Visualizzazione post con etichetta La mia Ciccia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta La mia Ciccia. Mostra tutti i post

venerdì 17 maggio 2024

L'amico del giaguaro

Tempo fa, durante un viaggio in autostrada, il fato ha deciso che era ora che cambiassi auto. 
Avevo un appuntamento presso un cantiere nell'astigiano, viaggiando a velocità di crociera (quella mia solita, che nelle foto dell'Autovelox vengo mosso), quando autonomanente, di punto in bianco il motore ha deciso di accellerare progressivamente - stile Christine la macchina infernale - fino a terminare la sua gloriosa seppur breve vita in una coreografica quanto pirotecnica fumata bianca, tipo elezione del Papa del millenio.
 
Il viaggio di ritorno, con l'appuntamento saltato e gli amici che mi perculeggiavano, loro 4 belli contenti in camper in partenza per l'Oktoberfest ed io sul sedile passeggero del carro attrezzi, non è stato per nulla piacevole
La diagnosi infausta e definitiva del mio meccanico pure meno.
I mille euro in contanti del losco figuro che se la è presa "perché me la riparo con calma e poi la rivendo che sembra nuova" - peraltro immediatamente ghermiti dalla consorte - sono stati una ben misera consolazione, .

E così è iniziato un periodo alternativo, pendolare's mood, punteggiato da pullman rincorsi nelle albe nebbiose di Bucodiculoplace e stanchi ritorni serali osservando mestamente scorrere il nulla fuori dal finestrino. E' cominciato anche un periodo di Autoscout, Brumbrum.it, noicompriamo auto e così via, scartavetrando i sentimenti di chi aveva la sventura di incrociare qualche parola con il sottoscritto. 
Perché c'è da dire che sono un pignolo, lo so. E che le auto mi piacciono, e che non mi accontento, perché "quello sotto il sedere sono quattro ruote un motore ed un sedile che mi portano da A a B" non appartiene al mio modo di vedermi al volante. Sarà che adoro guidare, che sono stato viziato da piccolo, la prima macchina veramente mia, discretamente cattiva, recava il logo "Martini" trapuntato sui neri sedili sportivi  Recaro  (gli appassionati avranno già un filo di bavetta alle labbra) ed il rifornimento di carburante mensile si portava via metà del mio stipendio di allora. Poi, vent'anni fa sono salito sulla mia prima auto della casa con i quattro anelli e lì sono rimasto, macinando chilometri su chilometri fino ad oggi, quasi tre volte la distanza tra la terra e la luna. 
Nonostante quella che mi aveva testè lasciato inopportunamente a piedi fosse stata proprio di quel marchio lì, io, da buon masochista, sempre quella comunque volevo. E inutilmente mi si cercava di dissuadere: prendi un'italiana che fai bene all'economia locale, prendi una giapponese che sono le più innovative, prendi un Ape Car che è in linea con il tuo reddito, io nulla, non mi smuovevo di un centimetro. 
E che poi io non cercavo una macchina qualunque, intendiamoci. Vade retro le station wagon che mi han sempre ricordato i carri funebri, lontano da me i Suv, troppo arroganti e le auto troppo piccole che poi quando si va in vacanza devo legare la consorte sul tetto (.....), non troppo nuova che costa troppo, non troppo vecchia che ha di sicuro una valanga di km... insomma la mia ricerca su uno dei motori di ricerca anzidetto iniziava con "trovati 312995 risultati" e dopo che avevo inserito tutti i miei filtri terminava con "2 vetture disponibili", una delle quali in provincia di Reggio Calabria e l'altra "peccato!!"appena venduta. 
Un giorno però un risultato colpisce la mia attenzione. Una bella berlina, nera, cattiva il giusto, quattro ruote motrici e un'esagerazione di cavalli. Non troppi chilometri per un macchina di quel genere, a filo del mio budget e relativamente recente. Non è un Euro6, ma non si può pretendere tutto dalla vita, anzi influirà nella tenzone sul prezzo finale. In provincia di Crema, per i miei parametri non così distante da me. Immagino già la sensazione della mano sul cambio e delle curve prese a fil di rasoio in piena, rabbiosa accelerazione. Telefono e prendo appuntamento per il sabato mattina. 
Mi accompagna la Ciccia, ansiosa di vedere la prossima macchina quasi nuova di papà e di sostenerlo nella scelta. Partiamo con la macchina della consorte, una piccola utilitaria già disastrata di suo e che, da quando anche la Ciccia neo patentemunita ci fa pratica su, è ridotta pure peggio. Ma siamo io e lei, cosa che accade sempre più di rado ultimamente e siamo felici di questa nostra piccola vacanza insieme.
Arriviamo, nel parcheggio defilato del concessionario lasciamo l'auto per evitare che, vendendola, non ci facciano nemmeno entrare. 
 
La persona con cui ho appuntamento è il tipico venditore di auto, sorridente, sicuro di sè, di quelli da pacca sulle spalle, che passano subito a darti del tu e che ti trattano come se fossi il loro migliore amico, a cui mai e poi mai, intendiamoci, penserebbero a rifilarti una sola. 
Inizia parlandomi dei prodigi di un'auto a suo dire guidata da una vecchina non fumatrice che a malapena usciva di casa solo per andare a messa e rigorosamente sempre sotto i limiti di legge, ma lo fermo subito, ho esaminato le foto dell'annuncio ad una ad una con una scrupolosità che nemmeno i Ris di Parma, sono andato a verificare i km, ho scaricato scheda tecnica dal sito del produttore, sono anche andato a curiosare sui vari forum per capirne pregi e difetti. Ora voglio vederla.
 
E lei è lì. Nera lucida, bellissima, il muso aggressivo. Tipica auto da vecchina, mi vien da pensare. Apro la portiera, mi siedo, assaporo il profumo del cuoio, stringo il volante tra le mani. E' lei.
Mi sono dimenticato di mia figlia, voglio condividere con lei le mie emozioni, anche a lei piace guidare, voglio che si sieda al posto di guida e mi dia suo parere, possibilmente entusiasta quanto il mio.
Ma Ciccia non c'è. 
Dopo un attimo di smarrimento la trovo con il naso piantato sul finestrino appannato di un'auto vicina. Mi ricorda i cani da caccia quando si bloccano puntando la sfortunata quaglia. E la quaglia in questione è imponente, bianca abbagliante, di un'altra categoria. Sorrido.
"Vieni via da lì", le dico con una punta di rammarico "che quelle lì non ce le possiamo permettere"
"Veramente non c'è tutta questa differenza" si intromette il venditore, in silenzio fino a quel momento, "costa poco di più".
Mia figlia si illumina. "Questa però è proprio tanto più bella" osserva guardandola fissa.  
Ed è proprio in quel momento, quando non hai le tue certezze a sostenerti, quando presti il fianco ai dubbi che il venditore, rapido come un serpente a sonagli (ma molto più sorridente) attacca e colpisce.
"Mi perdoni ma sua figlia ha ragione, questa sì è veramente un altro pianeta. Oltretutto è Euro 6, più recente, e guardi che interni, e guardi che esterni, e guardi il display, e  guardi le ruote e guardi su e guardi giù e dai un bacio a chi vuoi tu.
La Ciccia mi osserva, poi ammicca verso l'auto e sorride. Fosse per lei avrebbe già deciso. 
Io no, non me lo aspettavo, avevo le idee chiare, e adesso sono in un'empasse. C'è da dire che i parametri di quel "poco di più" del venditore corrispondono al mio "molto di più". Poi bianca fa tanto spacciatore a Miami, non sono convinto. 
"Lei ci pensi", molla leggermente la presa il venditore "due o tre giorni, non di più, queste auto vanno via in fretta". 
Odio chi mi mette fretta, odio chi mi scompagina i piani, esco di lì senza nulla di fatto, un po' immusonito. Per fortuna un giro gastroturistico a Cremona in compagnia della Ciccia  mi rimette in pace con il mondo.
Torno a casa, ci penso su, ci ragiono, cerco di far quadrare conti che non quadrano mai, mi interrogo sull'affidabilità di un marchio che, seppur blasonato, non conosco, rompo le balle al prossimo fino allo sfinimento. 
Dopo tutta una serie di "la prendo, non la prendo" tipo i "m'ama non m'ama" sfogliando le margherite, con la Ciccia che attenta alla mia già precaria sanità mentale con sottili trucchi psicologici per convincermi, mercoledì capitolo e telefono.  "Ma ci hai messo troppo", mi risponde il venditore, con un filo di sadismo "è andata via ieri. L'altra è ancora disponibile, però".
Questa proprio non me l'aspettavo,  mi rimane un po' di amaro in bocca, ma si vede che non era destino. nella settimana successiva tutta una serie di urgenze lavorative mi portano la mente altrove, non ho più tempo di pensarci. 
Una decina di giorni dopo, inaspettatamente mi richiama il venditore. "Ne sta arrivando una, molto bella, ancora con meno chilometri dell'altra, e nera", il prezzo cambia poco. Ti mando le foto".
Apro la posta, le scarico, la osservo attentamente qualche minuto. Lo richiamo. "La prendo, ti ho appena fatto un bonifico per confermarla".  Lui è un po' stupito "Così, senza nemmeno venire a vederla?" 
"No", rispondo io, "quando verrò giù sarà per ritirarla"

Un paio di settimane più tardi un papà e la sua Ciccia partono direzione Crema. In treno fino a Milano e poi la parte rimanente in corriera. Arrivati alla fermata più vicina verranno poi a prenderci. 
Ed io e la Ciccia siamo di nuovo insieme, quasi in gita scolastica. Parliamo, scherziamo, facciamo colazione in bar sperduti, ci perdiamo con lo sguardo lungo lo scorrere di panorami sconosciuti, a momenti ci perdiamo davvero alla caotica stazione dei pullman che da Milano sembrano partire per ogni dove, insomma ce la godiamo e ci divertiamo un sacco.

