente arriveremo con il buio ma non importa. La valle che porta su è un incanto. Quieta e profumata, con il massiccio imbiancato a far da sfondo, boschi di larici a perdita d'occhio ed il rumore costante del torrente che ci accompagna. Poca gente. Si sale, sbagliamo sentiero solo una volta e ci viene in aiuto un turista tedesco stupito che lui ha, come ci ha detto, "una cartina italiana" e noi no. Ma lui ignora che noi, sul Bianco, ci siamo andati con l'orientamento dato dalla "carta dei vini del Piemonte e della Valle d'aosta" nello zaino, non capisce che alla fine è meglio così, è meglio ridere, perdersi e ritrovare nuovamente la strada senza la noiosità di programmi troppo precisi.  

 Lo zaino è più pesante del solito, forse ho esagerato, prima di uscire di casa mi son pesato, ho un extra addosso di oltre 25 kg. Ma è una di "quelle volte". Perché noi, quelle volte che dobbiamo fare gli alpinisti seri allora ci si carica solo dello stretto indispensabile, perché il peso si sa, in montagna è fondamentale, le distanze e la fatica stremano, si dosano le razioni ed eventualmente si pensa a portarsi un moschettone in più. Poi però ci sono le volte speciali. Quelle in cui, per un'occasione particolare, un compleanno, una ricorrenza qualsiasi o anche solo la voglia di divertirci un po' più del normale si porta su ogni ben di Dio. Ho visto confezioni intere di Crodini da 12 uscire da zaini ricolmi, polli arrosti ancora fumanti, formaggi e salumi in quantità e varietà tale da poter aprire un negozio tra le vette. Per la verità ho visto una volta anche una pianola elettrica di tutto rispetto, per un concerto piano e quattro voci improvvisato sù, sulla cima di una montagna con un'eco che neanche all'Arena di Verona, alle 10 di sera (che per gli alpinisti seri equivale alle tre di notte delle persone normali), quella volta che con le pile, dal Gastaldi sono usciti per venire a cercarci e suonarcele loro, di santa ragione (era la famosa volta al Gastaldi), ma questa è un'altra storia. Ricordo chi aveva riempito talmente lo zaino da dimenticarsi di metterci gli scarponi e ha percorso un ghiacciaio con i ramponi calzati sulle scarpe da ginnastica, riducendone alla fine le suole, in tante striscioline sottili. Non si creda che siamo degli stolti incoscienti, comunque. Cioè, forse sì ma solo un poco. La montagna sempre e comunque esige rispetto e quel pizzico di timore che non devi spegnere mai. Anche noi abbiamo qualcuno che non è più tornato giù, e questo non si dimentica. Renè ha uno dei suoi ricordi più tragici proprio qui, su questa montagna. 


Questa volta il mio zaino contiene tutto il necessaire per l'aperitivo in quota - Bacardi breezer, noccioline, patatine varie, salse messicane - Una quantità particolarmente ricercata di salumi, un assortimento di birre, tre o quattro tipi di formaggi e come dolce un bùnet veramente spettacolare. 
Renè è Daniele non erano da meno, con il risultato che avevamo da bere e da mangiare per una ventina circa di persone. Per tutto il necessario invece ci siamo divisi equamente i compiti: per il tè, ad esempio lui ha portato il fornelletto la bombola ed il pentolino, mentre io ho provveduto alle bustine e allo zucchero.... beh anche all'acqua ed ad un cucchiaino, che tre pesavan troppo. 

