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lunedì 3 settembre 2018

Mille splendidi sogni (quasi) infranti - Parte II

Continua da qui 
Passo a casa da Renè. Sono sfatto, deluso, incazzato e amareggiato. Una birra insieme per smaltire la ferale notizia e decidere sul da farsi. Per me è un disastro, ho il morale sotto le suole, oltretutto sto benissimo, mi sento in perfetta forma.... fintanto che non penso anche solo a provare un passo di corsa. Lui cerca di farmela prendere con filosofia. "Intanto fino a qui sei arrivato - mi dice - hai già fatto tantissimo, ti sei allenato per correre una mezza, e quello difficilmente lo perdi. E' vero, abbiamo fatto pochi lunghi né preparato i lunghissimi, ma per il momento pensa a guarire, poi quando ti daranno il via ci penseremo. Stai tranquillo, a Parigi ci andiamo comunque, mal che vada ci consoliamo con lo champagne e dimentichiamo mogli e guai con le belle donne del Crazy Horse!!". Nonostante la delusione bruci, sorrido.

Dopo qualche giorno inizio con la fisio. Lo strano è che, disteso sul lettino, mi si chiede di fare degli esercizi dolci, lenti, senza sforzo, apparentemente inutili, a mio modo di vedere. "Appena senti fastidio o fai fatica smetti, qui non devi fare il maggior numero di volte una cosa, ti si chiede di farla bene ma soprattutto lentamente, accompagnandola con il respiro". Sali il gradino e scendi il gradino, ruota la gamba e riportala al centro. Gli esercizi da pensionato, li chiamo io (astenersi ogni commento). Niente corsa, vietatissima. Niente esercizi di forza, niente di nulla. Massaggi rilassanti, un po' di sedute di laser e qualche antinfiammatorio. E poi esercizi, esercizi e ancora esercizi, la mattina prima di andare a lavorare, la sera prima di coricarmi e ogni due giorni al centro. Una volta ogni tre, quattro sedute, Dante (il responsabile del centro) mi vuol vedere, tasta l'infiammazione, ne segue i punti maggiormente dolenti ma vede progressi "stai recuperando bene", mi dice. 
Trattengo il fiato, mentre porto avanti i miei esercizi con un muro di ostinazione da montanaro quale sono. Non penso più a Parigi, non spero nulla. Lavoro e terapia, terapia e lavoro. 
Dopo due settimane inizio con una lenta cyclette. Dopo tre, Erika mi fa un cenno verso il tapis roulant. "Due minuti a passo veloce, niente corsa". Il passo veloce forse è troppo veloce, ma non dice niente, un po' sorride. I due minuti finiscono subito. Non ho male. Lei è soddisfatta "ma la strada è ancora lunga", mi dice. E così recupero, lentamente ma accade, il male è solo un sospiro lontano, ma non è mai completamente svanito. E andiamo avanti con gli esercizi, mi si corregge se ci metto troppa foga, e mi si premia ogni volta a fine seduta con qualche minuto in più sul tappeto. 
Un giorno arrivo e mentre sto per dirigermi verso il lettino lei mi manda sul tapis roulant. "Cinque minuti di corsa, vai come ti senti" 
Vado che mi sento da Dio, vado che non correvo così da quando mia mamma mi inseguiva con la ciabatta in mano pronta per il lancio (disciplina di cui era campionessa olimpica) per qualche marachella combinata. Vado che sembra tutto passato, non sento dolore, ho solo voglia di correre e sembra che sia ancora abbastanza capace, anche se alla fine mi ritrovo con il fiatone ed il battito a mille. 
"Sei praticamente guarito" sentenzia Dante dopo qualche sera "anche se faremo terapie di conserva fino al giorno prima della tua partenza, la pubalgia a volte sa essere una grandissima stronza...." Esco toccandomi in tutti i posti possibili e non, incrociando anche le dita dei piedi. La sera stessa telefono a Renato e lo metto al corrente della splendida notizia. Lui, però, frena il mio entusiasmo e mi riporta sulla terra. "Hai perso quasi un mese, il più importante, per una maratona - mi dice - e la nostra è oramai alle porte. Non c'è tempo per finire la preparazione, ricominciamo da capo e vediamo di arrivare dove riusciremo. Ma non ci importa, in fondo, no? Adesso fila a farmi due giri da 5 e dopo mandami lo screenshot dei tempi, così vediamo come allenarti. 
E così facciamo. E molto del tempo restante lo divido tra allenamenti, terapia e... ah, sì, pure lavoro e briciole di famiglia. Marzo è clemente, mi regala scampoli di primavera, le ripetute anche la sera tardi non mi gelano più le ossa. Riprovo a misurarmi e far diventare abitudine prima i quattordici, poi venti e infine i venticinque km, ma ad un certo punto è finito il tempo. E' ora.
Dopo i baci a profusione dispensati alla mia Ciccia, declinato l'invito ad indossare il braccialetto elettronico gentilmente offerto dalla consorte e una energica stropicciata alla gatta partiamo alla volta della casa di montagna, dove troverò mia mamma (che adora Renè, anche se anni fa l'aveva cacciato fuori dalle cinta murarie senza tante cerimonie..), lasceremo l'auto e prenderemo il TGV alla volta della Ville Lumière. 

