Visualizzazione post con etichetta Ogni tanto lavoro anch'io. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ogni tanto lavoro anch'io. Mostra tutti i post

giovedì 25 aprile 2019

Ancora no

Aprile 2017. 


Ne ho parlato già qui. Ogni tanto, un paio di volte all'anno, devo lavorare di dita, muscoli, gambe e scarpette su minuscoli appigli. Alle palestre di arrampicata corre l'obbligo della verifica annuale per poter essere utilizzate ed il sottoscritto ha l'onere, oltre che il privilegio, del collaudo di due di queste, collocate all'interno di altrettanti istituti scolastici torinesi.
All'inizio era facile, quando eri giovane di sguardo nascosto tra i capelli sempre troppo lunghi, quando i muscoli erano fasci guizzanti ed elastici inesauribili di energie, quando gli anni non gravavano sulle dita ammorsate sugli appigli, quando la spensieratezza unita a briciole di incoscienza tintinnavano pigre sui rinvii. 
Poi, con il passar del tempo, è passata molta dell'incoscienza. Sono cominciati gli sbuffi, i denti serrati, la fatica dolorosa, tutto questo dovuto sì all'avanzare dell'età, ma principalmente alla mancanza di abitudine ad addormentarsi su una branda da rifugio il sabato sera, con una manciata di stelle luminosissime che scintillano nel buio gelido delle montagne e ti scrutano attraverso una qualche finestrella in legno. 
E' comunque ancora dannatamente bello, a cinquanta e passa anni suonati, nonostante la fatica sia ogni anno crescente, ritrovarsi alla fine del lavoro, seduto per terra di fianco alla corda arrotolata, spossato e sporco di sudore e magnesite, a massaggiarsi le articolazioni doloranti nessuna esclusa. 
L'anno scorso mi sono trovato senza compagno a farmi sicurezza. Solitamente mi faccio accompagnare da un ragazzo di studio a cui insegno le quattro manovre fondamentali per farmi sicurezza e calarmi e poi al resto ci penso da me. Arrampico, mi metto in sicurezza una volta in cima, verifico lo stato dei punti di ancoraggio, poi mi sposto di lato, di via in via fino a scendere dall'ultima di queste, appeso, con le braccia da cui hai spremuto ogni briciolo di forza possibile. Questa volta non ho un collaboratore disponibile, ne avrei sì uno, ma pesa la metà di me e per una mera questione di fisica, il mio farmi calare vedrebbe lui salire a razzo verso l'alto ed il sottoscritto filare giù a terra con effetti infausti. 
Telefono a Renè, il quale, reduce da un ultimo intervento al tendine d'Achille non può assolutamente arrampicare, ma farmi sicurezza quello sì, senza problemi. Si regala un giorno di permesso, tanto lì dove lavora può far praticamente cosa vuole. Ed andiamo, felici e spensierati, un giorno lontano da tutti a fare un po' i matti, cosa che ci riesce ancora abbastanza benino. 

venerdì 8 marzo 2019

Scrivo in treno

E’ una novità che mi piace, mi si confà, e mi dà una discreta soddisfazione.
Mi sono recentemente meritato un portatile nuovo, molto figo, sottilissimo; ho detto al socio che costituiva una sorta di indennizzo dovuto al fatto che che lo debba sopportare, lui, titolare di cattedra del corso “ho il cervello che non funziona” associato ad un master in “meno male che ne hai ancora voglia tu, di lavorare”. E lui non ha battuto ciglio.
Ho sempre guardato un po' in tralice quelli che scrivono sul pc in treno, in aereo, sulle panchine alla stazione, incuranti del mondo che gli circola intorno. Che cacchio di lavoro dovranno svolgere di così urgente, 'sti yuppies incravattati del terzo millennio, ho sempre pensato, avranno da salvare il mondo dagli attacchi un hacker velenosissimo, magari staranno ultimando una formula che gli varrà il Nobel per l’astrofisica, o molto più semplicemente se la stanno tirando a pacchi?
Io che alla mia “bella” età invece, molto spesso passo la maggior parte del tempo a guardar fuori dal finestrino. E mi ci perdo, dietro ai filari di alberi che scorrono al contrario, sussulto all'improvvisa tumultuosa pressione sul finestrino data dal passaggio di un treno contrario e mi interrogo sempre su quali vite abbiano fatto parte della mia vita per quell'attimo irripetibile e viceversa; io che se non mi vedono i controllori appanno ancora il vetro con il fiato per disegnare improbabili nuvole ed animali fantastici. 
Lavorare non lo ritenevo concepibile, ragionevole, sensato, con così tante cose da fare, bah. Che spreco di immaginazione, sognare resta sempre la maniera migliore per impiegare il nostro tempo. 

Un viaggio in treno è una meraviglia sempre, sa di nuovi arrivi, di intrecci, di baci lasciati sul predellino, di biglietti stracciati e di altri ripiegati con cura e riposti in una scatola che li conserverà per anni, di occhi che ti carezzano allontanandosi, di pensieri che volano liberi sulle rotaie, odora ancora dei festosi viaggi da piccolo per andare al mare alla casa dei nonni e dei miei sogni intatti di allora.
Poi però, complice un cantiere in una cittadina  che, in treno, è molto più comoda da raggiungere rispetto all'auto, che c'è una riunione indetta all'ultimo minuto e ho una corposa relazione ancora tutta da preparare eccomi qui, seduto nello scompartimento con il mio nuovissimo HP superfigo sulle ginocchia. 

E il tragitto di andata è stato una vera sorpresa. 
Il ritmico rumore treno rilassa, mi isola, mi aiuta a concentrarmi, intravedo lo scorrere del verde, delle cascine in lontananza, dei cavi dell'alta tensione con il loro apparente movimento ondulatorio, ma non ne vengo disturbato, anzi. Ho scritto, per mezz'ora filata, senza una pausa né per dovermi fermare a pensare, le parole venivano giù da sole, tutte belle ordinate, proprio come adesso. E a momenti non mi accorgevo di essere arrivato alla stazione e se non chiudevo tutto in fretta e mi catapultavo giù proseguivo diritto filato verso il mare, potrebbe essere una buona scusa da tenermi per una delle prossime volte. La riunione è andata benissimo, la relazione era esattamente come doveva essere.
Al ritorno, dopo aver sbrigato un paio di pratiche veloci, mi è venuto lo sghiribizzo di provare a tornare qui, che a questo posto mio ho così tante cose da fargli sapere, che ci sentiamo sempre troppo poco, ma io so che lui sa e sa aspettare. 
E allora ho provato ed anche in questo caso, come durante il viaggio di andata, le parole hanno cominciato a mettersi in fila, pazienti, ad aspettare il loro turno, senza prevaricare, senza decidere di svanire per la troppa attesa. I pensieri del treno scelgono come arrivare, sono quasi tutti lievi, "setacciano", aveva detto una volta chi ne sa a pacchi. Ed in dieci minuti eccolo qui, un post nuovo di zecca, senza nemmeno rileggerlo, finito di scrivere con il sole che disegna strani riflessi sulle poltroncine blu mentre gioca a nascondino tra i palazzi alti, cosa che sta a significare che ho oramai abbandonato il verde delle campagne cuneesi per ritornare nella mia città natale. Sulla destra muove lentamente la collina, laggiù in fondo intravedo Superga con la sagoma della sua bellissima basilica barocca, conservo in un cassetto i chiodi originali che tenevano unite le lastre di copertura in piombo, recuperati su un ponteggio insieme a mio padre, quando lui era il leone ed io un ragazzino ansioso di compiacerlo, secoli fa.
E' ora che con uno sguardo da yuppie annoiato abbassi lo schermo (noi non spegniamo, lo abbassiamo con un languido sospiro di rassegnazione) e lo riponga nella borsa. 
Oddio, a ben guardare sarebbe molto più trendy uno zainetto tecnico, ma per il momento mi devo accontentare della terribile 24ore Samsonite grigio acciaio di quando ero studente al Poli (che faceva tanto studente del Poli, appunto). 
Ma vi prometto che presto rimedierò, per essere perfettamente à la page, in linea con gli standard internazionali.

