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sabato 6 aprile 2019

A million dreams


Ci sono parole che mi rimangono impresse, ci sono volti che non dimentico, passassero mille anni, ci sono istanti che dal nulla ritornano a galla senza un motivo, a volte basta nell'aria un profumo che ti è stato troppo vicino o una voce che risuona dall'altro capo del telefono, per ritrovare intatte sensazioni all'apparenza dimenticate. C'è una piazza che quando le cose girano più sbagliate ritrova sempre i miei passi senza che quasi me ne accorga e mi dona sempre la stessa incredibile emozione. 

E poi ci sono musiche che mi suonano dentro, di anni fa come di ieri, che passano dagli auricolari al cuore mentre corro, o la mattina presto nei miei viaggi in auto, che si propagano nell'epidermide regalandomi brividi, e si accostano al bordo delle palpebre inumidendole e scivolano via.
Mi è rimasta addosso una "One" degli U2, millenni fa, inscalfibile, non posso non riascoltarla senza ritrovare l'atmosfera di quello studio, io giovane neolaureato di belle speranze così sfacciatamente entusiasta, Lei la chiamavo proprio One, faceva un mestiere così simile al mio, era bellissima e matta come un cavallo. Chissà dove sarà ora. Una notte di rabbia violenta come solo gli innamorati pazzi stracciati sanno provare, insieme a due miei amici (probabilmente l'alcool aveva fatto la sua parte, uno dei due si sarebbe sposato l'indomani) abbiamo spostato tutti i segnali stradali delle vie del centro della sua città fino a fare convergere tutta la circolazione nella piazza dove abitava lei, senza vie di uscita
Nel corso della vita altre, non tantissime, sono passate come l'acqua del fiume, qualcuna è caduta nel dimenticatoio, ascolto e non riesco a recuperarne il disegno nascosto che le rendeva così speciali, quasi sicuramente non sono più il me stesso di allora. Altre però sono rimaste, sintomo che quella parte di me non si è arresa. Il Canone di Pachembel ad esempio, testimone del passaggio alla mia vita adulta. Blucobalto dei Negramaro ha coinciso con le mie parole qui, un'incredibile canzone di Elisa ed una di Jovannotti sono come tatuaggi musicali che so per certo non scoloriranno.

Alcune mi affascinano senza un motivo, quel preciso connubio tra voce, note e molto spesso video è la combinazione giusta per attraversarmi senza fatica, chissà perché.

Ricordo benissimo quanto mi abbia coinvolto il tributo della nazionale di nuoto sincronizzato all'evento 1D Day, o  il groppo in gola e l'incredibile energia associata al brano di esordio dei Rockin'1000, la riuscita di un sogno di un folle visionario come Fabio Zaffagnini, riuscire a far suonare e cantare insieme 1000 persone. E visto che siamo in tema di folli visionari cosa possiamo dire del lancio della Tesla verso Marte sulle note di "Life on Mars" di Bowie.  Io l'ho trovato da brividi, brividi veri. 

Che volete, dietro la mia rude scorza da plantigrado burbero e solitario molto probabilmente si cela un mollaccione e pure di una certa età. 

In questi giorni invece ascolto questa quasi a ciclo continuo, la ritrovo molto spesso la mattina in radio, la metto al pc mentre lavoro, ogni tanto me la canticchio sottovoce mentre mi concentro su un progetto. Perché non è solo l'incredibile voce o la musica, ma è perché mi ci ritrovo, perché in queste parole ci casco dentro con tutte le le scarpe, è esattamente come sento di essere. Perché ho un milione di sogni in cui sperare che mi tengono a galla, e voglio ancora sognarli tutti, dal primo all'ultimo. Perché mi ostino, perché sono e voglio ancora sentirmi vivo. Ed i sogni reggono il "voglio" e non i "vorrei", se no che sogni sono. 
E quindi voglio scoprirli, voglio la fatica del costruirli, l'emozione del realizzarli. Voglio i fallimenti ed i successi, per esperienza so che saranno molti più i primi dei secondi, ma fa parte del gioco. Voglio avere gli occhi che riflettono un tramonto in parete, voglio correre una seconda maratona, voglio sentire il cuore accellerare i battiti senza un motivo, voglio prendere il vento giusto e l'onda migliore. Voglio passione, voglio sbagliare, voglio incoscienza e un pizzico, il giusto, di sana follia.

Alcuni mi dicono accontentati, comincia a guardare alle spalle, valuta la strada percorsa. Ad una cena di qualche giorno fa con amici, più di uno ha parlato di pensione, e quanto manchi e speriamo solo che arrivi. Io, l'unico, ho risposto che non ci penso nemmeno, non mi sento pronto. Tutti, compresa la consorte, mi hanno guardato come si guardano gli stolti, mentre le parole della canzone (They can say, they can say it all sounds crazymi ritornavano in mente.

Forse alla lunga avranno ragione loro, non so. Ma per il momento mi piace ostinarmi a non voler considerare il percorso del tempo ed a continuare a guardare ogni cosa con occhi diversi. I milioni di sogni aspettano. 

E giusto per lunedì vado ad arrampicare. In una palestra dove l'anno scorso a momenti i miei sogni stavano per interrompersi bruscamente. Ma questa è un'altra storia che racconterò, prima o poi.  

mercoledì 29 agosto 2018

Mille splendidi sogni (quasi) infranti



N.B. Post iniziato a scrivere tempo fa. Poi le mille grane, il poco tempo a disposizione, mi hanno allontanato da qui.

Negli ultimi mesi ho corso. Tanto
Ho corso perché in quei passi veloci che tirano sulle gambe ho ritrovato un po' di quel me nascosto anche a me stesso, insieme ai miei sogni più inverosimili e spregiudicati, alle mie speranze assurde che si ostinano a non voler abbandonare la mente. Ho ripercorso marciapiedi e fatiche, attraversato nebbie intente a giocare con filari di alberi, ho visto il mio fiato uscire in sbuffi densi e l'ho lasciato a dissolversi alle mie spalle.
Ho sentito i miei passi leggeri all'inizio e molto più spesso maledettamente pesanti alla fine.

Ho corso perché abbandonarsi e dire - basta, fate un po' come volete, io mi tiro fuori - non fa parte del mio modo di vedere la vita. Ci provo badate, sbuffo e penso che lo farò, che ad un certo punto vaffanculo al mondo e getterò la spugna, poi mi siederò sconfitto su un marciapiede da qualche parte con la rabbia dei perdenti tra i denti, ma poi con la logica degli "solo altri dieci passi" e "dieci passi ancora" e ancora "solo più questi poi giuro che basta", va a finire che la fine della giornata, ancora una volta, su quel gradino non mi ci ha visto seduto nessuno.
E inseguo i miei sogni, loro, molto più veloci e leggeri di me, ma sempre maledettamente, meravigliosamente miei.
Per voltargli le spalle ho tempo. Ancora un po'.

Così ho ricominciato. E, nella rosa dei sogni a disposizione me ne sono scelto uno luccicante, uno bello da inseguire ma impossibile, come mi han detto in tanti.
Numero 51506, D&R, iscritto alla quarantesima edizione della Maratona di Parigi.
Ci hai un'età. Ma perché Proprio Parigi, direte voi.

Perché sì.

Perché ci ho corso che ero giovane come l'aglio e la Senna che mi scorreva a fianco me la ricordo come fosse ieri. Correre era una meraviglia, partivo libero e leggero dal pont Mirabeau fino all'Ile Saint Louis e tornavo indietro che non mi accorgevo neppure di correre, tanta era la bellezza, l'aria, i profumi, che mi circondavano.
Perché Parigi conserva angoli di malinconia che sono miei, che ho lasciato lì ad aspettarmi ed era giunta l'ora che li ritrovassi.