E' venerdì pomeriggio, siamo due ragazzini in vacanza, mia mamma ci ha caricati di ogni ben di Dio ("chissà cosa vi faranno mangiare quei mangialumache"), non abbiamo una preoccupazione al mondo. Per tutta la durata del viaggio non facciamo che parlare e scherzare, raccontare di corse e montagne e poi ridere e far ridere le altre persone presenti nello scompartimento. Renè non è mai stato a Parigi, non avremo tanto tempo (la corsa è domenica, ma già lunedì in giornata ripartiremo) però qualche angolo voglio farglielo proprio scoprire. 
Arriviamo alla Gare de Lyon che sono le dieci circa di sera, prendiamo la metro e raggiungiamo l'hotel per lasciare i bagagli (e scoprire che per un errore dell'agenzia ci hanno riservato un letto matrimoniale alla francese) ma ne usciamo subito, siamo elettrizzati, Renè non sa di essere a un tiro di schioppo dalla Tour Eiffel e riesco a portarlo vicinissimo senza fargliela scorgere e poi, di colpo, dietro un palazzo scenograficamente gli appare, luminosa, scintillante, maestosa, con la Parigi e la Senna a fargli da sfondo. Ne rimane affascinato, ha gli occhi spalancati, non se l'aspettava, tanta esplosione di luci, lo sfarzo dei grandi boulevards; questa è Parigi, la mia Parigi, che mi sussurra piano "Bon retour, tu m'as manqué".
Quella sera giriamo senza meta: percorriamo l'avenue Kléber, lui rimane a bocca aperta di fronte al lusso del The Peninsula Paris, decidiamo che la prossima volta che torneremo ci meriteremo senza dubbio una stanza in quell'hotel e sicuramente con letti separati. A due passi dall'avenue de la grande Armée entriamo in un pub, ci gustiamo due medie Affligem alla spina (che diventerà ufficialmente la "nostra" birra della maratona) che sono una vera delizia, il titolare Victor è gentile e dopo pochi minuti siamo lì a chiacchierare come vecchi amici, della nostra corsa di dopodomani, dell'Italia e della vita a Parigi. Torniamo in hotel che sono passate le due di notte. Passeremo la mezz'ora successiva a cercare di svegliare il portiere di notte, quest'ultimo in piena fase REM.

Il giorno dopo, freddo e nuvoloso, trascorre in fretta tra recupero dei pettorali, una gita alla Défense la mattina ed un pomeriggio da turisti tra ponti, il quartiere latino, l'Ile de la Cité. Entriamo a Notre Dame in punta di piedi, Renè è decisamente colpito dalla maestosità del luogo, i rosoni imponenti, i colonnati altissimi. La sera una bella corsetta di riscaldamento, e infine un'ottima cenetta in una tipica Brasserie che avevamo adocchiato poche ore prima. 
Poi presto a dormire. Sarà il fatto che domani correrò la mia maratona, sarà molto più probabilmente il fatto che nel letto alla francese uno di noi due è di troppo, ma il sonno stenta ad arrivare. 

L'indomani mattina sveglia presto, le sei e trenta e siamo già a fare colazione, seguo i consigli di Renè, dobbiamo fare il pieno di energia senza appesantirci e poi via, verso Avenue Foch poco distante. Arriviamo all'Arc de Triomphe che schiarisce e fa ancora freddo ma lo spettacolo è già impressionante, migliaia di runner che si cambiano, si appuntano il pettorale, fanno riscaldamento, si incoraggiano, un fiume festante di uomini, donne, ragazzi, runner improponibili con panza da bevitori di birra, signore di una certà età tenaci come l'acciaio, la moltitudine è assolutamente incredibile, siamo circa cinquantacinquemila, come se tutti gli abitanti di Cuneo si mettessero a correre. Tanti gli occhi di quelli intenti a trovare la giusta concentrazione, ma ovunque mi giri vedo sorrisi, tanti sorrisi. Renè ha gli occhi della tigre anche se questa volta non potrà partire davanti come suo solito. E' concentrato, mi porta avanti, mi spiega che le partenze sono a scaglioni in funzione del tempo previsto e non dobbiamo rimanere intruppati. L'Avenue degli Champs E'liseés è stracolma. 

Quarantadue chilometri e centonovantacinque metri mi aspettano.

Partono i primi, i professionisti, quelli che in due ore e pochi minuti avranno già finito, esili come gazzelle e con una falcata da paura. Poi, man mano, gli altri. A un certo punto tocca a noi.  Adrenalina a mille, il conto alla rovescia scandito da tutti e poi lo sparo e via! sulle le note della musica di Momenti di Gloria di Vangelis a tutto volume. Unico, meraviglioso e impetuoso, il mondo si muove a passo di corsa. Percorriamo tutta la lunghissima Rue de Rivoli in un fiato, passiamo place de la Bastille, Renè continua a dirmi di rallentare, saltiamo il primo punto di rifornimento e da lì in poi corriamo con meno gente intorno, sciolti. Correre qui è un'esperienza irripetibile, i tuoi passi leggeri e veloci sono la consapevolezza di quello che sei, che sarà poco ma è tutto quello che ho e che sono, un sognatore sempre, ed è un'emozione la gente che ti incoraggia leggendo il tuo nome sul pettorale, i bambini sulle spalle dei genitori che aspettano che tu gli dia il cinque, i pompieri sulle autoscale sopra di te, le innumerevoli bande con i tamburi che ti danno il ritmo, le famiglie con i cartelloni che incitano i loro papà, bello bello, e poi tutt'intorno Parigi, Parigi e ancora Parigi, I tetti, le cancellate, i marciapiedi, l'aria di Parigi, respiro e mi inebrio, un passo dopo l'altro, la magia della Ville Lumiére scorre veloce sotto le suole. Passato Bois de Vincennes la fatica mi viene progressivamente incontro, le gambe sembrano dirmi che solo a quello le avevo preparate, mica posso pretendere di più, Renè invece è fresco come una rosa e ne approfitta del ritmo improvvisamente più turistico per baccagliare ogni fanciulla (d'oltralpe e non) che gli capiti di incrociare. Quando comprendo di aver davvero finito la benzina avverto il mio compagno e rallentiamo, voler mantenere il ritmo previsto non ha più alcun senso, purtroppo dovevamo metterlo in conto. Il lungo tratto in saliscendi sotto i ponti è il più duro. Il "muro dei 30 km" è rappresentato da un muro in polistirolo e noi ci passiamo sotto corricchiando, con gli incitamenti della gente assiepata. Da lì all'arrivo sono solo più dodici km e rotti, tento di ricordare quante volte li ho fatti come un nulla, ma a questo punto, con i polpacci che tirano ed il fiato che raschia i polmoni, sembrano dodicimila. Alterno corsa a camminata, sono sfinito, ogni punto di rifornimento è un miraggio, ma poi si recupera un po'. Al Bois de Boulogne Renè mi si affianca e mi dice se me la sento di finire in volata. Finire? Ma finire cosa? "Tra poco passiamo i quaranta, non sarebbe male tirare un po' sul serio". Accetto, gli confido che non ce la farò mai ma non sarà male morire stramazzando nelle vicinanze dell'arrivo, cerco di impartirgli alcune brevi disposizioni testamentarie. Lui, incurante del mio stato, impietosamente parte deciso e io, dietro, scopro di avere ancora briciole di energie nascoste, sfiliamo veloci e  in quella manciata di chilometri di parco mi sembra di superare il mondo, chi cammina, chi corricchia sfinito, ci sono diverse persone sdraiate ai lati e aiutate dal personale delle ambulanze, il tempo sembra non finire mai. 