Il percorso da metà in su non è una passeggiata di salute, si devono attraversare torrenti, ci si aiuta con le corde fisse, peraltro fissate veramente male. I boschi gradatamente si allontanano, le rocce diventano sempre più vicine, il percorso ostico, si comincia ad aver bisogno anche delle mani. Compare la prima neve, poi il primo ghiaccio. E quando il cielo si colora di rosso arrivano a farci compagnia un paio di stambecchi, vicinissimi, tranquilli e curiosi, per nulla intimoriti. 
Stanno un po' fermi a guardarci, in bilico con una naturalezza che fa invidia ed a un certo punto, semplicemente spariscono e non li vedi più. Inganniamo il tempo parlando di montagne, di noi sulle montagne, delle nostre salite. Parliamo qualche volta di troppo degli incidenti che ci hanno segnato l'anima e Daniele ce lo fa rispettosamente notare, con ripetuti gesti scaramantici. Quattro ore dopo circa, arriviamo qui.  Sta facendo buio. Il bivacco risplende delle luci interne, e la cosa non ci piace. Avevamo sperato di averlo tutto per noi. Entriamo. Siamo in undici. Due italiani, sei francesi e noi, loro tutti praticamente già pronti per andare a riposare. Il nostro arrivo li risveglia dall'apatia. Sono tutti imbaccuccati come Ambrogio Fogar al polo, noi arriviamo in pantaloncini corti, riscaldati dalla salita. Ci guardano increduli, uno domanda addirittura se siamo attrezzati. Ho voglia di rispondergli che no, abitualmente vado al mare a Riccione, ma non serve, dopo un paio di battute capisce. Il nostro show lo facciamo in sordina, non possiamo proprio disturbare più del dovuto. Certo, osservando tutte le cibarie tirate fuori dagli zaini qualche risata gli scappa, anche a tre degli alpinisti francesi, i più distaccati. Ci facciamo amici invece i due italiani non più giovanissimi, che hanno i letti vicini alle panche per cenare e che sono costretti da noi a riposare con la luce accesa. Ce li compriamo passandogli ogni tanto qualche genere di conforto - un pezzetto di salame, un bicchierino di limoncello, un bacio di dama - sono sorpresi alla vista di tutto quel ben di Dio. Si ride, piano, ma si ride. Stiamo bene. Isolati dal mondo. In questo guscio giallo del bivacco, intorno la notte più nera, il vento soffia che sembra voglia scardinare le lamiere. Dopo un pò esco. Ho voglia di guardare la notte, le stelle, il buio e farne improvvisamente parte. Ma il vento è così forte e freddo che toglie il fiato e piega in due. Rientro quasi subito con i brividi addosso. Ci prova Renè e ottiene lo stesso effetto. Saremo una decina di gradi sotto lo zero. Alle 22 siamo già a dormire, Renè è di fianco a me. Mi rifiuto categoricamente di dargli il bacino della buona notte. Proviamo a chiudere gli occhi, ma alla fine dormiremo poco. Non c'è riscaldamento ovviamente, il riscaldamento siamo noi. Il vento ha una violenza inaudita, ulula e precipita in folate rabbiose, si abbatte scuotendo le pareti, dà colpi secchi alle porte. Le correnti d'aria entrano comunque, spifferi gelidi si diffondono sotto le coperte. Le ore passano lentissime. Ci si gira, si cerca una posizione per provare a dormire, lì vicini a persone che non conosci e che come te non riescono a chiudere occhio, li senti. A tratti qualcuno russa,ma dura poco, il vento lo sveglia di nuovo. Verso le due circa la mia coperta mi scivola e finisce a quelli di sotto. Provo a rubare quella di Renè, ma ci si è avvolto come una mummia, impossibile. Rimarrò con il pile e le mani in tasca, tremando ogni tanto, ogni centimetro di pelle nuda viene attaccato dal vento gelido di fuori. 

Appena comincia a far chiaro siamo tutti in piedi, di cattivo umore. La temperatura è ancora bassa, ma è il vento che rende rischioso salire. Attendiamo, facciamo fuori qualche provvista. Intorno alle 7 arrivano da sotto due duri e puri, zaino piccolo, passo deciso. Saranno partiti alle quattro con il buio. Si fermano due minuti, parlottano, ci confermano che c'è troppa neve per tentare di salire senza ramponi e poi via, verso la cima. Dopo un attimo non li vediamo già più.
Un'ora dopo ci mettiamo in marcia anche noi. I francesi sono partiti mezz'ora prima, preceduti dai due italiani che abbiamo capito essere degli habituè di queste parti. I francesi tenteranno la cima, gli italiani probabilmente no, andranno al Quintino Sella, dipenderà dal vento. 
Daniele non ci accompagna, preferisce lasciare a noi l'onore. Rimarrà a riposare ed a fare fotografie. Lo riprenderemo al ritorno. 
Il freddo è intenso ma siamo ben attrezzati, gli zaini questa volta son leggerissimi, il passo è spedito. 
Il vento comincia a darci tregua, ma quando arriva sono rasoiate di ghiaccio che fan male. 
Si sale. Il tracciato è ben segnato. Il cielo non ha una nuvola, il ghiaccio riempie ogni fessura, increspa ogni specchio d'acqua, Nel frattempo arriva il sole, insidia le ombre delle cime sulle pareti opposte che pian piano si accorciano lasciando il posto al bianco abbacinante della neve, su un cielo blu scuro. 
Salire diventa improvvisamente una delizia, fresco e vitale. L'altitudine non toglie tanto fiato, stiamo bene. In breve raggiungiamo la quota dove la neve la fa da padrona, vediamo i francesi che abbiamo quasi raggiunto e scorgiamo da lontano il bivacco Andreotti

