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sabato 10 maggio 2014

Clochard D&R-Style


Rassicuratevi. La situazione economica, in casa D&R, è assai critica, quasi disastrosa oserei dire, ma fortunatamente un tetto sopra la testa (per oltre metà di proprietà della banca - il tetto, non la testa), ancora per fortuna ce l'abbiamo.
E' che questa mi è venuta in mente l'altro ieri. Un ricordo mio e della mia Ciccia quando era ancora piccola e ogni sorpresa, ogni novità era un'esplosione di gioia in quegli occhi strizzati a semicerchio. Erano quei giorni che la sua mano era nella mia mano, che le prime passeggiate in montagna erano una sorpresa continua, un animale selvatico scorto tra le foglie tremolanti dei rami di betulla, i bucaneve sopra l'ultima neve granulosa, il profumo di muschio e funghi del bosco.
Aveva maturato un'insana passione per "i soldini" - come li chiamava lei, le monetine smarrite alla cassa del supermercato o dimenticate alla macchinetta del caffè  - ed una notevole capacità nello scovarli. Sembrava un cane da punta quando fiuta la preda. Sguardo fisso immobile, lento gioco di piedi per uno spostamento laterale tipo granchio sulla spiaggia, piegamento come casuale per allacciarsi una scarpa, recupero e rapido intascamento della monetina. Il più delle volte non me ne accorgevo neppure.
Poi fuori era raggiante. Recuperava rapidamente la mia mano, me la stringeva forte e con aria da cospiratrice, avvicinandosi mi bisbigliava "ho trovato un soldino!" tutta felice, allungando la manina chiusa a pugno e mostrando il suo piccolo tesoro. Inutile distoglierla spiegandole che non era igienico, tentare di distrarla dandogliene di tuoi (che intascava regolarmente comunque), non appena entrava in zona di caccia si concentrava e se c'era un centesimo, di fianco al bancone dei formaggi al mercato o pizzicata sotto la sedia di un bar, non c'era storia, era sua.
Me la ricordo in particolare una volta. Eravamo a passeggio per Bucodiculoplace e come sempre accade quando ci affianca la consorte, eravamo intenti a chiacchierare con qualcuno. Cioè lei chiacchiera ed io o faccio finta di sapere chi mi trovo davanti o, molto più semplicemente mi annoio. Fermi tra un bar e la farmacia, sentivo vagamente discorsi da cui riportavo alla mente parole a caso. "Poverino.... improvviso...non aveva nemmeno... anni.." 
Ok, ok. Questa la so. E' morto qualcuno (che se abiti a Bucodiculoplace è quasi una liberazione, in fondo). Avvio fase faccia contrita. 
E così mentre incrociavo le dita ed ogni tanto emettevo un sospiro che esprimesse profonda rassegnazione per la caducità umana, osservavo la Ciccia, bella concentrata che teneva d'occhio il distributore automatico dei preservativi, in attesa. L'ispezione delle sue ditine allo sportello del resto aveva dato esito negativo, ma non disperava. E come il coccodrillo sotto il pelo dell'acqua,  aspettava che il suo gnu arrivasse alla pozza per bere.
Il suo gnu era un ragazzotto di poco più di vent'anni, spavaldo per non far vedere di essere timido ed impacciato. Arriva fischiettando e con estrema nonchalance inserisce una banconota nella fessura. Poi, mentre sta per pigiare il pulsante, accade qualcosa che gli spegne rapidamente il fischio. Nota una bambina piccola di fianco a lui che lo guarda fisso, e lui... lui oddio, sta comprando dei preservativi!! E la sua spavalderia lo abbandona in un niente. Si gira imbarazzato, sorride alla bambina che non gli restituisce il sorriso. Si passa nervosamente una mano tra i capelli.  Si volta dall'altra parte, si sente osservato da chissà quanti occhi, quasi un ladro, un mezzo maniaco. Spera che i  genitori della piccola richiamino 'sta cacchio di nana, ma quelli niente, chiacchierano, loro. E la bambina non si schioda. E il pacchetto non scende, ah già non ha ancora premuto il pulsante, forse farebbe meglio a scegliere l'acqua ossigenata, anche se non sa cosa farsene. Alla fine si decide, preme convulsamente il pulsante per la confezione da 5  e, non appena quella cade, la agguanta e letteralmente scappa. 
La mia piccola, beatamente attende. Un paio di secondi dopo sente scendere il resto e, con tutta calma, si avvicina per recuperarlo. Mi torna vicina e mi stringe la mano, mostrandomi orgogliosa il bottino. "Che buffo quel signore - mi dice ridendo - ma perché è scappato?"