Poi improvvisamente invece si ferma. 

Un'ultima curva e, su Avenue Foch, con gli austeri palazzi a far da cornice e l'Arc de Triomphe sullo sfondo, al termine di un lungo rettilineo si staglia unico, imponente e meraviglioso, l'arrivo. Renè si fa da parte per farmelo gustare da solo, sento solo i miei passi a martellare la strada, il mio cuore che batte, le braccia che mi spingono avanti, è per questo momento che mi sono preparato, è per questo che sono serviti gli allenamenti con la pioggia, le ripetute al Ruffini, le cadute nel buio, la fisioterapia, è per quel mio voler ostinatamente continuare a sognare che arrivo con un'ultima energica spinta, e ho finito, quarantadue chilometri e centonovantacinque metri, ce l'abbiamo fatta, ce l'ho fatta, passare lì sotto e fermare il cronometro, la consapevolezza di esserci riuscito è da brividi sulla pelle, mi forma un groppo alla gola che mi emoziona, continuo a dire bello, bellissimo con i pugni serrati, il personale all'arrivo distribuisce energiche pacche sulle spalle a tutti, l'adrenalina di molti si scioglie in lacrime, abbraccio Renè, abbraccio chi finisce insieme a me, Renè cerca di abbracciare le runner più carine. Riceviamo la medaglia un po' pacchiana, che indossiamo con malcelato orgoglio e ci facciamo scattare una foto insieme, Renè sembra reduce da un picnic, io da un bombardamento. 

Il resto di quelle magiche giornate rimangono ricordi solo nostri, che non possono interessare a nessuno. In valigia, oltre alle nostre medaglie - la maglia la indosseremo orgogliosamente durante il viaggio - porteremo qualche regalo per i nostri cari, un paio di bottiglie di Chablis per mia mamma (che apprezzerà) ed i mille frammenti che costruiranno il ricordo di questa splendida avventura insieme. Come un passaggio da Narnia, il TGV ci riporta velocemente alla vita di tutti giorni, alle nostre quotidianità, mentre il recente passato comincia già ad avere i contorni di un bellissimo sogno, così come è giusto che sia. 



Il sogno non si è infranto. E ne restano ancora molti altri

mercoledì 29 agosto 2018

Mille splendidi sogni (quasi) infranti



N.B. Post iniziato a scrivere tempo fa. Poi le mille grane, il poco tempo a disposizione, mi hanno allontanato da qui.

Negli ultimi mesi ho corso. Tanto
Ho corso perché in quei passi veloci che tirano sulle gambe ho ritrovato un po' di quel me nascosto anche a me stesso, insieme ai miei sogni più inverosimili e spregiudicati, alle mie speranze assurde che si ostinano a non voler abbandonare la mente. Ho ripercorso marciapiedi e fatiche, attraversato nebbie intente a giocare con filari di alberi, ho visto il mio fiato uscire in sbuffi densi e l'ho lasciato a dissolversi alle mie spalle.
Ho sentito i miei passi leggeri all'inizio e molto più spesso maledettamente pesanti alla fine.

Ho corso perché abbandonarsi e dire - basta, fate un po' come volete, io mi tiro fuori - non fa parte del mio modo di vedere la vita. Ci provo badate, sbuffo e penso che lo farò, che ad un certo punto vaffanculo al mondo e getterò la spugna, poi mi siederò sconfitto su un marciapiede da qualche parte con la rabbia dei perdenti tra i denti, ma poi con la logica degli "solo altri dieci passi" e "dieci passi ancora" e ancora "solo più questi poi giuro che basta", va a finire che la fine della giornata, ancora una volta, su quel gradino non mi ci ha visto seduto nessuno.
E inseguo i miei sogni, loro, molto più veloci e leggeri di me, ma sempre maledettamente, meravigliosamente miei.
Per voltargli le spalle ho tempo. Ancora un po'.

Così ho ricominciato. E, nella rosa dei sogni a disposizione me ne sono scelto uno luccicante, uno bello da inseguire ma impossibile, come mi han detto in tanti.
Numero 51506, D&R, iscritto alla quarantesima edizione della Maratona di Parigi.
Ci hai un'età. Ma perché Proprio Parigi, direte voi.

Perché sì.

Perché ci ho corso che ero giovane come l'aglio e la Senna che mi scorreva a fianco me la ricordo come fosse ieri. Correre era una meraviglia, partivo libero e leggero dal pont Mirabeau fino all'Ile Saint Louis e tornavo indietro che non mi accorgevo neppure di correre, tanta era la bellezza, l'aria, i profumi, che mi circondavano.
Perché Parigi conserva angoli di malinconia che sono miei, che ho lasciato lì ad aspettarmi ed era giunta l'ora che li ritrovassi.

Ho telefonato a Renè, eravamo in settembre; mentre scherziamo e ci raccontiamo gli aneddoti delle nostre rispettive vacanze, con noncuranza sgancio la bomba: "che ne pensi di una corsetta a Parigi ad aprile? E' il quarantesimo". Lui fa una pausa, cambia il tono di voce e mi risponde: "se parli con un minimo di giudizio guarda che non è uno scherzo, e siamo già in ritardo". Io gli rispondo di non esser mai stato così serio in vita mia. "Ma ho deciso di meritarmi questa sfida importante, e se una maratona deve essere, allora deve essere lì". 
Renè, per chi non lo conoscesse, è un mezzo fuoriclasse. Di maratone ne ha corse diverse (ha un personale di 2h 43") è stato anche campione italiano in categoria Amatori su diverse distanze. Insomma un mostro, che, anche se adesso è anziano, continua a correre dannatamente forte. 
"Gioco mio, regole mie", mi dice "Se la facciamo la corriamo insieme, fianco a fianco tutta, dall'inizio alla fine, a me non interessa il tempo. Ma da giovedì prossimo a Parco Ruffini alle 17,30 si inizia a fare sul serio". Inutile tentare di mediare per l'ora sostenendo che ho uno studio ed un lavoro caotico e imprevedibile, e che alle 17.30 sono normalmente solo a metà giornata. "Le condizioni non sono negoziabili". Mi tocca capitolare. 
Il primo giovedì arrivo in ritardo di quaranta minuti, complice un cantiere distante. Renè sbuffa ma mi fa cominciare. "Partiamo piano" sa di presa per i fondelli, lui davanti io dietro. Sceglie i ritmi - giusto per rompere il fiato - e per un'ora e mezzo mi massacra. Finisco che ho la lingua sotto le suole e male ovunque. Mi lascia anche i compiti a casa, dei piani di allenamento ogni due giorni, e devo inviargli lo screenshot di Endomondo a fine corsa. 
Il secondo giovedì tardo di nuovo. Questa volta si fa serio e mi dice che se arrivo in ritardo ancora una volta la finiamo lì. - Hai scelto un impegno - mi dice - e questo impegno viene sopra ogni cosa, sopra il lavoro. Se ti dico di correre corri, nessuna scusa. E se non ti sta bene non ho intenzione di andare avanti a sprecare altro tempo. 
Da quel giorno in poi non ho più tardato. 