P.S. Nel manuale di istruzioni del mio pc figherrimo ho letto che ha installata un'applicazione che lo rende in grado di ascoltare perfettamente le mie parole e scrivere come sotto dettatura. Proverò sicuramente ad usarlo, magari in un prossimo viaggio, chissà che razza di post ne verrà fuori.

Magari saprà lo stesso di nuvole ed animali fantastici, disegnati con il dito su di un vetro appannato.

On air:  Pat Metheny Group. Last train home        

giovedì 17 luglio 2014

Lettera dal fronte


Sto bene e così spero di te.
Continuano ad accumularsi giorni strani, lenti, ingombranti come treni merci. Vaghi come sogni confusi, opachi, faccio poca distinzione tra ciò che transita nei miei pensieri e quanto che succede davvero,  forse è un meccanismo di autodifesa che mi permette di superare tutto, questa guerra che stiamo perdendo, che sto perdendo, oramai è chiaro che non è più una sola battaglia. Sogni o giorni assurdamente popolati da persone in transito, alcune che entrano ed altre che silenziosamente, escono. Per molte di queste, alla fine, probabilmente sarà stato meglio così.  
Ci sono estranei che vagano per lo studio delle rose posando quello sguardo arrogante e distratto su ciò che è stato l’involucro meraviglioso del nostro tempo più spensierato senza neppure avvertirne  la presenza palpabile, che aprono porte da padroni, misurano osservano, arricciano il naso, valutano in moneta sonante quanto costi nascondere tutto il nostro passato sotto una rasata di intonaco fresco, che non si accorgono dei sogni che qui ancora fluttuano indecisi, non si fermano ad annusare una rosa o le ortensie fiorite, quest'anno come non mai, come se lo sapessero, loro e volessero in qualche misura ricambiare tutte le attenzioni passate. Che non scorgono i grappoli dorati nascosti dalle foglie larghe della vite, che non guardano da sotto in su il nostro pino maestoso e che non si immaginano che i merli, quando lavori la sera con la porta aperta, scendono sul prato ad osservarti, curiosi.
Ti senti sporco, a tradurre tutto questo in denaro, ti senti sudicio a dover mercanteggiare, a condurre le trattative, ti senti defraudato quando la guerra l'hai persa qui con chi avrebbe dovuto combattere al tuo fianco e alla fine ti accorgi che aveva imparato ad imitare molto bene il suono dello sparo con la bocca. 
E così tutto si traduce in questo, in quattro sogni buttati nel fango, pestati, stracciati. Che mentre tu ti ostini a tirarli fuori ed a pulirli tentando di separare le pagine fradice c'è chi pensa solo a disfarsi nel più breve tempo possibile di quattrovanipiùverandaebassofabbricatocollegatidacortileinternoprezzotrattabile.
Giorni incompleti ed inutili, c’è un insoddisfacente trascorrere di tempo che porta inevitabilmente alla fine di ognuno e poi ancora un altro e poi ancora di nuovo. I chilometri della mattina presto pesano meno di quelli che mi verranno incontro la sera e i pensieri mi accompagnano, poi Il tempo si trasforma e scorre veloce negli Ospedali, a confrontarmi con realtà sempre nuove e sempre urgenti, che prendono e mi assorbono e sembra un niente ma è già un anno che son qui e sembra incredibile ma pare che stia facendo un lavoro quasi decente e poi altra strada e di nuovo qui, a tentare di cucire, arrangiare, risolvere, parlare parlare parlare, arrabbiarsi tanto, ridere anche, disperarsi solo quando non ti vedono e poi la strada che galleggia nel buio e la luna che osserva malinconica i miei pensieri cupi
Il giorno successivo arranco, mi assento in me stesso, metto fuori la mia maschera migliore, quella del "ma sì, dai" e ricomincio ancora.
Non so, non mi sento, non sto.
Forse non saprei scrivere il secondo tempo di una canzone. 
Io spero finisca la guerra, ma sto bene e così spero di te.

lunedì 18 novembre 2013

La luna ha vent'anni

A guardarci bene, quei noi di adesso, probabilmente non sembrerebbe possibile che siamo stati gli stessi noi di quel giorno là. 
Nel curriculum professionale dello studio la data di fondazione recita 10 novembre 1993.
Me lo ricordo bene, noi leggermente in imbarazzo di fronte al notaio, con l'attesa di grandi cose a venire e la sensazione di esser vagamente fuori posto, lì in quella stanza sontuosa di quell'incredibile ufficio del centro, con le impiegate silenziosissime ed efficientissime, pronti a firmare un impegno per il nostro futuro. Nonostante tutte le mie insistenze Marco si era rifiutato categoricamente di mettersi la cravatta, l'ultima volta era stato al funerale di suo padre - solo per le cose serie - aveva troncato sul nascere ogni mia rimostranza. Allora eravamo in cinque. Molto più giovani, così spudoratamente giovani, quando la gioventù è bellezza, carichi di sogni e promesse ed entusiasmo alla vita, sorrisi subito pronti a sbocciare per un nulla e pazzia a secchi. Sbarazzini ed inesperti, molto più sorridenti al mondo, sicuramente incoscienti, questo sì, va detto, incredibilmente incoscienti, spaventosamente, vergognosamente. Ci bastava un niente, principalmente quello che importava era stare insieme e provarci, anche se non era ancora così chiaro a far cosa, e forse completamente non lo è ancora neppure adesso. Dovessi associare una parola a quel periodo mi viene in mente "leggerezza". Poche ancora le ferite, di quelle che bruciano secco, che nel corso del tempo ognuno avrebbe imparato a portare le proprie e che poi inevitabilmente, taglio dopo taglio ci avrebbero cambiato, rendendo dura e rugosa la scorza. 
Era più facile scegliere, vivere, lavorare, inventarsi, scherzare comunque, e soprattutto non prendersi mai sul serio. Era che quando chiamavano "ingegnere", avevi sempre l'aria del "chi, io?" Era tutto più nuovo, i cantieri, la gente che a volte ti stava ad ascoltare e molto più spesso no, l'inconsapevolezza di inventarsi il padrone del proprio destino, una scoperta in ogni cosa, l'essere quelli che reggono il timone senza mai aver osato affrontare il mare e senza neppure immaginare quanto sarà vasto e quante rotte riuscirai a navigare. 
Due di noi, quelli che insieme a me ci avevano messo l'anima per partire, che forse sono stati i miei amici più vicini di allora hanno smesso di crederci dopo poco. Ricordo la mia rabbia proprio con Marco, che mi aveva spiegato che quella non era "la sua società", ma semplicemente "una società" e che non valeva la pena affannarsi così tanto. 
Fulvio invece l'ho rincontrato quest'estate. E tutto questo tempo che ci ha visti lontani ha perso in un nulla forma e sostanza, lasciando solo un minimo spazio al pensiero inconcludente di come sarebbe andata se. A lui che oggi è chiamato ad affrontare prove così terribili che non so dove troverà il coraggio va il mio pensiero, forse sarebbe meno complicato se silenziosamente ci allontanassimo nuovamente, ma troppo del nostro tempo è già stato stupidamente sprecato, non sono disposto a buttarne via ancora.
  
Vent'anni di parole, quante parole sono rimbalzate fuori da quelle pareti, con differenti toni di voce, me ne ricordo molte. Vent'anni di persone, mi ricordo i volti, quanti ne sono passati, nessuno invano. In uno dei miei sogni ad occhi aperti ho organizzato fin nei minimi dettagli una cena con i miei soci e consorti al seguito, che in realtà nascondeva una rentrée con tutti, ma proprio tutti, una di quelle cose che entri in un locale silenzioso ed un po' fuori mano con due candele fioche a conferire un'aspetto desolante alla stanza e "Sorpresaaa!!!" si accendono le luci ed eccoli lì, uguali e cambiati anche loro, e poi risate ed abbracci e parole fino a tarda notte e brindisi, con gli occhi da bracco del mio socio lustri per la commozione, mentre sa che in fondo l'ho fatto per lui, perché sì è vero che faccio una gran fatica a sopportarlo, ma neanche lui, con me, cammina su un tappeto di petali di rosa. E' rimasto solo un sogno, altre priorità non l'hanno reso possibile e rimarrà intatto nei miei sogni per riproporsi tra altri cinque anni.