L'estate successiva eravamo in montagna, a bearci di lunghe passeggiate nei boschi, a sfinirci di giochi nel giardino ed a riposarci poi sul lento dondolarsi dell'amaca grande, guardando le nuvole trasformarsi pigre, tentando di riconoscere le forme nascoste dei più strampalati animali. 
In piena armonia disintossicante con la natura, si viveva parecchio allo stato brado, incuranti dello struscio elegante sulla  via principale, con gran disappunto della consorte (sudici, è il termine che usava), quest'ultima tendente inutilmente a mantenere uno status sociale da "moglie di un ingegnere". Sì, tutte le volte che abbiamo affrontato la pubblica via, quel mondo scintillante di Hogan e Moncler all'ultimo grido e noi con i jeans strappati e tutti strusciati di erba  non le abbiamo certo reso la vita facile.

Un giorno accettiamo di accompagnare la consorte per un prelievo al bancomat. Il suo "cambiatevi che fate schifo" non sortisce l'effetto voluto, se ci vuole siamo bellissimi così. Nel tragitto, comunque, lei si tiene leggermente in disparte. Mentre preleva, mia figlia mi prende per il braccio e mi strattona "Guarda papino, quanti soldiiini!!!", esclama tutta agitata. Davanti al bancomat c'è una grata bloccata nell'asfalto, e sotto, in effetti, si nota una discreta quantità di monetine, seminascoste tra foglie sbriciolate, mozziconi di sigarette e scontrini appallottolati. Mi chino, saggio la grata, non si riesce a spostarla. Lei mi guarda con i suoi occhioni imploranti. "Ma sono tantissimi!, come facciamo?" 
Mia moglie ci guarda minacciosa, anzi mi guarda minacciosa. "Non provateci nemmeno", dice a denti stretti "che ci conoscono". 

Guardo la piccola e la consorte, ma ho già deciso, e lo sanno tutte e due, lo vedo dal sorriso estatico della mia piccola, mentre mia moglie sospira un "fate come volete, io me ne vado".