Il 24 settembre mi arriva la mail: "Félicitations, vous êtes bien inscrit au Schneider Electric Marathon de Paris le dimanche 3 avril 2016 ". Abbiamo finito di far finta, ho il biglietto, ho prenotato il treno e scelto l'albergo vicino all'Arc de Triomphe, ho l'adrenalina a mille e telefono a Renè che mi confessa, molto candidamente, di non essere riuscito ancora a fare l'iscrizione. Ma abbiamo ancora almeno un mese di tempo - mi rassicura - non serve tutta questa fretta. Il 24 ottobre le iscrizioni vengono chiuse e scopro che se ne è bellamente dimenticato. Riuscirà comunque, non so ancora come, a recuperare un'iscrizione grazie alle sue conoscenze all'ultimo minuto. 

E in quel periodo la corsa diventa la mia vita. Riempie il mio mondo, i miei pensieri, ogni mio momento libero, non lascia spazio ad altro. Mi si insegna a dosare l'energia, a tenere un passo costante, ad andare piano per andare più forte. Cominciano i lunghi e i lunghissimi - il primo di questi mi stravolge - per poi iniziare tutto da capo aumentando di volta in volta il ritmo. Diventa un impegno vero. Corro la mattina presto o la sera tardi, immerso totalmente in me, nei miei pensieri, nella mia determinazione. Cado due volte, complice il buio, rientro sanguinante ma non mi fermo. Corro con Renato e la sua capacità di insegnarmi, la sua pazienza, il suo impegno, la sua incredibile forza d'animo. 
In poco più di tre mesi corro circa 450 km, e pian piano inizio a farlo diversamente, a spingere e non a trascinarmi. Rientro sempre stravolto ma deciso più che mai a non fermarmi. Corro con la pioggia, con il gelo aggrappato alle dita, con lo scaldacollo sulla bocca a riscaldare l'aria di ghiaccio, con il miraggio della doccia calda da cui è sempre difficile uscire.
Una sera di febbraio arrivo a casa intorno alle 20. Mi cambio velocemente e vado. Ho in programma qualcosa di veloce, due volte i 5 km ad un ritmo medio. Un veloce riscaldamento e via. Vado bene, ma dopo il primo giro una fitta dolorosa dall'interno coscia mi si propaga per metà gamba. Mi fermo e smette. Riprendo e ricomincia. Decido di finire il giro, lo finisco male e dolorante. Telefono a Renè, il quale mi dice che forse abbiamo preteso un po' troppo da me, che abbiamo tenuto ritmi troppo serrati complice il poco tempo a disposizione. "Prenditi tre giorni di pausa, non fare nulla, nemmeno bici, riposati, che te lo meriti, riprendi lunedì". Così faccio, in tre giorni il male svanisce completamente, e mi sento bene, in forma come poche altre volte, forte. 
Lunedì sera arriva che, dopo tanto tempo, ho veramente di nuovo voglia di correre e andare, mi sento bene, benissimo. Parto.
Il male mi aggredisce dopo meno di un minuto, una rasoiata dall'inguine al ginocchio sinistro, un dolore che impedisce la falcata, provo a forzare di meno ma niente da fare, correre è diventato impossibile. Mi fermo sconsolato. Mi rivolgo il giorno dopo a un fisioterapista, uno bravo, uno di quelli che vedrai che ti rimette a posto
La diagnosi è infausta e veloce: "Pubalgia, almeno un mese, un mese e mezzo di stop e poi lenta terapia di recupero". Mi arriva addosso un macigno. Non è possibile, sostengo io, tra un mese e uno spicciolo di giorni ho la maratona, non posso, è assolutamente fuori discussione. "Anche se avessi la finale di Champions domani - risponde lui placidamente - non cambierebbe nulla. Ti fermi qui, ora. Non si può fare diversamente. 
Renato ha il morale a terra forse più di me, pensa forse di avermi spinto troppo, di aver forzato eccessivamente. Ma la colpa non è sua, il tempo, la forma, era tutto  troppo tirato.

Il sogno, il mio bellissimo, incredibile, luminosissimo sogno, si infrange, una miriade di frammenti brillanti mi crollano dolorosamente addosso.  

[continua.....    ]

On air: e nel frattempo, il boss, si diverte a prendermi in giro 

venerdì 31 maggio 2013

Ehi voi

Che a quest'ora sicuramente ancora poltrite nei vostri comodi letti. 
Qui si corre. 
Sappiàtelo.

