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lunedì 3 settembre 2018

Mille splendidi sogni (quasi) infranti - Parte II

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Passo a casa da Renè. Sono sfatto, deluso, incazzato e amareggiato. Una birra insieme per smaltire la ferale notizia e decidere sul da farsi. Per me è un disastro, ho il morale sotto le suole, oltretutto sto benissimo, mi sento in perfetta forma.... fintanto che non penso anche solo a provare un passo di corsa. Lui cerca di farmela prendere con filosofia. "Intanto fino a qui sei arrivato - mi dice - hai già fatto tantissimo, ti sei allenato per correre una mezza, e quello difficilmente lo perdi. E' vero, abbiamo fatto pochi lunghi né preparato i lunghissimi, ma per il momento pensa a guarire, poi quando ti daranno il via ci penseremo. Stai tranquillo, a Parigi ci andiamo comunque, mal che vada ci consoliamo con lo champagne e dimentichiamo mogli e guai con le belle donne del Crazy Horse!!". Nonostante la delusione bruci, sorrido.

Dopo qualche giorno inizio con la fisio. Lo strano è che, disteso sul lettino, mi si chiede di fare degli esercizi dolci, lenti, senza sforzo, apparentemente inutili, a mio modo di vedere. "Appena senti fastidio o fai fatica smetti, qui non devi fare il maggior numero di volte una cosa, ti si chiede di farla bene ma soprattutto lentamente, accompagnandola con il respiro". Sali il gradino e scendi il gradino, ruota la gamba e riportala al centro. Gli esercizi da pensionato, li chiamo io (astenersi ogni commento). Niente corsa, vietatissima. Niente esercizi di forza, niente di nulla. Massaggi rilassanti, un po' di sedute di laser e qualche antinfiammatorio. E poi esercizi, esercizi e ancora esercizi, la mattina prima di andare a lavorare, la sera prima di coricarmi e ogni due giorni al centro. Una volta ogni tre, quattro sedute, Dante (il responsabile del centro) mi vuol vedere, tasta l'infiammazione, ne segue i punti maggiormente dolenti ma vede progressi "stai recuperando bene", mi dice. 
Trattengo il fiato, mentre porto avanti i miei esercizi con un muro di ostinazione da montanaro quale sono. Non penso più a Parigi, non spero nulla. Lavoro e terapia, terapia e lavoro. 
Dopo due settimane inizio con una lenta cyclette. Dopo tre, Erika mi fa un cenno verso il tapis roulant. "Due minuti a passo veloce, niente corsa". Il passo veloce forse è troppo veloce, ma non dice niente, un po' sorride. I due minuti finiscono subito. Non ho male. Lei è soddisfatta "ma la strada è ancora lunga", mi dice. E così recupero, lentamente ma accade, il male è solo un sospiro lontano, ma non è mai completamente svanito. E andiamo avanti con gli esercizi, mi si corregge se ci metto troppa foga, e mi si premia ogni volta a fine seduta con qualche minuto in più sul tappeto. 
Un giorno arrivo e mentre sto per dirigermi verso il lettino lei mi manda sul tapis roulant. "Cinque minuti di corsa, vai come ti senti" 
Vado che mi sento da Dio, vado che non correvo così da quando mia mamma mi inseguiva con la ciabatta in mano pronta per il lancio (disciplina di cui era campionessa olimpica) per qualche marachella combinata. Vado che sembra tutto passato, non sento dolore, ho solo voglia di correre e sembra che sia ancora abbastanza capace, anche se alla fine mi ritrovo con il fiatone ed il battito a mille. 
"Sei praticamente guarito" sentenzia Dante dopo qualche sera "anche se faremo terapie di conserva fino al giorno prima della tua partenza, la pubalgia a volte sa essere una grandissima stronza...." Esco toccandomi in tutti i posti possibili e non, incrociando anche le dita dei piedi. La sera stessa telefono a Renato e lo metto al corrente della splendida notizia. Lui, però, frena il mio entusiasmo e mi riporta sulla terra. "Hai perso quasi un mese, il più importante, per una maratona - mi dice - e la nostra è oramai alle porte. Non c'è tempo per finire la preparazione, ricominciamo da capo e vediamo di arrivare dove riusciremo. Ma non ci importa, in fondo, no? Adesso fila a farmi due giri da 5 e dopo mandami lo screenshot dei tempi, così vediamo come allenarti. 
E così facciamo. E molto del tempo restante lo divido tra allenamenti, terapia e... ah, sì, pure lavoro e briciole di famiglia. Marzo è clemente, mi regala scampoli di primavera, le ripetute anche la sera tardi non mi gelano più le ossa. Riprovo a misurarmi e far diventare abitudine prima i quattordici, poi venti e infine i venticinque km, ma ad un certo punto è finito il tempo. E' ora.
Dopo i baci a profusione dispensati alla mia Ciccia, declinato l'invito ad indossare il braccialetto elettronico gentilmente offerto dalla consorte e una energica stropicciata alla gatta partiamo alla volta della casa di montagna, dove troverò mia mamma (che adora Renè, anche se anni fa l'aveva cacciato fuori dalle cinta murarie senza tante cerimonie..), lasceremo l'auto e prenderemo il TGV alla volta della Ville Lumière. 

E' venerdì pomeriggio, siamo due ragazzini in vacanza, mia mamma ci ha caricati di ogni ben di Dio ("chissà cosa vi faranno mangiare quei mangialumache"), non abbiamo una preoccupazione al mondo. Per tutta la durata del viaggio non facciamo che parlare e scherzare, raccontare di corse e montagne e poi ridere e far ridere le altre persone presenti nello scompartimento. Renè non è mai stato a Parigi, non avremo tanto tempo (la corsa è domenica, ma già lunedì in giornata ripartiremo) però qualche angolo voglio farglielo proprio scoprire. 
Arriviamo alla Gare de Lyon che sono le dieci circa di sera, prendiamo la metro e raggiungiamo l'hotel per lasciare i bagagli (e scoprire che per un errore dell'agenzia ci hanno riservato un letto matrimoniale alla francese) ma ne usciamo subito, siamo elettrizzati, Renè non sa di essere a un tiro di schioppo dalla Tour Eiffel e riesco a portarlo vicinissimo senza fargliela scorgere e poi, di colpo, dietro un palazzo scenograficamente gli appare, luminosa, scintillante, maestosa, con la Parigi e la Senna a fargli da sfondo. Ne rimane affascinato, ha gli occhi spalancati, non se l'aspettava, tanta esplosione di luci, lo sfarzo dei grandi boulevards; questa è Parigi, la mia Parigi, che mi sussurra piano "Bon retour, tu m'as manqué".
Quella sera giriamo senza meta: percorriamo l'avenue Kléber, lui rimane a bocca aperta di fronte al lusso del The Peninsula Paris, decidiamo che la prossima volta che torneremo ci meriteremo senza dubbio una stanza in quell'hotel e sicuramente con letti separati. A due passi dall'avenue de la grande Armée entriamo in un pub, ci gustiamo due medie Affligem alla spina (che diventerà ufficialmente la "nostra" birra della maratona) che sono una vera delizia, il titolare Victor è gentile e dopo pochi minuti siamo lì a chiacchierare come vecchi amici, della nostra corsa di dopodomani, dell'Italia e della vita a Parigi. Torniamo in hotel che sono passate le due di notte. Passeremo la mezz'ora successiva a cercare di svegliare il portiere di notte, quest'ultimo in piena fase REM.

Il giorno dopo, freddo e nuvoloso, trascorre in fretta tra recupero dei pettorali, una gita alla Défense la mattina ed un pomeriggio da turisti tra ponti, il quartiere latino, l'Ile de la Cité. Entriamo a Notre Dame in punta di piedi, Renè è decisamente colpito dalla maestosità del luogo, i rosoni imponenti, i colonnati altissimi. La sera una bella corsetta di riscaldamento, e infine un'ottima cenetta in una tipica Brasserie che avevamo adocchiato poche ore prima. 
Poi presto a dormire. Sarà il fatto che domani correrò la mia maratona, sarà molto più probabilmente il fatto che nel letto alla francese uno di noi due è di troppo, ma il sonno stenta ad arrivare. 

L'indomani mattina sveglia presto, le sei e trenta e siamo già a fare colazione, seguo i consigli di Renè, dobbiamo fare il pieno di energia senza appesantirci e poi via, verso Avenue Foch poco distante. Arriviamo all'Arc de Triomphe che schiarisce e fa ancora freddo ma lo spettacolo è già impressionante, migliaia di runner che si cambiano, si appuntano il pettorale, fanno riscaldamento, si incoraggiano, un fiume festante di uomini, donne, ragazzi, runner improponibili con panza da bevitori di birra, signore di una certà età tenaci come l'acciaio, la moltitudine è assolutamente incredibile, siamo circa cinquantacinquemila, come se tutti gli abitanti di Cuneo si mettessero a correre. Tanti gli occhi di quelli intenti a trovare la giusta concentrazione, ma ovunque mi giri vedo sorrisi, tanti sorrisi. Renè ha gli occhi della tigre anche se questa volta non potrà partire davanti come suo solito. E' concentrato, mi porta avanti, mi spiega che le partenze sono a scaglioni in funzione del tempo previsto e non dobbiamo rimanere intruppati. L'Avenue degli Champs E'liseés è stracolma. 