Ci serve del materiale, dei bastoncini, un cordino, un cacciavite calamitato, cose così. Torniamo in fretta a casa e recuperiamo il necessario, pressati dalla piccola, che teme che qualcuno possa arrivare prima di noi. 
Meno di dieci minuti e siamo nuovamente lì, davanti al Bancomat. Per fortuna sono vestito "da giardino", con i pantaloni con cui ho appena tagliato l'erba del prato, e possiamo sederci per terra senza problemi. Come due barboni iniziamo il recupero, faticosamente, passandoci i bastoncini ed accompagnandoli tremolanti verso l'alto. Siamo accucciati uno di fronte al'altro per la strada e la cosa ci sembra perfettamente normale ed ad ogni moneta che spunta faticosamente fuori la piccola batte festosamente le mani. "un altro papà, quaaanti!!" esclama, continuando a scrutare per essere sicura di non dimenticarne nemmeno uno. 
Ogni tanto ci dobbiamo fare da parte ed attendere rispettosamente per permettere a chi ne ha bisogno di prelevare; un paio di ragazzi ci guardano divertiti, alcuni curiosi, un paio schifati. Me ne frego. Una signora anziana dai capelli bianchi mi chiede educatamente se lo facciamo per bisogno, osservando i nostri indumenti sporchi e le nostre condizioni. "No signora - le rispondo con un sorriso - lo sto solo facendo per far felice mia figlia". Stava per farmi l'elemosina. 
Alla fine, dopo aver frugato nello sporco più remoto che una grata possa contenere, sappiamo di aver recuperato tutto. Me li fa contare due o tre volte. Meno di cinque Euro, ma lei ne ha le mani piene, ed è raggiante. E per la strada di ritorno (in discesa), non facciamo che cantare e ridere, e lei ha tutte e due le mani a pugno e le braccia distese, e salta, ed è felice, e, ironia della sorte, inciampa in una grata. Non ci pensa nemmeno, per proteggersi, ad abbandonare le monete così duramente conquistate e cade in avanti senza poter metter giù le mani e senza che io riesca a far nulla per impedirlo.
Quando riesco a tirarla su piange disperata, ha un ginocchio sanguinante e già gonfio, ed ha graffi ovunque, sugli avambracci, sui polsi. "Ho perso tutti i soldini", mi dice tra i singhiozzi. 
Recuperiamo tutte le monete sparse per terra, la tranquillizzo, le riconto, non ne abbiamo persa nemmeno una. Poi, zoppicante, me la riporto a casa, dove la disinfetto, restituendole il suo tesoro, anch'esso disinfettato a dovere. Ha un bel taglio all'altezza del ginocchio destro, ma resiste in silenzio, mentre lo pulisco con attenzione e le parlo di quanto è brava e coraggiosa, medico tutte le ferite minori ed infine le metto una fasciatura al ginocchio. Rimarrà il segno.

Beh, la cicatrice al ginocchio è visibile ancora adesso. Non la nasconde anzi ne è parecchio orgogliosa, anche se le gambe sono diventate pericolosamente troppo lunghe e, con i suoi orecchini, gli occhi che non si strizzano più a semicerchio ma hanno un filo sottile di eyeliner, non so mica se si siederebbe ancora con me davanti ad una grata a recuperare monete. 

Io sì, sicuro. 
Ma pensandoci bene, anche lei, mi sa.

E se le chiederete il motivo di quella cicatrice "è quella volta che io ed il mio papà abbiamo fatto i barboni", vi racconterà sorridendo.

martedì 6 maggio 2014

Gli occhi dorati (prima parte)

Gli ultimi regali che ha ricevuto sono stati l'IPAD per il suo ottantesimo compleanno ed una motosega per quello dell'anno precedente. Già questo la dice lunga su che facile personaggio sia mia madre, e forse spiega in parte anche il carattere che mi porto appiccicato addosso.
Testa dura da montanara ostinata, uno di quei caratterini da muro o non muro tre passi avanti che te lo raccomando.
Lavoratrice fino allo sfinimento, diversamente amichevole, ostinatamente indipendente, fermamente convinta di essere indistruttibile.
E no, non sto parlando di me.
Recentemente, dopo un infinità di tempo trascorsa in stupide ostilità abbiamo ripreso a parlarci. Le ho chiesto di aiutarmi e non ci ha pensato un attimo. Lo sta facendo ancora, non fosse stato per lei avrei già dovuto vendere casa.
Ne ha passate tante, che già solo la metà avrebbe avuto ragione di uno come me e per fortuna nostra non è ancora stanca. Anzi, non la smette nemmeno per un attimo di rallentare, di darsi una regolata, di piantare quattrocento tulipani in giardino con quel cipiglio che ti sfida a dirle qualcosa.