Ho telefonato a Renè, eravamo in settembre; mentre scherziamo e ci raccontiamo gli aneddoti delle nostre rispettive vacanze, con noncuranza sgancio la bomba: "che ne pensi di una corsetta a Parigi ad aprile? E' il quarantesimo". Lui fa una pausa, cambia il tono di voce e mi risponde: "se parli con un minimo di giudizio guarda che non è uno scherzo, e siamo già in ritardo". Io gli rispondo di non esser mai stato così serio in vita mia. "Ma ho deciso di meritarmi questa sfida importante, e se una maratona deve essere, allora deve essere lì". 
Renè, per chi non lo conoscesse, è un mezzo fuoriclasse. Di maratone ne ha corse diverse (ha un personale di 2h 43") è stato anche campione italiano in categoria Amatori su diverse distanze. Insomma un mostro, che, anche se adesso è anziano, continua a correre dannatamente forte. 
"Gioco mio, regole mie", mi dice "Se la facciamo la corriamo insieme, fianco a fianco tutta, dall'inizio alla fine, a me non interessa il tempo. Ma da giovedì prossimo a Parco Ruffini alle 17,30 si inizia a fare sul serio". Inutile tentare di mediare per l'ora sostenendo che ho uno studio ed un lavoro caotico e imprevedibile, e che alle 17.30 sono normalmente solo a metà giornata. "Le condizioni non sono negoziabili". Mi tocca capitolare. 
Il primo giovedì arrivo in ritardo di quaranta minuti, complice un cantiere distante. Renè sbuffa ma mi fa cominciare. "Partiamo piano" sa di presa per i fondelli, lui davanti io dietro. Sceglie i ritmi - giusto per rompere il fiato - e per un'ora e mezzo mi massacra. Finisco che ho la lingua sotto le suole e male ovunque. Mi lascia anche i compiti a casa, dei piani di allenamento ogni due giorni, e devo inviargli lo screenshot di Endomondo a fine corsa. 
Il secondo giovedì tardo di nuovo. Questa volta si fa serio e mi dice che se arrivo in ritardo ancora una volta la finiamo lì. - Hai scelto un impegno - mi dice - e questo impegno viene sopra ogni cosa, sopra il lavoro. Se ti dico di correre corri, nessuna scusa. E se non ti sta bene non ho intenzione di andare avanti a sprecare altro tempo. 
Da quel giorno in poi non ho più tardato. 

Il 24 settembre mi arriva la mail: "Félicitations, vous êtes bien inscrit au Schneider Electric Marathon de Paris le dimanche 3 avril 2016 ". Abbiamo finito di far finta, ho il biglietto, ho prenotato il treno e scelto l'albergo vicino all'Arc de Triomphe, ho l'adrenalina a mille e telefono a Renè che mi confessa, molto candidamente, di non essere riuscito ancora a fare l'iscrizione. Ma abbiamo ancora almeno un mese di tempo - mi rassicura - non serve tutta questa fretta. Il 24 ottobre le iscrizioni vengono chiuse e scopro che se ne è bellamente dimenticato. Riuscirà comunque, non so ancora come, a recuperare un'iscrizione grazie alle sue conoscenze all'ultimo minuto. 

E in quel periodo la corsa diventa la mia vita. Riempie il mio mondo, i miei pensieri, ogni mio momento libero, non lascia spazio ad altro. Mi si insegna a dosare l'energia, a tenere un passo costante, ad andare piano per andare più forte. Cominciano i lunghi e i lunghissimi - il primo di questi mi stravolge - per poi iniziare tutto da capo aumentando di volta in volta il ritmo. Diventa un impegno vero. Corro la mattina presto o la sera tardi, immerso totalmente in me, nei miei pensieri, nella mia determinazione. Cado due volte, complice il buio, rientro sanguinante ma non mi fermo. Corro con Renato e la sua capacità di insegnarmi, la sua pazienza, il suo impegno, la sua incredibile forza d'animo. 
In poco più di tre mesi corro circa 450 km, e pian piano inizio a farlo diversamente, a spingere e non a trascinarmi. Rientro sempre stravolto ma deciso più che mai a non fermarmi. Corro con la pioggia, con il gelo aggrappato alle dita, con lo scaldacollo sulla bocca a riscaldare l'aria di ghiaccio, con il miraggio della doccia calda da cui è sempre difficile uscire.
Una sera di febbraio arrivo a casa intorno alle 20. Mi cambio velocemente e vado. Ho in programma qualcosa di veloce, due volte i 5 km ad un ritmo medio. Un veloce riscaldamento e via. Vado bene, ma dopo il primo giro una fitta dolorosa dall'interno coscia mi si propaga per metà gamba. Mi fermo e smette. Riprendo e ricomincia. Decido di finire il giro, lo finisco male e dolorante. Telefono a Renè, il quale mi dice che forse abbiamo preteso un po' troppo da me, che abbiamo tenuto ritmi troppo serrati complice il poco tempo a disposizione. "Prenditi tre giorni di pausa, non fare nulla, nemmeno bici, riposati, che te lo meriti, riprendi lunedì". Così faccio, in tre giorni il male svanisce completamente, e mi sento bene, in forma come poche altre volte, forte. 
Lunedì sera arriva che, dopo tanto tempo, ho veramente di nuovo voglia di correre e andare, mi sento bene, benissimo. Parto.
Il male mi aggredisce dopo meno di un minuto, una rasoiata dall'inguine al ginocchio sinistro, un dolore che impedisce la falcata, provo a forzare di meno ma niente da fare, correre è diventato impossibile. Mi fermo sconsolato. Mi rivolgo il giorno dopo a un fisioterapista, uno bravo, uno di quelli che vedrai che ti rimette a posto
La diagnosi è infausta e veloce: "Pubalgia, almeno un mese, un mese e mezzo di stop e poi lenta terapia di recupero". Mi arriva addosso un macigno. Non è possibile, sostengo io, tra un mese e uno spicciolo di giorni ho la maratona, non posso, è assolutamente fuori discussione. "Anche se avessi la finale di Champions domani - risponde lui placidamente - non cambierebbe nulla. Ti fermi qui, ora. Non si può fare diversamente. 
Renato ha il morale a terra forse più di me, pensa forse di avermi spinto troppo, di aver forzato eccessivamente. Ma la colpa non è sua, il tempo, la forma, era tutto  troppo tirato.

Il sogno, il mio bellissimo, incredibile, luminosissimo sogno, si infrange, una miriade di frammenti brillanti mi crollano dolorosamente addosso.  

[continua.....    ]

On air: e nel frattempo, il boss, si diverte a prendermi in giro 

lunedì 12 novembre 2012

dodici, undici, dodici



"Era la dichiarazione d'amore più tenace che il porto di Amsterdam avesse mai ascoltato.
Era la promessa di un'attesa, era la dichiarazione incontrovertibile della loro unità.
Era un arrivederci.
Certi anni passano come gli attimi.
E certi attimi, non passano mai."
[Lorenzo Licalzi, L'Uomo dei Tulipani.]