Quarantadue chilometri e centonovantacinque metri mi aspettano.

Partono i primi, i professionisti, quelli che in due ore e pochi minuti avranno già finito, esili come gazzelle e con una falcata da paura. Poi, man mano, gli altri. A un certo punto tocca a noi.  Adrenalina a mille, il conto alla rovescia scandito da tutti e poi lo sparo e via! sulle le note della musica di Momenti di Gloria di Vangelis a tutto volume. Unico, meraviglioso e impetuoso, il mondo si muove a passo di corsa. Percorriamo tutta la lunghissima Rue de Rivoli in un fiato, passiamo place de la Bastille, Renè continua a dirmi di rallentare, saltiamo il primo punto di rifornimento e da lì in poi corriamo con meno gente intorno, sciolti. Correre qui è un'esperienza irripetibile, i tuoi passi leggeri e veloci sono la consapevolezza di quello che sei, che sarà poco ma è tutto quello che ho e che sono, un sognatore sempre, ed è un'emozione la gente che ti incoraggia leggendo il tuo nome sul pettorale, i bambini sulle spalle dei genitori che aspettano che tu gli dia il cinque, i pompieri sulle autoscale sopra di te, le innumerevoli bande con i tamburi che ti danno il ritmo, le famiglie con i cartelloni che incitano i loro papà, bello bello, e poi tutt'intorno Parigi, Parigi e ancora Parigi, I tetti, le cancellate, i marciapiedi, l'aria di Parigi, respiro e mi inebrio, un passo dopo l'altro, la magia della Ville Lumiére scorre veloce sotto le suole. Passato Bois de Vincennes la fatica mi viene progressivamente incontro, le gambe sembrano dirmi che solo a quello le avevo preparate, mica posso pretendere di più, Renè invece è fresco come una rosa e ne approfitta del ritmo improvvisamente più turistico per baccagliare ogni fanciulla (d'oltralpe e non) che gli capiti di incrociare. Quando comprendo di aver davvero finito la benzina avverto il mio compagno e rallentiamo, voler mantenere il ritmo previsto non ha più alcun senso, purtroppo dovevamo metterlo in conto. Il lungo tratto in saliscendi sotto i ponti è il più duro. Il "muro dei 30 km" è rappresentato da un muro in polistirolo e noi ci passiamo sotto corricchiando, con gli incitamenti della gente assiepata. Da lì all'arrivo sono solo più dodici km e rotti, tento di ricordare quante volte li ho fatti come un nulla, ma a questo punto, con i polpacci che tirano ed il fiato che raschia i polmoni, sembrano dodicimila. Alterno corsa a camminata, sono sfinito, ogni punto di rifornimento è un miraggio, ma poi si recupera un po'. Al Bois de Boulogne Renè mi si affianca e mi dice se me la sento di finire in volata. Finire? Ma finire cosa? "Tra poco passiamo i quaranta, non sarebbe male tirare un po' sul serio". Accetto, gli confido che non ce la farò mai ma non sarà male morire stramazzando nelle vicinanze dell'arrivo, cerco di impartirgli alcune brevi disposizioni testamentarie. Lui, incurante del mio stato, impietosamente parte deciso e io, dietro, scopro di avere ancora briciole di energie nascoste, sfiliamo veloci e  in quella manciata di chilometri di parco mi sembra di superare il mondo, chi cammina, chi corricchia sfinito, ci sono diverse persone sdraiate ai lati e aiutate dal personale delle ambulanze, il tempo sembra non finire mai. 

Poi improvvisamente invece si ferma. 

Un'ultima curva e, su Avenue Foch, con gli austeri palazzi a far da cornice e l'Arc de Triomphe sullo sfondo, al termine di un lungo rettilineo si staglia unico, imponente e meraviglioso, l'arrivo. Renè si fa da parte per farmelo gustare da solo, sento solo i miei passi a martellare la strada, il mio cuore che batte, le braccia che mi spingono avanti, è per questo momento che mi sono preparato, è per questo che sono serviti gli allenamenti con la pioggia, le ripetute al Ruffini, le cadute nel buio, la fisioterapia, è per quel mio voler ostinatamente continuare a sognare che arrivo con un'ultima energica spinta, e ho finito, quarantadue chilometri e centonovantacinque metri, ce l'abbiamo fatta, ce l'ho fatta, passare lì sotto e fermare il cronometro, la consapevolezza di esserci riuscito è da brividi sulla pelle, mi forma un groppo alla gola che mi emoziona, continuo a dire bello, bellissimo con i pugni serrati, il personale all'arrivo distribuisce energiche pacche sulle spalle a tutti, l'adrenalina di molti si scioglie in lacrime, abbraccio Renè, abbraccio chi finisce insieme a me, Renè cerca di abbracciare le runner più carine. Riceviamo la medaglia un po' pacchiana, che indossiamo con malcelato orgoglio e ci facciamo scattare una foto insieme, Renè sembra reduce da un picnic, io da un bombardamento. 

Il resto di quelle magiche giornate rimangono ricordi solo nostri, che non possono interessare a nessuno. In valigia, oltre alle nostre medaglie - la maglia la indosseremo orgogliosamente durante il viaggio - porteremo qualche regalo per i nostri cari, un paio di bottiglie di Chablis per mia mamma (che apprezzerà) ed i mille frammenti che costruiranno il ricordo di questa splendida avventura insieme. Come un passaggio da Narnia, il TGV ci riporta velocemente alla vita di tutti giorni, alle nostre quotidianità, mentre il recente passato comincia già ad avere i contorni di un bellissimo sogno, così come è giusto che sia. 



Il sogno non si è infranto. E ne restano ancora molti altri

mercoledì 29 agosto 2018

Mille splendidi sogni (quasi) infranti



N.B. Post iniziato a scrivere tempo fa. Poi le mille grane, il poco tempo a disposizione, mi hanno allontanato da qui.

Negli ultimi mesi ho corso. Tanto
Ho corso perché in quei passi veloci che tirano sulle gambe ho ritrovato un po' di quel me nascosto anche a me stesso, insieme ai miei sogni più inverosimili e spregiudicati, alle mie speranze assurde che si ostinano a non voler abbandonare la mente. Ho ripercorso marciapiedi e fatiche, attraversato nebbie intente a giocare con filari di alberi, ho visto il mio fiato uscire in sbuffi densi e l'ho lasciato a dissolversi alle mie spalle.
Ho sentito i miei passi leggeri all'inizio e molto più spesso maledettamente pesanti alla fine.

Ho corso perché abbandonarsi e dire - basta, fate un po' come volete, io mi tiro fuori - non fa parte del mio modo di vedere la vita. Ci provo badate, sbuffo e penso che lo farò, che ad un certo punto vaffanculo al mondo e getterò la spugna, poi mi siederò sconfitto su un marciapiede da qualche parte con la rabbia dei perdenti tra i denti, ma poi con la logica degli "solo altri dieci passi" e "dieci passi ancora" e ancora "solo più questi poi giuro che basta", va a finire che la fine della giornata, ancora una volta, su quel gradino non mi ci ha visto seduto nessuno.
E inseguo i miei sogni, loro, molto più veloci e leggeri di me, ma sempre maledettamente, meravigliosamente miei.
Per voltargli le spalle ho tempo. Ancora un po'.

Così ho ricominciato. E, nella rosa dei sogni a disposizione me ne sono scelto uno luccicante, uno bello da inseguire ma impossibile, come mi han detto in tanti.
Numero 51506, D&R, iscritto alla quarantesima edizione della Maratona di Parigi.
Ci hai un'età. Ma perché Proprio Parigi, direte voi.

Perché sì.

Perché ci ho corso che ero giovane come l'aglio e la Senna che mi scorreva a fianco me la ricordo come fosse ieri. Correre era una meraviglia, partivo libero e leggero dal pont Mirabeau fino all'Ile Saint Louis e tornavo indietro che non mi accorgevo neppure di correre, tanta era la bellezza, l'aria, i profumi, che mi circondavano.
Perché Parigi conserva angoli di malinconia che sono miei, che ho lasciato lì ad aspettarmi ed era giunta l'ora che li ritrovassi.