Ogni tanto, ma non troppo spesso perché poi altrimenti mi abituo, mi manda una mail con l'Ipad, oggetto che la delizia e che al contempo la fa incazzare di brutto perché non riesce a trovare le foto che vorrebbe allegare, se inavvertitamente appoggia un dito sullo schermo quello, bastardo, aggiunge subito una serie di ppppppppppppppppp e non si ricorda come cancellare se ha scritto male. Risultato: mi arrivano mail tutte sgrammaticate, piene di doppie e con 32 foto del terrazzo, dei suoi piedi e del giardino preso di storto. 
Io le rispondo pregandola di smettere con i superalcolici e lei di rimando mi dà dello "struzzo", giusto perché è una signora di una certa età (non provate a definirla anziana) e termini meno appropriati non le si confanno.
Da giovane era incredibilmente bella, ho alcune foto di lei in posa sugli sci che ricorda una diva del cinema, con il sorriso abbagliante e gli occhi azzurrissimi discretamente nascosti dietro un paio di occhiali da sole molto glamour. Della sua bellezza di un tempo rimangono quegli occhi azzurri cosparsi di piccole pagliuzze dorate, che tante ne hanno viste, che tante ne hanno passate. Occhi che ti guardano dentro che ti sanno e sorridono, occhi che hanno un rimpianto che in fondo è lo stesso mio quando osservo mia figlia crescere troppo in fretta, occhi che ti dicono vorrei, vorrei giuro tornare indietro, rivederti crescere, ti ho lasciato ragazzo che era ieri. Vorrei avere tempo ancora e assaporare momenti che sono passati troppo in fretta, ritrovare i miei anni su un prato d'estate con il profumo dell'erba tagliata di fresco e ridere, e ritrovarti.

Il primo incontro con mio padre è stato da film.
Lui, poco più che ventenne, era un giovane geometra di belle speranze e pochi spiccioli e lavorava a Torino per un'impresa di costruzioni, il cui titolare aveva un metodo militaresco nella gestione delle vite dei propri dipendenti. Nella cittadina di montagna dove mia mamma viveva l'impresa aveva un cantiere, a quel tempo gestito da un collega di mio padre, anch'esso giovane e molto incline a correre dietro alle belle fanciulle, il quale si era perdutamente invaghito di quella ragazza così carina. Purtroppo per lui, della liaison giungono notizie giù in sede dove, per paura che l'andamento del cantiere potesse risentirne, si decide per un rapido cambio di gestione: sù in montagna quel geometrino giovane che è a Torino, quello magro e lungo, con un improvviso aumento di responsabilità che vediamo come reagisce, e richiamiamo in città l'altro, quello con la testa un po' troppo per aria, a farsi passare i bollori tra calcinacci, il brontolio delle betoniere e manovalanze sudate. 
Il pretendente non ha nemmeno il tempo di obiettare ed a malincuore in quattro e quattr'otto parte. A Torino incontra il collega che deve ricevere le consegne ed oltre a quello gli passa anche un mazzo di rose rosse, per la sua bella lassù tra i monti iollalàiuu, raccomandandosi che li riceva prima possibile.
E mio padre, con negli occhi ancora quel mare ruvido che l'ha visto nascere, con una cartella stracolma di progetti e capitolati ed un mazzo di rose appoggiati sul sedile del passeggero dell'auto, parte per la montagna per la prima volta nella sua vita. E non sa ancora che quel mazzo di fiori gli avrebbe cambiato la vita.
Arriva lassù e come prima cosa pensa di consegnare i fiori alla bella del suo collega. E non appena vede mia madre, vuoi l'altitudine o la minore quantità di ossigeno, fatto sta che rimane a bocca aperta. E mia madre, che aprendo la porta se lo trova lì magro e lungo come un giunco, come fulminato e con un mazzo di rose in mano, scappa.
E pensa, in quell'attimo esatto - questo è l'uomo che sposerò. 
Ed io, a quell'impresario là, che ha deciso le vite altrui come se fossero gli spiccioli che tieni in una tasca, per questa e per molte altre storie, devo proprio parecchio. 

