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lunedì 19 novembre 2012

Cadono gli angeli

Il tuo nome insolitamente pronunciato al telegiornale di ieri. "Lutto nel mondo dell'arrampicata sportiva". Un breve servizio su cosa sei stato più di vent'anni fa, nei momenti del tuo massimo splendore, qualche accenno alle disavventure dell'ultimo periodo e poi via, di corsa, a celebrare l'inutile, lo scandalo di turno, la sfida calcistica del giorno.  
Per noi, i normali, quelli che le mani sugli appigli le abbiamo messe sempre sbuffando e tirando come dannati tu semplicemente non eri di questa terra. Tu e la tua leggerezza, tu e la tua grazia, tu e l'armonia dei movimenti che erano pura opera d'arte. Ho sempre avuto l'impressione che nei tuoi gesti precisi, quell'andare pulito all'appiglio senza un tentennamento, si piegasse la ragione della montagna stessa, venendoti incontro e porgendoti le prese nel modo migliore.
Ho avuto il privilegio di vederti arrampicare una volta sola, a Bardonecchia, alla Militi nell'86, su una via su cui nemmeno i miei momenti migliori avrei potuto fare più di un paio di movimenti impacciati. 
Ti ho visto salire, tu e la tua bandana a raccogliere i  capelli lunghi, il tuo fisico perfetto esaltato da un viluppo di muscoli e grazia. Ti ho visto muoverti come un danseur al rallentatore in pose impensabili elevando il concetto stesso di arrampicata, ho sentito il silenzio ammirato di quelle centinaia di nasi in su, ti abbiamo accompagnato con degli "ohhh!" di meraviglia ad ogni passaggio straordinario superato con una semplicità che non aveva ragione, abbiamo sentito il suono del tuo fiato tirato propagarsi nel vuoto, noi in tanti con il nostro fiato nascosto rispettosamente sotto al tuo, trasalendo con riconoscenza al rumore dello scatto di ogni moschettone nel rinvio, siamo esplosi come matti in un'ovazione da stadio quando hai raggiunto la catena, unico tra tutti, quell'anno. Non un primo perché quel giorno non ci sarebbe stato né un secondo o un terzo. Il migliore. 
Non ti nascondo che alla fine della tua via vittoriosa eravamo in tanti là sotto, a massaggiarsi le dita doloranti. 
Non son un vero climber, così come non riesco a fare il vero runner. Non ho tecnica, non ho la costanza dell'allenamento, la forza nelle dita che distingua, ho una vita che non me lo permette più. Arrampicando qualche volta mi è anche capitato di aver avuto paura, o di chiedermi cosa diamine ci stessi a fare lì, tra spuntoni di rocce ruvide ed il vento che mi schiaffeggiava impietoso, appeso alle mie sole dita affaticate. Non so se tu questo l'abbia mai provato. Ma so sicuramente cosa sentivi quando raggiungevi una vetta ed i muscoli ti ringraziavano allentandosi o ogni volta che tornavi giù, le gambe a penzoloni e la tua vita appesa ad una corda da 10 mm. Quello lo so perché l'ho provato anch'io, ed è una sensazione meravigliosa, unica ed impagabile, che ogni volta vale una vita. 
Ricordo i tuoi equilibrismi, gli appigli monodito che replicavamo massacrandoci i tendini, i filmati sui tuoi allenamenti, il tuo sguardo da angelo silenzioso, il tuo essere un divo ascetico, lontano. Il tuo modo di non essere divo, ma oltre, più in alto, più incredibile, più.

Dicevano ieri che tu poi sia caduto, che la vita stessa abbia, ad un certo punto, smesso di esser leggera e che ti abbia trascinato in basso, cadendo e rotolando fino a fermarti senza, ai piedi di una stupida e maledetta scala. Ho imparato da tempo che anche gli angeli cadono.
Non so, ma questo non mi riguarda, alla fine. Non è quello che mi interessa sapere, il come o il perché. Come in ogni cosa che accade la méta, alla fine, è il viaggio stesso. E in buona parte del tuo viaggio sei stato un idolo, un irraggiungibile, splendido e maestoso punto di riferimento. 

"Da grande voglio fare il sorriso del ne è valsa la pena", ho letto una volta in rete. E ieri, alla base di quella parete desolata, fredda e battuta dal vento ho sorriso per te.

Per cui addio, Patrick, dall'ultimo dei tuoi fans.