martedì 29 maggio 2012

L'aquilone

   [http://antoinezone.net/]
Ma come fate voi, hai detto. A giocare coi numeri. E' da pazzi, non c'è poesia, né emozioni né sentimento. Non è un tema, ad esempio, che l'incanto nel leggerlo ti avvolge, che ti ci perdi assaporando lentamente le parole, che le emozioni saltano fuori dal foglio e ti si piazzano davanti così, da provare a toccarle, che ne vien fuori quasi musica a volte, incastrata tra le parole.
No, non è da pazzi. Forse è solo che vediamo le cose con occhi diversi.
Io ci gioco, da sempre, invece. Non è da pazzi tenere la mente allenata e fare i conti a memoria e divertirsi addirittura con i numeri, le regole e le formule, non è da pazzi, o forse sì, ma solo un poco immaginarli, e vederli proiettati al contrario nelle notti che non ti regalano sogni ed inventarsi storie che quelle almeno puoi.
Ci sono i numeri intorno, nelle cose che vediamo e che diciamo. Cinque minuti e arrivo, e cinque minuti che sono trecento di quei secondi che a volte sembran troppi o troppo lunghi, e troppi giri di ruote della mia moto, imbrigliato in un traffico pomeridiano che sapeva di marmo.
Ci sono i numeri in ogni cosa, in quello che capita, nel ritorno periodico degli eventi, nei momenti della vita: momenti come parabole, con la loro lenta salita, l'avvicinarsi al fuoco e l'inesorabile allontanarsi. Esplosioni come iperboli, equazioni incomprensibili ed imprevedibili. 
Io inequivocabilmente tendo agli asintoti.
Numeri nel suono delle parole, nel passo cadenzato dei runner che giravano intorno, nel movimento delle tue mani a disegnare nell'aria mentre dicevi - mi hanno sempre dato e tolto, dato e tolto. Avrei voluto fermarle, quelle mani.
Dato e tolto, dato e tolto, un movimento periodico le tue mani, un'onda sinusoidale, y=Asin(2π/τ x + Ø), dove ampiezza, periodo e fase sono state le variabili che hanno reso una vita quella vita precisa. E saranno stati scrosci di pioggia, occhi scuri a scrutare il morire di giorno da dietro alle persiane socchiuse o passi di corsa sulla neve di una sera, e Dio solo sa dov'ero e se avrei voluti incrociarli allora, quei passi.
E anche un aquilone ha dalla sua matematica e numeri; è una figura geometrica armonica, un quadrilatero con un cerchio inscritto, e la distanza tra l'incrocio delle due diagonali ed il centro del cerchio è la chiave di tutto, perché è lì che sta l'equilibrio, è lì che per fargli prender vento dovrai attaccare i fili perché altrimenti l'aquilone non volerà mai. E' un gioco sottile di numeri, tra superficie portante e pressione, è un equilibrista che si esibisce sul filo sottile del vento, è la spinta, che lo porta a staccarsi da terra per inseguire rondini e nuvole. 
E anche se sempre di più mi sento arido e freddo, anche se non ho più fame di scrivere, che mi sento come congelato, ed il cuore ha spostato la sua forza nei punti vitali per difendere il resto, e scriver non è più sfacciatamente vitale e opprimente come lo era allora, ma forse ancora potrei inventarmi aquilone e provare a sentire se c'è ancora, la pressione che mi stacca da questa panchina, mi fa aprire le braccia a trascinarmi su, passando silenzioso accanto a quello scoiattolo attento ed incerto, su, tra le fronde degli alberi che mi lasciano sfilare, e su, ad osservare questo rettangolo di verde e i cani e la gente che rimpicciolisce, come le macchine pazientemente incolonnate nel traffico di marmo, e su ancora, i tetti rossi ed i comignoli e le case e queste vie tutte così maledettamente ordinate ed ancora su, oltre, a guardare questo fiume troppo placido e grigio e la collina laggiù in fondo e la Mole agghindata della sua sequenza di Fibonacci addosso che sono ancora numeri. Su, sfidando folate improvvise, a sentire il sapore di quella spinta, del vento che mi accarezza il volto e mi sostiene braccia, occhi e cuore, a capire se, scivolando qualche volta e risalendo subito dopo, io sia ancora in grado di trovarlo, quel punto di equilibro, tra le due diagonali ed il centro del cerchio.
Su, ancora oltre, ad osservare, quel filo sottile che parte da qui e descrive una curva indolente, arrivando fin giù, a quella panchina, e tu che hai ancora il polso ad indicare il movimento su e giù, dato e tolto, con un gesto che è quasi come quello che serve a far volare ancora una volta un aquilone.


[P.S. Sig. Ammaniti, la prossima volta mi avverta, per cortesia...]

sabato 22 gennaio 2011

Ombre

Subdole, loro. Ossèrvale adesso, mentre fuggono leste, via dai riflessi gelidi delle vetrine sotto i portici di via Venti Settembre, i riflessi di quella cosa che eravavate voi, in quel tempo in cui nè domande nè dubbi potevano esistere. L'amore rende invisibili, ti diceva, mentre osservavate le vostre ombre sbiadite sotto un sole di ottobre e l'aria fredda del porto le faceva stringere le braccia. Beh, adesso infatti ti vedi. E non c'è niente da salvare, in ciò che vedi. Ed è inutile andarlo a scovare tra vecchi libri ammuffiti delle bancarelle del centro o giù dentro i carugi stretti e scuri che odorano di frittura e di altre vite.
Non posso più. Riprendo la mia vita, ti aveva detto quel giorno, in quella maniera definitiva ed agghiacciante, seduti sotto l'ombra degli alberi dei giardini dell'Acquasola. Senza preavviso? No, già lo sapevi, lo avevi respirato nella brezza che profumava di mare ancora prima di incontrarla, l'avevi visto nei suoi occhi che d'improvviso non eran più limpidi, non avresti avuto neanche bisogno delle parole - avresti sofferto di meno? - Prèndila la tua vita, le avevi risposto, e già che ci sei prendi anche la mia, che ormai è uno straccio buttato per terra, sono i gusci spezzati della noce, è un foglio strappato e sminuzzato in mille coriandoli disperati e buttato nell'acqua lurida della Foce, mille frammenti di te, di me e non più di noi, morsi di parole irriconoscibili ma sai che sono stati scritti.
Di lei ti aveva affascinato da subito la calma nei gesti ed i capelli impigliati nel vento, resi preziosi da tempo ben speso. Gambe veloci e un gran bel culo, questo va detto.
Ricorderai il primo incrocio dei vostri sguardi e il riconoscersi, subito. E la consapevolezza definitiva dell'appartenersi di un attimo dopo, ed il bacio seduti sui gradini della fontana di piazza De Ferrari, con il vento che vi portava gli schizzi dell'acqua addosso ed i gabbiani che dall'alto vi osservavano giocando con le correnti.
Nascondeva dentro gli occhi neri, tra le ciglia, un sorriso sereno. Un sorriso di chi ne ha viste e passate tante ma che sa che anche la tempesta  più terribile, comunque alla fine è destinata a lasciar posto ad onde calme che rispecchieranno ancora una volta il sole.  Qualche volta aveva addirittura sperato che quel sole fossi tu. Era in quei momenti che il suo sorriso ti ammaliava ed era ancora più bello.
Poi, improvvisa, saliva la paura ad impadronirsi di quegli occhi, rendendoli più neri ancora, seri e tormentati. La paura di trovarti completamente o di perderti completamente, era un guaio uguale, era la pazzia, era la strada senza ritorno, che la portava a guardarti fisso per leggerti dentro, improvvisamente seria, pronta a sfidare la tua sicurezza, le tue convinzioni, a cercare un tentennamento che non ha mai trovato, che non potrebbe trovare, che non troverà mai comunque. Come quella tua corsa pazza in macchina che ti aveva portato a lei in un niente, bruciando tutti i semafori, davanti a Porta Principe mentre lei voleva scappare e sparire una volta per tutte. Ti aveva detto adesso mi dai uno schiaffo ma tremava ancora ed aveva ancora paura di andare via e di perderti, di andare via e trovarsi, anche se sorrideva. Non potrei, le avevi risposto, non potrei mai, non voglio nient'altro di quello che ho e tenermelo, per quanto potrò e sarà sempre troppo breve. Non voglio nient'altro. Non esiste nient'altro.
Ma non potevi legarti, legarla. Non potevi inventare altro tempo oltre quello che c'è, che c'è stato. E non potevi non rimanere a fissare per l'ultima volta l'ombra della sua figura, mentre svoltava e spariva nella salita del Prione. L'ombra non si era voltata. 
E dimmi a cosa serve, adesso, rimanere lì, su quella spiaggia, ricoperta di alghe infradiciate, di rami levigati e bianchissimi e di latte di vernice arrugginite. Dimmi cosa serve guardare anche stavolta quella luna che lentamente affoga nel mare.
E sì che ne gliene hai tirati tanti di sassi, a quella stronza di luna perchè la smettesse di proiettare altre ombre e di sfotterti, con quello sguardo malinconico e canzonatorio insieme.