lunedì 19 novembre 2012

Cadono gli angeli

Il tuo nome insolitamente pronunciato al telegiornale di ieri. "Lutto nel mondo dell'arrampicata sportiva". Un breve servizio su cosa sei stato più di vent'anni fa, nei momenti del tuo massimo splendore, qualche accenno alle disavventure dell'ultimo periodo e poi via, di corsa, a celebrare l'inutile, lo scandalo di turno, la sfida calcistica del giorno.  
Per noi, i normali, quelli che le mani sugli appigli le abbiamo messe sempre sbuffando e tirando come dannati tu semplicemente non eri di questa terra. Tu e la tua leggerezza, tu e la tua grazia, tu e l'armonia dei movimenti che erano pura opera d'arte. Ho sempre avuto l'impressione che nei tuoi gesti precisi, quell'andare pulito all'appiglio senza un tentennamento, si piegasse la ragione della montagna stessa, venendoti incontro e porgendoti le prese nel modo migliore.
Ho avuto il privilegio di vederti arrampicare una volta sola, a Bardonecchia, alla Militi nell'86, su una via su cui nemmeno i miei momenti migliori avrei potuto fare più di un paio di movimenti impacciati. 
Ti ho visto salire, tu e la tua bandana a raccogliere i  capelli lunghi, il tuo fisico perfetto esaltato da un viluppo di muscoli e grazia. Ti ho visto muoverti come un danseur al rallentatore in pose impensabili elevando il concetto stesso di arrampicata, ho sentito il silenzio ammirato di quelle centinaia di nasi in su, ti abbiamo accompagnato con degli "ohhh!" di meraviglia ad ogni passaggio straordinario superato con una semplicità che non aveva ragione, abbiamo sentito il suono del tuo fiato tirato propagarsi nel vuoto, noi in tanti con il nostro fiato nascosto rispettosamente sotto al tuo, trasalendo con riconoscenza al rumore dello scatto di ogni moschettone nel rinvio, siamo esplosi come matti in un'ovazione da stadio quando hai raggiunto la catena, unico tra tutti, quell'anno. Non un primo perché quel giorno non ci sarebbe stato né un secondo o un terzo. Il migliore. 
Non ti nascondo che alla fine della tua via vittoriosa eravamo in tanti là sotto, a massaggiarsi le dita doloranti. 
Non son un vero climber, così come non riesco a fare il vero runner. Non ho tecnica, non ho la costanza dell'allenamento, la forza nelle dita che distingua, ho una vita che non me lo permette più. Arrampicando qualche volta mi è anche capitato di aver avuto paura, o di chiedermi cosa diamine ci stessi a fare lì, tra spuntoni di rocce ruvide ed il vento che mi schiaffeggiava impietoso, appeso alle mie sole dita affaticate. Non so se tu questo l'abbia mai provato. Ma so sicuramente cosa sentivi quando raggiungevi una vetta ed i muscoli ti ringraziavano allentandosi o ogni volta che tornavi giù, le gambe a penzoloni e la tua vita appesa ad una corda da 10 mm. Quello lo so perché l'ho provato anch'io, ed è una sensazione meravigliosa, unica ed impagabile, che ogni volta vale una vita. 
Ricordo i tuoi equilibrismi, gli appigli monodito che replicavamo massacrandoci i tendini, i filmati sui tuoi allenamenti, il tuo sguardo da angelo silenzioso, il tuo essere un divo ascetico, lontano. Il tuo modo di non essere divo, ma oltre, più in alto, più incredibile, più.

Dicevano ieri che tu poi sia caduto, che la vita stessa abbia, ad un certo punto, smesso di esser leggera e che ti abbia trascinato in basso, cadendo e rotolando fino a fermarti senza, ai piedi di una stupida e maledetta scala. Ho imparato da tempo che anche gli angeli cadono.
Non so, ma questo non mi riguarda, alla fine. Non è quello che mi interessa sapere, il come o il perché. Come in ogni cosa che accade la méta, alla fine, è il viaggio stesso. E in buona parte del tuo viaggio sei stato un idolo, un irraggiungibile, splendido e maestoso punto di riferimento. 

"Da grande voglio fare il sorriso del ne è valsa la pena", ho letto una volta in rete. E ieri, alla base di quella parete desolata, fredda e battuta dal vento ho sorriso per te.