sabato 18 maggio 2013

Sorge dal mare

Il sole sorge dal mare, in questo mare che di giorno è un'immane distesa colore del fango.
Strano per me, questo brillare di luce tagliente che invade prepotente la mia camera d'albergo, la mattina presto. Strano per me, che il mio sguardo non ha abitudine a spaziare così in questa maniera, io che ho un mare diverso stampato nel fondo degli occhi e di quel mare ho preso forse il suo stesso animo, un animo che calmo non riesce a stare più di tanto. Questo mare liscio di qui non respira fremente di forza sotto la pelle delle onde, non ha ansie ed anse e scogliere ruvide al tatto a nasconderne la vista, non ha quel sapore tra i denti e quel colore blu profondo ed il rumore incessante di sassi che si rincorrono nella risacca, onda dietro onda. 
Strana per me questa lama fredda e luccicante, che nel mio mare invece il sole ci si immerge dentro la sera, caldo sulla pelle delle braccia, mentre il cielo esplode di rosso e si allaga di riflessi profondi.
E strano è stato anche questo viaggio, che non so, ma nella logica delle cose è candidato per essere forse l'ultimo per la mia auto, che ogni volta che dico quanti chilometri abbiamo percorso insieme tutti strabuzzano sempre gli occhi, e per la prima volta nella sua vita ha fatto un viaggio rispettando giocoforza - e di molto anche - ogni limite di velocità. Una due giorni intensa di aggiornamento tecnico, insieme a tanti che fanno più o meno il mio stesso mestiere. Ed una cena di gala a cui non ho volutamente partecipato, perché, per una volta, avevo di meglio da fare, per me stesso e basta, il mondo ogni tanto si fotta pure. Ritrovarmi nelle mie scarpe e nei miei passi veloci, su di una strada di pensieri tutta da inventare, con le mie note di sempre nelle orecchie, annusando sogni che proprio non mi riesce di smettere di sognare. Ed è stato facile rincontrare i gesti delle mie dita che fanno il doppio nodo alle stringhe,  i primi passi e poi via, il resto è un marciapiede che si srotola troppo piano, sprazzi di luce dei lampioni che ti vengono incontro e si perdono indistinti alle spalle, le poche coppie che si spostano per lasciarti passare, un cane che sembra indeciso se annusarti al passaggio o tentare l'addentata al volo del polpaccio, il buio nero della distesa liquida dietro alle cabine scrostate che si contrappone alla fila disordinata degli hotel scintillanti di luci, dalla parte opposta della strada.
Sono qui. Sono qui ancora.

E poi, se ci pensi bene, non è così strano trovarmi di nuovo su questa passeggiata, alle sei del mattino del giorno successivo. Allacciarmi con cura le scarpe, indossare il cappellino del CUS che mi ha dato la mia Ciccia (gliene avevano regalati due e lei mi ha gentilmente concesso quello che mi piaceva di più), far partire il conto alla rovescia di Endomondo fino al fatidico "libera le endorfine" ed ecco che i primi passi elastici di corsa sono già alle spalle, ritrovando un'abitudine, forse, nonostante le grane e ogni fiato amaro di questi ultimi tempi.
Sono qui, sono qui ancora. E sono io.
Io con i miei occhiali scuri ed i capelli che ondeggiano ad ogni passo. Io ed il fiato dei polmoni che esce regolare. Io e le mie scarpe che hanno buchi nuovi, ma di cambiarle non è di sicuro arrivato ancora il momento, io e questa strada con le panchine che sembrano barche, e quest'alba che s'intensifica lieve, il traffico rado, le poche persone che puliscono la spiaggia, le piattaforme in equilibrio sul filo dell'orizzonte e queste onde che accarezzano la spiaggia. Io ed i miei sogni e le mie contraddizioni, che con gli ultimi non ho ancora imparato a conviverci ed i primi ho imparato a sognarli troppo tempo fa, ma no, mi rendo conto che non ho ancora smesso, se bastano quattro passi veloci e me li ritrovo tutti quanti qui, a spingermi in avanti.
I chilometri mi vengono incontro con troppa lentezza e passano oltre, incontro pochi runner che mi fanno vergognare del mio avanzare ma va già bene che non sia finito sotto una tenda ad ossigeno, le gambe si fanno sentire imprecando.

Poche impronte, su questa lingua di sabbia dura e conchiglie, se la mia Ciccia fosse qui con me a quest'ora  invece di correre saremmo tutti e due inginocchiati per terra a cercare la più grande e più bella, quella con i riflessi di madreperla, ridendo dei paguri che tentano di sottecchi sfuggire alla cattura riguadagnando la sicurezza delle onde. Lei, che sotto un cielo lontano a quest'ora sicuramente ancora dorme, lei che mentre penso ai suoi sogni  mi alleggerisce i passi, lei che mi dona sempre la forza di un sorriso. Il passo è un martello incessante, nonostante la fatica che aumenta la voglia non si esaurisce, era troppo tempo che non mi trovavo da solo con me ed avevo troppe cose da dirmi, troppe cose da ascoltare, troppi nodi da sciogliere, troppa musica da farmi fluire nelle gambe e nelle braccia, troppi sguardi da portare lontano, troppo vento da sentirmi addosso, troppi errori da ammettere, troppe domande ancora a cui devo saper dare delle risposte. E la strada ti dà ragione, ti asseconda e ti dice vai che ne ho quanta ne vuoi, passa nei muscoli delle gambe e nelle orme che lasci, in qualche strana maniera assorbe la rabbia, i pensieri sbagliati, quelli contorti e disperati, strappa i rovi spinosi e le erbacce liberando solo quelli puliti e limpidi, quelli per cui valga la pena di.

Un'ora dopo sono nuovamente ai piedi della fontana grande, quella con le reti da pesca. Il mio hotel è di proprio di fronte. Entro mentre la città inizia piano a svegliarsi con profumi fragranti di pane e caffè. L'addetto alla reception mi squadra di sottecchi, ma non me ne curo.
Il primo sorriso della giornata è tutto mio. E della mia Ciccia, che al telefono sveglio perché si prepari per andare a scuola.