[P.S. Secondo me, correre non è che mi faccia proprio benebenebene....]

giovedì 29 aprile 2010

Rêver

Ti ho cercato.
Sì? lo pensavo d'altronde. Anch'io, comunque. Come vedi sono qui, adesso.
Sì, ti ho cercato.
E dove?
Tra le vie del centro, nel traffico caotico, nella gente che si muove indaffarata a piedi. Ombre indistinte e confuse che si muovono disordinatamente in bianco e nero.
Ti ho cercata.
Ma se ero qui, da questa parte. Avevo da fare, un sacco, sai? E poi, dove?
In una piazza dove, un giorno lontanissimo sapevo di te così forte che forse mai, così. No, non è così, sapevamo di noi, e tu, che pazza.
Pazza io? Ma ti sei guardato? E cosa hai fatto?
E ti ho cercata poi anche nell'ultima piazza di questo mondo, defilato, quella in cui mi hai lasciato solo strade graffiate dal gelo. Quando i cavalli della giostra hanno smesso di correre, si son staccati dai sostegni e sono andati via e la musica dissonante piano piano si è smorzata. Quando mi hai detto che occhi bellissimi hai, e ti sembrava che piangessi, ma io sorridevo, invece, solo che le lacrime me li riempivano da dentro, affogandomi.
So tutto. So anche questo, sì.
Ti ho cercata nelle librerie, ad annusare storie di noi e non ne ho trovata una uguale. E mi son consumato le dita e gli occhi, a leggere. Poi ti ho cercata sotto i portici di una giornata d'improvviso calda. Alla palla del cannone ho sussultato, mi è sembrato di riconoscerti.
Ma non ero lì.
No che non c'eri. Ho cercato, annusando l'aria, per trovar tracce impalpabili del tuo profumo. Ho cercato ancora, e poi ancora. Ti ho intravista mille volte, in mille persone, mille espressioni, mille passi che non erano i tuoi.
Sono anche andato lungo in moto. Mi ha fermato un paraurti.
Ma bravo! Cosa fai, sogni ad occhi aperti, adesso? E cosa ti han detto?
Non lo so, non sentivo, non avevo orecchie nè voce nè cuore.
E cosa mi avresti detto, se alla fine mi avessi incontrato, cosa c'era di nuovo, che già non sapessi tu, che non sapessi io?
Ti avrei tenuto ferme le braccia per impedirti di scucire il mio cuore. Ti avrei tenuto fermi gli occhi incollandoci uno sguardo limpido. Avrei legato i pensieri fasulli per scoprirti. E ti avrei coperto con due onde di mare. Avrei parlato io, senza parole. Ti avrei detto stai zitta e ascolta.
Ci sono poche persone che possono dirmi stai zitta. Non so se tu sia ancora una di quelle.
Stai zitta comunque. Ti avrei raccontato del silenzio del sole quando ci illumina, della pioggia che non abbiamo mai preso insieme, delle parole senza senso che danno musica e tempeste, della luna triste di  ieri sera, che si appoggiava sui filari dei platani lontani, e che mi guardava commiserandomi.
Non è più tempo, sai?
Non mi importa. Non ti importa e non l'hai ancora capito.
E' quello che speri tu.
Può darsi.
Allora vado.
E dove? Non lo vedi che non c'è altro, che il mondo è sparito, che le stelle si sono spente, che.
Stai zitto tu, adesso. Non posso più, davvero. E' durato già troppo, stanotte.
Come vuoi, se è questo che vuoi. Cosa mi lasci?
Un respiro quieto. E questo silenzio. Non esisto, senti? Solo questo posso darti.
Allora va bene. Lo terrò come se solo questo esistesse, lo innaffierò di parole nascoste per farlo avvizzire.
Sai che non serve a niente?
So che il niente non serve. E' diverso. E forse questo non lo hai mai capito, o l'hai capito molto prima di me.
Devi andare. Stai per svegliarti. Basta un soffio e sparisco.
Allora non soffio. Voglio rimanere da questa parte. Non voglio svegliarmi. E' tutto perfetto, così.
Ma devi, non ci puoi far niente. Le cose perfette le trovi solo nei sogni, d'altronde. Hai messo la sveglia, 6.15, sai? E poi ti devi alzare subito, che devi lavorare un sacco, ultimamente.
E se poi, domani notte non ti incontro? E se invece mi capita un incubo? Diventerai il sogno di un'altro?
Ehi, cos'è, mi fai il geloso, adesso? E gli incubi te li ho fatti cancellare, solo sogni belli, contento?
Ma che me ne frega dei sogni belli, voglio questo!
E allora cercami, comunque. Vedrò di capitare di qua, una notte o un'altra.
Dammi le mani adesso.
No!
Dai, dammi le mani ed un bacio. Meno cinque, quattro, tre due, uno.........
Drrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr.

martedì 27 aprile 2010

Immerso


In piscina i suoni son distorti, amplificati dal riflesso sulla lucida superficie dell'acqua. Fa caldo, umido. C'è sempre gente, all'ora di pranzo. Non tantissima, due, tre persone al massimo per corsia. Scelgo sempre quella dove vedo che non si fermano.
Ma accendo il walkman, lo fisso sull'elastico degli occhialini e metto gli auricolari speciali nelle orecchie.
Appoggio l'accappatoio, levo i sandali e cerco di costringere i miei troppi capelli dentro la cuffia.
Mi immergo piano, il tendine è ancora in rodaggio, non è il caso di ricominciare il calvario a causa di un tuffo atletico.
Sono in acqua. Metto su gli occhialini a specchio e la musica a palla.
Di colpo sono solo. Non c'è più il rumore dell'acqua, e neanche il rimbombo della piscina. Ci sono io, immerso nella musica liquida che mi avvolge, mi gira intorno, mi fagogita. Inspiro e mi immergo.
La prima vasca la faccio quasi completamente sott'acqua. A rana, lento, lungo, dosando il fiato che preme per uscire dai polmoni. La musica è l'acqua, ci nuoto dentro, mi dimentico del resto, del mondo, di me.
E nuoti.
E nuoti, vasca dopo vasca, non ci riesci mai, a contarle, cominci, una, due, tre, ma questa è la quarta o già la sesta, ma dai che non ci riesco, mi dimentico, mi dissocio, perchè nuoto, ma in realtà non è proprio che nuoti, vago, è che il sangue lo allontano dal cervello e butto tutto nelle braccia e non penso, non uso i pensieri con raziocinio, è come quando corro ma qui di più, sarà questo blu che mi circonda, di sotto e di sopra, e intanto devo girare che un'altra volta il bordo è già arrivato ed il fiato regge, ma in realtà il corpo va come vuole lui, vado a stile, o a rana, il più delle volte, quello sì che lo so fare bene ancora adesso, che da ragazzino le mie poche gare le ho vinte così, e già allora ero fuori dagli schemi che quando vincevo alzavo un braccio e volevano sempre squalificarmi perchè si tocca il bordo con due, C-O-N D-U-E hai capito? Ed io che alla volta successiva rialzavo il braccio lo stesso e fate e dite quel che volete che tanto sono io qua, in questa vasca e sono io che ho vinto comunque. Quanto ero sbruffone allora, anche se poi non è che sia cambiato di tanto.
E nuoto, che la piscina è una boccia di vetro da pesce rosso, e guarda un pò chi può essere il pesce, muto, liberato ed oppresso da tutto il silenzio che c'è intorno, che è silenzio assoluto, che emerge da sotto questa musica, che la puoi alzare quanto vuoi ma il rumore odioso del silenzio lo senti lo stesso, subdolo, ronzante, insetto fastidioso che non riesci proprio a scacciare.
Non pensare e nuota, nuota e non pensare, che questa non è piscina, è mare, il tuo mare, quello forte, di quel blu che è quasi nero e con i banchi di spuma rabbiosa, quello che quando è mosso è facile entrarci ma difficilissimo uscirci, devi contare le onde, sette, sono le onde e poi anche il mare respira e prende il fiato, periodiche, con i sassi che rotolano chiassosi nella risacca e, per rispetto, quando esci dal mare che ti ha dato il permesso, non devi mai voltargli le spalle.
Nuota, non pensare e nuota, un'altra bracciata e affronta le onde, il mare, la tempesta. Buttati alle spalle tutto, osservalo, nella scia che si allontana da te, ti sai, bastati, un'altra ed una dopo ancora, respira, hai imparato e sai, uno due tre e respira, che tempo ce n'è prima di tornare sotto, in apnea, giù, più ancora, prima che tutto il silenzio colori di scuro anche gli occhi.
Succederà, non ci puoi far niente. Sei già stato a galla troppo tempo, puoi ritenerti fortunato, in fondo.
In fondo.
             Il fondo.
                          A fondo.
                                       Affondo.
Te le senti, le braccia stanche, le gambe che pesano e che ti tirano giù. Il buio profondo ci prova, ti attira, ma non è tempo, non ancora.
Riemergi, ti risvegli, guardi l'ora e scopri che è già tardi, in studio han già ripreso tutti.
Esco, recupero le mie cose e mi avvio verso una doccia veloce.
L'istruttore, che mi ha guardato nuotare, mi ferma all''uscita: "Scusa. Ma facevi gare, da giovane?"
"Più che altro rompevo le balle", gli rispondo. "Ma non ho ancora smesso"
"Che cosa? Di rompere le balle?" Fa lui interrogativo.
"No, di essere giovane", ribatto io con un sorriso.

domenica 18 aprile 2010

Come due formiche. [Sottovoce]


Si racconta che il Mahatma Gandhi spiegasse ad un suo discepolo che le persone gridano quando i loro cuori si sono allontanati, e son così distanti da non riuscire più a sentirsi parlando normalmente.