Ho telefonato a Renè, eravamo in settembre; mentre scherziamo e ci raccontiamo gli aneddoti delle nostre rispettive vacanze, con noncuranza sgancio la bomba: "che ne pensi di una corsetta a Parigi ad aprile? E' il quarantesimo". Lui fa una pausa, cambia il tono di voce e mi risponde: "se parli con un minimo di giudizio guarda che non è uno scherzo, e siamo già in ritardo". Io gli rispondo di non esser mai stato così serio in vita mia. "Ma ho deciso di meritarmi questa sfida importante, e se una maratona deve essere, allora deve essere lì". 
Renè, per chi non lo conoscesse, è un mezzo fuoriclasse. Di maratone ne ha corse diverse (ha un personale di 2h 43") è stato anche campione italiano in categoria Amatori su diverse distanze. Insomma un mostro, che, anche se adesso è anziano, continua a correre dannatamente forte. 
"Gioco mio, regole mie", mi dice "Se la facciamo la corriamo insieme, fianco a fianco tutta, dall'inizio alla fine, a me non interessa il tempo. Ma da giovedì prossimo a Parco Ruffini alle 17,30 si inizia a fare sul serio". Inutile tentare di mediare per l'ora sostenendo che ho uno studio ed un lavoro caotico e imprevedibile, e che alle 17.30 sono normalmente solo a metà giornata. "Le condizioni non sono negoziabili". Mi tocca capitolare. 
Il primo giovedì arrivo in ritardo di quaranta minuti, complice un cantiere distante. Renè sbuffa ma mi fa cominciare. "Partiamo piano" sa di presa per i fondelli, lui davanti io dietro. Sceglie i ritmi - giusto per rompere il fiato - e per un'ora e mezzo mi massacra. Finisco che ho la lingua sotto le suole e male ovunque. Mi lascia anche i compiti a casa, dei piani di allenamento ogni due giorni, e devo inviargli lo screenshot di Endomondo a fine corsa. 
Il secondo giovedì tardo di nuovo. Questa volta si fa serio e mi dice che se arrivo in ritardo ancora una volta la finiamo lì. - Hai scelto un impegno - mi dice - e questo impegno viene sopra ogni cosa, sopra il lavoro. Se ti dico di correre corri, nessuna scusa. E se non ti sta bene non ho intenzione di andare avanti a sprecare altro tempo. 
Da quel giorno in poi non ho più tardato. 

Il 24 settembre mi arriva la mail: "Félicitations, vous êtes bien inscrit au Schneider Electric Marathon de Paris le dimanche 3 avril 2016 ". Abbiamo finito di far finta, ho il biglietto, ho prenotato il treno e scelto l'albergo vicino all'Arc de Triomphe, ho l'adrenalina a mille e telefono a Renè che mi confessa, molto candidamente, di non essere riuscito ancora a fare l'iscrizione. Ma abbiamo ancora almeno un mese di tempo - mi rassicura - non serve tutta questa fretta. Il 24 ottobre le iscrizioni vengono chiuse e scopro che se ne è bellamente dimenticato. Riuscirà comunque, non so ancora come, a recuperare un'iscrizione grazie alle sue conoscenze all'ultimo minuto. 

E in quel periodo la corsa diventa la mia vita. Riempie il mio mondo, i miei pensieri, ogni mio momento libero, non lascia spazio ad altro. Mi si insegna a dosare l'energia, a tenere un passo costante, ad andare piano per andare più forte. Cominciano i lunghi e i lunghissimi - il primo di questi mi stravolge - per poi iniziare tutto da capo aumentando di volta in volta il ritmo. Diventa un impegno vero. Corro la mattina presto o la sera tardi, immerso totalmente in me, nei miei pensieri, nella mia determinazione. Cado due volte, complice il buio, rientro sanguinante ma non mi fermo. Corro con Renato e la sua capacità di insegnarmi, la sua pazienza, il suo impegno, la sua incredibile forza d'animo. 
In poco più di tre mesi corro circa 450 km, e pian piano inizio a farlo diversamente, a spingere e non a trascinarmi. Rientro sempre stravolto ma deciso più che mai a non fermarmi. Corro con la pioggia, con il gelo aggrappato alle dita, con lo scaldacollo sulla bocca a riscaldare l'aria di ghiaccio, con il miraggio della doccia calda da cui è sempre difficile uscire.
Una sera di febbraio arrivo a casa intorno alle 20. Mi cambio velocemente e vado. Ho in programma qualcosa di veloce, due volte i 5 km ad un ritmo medio. Un veloce riscaldamento e via. Vado bene, ma dopo il primo giro una fitta dolorosa dall'interno coscia mi si propaga per metà gamba. Mi fermo e smette. Riprendo e ricomincia. Decido di finire il giro, lo finisco male e dolorante. Telefono a Renè, il quale mi dice che forse abbiamo preteso un po' troppo da me, che abbiamo tenuto ritmi troppo serrati complice il poco tempo a disposizione. "Prenditi tre giorni di pausa, non fare nulla, nemmeno bici, riposati, che te lo meriti, riprendi lunedì". Così faccio, in tre giorni il male svanisce completamente, e mi sento bene, in forma come poche altre volte, forte. 
Lunedì sera arriva che, dopo tanto tempo, ho veramente di nuovo voglia di correre e andare, mi sento bene, benissimo. Parto.
Il male mi aggredisce dopo meno di un minuto, una rasoiata dall'inguine al ginocchio sinistro, un dolore che impedisce la falcata, provo a forzare di meno ma niente da fare, correre è diventato impossibile. Mi fermo sconsolato. Mi rivolgo il giorno dopo a un fisioterapista, uno bravo, uno di quelli che vedrai che ti rimette a posto
La diagnosi è infausta e veloce: "Pubalgia, almeno un mese, un mese e mezzo di stop e poi lenta terapia di recupero". Mi arriva addosso un macigno. Non è possibile, sostengo io, tra un mese e uno spicciolo di giorni ho la maratona, non posso, è assolutamente fuori discussione. "Anche se avessi la finale di Champions domani - risponde lui placidamente - non cambierebbe nulla. Ti fermi qui, ora. Non si può fare diversamente. 
Renato ha il morale a terra forse più di me, pensa forse di avermi spinto troppo, di aver forzato eccessivamente. Ma la colpa non è sua, il tempo, la forma, era tutto  troppo tirato.

Il sogno, il mio bellissimo, incredibile, luminosissimo sogno, si infrange, una miriade di frammenti brillanti mi crollano dolorosamente addosso.  

[continua.....    ]

On air: e nel frattempo, il boss, si diverte a prendermi in giro 

martedì 27 novembre 2012

Un nuovo ricominciare


Lo zainetto monospalla blu, preparato in fretta questa mattina presto, ha tutto l'occorrente.
Anche se, a dir la verità, buona parte del ricco corredo di tute e maglie e magliette che prima potevo infilarci dentro ha non ufficialmente ma subdolamente cambiato proprietario. La piccola, che poi se vogliamo dirla tutta proprio piccola non sarebbe il termine esatto da un bel po', appesi al chiodo con mio notevolissimo rimpianto i pattini da ghiaccio ha allacciato con rinnovato entusiasmo le scarpe da atletica, iscrivendosi alla prestigiosissima Bucodiculoplace Running Team. E quando si ha da andare ad allenarsi tre pomeriggi alla settimana, con il clima umidonebbiososchifido di cui il loco medesimo è permeato dai primi di ottobre fino al mese di aprile inoltrato  (per poi lasciare immediatamente posto all'afa umidiccia ed alle zanzare che, lì, giran con la targa come i motorini) la pargola ha necessità di coprirsi ammodo e ripararsi dalle intemperie. Ovviamente, con lo Spread che impedisce al sottoscritto di avvicinarmi tessera alla mano a meno di cento metri da qualsivoglia bancomat, di soldi per magliette e pantaloni termici proprio non ce ne sono. Ma cercando bene, guarda caso, di roba buona se ne ha in casa un sacco, perché il babbo, scellerato dilapidatore di sostanze altrui - Altrui perché non porti il becco di un quattrino a casa da almeno un anno - ha speso e spaso acquistando, stile balocchi e profumi, capi di alta moda e notevole figaccine, elegantissimi e nel contempo in grado di farti sentire al calduccio pure se ti vien voglia di correre in quel del polo. E così ecco risolto il problema, basta arrotolarle le maniche di un paio di risvolti, fare il movimento medesimo con i pantaloni ed guardala lì la mia Ciccia bellissima e atleticissima, pronta a sfidare ogni intemperia con lo stile e la classe esaltata dall'abbigliamento del suo papà. Guardala lì, che cresce, suda e s'affanna, che prova e si confronta, che alle gare arriva come arriva ma non si scoraggia, che dice sono una velocista, e che così, già che c'è, perde pure qualche chiletto di troppo, ma che poi quando torna a casa, vittoriosa per quei trenta sudatissimi grammi  quotidiani persi, si mangerebbe anche il tavolo per la fame.
E tu che non hai più a disposizione tutta quella roba fighissima di cui sopra, vedi lei, sai che grazie a quello non sente freddo e sei felice lo stesso, o forse ancora di più. 
E allora, dicevo prima di divagare,  nello zainetto monospalla blu, preparato in fretta, metti la tuta dell'Adidas, quella estiva, e sotto ci cacci il caldo pensiero di lei che corre riparata insieme ad un maglione di quelli vecchi e ti senti pronto per la pugna. Di nuovo.
Ed oggi vai. Vai e ricominci, che è il tempo di farlo.
Una ginocchiera a tener ben fermo quel ginocchio che matto e malandato lo è da un sacco di tempo, ma che alla lunga si è tramutato in un bel pasticcio, a giudicare dallo sguardo serio del mio luminare e dalle sue parole tidevimettereintestachetidevioperaredinuovo,  mormorate sotto i baffi.