Vent'anni di lune, me ne ricordo a pacchi di lune, quelle dei lavori fino a tarda notte, quelle d'estate, rosse e piene  in un cielo immobile e noi sui gradini della villetta a ridere sommessamente e quelle delle albe, pallide come i nostri volti tirati, delicate e composte mentre ci osservavano malinconiche, al di là dei vetri che si affacciano su un francobollo di giardino. Mi ricordo lune sottili come una ciglia, composte e rapite, ad ascoltare parole che brillavano come rugiada. Mi ricordo  una luna accesa come un faro ed io e la mia Ciccia per la prima volta disperati e lontani, che la toccavamo con un dito per sentirci di nuovo insieme.
E guardaci adesso. A vent'anni di distanza. Vent'anni. 
Se escludiamo i tappi delle bottiglie, che allora mettevamo in fila bella ordinata sul davanzale delle finestre in alto, non è cambiato poi tanto. Sì, siamo cambiati noi, per forza, il grigio nei capelli, le rughe, l'atteggiamento man mano meno famelico, combattivo. 
Ma io no. Io che ogni botta che ti fa cadere mi fermo stordito, magari tentenno controllando i danni ma che poi mi rialzo perché non ha senso voltarsi indietro e dargliela vinta e che ostinatamente, ancora una volta, mi levo la polvere di dosso e  ricomincio a correreIo che se ci penso, che non mi sembra di aver neppure cominciato, che di cose da imparare so che ce ne sono ancora troppe, che se metto in fila i lavori da inventare, le idee più bizzarre e le rivoluzioni non la finisco più, che nonostante tutti i macigni sul cammino che sono stati questi ultimi anni ci credo, senza mezzi termini o retropensieri, mi affido alla passione ed alla volontà, credo nelle persone pulite e nell'onestà, credo in quello che siamo, in quanto è rimasto immutato e limpido ed allora non mi vien altro da dire che grazie studio delle rose, grazie mille a chi è stato parte di tutto questo ed a chi lo è adesso, grazie luna per questi magnifici vent'anni così brevi che mi sono stati regalati, solo per ciò che è troppo bello il tempo scorre così velocemente. 
Auguri luna, per questi vent'anni e auguri, studio delle rose, per ogni singolo, incredibile minuto passato qui e per quanti altri ne potranno venire. So per certo che finirà prima o poi, dovrà cambiare il vento che fa infuriare il mare di tempesta di questi ultimi tempi e le correnti impazzite. Passerà e ritornerà il sorriso, finalmente con un buon vento di bolina ad accompagnarci verso un orizzonte sereno. 

E non la smetterò molto facilmente, di guardare la luna. 


sabato 29 giugno 2013

Hidden identity



In ogni comics che si rispetti, l’identità del supereroe viene sempre misteriosamente tenuta celata agli occhi del mondo intero.

Lo puoi incontrare nella penombra della notte, i tratti del volto occultati dalla maschera solcati dai freddi riflessi della luna, mentre sorveglia la città dalle pendici di un grattacielo, incurante di tutto, in equilibro su un traliccio per le telecomunicazioni. I suoi occhi scuri contengono tutti i suoi segreti.

Analogamente, l’identità del prode D&R è ugualmente incognita agli occhi dei più, con poche e fidatissime eccezioni. Sì è vero, come analogia magari sarà pure stiracchiata, non sono solito passeggiare affacciato perigliosamente sul baratro (ed è una vita che non arrampico), anzi ultimamente dimoro in un cubicolo al secondo piano interrato di un ospedale senza optional alcuni al di fuori dell’aria che respiro. E’ vero che sorveglio grovigli di apparecchiature elettriche sull'orlo di una crisi di nervi (loro e mia) tentando inutilmente di mantenerne il dominio, e non ho nè mantello né mascherina - che tralaltro mi starebbero un amore, ça va sans dire - anche se ho la certezza che se iniziassi a trotterellare allegramente per i reparti di qui con tutina, mantello ed una grossa D&R cucita sul petto mi meriterei immediatamente un soggiorno nel reparto di sanità mentale a spese dei contribuenti. Ma che volete, quando uno sente di avere in sé lo stesso spirito dell’omino della pubblicità che fredda il mostro con l’alito ghiacciato del Vigorsol, mica può reprimerlo e rassegnarsi a fare solamente l’ingegnere serio e compito, che diamine.

Dicevo che il segreto della mia doppia identità è ben al sicuro entro poche mani. Ed ogni coppia di quelle mani appartiene a persone, ciascuna preziosa e merce rarissima, che si sono meritate nel tempo la mia fiducia più assoluta: ognuna di queste ha un pezzetto della mia vita stampato in loro, e ognuna è parte del percorso della mia, una via, una strada, una piazza, angoli, fiumi, alberi e nuvole di una mappa colorata ancora da finire di disegnare.

L'incontro con queste persone ha cambiato il mio percorso. Hanno camminato con i miei passi, hanno accresciuto il mio modo di essere, mi hanno donato bellezza, parole e sorrisi, lacrime e carezze, uno spicchio di luna e un cristallo, una mano da stringere che sarà sempre un'ancora a cui tenersi saldi, un battito impazzito nel cuore che non ascolta la ragione ed un profumo raccontato dal vento. Ognuna di loro, a loro modo diverse e speciali, ha reso me migliore del me stesso che ero prima di incontrarle.

Perché in questo sparuto gruppo compaia poi anche lei, in realtà non l’ho ancora del tutto capito. Ma c'è, ed è un fatto.
Lei che dello studio ha rotto la qualunque, anche solo con il potere dello sguardo: computer, telefoni, server e macchine del caffè, scaffali e oltre a (ovviamente e molto più spesso) un paio di cose alquanto personali del sottoscritto, si sono dovuti arrendere alla sua furia devastatrice. Il tecnico della nostra rete, a causa sua, ha dovuto ricorrere più volte in analisi.
Lei che di parole me ne ha date tante, a volte così tante da travolgermi e sommergermi improvvisamente stile slavina, senza neppure curarsi prima che nei dintorni ci fosse un san Bernardo con la fiaschetta di grappa per poterne uscire vivo.
Lei è l’architetto di cui ho già parlato qui. Che ha fatto una scelta necessaria e non indolore e che dalla prossima settimana (e per questo ha già da oggi tutta la mia solidarietà) inizierà un altro capitolo della sua vita lavorando in quel di Bucodiculoplace, lontana dallo studio delle rose, da tutto quello che è essere meravigliosamente noi, i nostri progetti e le nostre banche, il cameratismo con le battutacce da caserma alla macchina del caffè, le corse, le litigate e gli sfoghi ritornando a casa la sera. Lei che le basta annusare una qualsiasi bevanda alcoolica per inanellare una serie di doppi sensi da far arrossire un camionista di Reggio Calabria, lei che ha reso più leggeri giorni troppo pesanti, che mi ha assistito nella correzione degli spaventosi errori grammaticali del suo capo nonché mio socio (a sua insaputa), lei che ha ascoltato seria le storie più inconfessabili quando le dicevo “fai finta di essere Enry”.
Andrà a lavorare là, nel lugubre loco improponibile, con quattro panchine sbilenche a farle compagnia - fatte apposta per far cadere sul fianco i pensionati che proveranno a sedersi - al di là dei vetri dell’ufficio di due metri quadri e mezzo senza Internet né radio con Santina e tutte le sue stronzate inascoltabili, a osservare trascorrere il nulla interrotto dal rotolare pigro di qualche secca sterpaglia sul selciato. Per tenerle compagnia sto pensando di regalarle un pallone da pallavolo, un Wilson con cui scambiar quattro chiacchiere come in Cast Away.

Ma ha scelto bene, non poteva essere diverso. Gli occhi dei figli cambiano troppo in fretta se non sei lì a respirarli, ad accompagnarli all’asilo per mano e mettergli le scarpine, quelle rosse piccole, dargli il bacino sulla punta del naso prima di vederli allontanarsi a cominciare sereni la loro giornata. Cambiano, se non riesci a regalargli quella parte di te stessa che gli spetta, a godere di una vita basata su singoli momenti unici, se un posto lontano te li assorbe e ti lascia esausta, se il tempo che passi guidando supera ogni giorno, quello che passi con chi è la cosa più importante della tua vita.

Così lei ha scelto. E ha scelto bene.
Ha colto una rosa sapendo che ci sarà qualche spina che la pungerà un poco comunque, ma almeno ne respirerà a pieni polmoni il profumo intenso.