Se ci pensate, se vi ci immedesimate, scoprirete che è proprio così: quando alzi troppe volte la voce, è perchè il tuo cuore è distante da quello della persona con la quale stai litigando.

Beh, anch'io qualche volta urlo, capita. Raramente, ma succede. Ho un discreto margine di sopportazione, ma quando supero la soglia, allora son cavoli. E sbaglio, certo che lo so, me ne accorgo anche nel preciso momento in cui, ma che volete farci, non riesco ad evitarlo, anzi, forse non ci provo neanche. E pochissime volte nella mia vita, ho urlato così forte da star male.
Ma, per fortuna, conosco persone con le quali mi viene normale parlare solo con un tono di voce bassissimo. Così basso, sussurrato, che a momenti la voce non serve neanche, per comprendersi.

Ieri sera, ad esempio: ero comodamente avviluppato nell’abbraccio della mia piccola, nel suo letto con scaletta, torre del castello e scivolo per scendere, tra peluches di ogni specie, colore e dimensione che, non dimentichiamolo, han quasi tutti un nome. In questo periodo, per non far torto a nessuno, dorme con una serie di tre che alterna con regolarità. Ieri sera toccava ad un pinguino alto mezzo metro, una papera ed un asino.

Le stavo raccontando la consueta favola della buonanotte, dieci minuti inventati ogni volta che, in un modo o nell’altro, prendono spunto da quanto ci è capitato nella giornata appena trascorsa. E stavo inserendo, nella storia di due formiche che ne combinano di ogni sorta, proprio la massima di Gandhi.
Mi stupisco ancora, ogni volta che me la guardo e la tengo così vicina, stretta strettissima, che sia così vera e mia. Ad un certo punto, piano, mentre i suoi occhi cominciavano ad aprirsi ai sogni, le ho mormorato: ”ma tu, sei vera? Sai che il tuo papà ti vuole davvero bene?”

Lo so - mi ha risposto lei. E poi, tenendo i suoi bellissimi occhi serenamente chiusi, con un sorriso, ha aggiunto. “Sai papà, io e te siamo proprio come le due formiche della favola, che ci parliamo piano perché i nostri cuori sono vicini davvero.” Mi ha dato un bacino sulla punta del naso e di lì a poco dormiva, mentre io non mi stancavo ancora di guardarmela, stupito.

Ed in questa mattina, di nebbia che teneva in ostaggio un sole a sorpresa, questo piccolo pensiero, in punta di respiro, sussurrato piano, è per tutti quelli che non hanno bisogno di alzare la voce mai, per capire se stessi. Farsi capire dagli altri, a volte, è addirittura più semplice.
Provate a sussurrare.

[Dedicato, oggi, alla mia ex-autista...^_^]

sabato 17 aprile 2010

Arriva la nuvola

Tenetevi pronti, sta arrivando.
E' grigia e silenziosa e scura. E' fatta di cenere vulcanica, impalpabile, che sa che era fuoco vivo fino a poco fa, li contiene ancora tutti i ricordi di che cos'era, giù nelle viscere più profonde.
Ferma possenti aerei con misuscoli micidiali granelli e porta freddo al sole, ridona un soffio gelato d'inverno, la pioggia sicuro, la neve addirittura, forse.
Ma la sentivo anch'io già da giorni, circondarmi e pervadermi. Li sentivo, piccoli e pungenti, schiaffeggiarmi la faccia. Sarà che, umorale come sono, io che il mio vulcano personale prêt-à-porter me lo porto sempre dentro, mai spento,  gli basta poco a lui, per risvegliarsi e oscurare il tutto. Ed è fin troppo facile allora, veder tutto nero anzi, inutile che indossi i tuoi occhiali con le lenti gialle, vedi nero comunque ed ovunque.
Ed è un periodo no, di ruggine e salita. Di cose ruvide e dure, del dover sopportare. La più brutta parola del mondo, sopportare. Io non voglio sopportare niente. Voglio fare e disfare, cambiare, dire fare baciare lettera e testamento. Beh, per quell'ultimo no, c'è ancora tempo, please.
Vorrei grattare dal muro della vita questa pagina grigia, fatta di cartone pressato e fradicio. Vorrei levarla tutta, liberandola dai rimasugli di colla appicicaticcia, riportando fuori una parete lucida e trasparentissima, cristallina.
Voglio prendere un barattolo di scolorina da spennellare nel cielo e ritrovarmi il sole caldo che mi abbronza il viso. Voglio quello che non posso o posso quello che non voglio, è uguale e diverso allo stesso tempo.
Fatica, sì. Ogni tanto viene a galla. Tranquilli, poi passa. Ma pesa finchè c'è.
E le piccole magagne diventano pesanti, opprimenti ed inamovibili macigni.
Mi son messo pure d'impegno, nel cercare di farmela passare. Per quello che posso, che riesco, per il tempo che ho, che è sempre meno di quello che vorrei, anche solo per sfogarmi a scrivere, come adesso.
Per fortuna, almeno nuoto. Vasche su vasche, in attesa della prima nuova sgambata al parco. Sono entrato in acqua con attenzione sul mio tendine da tagliandare, inforcato i miei occhialini incredibili, ci ho fissato su il mio stellare walkman subacqueo e via. Beh, quella del walkman è stata da delirio, da consigliare assolutamente. Nuotare con la musica di Enja nelle orecchie è stata un'esperienza ai limiti della fantascienza. Mi sembrava di essere un delfino, tant'è che a momenti mi dimenticavo di respirare. Sessanta vasche immersi nella musica liquida che ti avvolge completamente, fermandosi solo per rimettere gli auricolari quando sfuggono dalle orecchie. Peccato che, non avendo serrato stretto il jack delle cuffie, il mio mitico lettore, il giorno dopo, pieno di goccioline, non funzionasse più.... Beh, rimesso in sesto per fortuna. E che dire poi dell'altro giorno, dopo la mia salutare seduta sfinente di nuototerapy, mentre apparentemente rilassato mi asciugavo i capelli, i miei capelli che sono andato a farmeli tagliare e non se n'è accorto nessuno, ma proprio nessuno, neanche mia figlia, ad un certo punto mi sono accorto che, subdolamente, una massa molliccia si era impadronita della mia cute, imprigionandomeli in una morsa appiccicosa perchè un emerito stronzissimo IDIOTA aveva pensato bene di nascondere un chewingum dentro quel phon, uno su cinquanta, proprio quello che avevo scelto per asciugarmi. Sono uscito da lì con una massa irsuta sulla testa che neanche lo scienziato di Ritorno al futuro, e per fortuna che le mie amiche "prùchere", con olio e pazienza, ne hanno avuto ragione, restituendomi intatti i miei ricci, senza regalarmi una chierica da francescano.
E non mi stupisce pertanto il fatto che, complice una serata a mangiare schifezze in un locale western ed il lavoro, che quando c'è è sempre troppo e tutto per ieri, e pagasse anche qualcuno male non farebbe, l'altro giorno alla fine mi son ribeccato pure un male come quello di quel giorno là, uno di quelli totali e devastanti. Uno che mentre stai male ti dici solo non ci pensare, poi passa, ti passa. Dai, passa, sta quasi passando, adesso passa.
"Guarda se poi stai male non che non ti senta lamentarti", aveva gufato acida la consorte, vedendo che per una volta, mi stavo anche divertendo insieme ad altri esseri umani. E così, per evitare di essere buttato nel cassnetto dell'indifferenziata, alle cinque del mattino ero già in studio, libero di lamentarmi e di dire oddiomioquantostommale fino alle undici, quando, esattamente come le altre volte, il dolore assoluto pian piano è svanito, assottigliandosi lentamente e lasciandomi bello che nuovo, anche se debole e tremante come un neonato.