Ci rendiamo conto che non potremmo proprio andare oltre, lo strato di neve non permette di proseguire senza ramponi, rischiare così non ha veramente senso. Decidiamo che nostra salita terminerà qui. Una breve sosta al bivacco, ci riposiamo, per poi prepararci senza rimpianti a ripercorrere i nostri passi. 
Lo sguardo spazia intorno e si perde, Il blu scuro del cielo, il risplendere della neve, le montagne lontane abbracciate a cerchio, una catena e dietro un'altra e poi dietro un'altra ancora, la pianura fumosa di smog in lontananza. 

Le rocce plasmate da mani di giganti, i segni dei tuoi passi nella neve che diventano una traccia lontana, l'aria così fresca che solo quassù, il caldo del sole sul viso, il silenzio perché anche i suoni si propagano in modo diverso, più netto e distaccato. 
Lontano, distantissimo appare il mondo, laggiù tra la nebbia, e l'essere improvvisamente separati dalle cose, le grane, i problemi da una sensazione di equilibrio e di quiete.  
Prima di prepararci per la discesa osserviamo il gruppo dei francesi iniziare la salita senza legarsi in cordata. 
Noi due invece torniamo giù in fretta, ci ricongiungiamo con Daniele, un pasto sereno per eliminare quanto più possibile il peso in eccesso dagli zaini e poi di nuovo giù per il ritorno. Un'infiammazione a un legamento del ginocchio  trasformerà poi la mia discesa in un incubo e dopo troppe ore di agonia, assistito da Renè tramutatosi in amorevole infermiera, arriveremo finalmente alla macchina.
Sapremo poi, solamente il giorno successivo dai giornali, tornati alla nostra vita di sempre, che uno degli alpinisti francesi che abbiamo osservato allontanarsi, poi, proprio in questo stesso punto perderà la vita, sulla via del ritorno, scivolando sulla neve e fermandosi giù, sulle rocce sottostanti.

Perché non è uno scherzo, qui. Mai. 
Ma non vedo comunque  l'ora che arrivi la mia prossima volta.

mercoledì 12 settembre 2012

Domani

Si va. Un'altra cima, finalmente, mi aspetta. Io e Renè, una cordata veloce. 
Una notte in bivacco, la quiete del mondo che si addormenta giù in basso, i rumori della montagna che invece non dorme mai, le stelle che incantano, per la loro lucentezza. E' tutto così lontano lassù, sarà tutto così lontano, da lassù, domani notte.  
Il tè che te lo fai con la neve sciolta. La fiamma azzurrognola del fornellino e le ombre che proietta nel buio.
La sveglia all'alba ma chi dorme, in realtà. I primi passi al buio. E la cima che quando sei lassù scopri sempre che ne è valsa la pena.
L'attrezzatura è già in ordine, pronta da mettere nello zaino.
La lampada frontale tra le mani, ieri, di nuovo dopo tutto questo tempo, mi ha dato una sensazione di ritorno alle cose che amo senza misure. 
E questa spilla, che mi aveva regalato lui, che nessuno ce l'ha una spilla così, che mi ha accompagnato su ogni montagna che ho salito. Offritemi qualsiasi cifra, per questa spilla.
Ho fame.

Vi racconterò.