Oggi non ho un muscolo che non mi faccia male. Ma va bene così.


martedì 27 novembre 2012

Un nuovo ricominciare


Lo zainetto monospalla blu, preparato in fretta questa mattina presto, ha tutto l'occorrente.
Anche se, a dir la verità, buona parte del ricco corredo di tute e maglie e magliette che prima potevo infilarci dentro ha non ufficialmente ma subdolamente cambiato proprietario. La piccola, che poi se vogliamo dirla tutta proprio piccola non sarebbe il termine esatto da un bel po', appesi al chiodo con mio notevolissimo rimpianto i pattini da ghiaccio ha allacciato con rinnovato entusiasmo le scarpe da atletica, iscrivendosi alla prestigiosissima Bucodiculoplace Running Team. E quando si ha da andare ad allenarsi tre pomeriggi alla settimana, con il clima umidonebbiososchifido di cui il loco medesimo è permeato dai primi di ottobre fino al mese di aprile inoltrato  (per poi lasciare immediatamente posto all'afa umidiccia ed alle zanzare che, lì, giran con la targa come i motorini) la pargola ha necessità di coprirsi ammodo e ripararsi dalle intemperie. Ovviamente, con lo Spread che impedisce al sottoscritto di avvicinarmi tessera alla mano a meno di cento metri da qualsivoglia bancomat, di soldi per magliette e pantaloni termici proprio non ce ne sono. Ma cercando bene, guarda caso, di roba buona se ne ha in casa un sacco, perché il babbo, scellerato dilapidatore di sostanze altrui - Altrui perché non porti il becco di un quattrino a casa da almeno un anno - ha speso e spaso acquistando, stile balocchi e profumi, capi di alta moda e notevole figaccine, elegantissimi e nel contempo in grado di farti sentire al calduccio pure se ti vien voglia di correre in quel del polo. E così ecco risolto il problema, basta arrotolarle le maniche di un paio di risvolti, fare il movimento medesimo con i pantaloni ed guardala lì la mia Ciccia bellissima e atleticissima, pronta a sfidare ogni intemperia con lo stile e la classe esaltata dall'abbigliamento del suo papà. Guardala lì, che cresce, suda e s'affanna, che prova e si confronta, che alle gare arriva come arriva ma non si scoraggia, che dice sono una velocista, e che così, già che c'è, perde pure qualche chiletto di troppo, ma che poi quando torna a casa, vittoriosa per quei trenta sudatissimi grammi  quotidiani persi, si mangerebbe anche il tavolo per la fame.
E tu che non hai più a disposizione tutta quella roba fighissima di cui sopra, vedi lei, sai che grazie a quello non sente freddo e sei felice lo stesso, o forse ancora di più. 
E allora, dicevo prima di divagare,  nello zainetto monospalla blu, preparato in fretta, metti la tuta dell'Adidas, quella estiva, e sotto ci cacci il caldo pensiero di lei che corre riparata insieme ad un maglione di quelli vecchi e ti senti pronto per la pugna. Di nuovo.
Ed oggi vai. Vai e ricominci, che è il tempo di farlo.
Una ginocchiera a tener ben fermo quel ginocchio che matto e malandato lo è da un sacco di tempo, ma che alla lunga si è tramutato in un bel pasticcio, a giudicare dallo sguardo serio del mio luminare e dalle sue parole tidevimettereintestachetidevioperaredinuovo,  mormorate sotto i baffi.

Sai che infilerai tra poco il tuoi ginocchio in quella macchina, che potresti anche intagliarci col temperino "D&R was here", dalle volte che l'hai fatto.
Qualche chilo messo subito sù, perché tre mesi passati senza correre nemmeno per poter attraversare la strada sono micidiali.
E tu ad interrogarti di nuovo perché sai come sarà, ci sei passato già così tante tante volte da far diventare abitudine anche questi momenti. Sai cosa vuol dire l'emozione di rincontrare le foglie secche accartocciate sul viale, sai che sapore sentirai sulla lingua per l'odore di terra umida e di funghi di questa stagione, sai come sarà il rettilineo incorniciato dai platani, la prima curva e subito dopo la leggera salita, le panchine scrostate e le scritte sui muri. Sai la musica che ascolterai passando sotto alberi oramai spogli con il rumore del traffico di sottofondo, cercando di regolare a quella il tuo fiato ed i passi. Sai che quel signore anziano che legge come ogni giorno il suo giornale passeggiando ti osserverà nuovamente passare, sai il profumo delle piadine del chioschetto e subito dopo l'odore dei binari, di ferrovia e di treni veloci che sparpagliano turbini di foglie impazzite, mentre i tuoi passi troppo lenti cadenzano sulla ghiaia. Sai che non potrai contare fino a dieci per un bel pezzo, sai che il battito del cuore tornerà ad essere da infarto già dai primi minuti. Sai che la voce dall'accento inglese di Endomondo interromperà i tuoi pensieri scandendo ogni chilometro percorso usando troppo spesso il sei. Ma a correre con una gamba sola, ti ha detto il luminare guardandoti serio come poche altre volte ti ha guardato, non puoi mica pretendere di andare anche forte. Corri se proprio non puoi farne a meno, ti ha detto, corri in piano, guai a salite o discese, corri senza spingere, che tanto, con i legamenti in quello stato spingere non puoi. Pensa che, per mal che vada almeno oggi è la giornata del "fai felice un altro runner", che a confrontarsi con te ci guadagnerà un sacco in stima.
Le sai, tutte queste cose, le sai, le conosci, le riconosci su di te, ancora una volta, goccia dopo goccia fino a diventare essenza stesse del tuo sentirti e del tuo stare così, oggi che hai voglia di ricominciare. Le sai e sei grato di rincontrarle ancora, di far nuovamente parte di quel viale, di quelle foglie pestate, della tua immagine riflessa sui vetri della giostra per i bimbi. Poco importa se andrai così piano da sembrare fermo, poco importa se l'indolenzimento al petto non ti farà quasi dormire, la sera successiva. Non sai quanta energia sarai in grado di ritrovare ancora nascosta sul fondo, non sai cosa riuscirai a fare, il tempo d'altra parte gioca il suo ruolo ed a te tocca di correre sempre un pochettino più in salita. Non sai, non serve saperlo in realtà, non oggi, non in questo momento almeno. L'importante è liberare i pensieri, che quelli almeno a correre son capaci da sempre, far l'allenamento ai sogni, in modo che possano andare più veloce, più lontano, più forte ancora. Non pensare ai tempi, al fiato, al Cervino o alla maratona di Parigi, non fare programmi, accontèntati del niente. Anzi, non pensare proprio che è meglio, che pensare fa ruggine, pensare non risolve ciò che deve andare così, non pensare alle parole che fan sanguinare - mi sto rovinando la vita per salvare quel cazzo del tuo studio - immergiti ancora una volta nei tuoi sogni, lasciali correre e corri con loro non pensare e non ascoltare, pensa agli occhi di tua figlia che, oggi, corre col cuore al caldo come il tuo. Il vostro traguardo, è tutto da inventare.
Per cui vai. E buon inizio, di nuovo.