Così come adesso.
Non ci pensare, poi passa, ti passa. Dai, passa, sta quasi passando, adesso passa.

Tranquilli, poi passa.
Già basta scrivere un post....

mercoledì 10 marzo 2010

Toh, guarda.

Nevica.

Nevica da ieri, ma già con domenica aveva nuovamente ovattato l'aria di quel silenzio irreale, ingrigito. Le mie rose, lì fuori avevano già cominciato a far spuntare i primi germogli ed adesso giacciono di nuovo quiete, sotto uno strato gelido spesso una decina di centimetri.
Nevicando mi ostacola, nelle idee delle cose da fare, e mi trova contrariato, per la prima volta in quarant'anni. Ho sempre adorato la neve. Patisco il caldo, al freddo sto bene sempre e la neve l'annuso, deliziando sempre mia figlia  che mi guarda stupita se le dico: "senti? C'è aria di neve"; lei arriccia il naso, tentando di imitarmi e poi sorride rispondendomi che sente invece odore di pizza -  che dici papà, andiamo a prenderla così facciamo una sorpresa alla mamma?
Nevica che i rumori fuori dormono anch'essi, si smorzano, colpiti, abbattuti da tutti quei fiocchi soffici, cotonati, che scendono leggeri ed inesorabili. Aggiungono sonno al sonno, la mattina ed è più difficile svegliarsi, darsi la smossa, giù, alè che si comincia.
Ed invece il biancolatte della neve sui velux che sembra buio, la stanza afona e il niente che ti circonda non ti spronano, sembra che ti dicano shhh, pazienta, riposa, spegni il cervello e  mettilo sotto la neve anche lui, dormi se riesci. Sogna se riesci. Dai, sogna. Shhhh.
Sogna come quando sogni che corri, che ti sembra di essere legato con mille invisibili elastici, impantanato alla terra, e che ti stanchi perchè le gambe le muovi lo stesso anche se dormi.
Sogna che ha smesso di nevicare, che c'è il sole, che le stampelle sono inutili e che il tendine è già guarito e prendi e fai. E vai, dove vuoi, perchè il tempo è tuo e ne fai cosa vuoi.
Sogna che c'è il vento, e la crosta leggera del sale secco che ti è rimasta sulle braccia te l'ha già asciugata il sole, e stai portando una barca, magari la tua, chissà. Di bolina stretta, che tieni la barca tra i polpastrelli delle dita. Lo scafo si appoggia sulle onde, le separa, con la sua forza e le lascia alle spalle. Le vele gonfie, le cime tese arrotolate sui winch. La ruota del timone leggera, ascolti la pressione delle onde. Le sartie sibilano, sbattendo leggermente sull'albero. Hai i tuoi occhiali da sole ed i capelli lunghi e ricci che seguono le folate. Indossi una t-shirt blu, blucobalto, sicuro.
Non sei solo, tua figlia è a cavalcioni a prua, le gambe lunghe ed abbronzate oltre il bordo, che guarda lontano e ride divertita ogni volta che uno spruzzo dispettoso di onda che rimbalza sullo scafo lucido le solletica i piedi.
C'è gente sottocoperta, ne senti il rumore. Si cucina qualcosa, forse. Ne annusi i profumi, che rapidi passano e si dissolvono insieme alla scia che si svolge alle tue spalle. Individui le forme nella penombra, un bracciale, una mano che si muove rapida con perizia, piedi nudi e jeans arrotolati sopra il polpaccio, una camicia di cotone annodata con noncuranza. Non vedi il volto, ci sono solo capelli che si ribellano al vento mentre esce in coperta e viene verso di te.
Fa caldo nel tuo sogno. C'è il vento, il rumore del mare ed il sole.
Senti leggera una mano sul volto caldo e abbronzato dal sole. Ed occhi che ti guardano dentro, gli occhi nel cuore.
Lento, inesorabile, tutto svanisce, scioglie e si dissolve.

Mia figlia mi sveglia con una carezza lieve sulla guancia ispida della barba di due giorni. Mi guarda con i suoi occhi che contengono ancora tutto l'incanto del suo essere bimba. Dieci anni appena compiuti. E a volte sembra più matura di me.
- Mi spiace svegliarti, papà - mi dice con la sua voce più tenera - ma mamma ha detto che sei in ritardo per andare a lavorare. Fuori nevica. Sai? Sorridevi. Dà un bacio sulla punta del naso a quel suo papà ancora una volta aggiustato e poi via di corsa a prepararsi. 

Sapete?
Che belli gli occhi di mia figlia, appena sveglio. E, nonostante la neve che impietosa continuava a cadere, la sua mano profumava ancora di vento e di mare.

sabato 21 novembre 2009

Conto i minuti.


Li conto da sempre, da quando ho memoria, che volete, sarò malato, li conto per tenere allenata la mente, per giocare con i numeri, che mi diverto e passo il tempo. Li conto quando, ad esempio sono in auto, da solo, e magari mancano, che so, duecentoquarantatre chilometri per tornare, e so che se mai rispettassi i limiti vuol dire che ci metterei un'ora e cinquantadue minuti, ecco più o meno sì, e se invece li supero appena appena, ma appena sotto la velocità del suono, dicono alcuni, allora vuol dire che di ore ce ne metto sempre una, ma i minuti diventano solo più ventotto, sempre minuto più, minuto meno. E questo vuol dire, che so, passare almeno mezz'ora a giocare con la mia bimba, mentre altrimenti, magari, la troverei beatamente adormentata, ed oltretutto nel lettone, cosicchè mi tocca dormire nel letto in legno rosa, con la scala per salire e lo scivolo sotto la torre per scendere, con tutte quelle stelle foforescenti appiccicate al soffitto, che mi perdo a guardarle, ed a sperare di vedere qualche Leonide di passaggio, che questa è la stagione, e che qualche desiderio, frugando in tasca, mi sa che me lo trovo ancora.
E quindi poi me li riconto a mente, che se adesso sono le diciannove e trentanove più un'ora e ventotto quanto fa, allora nove più otto fa diciassette, l'uno me lo appiccico sul vetro davanti, proprio sopra la striscia del guardrail e scrivo idealmente il sette sullo specchietto retrovisore e tre e due cinque, prendo l'uno e diventa sei, che vuol dire uno scatto dell'ora, ecco ci sono, metterò la macchina in garage alle ventuno e zerosette. E che se poi giro la chiavetta e sono magari, che so, le venti e cinquantadue vuol dire che o ho sbagliato i conti o che la strada era sgombra, ed i miei pensieri vagavano leggeri.
E mi dicono che ti capiterà, prima o poi, che ti levano talmente tanti punti che dovrai ricominciare con il triciclo a pedali e poi la bicicletta con le rotelle e poi tutta la trafila solo che a quel punto la patente non te la daranno più per sopraggiunti limiti d'età.
Ma attenzione. Primo, io difficilmente alla guida mi distraggo: penso, sì, quello è vero, ma sto attento. E le cinture le metto sempre, e da tempi non sospetti, non tengo il cellulare in mano, mai, che lì basta un attimo e sono dolori, faccio attenzione sempre. E la mia auto mi accompagna sicura, tutto sommato ronfando tranquilla, che di cavalli ne ha a sufficienza da farsi spremere ancora un pò di pù, all'occorrenza. E secondo, in questo ci ho più culo che anima.
E poi conto i minuti anche quando corro ma a piedi, che questo è un tasto dolente, perchè il mio tendine non collabora proprio. E tutta la fatica, tutti i soldi spesi ed il dolore subito in terapie si sono frantumati nella prima delle tre corsette che mi erano state concesse: venti minuti a un ritmo da pensionato son bastate per ritrovarmelo tutto gonfio e dolorante. E il medico che ha aiutato una marea di runners, oltre ad atleti di vario genere e valore l'altro giorno scuoteva la testa, dicendomi che era una ricaduta e che non sapeva proprio cosa dirmi. Che faccio taglio? Ma sì, taglia.
A me, che oggi, con un lungo finesettimana davanti, e che sono duemilaquaranta minuti, fino alla mezzanotte di domenica, e a ritrovare il ritmo e ricominciare fino alla prima parola di lunedì ci saranno altre nove ore circa che sono altri cinquecentoquaranta minuti più gli altri fa duemilacinquecentottanta minuti, a me dicevo, anzi a me mi, manca correre, in maniera spasmodica, innaturale, fisica, e che se dovessi non dare ascolto a questo tendine malato incomincerei a correre adesso in questo momento, con il mio cappellino nero, gli occhiali da sole e le mie Saucony, con il lettore con dentro gli ultimi brani che ho messo e che mi fanno allungare il passo. E non mi fermerei, dopo venti minuti e bada a non forzare, correrei a perdifiato, fino a sentirne il benefico effetto in ogni parte del corpo, dalla punta delle ciglia ai piedi. Probabilmente riaprendo gli occhi, sarei arrivato fino a Mondovì, oggi.
Ma il tempo conta anche lui, subdolo, e gira a rovescio, e pian piano, che neanche te ne accorgi dai che almeno una decina di minuti son già svaniti, sciolti, liquefatti, e prima che te ne renda conto si frantumeranno anche gli altri, sul muro delle cose da fare, dei lavori da ultimare, delle sorprese da inventare. E a un certo punto scopri di aver sbagliato qualcosa, nei tuoi conti, perchè se prima duemilaepassaminuti sembravano un'eternità, scopri che sono un'inezia, un gioco fatto di niente, una favola inventata per tua figlia ed una passeggiata con lei a guardare i colori delle foglie che cadono, che in questa stagione li vedo abbastanza annch'io.
E allora datemente ancora, minuti così: datemene a raffica. Minuti d'attesa, minuti di qualcosa che ti scalda dentro e che non passa. Minuti che precederanno altri minuti ed altri minuti ancora. E li userò tutti, non ne sprecherò neanche uno. Per fare cosa non so, deciderò man mano. Ho così tante cose da fare, a cominciare dai miei fogli con troppi punti esclamativi che significano che la consegna è diventata più che urgente.
Magari ci scriverò su un post.