Arrivati alla Concessionaria i dubbi di aver scriteriatamente acquistato un'auto senza nemmeno vedere se va in moto mi tormentano fino allo scenografico momento della consegna della vettura, lucida, abbagliante.
 
Mi ricordo che il mio primo pensiero in quel momento è stato se fossi all'altezza di un'auto del genere. Bellissima, lussuosa, elegante. Ero io, quello inadeguato. E quando se ne fossero finalmente accorti mi avrebbero allontanato da lì, ghignando di scherno, assegnandomi una Ritmo del 92 verde bottiglia. A gas. 
Il sorriso della Ciccia mi riporta rapidamente alla realtà "E' proprio tanto bella" sussurra sottovoce, sedendosi al suo interno. La guardo, sorrido:"Che dici, ce la meritiamo?" le chiedo: "certo che sì, boja fauss!" mi risponde ridendo, di rimando. 
 
Usciamo ricomposti, recuperando un atteggiamento un pò blasè di chi è avvezzo ad acquistare auto e yacht a giorni alterni. Firmiamo quello che dobbiamo firmare, recuperiamo chiavi e documenti, salutiamo il venditore ed il suo sorriso a sessantaquattro denti e finalmente partiamo insieme, per il viaggio di ritorno. Una volta insieme, da soli, ridiamo di contentezza. Rideremo felici, insieme, quasi tutto il tempo.

Da quel giorno sono passati anni e tanti chilometri, ambedue trascorsi sempre troppo velocemente. La Ciccia si è conquistata il diritto di "guidare la macchina di papà" nei nostri viaggi verso la casa in montagna ed un paio di volte ha avuto il permesso di andare a prendere gli amici per un'uscita la sera, tirandosela moltissimo. Ho viaggiato sotto le stelle nei miei rientri più tardi, ho attraversato  diluvi, ho guidato veloce pennellando le curve o leggero e dosando attento il gas sulla neve, ho affrontato nebbie lattigginose che mi isolavano dal mondo, albe di soli accecanti e tramonti ad incendiare di rosso le mie montagne. Ho perso qualche punto sulla patente, ed un paio di volte ho assaporato nuovamente la rigidità del sedile passeggero del carro attrezzi, ci sta. 
 
Ma nessuno dei mille e mille viaggi batte la sorpresa da prima volta di quel viaggio di ritorno, io e la Ciccia, felici, leggeri, a cantare e ridere, ancora una volta insieme.
 
 

                                                                                                    On air: Bruce Springsteen - Thunder road

sabato 2 marzo 2024

Tu non lo sai

  Quando ti sveglierai questa mattina rimarrai un pochino delusa, lo so. Che diamine, è sabato, è il giorno del tuo compleanno e tuo padre, come suo solito, sarà gia partito presto per andare a lavorare. Senza lasciarti, che so, un biglietto d'auguri sul cuscino, un fiore sul tavolo accanto alla colazione. Che poi c'era per forza bisogno di lavorare anche oggi?

Quello che ancora non sai è che questo sarà un giorno speciale, che non dimenticherai.

Quello che non sai è che questo giorno, lui, quell'insensibile, invece se lo sta preparando da tempo. Con meticolosità, con precisione, da ingegnere, oserei dire. Perché tempo addietro se lo è immaginato, questo giorno qua, e nell'ultimo mese si è dato da fare per far sì che tutto si svolgesse esattamente come lo aveva pensato.

Sei la sua bimba grande, oggi è un anno in più, ventiquattro, volati, vissuti, passati insieme. Ventiquattro anni in cui lui ti ha tenuto prima tra le braccia, poi per mano, fino a che ti sei staccata e ha cominciato a vederti incamminare nella tua vita, un po' tentennante all'inizio, poi sempre più decisa. Lui è sempre stato lì, a due dita dal cuore, pronto a prenderti al volo nel caso di uno scivolone improvviso, di un attimo di esitazione. Ed all'amore incondizionato che un padre ha nel proprio DNA si è aggiunta, nel tempo, una stima per quello che sei e che vuoi diventare. Non è sempre stato tutto bello, non è sempre stato tutto facile. Ma hai già vinto.

Hai attraversato il percorso della triennale con una naturalezza disarmante e quest'anno terminerai la magistrale. Hai fatto ciò che dovevi fare, con lucida razionalità, facendo sembrare tutto dannatamente semplice e gestendo nel contempo mille altri impegni, non ultimo la realizzazione del carro del tuo borgo per il famosissimo carnevale di BucodiculoPlace, che ti ha visto, nei mesi appena passati, rientrare a casa quasi tutti i giorni dopo le due di notte, sorridente, piena di trucioli, scottature da colla a caldo e macchie di vernice sui vestiti e sul naso. E per inciso avete stravinto, con un carro che riusciva a stento a contenere tutte le vostre passioni,  l'entusiasmo e l'impegno mischiati alla cartapesta, e tu hai anche portato a casa il premio donna (piccola nota d'orgoglio del papà).

Non stai ferma mai, ti muovi frenetica, oggi qui, domani all'università, poi in ospedale per il tirocinio, dopo a dare ripetizioni quindi palestra e poi.. "guarda che questa sera ceno fuori".

Ultimamente ti sposti con l'auto di tua madre, tanto a lei fa bene andare un po' a piedi; sappiamo tutti che è una vettura vecchiotta con qualche acciacco e che ha superato da mò i vent'anni ma non ha poi così tanti chilometri alle spalle, anche se un colpo deciso glielo hai dato tu da quando hai preso la patente.

E un pensiero per una vetturetta tutta tua lo abbiamo anche avuto, lo sai, sarebbe stato bello celebrare così la laurea, ma non si poteva fare, il mutuo, le tante spese, abbiamo dovuto rimandare, ci siamo detti che qualcosa, magari più avanti, poteva arrivare. Forse alla fine del tuo percorso universitario, chi lo sa.

Che poi tu, con la tua testa, hai anche la tua idea bella precisa, che mi dici sempre "a me va bene tutto, ma se me lo chiedi sai che mi piace quel modello lì e solo quello, bianca con il tettuccio nero".

Tu lo sai che quell'auto lì costa uno sproposito, e che non si può, che sarebbe una follia. 

Quello che però non sai è che il tuo papà, incasinato, indaffarato, sempre in ritardo, è campione olimpionico di follie. Lo hai visto stanco, spesso. Lo hai visto assente, qualche volta. Lo hai visto rincasare molto tardi troppe sere. Perdonalo. Per lui ne è valsa la pena mille volte. Perché sono mesi che, andando in studio anche la domenica, lavoro dopo lavoro, ha messo da parte un piccolo gruzzoletto.

E poi, dopo ricerche su ricerche, un mese fa tuo padre l'ha finalmente trovata quella macchina lì, spiccicata a quella dei tuoi sogni, bianca con il tetto nero. Pochi chilometri, quasi nuova, perfetta. Costava un sacchissimo.

Quello che non sai è che, complice un progetto presso una concessionaria del gruppo, se l'è fatta portare nel punto vendita più vicino, è diventato il migliore amico del commerciale, lo ha intortato con mille e mille richieste di sconto. Ha anche provato a tirar fuori la sua espressione da sufficienza per tirare sul prezzo pur se con poco successo, perché la macchina era proprio quella, uguale a quella che desideravi, bellissima, e lui non poteva trattenersi dal sorridere di rimando, pensando a come sarebbe stato bello il tuo, di sorriso.

Alla fine lo ha preso per stanchezza. Il prezzo, seppur alto, è diventato più abbordabile. In cambio il tuo papà dovrà progettare altre tre concessionarie dietro compenso di una manciata di rubli, ma non gli importa. 

Poi però, il piano era solo a metà del suo compimento. Perché lo stupore, l'emozione dell'inaspettato, quello è veramente impagabile. E allora con discrezione ha contattato una tua amica dell'università, che quando ha capito cosa aveva intenzione di fare gli ha mandato in risposta il messaggio "E' proprio quella che voleva" pieno di faccine con i cuoricini. Lei a sua volta si è occupata di riunire gli altri tuoi amici, ed insieme questa sera, quasi per caso, ti inviteranno a prendere un aperitivo in quel locale che ti piace tanto, proprio sotto la Basilica di Superga. E tu ci andrai, magari pensando che tanto tuo padre di sabato non c'è mai.

Poco dopo, tutti insieme, come per scherzo, ti condurranno fuori, rigorosamente bendata. Spalle alla chiesa con la cornice di Torino a far da silente spettatore ti libereranno e ti consegneranno qualche regalino, e tu dovrai indovinarne il contenuto, forse ci sarà anche un modellino dell'auto che ti piace, giusto per scherzare. Poi, per ultimo, un pacchetto, elegantemente infiocchettato, al cui interno troverai un portachiavi con su le chiavi di un'auto. 

E lui proprio non riesce immaginare il tuo stupore, l'incanto estatico della sorpresa, la gioia incontenibile della consapevolezza quando a quel punto ti faranno girare su te stessa, fronte alla monumentale scalinata, sotto la quale ti attenderà l'auto nuova luccicante, tua, con un gigantesco fiocco d'ordinanza, rosso, in un turbinio di applausi, fischi e di coriandoli. 