Sai che infilerai tra poco il tuoi ginocchio in quella macchina, che potresti anche intagliarci col temperino "D&R was here", dalle volte che l'hai fatto.
Qualche chilo messo subito sù, perché tre mesi passati senza correre nemmeno per poter attraversare la strada sono micidiali.
E tu ad interrogarti di nuovo perché sai come sarà, ci sei passato già così tante tante volte da far diventare abitudine anche questi momenti. Sai cosa vuol dire l'emozione di rincontrare le foglie secche accartocciate sul viale, sai che sapore sentirai sulla lingua per l'odore di terra umida e di funghi di questa stagione, sai come sarà il rettilineo incorniciato dai platani, la prima curva e subito dopo la leggera salita, le panchine scrostate e le scritte sui muri. Sai la musica che ascolterai passando sotto alberi oramai spogli con il rumore del traffico di sottofondo, cercando di regolare a quella il tuo fiato ed i passi. Sai che quel signore anziano che legge come ogni giorno il suo giornale passeggiando ti osserverà nuovamente passare, sai il profumo delle piadine del chioschetto e subito dopo l'odore dei binari, di ferrovia e di treni veloci che sparpagliano turbini di foglie impazzite, mentre i tuoi passi troppo lenti cadenzano sulla ghiaia. Sai che non potrai contare fino a dieci per un bel pezzo, sai che il battito del cuore tornerà ad essere da infarto già dai primi minuti. Sai che la voce dall'accento inglese di Endomondo interromperà i tuoi pensieri scandendo ogni chilometro percorso usando troppo spesso il sei. Ma a correre con una gamba sola, ti ha detto il luminare guardandoti serio come poche altre volte ti ha guardato, non puoi mica pretendere di andare anche forte. Corri se proprio non puoi farne a meno, ti ha detto, corri in piano, guai a salite o discese, corri senza spingere, che tanto, con i legamenti in quello stato spingere non puoi. Pensa che, per mal che vada almeno oggi è la giornata del "fai felice un altro runner", che a confrontarsi con te ci guadagnerà un sacco in stima.
Le sai, tutte queste cose, le sai, le conosci, le riconosci su di te, ancora una volta, goccia dopo goccia fino a diventare essenza stesse del tuo sentirti e del tuo stare così, oggi che hai voglia di ricominciare. Le sai e sei grato di rincontrarle ancora, di far nuovamente parte di quel viale, di quelle foglie pestate, della tua immagine riflessa sui vetri della giostra per i bimbi. Poco importa se andrai così piano da sembrare fermo, poco importa se l'indolenzimento al petto non ti farà quasi dormire, la sera successiva. Non sai quanta energia sarai in grado di ritrovare ancora nascosta sul fondo, non sai cosa riuscirai a fare, il tempo d'altra parte gioca il suo ruolo ed a te tocca di correre sempre un pochettino più in salita. Non sai, non serve saperlo in realtà, non oggi, non in questo momento almeno. L'importante è liberare i pensieri, che quelli almeno a correre son capaci da sempre, far l'allenamento ai sogni, in modo che possano andare più veloce, più lontano, più forte ancora. Non pensare ai tempi, al fiato, al Cervino o alla maratona di Parigi, non fare programmi, accontèntati del niente. Anzi, non pensare proprio che è meglio, che pensare fa ruggine, pensare non risolve ciò che deve andare così, non pensare alle parole che fan sanguinare - mi sto rovinando la vita per salvare quel cazzo del tuo studio - immergiti ancora una volta nei tuoi sogni, lasciali correre e corri con loro non pensare e non ascoltare, pensa agli occhi di tua figlia che, oggi, corre col cuore al caldo come il tuo. Il vostro traguardo, è tutto da inventare.
Per cui vai. E buon inizio, di nuovo.

venerdì 1 giugno 2012

Tipi da 5.30


  •  Ore 4.30- Bucodiculoplace esterno notte. Renè sbuca dall'oscurità, sale in macchina con gli occhi chiusi e borbotta: "quando mi sveglio ricordami che ti devo dire una cosa". Io: "che cosa?" e lui: "la prossima volta che ti viene un'idea del genere sparati. E chiama qualcun altro".
  • Ore 5.00. Una manica di esaltati, in maglietta rossa in piazza Castello e nemmeno uno sbadiglio, come se ritrovarsi lì a quell'ora fosse la cosa più naturale del mondo. Pare che siano in milleduecento. Tra questi ci siamo anche noi. Renato suggerisce ad alta voce di andare tutti a dormire.
  • Ore 5.10. Ci cambiamo e ci mettiamo i pettorali. Breve corsetta di riscaldamento intorno al castello. Renè cerca un bar aperto in cui nascondersi o una panchina su cui sdraiarsi. 
  • Ore 5.25. Io spiego a Renè il tragitto. Si partirà da piazza Castello direzione via Roma e, attraverso un percorso antiorario si ritornerà in piazza Castello percorrendo via Garibaldi. Lui suggerisce di portarci comunque davanti, per evitare l'assembramento.
  • Ore 5.29. Strano, ancora nessuno che ci si affianchi.
  • Ore 5.30. Viene osservato un minuto di silenzio, ma, chissà perché, vicini più alla zona di arrivo che a quella di partenza.
  • Ore 5.30. Renato si gira verso destra. Intravede dei lampeggianti blu, là in direzione dell'arrivo e si domanda il perché. Io osservo che, forse, serviranno per chiudere la fila. Lui annuisce: tutto, a quest'ora del mattino in cui abitualmente dorme della grossa, gli sembra plausibile.
  • Ore 5.30. Laggiù in fondo, dalle parti dell'arrivo, qualcuno grida "PARTITI!!!" Scopriamo che avevo capito male, il percorso è al contrario di come avevo pensato. Renè non si scompone e mi dice, pensieroso: "in tanti anni di gare non mi era ancora capitato di partire per ultimo". Ci guardiamo, scoppiamo in una risata e andiamo all'inseguimento. C'è una calca che si deve fare attenzione, siamo veramente in tanti, belli allegri e via Garibaldi sembra troppo stretta. Qualcuno ci applaude. Qualcun altro si incazza perché vuole passare a tutti i costi e deve attendere qualche minuto. I paletti bassi che servono da dissuasori attentano ai gioielli di famiglia di più di un runner.
  • Ore 5.35. Renato fa uno scatto dei suoi e sparisce, alla faccia del voglio andare piano. Chiuderà in 20' scarsi, un tempo discreto, considerato che il primo chilometro l'ha corso in circa 6'.
  • Ore 5.36. La calca si dirada gli spazi permettono di allungare il passo. Qualcuno mi sorpassa, qualcun altro lo sorpasso io. In tutti i passaggi noto che non c'è stato uno, uno solo che abbia fatto il furbo ed abbia preso mezza scorciatoia. Non ho il walkman, non serve, sento il fiato ed i miei passi, i passi di molti come me. Tutto sommato non sarò un fulmine di guerra ma so correre, cinque chilometri abbondanti non mi impensieriscono. Osservo la mia città svegliarsi piano piano, i riflessi delle luci dei lampioni, le chiese dalle finestre come occhi scuri, le vie, i palazzi storici, i cortili dietro i pochi portoni aperti, a volte veri e propri scrigni che custodiscono tesori nascosti. Ripenso a come l'avevo descritta ieri, trovandomi pienamente d'accordo con il me del giorno precedente. Manca il sole, è una mattinata grigia ed umida. Le luci dei lampioni si spengono ed il chiarore dell'alba aumenta in fretta di intensità. Abbandoniamo dopo poco la pavimentazione a lastroni di via Garibaldi, poi passiamo di fianco ad edifici che conosco: gli uffici del Comune, che frequento abitualmente per lavoro, il Duomo poi, e giù verso i giardini Reali, la Mole ed in un attimo mi accorgo che mancheranno solo più un paio di chilometri e saremo già all'arrivo. Vorrei rallentare per farla durare ancora un pò, sento che sta per finire troppo in fretta. D'altro canto vorrei finire su via Roma accelerando, le gambe rispondono bene. Non ho mai corso così presto la mattina, è una bella sensazione. 
  • Ore 5.56. Dopo aver sentito gli incitamenti di Renè, che mi sprona negli ultimi metri, pigio il bottone sul Polar. 26'55"4, . Considerato il disastro del primo chilometro ho corso i 5' scarsi al km. Non mi lamento.
  • Ore 6.10 Ci gustiamo le ciliegie, buonissime. Ci rivestiamo e ci avviamo verso la macchina. Troviamo il primo bar aperto e ci premiamo con un cornetto appena sfornato.
  •  Ore 6.30. Un viaggio al contrario, la mattina presto, come mi è capitato poche volte. Il traffico non si è ancora svegliato del tutto. 
  • Ore 7.05. Sono a casa. Con un bacino sulla guancia sveglio la mia piccola che deve andare a scuola, oggi compito in classe di matematica. Lei si stiracchia, mi abbraccia e con la voce ancora impastata dal sonno mi dice: "ciao papone mio bello, hai vinto?"
Sicuramente sì.