venerdì 1 giugno 2012

Tipi da 5.30


  •  Ore 4.30- Bucodiculoplace esterno notte. Renè sbuca dall'oscurità, sale in macchina con gli occhi chiusi e borbotta: "quando mi sveglio ricordami che ti devo dire una cosa". Io: "che cosa?" e lui: "la prossima volta che ti viene un'idea del genere sparati. E chiama qualcun altro".
  • Ore 5.00. Una manica di esaltati, in maglietta rossa in piazza Castello e nemmeno uno sbadiglio, come se ritrovarsi lì a quell'ora fosse la cosa più naturale del mondo. Pare che siano in milleduecento. Tra questi ci siamo anche noi. Renato suggerisce ad alta voce di andare tutti a dormire.
  • Ore 5.10. Ci cambiamo e ci mettiamo i pettorali. Breve corsetta di riscaldamento intorno al castello. Renè cerca un bar aperto in cui nascondersi o una panchina su cui sdraiarsi. 
  • Ore 5.25. Io spiego a Renè il tragitto. Si partirà da piazza Castello direzione via Roma e, attraverso un percorso antiorario si ritornerà in piazza Castello percorrendo via Garibaldi. Lui suggerisce di portarci comunque davanti, per evitare l'assembramento.
  • Ore 5.29. Strano, ancora nessuno che ci si affianchi.
  • Ore 5.30. Viene osservato un minuto di silenzio, ma, chissà perché, vicini più alla zona di arrivo che a quella di partenza.
  • Ore 5.30. Renato si gira verso destra. Intravede dei lampeggianti blu, là in direzione dell'arrivo e si domanda il perché. Io osservo che, forse, serviranno per chiudere la fila. Lui annuisce: tutto, a quest'ora del mattino in cui abitualmente dorme della grossa, gli sembra plausibile.
  • Ore 5.30. Laggiù in fondo, dalle parti dell'arrivo, qualcuno grida "PARTITI!!!" Scopriamo che avevo capito male, il percorso è al contrario di come avevo pensato. Renè non si scompone e mi dice, pensieroso: "in tanti anni di gare non mi era ancora capitato di partire per ultimo". Ci guardiamo, scoppiamo in una risata e andiamo all'inseguimento. C'è una calca che si deve fare attenzione, siamo veramente in tanti, belli allegri e via Garibaldi sembra troppo stretta. Qualcuno ci applaude. Qualcun altro si incazza perché vuole passare a tutti i costi e deve attendere qualche minuto. I paletti bassi che servono da dissuasori attentano ai gioielli di famiglia di più di un runner.
  • Ore 5.35. Renato fa uno scatto dei suoi e sparisce, alla faccia del voglio andare piano. Chiuderà in 20' scarsi, un tempo discreto, considerato che il primo chilometro l'ha corso in circa 6'.
  • Ore 5.36. La calca si dirada gli spazi permettono di allungare il passo. Qualcuno mi sorpassa, qualcun altro lo sorpasso io. In tutti i passaggi noto che non c'è stato uno, uno solo che abbia fatto il furbo ed abbia preso mezza scorciatoia. Non ho il walkman, non serve, sento il fiato ed i miei passi, i passi di molti come me. Tutto sommato non sarò un fulmine di guerra ma so correre, cinque chilometri abbondanti non mi impensieriscono. Osservo la mia città svegliarsi piano piano, i riflessi delle luci dei lampioni, le chiese dalle finestre come occhi scuri, le vie, i palazzi storici, i cortili dietro i pochi portoni aperti, a volte veri e propri scrigni che custodiscono tesori nascosti. Ripenso a come l'avevo descritta ieri, trovandomi pienamente d'accordo con il me del giorno precedente. Manca il sole, è una mattinata grigia ed umida. Le luci dei lampioni si spengono ed il chiarore dell'alba aumenta in fretta di intensità. Abbandoniamo dopo poco la pavimentazione a lastroni di via Garibaldi, poi passiamo di fianco ad edifici che conosco: gli uffici del Comune, che frequento abitualmente per lavoro, il Duomo poi, e giù verso i giardini Reali, la Mole ed in un attimo mi accorgo che mancheranno solo più un paio di chilometri e saremo già all'arrivo. Vorrei rallentare per farla durare ancora un pò, sento che sta per finire troppo in fretta. D'altro canto vorrei finire su via Roma accelerando, le gambe rispondono bene. Non ho mai corso così presto la mattina, è una bella sensazione. 
  • Ore 5.56. Dopo aver sentito gli incitamenti di Renè, che mi sprona negli ultimi metri, pigio il bottone sul Polar. 26'55"4, . Considerato il disastro del primo chilometro ho corso i 5' scarsi al km. Non mi lamento.
  • Ore 6.10 Ci gustiamo le ciliegie, buonissime. Ci rivestiamo e ci avviamo verso la macchina. Troviamo il primo bar aperto e ci premiamo con un cornetto appena sfornato.
  •  Ore 6.30. Un viaggio al contrario, la mattina presto, come mi è capitato poche volte. Il traffico non si è ancora svegliato del tutto. 
  • Ore 7.05. Sono a casa. Con un bacino sulla guancia sveglio la mia piccola che deve andare a scuola, oggi compito in classe di matematica. Lei si stiracchia, mi abbraccia e con la voce ancora impastata dal sonno mi dice: "ciao papone mio bello, hai vinto?"
Sicuramente sì.

P.S. Ore 8.39. In studio. La prima incazzatura seria della giornata ci ha provato, a levarmi il sorriso che ho dentro. E' riuscita a scalfirlo, ma solo per un minuto.

mercoledì 14 luglio 2010

Il new deal del chiodo

Che poi sarebbe quello che dovrebbe scacciare, chissà come, chissà perchè, quello precedentemente piantato e che invece non fa altro che farlo penetrare più nel profondo, dove sta adesso, coì dentro che sembra che non ci sia, che solo i più accorti degli altri ne intravedono, forse, la traccia di una cicatrice rossastra ma tu, dentro anche se non lo riconosci con le dita, lo sai e lo senti. 