Lui non ti vedrà. Si sarà già incamminato lentamente verso casa con l'auto vecchiotta con cui sarai arrivata, magari lancerà un pensiero al ricordo di sua madre e ai vostri nomi così simili, sorriderà ricordando al bene matto che vi siete donate quando il futuro era solo rosa, a quella volta che ti aveva insegnato a saltare nelle pozzanghere, al vostra intesa e a quanto oggi anche lei sarebbe stata fiera e felice per te.

Avrà il cuore traboccante di orgoglio per la figlia splendida che ha, un cuore che in quel momento gli sorriderà così tanto da fargli male, lasciando te alla tua felicità improvvisa per l'auto nuova, proprio quella che volevi tu, bianca con il tettuccio nero, alla vostra bellissima e spumeggiante giovinezza, ai tuoi amici, alle vostre risate ed ai loro festeggiamenti, ai vostri sogni. Loro ti vogliono un mondo di bene. Lui di più.

E tu, tutto questo, non lo sai.  

Ma adesso sogna ancora, bimba mia.

                                                                        Sempre, tuo Totson.

On air  Sogna ragazzo sogna

lunedì 20 gennaio 2020

Come nessun posto al mondo mai

Ieri ho chiuso per l'ultima volta la porta di quella che è stata la mia casa per trentanni.

Quello appena compiuto è stato un anno intenso, spigoloso spesso, ruvido sovente, in cui i miei occhi hanno subito troppe albe e si sono soffermati su così pochi tramonti da qualche parte sulla riva del mare.
E' stato un altro anno tosto, serrato come i precedenti ma sempre un poco di più, l'asticella del salto una volta ancora spostata più su di una tacca; ci sono stati momenti in cui, confrontandomi con la consueta chiacchierata serale mi sono lasciato andare ad un "non so proprio come riuscirò a fare tutto, questa volta", a cui seguiva sempre la stessa risposta "ce l'hai sempre fatta, alla fine".
E' vero. Alla fine ce l'ho sempre fatta. Ho accumulato ritardi e risparmiato sulle ore di sonno, ho sacrificato gli amici, le mie parole più vere qui, innumerevoli fine settimana. Ho accantonato il mio tempo più spensierato, molte delle mie corse, ripide pareti da affrontare ed ho detto pazientate, ci ritroveremo, prima o poi. 
Mi sono arrabbiato spesso con me stesso scoprendomi indolente e non sufficientemente produttivo alle volte, mi sono segnato impegni e scadenze sull'agenda settimanale, riportando gli incompiuti la settimana successiva, con un sottile piacere ogniqualvolta un tratto deciso di penna dava per terminato un lavoro. Ho fatto quasi tutto da solo,  testardo One Man Band dei progettisti, con la caparbietà montanara che sta diventando parte del mio modo di essere e di pensare, tollerando poco niente, in quello che mi sta intorno, che non va come dovrebbe.
Quest'anno ha visto cambiamenti importanti in casa D&R, a partire dalla maturità delle Ciccia oramai definitivamente non più ascrivibile al titolo di "mia piccola", il suo conseguente ingresso nel mondo universitario, con la scelta della facoltà di Psicologia, fortemente voluta e pensata fin da quando era piccola (... fa solo che non mi diventi come Bruno) ed il naturale stravolgimento di orari, abitudini, percorsi e vita. 
Si è lasciata andare la casa in cui ho vissuto la mia prima vita a Torino e quando si devono svuotare le stanze i ricordi ti travolgono, ti trapassano, ti sommergono, tornano fuori prepotenti angoli di te che eri sicuro di aver dimenticato. 

La felicità sta veramente nelle piccole cose, nella luce che filtra dalle persiane il primo giorno d'estate, in mia madre che la mattina lottava con un me piccolo per infilarmi le calze appena sveglio, nella mia tazza della colazione e la granella del Buondì Motta che mangiavo sempre come ultima cosa preziosa. 

E senza quasi volerlo, in uno scatolone richiuso da tempo ritrovi la tua fresca giovinezza lì pronta ad aspettarti, scorrendo le dita su un foglio consumato sporco di china rivedi come proiettato sul pulviscolo che danza nella stanza quel te di allora che in fondo non è mai cresciuto, un po' schivo, chino e concentrato a disegnare di notte alla luce della lampada da tavolo, col buio di questa città un po' magica a fare da cornice, la finestra aperta a rinfrescarsi dalla calura estiva e le cuffie nelle orecchie. Ho ritrovato frammenti di me inutili e bellissimi accarezzando vecchi mobili consumati dal percorso delle mie proprie dita, ho ritrovato paure e felicità improvvise, risentito vive le voci ed i rumori della domenica, il profumo del sapone da barba di mio padre, l'apparecchiare per il pranzo con il servizio buono e la radio accesa: mi riavvolge come fosse ora il silenzio colmo di apprensione di quando da ragazzo vegliavo nel sonno di quella famiglia che eravamo noi, un padre una madre e due sorelle e un bene grande e saldo che rappresentava tutto il mio mondo, ed ascoltando il respiro regolare dei miei pregavo Dio di regalarmene tante da non poterle contare, di quelle notti e silenzi e respiri quieti nel sonno. 
Avrei voluto congelare ogni momento ritornato luce, avrei voluto essere l'io di mille istanti che mi hanno accompagnato in questi giorni di armadi aperti e fogli strappati e scatole richiuse con il nastro da pacchi. 
I miei genitori non mi accompagnano più da troppo tempo, anche se ogni tanto mi confronto ancora con loro, gli chiedo silenziosamente se stia facendo le scelte giuste, a loro rivolgo il pensiero apprensivo di padre quando osserva orgoglioso la propria figlia crescere. Ieri, nascosto nei pacchi di vecchie foto, nei biglietti di auguri di compleanni dimenticati ho trovato ancora intatto il loro amore ed orgoglio nei miei confronti. Sono cosciente che buona parte dei ricordi custoditi tra queste pareti e che mi hanno abbracciato in questi giorni si dissolveranno definitivamente ed è questa, la perdita più importante, in fondo. Mi sono portato via degli oggetti, il divano che mio padre adorava, il tappeto persiano del suo amico architetto, qualche libro con le dediche di stima ed affetto che in molti gli avevano tributato. Forse non sono ancora pronto a perdere tutto. 

Ieri ho percorso per l'ultima volta le stanze di quella che è stata la mia casa per trentanni. Ho appoggiato le mani alle pareti spoglie, ai mobili rimasti, agli stipiti delle porte, agli interruttori della luce, ho rimesso la mia abitudine a quei luoghi, a quei rumori, a quella luce, al balcone di sala, al tramonto sul Monviso che solo da quella finestra, assaporando come se fosse musica lo scricchiolio del parquet. Ho appoggiato a lungo i palmi delle mani su tutto come se fosse un abbraccio, un pezzo alla volta, gli occhi umidi ma solo un poco, ripetendo a bassa voce grazie casa, ciao casa, sei stata una buona casa, sono stato bene con te, bene a crescere qui, a coltivare speranze e sogni, grazie. 
E nel silenzio dell'abbandono mi è sembrato quasi di sentire, lieve, il respiro quieto di una famiglia felice nel sonno.

Poi ho chiuso la porta.  

mercoledì 19 giugno 2019

Notte prima degli esami

[Quando l'ultimo giorno di scuola dell'ultimo anno di liceo suona la campanella dell'ultima ora, tu sei convinto che quello sia l'ultimo secondo della tua adolescenza. Senti il bisogno di sottolineare l'evento con una frase storica, tipo: "Che la forza sia con noi!" oppure "Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo!".]

Di quel mio tempo di allora ricordo il caldo di una Torino assolata che scorreva dietro i finestrini del 13 non stracolmo come di solito e la tortura del busto per la schiena. E quel senso di cambiamento imminente. E Paola, che riempiva i miei pensieri ed i miei fogli, di parole a voce allora non ne usavo un granché. Abitava in collina, suo padre era medico, non l'ho più vista da allora. Il mio Liceo, il "Volta", era a due passi da piazza Statuto. Non ero particolarmente estroverso, non avevo amicizie forti e inossidabili, di quelle che pensi ti legheranno a qualcuno per tutta la vita, scrivevo molto e disegnavo altrettanto, bianco e nero quasi sempre. Il mio mondo era poco più ampio della mia camera con il tavolo laccato bianco, ribaltabile, che richiudevo la sera per fare spazio. Lo usavo come un gigantesco foglio di appunti e schizzi e cose che poi con regolarità irritante mia madre resettava con un'energica passata di acqua calda e Vim. Solo il ritratto di Lucio Dalla con il basco ed un Herbert Von Karajan con la bacchetta in punta di dita erano stati graziati dalla smania pulitrice della genitrice e resistevano nel tempo. 
Alle radio spopolava Enola Gay degli OMD, io ricordo soprattutto "Futura" e "la sera dei miracoli" di quel Dalla unico, che ascoltavo con la mente sospesa, ancora e ancora. La mia strada era ancora tutta da scrivere, la mia voglia di studiare completamente assente, il mio voler crescere era bruciante ma al contempo non ero così sicuro di esserne capace, i miei affetti confortanti erano tutti lì presenti, la mia vita era la mia famiglia, la mia casa in montagna, la certezza del consueto ritorno al mio mare come ogni estate, quando poi finalmente ritrovavi il profumo della focaccia nei carugi, le pietre calde la sera e il tramonto che si spegne sull'orizzonte.
E' cambiato tutto. Il mio mare, anche se mi è rimasto cucito addosso non mi appartiene più da anni, nella casa in montagna non riesco ad andarci senza trovarmi invischiato dalla sensazione di essere fuori posto, i miei affetti di allora sono svaniti, i ricordi felici corrosi, ho quella sensazione di non appartenere a nessun posto, a nessuno.
I miei diciott'anni di allora, la freschezza di quei momenti sembrano dietro l'angolo ed insieme lontanissimi, sono forse ancora lo stesso ragazzo schivo dallo sguardo diffidente ed una corazza più rigida delle stecche del busto che sopportavo. E mi domando se questo mio stare abbia mai avuto uno scopo.