P.S. Ore 8.39. In studio. La prima incazzatura seria della giornata ci ha provato, a levarmi il sorriso che ho dentro. E' riuscita a scalfirlo, ma solo per un minuto.

giovedì 31 maggio 2012

Solo i pazzi - e 2


No, non è stato esattamente come l'altra volta: perché in questo caso non ce n'è stata una, una sola, tra le persone alle quali ho mostrato il volantino, che non mi abbia dato del matto, da ricovero, da Cottolengo, a dirmi sì sì, sono già lì, aspéttami che poi arrivo, osservandomi storcendo il naso e scuotendo pensosamente la testa. Ed al mio ribattere che invece domattina saremo una valanga mi han risposto che non c'è niente da essere orgogliosi, se di pazzi in giro ce n'è sempre fin troppi. 
Però no, in realtà non è andata veramente così. Perché uno c'è stato. Uno che non ho dovuto nemmeno insistere per convincerlo, che non appena ha osservato il volantino spiegazzato che ho tirato fuori dalla tasca del giubbotto da moto ha piegato il labbro in un mezzo sorriso e mi ha risposto che per evitare di alzarsi così presto tanto varrebbe non andare a dormire affatto. Renè, e chi altri, se no.
- Andrò piano - mi ha poi detto questa mattina al telefono - 3'40" al massimo per non forzare, tanto è una non competitiva - Io, che ultimamente di chilometri ho preso nuovamente a macinarne ma sono sempre maledettamente inchiodato ai 5'10" l'ho insultato come giustamente si conviene e gli ho chiesto di mettermi da parte un bicchiere di ciliegie, quando arriverà, lui e quegli altri come lui del tanto è una non competitiva ma appena sentono lo sparo nelle orecchie non ce n'è per nessuno e si trasformano in belve assetate di asfalto. 
Però è vero che saremo in tantissimi. Già più di settecento, al momento della nostra iscrizione, due settimane fa, e tutto esaurito, ho saputo questo pomeriggio.
E così domattina ritrovo alle quattro e mezza in quel di bucodiculoplace e poi via. Una mezz'oretta per svegliarsi ed arrivare ed alle cinque e mezza la partenza. Maglietta rossa d'ordinanza con su scritto - 5.30 My favourite number - e pettorali n° 955 e 958. Congeleremo la tipica allegra confusione ed osserveremo un minuto di silenzio, pensando a chi sicuramente in questi giorni la voglia di correre l'ha persa, e poi via, nel fresco e nelle vie che saranno percorse solo da noi, i pazzi delle 5.30, i "descentrà", categoria alla quale sicuramente mi fregio di appartenere. A far gruppo, a rimbombare di passi cadenzati i portici, ad osservare le persiane accostate tutte in ordinate fila, a vedere i lampioni spegnersi per far posto a quel chiarore che ogni volta sorprende e ti fa pensare che non è stato poi un sacrificio, alzarsi così presto, a vivere le piazze senza il consueto caos, il traffico, il rumore, il fastidio. A vedere il sole sbucare da dietro la Collina spettinata di Superga, indorando le facciate delle case che si affacciano su via Po, facendo luccicare i binari del tram e riflettendo i primi raggi sul fiume pigro, laggiù in fondo. 
Di questa Torino, la mattina prestissimo riscopri l'eleganza innata che molto spesso non hai modo e tempo di vedere. Un'aristocratica signora, magari un pò snob, ma veramente di classe. 

E poi sarà così, fiato da dosare e gente intorno che condivide questa sana pazzia, e passi veloci sulle vie del centro e poi troppo in fretta ci sarà l'ultimo lungo rettilineo di via Garibaldi con l'arrivo sulla piazza da cui si parte ed in un attimo sarà già tutto finito. Qualche ciliegia piluccata, qualche chiacchiera veloce, sicuramente qualche risata e poi via, che si deve già tornare indietro per una doccia veloce e, alle 8.30, come nulla fosse, si deve essere puntuali in studio. Ma, di sicuro, con una ruga di sorriso in più.
E come diceva il buon Slaymer "Nullum magnum ingenium sine mixtura demientiae"

giovedì 3 novembre 2011

Terzo giorno

Di passi nuovamente buttati sull'asfalto. Battito medio 142, massimo 185. 6 km, lunghi da morire. Eccomi qui. Alle spalle l'ultima frattura, la schiena ed i mille cazzi, le litigate, le cose. Forse proprio tutto alle spalle no, ma non mi lascio smontare, non me lo posso permettere. Posso dire, tutto sommato, di averne passate di peggio. 
Oggi, per fortuna veniva giù quella pioggia sottile, leggera e rinfrescante. Faceva un freddo discreto e c'era pochissima gente, oltre a me ed i miei pensieri di questi giorni, così neri, più neri dei tronchi rugosi degli alberi, più neri delle venticinque panchine in infilata - le ho contate - nel tratto che costeggia il palazzetto, più neri di questo asfalto lucido che sta sparendo piano sotto cumuli di foglie.
Quei quattro gatti che giravano mi han sorpassato tutti. Giovani, vecchi, maschi femmine, allenati e non. Tutti.
Per fortuna non mi ha sputato addosso nessuno.
Tutto sommato poteva andare peggio.

martedì 15 febbraio 2011

Solo. Come (e con) un cane.

Ed inanello i giri uno dietro l'altro, al mio parco. Il fiato si fa più forte, non è più come all'inizio, quando la benzina durava così poco ed arrancavo subito dopo il primo chilometro. Adesso ho la percezione dei muscoli mentre spingono portando in avanti le gambe e, per la prima volta, ho la consapevolezza di stare correndo ancora una volta. E lentamente, il tempo per percorrere dieci chilometri, si srotola riducendosi. 
Ed ho corso anche oggi, che mi han detto che son "fuori come un geranio da balcone", che pioveva e faceva freddo, ma un freddo signori che neanche la mia maglia bionica stavolta poteva far più di tanto. Musica nelle orecchie a tenermi compagnia, è da un paio di settimane che alterno i miei brani all'ascolto di "In the Music" di Lucilla Agosti su RMC che incontra i miei attuali gusti.
Mi piace correre se piove, sempre, quando cadono quelle goccioline rade d'estate e le fronde degli alberi le raccolgono e ti proteggono, quando vien giù fittissima e pensosa come oggi o negli improvvisi piovaschi dei primi caldi. Mi piace, mi ci immergo, mi avvolgo e mi bagno di fuori e di dentro.
Oggi non c'era veramente nessuno, tranne due che andavano come missili e pochi sparuti altri che, per fortuna correvano più piano di me, in questo spiazzo di verde ed asfalto stranamente deserto, nessuno tranne un passante indistinto lontano nei lunghi rettilinei sotto gli alberi ancora spogli e grigi, nessuno tra le pozzanghere punteggiate di centinaia di cerchi e di coriandoli spiaccicati a macchie sull'asfalto.
Vuote le panchine, vuote le altalene ed i campetti di tennis. Non c'era il solito vecchietto che corre, curvo, tenendo stretto il suo sacchetto con il ricambio, che ogni volta che lo sorpasso lui cerca di accelerare il suo passo ed io rallento leggermente il mio. Più furbo di me, per oggi.
Non c'erano le foglie sbriciolate accumulate ai margini del vialone di ieri, assenti i primi profumi che hanno iniziato ad accompagnarmi da qualche giorno.
E non c'erano i miei nuovi tre amici, che in poco tempo siamo diventati abitudine l'uno per l'altro.