Eppure, in una maniera a me ignota il metodo del chiodo funziona. Perchè, per darsi una svegliata dall'apatia opprimente non c'è niente di meglio ad esempio di uno scossone, di una bella litigata furibonda la mattina presto, qui, nello studio delle rose che sbocciano a grappoli, tanto per cominciare belli carichi la giornata.  Una di quelle che lasciano il segno, che così ti liberi, e finalmente esplodi, erutti tutte le cose che hai dentro e colpisci senza mezze misure, povero vecchio socio con gli occhi da bracco dietro agli occhiali, che ha avuto solo la sfortuna, nel momento sbagliato, di sparare le solite quattro stronzate di sempre, quelle che normalmente non fai neanche finta di sentire.
E così reagisci e colpisci duro perchè qualcosa in fondo devi pur colpire, non puoi mica tenerti tutto dentro, eccheddiàmine, perchè per come ti senti, per quello che hai, che non sai cos'è, non è rabbia, non è disperazione e forse semplicemente non è ma ti assale comunque e ti morde dentro e non molla la presa mai, neanche se dormi, per quello dicevo non c'è niente che serva, niente di niente.
Bisognerebbe sparire forse, facile per chi ci riesce, per chi ha coraggio o fame o coscienza, sarebbe molto meglio accendere la miccia a tutto questo, tu che una volta ti sentivi così, luminoso quasi, e brillare di quell'unico incredibile fuoco d'artificio che squarcia le tenebre più oscure, accompagnato da un botto solo e assordante, che lascia spazio unicamente al silenzio assoluto e sordo e dopo alla calma più stanca, con le ultime scie che affievoliscono precipitando nel niente.
E non c'è niente di meglio che occuparsi di un lavoro che ti fa dimenticare anche di mangiare, che ti porta fuori di qui quasi tutto il giorno facendoti passare le ore velocissime, questa volta, ad occuparsi di tutta la parte tecnica e non che occorre per spostare un ufficio di ben 61 persone da una parte all'altra della città con annessi e connessi, e ingegnere la stampante non mi stampa e ingegnere la mia scrivania aveva un altro colore e ingegnere ma qui siamo a norma e nei bagni manca anche la carta igienica.
Mi van bene, giorni così, costruiti veloci apposta per impedirti di pensare e farti altro male. Mi fan bene, in fondo, passati a sbrogliar nodi semplici annodati di mille piccolissimi problemi, a usar le gambe e le mani per lasciar in pace la testa.
Mi va bene, in fondo, stancarmi di niente, correre di niente e di niente riempirmi i pensieri. E sì che potrei, invece, riprendere a correre sul serio, che il mio luminare si è finalmente espresso, dopo tutti i pollice verso, un sudatissimo e, lasciatemelo dire meritato pollice recto, impressionato dalle mie scarpe nuovissime e da un'ecografia di tutto rispetto. Mi ha osservato, da dietro gli occhiali e quei baffi da gatto sornione che ne han viste tante, e mi ha bofonchiato a mezzo sorriso che ho un tendine "da campione", e che, finalmente posso. Cinque minuti a piedi e cinque di corsetta, poi altri cinque minuti camminando ad altri di nuovo veloci, piano, non strafare, che se te lo scassi adesso non c'è Orava che tenga.
Riprenderò. Stasera, domani, o dopo. In quest'istante, mentre scrivo poco importa. Il tempo con le sue mille sfaccettature da concetto relativo ha riperso importanza.

Ritardo, più che posso, pregustando il momento, l'istante subito prima, assaporando i minuti che mi separano da quell'incontro, da quell'aria che sentirò sulla lingua e nelle gambe, da quei gesti e da quei profumi che, piano, ritorneranno una volta ancora ad essere abitudine, poi forza e chissà, forse anche sorrisi. 

Una sorta di nuovo, primo appuntamento. Ma con la tua ragazza di sempre.
Come potrà essere, adesso posso solo immaginarmelo.
Come sarà ve lo dirò la prossima volta.

In questo momento ho in mente solo il titolo, anche se è un "marchio registrato".

venerdì 25 giugno 2010

venticinquezerosei

Ho raggiunto ieri il traguardo del mio primo anno su questo blog, e se non stavo attento finivo lungo, a momenti mi passava davanti quasi senza che me ne accorgessi.
Un cerchio completo, trecentosessantacinque giorni di idee e sogni, di parole, di pensieri, opere ed omissioni.
Dimmi, quante volte figliolo?
Quasi cento, padre.
Novantasette post, uno ogni tre-quattro giorni. Certo, l'ultimo periodo non ha aiutato, ma tant'è son qui, adesso. Anche se circondato da fogli e schemi e cellulari che ringhiano e stampanti che stampano sempre troppo piano, con occhi pesti, faccia tirata e smagrita, regolare barba lunga da settimana infame di corredo e capelli che neanche più il casco riesce a contenere e che in confronto Simoncelli sembra un militare di leva.
E, particolare che distingue l'ingegnere atipico da uno classico, con scarpe da running sempre ai piedi, ultimamente impreziosite da buchi sulla tela che ogni giorno si allargano un pò di più (eh sì, le mie beneamate Saucony sono definitivamente arrivate al capolinea).

In pratica, il classico esemplare di bello e dannato. :-)

No, non è un errore di battitura. Ho scritto dannato. e non volevo scrivere d'annata.

Ma comunque, anche se provato, eccomi. Ad aggiungerne un altro (ed un altro paio ce li ho in saccoccia, quasi pronti), come sempre un pò scrivendo per me ed un pò no, rubando il tempo necessario a concludere i mille progetti che ci stanno letteralmente schiacciando.
Qui, nello studio delle rose e del pino maestoso il sistema "ODP" (One day project) è collaudato da tempo, ci ha permesso in passato di superare con nonchalance punte di lavoro improvvise, ma rischia veramente di non bastare nei prossimi giorni, anzi se non ci si inventa in fretta qualcosa si soccombe, tant'è che mi son lasciato addirittura sfuggire di mente la prenotazione dell'ecografia al tendine per vedere se è ancora di cristallo o no. E di conseguenza il mio luminare si è rifiutato visitarmi di concedermi "sulla fiducia" il tanto sospirato benestare alla ripresa. Che ormai me lo sogno di notte, di ricominciare a strapazzar l'asfalto.

Ragion per cui pongo ragione e giudizio da una parte, anima e pensiero dall'altra e mi rimetto a digitare sulla tastiera per fini diversi e molto meno divertenti, ve lo assicuro. Chiedo scusa, tornerò quanto prima.

Yours sincerely
                      Dreaming and Running