martedì 17 novembre 2009

Il nastro di Moebius

Mi è tornato tra le mani per caso, l'altro giorno, improvvisamente. Uno squarcio nel passato, un ricordo quasi dimenticato che è tornato vivo fresco, liquido. Ha bussato, non ha neanche aspettato che aprissi, mi ha investito, come spesso fanno i ricordi improvvisi, in un vento che esplode di una moltitudine di foglie gialle e rosse, dai suoni secchi, carico dei profumi caldi di estati dimenticate. Si, Mi ha investito. Nostalgico? Anche, a volte.
Non so se ci avete mai giocato, con questo incredibile pezzo di carta, quando eravate ragazzi. Parlando da ingegnere, matematicamente si tratta di un esempio di superficie non orientabile, in cui esiste un solo lato e un solo bordo. Infatti, dopo aver percorso un giro, ci si trova dalla parte opposta; solo dopo averne percorsi due ci ritroviamo sul lato iniziale. Ma a me ricorda altro.
Erano tanti, mille anni fa. La scuola, la mia vita di ragazzino, così diversa da adesso..
E la prima incredibile cotta. Di quelle che hai il cuore a mille e che non ti riesci neanche a spiegarti perchè, tu che fino ad un secondo prima giocavi ancora con il Subbuteo e le automobiline. Non ricordo neanche che classe facevo. Non ricordo più il nome, forse Annalisa, ricordo vagamente il volto, che ritorna da una vecchia foto di classe, di quelli dove lei aveva i codini ed io il grembiule scuro.
Lei era una di quelle bravine e perfettine, quelle con la mano alzata, sempre. Sapeva l'Infinito a memoria, ma sospettavo che se lo fosse scritto nascosto da qualche parte. Brava in italiano, brava in inglese, con lei riuscivo a spuntarla solo in matematica. E nelle gare di corsa, quello per forza, che mi piaceva già allora. Per tutto il resto mi batteva regolarmente. E la cosa pungeva un pò il mio orgoglio, ma mi piaceva da matti. 
Una di quelle cose che le dicevi solo agli amici, di nascosto, come quando ti dicevano, che so, lo sai che mi son fidanzato con Maria, e tu gli chiedevi se lei lo sapeva e l'altro rispondeva certo che no. E ci passavi le ore a scuola a guardarla, di nascosto che la prof di chissàccheccosa se ne accorgeva sempre e vai con gli urli. E forse sì avevi incominciato a scoprire che ti piaceva scrivere allora, perchè allora hai cominciato e poi non hai più smesso. E scrivevi il nome sul bordo del foglio del compito in classe, invece che farlo, il compito, lo scrivevi a ripetizione, uno, due diecivolte in riga uno dietro l'altro, che poi quando ti risvegliavi scoprivi che mancavano dieci minuti al termine, dovevi cancellare tutto con la gomma da stilo, quel disco azzurro di gomma dura, che se non fai attenzione attraversavi il foglio da parte a parte e finivi che il compito era un guazzabuglio di scritte, cancellature, conti fatti troppo in fretta e alla fine tua madre andava al colloquio parenti per sentirsi dire che sì, andavo benino, ma avrei potuto impegnarmi di più.
E ricordo che mi svegliavo presto la mattina per andare a scuola e vederla. lì nello stesso banco, che non sapeva neanche che esistevo. Che poi non ce l'avevo mica, il coraggio di parlarle, tranne qualche "ciao" di striscio, un poco come se fosse capitato per caso, quando invece avresti voluto dirle solo che ti piaceva, e da matti.
Poi, in giorno, giocando con la matematica, mi ero studiato da solo, per la prima volta il mio nastro di Moebius, personale. Mi aveva sorpreso, ma l'avevo analizzato e compreso. E in un attimo me l'ero studiata così bene, che il giorno dopo, avrebbe funzionato, la va o la spacca. E il giorno dopo mi ero presentato da lei, davanti a scuola, con il mio nastro per lei. "Scommetto che non sai cos'è", le avevo detto improvviso, senza neanche salutarla, porgendoglielo. Lei stava parlando con le amiche, ma mi aveva visto arrivare: sospetto che la mia cotta segreta non fosse poi così tanto. Mi aveva guardato, con gli occhi che ridevano e poi mi aveva risposto "E' un nastro tagliato male".
"E allora scommettiamo che ti sorprenderà, questo nastro tagliato male?" Avevo ribattuto io, con la spavalderia che mi serviva a nascondere le mani che tremavano. "Scommettiamo un bacio. Un bacio perchè questo nastro tagliato male ti sorprenderà una volta ed un'altra subito dopo" le porsi le forbici ed il nastro di carta. Eravamo soli, in quella piazza, nel ricordo che ho di allora non c'era più nessuno, anche se, magari c'erano le sue amiche intorno che sghignazzavano, non me ne ricordo.
E lei cominciò a tagliare nel senso della lunghezza, mentre le spiegavo. Le spiegavo, sicuramente in maniera confusa che le avevo donato quel nastro perchè mi piaceva e tanto, che eravamo io e lei, quel nastro, e che ci provasse una, due volte a separarlo quel nastro, se ne era capace, a separare me da lei. E mentre parlavo e lei tagliava e vedevo lo stupore nei suoi occhi, mentre tagliava, una e due volte. Poi, per un attimo che mi è sembrato un secolo, il tempo si era fermato, allora.
Quel bacio, inaspettato ed improvviso, da ragazzino imbranato, imbambolato, incredibile, con i fischi di incitamento degli amici di allora, quel bacio me lo ricordo ancora adesso.
Chissà cosa fa, adesso, dove vive, se è sposata.
E chissà se mai le è più capitato, riprendendo per caso, che so, un nastro di stoffa cucito per sbaglio a formare un nastro di Moebius.
Secondo me ha sorriso anche lei.