Perchè, da qualche giorno, ho tre amici nuovi

Il primo è un Lhasa Apso bianco e nero ed il secondo il suo padrone. Il Lasha Apso  dovrebbe essere un cane. Ma è un cane bonsai, uno strapuntino riccioluto, un soldo di cacio di cane tutto pelo e niente arrosto che puntualmente, ogni volta che gli passo accanto mi punta e risolutamente mi arriva addosso facendo il ferocissimo, tutto latrati e denti in bella mostra. Ora, io dei cani ho paura, ma a tutto c'è un limite. E 'sto Cugino di Campagna dei cani lo fa apposta, l'ho osservato bene, mettendomi in coda dietro agli altri runners, con loro niente, li lascia passare e non li considera, ma con me è diverso, mi scruta da lontano, inizialmente la prende larga, si gira annusando l'erba facendo finta di niente e poi appena sono a tiro parte alla carica. E percorrendo quotidianamente dieci chilometri sono almeno dieci volte che lo incrocio e che lui fa finta di addentare le mie caviglie. Perché fa finta, il topo. A pochi passi si ferma, altrimenti rischierebbe di venir calpestato e lo sa bene. E non serve deviare, lui mi aspetta. E se n'è accorto anche il suo padrone, che l'altro ieri l'ha portato al parco al guinzaglio. Ma quando l'ho visto legato, anche se sapevo che se ne sarebbe fregato comunque, ho pensato che non fosse poi così giusto. Era il suo svago, il suo modo di divertirsi, forse gli stavo antipatico o non gli piaceva il colore della mia tuta. E così non appena è partito alla riscossa, in un turbinio di pelo e abbaiate stridule, mi sono fermato, inginocchiandomi, e l'ho preso alla sprovvista, carezzandolo e chiedendogli il motivo di tanta rabbia, proponendogli invece di accompagnarmi per un giro e facendogli rispettosamente notare il divario di altezza tra noi due. Ed ho scoperto che quella pulce non aspettava altro che un minimo di considerazione, ed in un attimo è stato tutto uno scodinzolio e leccatine. Fine della guerra, ho pensato.
Ma non appena mi sono rialzato il botolo ha immediatamente riacceso le ostilità. Esasperando anche il padrone, un anziano pensionato, che si è scusato confessandomi di non poterci far niente e con il quale ho scambiato qualche chiacchiera. Ed abbiamo iniziato a salutarci giro dopo giro, giorno dopo giorno, ed è andata a finire che adesso, mentre il primo mi abbaia, il secondo mi osserva arrivare da lontano, mi sprona se mi vede stringere i denti e sorride quando interrompo l'allenamento per accarezzare le orecchie del suo animale. 

Il terzo è un bambino di colore, con gli occhialini tondi e i capelli tagliati cortissimi. In un tratto il parco fiancheggia una scuola materna. All'ora di pranzo, specie quando fa bel tempo, le maestre fanno uscire i bambini a giocare. E questi irrompono nel viale, contenti e gioiosi, a rincorrersi, a giocare a pallone e ai quattro cantoni. E se non fai attenzione cercando di prevederne le mosse rischi che te ne metti  qualcuno sotto le suole.
Beh, lui non gioca tanto insieme agli altri. E' più spesso in disparte, magari è nuovo, o è un pò come ero io alla sua età, spero non sia dovuto alla diversità del colore della pelle. E mi osserva passare, ci osserva passare, l'ho visto il suo sguardo stupito ogni volta, di ammirazione reverenziale quasi, per noi così grandi che corriamo ancora ad inseguire i nostri sogni. E così un giorno gli ho fatto un sorriso ed un cenno di provare a seguirmi e tanto è bastato. Per quei trenta-quaranta metri in cui s'incrociano lo spazio dedicato ai loro giochi e la mia corsa mi corre a fianco, cercando sempre di battermi. E il giro dopo lo vedo, eccolo lì che mi aspetta, da solo ma non è solo come l'avevo visto prima, è lì che mi attende e si prepara, e in quei dieci secondi si libera e corre e si impegna e non è più da solo, ma è il mio terzo nuovo amico che corre felice insieme a me.
Tranne questa volta. Involontariamente li ho cercati, anche se immaginavo di non trovarli. E mi son sentito più solo a non vederli, da sotto i capelli che grondavano di pioggia.
Un poco, ma un poco soltanto.

sabato 12 febbraio 2011

Anema e GORE

Il più bello del parco era sicuramente chi vi scrive, oggi. Magari non proprio il più veloce, ma non andiamo a sindacare. E poi, lo stile, ce lo volete mettere o no?

Ma andiamo con ordine.
Ieri è venuta a trovarmi mia sorella maggiore - normalmente identificata con l'appellativo de "la pazza", giusto per distinguerla dall'altra ("la stronza"). In altri momenti la chiamo anche "la Guru", "la fondamentalista" o "AreKrisna", a seconda delle situazioni. L'altra invece, sempre "La stronza".
Non è normale, ve lo assicuro. La sua vita è stato tutto un susseguirsi di passioni estreme e contrapposte, dall'istruttore di sub all'eremitaggio. Tanto per fare un esempio tra mille,  a partire dall'età in cui si abbandonano le pappette  e per i successivi venti-venticinque anni nessuno in casa mia ha mai potuto assaporare il gusto delle cosce di pollo, che lei si è sempre allegramente divorata con prepotente diritto di primogenitura. 
Poi ha rinnegato il passato, e di colpo è diventata vegetariana. Convinta. Ed ogni sua cena a casa sua è un incubo, ve lo assicuro. Mortadelle di tofu, wurstel di seitan, pasta di alghe in salsa di soia tanto che mia figlia, subito dopo, mi obbliga a giurarle "maipiù" sul menù del primo Mc Donald's in cui ci rifugiamo per rifarci la bocca.
A complicar le cose, in seguito è anche entrata a far parte di una congregazione spirituale e lì ce la siamo definitivamente giocata. Per fortuna non sono fondamentalisti islamici, altrimenti non rimarrei sorpreso di vederla uscire la mattina presto con la sua bella cintura di esplosivo a tracolla.
Pensate che abbiamo a lungo sospettato che ogni appartenente a quella "setta" fosse esattamente come lei. Solo in seguito abbiamo saputo che loro, gli appartenenti alla setta medesimi, in fondo quasi normali, pensavano la stessa cosa di noi, cioè che quelli della nostra famiglia fossimo tutti esattamente come lei. Ambedue abbiamo tirato un respiro di sollievo.
Era lei l'anello debole, insomma. Mentalmente debolissimo, sottolineo.
Comunque il tema del post non era lei, mi scuso del deragliamento e proseguo.

E' venuta a trovarmi a qualche giorno di distanza dalla festa del suo cinquantesimo compleanno. Per la cronaca, vi dico solo che fortunatamente c'era anche cibo "normale", e così mi sono ingozzato di salatini, noccioline e... salatini (fine del cibo normale). C'era del vino "analcolico" (ho proposto il ripristino della pena di morte solo per il produttore) ed anche del cuscus "alternativo" fatto  sostituendo ogni componente che normalmente è nella ricetta del couscous tradizionale (mancavano difatti anche le "o") con Kombu, Dulse, Nori e via discorrendo.
Per la ricorrenza aveva anche diramato una "wishlist" in cui, tra occhiali senza lenti e letture tantriche compariva la richiesta per  una stilografica, quest'ultima esclusivamente di colore azzurro per non far sbarellare i suoi chakra già estremamente provati.
Compito mio, ovviamente.
Beh, questa l'ha veramente conquistata. Così, mentre la contemplava con gli occhi sbarrati, ho potuto svuotare il mio piatto di cuscus dietro la statua di Visnù intagliata nel Kamut. Ho divagato di nuovo, ma sapete, avrei materiale a sufficienza per dedicarle un post, da consegnare in seguito nelle mani di studiosi di antropologia criminale. 

Comunque, per farla breve :-) a qualche giorno di distanza si è presentata in studio. A nulla è servito dirle al citofono "Non compriamo niente" o "L'ingegnere non è in studio" pronunciato con la voce in falsetto. E' voluta entrare a tutti i costi, recando un voluminoso sacchetto con il marchio di un notissimo negozio specializzato in articoli per runners.

Un regalo per me, che da quaran..  cioè da quando son nato, festeggio il compleanno sempre il primo di gennaio. E' facile da ricordare, si segna da subito sull'agenda nuova dopo il disegnino delle trombette di capodanno. Ed invece no. Per sua stessa ammissione la mia ricorrenza è sempre stata messa in secondo piano, all'interno della mia famiglia. I miei festeggiamenti, da quando ho memoria, sono sempre iniziati con le frasi "Eh, scusa, è che subito dopo il Natale non è che siano rimasti tanti soldi, e poi siamo in montagna e qui non sappiamo cosa comprarti, che poi è anche tutto più caro, e poi abbiamo ancora il malditesta del doposbornia di Capodanno e tu che vorresti festeggiare sei anche un pò egoista", manco avessi io deciso di nascere proprio quel giorno perchè ammalato di protagonismo.
Questo ogni anno. Nessuno escluso.
Ho provato anche a dirgli "Organizzatevi", "Portatevi avanti con il lavoro poensandoci ad Ottobre", ma loro niente, ogni anno la stessa deludente (per me) storia. Ho ricevuto regali inutili ed immondi, e tra questi il più ignobile, il culmine delle robe orribili è rappresentato da una scatola in legno con coperchio, con su scritto "Ti parlano dietro", contenente quattro fagioli.
Non ridete.
Me l'aveva regalato mia sorella maggiore, ovviamente.
Beh, l'altro ieri la pazza ha avuto uno dei suoi rari momenti di lucidità. Ed è venuta a dirmi che è sinceramente pentita e si è ravveduta per tutte le ingiustizie inflitte. E conseguentemente ha svuotato un negozio a caso, per fortuna proprio uno di quelli che svaligerei volentieri anch'io.
Mi ha comprato, nell'ordine:
- Un  paio di calze da running Nike bellissime
- Un paio di calze da running Thorlo Experia incredibili
- Una maglia intimo per correre XBionic 3D Bionic Energizer che penso ce l'abbiamo io, Andrew Howe ed Oscar Pistorius. Tiene freddo quando fa caldo, tiene caldo se fa freddo, ti fa la pancia piatta ed i pettorali scolpiti e ti sussurra anche quanto sei bello mentre corri.
- Una tuta Gore per correre che è una F-I-G-A-T-A assoluta.