Poi però osservo te, e inevitabilmente sorrido. 
Guardo te che rispetto a quel me di allora sei così tanto diversa, anche se dicono tutti che hai gli stessi miei occhi scuri, di sicuro ogni tanto hai i miei silenzi. Guardo te e provo a sovrapporre cosa sei tu e cosa ero io alla tua età. Ed è inutile dire che vinci a mani basse.
Sei decisa, sicura e bellissima nella tua giovinezza splendente, hai le idee chiare di come sarà la tua strada, hai entusiasmo e volontà e carattere e i tuoi peluches nel letto, hai quello sguardo altero ed un po' selvatico che ti rende incredibile ai miei occhi, sei padrona del tuo tempo e cosciente di esserlo, ci credo che "quello" ti guarda sempre con quello sguardo che è un misto di adorazione esagerata e soggezione. 

Ci intendiamo ancora, a volte abbiamo bisogno di uscire a camminare in silenzio allo stesso modo, come l'altro ieri sera, insieme senza parlare, sapendo di esserci vicini reciprocamente. Hai una smania di crescere, di affrontare sfide, di prendere il mondo tra le tue mani che un po' ti invidio, se confrontata come ero io alla tua età.  

E in questa notte, che fa caldo e fatichiamo a prendere sonno, che io se tu sei sveglia è difficile che mi addormenti, che ti sento nel tuo letto che armeggi ancora con il cellulare cercando suggerimenti su cosa scriverai domani mattina, mentre la gatta fa la matta come suo solito e zampetta da una stanza all'altra cercando di prenderci i piedi ti dico solo che ti voglio un bene forte e saldo come in nodi che abbiamo imparato andando per mare e che sono orgoglioso di te, di quello che sei, forse non te l'ho mai detto, ma lo sono tanto.
E' questo il tuo tempo, prendilo, usalo a mani basse, vivi, corri sotto la pioggia, ridi, piangi qualche volta, vai ai concerti, balla, abbraccia, emozionati a vedere un arcobaleno, sorprenditi, sii sempre affamata della vita, di quello che puoi trovare dietro l'angolo. Vivi senza timore, con consapevolezza, vivi senza risparmiarti, senza pensare di non essere abbastanza, non ti porre limiti, mai. 

Domani inizierà la tua maturità, quei giorni matti a studiare tutto di tutto e oddio non ce la farò mai e fammelo ripetere ancora una volta e papino puoi stamparmi questo prima di uscire dallo studio. E vorrei dirti solo di stare tranquilla domani ed i giorni a venire, in fondo è un banalissimo passaggio obbligato, ci siamo passati tutti. Gli esami, quelli veri sono altri, le responsabilità, quelle serie, arriveranno man mano, l'ho imparato su di me e posso solo dirti che ho piena fiducia in te, saprai affrontare tutto con calma e responsabilità.

Passeranno questi giorni, arriverà l'estate liberatrice, nuovi mari in cui tuffarti, hai già programmato la tua vacanza in Croazia con i tuoi amici, ci sarà pure quello, tu non vedi l'ora, mentre io sono combattuto tra la voglia di tenerti vicina e la felicità nel vederti felice. 
E anche se adesso fatichi a prendere sonno posso solo assicurarti che questi saranno giorni che ricorderai per tutta la vita. E ti auguro che, di giorni da ricordare per tutta la vita, questo tuo incredibile futuro tutto da scrivere te ne possa riservare tanti, tantissimi altri.


E buonanotte prima degli esami, 
piccola mia.
[On Air: Notte prima degli esami]                



giovedì 25 aprile 2019

Ancora no

Aprile 2017. 


Ne ho parlato già qui. Ogni tanto, un paio di volte all'anno, devo lavorare di dita, muscoli, gambe e scarpette su minuscoli appigli. Alle palestre di arrampicata corre l'obbligo della verifica annuale per poter essere utilizzate ed il sottoscritto ha l'onere, oltre che il privilegio, del collaudo di due di queste, collocate all'interno di altrettanti istituti scolastici torinesi.
All'inizio era facile, quando eri giovane di sguardo nascosto tra i capelli sempre troppo lunghi, quando i muscoli erano fasci guizzanti ed elastici inesauribili di energie, quando gli anni non gravavano sulle dita ammorsate sugli appigli, quando la spensieratezza unita a briciole di incoscienza tintinnavano pigre sui rinvii. 
Poi, con il passar del tempo, è passata molta dell'incoscienza. Sono cominciati gli sbuffi, i denti serrati, la fatica dolorosa, tutto questo dovuto sì all'avanzare dell'età, ma principalmente alla mancanza di abitudine ad addormentarsi su una branda da rifugio il sabato sera, con una manciata di stelle luminosissime che scintillano nel buio gelido delle montagne e ti scrutano attraverso una qualche finestrella in legno. 
E' comunque ancora dannatamente bello, a cinquanta e passa anni suonati, nonostante la fatica sia ogni anno crescente, ritrovarsi alla fine del lavoro, seduto per terra di fianco alla corda arrotolata, spossato e sporco di sudore e magnesite, a massaggiarsi le articolazioni doloranti nessuna esclusa. 
L'anno scorso mi sono trovato senza compagno a farmi sicurezza. Solitamente mi faccio accompagnare da un ragazzo di studio a cui insegno le quattro manovre fondamentali per farmi sicurezza e calarmi e poi al resto ci penso da me. Arrampico, mi metto in sicurezza una volta in cima, verifico lo stato dei punti di ancoraggio, poi mi sposto di lato, di via in via fino a scendere dall'ultima di queste, appeso, con le braccia da cui hai spremuto ogni briciolo di forza possibile. Questa volta non ho un collaboratore disponibile, ne avrei sì uno, ma pesa la metà di me e per una mera questione di fisica, il mio farmi calare vedrebbe lui salire a razzo verso l'alto ed il sottoscritto filare giù a terra con effetti infausti. 
Telefono a Renè, il quale, reduce da un ultimo intervento al tendine d'Achille non può assolutamente arrampicare, ma farmi sicurezza quello sì, senza problemi. Si regala un giorno di permesso, tanto lì dove lavora può far praticamente cosa vuole. Ed andiamo, felici e spensierati, un giorno lontano da tutti a fare un po' i matti, cosa che ci riesce ancora abbastanza benino. 

lunedì 28 gennaio 2019

la mia Grande

La vita, nei momenti migliori, corre così in fretta che non ha senso cercare di stargli a pari. 
E così tu, che mi sei stata in braccio fino ad un attimo fa, la mia Ciccia, l'altro ieri mostravi con un pizzico di orgoglio composto la patente appena ottenuta. Poi ti sei impossessata della seconda chiave dell'auto di tua mamma e quella sera stessa sei uscita da sola per la prima volta. 
Ad aspettarti in garage (anche per evitare che per qualche manovra ancora impacciata la mia auto a fianco avesse la peggio) c'ero io che "venga Dottò!, a piano Dottò, e non dimentichi la mancia Dottò!" ti facevo da parcheggiatore abusivo. Eri raggiante.

Sei stata la mia piccola fino a due battiti di ciglia fa, lo sei ancora, alle volte, sempre un po' meno marcata, ma lo sei. 
Hai fretta di crescere, di andare, di esplorare da sola, di scoprire il tuo mondo.

Io no.

Io voglio ancora essere il tuo Totson, come usavi chiamarmi, adesso scopro di aver un bisogno straziante degli abbracci che dispensavi senza fine, ho voglia della conta dei peluche, delle fiabe - ricordi quelle che ti inventavo? - sussurrate piano fino a sentire il tuo respiro morbido a farmi compagnia. Sarà stupido, sarà sbagliato, ma non riesco a pensarla in modo diverso.

Sei diventata grande così improvvisamente che ancora non me ne capacito.
Ricordati - mi dicevano - i momenti di lei appena nata passano così velocemente che non ne conserverai memoria, sembrerà strano ma sarà così, guarderai le vecchie foto e non ti sembrerà vero tutto quanto, dimenticherai le nottate sveglio a sentirne i respiri, i biberon, le gattonate.

Non è così, è peggio. Non mi sembrano veri questi quasi diciannove anni, questi seimilasettecento e passa giorni trascorsi con te da quel due di marzo di quell'anno là. Ti ho appena messo i braccioli e comprato una maschera, la prima volta che hai visto il mondo sott'acqua il tuo sorriso estatico non riusciva a farti tenere stretto il boccaglio, ti ho portato in seggiovia, insegnato lo spazzaneve e ti ho fatto assaggiare la cioccolata calda al rifugio, non mi sembra accettabile, la quantità dei ricordi non ci rende giustizia, voglio il rewind ed un play molto lento, voglio assaporare quell'amore incondizionato ed unico, ne voglio ancora, voglio non averne sete, mancanza. Voglio le camminate mano nella mano tra i nostri boschi, voglio levare le rotelle dalla bicicletta nuova ed accompagnarti levando pian piano la mano senza fartene accorgere nella tua prima ed incredibile pedalata tutta da sola.