martedì 14 agosto 2012

L'acquasanta ed il diavolo

Prendi una giornata di lavoro, una di quelle classiche: arrivi in studio che ancora non c'è nessuno, innaffi le rose, poti la vite, osservi un pò quel microcosmo del tuo quartiere che pigramente si sveglia e nel mentre riordini le idee un pò da tranquillo e ti fai uno schema delle cose da fare. Poi accendi il pc, elimini la consueta montagna di mail spazzatura e rispondi a quelle tre o quattro serie. Alle otto meno qualcosa la consueta prima telefonata di lavoro, che oramai rispondo cose del tipo "massaggi olientali buongiolno?" o "Pizzeria Posillipo", tanto lo sai chi è. Dopo, alla spicciolata arrivano gli altri e lo studio come ogni giorno si riempie. il profumo del primo caffè mentre viene su, quattro chiacchiere, un paio di indicazioni su cosa deve essere fatto in tua assenza e poi via. Oggi due cantieri e la  consueta manciata di chilometri da buttarsi alle spalle. 
La telefonata di conferma arriva mentre sto andando verso il primo dei due. Il tono è da cospiratori, ma Il messaggio non ammette repliche. 
Ok, non sono in condizioni di dire di no. D'altronde non me lo immagino nemmeno. Devo solo vedere di recuperare l'imbrago, in prestito in chiesa (questa la spiego dopo). Per fortuna la chiesa è il secondo dei due cantieri di oggi. Un campanello d'allarme mi avverte che c'era un qualche impegno, in qualche altra parte, ma non lo focalizzo, non deve essere importante.
Il primo cantiere è una banca, progettata e realizzata in estrema urgenza: due mesi fa circa, un guasto notturno ad un pc aveva innescato un incendio che, a partire dalle pareti in legno di una cassa si era poi esteso distruggendo metà dell'agenzia, mentre il fumo acre, denso e nero aveva completamente invaso ed impregnato ogni stanza, ogni armadio, ogni oggetto dell'altra metà. La desolazione che lascia un incendio è impressionante, l'odore ti prende alla gola, il pulviscolo nero, i cumuli di materiale irriconoscibile, fili di plastica, sottilissime stalattiti, pendono da quelle che una volta erano lampade, sciolte e nuovamente indurite, la struttura metallica  del controsoffitto contorta dal calore ed il nero, nero dappertutto, nero che copre, che prende ed opprime. E adesso che non ne rimane più niente, di quel nero, che non sembra sia mai successo niente, non uno sbuffo di fumo su una parete, né un sentore di bruciato lontano, niente, eccola qui, una filiale lustra ed abbagliante, perfetta, tutta tirata a lucido, con i mobili nuovissimi, le scrivanie ordinate, le luci, le tende, tutto a tempo di record. I complimenti, questa volta L'impresa se li merita tutti. 
Scappo, via di corsa, che il tempo si disperde in rapide volute di  fumo, via per il secondo cantiere, mi attende la chiesa. Una mia personale sfida questa, ho fortemente voluto quel progetto, quell'illuminazione, pensata così, studiata così, da gestire così. Ho prima combattuto con la Curia e la sua Congrega dei Saccenti, che han guardato con supponenza sia me sia il mio progetto e poi ci han scarabocchiato sopra prima c'è troppa luce e dopo ce n'è troppo poca, ma cosa ne vuoi sapere tu che non sei del giro, tu e i tuoi capelli lunghi che si vede che sei lontano da qui, da noi, che non sai nemmeno cosa sia un ambone, che hai gli occhi arroganti, e non hai né umiltà né deferenza. E credevo talmente in quello che avevo fatto che ho riposto le armi delle parole taglienti che erano già lì belle e pronte, sostituendole con la calma e la pacatezza, ed anche se qualche madonna e qualche santo mi sono arrivati proprio fin sulla punta della lingua li ho ricacciati sapientemente indietro e ho risposto punto su punto, spiegando e persuadendo. E poi è stata la volta della Soprintendenza, che pare che a fare un buco in un muro marcio per far passare un filo sembra si commetta un peccato mortale, e a portare la corrente a secchiate, giuro non sono proprio capace. E convinti finalmente anche loro, ecco l'appalto, le grane, la gara ed i ribassi, e i soldi che erano troppi  ancora, e non puoi rivedere qualcosa per risparmiare, tu che credi di fare San Pietro ma guarda che questa qua è una chiesetta di un paesino spelacchiato che non ci viene nessuno, tre vecchiette alla messa delle cinque. E poi è così in cima ad una collina che ogni volta che muore qualcuno è un disastro. E come se non bastasse ci si è messo anche il collega della sicurezza con tutti i suoi patemi sul lavorare a quelle altezze con un trabattello solo, dove due non ci stanno, a meno di spostar le panche e fare le celebrazioni on the road. E allora ho portato il mio imbrago da arrampicata ed una corda, in maniera che, almeno quando lui va in cantiere, gli omini che si arrampicano per mettere le luci su quel cornicione un pò sbilenco sono lì, in posa per lui, a far le belle statuine, tutti sorridenti e agganciati. Forse ha capito di essere stato un pò preso per il culo.