Mi ha lasciato, per la prima volta nella mia vita, quasi senza parole, che ho recuperato prontamente nel momento in cui, approfittando del mio momentaneo inebetimento ha provato a scassarmi gli zebedei con la sua missione di ricondurmi nel mondo dell'anima originale, mondo dal quale è caduta, in un lontano passato, una parte dell'onda di vita umana (giuro che è vera).
Mi ha definito "pragmatico" ed ha detto che mi vuole bene.

L'ho cacciata dallo studio con il sorriso sulle labbra.
E sorrideva anche lei, sicuro.

lunedì 24 gennaio 2011

Corri


Perché tanto urlare non serve ed oltretutto passeresti per matto qui, nello studio delle rose che oggi han su tutte le spine più aguzze, perché almeno correre è un'anestesia totale, anche se di breve durata, perchè riavvolgere indietro il nastro non puoi mai.
Corri quando qualcosa in maniera imprevista si risveglia e ti colpisce e non puoi fare a cazzotti con un dolore ed inaspettatamente scopri che ti fa male come una ferita fresca, quando invece credevi di averlo preso, quel dolore ed averlo finalmente vinto, impacchettato bene con la carta e con lo spago ed un nodo stretto, sei un castello di carte a cui improvvisamente ne levano una di sotto, e quale sia il colore ed il numero non ha importanza, tu cadi.
Corri più forte di rabbia o drammaticamente peggio di quando stai bene, che vado a correre lo dici col sorriso, con la voglia e l'entusiasmo di sentirti padrone di andare, di vedere che cosa sono stato in grado di fare del mio corpo, che l'ho forzato e forgiato a rialzarsi dopo ogni caduta, per quanto dolorosa sia stata.

Devo andare a correre invece vuol dire necessità, significa che devo uscire, allontanarmi più in fretta che posso, da qui, da me, da tutto, sparire da questo mondo che a volte fa schifo ed a volte paura, da tutte le cose che ti impediscono di dormire di notte e da quelle che ti fanno girare di lato la testa con rabbia, pensando a che uomo sbagliato o stupido a volte sia. Vuol dire mi sfondo, mi riempio le testa di musica a palla e cuore che protesta, ma almeno così non sento niente e nessuno e neanche me, così il cervello la smette una buona volta di farsi tutti i ragionamenti contorti e masochisti, quelli che ti sbranano a morsi voraci di dentro, che girano e girano e girano come il criceto della ruota. Corri e vai e non vedi, non senti, il parco oggi è una macchia indistinta e scura, nonostante il sole ed il freddo che ti graffia le braccia, sono le ombre degli altri, degli alberi e delle cose, E' l'ombra dell'asfalto che è schiuma di mare cattivo, ed ad ogni passo sai che, probabilmente affonderai e affogherai, ed allora vada come vada, ed affoghiamo una buona volta e per Dio che almeno serva a qualcosa, che uno alla fine di tutto questo nero provi a vedere che è finito tutto e non c'è più niente, che a volte il niente può esser meglio del nero che c'è.
E non sai cosa si risolva, perchè ogni strappo alla fine si aggiusta da solo, e dovresti anche averlo ben imparato, stùpido che sei, ma adesso, nel momento esatto in cui questo capita e ti prende alla sprovvista, tu ancora non lo sai.

Ed allora corri.

sabato 22 gennaio 2011

Caduta libera.


Non riesco a capacitarmi di cosa mi stia succedendo. Forse la colpa è delle ripetute che ho fatto lunedì (a momenti svenivo), se dipenda da quelle due o tre ore al massimo che dormo a notte, alle troppe grane in studio, ai pasti dimenticati, ai troppo lavori che non coincidono MAI con troppi soldi o ai miei troppi pensieri. Forse la risposta corretta è un mix di tutto quanto insieme. E guai a chi si azzarda a metterci quel "sarà anche l'età" che mi fa decisamente girare i cosiddetti.
Fatto sta che il battito cardiaco è risalito a livelli stellari e che le gambe di colpo han semplicemente smesso di andare. E tre giorni fa dopo il sesto km mi son fermato perchè non ne avevo veramente più, l'altro ieri più di 8 km a 5.30 di media non son riuscito a fare e ieri ho terminato finalmente i dieci km, ma in 58'22".
58'22"??? SEI MINUTI oltre il tempo di una settimana fa? Primo km a 5.20 e penultimo (stravolto) a 6.30"? Non andavo così piano nemmeno quando ho avuto dal mio luminare il benestare a ricominciare. E ho corso con la consapevolezza di stare correndo male, accompagnato da un senso di spossatezza che mi ha abbandonato mai.
Ed i nessuno dei miei allenamenti mi sono soffermato su quello che vedevo, quando invento le mie storie, così come mi capita sempre, sforzandomi invece di mettere ostinatamente un passo davanti all'altro.
Oggi però ho capito dov'era l'errore. E vi ho posto rimedio subito.
Mi sono imposto prendermi questo spazio solo mio e di divertirmi, di sognare, di giocare con me stesso, di correre leggero sulla vita, di fare il giocoliere  con i pensieri ed il fiato. E di smetter subito l'allenamento, non appena avessi smesso di divertirmi. Ho osservato la gente, i mucchi ordinati di foglie secche in attesa di una folata di vento che le faccia impazzire, i vecchi che giocano a bocce, i loro volti segnati dall'esperienza, i cani che corrono liberi, un bambino che impara ad andare in bici senza rotelle, chi legge il giornale e chi si bacia su una panchina che, per loro è in quell'istante il posto più bello del mondo, cosa che ho visto anche negli occhi del bambino della bici e del vecchio che ha imbroccato una bocciata bellissima. Ed ho cercato di vederlo anche in me. Non ci sono riuscito, ma quasi.
Il risultato? L'ultimo dei miei dieci km di oggi più veloce del primo di ieri :-) Dieci km da dire, alla fine "Ma come, già finiti?", ed una storia, (non proprio allegra, in realtà ma è venuta da sola così), che ho elaborato osservando e cercando di intrecciare tutti i sogni che ho attraversato, correndo oggi al parco.
Ed adesso ve la scrivo.

venerdì 14 gennaio 2011

Parigi è lontana

Un viaggio avvolto, ovattato, coccolato dalla nebbia, quella spessa, quella che mangia i colori, come dice, giocando con le rime, qualcuno bravo. Un viaggio di mattina presto per il consueto appuntamento con il mio luminare. Un viaggetto solo, dove i fantasmi dei fari delle altre auto appaiono d'improvviso  sbucando dal bianco denso, ti accompagnano per qualche istante e poi altrettanto rapidamente svaniscono alle tue spalle.
Isolato nel nulla del grigio di latte e di ovatta che stinge e separa, allontana le case e le vite, rende lontani i rumori dei passi, le voci e le luci.
"Ormai dobbiamo inventare un'altra scusa per continuare a vederci", gli ho detto appena arrivato, posandogli sulla scrivania il referto della mia ultima ecografia. Ha sorriso, dietro i baffi e gli occhiali, prima di torturarmi ancora una volta il tendine, che forse proprio di acciaio tutto non è, ma di sicuro non è più di cristallo. "Così sei guarito, finalmente", mi ha detto.
Poi si è informato sui progressi, sui tempi, e sulla frequenza degli allenamenti. "Vedi di cercarti qualche gara da 10 km in zona, che hai bisogno di farne, di queste. Niente campestri, solo su strada. E non esagerare, che per quest'anno la tua distanza è quella, niente di più e niente di meno".
D'accordo sul niente di meno, ma come niente di più? Non avevamo un obbiettivo ben preciso, ad Aprile?
"No che non ce l'avevamo. Eri tu che ce l'avevi. Ma come tuo medico ti dico che, nonostante vada tutto più che bene, è meglio  che non ci pensiamo neanche. Questa volta passi".
Sapete, non era certo la notizia che mi aspettavo. Avevo già in programma di cambiare tipo di allenamento per poter allungare le distanze e questo niente, mi blocca le speranze sul nascere. E già mi immaginavo là, nella calca colorata, in quei giorni di inizio primavera dove l'aria intorno alla Senna profuma di fresco, dove Place Vendòme è un devastante incanto quieto, dove i Marais sono una soffitta dove vorresti vivere.
Ma non è ancora detto che gli dia ascolto. Parigi è lontana e gli Champs Elysées distano ancora ben 86 giorni.  E la mia prenotazione è lì bloccata, non so ancora per quanto, che non so proprio due euro, insomma. Vedremo.
Però una buona notizia c'è. Una splendida, bellissima, che scalda il cuore. Una che tutte le altre passano in secondo piano, ma che dico secondo, quarantatreesimo piano. E' che dopo anni, ma dico proprio anni, che l'ultima volta che han visto la mia piccola lei era un soldo di cacio, finalmente questa sera vedrò Loro.
E non vedo l'ora.
E - nota di servizio -  Ale, manchi tu. Ma in moto, se monti in sella adesso, ce la fai benissimo ad arrivare per cena.