E quindi è lei, il vero supereroe di questa storia.

Passerà un'ultima volta sotto il pino, sorridendo, guarderà le rose che sbocciano, la pianta di limoni, i gradini scrostati, le ortensie, l'erba appena tagliata, i muri di questo posto che è diventato una strada nella sua mappa colorata. Poi chiuderà il portone, osserverà il nostro bar e non riuscirà a non girarsi indietro.
Lei ed il suo entusiasmo nelle cose, lei e la sua allegria, lei e il suo tempo che ha fatto passare più velocemente il mio.
Lei che anche adesso, mentre sta finendo di leggere, sono sicuro che, piagnona com'è, ha gli occhi lucidi ed un sorriso nuovo, sulle labbra e sul cuore.

E per l’ultima volta, razza di rompiballe come pochi altri, fai finta di essere Enry, che devo abbracciarti e dirti grazie.

Ah, tanto per la cronaca. [aggiornamento del 29 luglio]
Tanto lo sapevo che, aprendo la "busta", almeno gli occhi lucidi, quelli ti venivano.


giovedì 20 giugno 2013

Lo senti?

Piove.

Piove lento e silenzioso, così calmo e rassicurante in questa sera inaspettatamente fresca. Piove di quel suono ovattato, quello ssccc continuo che è la pioggia d'estate, che va sopra ogni cosa e copre il rumore delle rade auto che passano, che anche loro si portano addosso rumore di pioggia.
Piove sulle foglie larghe della vite coi suoi timidi grappoli ed i riccioli sottili con cui si arrampica flessuosa e tenace sui muri, sul pino maestoso che allarga le sue braccia ad accoglie i due merli, gli stessi che ogni tanto si affacciano a curiosare impettiti fin sulla porta per capire cosa stia combinando qui dentro.

Il cielo è una lastra d'acciaio, un temporale lontano brontola cupo. 
Mentre qui piove sul selciato lasciando quell'odore di sabbia bagnata, di pietra tiepida e di attesa.
E piove sulle mie poche parole sempre più difficili da trovarmi addosso, sulla mia Ciccia lontana, sui miei pensieri così disordinati, su questa voglia di niente che ogni tanto mi attanaglia e mi morde, su questo fardello di pensieri e di cose che a volte sembra di non aver niente su ed altre invece è così pesante da portarsi addosso.

Piove sulla luce di fuori, gialla e radente, piove rendendo le mie rose appesantite e più profumate ancora, trasformando le foglie in diademi luccicanti e preziosi, piove sui miei pochi sorrisi e sui miei tanti progetti, sulle parole che mi mancano, sullo zaino per correre e su tutti i miei sogni sognati, che alle volte mi appaiono così distanti e bellissimi che penso di non esserne capace, di sognare sogni così.

sabato 12 gennaio 2013

Ore 21, poesia


Da qualche mese la mia presenza in studio ha subito una drastica riduzione d'orario. Complice infatti l'austerity unita alla pesante sfiga di avere una collaboratrice che abiti proprio in quel di Bucodiculoplace, per tentar di risparmiar una manciata di euri e prolungar la vita delle rispettive quanto iperrodatissime vetture ci siamo accordati e prendiamo la macchina a turno, una settimana lei, una io.

E' stata una lunga e difficile trattativa all'inizio, per raggiungere un punto d'intesa: siamo partiti da posizioni molto distanti, anche se avevamo comunque ben presenti ognuno le esigenze dell'altro: io infatti so che lei ha due pargoli (ed un marito) i quali la sera son lì in attesa, con la bocca spalancata tali quali gli uccellini nei nidi e che pertanto dovrebbe godere di un orario lavorativo se non umano quantomeno standard, mentre lei sa che io abitualmente comincio presto, finisco tardi e di solito (mi ricordo la signora Luisa della pubblicità di un tempo) pulisco anche il water. Questo avendo, tra gli incarichi professionali aggiunti in calce nel contratto pure quello dell'office cleaning. 
E il fatto che la pago è un altro particolare che nella trattativa ha avuto comunque tutto il suo peso, non conta quanto la pago (cioè poco), ma la pago, cioè.

Ci siamo trovati a metà strada. Cioè partiamo presto (così da evitare il traffico dell'ingresso in città ed arrivare al lavoro già stressati) e per lo stesso motivo torniamo subito dopo la fiumana di vetture in uscita dalla città, giusto in tempo per far sì che lei riesca a trasformarsi, con abile guizzo, da affermato architetto in prestito a una torma di squallidi ingegneri ad efficiente massaia e madre premurosa, immediatamente dedita a: sfamare la famiglia, lavare, stirare, sparecchiare, mettere a letto i figli, "accudire" il marito e andare infine a dormire, svegliarsi, docciarsi e vestirsi, pronta a ripresentarsi per un'altra giornata di lavoro la mattina successiva, fresca come una rosa. Ed in qualche misura ci riesce davvero, giuro. Mi aspetto comunque, un giorno o l'altro, di vederla uscire da casa in accappatoio e computer a tracolla, con un figlio che guarda dall'oblò della lavatrice con il programma "capi delicati".
So che sta ridendo, in questo momento. Ed un po' mi odia comunque, ma non tantissimo.

In definitiva abbandoniamo le nebbie di Bucodiculoplace alle 7, luogo oscuro a cui vi si fa ritorno intorno alle 19.30 (ok, ok, ci aggiungo il "circa", ma quando devi finire una simulazione illuminotecnica che ti tiene incollato al pc da due giorni (o eventualmente pure un post) non è che puoi stare lì a spaccare il minuto in quattro, no?)
In un primo momento ha osservato che precedentemente all'accordo bipartisan godeva quantomeno di un'ora di sonno in più, ma alla fine ha concesso il suo assenso. Penso di averla presa per stanchezza.

Guido sempre io, sia la la mia sia la sua vettura.
E lei si spaventa sempre uguale, sia con la mia con la sua. 
Nella settimana "sua" però apprende cose diverse, ad esempio: che la sua macchina può raggiungere velocità inimmaginabili, che nel curvone dove una volta ha fatto testacoda conviene entrarci in traverso pieno per controllare meglio la derapata e che l'uscita dalla tangenziale con la frenata dell'ultimo istante è una vera figata, anche se poi i dischi si ovalizzano.
Nella settimana "mia" scopre invece altre chicche, ad esempio che una macchina che ha al suo attivo una caterva di km e qualche problemino agli iniettori può passare d'improvviso dai duecento all'ora al singhiozzare a tre cilindri ma che ciò non è così grave come sembra, e che per ovviare all'inconveniente si deve spegnere e riaccendere la vettura in corsa: quest'ultima faccenda, al momento la turba ancora un po'.
Quello che invece sconcerta me è che, nostante le levatacce, le grane, il lavoro, la spesa, i figli e la fatica, in ambedue i viaggi, con qualsiasi veicolo, tempo o musica a palla di sottofondo, non la smette mai, nemmeno per un microsecondo di parlare. E' capace addirittura di lasciare una frase interrotta a metà la sera e riprenderla esattamente dal punto in cui l'aveva lasciata la mattina successiva. 
Quindi, ragionandoci su, non so bene a chi sia convenuto. Il mio analista infatti mi sta costando più del gasolio che risparmio.