Forse è proprio così che stiamo facendo. Hai levato le rotelle e ti stai avventurando nella vita. Forse un po' esitante, porse ancora incerta ma tranquilla che sono qui dietro, non ho ancora staccato completamente la mano. 

Oggi sei addirittura apparsa in tv, un primo piano al servizio del TG regionale. "Sono famosa porco schifo" mi hai scritto, scherzando. Nello spezzone del video ho visto solo una liceale incredibilmente bella, altera, dai capelli lunghi e lo sguardo un po' selvatico, attenta a seguire una conferenza. 

Poi sei passata in studio. Hai preso un pullman, hai attraversato la città con una sicurezza che non ti apparteneva e sei scesa qui vicino. Sei venuta a studiare. Ti ho comprato un panino per pranzo, uno di quelli che so che ti piacciono tanto. Poi, poco dopo le 17, insieme a quello che ti guarda come la Madonna del Carmelo vi ho visti andar via mano nella mano, a prendere la metro, a specchiarvi abbracciati nelle vetrine dei negozi, prima di tornare, voi due insieme, a BucodiculoPlace. 

Non mi è riuscito avvicinarmi per un bacio. Mi hai guardato un po' con quegli occhi da zingara, hai indovinato il mio malessere, quel sentirmi vagamente, timidamente fuori posto. Qualcosa di me hai capito. Ma hai sorriso.

"Ci vediamo questa sera, Totson", hai sussurrato sottovoce, sorridendomi con quegli occhi profondi come solo tu sai.

"E mi sentii quasi male guardandoli andare
ed invidiai il loro incontro, quel tutto da fare
tutto quel tempo davanti, quel loro sperare
e l’incoscienza orgogliosa della loro età"

[On air: Stadio: Swatch]    


venerdì 2 marzo 2018

Apri le braccia e poi vola



Chi lo avrebbe mai immaginato. 

Sei la mia Ciccia così tanto che non riesco a ricordare la mia vita senza di te. Lo sei sempre stata, da quella volta lì, che me la ricordo benissimo, io nella sala d'attesa d'ospedale la mattina presto, che non non avevo la più pallida idea di quello che voleva dire diventare padre e l'infermiera che, dopo avermi chiamato per nome ed avermi fatto entrare nella piccola stanza, ha fatto formalmente le presentazioni e sorridendo ti ha scodellato tra le mie braccia, ancora incapaci di tenerti come si deve. Lo imparerò in fretta.
Non potevo immaginare che cosa mi sarebbe capitato di lì a qualche minuto. Non avevo idea del fuoco d'artificio silenzioso, di come mi avrebbe trasformato dal di dentro stringere e cercare di comprendere quello strano esserino frignante, quel microbo grinzoso con le manine strette a pugno e quelle affascinanti minuscole dita con le piccole unghie affilate come rasoi, i radi contatti con te fino a quel momento li avevo avuti esclusivamente tramite le ecografie e quell'incredibile e velocissimo cuore al galoppo che risuonava dagli altoparlanti del macchinario.

Sono stati anni bruciati in un battito di ciglia ed adesso guardati lì, una donna fatta e bellissima, quel tuo sguardo un po' da zingara con gli occhi di mare profondo ed i lunghi capelli scuri. Diciotto anni compiuti. Sei ufficialmente grande, puoi votare, puoi firmarti le giustificazioni, puoi ordinare alcolici, puoi finalmente abbracciare il mondo da sola. E io ancora sono incredulo che tutto questo tempo sia passato così in fretta, a volte penso che ci vorrebbe del tempo sospeso, la possibilità di metterlo in pausa per poterlo assaporare, un rapido rewind per ritrovare intatte le sfumature dei momenti migliori, un avanti veloce su ciò che ha fatto cadere le lacrime dai tuoi occhi, che sono per me un incanto. 
Abbiamo gattonato insieme per centinaia di volte dall'ingresso alla sala, tu per far cadere con metodica determinazione tutti gli oggetti dal tavolino in fondo ed io per rimetterli a posto, abbiamo messo in fila centinaia di peluche per contarli e dare ad ognuno un nome, abbiamo preparato per diciotto volte l'albero di Natale insieme, anche se la prima volta guardavi stupita. Abbiamo preparato cartelle e il bacino prima di entrare a scuola. Sei stata sulle mie spalle nelle nostre gite tra i monti e poi, quando sei cresciuta, per mano tenuta strettissima, così tanto che sentivo cosa pensavi. Abbiamo inventato favole della buonanotte fino ad addormentarci insieme ed era sempre un piccolo dolore spostarmi dal suono confortante del tuo respiro profondo. Abbiamo esplorato fondali azzurrissimi, maschere e mano nella mano a cercare la conchiglia più bella, vincevi sempre tu. Non hai ancora imparato a fischiare, ma non demordiamo. 
Ed in un attimo guardati, sei ufficialmente grande. Hai i tuoi impegni, i tuoi mille amici, le tue attività, hai già le idee chiare su cosa fare finita la scuola, e quest'anno andrai in vacanza per la prima volta da sola, con le tue amiche (e qualche amico rigorosamente selezionato). 

Non so se sono stato un buon padre, non c'è un manuale di istruzioni, un corso online di aiuto, tipo "Dad for Dummies". So che ti ho avvolto a proteggerti con i miei pensieri migliori, so che ho avuto paura, so che sono stato felice come non avrei mai pensato, so che ho resistito alle durezze della vita, che non sono andato via quando magari qualcuno lo avrebbe fatto. E se non l'ho fatto, se nei momenti più sbagliati ho stretto i pugni in tasca e non ho buttato tutto all'aria non è stato per te, credimi, ma per me che senza di te mi sarei sentito perso. Perché sei la ragione di una vita. La mia. 

In questi giorni ho letto alcune delle cose su di te scritte qui. Ho riso, ricordandoci a recuperare le monetine da sotto la grata in montagna, mi sono commosso, rileggendo "la mano dell'angelo", Ti ho ritrovato in tutte le parole, dalla prima all'ultima. Tu non sai, di questo spazio qui, mi piacerebbe che, in un futuro lontano, tu, donna fatta ed io chissà dove, capitassi qui per caso. 

In pratica, come per le cose troppo belle, è stato tutto maledettamente troppo veloce. Ed oggi che hai diciott'anni e che hai anche altri occhi che ti guardano adoranti come la Madonna del Carmelo io sono un po' geloso, lo ammetto. Perché il prossimo tuo tempo sarà sempre meno mio. E te lo chiamo "coso" con la C minuscola per romperti le balle, minaccio sovente di spezzargli le tibie e di passargli sopra con l'auto in retromarcia ma recito la mia parte come è giusto che sia e lui in fondo è semplicemente un bravo ragazzo che ti vuol un bene dell'anima. 

Sei una piccola grande donna, incredibile e bellissima, pronta ormai per spiccare il volo. Non hai quasi più bisogno di me. E questo è meraviglioso e un po' desolante, a seconda di come mi guarda la luna, la sera.

Perché sei stata, e sei, il regalo più bello che questa vita mi abbia mai fatto. 
E tanti auguri, Ciccia. 

                                   Tuo, per sempre, Totson




sabato 10 maggio 2014

Clochard D&R-Style


Rassicuratevi. La situazione economica, in casa D&R, è assai critica, quasi disastrosa oserei dire, ma fortunatamente un tetto sopra la testa (per oltre metà di proprietà della banca - il tetto, non la testa), ancora per fortuna ce l'abbiamo.
E' che questa mi è venuta in mente l'altro ieri. Un ricordo mio e della mia Ciccia quando era ancora piccola e ogni sorpresa, ogni novità era un'esplosione di gioia in quegli occhi strizzati a semicerchio. Erano quei giorni che la sua mano era nella mia mano, che le prime passeggiate in montagna erano una sorpresa continua, un animale selvatico scorto tra le foglie tremolanti dei rami di betulla, i bucaneve sopra l'ultima neve granulosa, il profumo di muschio e funghi del bosco.
Aveva maturato un'insana passione per "i soldini" - come li chiamava lei, le monetine smarrite alla cassa del supermercato o dimenticate alla macchinetta del caffè  - ed una notevole capacità nello scovarli. Sembrava un cane da punta quando fiuta la preda. Sguardo fisso immobile, lento gioco di piedi per uno spostamento laterale tipo granchio sulla spiaggia, piegamento come casuale per allacciarsi una scarpa, recupero e rapido intascamento della monetina. Il più delle volte non me ne accorgevo neppure.
Poi fuori era raggiante. Recuperava rapidamente la mia mano, me la stringeva forte e con aria da cospiratrice, avvicinandosi mi bisbigliava "ho trovato un soldino!" tutta felice, allungando la manina chiusa a pugno e mostrando il suo piccolo tesoro. Inutile distoglierla spiegandole che non era igienico, tentare di distrarla dandogliene di tuoi (che intascava regolarmente comunque), non appena entrava in zona di caccia si concentrava e se c'era un centesimo, di fianco al bancone dei formaggi al mercato o pizzicata sotto la sedia di un bar, non c'era storia, era sua.
Me la ricordo in particolare una volta. Eravamo a passeggio per Bucodiculoplace e come sempre accade quando ci affianca la consorte, eravamo intenti a chiacchierare con qualcuno. Cioè lei chiacchiera ed io o faccio finta di sapere chi mi trovo davanti o, molto più semplicemente mi annoio. Fermi tra un bar e la farmacia, sentivo vagamente discorsi da cui riportavo alla mente parole a caso. "Poverino.... improvviso...non aveva nemmeno... anni.." 
Ok, ok. Questa la so. E' morto qualcuno (che se abiti a Bucodiculoplace è quasi una liberazione, in fondo). Avvio fase faccia contrita. 
E così mentre incrociavo le dita ed ogni tanto emettevo un sospiro che esprimesse profonda rassegnazione per la caducità umana, osservavo la Ciccia, bella concentrata che teneva d'occhio il distributore automatico dei preservativi, in attesa. L'ispezione delle sue ditine allo sportello del resto aveva dato esito negativo, ma non disperava. E come il coccodrillo sotto il pelo dell'acqua,  aspettava che il suo gnu arrivasse alla pozza per bere.
Il suo gnu era un ragazzotto di poco più di vent'anni, spavaldo per non far vedere di essere timido ed impacciato. Arriva fischiettando e con estrema nonchalance inserisce una banconota nella fessura. Poi, mentre sta per pigiare il pulsante, accade qualcosa che gli spegne rapidamente il fischio. Nota una bambina piccola di fianco a lui che lo guarda fisso, e lui... lui oddio, sta comprando dei preservativi!! E la sua spavalderia lo abbandona in un niente. Si gira imbarazzato, sorride alla bambina che non gli restituisce il sorriso. Si passa nervosamente una mano tra i capelli.  Si volta dall'altra parte, si sente osservato da chissà quanti occhi, quasi un ladro, un mezzo maniaco. Spera che i  genitori della piccola richiamino 'sta cacchio di nana, ma quelli niente, chiacchierano, loro. E la bambina non si schioda. E il pacchetto non scende, ah già non ha ancora premuto il pulsante, forse farebbe meglio a scegliere l'acqua ossigenata, anche se non sa cosa farsene. Alla fine si decide, preme convulsamente il pulsante per la confezione da 5  e, non appena quella cade, la agguanta e letteralmente scappa. 
La mia piccola, beatamente attende. Un paio di secondi dopo sente scendere il resto e, con tutta calma, si avvicina per recuperarlo. Mi torna vicina e mi stringe la mano, mostrandomi orgogliosa il bottino. "Che buffo quel signore - mi dice ridendo - ma perché è scappato?"