E quest'oggi, dopo tutte le parole e le grane ed i dubbi, quando d'incanto la volta ha iniziato a prender vita e colore e a spandere di rimando luce sulle pareti abbassandosi fino a delineare panche, marmi, stucchi e il pavimento, le cappelle laterali e l'altare e perfino quell'ambone del cacchio abbandonavano il loro aspetto tetro e quasi stantio, acquisendo volumi nuovi, l'espressione si stupore del parroco mi ha fatto sorridere. "Ma era proprio così che l'avevi pensata?" mi ha detto poi, ancora con gli occhi sgranati; Io l'ho guardato, gli ho sorriso e di rimando gli ho risposto: "non so, sai, in realtà credevo di fare San Pietro..." 
E poi allora via. 
Via di corsa, che colui al quale non si può dire di no ha parlato, all'attacco della via alla tal ora, e sei già in ritardo, e gli mandi un SMS di conferma - ok, capo - il tempo brucia i minuti del conto alla rovescia ma ti devi fare ancora una breve tappa in studio, che rinvii e moschettoni sono rimasti lì. Ma da lì non si può entrare ed uscire come si vuole, che ci sono le telefonate e le mail del pomeriggio da smaltire, e vedere cosa è stato fatto e cosa no, e puoi mica permetterti di prenderti un mezzo pomeriggio come credi, anzi, chi credi di essere qui, forse il capo?
Mezz'ora dopo però, la parete è di fronte a me. 
Una via facile, una ferrata d'allenamento, c'è chi la percorre addirittura senza legarsi, quasi correndo. Sono arrivato fin qui veloce, forse un pò troppo, come sempre. Ma nessuna sirena in lontananza, dovrebbe essermi andata pulita anche questa volta.  Renè non c'è ancora. Quasi meglio, con lui ho un'ottima intesa, ma il privilegio arrampicare da soli è una cosa che capita di rado. Me lo prendo tutto e via allora, rapidamente mi cambio e mi preparo, lo sbuffo bianco della magnesite che si disperde mentre premo le palme l'una contro l'altra, l'imbrago è stretto, i rinvii  tintinnano rassicuranti, una musica sottile nelle orecchie, ho scoperto da poco che preferisco arrampicare così, che mi rilassa e mi distende. 
Ed inizio lento e misurato, saggiando con le dita gli appigli facili, puntando coi piedi, salendo tranquillo. La sicurezza della corda fissa in alcuni tratti è perfino ridicola ed eccessiva e ci rinuncio, sto bene, me la godo, sono qui, io, solo, una montagna di fronte, il vento fresco non arroventato dal sole, la via che si srotola, passaggio dopo passaggio, appiglio dopo appiglio, le mani trovano rapidamente la soluzione nei passaggi leggermente più impegnativi. 
Ad una cinquantina di metri da terra, dal sottofondo musicale emerge la voce di Renè, è arrivato, sono arrivati. Gli grido di sbrigarsi e di raggiungermi, nel frattempo scatto qualche foto e vado avanti. Mi raggiungono in fretta e proseguiamo insieme, si parla e si scherza. Rapidamente ci alziamo di quota, la visuale cambia, lo sguardo si allarga, le nostre auto rimpicciolite, la mia città alla mia destra, le mie montagne a sinistra. 
La via si interrompe, riprende, si interrompe di nuovo, dall'alto  l'imponente mole della Sagra ci vede salire impassibile, con le sue rovine, i suoi contrafforti maestosi.
Ma dov'eri prima - mi chiede Renè, mentre saliamo. In chiesa, gli rispondo, mi guarda e ride - Tu? In una chiesa? Hai deciso di farti prete? Il diavolo e l'acquasanta? Battuta già fatta, casomai il contrario - gli rispondo. Acquasanta la mattina, in chiesa, e diavolo il pomeriggio, in parete.
Arrampichiamo, si ride, si sta sereni, l'arrampicata è bella per quello perché è uno sport libero e di testa, perché ci vuole testa a ragionare e convincere l'istinto che si sbaglia, che camminare su una cengia a strapiombo è uguale a farlo su di un marciapiede, che la corda e chi la tiene in mano sono la tua fiducia ben riposta, che il rischio c'è ma è ampiamente calcolato, è un briciolo di adrenalina che dà più sapore alle cose. Ed uno sport di testa che la libera e la rischiara, rasserena, ti rende conscio delle tue capacità, capace di guardare lontano, ti fa durare il doppio il tempo, assaporandolo, gustandolo. I movimenti sono diversi, delicati e di equilibrio alcuni, di forza altri. Quasi sensuali, i primi, prepotenti gli ultimi.
Una telefonata, anticipata dall'allarme collisione U-boot, interrompe i nostri dialoghi, è la consorte, non ti sarai mica dimenticato della cena di questa sera, alle otto puntuale, ecco che cos'era il campanello, ma figurati, certo che me ne sono dimenticato, anzi forse lo sapevo, ed è proprio per quello che adesso sono qui, comunque adesso vedo, non ti preoccupare, sì, no che non sono in studio, cioè, non sto proprio, esattamente, come dire, lavorando, questo rumore metallico come di moschettoni... Sì, ma anche se non alzi la voce va bene uguale, che quando uno arrampica ha bisogno di concentrazione e se mi fai cadere mi avrai sulla coscienza ed io, previdente, non ho rinnovato apposta l'assicurazione sulla vita. Comunque arrivo, tranquilla, otto otto e mezza massimo, dopo gli aperitivi e, vedrai, non se ne accorgerà nessuno. 
Lo sai che siamo a metà parete, sono le sette e poi dovremo farci tutto il ritorno a piedi e prima delle dieci non arriveremo, vero? mi chiede Renè.
Certo che lo so, rispondo con un largo sorriso.
Non so dove sia finita l'acquasanta - mi fa lui - ma il diavolo mi sta arrampicando di fianco -
Sì, ma è un buon diavolo, dopotutto - rispondo io.
Arriverò alla cena alle 22.30.