Ma questa mia sintetica premessa era per farvi sapere che è oramai diventata quasi abitudine la mia uscita dallo studio in quell'orario che io definisco "presto". E quel presto sta a significare che arrivo quasi sempre per cenare al desco familiare ed affrontare subito dopo l'immane disavventura che vede impegnata la mia Ciccia contro i compiti. Roba che, al confronto, le peripezie di Fantozzi al lavoro sono noiose come un documentario sulla vita sociale dei cianobatteri. Voi obietterete che i compiti a quell'ora non si fanno, che una Ciccia che si rispetti dovrebbe andare a dormire presto. Ma la piccola ha le lezioni di atletica tre giorni alla settimana e poi non sapete voi, voi che non avete la fortuna di dimorare a Bucodiculoplace, che il paese medesimo, insulso in quasi tutti i rari momenti in cui ci sto pure io, in mia assenza invece si risveglia, si desta dal torpore, esce dalle nebbie che lo rivestono anche a ferragosto e rifiorisce e - come nel film della bella e la bestia - riprende una vita sociale intensissima, ci sono supermercati luccicanti da frequentare, bar al profumo di caffè ove oziare, innumerevole ed in continuo aumento parentame della consorte a cui far visita obbligata. Ci sono file di genitrici di compagne di scuola con cui confrontarsi, e pertanto non passa ogni sacrosanto giorno in cui io possa arrivare a casa e, anziché meritarmi come ogni umano un po' di sacrosanto riposo ed una poltrona su cui stravaccarmi, mi tocca attivare il cervello in modalità insegnante di sostegno e via, con rinnovato entusiasmo verso le incognite delle radici quadrate, via, verso le traduzioni di inglese più complesse - I am= io amo - via, verso i compiti di italiano, dove mia figlia riesce gradatamente a smorzare ogni energia, con lo sguardo fisso e quell'espressione vagamente beota che ricorda un abitante dell'isola di Pasqua al cospetto di un marziano appena sceso da una navicella. 

La osservo spesso e quello che leggo nei suoi occhi è il vuoto cosmico più assoluto e perfetto, provo perfino le stesse emozioni della particella di sodio nell'acqua Lete.

Esasperato, qualche volta ma sempre malvolentieri mi incazzo pure, alzo il tono della voce e lì ho scoperto che allora, con tale montessoriano metodo, miracolosamente una scintilla di vitalità negli occhi riappare, va via il torpore, l'apatia, quel piccolo cervellino riprende lentamente a macinare. Come dire, la devo tenere sempre sul pezzo, altrimenti la perdo. 

L'altro ieri però una piccola tragedia, inaspettata, si è consumata in casa D&R. 

Poco prima delle vacanze di Natale la Ciccia si era influenzata ed in sua assenza la professoressa di francese aveva assegnato il compito di imparare a memoria per l'anno nuovo la Galette des Rois, una poesiola scema incentrata su un dolce tipico dell'Epifania d'Oltralpe. Si tratta dell'equivalente della nostra focaccia della Befana e rappresenta la felicità dei dentisti locali in quanto al suo interno si trova una piccola statuetta di ceramica. Chi la trova perde sì due o tre molari, ma per un giorno intero viene riconosciuto re da tutti i commensali e può comandare zie, l'odiatissima cugina con l'apparecchio e persino il cane. Ma dimmi tu 'sti francesi. Arridatece la Gioconda e la Bellucci.

Tale giocoso nonché incantevole componimento in rima, le era stato detto al suo ritorno sui banchi, non era sul libro, ma lo si poteva recuperare tranquillamente in Internet. Detto fatto. Cerchiamo, troviamo. La cosa anomala però è che questi mangialumache che non sono altro pare abbiano scritto una caterva di componimenti sulla galette des Rois, una sfilza di opere di alto ingegno, come se non stessero aspettando altro, come se l'abbondanza di zuccheri nel sangue abbia ispirato il fior fiore dell'intellighenzia in rima, come se smaniassero dalla voglia di finire una frase per poter usare parfois, pois o niçois. 

Come dire a noi ce ne fa un baffo del vostro ermo colle o dell'illumino d'immenso, noi ci abbiamo la galette des Rois, sacrebleu.

"Sì è questo", dice lei dopo un'iniziale esitazione. Stampiamo, ce lo leggiamo, e per tutte le vacanze ripetiamo meccanicamente, fino allo sfinimento "Si tu trouves la fève dans la galette/Tu mettras la couronne sur la tête/Si tu n'la croques pas/Si tu n'l'avales pas/Alors ce sera toi/Qui sera la reine ou le roi!" 

L'altra sera però, come un fulmine a ciel sereno la Ciccia scopre invece che la poesia che abbiamo imparato è sbagliata. Dopo quell'attimo di sbandamento che coinvolge pure la gatta, le mie esternazioni represse ma comunque sempre votate alla tranquilla e civile critica nei confronti della mia adorata pargola e della sua di lei altrettanto adorata genitrice   (macazzocazzocazzosietetuttoilsacrosantogiornoingiroinsiemeamammeecompagnieanessunoèvenutoinmentedipensarciprimadistaseraporc@!#+*!!!) mi do un contegno e studiamo insieme una strategia di guerra. Non c'è santi, la mattina dopo ci sarà l'interrogazione ed arrivare con una poesia diversa potrebbe dare un minimo fastidio la docente, ed influire conseguentemente sul voto.
Si deve imparare entro stasera. Indossiamo l'elmetto, ci passiamo due dita di nerofumo sotto gli occhi e pronti alla pugna.
Google traduttore è una meraviglia, ci copincolli la poesia e se pigi quel tastino con l'altoparlante, una signora, dall'altro capo degli altoparlanti recita la stessa, con l'erre moscia d'ordinanza e la pronuncia più consona. Devi metterci ad arte qualche puntino nel testo per costringerla a darci un attimo di respiro altrimenti lei la dice tutta d'un fiato e la piccola si smarrisce già alla seconda strofa.

La piccola, complice però la fase digestiva tipica del dopo spaghetti con le cozze, si smarrisce comunque. E allora si traduce in italiano per trovare un senso alla cosa, gli si dà un senso logico, si organizza un percorso mnemonico, si ascolta e si ripete, si ripete e si ripete. 

Questo è un piccolo cameo del dialogo realmente avvenuto:
Ciccia: "...Qui a.. la fève et.... la couronne?
             ..........................................
             .........................................."

Io: " e poi?"
Ciccia: "Zitto che poi mi distrai!. Ehmm..... Qui a la fève et.... la couronne?...... et la couronne?... scusa, cosa c'è dopo la couronne?"
Io: "La carta".
Ciccia: "Qui a la fève... et... la couronne? ...La carta..... La carta? Sicuro che c'è scritto davvero la carta??"
Io: "MA NON LA CARTA, LA CARTA COME SI DICE IN FRANCESE!!!"
La consorte, da sotto: "MA COSA GRIDI, CHE I VICINI SENTONO!!!!"
Io: "E COSI' ALMENO SI FANNO UNA CULTURA, BONSOIR LES VOISINS!!!!"
Ciccia: "ZITTI CHE MI CONFONDETE E CHE MI TOCCA RICOMINCIARE!! Qui a la fève... et... la couronne? ...Com'è già che si dice carta in francese?"
Io: "... papier.."
Ciccia: "Qui a la fève... et... la couronne? Papier d'argent o papier d'or?"
Io: "No, è il contrario..."
Ciccia: "Ma così non fa rima!"
Io: "Ma neanche al contrario, non è che "on" e "or" facciano proprio rima!"
Ciccia: "Ma non è mica giusto!"
Io: "Adesso affitto un caccia e vado a bombardargli il Palazzo dell'Eliseo per rappresaglia, d'accordo? Ma vogliamo andare avanti?"
La consorte, da sotto: "MA CICCIA, HAI STUDIATO RELIGIONE?"
Io: "RELIGIONE????? MA DA QUANDO IN QUA SI STUDIA RELIGIONE????"
Ciccia: "Si, l'ho studiata oggi."
Io: "MA DA QUANDO IN QUA PORC@!#+*!!! SI STUDIA PRIMA RELIGIONE E LA SERA FRANCESE???"
Ciccia: "Qui a la fève... et... la couronne........?

Siamo andati avanti così fino all'esaurimento. 
Ad ora tarda, alla quarantesima volta che nonostante la correggessi mi pronunciava "souvent" proprio "souvent", esatto così come vien scritto, mi sono leggermente alterato. Ho provato a telefonare ad Hollande per far cambiare la pronuncia dalla lingua ufficiale francese ma non me l'anno voluto passare, ho preso tra le mani il volto della mia ciccia e guardandola fissa negli occhi le ho detto "suvon, suvon suvon!" per circa quindici volte di seguito.
Le si sono riempiti gli occhi di lacrime e mi ha detto: "Cosa ci posso fare se non sono brava come te?"
Sapete, io sono un orso, ma di quelli di pezza che si vincono al tiroassegno. Che basta centrare un barattolo e te lo porti a casa. Mi sono vergognato e la sono abbracciata a lungo, l'ho confortata, le ho asciugato le lacrime, le ho fatto il solletico facendola ridere e le ho spiegato che non riusciva ad impararla solo perché era tardi ed era eccessivamente stanca. Poi l'ho accompagnata a letto, mi ci sono sdraiato vicino, e sussurrandola come una ninna nanna, le ho recitato la poesia, un'altra volta, e un'altra volta ancora, così tante volte che non so, sempre tenendola abbracciata, fino a sentire il suo respiro abbandonarsi al sonno. 