martedì 27 ottobre 2009

Piazza Vittorio, un giorno


E' particolare, questa piazza. Scarna, troppo grande. Hanno approfittato che c'era un fiume e ce l'hanno messo dentro e finisce dall'altra parte, dietro la chiesa, per poter dire che è una tra le piazze più grandi d'Europa, e non vale, così è fin troppo facile. E' in discesa, ma pochi se ne accorgono, con le case che si interrompono in corrispondenza delle vie e riprendono subito dopo un poco più alte, così che, se non te lo diceva il tuo professore al Politecnico, tu mica te ne eri mai accorto. E' scarna e ingrigita, per alcuni versi, con tutti i fili e fili e fili intrecciati per i tram, che quando la vuoi inquadrare tutta con la macchina fotografica loro escono alla ribalta e ti sembra di vedere quasi solo quelli.
E' rimasto un pizzico di magia, nascosta negli angoli remoti e bui, quelli vicino alla farmacia dell'800, di quando ci portavano una volta a Carnevale, noi piccoli, io con il berretto da cowboy, il giubbotto con le frange, la stella e il cinturone con la pistola e i sei colpi gialli nelle striscie che li staccavi e li mettevi dentro, uno ad uno, con le dita che facevan fatica, che una volta tanti ma tantitantitanti anni fa il carnevale lo facevano lì, che da quando l'hanno spostato alla Pellerina tutta la magia e l'infanzia è rimasta dall'altra parte.
E' bella e brutta, moderna e antica, desolazione e sorpresa, un controsenso ed un incanto ad ogni passo, tutti diversi. E' indorata dal sole, oggi, con tutti i fiori sul ponte che colorano, con le rotaie che scintillano, con il fiume che è quasi oro, oggi, che fa caldo ma un caldo che ottobre sembra sparito di colpo, che quelli in macchina mi invidiano tutti, io che la mia città me l'attraverso in un baleno, perchè solo un attimo fa mica ero qua, ero là nel mio cantiere quello grande, quello da mille milioni, quello che la mia piccola quando ci passo davanti ha imparato a dire "questo lo fa il mio papà", ed io già mi vedo con la cazzuola in mano e la busta di foglio di giornale in testa, che, mattone su mattone tiro su muri, per non smentirla. No, ciccia, il tuo papà fa solo l'ingegnere. "Ma è meglio o peggio?" chiede spesso lei, pensosa. Ah, saperlo.
Ero là che oggi ho visto tutto, ed a un certo punto, visto che ci si perdeva in ciance, ho salutato tutti e via, perso nel zig zag tra macchine lente, me la son ritrovata vicino. Così, improvvisa e vicina che quasi non me l'aspettavo, il Transalp fa di testa sua, insegue quel che vuole alle volte. Ed invece eccola lì, uno squarcio improvviso. Ho parcheggiato in una viuzza vicino, l'ho atraversata, casco in mano e cellulare spento. Ho camminato sotto i portici, ritrovando angoli conosciuti, scorci dimenticati. Qui una volta c'era uno che... adesso non c'è più, e tutti questi bar ipermegasupertecnologici, che io quando progetto spesso penso così, ma quando cerco un posto come Dio comanda mi rifugio in quei posti, quelli diversi, qelli con gli specchi vecchi e le boiserie in legno, di quelli da rifugiarsi sulle poltroncine che scricchiolano sul vecchio palchetto in legno, con un irish coffee tra le mani che scalda, con la nebbia che lenta sale dal fiume, che lì dentro ci stai e parli fitto fitto e ridi, e i pasticcini che uno via l'altro e alla fine sei sazio e la cena potresti anche evitarla. E chissà c'è ancora quel posto, mi sa che non c'è più, perchè ormai ho fatto tutto il giro, sono quasi da dove son partito e qui praticamente di quei posti non ce n'è più neanche uno, vedo tavolini moderni ancora, fuori dai portici quindi ci sarà un altro di quei locali tutti acciaio e vetro acidato e invece no.
Me lo ritrovo lì, davanti a me, con le tartine per l'aperitivo già esposte, e l'interno scuro, quasi buio. Non riesco a resistere. Entro.
L'interno è così, come doveva essere, come mi aspettavo. Il vassoio dei dolci a sinistra, pieno di croissant di tutte le forme e colori, roba da acquolina in bocca, ma so che dovrei aver al massimo un paio di Euro in tasca e quindi non è il caso di lasciar il casco come pegno. Ordino un caffè, io che ultimamente mai neanche più uno, ma, improvvisamente ne avevo voglia. Bevo il caffè e nel frattempo guardo, osservo, i due bimbi con una brioche ciascuno che le tengono a due mani e ad ogni morso ci si immergono, i quadri, la cassa vecchia e un pò scrostata, di quelle ancora con i tasti a pressione che quando schiacci il totale esce il numero su in alto e si sente la campanella. E poi la saletta di fianco, piccola, una discreta finestra sulla piazza, di quelle dove star seduti in un angolo, a scrivere, scrivere e scrivere. E poi, va già che lo sai, che te lo dico a fare, ma ci ho pensato. Bello sarebbe.
Pago il mio 0.90 e scopro che di Euri ne possedevo addirittura tre, per cui ci stava anche un croissant, magari solo uno senza niente dentro così non ingrasso, ma senza niente che lo prendo a fare, è molto meglio niente del tutto. Appoggio le mani sul bancone, sulla parete della saletta, su un tavolino basso. Me ne approprio, respiro l'aria che sa di caffè macinato. Poi esco. Sarebbe stato veramente un peccato non ci fosse stato più. In fondo era così, fino ad oggi. Da oggi invece esiste, anche per me.
E ritrovo la mia moto, parcheggiata sbilenca, ironica, come per dire "hai visto? Ti sei voluto fare tutto il giro della piazza perchè non ti fidavi, vero? Ed io che invece ti ci avevo portato proprio giusto. Vatti a fidar degli uomini". 
Per fortuna che c'è lei.
D&R

sabato 17 ottobre 2009

L'equilibrista


E' dura. E' quello che doveva essere. E' quello che volevo, forse, ora non lo capisco più. Sopra la corda, tesa allo spasmo ma che, una volta che ci sei sopra e ti ci affidi, ondeggia e ti lascia da solo, separato dal mondo che non vuoi e che non ti vuole.
E'debole. La tua forza, il tuo coraggio e la determinazione. Ma sei lassù, e, dal basso, non capiscono. Loro non sanno. Hanno pagato il biglietto, loro. Vogliono lo spettacolo. Daglielo, in un modo o nell'altro.
Stanno a naso in su e, silenziosi, guardano, osservano, scrutano. Segretamente speranzosi che un'incertezza, un'esitazione ti faccia almeno vacillare. Non dargliela vinta, mai. Osa.
Le tue mani. Sono tutto e non stringono che niente, tranne la consunta consapevolezza di te, a farti da bilanciere. Altro non hai. Basterano.
La politica dei piccoli passi. Il primo, quello che ti allontana dalla solidità concreta della partenza, dalle certezze, dalle sicurezze a cui spesso ti aggrappi, ecco quello è il più duro. Ma devi andare. Devi dimostrare che puoi, che sai, che vali. E vai. Metti il primo piede esitando, senti sotto di te la cruda durezza della fune e che non c'è niente attorno. Sei solo.
Altre volte hai provato e sei caduto, ma avevi mani forti pronte a sorreggerti. Quante voci ti dicevano "puoi farcela". Questa è l'ora, non puoi più tirarti indietro.

E così vai avanti, saltimbanco fragile e solo. In equilibrio tra il nulla. Più vicino alle nuvole, ma ancora troppo alla terra. In silenzio, ti appoggi all'aria che si fa silenzio ed attesa, intorno a te. Sei tutto il malandato circo che ti circonda. Sei i tristi pagliacci con la lacrima dipinta, sei quel tendone rattoppato. Sei quei mille lustrini che dietro nascondono dolore, miseria e disperazione. Sei quel vecchio leone, da troppo tempo chiuso inerte in gabbia ma che ha ancora negli occhi il colore caldo della savana. E puoi ancora far male, se devi mordere.
E quasi immobile la percorri, quella fune che all'inizio sembrava infinita, ma basta il tempo di un fiato e sei già a metà, avvolto nel cono di luce che lascia tutto e tutti in ombra, anche se sai che ci sono, e che ti vedono, sicuro e concentrato, attento ed invincibile. Tu solo sai che non è così.
Sono vulnerabile, visto da qui. Ma voi, là sotto, non ve ne accorgerete.
Mai.
[Thank's to Fragole Infinite]