L'estate successiva eravamo in montagna, a bearci di lunghe passeggiate nei boschi, a sfinirci di giochi nel giardino ed a riposarci poi sul lento dondolarsi dell'amaca grande, guardando le nuvole trasformarsi pigre, tentando di riconoscere le forme nascoste dei più strampalati animali. 
In piena armonia disintossicante con la natura, si viveva parecchio allo stato brado, incuranti dello struscio elegante sulla  via principale, con gran disappunto della consorte (sudici, è il termine che usava), quest'ultima tendente inutilmente a mantenere uno status sociale da "moglie di un ingegnere". Sì, tutte le volte che abbiamo affrontato la pubblica via, quel mondo scintillante di Hogan e Moncler all'ultimo grido e noi con i jeans strappati e tutti strusciati di erba  non le abbiamo certo reso la vita facile.

Un giorno accettiamo di accompagnare la consorte per un prelievo al bancomat. Il suo "cambiatevi che fate schifo" non sortisce l'effetto voluto, se ci vuole siamo bellissimi così. Nel tragitto, comunque, lei si tiene leggermente in disparte. Mentre preleva, mia figlia mi prende per il braccio e mi strattona "Guarda papino, quanti soldiiini!!!", esclama tutta agitata. Davanti al bancomat c'è una grata bloccata nell'asfalto, e sotto, in effetti, si nota una discreta quantità di monetine, seminascoste tra foglie sbriciolate, mozziconi di sigarette e scontrini appallottolati. Mi chino, saggio la grata, non si riesce a spostarla. Lei mi guarda con i suoi occhioni imploranti. "Ma sono tantissimi!, come facciamo?" 
Mia moglie ci guarda minacciosa, anzi mi guarda minacciosa. "Non provateci nemmeno", dice a denti stretti "che ci conoscono". 

Guardo la piccola e la consorte, ma ho già deciso, e lo sanno tutte e due, lo vedo dal sorriso estatico della mia piccola, mentre mia moglie sospira un "fate come volete, io me ne vado".

Ci serve del materiale, dei bastoncini, un cordino, un cacciavite calamitato, cose così. Torniamo in fretta a casa e recuperiamo il necessario, pressati dalla piccola, che teme che qualcuno possa arrivare prima di noi. 
Meno di dieci minuti e siamo nuovamente lì, davanti al Bancomat. Per fortuna sono vestito "da giardino", con i pantaloni con cui ho appena tagliato l'erba del prato, e possiamo sederci per terra senza problemi. Come due barboni iniziamo il recupero, faticosamente, passandoci i bastoncini ed accompagnandoli tremolanti verso l'alto. Siamo accucciati uno di fronte al'altro per la strada e la cosa ci sembra perfettamente normale ed ad ogni moneta che spunta faticosamente fuori la piccola batte festosamente le mani. "un altro papà, quaaanti!!" esclama, continuando a scrutare per essere sicura di non dimenticarne nemmeno uno. 
Ogni tanto ci dobbiamo fare da parte ed attendere rispettosamente per permettere a chi ne ha bisogno di prelevare; un paio di ragazzi ci guardano divertiti, alcuni curiosi, un paio schifati. Me ne frego. Una signora anziana dai capelli bianchi mi chiede educatamente se lo facciamo per bisogno, osservando i nostri indumenti sporchi e le nostre condizioni. "No signora - le rispondo con un sorriso - lo sto solo facendo per far felice mia figlia". Stava per farmi l'elemosina. 
Alla fine, dopo aver frugato nello sporco più remoto che una grata possa contenere, sappiamo di aver recuperato tutto. Me li fa contare due o tre volte. Meno di cinque Euro, ma lei ne ha le mani piene, ed è raggiante. E per la strada di ritorno (in discesa), non facciamo che cantare e ridere, e lei ha tutte e due le mani a pugno e le braccia distese, e salta, ed è felice, e, ironia della sorte, inciampa in una grata. Non ci pensa nemmeno, per proteggersi, ad abbandonare le monete così duramente conquistate e cade in avanti senza poter metter giù le mani e senza che io riesca a far nulla per impedirlo.
Quando riesco a tirarla su piange disperata, ha un ginocchio sanguinante e già gonfio, ed ha graffi ovunque, sugli avambracci, sui polsi. "Ho perso tutti i soldini", mi dice tra i singhiozzi. 
Recuperiamo tutte le monete sparse per terra, la tranquillizzo, le riconto, non ne abbiamo persa nemmeno una. Poi, zoppicante, me la riporto a casa, dove la disinfetto, restituendole il suo tesoro, anch'esso disinfettato a dovere. Ha un bel taglio all'altezza del ginocchio destro, ma resiste in silenzio, mentre lo pulisco con attenzione e le parlo di quanto è brava e coraggiosa, medico tutte le ferite minori ed infine le metto una fasciatura al ginocchio. Rimarrà il segno.

Beh, la cicatrice al ginocchio è visibile ancora adesso. Non la nasconde anzi ne è parecchio orgogliosa, anche se le gambe sono diventate pericolosamente troppo lunghe e, con i suoi orecchini, gli occhi che non si strizzano più a semicerchio ma hanno un filo sottile di eyeliner, non so mica se si siederebbe ancora con me davanti ad una grata a recuperare monete. 

Io sì, sicuro. 
Ma pensandoci bene, anche lei, mi sa.

E se le chiederete il motivo di quella cicatrice "è quella volta che io ed il mio papà abbiamo fatto i barboni", vi racconterà sorridendo.

lunedì 3 marzo 2014

Mi fermo

Un minuto.
Lascio che tutte le grane e la rabbia che monta e questa disperazione a tratti così violenta da spezzarti il fiato si spengano, almeno per un poco.
Li metto da parte, li chiudo nel fondo di un baule e cerco di dimenticarmeli per fare posto a te. 
E torno qui, in questo che è uno dei miei posti sospesi, che ultimamente non ho nemmeno più il coraggio, di passarci da qui.
E scrivo semplicemente auguri, Ciccia mia. Tu che sei il mio amore più bello. Tu che sei i miei sorrisi che partono dal cuore, perché non si può non sorridere, quando ti spalmi sopra di me per guardare la televisione, lunga come sei.
Tu che sei un bene che assomiglia ad un vago dolore, per la velocità con cui cresci, e quel tuo lento e giustissimo allontanarsi.
Tu e il tuo terzo buco nell'orecchio come regalo di compleanno, ed io che a momenti non ho più nemmeno la testa per ricordarmi che giorno era ieri.
Tu che non vuoi la torta dal pasticciere, perché quella di mamma è più buona, ma che invece capisci benissimo, sembra che non ascolti ma sai e fai la tua piccola parte.
Tu ed i tuoi quattordici anni nuovi splendenti, di sole e fiori profumati, di risate e corse sfrenate e di sogni, tanti sogni.
Tu che sei così, insieme già così grande e piccolissima, timorosa e coraggiosa.
Tu che hai i miei occhi, ed ogni volta che li guardo mi ci perdo.
Tu che sei il mio fiore di marzo, che quando te la canto cambiando il mese ti commuovi e mi dici di smettere.