Per cui addio, Patrick, dall'ultimo dei tuoi fans.




giovedì 27 settembre 2012

A fare il solletico al cielo


Ed eccoci qui. Il materiale riposto con cura nello zaino, le fibbie chiuse, gli scarponi a riposare nella propria scatola, l'imbragatura liberata da tutta la ferramenta, anche se tra una settimana, per fortuna, so che la userò di nuovo. Un'altra esperienza nella tasca delle emozioni. Due giorni liberi, divertenti, intensi.
E' stata un'uscita diversa, non siamo arrivati fino in cima al "gigante di pietra" come ci eravamo prefissati inizialmente ma non importa, questa volta proprio non aveva senso rischiare. E infatti.

Ritrovo con Renè nel primo pomeriggio, la mia auto malatissima e forse vicina all'estrema unzione questa volta proprio non si può usare, prendiamo la sua. Abbiamo deciso di non portare i ramponi, doveva essere l'ultima uscita estiva ma ha nevicato tanto su, la scorsa settimana, poi però ha fatto nuovamente bello. Se sarà rimasta tanta neve tenteremo la cima, vedremo cosa troveremo.  Siamo in tre, c'è anche Daniele che con noi ha fatto solo due ferrate ma mai salite lunghe, però dalla sua ha quasi vent'anni di meno e gli torneranno parecchio utili. Partiamo.
La mèta questa volta è la cima del Viso a 3841 metri lungo la via normale, dal versante sud, con pernottamento in un bivacco, anziché al classico rifugio Quintino Sella o dal Gastaldi, dove tanti anni fa abbiamo combinato sfracelli che ancora ci ricordano. Questa volta abbiamo preferito tra tranquillità di un piccolo bivacco isolato per evitare la calca che si trova di solito, nonostante la scelta di due giorni infrasettimanali. 
Non metterò giù un racconto che riporti indicazioni di percorsi, tempi, e descrizioni utili all'orientamento. In rete se ne trovano un sacco, per salire ho sbirciato lì. Racconterò altro. Aggiungerò qualche foto. Proverò a spiegare le sensazioni, cosa vedono gli occhi, e cosa respira il cuore, lassù, quando l'orizzonte ti incanta e ti senti sospeso. Terzani spiega che "Il senso della ricerca sta nel cammino fatto e non nella meta; il fine del viaggiare è il viaggiare stesso e non l’arrivare". Per me il senso della ricerca sta in ogni passo compiuto e nel cercare di indovinare in quali altri passi ti ritroverai domani, o tra un minuto. Sta nell'osservare, nell'annusare, nel vedere un mondo che si schiude al tuo passaggio e che si richiude alle tue spalle. Nell'ascoltare i colori, nel misurare la fatica, nel fermarsi ad osservare.

Il Monviso ci scorre veloce di fianco al di là del guard-rail, mentre ci avviciniamo in auto. Abbiamo deciso di prenderlo alle spalle. Ci infiliamo nella valle Varaita fino a Castello, il paesino che si specchia sulle acque della diga, prima di Pontechianale. Lì, ovviamente non si può non abbandonare la civiltà se non entrando in un bar per l'ultimo caffè come si deve e anche lì, altrettanto ovviamente, Renè incontra qualcuno che conosce, come quasi sempre in quasi ogni zona, rifugio o parte dove insieme siamo stati. Penso che se mai un giorno decideremo di attraversare i Sahara a piedi, fermandoci nell'oasi di Cufra incontreremo un tuareg che fissando il mio amico dirà: "Ehi Renè, abbiamo fatto insieme la maratona di Abidjan, ricordi? Quanto tempo!" 