Il giorno dopo, verso l'ora di pranzo mi arriva questo messaggino:
"Ho preso 9 della poesia, grazie Totsonino mio".

E adesso lo so che siete curiosi come delle scimmie, eccola in tutto il suo splendore, la nostra fatica di ieri:

Galette des Rois 

Qui a la fève et la couronne? 
Papier d'or ou papier d'argent? 
La galette était bonne 
Et la fève dedans. 

Petit roi d'amour aux yeux de velours 
Choisis la reine de ta cour! 

Gentil Roi, bois! Mais n'oublie pas 
Que le bonheur même des Rois 
Ne dure souvent qu'un seul jour..
E ditemi voi se è o non è una poesia di merda.

sabato 27 ottobre 2012

Saldo Parcella

La faccenda si era aperta e chiusa praticamente nel giro di mezza giornata. Una telefonata iniziale da parte di un collega, amico comune, un paio di giorni prima "Ne fate, di queste cose?" - Certo che ne facciamo - ho risposto, dando la nostra disponibilità. Poi la  telefonata con F., il mio primo contatto con loro; a questa ne sono poi seguite un paio per ulteriori chiarimenti; con le informazioni che mi servivano ho tirato giù il progetto, niente di che, uno schemino veloce. Fatto, timbrato e spedito. Fine. 
"Quanto ci costi?" Aveva chiesto subito: "Vorrai scherzare" è stata la mia risposta."Allora grazie. Verrai a vedere la mostra, così almeno ci conosceremo" mi ha detto.

Ero curioso, giuro. Una piccola mostra fotografica con un briciolo di contributo nostro, proprio in quella piazza che per me è un pezzo di vita, un respiro sospeso, che i miei passi ci tornano sempre, quando i pensieri hanno imparato a prendere il sopravvento sul loro controllo per vagare tranquillamente per i fatti propri. Ci ho girato a lungo solo qualche giorno fa, con ragionamenti contorti in testa, la pioggia a farmi compagnia e diversi numeri di una rivista di stilografiche a pesarmi tra le mani. 
Poi però il lavoro, le cose, tutti i soliti cazzi han reclamato la loro parte di tempo e la mostra è scivolata di lato, senza che potessi più pensarci e silenziosamente è andata verso il vicolo delle cose dimenticate. 
Ma in maniera inaspettata però invece è tornata con la visita di F., che ha voluto incontrarmi per ringraziarmi di persona: mi ha portato una brochure per illustrarmi bene chi sono loro e cosa fanno ed un libro in regalo, per me, il racconto dell'esperienza in Sudan del medico cofondatore dell'associazione. 

Ci sono persone diverse, che entrano attraversando tutti i tuoi strati come niente e che ti colpiscono, dirette, senza fronzoli. Sapete, F. è uno di questi. Aperto e franco, pulito di quel pulito che sa di buono. Con i suoi occhi chiari e quel sorriso gentile sempre accennato mi ha raccontato la loro storia ed i loro impegni, investendomi con un entusiasmo che una volta ben conoscevo su di me, mentre invece oggi mi riscopro solo molto stanco, demotivato e facile a lamentarmi. Certo che non ho smesso di combattere, ma troppe volte mi chiedo se ne valga ancora la pena. 
Ed F. invece combatte. Combatte eccome, combatte col sorriso e l'educazione e la gentilezza, combatte anzi combattono - perché intorno a F. ci sono molte altre persone - una guerra contro l'indifferenza e le crudeltà e la morte, impegnandosi a sarvare la vita di donne dell'altra parte del mondo, che magari non sapranno nemmeno della loro esistenza. "Non è facile", mi ha detto con l'ultimo dei suoi sorrisi prima di salutarmi.

F. mi ha fatto un po' vergognare delle mie lagne. E quella sera mi son sorpreso a pensare che, in fondo, io al loro confronto, ed al confronto di chi in genere dalla vita ha altre aspettative, a combattere non ho nemmeno cominciato. Anzi, sarà proprio il caso che mi dia da fare sul serio.
Si dovrà mettere in vendita la moto (a proposito, niente niente a nessuno serve un Transalp anno '94 bellissimissimo che piega che è una meraviglia?) e tutte le stilografiche che ognuna è un respiro diverso di me, si sarà costretti a cercare una casa più piccola per evitare che il mutuo stellare impedisca di vivere. Si dovranno fare delle scelte, sacrifici, rinunce, ma in fondo è facile, queste sono solo cose. E le cose son fatte per quello, si comprano, si vendono, si perdono per strada, si cambiano. Quello che invece conta sul serio è altro. E' uno sguardo pulito, è la voglia di non spegnersi, di spingersi sempre oltre, è il desiderio di dare un senso alle troppe parole dette. E' voler guardare avanti con ostinazione, è una mano aperta a chi la sa stringere, è la voglia di illustrare una strada a mia figlia per crescere, sono altre mille cose insieme ed è solo a queste che non si deve rinunciare. E si dovrà anche chinare il capo, dimenticare l'orgoglio ed andare da tua madre a chiedere ancora una volta aiuto e sai che quell'aiuto, nonostante tutte le litigate e le grane e le incomprensioni non ti verrà mai negato, anzi magari ritroverai anche altro. E allora scoprirai che ci sono ben poche cose che ti potranno abbattere.
A F. ho detto di contare pure su di me, su di noi, per qualsiasi altro progetto che abbia la necessità del nostro contributo professionale da quel momento in poi. "E' il minimo che possiamo darvi".
Mi ha ringraziato e mi ha detto che l'avrei risentito molto presto. E infatti, una settimana dopo, eravamo nuovamente in pista per un altro progetto.

E se ieri sera, sotto un diluvio universale impietoso, le due fiorettiste Margherita Granbassi e Giovanna Trillini, pigiando un pulsante, hanno acceso le luci della nuova mostra fotografica dell'associazione in quella piazza di Torino, che nessuna piazza potrà mai essere uguale, e nessuna di loro due è rimasta folgorata, beh, in fondo in fondo, un po' è anche per merito mio. Che magari non sarò così bravo col fioretto, ma non vi consiglio comunque di sfidarmi a duello.




lunedì 24 settembre 2012

La Brutta Bestia [seconda parte]



Continua da qui
Il segnale inconfondibile del messaggio in arrivo sul cellulare, dal piano di sotto. 
Lei si drizza su ed il livello passa immediatamente a livello C, sottosezione "allerta - colpo in canna".
"Chi è che ti manda i messaggi a quest'ora?" domanda.
"Non lo so, il telefono è sotto, ed io non ho la vista a raggi x", rispondo.
"Beh, che aspetti, vai a prenderlo, se ti mandano messaggi in piena notte magari è importante", suggerisce maligna.
Mi alzo di malavoglia e vado sotto. Non abito nella reggia di Versailles, devo fare si e no una ventina di metri tra andare e tornare, compresa una rampa di scale. Riesce a domandarmi "e allora eh? Chi era?" almeno quattro volte, prima che raggiunga il cellulare.
Il messaggio proviene da un numero sconosciuto. Lo devo leggere, ovviamente non posso esimermi dal non farlo ad alta voce. Potrei inventare e far finta di leggere "Vodafone servizio gratuito...", ma sarebbe peggio, considerato che ho il contratto con Tim. 
Ed a distanza di anni me lo ricordo ancora a memoria.

"Serata strana. Tu non hai idea dei pensieri che mi frullano in testa".
....
Me li ricordo ancora benissimo, quei dieci interminabili secondi di silenzio assoluto, prima dello scoppio della tempesta perfetta, l'Apocalisse.