lunedì 27 dicembre 2010

Trecentoventotto

I chilometri percorsi in questi ultimi tre mesi. Certo che ho corso, cosa credevate.
Trecentoventotto ad oggi, che c'erano -6°, di fuori, e il terreno era duro asfalto ed ogni respiro era un fiato ghiacciato che entrava tagliente, nonostante il mio neckwarmer fighissimo, ed usciva in volute che sembravano fumo denso. Trecentoventottomilapassi, passo più, passo meno, mediando tra gli allunghi, quelli che tiri i denti ed i muscoli per andare oltre ed quelli più corti, delle salite, per cercar di recuperare gambe e polmoni. Trecentoventottomilarespiri, tutti d'un fiato, venticinquemila battiti del cuore circa, più veloci ed affannati i primi, molto più ragionevoli e quasi normali gli ultimi.
Un allenamento ogni tre giorni circa, lavoro permettendo. Una trentina abbondante di allenamenti pertanto, e trenta modi diversi di iniziare la corsa, trenta emozioni, sogni e pensieri, trenta nuvole da guardare o trenta gocce di pioggia da prendere, trenta sogni in cui affogare, trenta speranze, trenta incazzature da far passare, trenta favole da inventare e da raccontare sottovoce alla mia bimba, e trenta e molte più volte che la vedo scivolare sorridendo nei sogni ed ogni volta mi ci perdo che fa quasi male.
In mezzo, la mia prima gara, tre settimane fa. Io, il mio amico Renè oltre ad altri cinquecento circa, chiassosi, festosi  e sorridenti, tutti in tinta con la stessa canotta blu e la scritta 10K. Tra tutti sono spuntati gli occhi azzurri e quasi increduli di Piero, il mio fisioterapista di allora, dei tempi dell'incidente in moto, di quando ero tutt'uno con le mie stampelle che credevo non avrei abbandonato mai. Lui che mi ha aiutato a dimenticarle invece, che si è sdraiato tante volte sulla mia schiena e da quella insolita posizione si è beccato i miei insulti peggiori, che mi ha massacrato in tutte le maniere possibili ed immaginabili e che alla fine mi ha visto andar via dal suo studio senza neanche più zoppicare, lui aveva le lacrime agli occhi, e mi ha stretto con un abbraccio che era condito di gioia pura.  
10K. Alla partenza Renè mi ha chiesto se volevo che corresse con me, ma lui aveva già gli occhi della tigre anche se era una non competitiva e gli ho detto vai e corri, poi torna indietro e vieni a prendermi, così facciamo gli ultimi passi insieme.
Il freddo, la mattina presto, poi lo sparo, la partenza, il fiato basso e la voglia subito di andare, di spingere e di seguire i primi. Ed invece no, tieni il passo morbido, oggi almeno non è il caso, oggi ricominci, oggi vada come vada ma arriverai, anche se sarai l'ultimo ma arriverai, questo è garantito. E corri e osservi gli altri runner, i più giovani, gli anziani e tenaci, c'è uno anche col passeggino e chi porta a spasso il cane. Guarda, il segnale del primo chilometro sbuca d'improvviso, 4'34" sembra un tempo incredibile, considerate le premesse. E vai e segui il cordone colorato, e se ti volti indietro ne vedi almeno  altrettanti, forse ancora di più. Ti sorpassano in tanti, con il passo agile e lesto, ma non te ne curi, le unghie lasciale dentro, vai e basta, sei solo, nonostante i cinquecento colorati, dosa energie e respiro, perditi nei tuoi sogni che quello sei bravo a farlo, ed oggi puoi. Sogna, ed osserva i ghirigori del gelo, guardalo inerpicarsi sui fili d'erba, segui le correnti di freddo maligno del fiume ed il lago ghiacciato e le papere desolate, scruta il volo dei gabbiani che come te han perduto la via e sono arrivati fin qua. E tu che la via l'hai persa mille volte, che dove sei arrivato forse non lo sai neanche più, e che ancora ti perdi, felice comunque di poterlo fare, tu intanto corri, che quello hai finalmente scoperto di aver nuovamente imparato a farlo.
E nell'ultima salita, puntuale eccolo lì, Renè, il solito Renè, un pò sornione, pronto ad accompagnarmi fin quasi al traguardo, prima del quale si è staccato perchè quello devi attraversarlo da solo tu. Ed eccolo, il traguardo, quell'enorme salsiccione blu che ci passi sotto fermi il cronometro ed è già finita, e di energia ce n'era ancora, se lo sapevo potevo dosare di meno e spingere di più.
Il risultato? 222° per me, in 52'28". 19° invece Renè, poco sopra i 39', sbagliando anche percorso, ma questa, per chi lo conosce, è una cosa che non sorprende più di tanto.
E Parigi è adesso trecentoventotto volte più vicina.

martedì 5 ottobre 2010

Scriverei

 scriverei e scriverei, questa sera. Non smetterei, giuro, forse ho il serbatoio pieno, lascerei vagare i pensieri così, senza pensarli, senz'ordine, come una biglia che rotola piano e con leggeri rimbalzi vien giù da una scala. Scriverei della mia voglia di correre di ieri, per il gusto puro e semplice di farlo, senza orologi, tempi sul giro o altro.
Del fiato che usciva regolare ed andava via libero e delle gambe che gli correvano dietro, non così stanche come di solito accade. Delle pozzanghere che ti vengono incontro, da calpestare incuranti degli schizzi, anzi.
E sono piccole fredde punture, spilli aguzzi sulle gambe veloci, la pioggia che inizia. Poi smette e riprende, a tratti, sotto una coperta di nuvole grigie, sopra gli alberi scuri, nodosi ed umidi.
Sono passi e pensieri calpestati, veloci passaggi sul giro di sempre, veloci pensieri sulla vita di sempre, che cambia, alle volte ti morde e ti straccia in frammenti minuti buttandoti via come disperati coriandoli, e poco dopo, guarda caso, ti ricompone lisciandoti e stirando le pieghe con il palmo della mano, poi ti guarda e sorride, di quei sorrisi che non dimenticherai. Sono la maglia a maniche lunghe per la prima volta e quasi nessuno, oltre a me, nei lunghi incantevoli rettilinei che sono così miei questa volta, che senti che vai, che il tuo piede si appoggia leggero e che il tuo cuore lo segue.
E passi. Passi il colombo dimesso che si allontana appena dai tuoi piedi. Passi i segni per terra, la giostra vuota dei bimbi, le altalene sconsolate. Passi il bidone malinconico e piegato con la lattina ancora per terra, le due panchine scrostate deserte, che sembra si tengano compagnia tra di loro e che si raccontino piano storie sentite chissà dove.
Aumenta, la pioggia. La incontri negli spazi all'aperto prima, poi cresce ed anche le fronde zuppe degli alberi non sono più un riparo e gocciolano libere, ma fastidio non è. Ed allora ne assorbi lo scroscio sommesso, il rumore continuo che isola, separa e protegge. La pioggia è a suo modo silenzio, è barriera di gocce su un vetro appanato, sono parole che colano e consolano piano, la pioggia ti avvolge, ti prende, ti lava di fuori, poi prende i pensieri accartocciati e nascosti, sciogliendo i peggiori e restituendoti solo gli altri, puliti e nuovamente limpidi, luccicanti cristalli.
E ti ritrovi così, con i sogni migliori che corrono e i piedi che vanno, tra foglie rossastre macerate di gocce d'autunno, arricciate e morbide, spazzate e schiacciate in mucchi soffici tra la strada ed il marciapiede del parco; ne cade qualcuna, ondeggiando ti accarezza sfiorandoti, la osservi scendere piano, seguendo quella striscia scolorita che si srotola in silenzio oltre il nero lucido dell'asfalto, tra pozzanghere via via sempre più ampie, puntinate da mille cerchi incrociati e da chiazze nere di alberi riflessi.
Corri, dunque, se hai anima e cuore puri, se hai ancora sorrisi e speranze e parole da dare. E corri più forte, più forte ancora, se puoi, sotto una pioggia così, dentro a una pioggia così, tra momenti di raffiche intense ed attimi di tregua. Corri e ripensi, alle cose che perdi, alle cose che trovi. A quelle che, inaspettate ritrovi e così, quasi perdute, sembran quasi più belle e più nuove. Ai tuoi graffi che credevi profondi e che la pioggia ti lava e scoloriti, van via.
I miei primi nuovi 8 km, ragazzi. Da non smettere.