Tu che una volta ho avuto paura di perderti, e quindi non passa giorno in cui non pensi che sono un uomo con una fortuna grande così.
Perché tu sei qui.


sabato 19 ottobre 2013

Le cose che cambiano

Le cose che cambiano sono quelle di te che, quando te ne accorgi, ti fanno fermare per pensare, con la voglia di riavvolgere il nastro e poter osservare come tutto possa già essere accaduto.
Sono tua figlia che cresce bella come solo una figlia tua sa essere e sente di non aver più quel bisogno impellente delle tue attenzioni. Sono il suo sguardo che pian piano, come un giro di vento la sera, si rivolge altrove, ed è giusto così. Ed è amaramente bello così.
Sono i tuoi capelli corti, "finalmente" come mi ha detto più di qualcuno, che ancora adesso porto la mano dietro al collo ed è strano non trovare il conforto in quel gesto che, dopo così tanto tempo era diventata abitudine.
Perché le cose che cambiano ti cambiano di dentro e fanno in fretta, corrono sottopelle, si insinuano e diventano abitudine, come questi posti diversi, con gente diversa ed in città diverse in cui la mia vita lavorativa mi ha portato, come la colazione nel bar di Svetlana, luccicante e pieno di libri  - non è il suo nome vero, ma le è rimasto appiccicato addosso - e il suo "ciao ragazzi", che ci fa sorridere uscendo. 
Le cose che cambiano sono questo ufficio, dalle cui finestre non vedo né rose né la sera venirmi incontro attraversando il giardino del mio studio. Miss Settembre, dalle pagine calendario patinato della Wurth, col suo sguardo felino si propone come valida alternativa, ma non è cosa, non ha il profumo della luna di sera. Vaglielo tu a spiegare.
Le cose che cambiano è il muro a fianco del quale era parcheggiata la mia moto e che mi sembra sempre così inaspettatamente spoglio e scrostato.
Le cose che cambiano sono la paura, molto spesso, di non essere capace. 
Le cose che cambiano sono la scoperta invece di essere ancora in grado di arrampicare quasi decentemente.
Le cose che cambiano hanno dalla loro quel bastardo presuntuoso ed arrogante che è il tempo, che soffia senza sosta appannando le immagini, strappando minuscoli frammenti di quello che sei e che non riuscirai ad essere ancora - felice? - allontanando le foglie e le parole, i profumi ed i sogni, la nebbia di latte del mattino presto ed il rosso del tramonto che incendia le mie montagne, accantonandoli alla rinfusa a formare cumuli di ricordi, ognuno di loro troppo bello per essere coperto dagli altri. E tu che della quiete non sai comunque cosa fartene - troppo stupido forse - ti rendi conto che saperli tuoi di un tempo che non ti appartiene non serve allo scopo, anzi. 
Le cose che cambiano accompagnano i tuoi desideri, tutti senza distinzione, quelli morbidi e tenui e quelli più spinosi e vividi. Li smussano, li levigano pazientemente, senza fretta, così che possano scivolare sott'acqua senza fare neanche più quasi rumore.
Le cose che cambiano fan piacere a volte, altre no. Ma comunque sia non è che tu ci possa fare più di tanto.

giovedì 20 giugno 2013

Lo senti?

Piove.

Piove lento e silenzioso, così calmo e rassicurante in questa sera inaspettatamente fresca. Piove di quel suono ovattato, quello ssccc continuo che è la pioggia d'estate, che va sopra ogni cosa e copre il rumore delle rade auto che passano, che anche loro si portano addosso rumore di pioggia.
Piove sulle foglie larghe della vite coi suoi timidi grappoli ed i riccioli sottili con cui si arrampica flessuosa e tenace sui muri, sul pino maestoso che allarga le sue braccia ad accoglie i due merli, gli stessi che ogni tanto si affacciano a curiosare impettiti fin sulla porta per capire cosa stia combinando qui dentro.

Il cielo è una lastra d'acciaio, un temporale lontano brontola cupo. 
Mentre qui piove sul selciato lasciando quell'odore di sabbia bagnata, di pietra tiepida e di attesa.
E piove sulle mie poche parole sempre più difficili da trovarmi addosso, sulla mia Ciccia lontana, sui miei pensieri così disordinati, su questa voglia di niente che ogni tanto mi attanaglia e mi morde, su questo fardello di pensieri e di cose che a volte sembra di non aver niente su ed altre invece è così pesante da portarsi addosso.

Piove sulla luce di fuori, gialla e radente, piove rendendo le mie rose appesantite e più profumate ancora, trasformando le foglie in diademi luccicanti e preziosi, piove sui miei pochi sorrisi e sui miei tanti progetti, sulle parole che mi mancano, sullo zaino per correre e su tutti i miei sogni sognati, che alle volte mi appaiono così distanti e bellissimi che penso di non esserne capace, di sognare sogni così.

sabato 12 gennaio 2013

Ore 21, poesia


Da qualche mese la mia presenza in studio ha subito una drastica riduzione d'orario. Complice infatti l'austerity unita alla pesante sfiga di avere una collaboratrice che abiti proprio in quel di Bucodiculoplace, per tentar di risparmiar una manciata di euri e prolungar la vita delle rispettive quanto iperrodatissime vetture ci siamo accordati e prendiamo la macchina a turno, una settimana lei, una io.

E' stata una lunga e difficile trattativa all'inizio, per raggiungere un punto d'intesa: siamo partiti da posizioni molto distanti, anche se avevamo comunque ben presenti ognuno le esigenze dell'altro: io infatti so che lei ha due pargoli (ed un marito) i quali la sera son lì in attesa, con la bocca spalancata tali quali gli uccellini nei nidi e che pertanto dovrebbe godere di un orario lavorativo se non umano quantomeno standard, mentre lei sa che io abitualmente comincio presto, finisco tardi e di solito (mi ricordo la signora Luisa della pubblicità di un tempo) pulisco anche il water. Questo avendo, tra gli incarichi professionali aggiunti in calce nel contratto pure quello dell'office cleaning. 
E il fatto che la pago è un altro particolare che nella trattativa ha avuto comunque tutto il suo peso, non conta quanto la pago (cioè poco), ma la pago, cioè.

Ci siamo trovati a metà strada. Cioè partiamo presto (così da evitare il traffico dell'ingresso in città ed arrivare al lavoro già stressati) e per lo stesso motivo torniamo subito dopo la fiumana di vetture in uscita dalla città, giusto in tempo per far sì che lei riesca a trasformarsi, con abile guizzo, da affermato architetto in prestito a una torma di squallidi ingegneri ad efficiente massaia e madre premurosa, immediatamente dedita a: sfamare la famiglia, lavare, stirare, sparecchiare, mettere a letto i figli, "accudire" il marito e andare infine a dormire, svegliarsi, docciarsi e vestirsi, pronta a ripresentarsi per un'altra giornata di lavoro la mattina successiva, fresca come una rosa. Ed in qualche misura ci riesce davvero, giuro. Mi aspetto comunque, un giorno o l'altro, di vederla uscire da casa in accappatoio e computer a tracolla, con un figlio che guarda dall'oblò della lavatrice con il programma "capi delicati".
So che sta ridendo, in questo momento. Ed un po' mi odia comunque, ma non tantissimo.

In definitiva abbandoniamo le nebbie di Bucodiculoplace alle 7, luogo oscuro a cui vi si fa ritorno intorno alle 19.30 (ok, ok, ci aggiungo il "circa", ma quando devi finire una simulazione illuminotecnica che ti tiene incollato al pc da due giorni (o eventualmente pure un post) non è che puoi stare lì a spaccare il minuto in quattro, no?)
In un primo momento ha osservato che precedentemente all'accordo bipartisan godeva quantomeno di un'ora di sonno in più, ma alla fine ha concesso il suo assenso. Penso di averla presa per stanchezza.

Guido sempre io, sia la la mia sia la sua vettura.
E lei si spaventa sempre uguale, sia con la mia con la sua. 
Nella settimana "sua" però apprende cose diverse, ad esempio: che la sua macchina può raggiungere velocità inimmaginabili, che nel curvone dove una volta ha fatto testacoda conviene entrarci in traverso pieno per controllare meglio la derapata e che l'uscita dalla tangenziale con la frenata dell'ultimo istante è una vera figata, anche se poi i dischi si ovalizzano.
Nella settimana "mia" scopre invece altre chicche, ad esempio che una macchina che ha al suo attivo una caterva di km e qualche problemino agli iniettori può passare d'improvviso dai duecento all'ora al singhiozzare a tre cilindri ma che ciò non è così grave come sembra, e che per ovviare all'inconveniente si deve spegnere e riaccendere la vettura in corsa: quest'ultima faccenda, al momento la turba ancora un po'.
Quello che invece sconcerta me è che, nostante le levatacce, le grane, il lavoro, la spesa, i figli e la fatica, in ambedue i viaggi, con qualsiasi veicolo, tempo o musica a palla di sottofondo, non la smette mai, nemmeno per un microsecondo di parlare. E' capace addirittura di lasciare una frase interrotta a metà la sera e riprenderla esattamente dal punto in cui l'aveva lasciata la mattina successiva. 
Quindi, ragionandoci su, non so bene a chi sia convenuto. Il mio analista infatti mi sta costando più del gasolio che risparmio.