sabato 25 settembre 2010

Di quante nuvole

si incanteranno ancora i tuoi occhi. Contro quale colore di cielo ne osserverai affascinato tinte e sfumature, ombre più oscure dietro al candore abbagliante del bianco che riluce. Che fantasie indovinerai, nell'evolversi continuo delle forme di lenta esplosione. Rigonfiarsi e dissolversi.
Un filo d'erba a fischiare tra i denti.
Quante chiome degli alberi galleggeranno sospese sopra la nebbia del mattino. Quanto ti piacerà ancora, quella nebbia ovattata, la calma di passi misurati, nel silenzio umido delle foglie che avvizziscono.
I moschettoni tintinnanno, ad ogni passo. La via è pronta ad assolverti.
Lento svolgimento di corda. Preparazione di gesti.
Quale sarà il vento che ti scuoterà di freddo la pelle e sotto, l'anima. Quale parete ruvida incontrerà nuovamente le tue dita e straccerà nella forza dei gesti ogni emozione scura e tagliente.
Quante lune nuove poi, sapranno ancora sorprenderti. E su quante altre saprai nuovamente perderti.
La strada di casa è una striscia di mare, riflesso veloce di puntini arancioni lasciati già alle spalle.

[D&R for D&R]

domenica 20 giugno 2010

Vi porterei

[Monviso, in cima]
Oggi, in questa mattinata fatta di freddo quasi invernale e di nuvole stracciate che si inseguono rabbiose contro montagne scure, di lavoro domenicale, di disegni da plottare e relazioni ancor tutte da preparare.

Mi porterei invece, a provare la sicurezza della corda, abbandonando la paura di saltar giù vicino allo zaino. A vedere il vuoto con occhi diversi. Ad osservare il mondo da un'altra prospettiva, ascoltando il vento ed il cuore battere insieme.

A fidarmi della mente e di chi ti tiene. Appeso alla vita.
A non ossessionarmi, ma a assecondarmi, semplicemente.

Mi porterei a sentire la roccia in punta di dita, a saggiare ruvidi appigli prima di forzare un passaggio veloce.
Io nei punti più esposti fischietto o canticchio qualcosa, mi dona calma l'ascoltarmi. 


Mi porterei a godere della bellezza intensa di ogni minuto,
che sia fatto di forza e concentrazione
o di lenta e inevitabile attesa.

Mi porterei poi sulla cima di una via, sazio, finalmente pigro, con la schiena appoggiata ad una croce graffiata dai ricordi e dal tempo, ad assaporare un tramonto che, il giorno successivo, magari, nessuno vedrà, da quel punto esatto, con le palpebre leggermente socchiuse per poter scrutare dritto in faccia il sole che si piega dietro altre cime.

Mi porterei a sentire l'adrenalina delle veloci discese in doppia, mentre, facilmente ripercorri al contrario i passaggi più impegnativi di prima.

Mi porterei infine a ritrovare il mio zaino ed a riguardare dal basso con occhi diversi la via appena percorsa, vinta, definitivamente assorbita, risentendola tutta nelle braccia doloranti, con una gratificazione dentro che è mia e solo mia.

Eh, se vi va, vi porterei con me.