Esplode. Dallo stato di piccola nana rossa, che è la sua condizione normale (almeno è così che la chiamo), passa in un lampo a quella di Supernova. Il contatore Geiger del tono di voce schizza a livello F in un lampo e poi va ancora su, su, su, fino a che l'ago impazzito spacca il vetro e si conficca nel muro alle mie spalle, sfiorandomi la giugulare.
Urla come un derviscio che si avventa sul nemico, si mette in piedi sul letto (ma non si nota quasi la differenza) mi insulta di brutto, ha gli occhi iniettati di odio, mi dice lo sapevo, sei un bastardodisgraziatocriminaleporcoesporcotraditore, riesce a parlare ed a tirar fuori una sequela di insulti fittissimi senza riprender fiato tanto che temo possa venirgli una sincope, se la prende con Tizia che insidia i mariti altrui e sulla nostra liason che finalmente viene smascherata, è furiosa, isterica. Io cerco invano di placarla, di calmarla, di farla ragionare, non può essere lei, sragioni, è un numero sconosciuto, non è quello di Tizia, che ho in agenda, e non è che uno va a casa all'una di notte e come niente si può fare un numero nuovo solo per parlare con uno, anche se figo come me. Lei ribatte che allora Tizia sta usando di sicuro il telefono del marito, ma io ho anche il suo numero, e non è possibile, anche perché il suddetto marito, di professione idraulico, ha in dotazione due consistenti bicipiti e la chiave del 36 che, se solo mai sospettasse mi dessi da fare con la sua di lui metà, potrebbe adoperare su di me in maniera non estremamente gradevole.
Tento di ricondurla a limiti ragionevoli, le dico di finirla di urlare che avremmo già svegliato mezza Bucodiculoplace, di aspettare un attimo, di farmi capire, ma lei niente: provo anche a mandare un messaggio, in sua presenza al numero sconosciuto chiedendo "chi sei" , ma dall'altra parte mi giunge in risposta solo un laconico
 "boh, non so nemmeno più io chi sono"
E questo la fa solo più incazzare e aggiunge strilli e urla "e lo vedi che è lei" e urlo anch'io per calmarla, ma lei continua inviperita "elovedichehoragionemaioVirovino, è lei e l'ho sempre sospettato che sei un bastardodisgraziatocriminaleporcoesporcotraditore, solo che adesso, finalmente c'ho le prove".
Compare la piccola, in pigiama, l'aria addormentata ed il passo incerto, svegliata di soprassalto da tutte quelle urla,  gli strepiti, i colpi sul letto. Porta da una parte un cuscino e dall'altra una bracciata di peluches stretti, una decina circa, lo stretto indispensabile in caso di fuga improvvisa per grave calamità naturale. Le manca l'elmetto di emergenza. Sospetta un terremoto, uno tsunami, un'alluvione. Ci guarda stupefatta, sua madre in pigiama, scarmigliata e isterica in piedi sul letto, suo padre mezzo svestito e vagamente barcollante con il cellulare in mano alle due di notte. Non si scompone. Noi la guardiamo, ci fermiamo in silenzio.
Lei non ci chiede neanche se siamo impazziti, non serve, è convinta di sì.
Ci dice soltanto, in tono accusatorio: "ma lo sapete che mi avete svegliato? Me e forse tutto il paese?" 
Io le chiedo scusa. Ha ragione, e senza rimpianti abbandono il campo di battaglia. E per riuscire a far riposare almeno i vicini le propongo di tornare insieme a dormire nel suo letto. E nonostante i ringhi e tutti i brontolii sommessi provenienti dalla stanza di fianco, con le parole della mia piccola "stai tranquillo, la mamma è un po' matta, ma non è cattiva", e le sue mani tra le mie, nella sua stanza con le stelle che luccicano sul soffitto, finalmente ci addormentiamo.
La mattina successiva ho il primo appuntamento fuori studio. Mentre mi muovo in auto ho un illuminazione. Telefono da noi. Mi risponde proprio Tizia. 
"Scusa Tizia, ma E., il nostro collaboratore che è andato via, ci ha per caso lasciato il suo numero nuovo? Sì? me lo mandi, per favore? Grazie".
Mi arriva l'SMS. Lo confronto. E' proprio lui, lo stesso di questa notte. E' lui che, la sera prima, alla cena insieme a noi, era stato così bene che, ripensandoci, nonostante con il nuovo lavoro andasse a guadagnare molto di più ed a lavorare molto di meno, era sinceramente dispiaciuto di abbandonarci, tanto da non essere più sicuro delle sue scelte e da mandarmi i messaggi in pena notte. Compongo il numero.
E.: "Sì?"
D&R: "E.? Sei tu? Ma la sai una cosa?"
E.: "No, che cosa?"
D&R: "Te lo ricordi quanto è gelosa mia moglie?
E.: "Miiii, Certo che lo so.... e allora?"
D&R: "E allora... Ma sarai stronzo?!??!!" 

martedì 18 settembre 2012

La brutta bestia

Così dicono di lei. E quando intendo Lei non pensate male, non mi sto riferendo alla mordace consorte, che casomai rientra nella categoria degli "animali di piccola taglia". Un po' come quei cagnetti che abbaiano sempre e sempre mostrano i denti: non feroci, no, ma estremamente rompicoglioni.
La brutta bestia a cui accennavo è la gelosia, di cui la consorte pare permeata, inzuppata come un savoiardo nel caffellatte. 

Dico sempre che le sue malefatte sono state così tante e così tanto varie che potrei tranquillamente scriverne un libro. Tale libro lo utilizzerei eventualmente a mia difesa, nel momento in cui qualcuno, lavorando casualmente con il martello demolitore nel pavimento del garage, ne rinvenisse in futuro i miseri resti. Tanto sarò già all'Avana, tra fiumi di rum e donne scandalosamente giovani e pertanto chemmefrega. 

Tempo fa ero in un bar a nutrire l'affamata schiera del popolo di studio e ne stavo rievocando un aneddoto, accaduto qualche anno prima. Sospetto che tutta l'ilarità suscitata, (un pò come accade al Berlusca e le sue barzellette durante i comizi elettorali) sia stata in parte dovuta al fatto che la mia mano verghi gentili autografi sugli assegni delle loro buste paga, ma alla fine le risate erano così tante che da un lato ci hanno gentilmente quasi cacciato dal locale e dall'altro mi han fatto pensare che, di questa storia potrei benissimo farne parte anche a voi. 
La premessa è la solita. Non invento niente, al limite infiocchetto, ma è vero in tutto, tranne quando faccio parlare il gatto. Se credete anche a quello allora avete dei problemi. 

Era la vigilia di Natale di tre anni fa. Una cena di studio, con tutti, soci e collaboratori. Una cena particolarmente sentita perché in quella ci accompagnava, per l'ultima volta E., un nostro collaboratore storico, un amico che, dopo circa dieci anni trascorsi sempre insieme, dall'anno successivo sarebbe andato a lavorare da un'altra parte.
Abbaiamo trascorso una serata veramente piacevole. Buon cibo, buon vino ed una buona compagnia han fatto sì che il tempo passasse veloce, tra risate, e attimi di leggera commozione. Il nostro amico che era in procinto di lasciarci aveva gli occhi più lucidi di tutti. Alla fine ci salutiamo e ci dirigiamo ognuno a casa nostra. Tra le persone di studio ci sono anche due ragazze che abitano lungo la strada che faccio per andare a Bucodiculoplace e, considerato che si mormora abbiano l'abitudine di bere smodatamente e che soprattutto non sono automunite, mi offro cavallerescamente di riportarle a casa. Le chiamerò, per rispetto della privacy, Tizia e Sempronia. Su Tizia (esclusivamente per questioni di ordine cronologico) si stanno concentrando ultimamente gli strali della gelosia della consorte. E Tizia, tra le due, è ovviamente quella più vicina a casa mia. 

Accompagno pertanto Sempronia a casa, la salutiamo, accompagno Tizia a casa, saluto anche lei, e di lì in capo a dieci minuti, senza il minimo sbaffo di rossetto sulla camicia o un capo di biancheria intima femminile che sbuca dalla tasca della giacca son lì, fischiettante e sereno, diversamente sobrio ma solo il giusto, con lo sguardo da maritino angelico d'ordinanza che risalgo le scale di casa. E' circa l'una e mezza di notte. 

Lo so perché le lancette del mio orologio, per il gelo come nella scena di The day after tomorrow, sono rimaste bloccate per sempre.