Ma questa mia sintetica premessa era per farvi sapere che è oramai diventata quasi abitudine la mia uscita dallo studio in quell'orario che io definisco "presto". E quel presto sta a significare che arrivo quasi sempre per cenare al desco familiare ed affrontare subito dopo l'immane disavventura che vede impegnata la mia Ciccia contro i compiti. Roba che, al confronto, le peripezie di Fantozzi al lavoro sono noiose come un documentario sulla vita sociale dei cianobatteri. Voi obietterete che i compiti a quell'ora non si fanno, che una Ciccia che si rispetti dovrebbe andare a dormire presto. Ma la piccola ha le lezioni di atletica tre giorni alla settimana e poi non sapete voi, voi che non avete la fortuna di dimorare a Bucodiculoplace, che il paese medesimo, insulso in quasi tutti i rari momenti in cui ci sto pure io, in mia assenza invece si risveglia, si desta dal torpore, esce dalle nebbie che lo rivestono anche a ferragosto e rifiorisce e - come nel film della bella e la bestia - riprende una vita sociale intensissima, ci sono supermercati luccicanti da frequentare, bar al profumo di caffè ove oziare, innumerevole ed in continuo aumento parentame della consorte a cui far visita obbligata. Ci sono file di genitrici di compagne di scuola con cui confrontarsi, e pertanto non passa ogni sacrosanto giorno in cui io possa arrivare a casa e, anziché meritarmi come ogni umano un po' di sacrosanto riposo ed una poltrona su cui stravaccarmi, mi tocca attivare il cervello in modalità insegnante di sostegno e via, con rinnovato entusiasmo verso le incognite delle radici quadrate, via, verso le traduzioni di inglese più complesse - I am= io amo - via, verso i compiti di italiano, dove mia figlia riesce gradatamente a smorzare ogni energia, con lo sguardo fisso e quell'espressione vagamente beota che ricorda un abitante dell'isola di Pasqua al cospetto di un marziano appena sceso da una navicella. 

La osservo spesso e quello che leggo nei suoi occhi è il vuoto cosmico più assoluto e perfetto, provo perfino le stesse emozioni della particella di sodio nell'acqua Lete.

Esasperato, qualche volta ma sempre malvolentieri mi incazzo pure, alzo il tono della voce e lì ho scoperto che allora, con tale montessoriano metodo, miracolosamente una scintilla di vitalità negli occhi riappare, va via il torpore, l'apatia, quel piccolo cervellino riprende lentamente a macinare. Come dire, la devo tenere sempre sul pezzo, altrimenti la perdo. 

L'altro ieri però una piccola tragedia, inaspettata, si è consumata in casa D&R. 

Poco prima delle vacanze di Natale la Ciccia si era influenzata ed in sua assenza la professoressa di francese aveva assegnato il compito di imparare a memoria per l'anno nuovo la Galette des Rois, una poesiola scema incentrata su un dolce tipico dell'Epifania d'Oltralpe. Si tratta dell'equivalente della nostra focaccia della Befana e rappresenta la felicità dei dentisti locali in quanto al suo interno si trova una piccola statuetta di ceramica. Chi la trova perde sì due o tre molari, ma per un giorno intero viene riconosciuto re da tutti i commensali e può comandare zie, l'odiatissima cugina con l'apparecchio e persino il cane. Ma dimmi tu 'sti francesi. Arridatece la Gioconda e la Bellucci.

Tale giocoso nonché incantevole componimento in rima, le era stato detto al suo ritorno sui banchi, non era sul libro, ma lo si poteva recuperare tranquillamente in Internet. Detto fatto. Cerchiamo, troviamo. La cosa anomala però è che questi mangialumache che non sono altro pare abbiano scritto una caterva di componimenti sulla galette des Rois, una sfilza di opere di alto ingegno, come se non stessero aspettando altro, come se l'abbondanza di zuccheri nel sangue abbia ispirato il fior fiore dell'intellighenzia in rima, come se smaniassero dalla voglia di finire una frase per poter usare parfois, pois o niçois. 

Come dire a noi ce ne fa un baffo del vostro ermo colle o dell'illumino d'immenso, noi ci abbiamo la galette des Rois, sacrebleu.

"Sì è questo", dice lei dopo un'iniziale esitazione. Stampiamo, ce lo leggiamo, e per tutte le vacanze ripetiamo meccanicamente, fino allo sfinimento "Si tu trouves la fève dans la galette/Tu mettras la couronne sur la tête/Si tu n'la croques pas/Si tu n'l'avales pas/Alors ce sera toi/Qui sera la reine ou le roi!" 

L'altra sera però, come un fulmine a ciel sereno la Ciccia scopre invece che la poesia che abbiamo imparato è sbagliata. Dopo quell'attimo di sbandamento che coinvolge pure la gatta, le mie esternazioni represse ma comunque sempre votate alla tranquilla e civile critica nei confronti della mia adorata pargola e della sua di lei altrettanto adorata genitrice   (macazzocazzocazzosietetuttoilsacrosantogiornoingiroinsiemeamammeecompagnieanessunoèvenutoinmentedipensarciprimadistaseraporc@!#+*!!!) mi do un contegno e studiamo insieme una strategia di guerra. Non c'è santi, la mattina dopo ci sarà l'interrogazione ed arrivare con una poesia diversa potrebbe dare un minimo fastidio la docente, ed influire conseguentemente sul voto.
Si deve imparare entro stasera. Indossiamo l'elmetto, ci passiamo due dita di nerofumo sotto gli occhi e pronti alla pugna.
Google traduttore è una meraviglia, ci copincolli la poesia e se pigi quel tastino con l'altoparlante, una signora, dall'altro capo degli altoparlanti recita la stessa, con l'erre moscia d'ordinanza e la pronuncia più consona. Devi metterci ad arte qualche puntino nel testo per costringerla a darci un attimo di respiro altrimenti lei la dice tutta d'un fiato e la piccola si smarrisce già alla seconda strofa.

La piccola, complice però la fase digestiva tipica del dopo spaghetti con le cozze, si smarrisce comunque. E allora si traduce in italiano per trovare un senso alla cosa, gli si dà un senso logico, si organizza un percorso mnemonico, si ascolta e si ripete, si ripete e si ripete. 

Questo è un piccolo cameo del dialogo realmente avvenuto:
Ciccia: "...Qui a.. la fève et.... la couronne?
             ..........................................
             .........................................."

Io: " e poi?"
Ciccia: "Zitto che poi mi distrai!. Ehmm..... Qui a la fève et.... la couronne?...... et la couronne?... scusa, cosa c'è dopo la couronne?"
Io: "La carta".
Ciccia: "Qui a la fève... et... la couronne? ...La carta..... La carta? Sicuro che c'è scritto davvero la carta??"
Io: "MA NON LA CARTA, LA CARTA COME SI DICE IN FRANCESE!!!"
La consorte, da sotto: "MA COSA GRIDI, CHE I VICINI SENTONO!!!!"
Io: "E COSI' ALMENO SI FANNO UNA CULTURA, BONSOIR LES VOISINS!!!!"
Ciccia: "ZITTI CHE MI CONFONDETE E CHE MI TOCCA RICOMINCIARE!! Qui a la fève... et... la couronne? ...Com'è già che si dice carta in francese?"
Io: "... papier.."
Ciccia: "Qui a la fève... et... la couronne? Papier d'argent o papier d'or?"
Io: "No, è il contrario..."
Ciccia: "Ma così non fa rima!"
Io: "Ma neanche al contrario, non è che "on" e "or" facciano proprio rima!"
Ciccia: "Ma non è mica giusto!"
Io: "Adesso affitto un caccia e vado a bombardargli il Palazzo dell'Eliseo per rappresaglia, d'accordo? Ma vogliamo andare avanti?"
La consorte, da sotto: "MA CICCIA, HAI STUDIATO RELIGIONE?"
Io: "RELIGIONE????? MA DA QUANDO IN QUA SI STUDIA RELIGIONE????"
Ciccia: "Si, l'ho studiata oggi."
Io: "MA DA QUANDO IN QUA PORC@!#+*!!! SI STUDIA PRIMA RELIGIONE E LA SERA FRANCESE???"
Ciccia: "Qui a la fève... et... la couronne........?

Siamo andati avanti così fino all'esaurimento. 
Ad ora tarda, alla quarantesima volta che nonostante la correggessi mi pronunciava "souvent" proprio "souvent", esatto così come vien scritto, mi sono leggermente alterato. Ho provato a telefonare ad Hollande per far cambiare la pronuncia dalla lingua ufficiale francese ma non me l'anno voluto passare, ho preso tra le mani il volto della mia ciccia e guardandola fissa negli occhi le ho detto "suvon, suvon suvon!" per circa quindici volte di seguito.
Le si sono riempiti gli occhi di lacrime e mi ha detto: "Cosa ci posso fare se non sono brava come te?"
Sapete, io sono un orso, ma di quelli di pezza che si vincono al tiroassegno. Che basta centrare un barattolo e te lo porti a casa. Mi sono vergognato e la sono abbracciata a lungo, l'ho confortata, le ho asciugato le lacrime, le ho fatto il solletico facendola ridere e le ho spiegato che non riusciva ad impararla solo perché era tardi ed era eccessivamente stanca. Poi l'ho accompagnata a letto, mi ci sono sdraiato vicino, e sussurrandola come una ninna nanna, le ho recitato la poesia, un'altra volta, e un'altra volta ancora, così tante volte che non so, sempre tenendola abbracciata, fino a sentire il suo respiro abbandonarsi al sonno. 

Il giorno dopo, verso l'ora di pranzo mi arriva questo messaggino:
"Ho preso 9 della poesia, grazie Totsonino mio".

E adesso lo so che siete curiosi come delle scimmie, eccola in tutto il suo splendore, la nostra fatica di ieri:

Galette des Rois 

Qui a la fève et la couronne? 
Papier d'or ou papier d'argent? 
La galette était bonne 
Et la fève dedans. 

Petit roi d'amour aux yeux de velours 
Choisis la reine de ta cour! 

Gentil Roi, bois! Mais n'oublie pas 
Que le bonheur même des Rois 
Ne dure souvent qu'un seul jour..
E ditemi voi se è o non è una poesia di merda.