Salendo dalla zona giorno alla zona notte avverto una strana, inquietante tensione nell'aria. Un ronzio sommesso e persistente, come quando passi sotto i cavi dell'alta tensione ed a noi maschietti si drizzano i peli sulle braccia. La luce dell'abat-jour della camera da letto è ancora accesa, la gatta sguscia via silenziosa con le orecchie bassissime, e con gli occhi ed un eloquente gesto delle zampe mi suggerisce che non è proprio aria. La consorte è nel letto, seduta a mezzobusto, con le braccia conserte che mi attende fissandomi con occhi ardenti. La prima impressione che mi dà mi ricorda Linda Blair nell'Esorcista. 
La saluto allegramente, sono di ottimo umore e mi stupisco di trovarla ancora sveglia.
Lei comincia a parlare con la voce livello "D quasi E" del repertorio delle voci della Consorte. Il repertorio delle voci della consorte comprende, in crescendo, tutte le sfumature dal livello "A" alla "F", dove il primo è quello a cui corrispondono toni amorevoli e passionali (non lo usa dall'86, me lo ricordo perché l'avevo registrato ancora su cassetta C60) mentre Il livello "F" l'hanno sentito una volta a New Orleans e mi han confessato che l'uragano Katrina in fondo era stato meglio. 
Il livello D ha un tono di voce leggermente acuto, tagliente e sarcastico, vagamente sinistro, con la parlata veloce ed interrotta di frequente da "eh già" velocissimi che mi ricorda le telefonate in VOIP quando l'ADSL fa le bizze. E' già furibonda ed io al momento non ho ancora capito il perché. Ho anche lucidato l'aureola apposta, prima di uscire. Forse è nascosta dai capelli.
Incomincia: "E allora eh? ti sarai divertito, immagino!" Inizia prendendola alla larga. "In effetti sì", ribatto cercando di buttarla sul faceto. "Pare che le serate passate a indossare il cilicio stando in ginocchio sui vetri ed ascoltando film originali in polacco siano passati terribilmente di moda. Pare che la gente abbia l'abitudine di cercare di star bene, ridere, scherzare, divertirsi". Ma la mia allegria non la contagia, anzi. Gli "èh già" ed i "si deve pure divertire, lui" si susseguono a ritmo serrato, infastidendomi. Badate, non voglio dire di essere un maritino perfetto, questo no. Spesso non sono gentile, non sono premuroso, non sono affabile: non saluto i vicini e faccio piangere anche i bambini più piccoli (e anche questa, giuro, è proprio vera). Abito - la dizione più corretta sarebbe "dormo" - in un paese (il suo di lei), di emmenthal dove brucerei almeno metà della popolazione accanendomi in particolare modo su alcuni folcloristici componenti della di lei famiglia e tutte queste cose gliele ripeto pure spesso. Ho un lavoro mio, che mi da tanto ma che come contropartita mi fa stare lontano da loro tutto il giorno, senza orari, e nonostante tutto non voglio rinunciare, per sopravvivere, a cose egoisticamente solo mie come correre ed arrampicare, quando posso, quando proprio non riesco farne a meno. Ma a parte questo basta. Tre, quattro uscite all'anno tra uomini sono ciò che mi concedo, semplicemente perché mi va bene così, perché è giusto così, perché casa dovrebbe voler dire che si lascia tutto fuori, trovando dentro la tranquillità, il calore e l'affetto delle persone a cui vuoi bene, che ti vogliono bene.  
Sono stanco, a quest'ora, per litigare senza senso. Non me lo merito, non ho voglia di fomentare le sue paranoie, e neanche di iniziare una discussione sterile: "Sì, una bella serata, infatti, siamo stati bene", rispondo spogliandomi. Si informa su chi c'era, evidenziando con sorrisetti e mormorii (se c'è una cosa che mi fa .....zzare sono i mormorii che non capisci cosa ha detto ma che SAI che era un qualcosa a contenuto altamente dispregiativo).
"Immagino che Tizia ti sia stata seduta vicina, a cena"
"Si," ribatto io " principalmente per due motivi. Il primo è che in quanto ad organico non siamo la FIAT, quindi stiamo tutti tranquillamente intorno ad un tavolo. Ed il secondo è che siamo in inverno, non potevo certo farla cenare da sola nel dehor". 
"Comunque ti era seduta vicina, o di fronte, vero?" (la consorte a mente non sa fare 8+13 però riesce a calcolare in una frazione di secondo tutte le combinazioni possibili della posizione delle persone intorno ad un tavolo rettangolare per sapere che se sono in mezzo alla tavolata, sono praticamente spacciato). 
"No, proprio vicino non c'era posto. Allora, per farla contenta, l'ho tenuta sulle ginocchia, fino a che mi si sono addormentate le gambe".
"Fa anche il cretino lui"
"Considerato che ti ho portato all'altare rivendico il fatto che non faccio il cretino, io sono cretino" cerco di sdrammatizzare.
"E poi, eh? Scommetto che le avrai portate a casa tu, vero?"
"Sai, in verità abbiamo messo dei foglietti in un cappello ed abbiamo estratto a sorte per vedere a chi mai poteva capitare questa insperata fortuna. Ha vinto Caio, sai l'architetto che abita in direzione opposta alle magioni delle due fanciulle. Lui però, sebbene entusiasta, girando in bici anche d'inverno aveva qualche difficoltà a trasportarle entrambe. Allora ha messo all'asta a malincuore la sua vincita e me la sono aggiudicata io per un milione di Euro. Dici che ho speso troppo?

Lei ignora le mie battute. "E immagino che avrai accompagnato per ultima Tizia, c'è da giurarci, vero?"  allude, acida. 
"Considerato, mio buon vecchio Watson, che la suddetta Tizia è la più vicina alla nostra avita magione mi compiaccio per l'arguta deduzione, MA" - alzando l'indice per  richiedere attenzione - "in realtà sbaglia, perchè l'ho accompagnata per prima. Arrivati sotto casa sua le ho, travolti da irrefrenabile passione, dato due gentili colpetti sul sedile posteriore dell'auto, in maniera che Sempronia osservasse e potesse prendere appunti. Scaricata la prima pulzella ho girato la macchina e son ritornato verso Torino, per lasciare la stessa Sempronia, la quale a sua volta, poverina, pretendeva di mettere in atto gli appunti diligentemente presi. Infine ho fatto per la terza volta dietro front e mi sono diretto a casa. Totale 540 km per due sveltine". Poi, guardandola fissa  e cercando di farle capire l'assurdità delle allusioni "certo che l'ho lasciata per ultima, è la più vicina a casa nostra, non credi?".

L'insensatezza dei suoi ragionamenti diventa finalmente manifesta persino a lei. 
"Sono due persone normali, da accompagnare a casa, punto. E non mi costa nulla farlo. E sei ridicola. E Tizia poi oltretutto ha anche un marito." 
"Non vuol dir nulla" tenta un'ultima, strenua difesa. Ma ha perso di mordente, non ci crede più fino in fondo. Il livello passa gradatamente da D al C. La gatta, che mi aveva già preparato un giaciglio di fortuna vicino alla lettiera, dal bagno sento che sussurra "Te la sei cavata, non ci avrei scommesso la mia ciotola di croccantini, stasera" (ecco, questa è la parte a cui non dovete credere).

Sto per mettermi a letto, lei ancora rimbrotta qualcosa tra sè e sè, ma se essere gelosi è un'arte lei è il Michelangelo della gelosia, e non ce la fa proprio a finirla così. 
Stiamo per abbandonare anche il livello C. Mi rilasso.

E lì sta l'errore. Perché non è che abbia seguito un corso al CEPU, per diventare così, lei è una professionista, è campionessa mondiale in carica, docente di gelosia applicata. Fa solamente finta di abbassare la guardia, scarta ed aspetta la tua prossima mossa. E con lei devi rimanere sempre sul pezzo. Nonostante tutto fai ancora gli stessi stupidi errori. Basta un niente. Basta che tu ti dimentichi, ad esempio, di spegnere il cellulare, o mettere il silenzioso. Ma il cellulare tu, non lo spegni mai. E questo, la sfiga, la tua personalissima nuvoletta nera che ti segue fedele da quando eri in fasce, lo sa. 

Ed è proprio in quei piccoli istanti di pace, quando ormai pensi, d'accordo con la gatta, di essertela ancora una volta svangata, che accade l'irreparabile......
[...continua.]