Partiamo troppo tardi, probabilmente arriveremo con il buio ma non importa. La valle che porta su è un incanto. Quieta e profumata, con il massiccio imbiancato a far da sfondo, boschi di larici a perdita d'occhio ed il rumore costante del torrente che ci accompagna. Poca gente. Si sale, sbagliamo sentiero solo una volta e ci viene in aiuto un turista tedesco stupito che lui ha, come ci ha detto, "una cartina italiana" e noi no. Ma lui ignora che noi, sul Bianco, ci siamo andati con l'orientamento dato dalla "carta dei vini del Piemonte e della Valle d'aosta" nello zaino, non capisce che alla fine è meglio così, è meglio ridere, perdersi e ritrovare nuovamente la strada senza la noiosità di programmi troppo precisi.  

 Lo zaino è più pesante del solito, forse ho esagerato, prima di uscire di casa mi son pesato, ho un extra addosso di oltre 25 kg. Ma è una di "quelle volte". Perché noi, quelle volte che dobbiamo fare gli alpinisti seri allora ci si carica solo dello stretto indispensabile, perché il peso si sa, in montagna è fondamentale, le distanze e la fatica stremano, si dosano le razioni ed eventualmente si pensa a portarsi un moschettone in più. Poi però ci sono le volte speciali. Quelle in cui, per un'occasione particolare, un compleanno, una ricorrenza qualsiasi o anche solo la voglia di divertirci un po' più del normale si porta su ogni ben di Dio. Ho visto confezioni intere di Crodini da 12 uscire da zaini ricolmi, polli arrosti ancora fumanti, formaggi e salumi in quantità e varietà tale da poter aprire un negozio tra le vette. Per la verità ho visto una volta anche una pianola elettrica di tutto rispetto, per un concerto piano e quattro voci improvvisato sù, sulla cima di una montagna con un'eco che neanche all'Arena di Verona, alle 10 di sera (che per gli alpinisti seri equivale alle tre di notte delle persone normali), quella volta che con le pile, dal Gastaldi sono usciti per venire a cercarci e suonarcele loro, di santa ragione (era la famosa volta al Gastaldi), ma questa è un'altra storia. Ricordo chi aveva riempito talmente lo zaino da dimenticarsi di metterci gli scarponi e ha percorso un ghiacciaio con i ramponi calzati sulle scarpe da ginnastica, riducendone alla fine le suole, in tante striscioline sottili. Non si creda che siamo degli stolti incoscienti, comunque. Cioè, forse sì ma solo un poco. La montagna sempre e comunque esige rispetto e quel pizzico di timore che non devi spegnere mai. Anche noi abbiamo qualcuno che non è più tornato giù, e questo non si dimentica. Renè ha uno dei suoi ricordi più tragici proprio qui, su questa montagna. 


Questa volta il mio zaino contiene tutto il necessaire per l'aperitivo in quota - Bacardi breezer, noccioline, patatine varie, salse messicane - Una quantità particolarmente ricercata di salumi, un assortimento di birre, tre o quattro tipi di formaggi e come dolce un bùnet veramente spettacolare. 
Renè è Daniele non erano da meno, con il risultato che avevamo da bere e da mangiare per una ventina circa di persone. Per tutto il necessario invece ci siamo divisi equamente i compiti: per il tè, ad esempio lui ha portato il fornelletto la bombola ed il pentolino, mentre io ho provveduto alle bustine e allo zucchero.... beh anche all'acqua ed ad un cucchiaino, che tre pesavan troppo. 

Il percorso da metà in su non è una passeggiata di salute, si devono attraversare torrenti, ci si aiuta con le corde fisse, peraltro fissate veramente male. I boschi gradatamente si allontanano, le rocce diventano sempre più vicine, il percorso ostico, si comincia ad aver bisogno anche delle mani. Compare la prima neve, poi il primo ghiaccio. E quando il cielo si colora di rosso arrivano a farci compagnia un paio di stambecchi, vicinissimi, tranquilli e curiosi, per nulla intimoriti. 
Stanno un po' fermi a guardarci, in bilico con una naturalezza che fa invidia ed a un certo punto, semplicemente spariscono e non li vedi più. Inganniamo il tempo parlando di montagne, di noi sulle montagne, delle nostre salite. Parliamo qualche volta di troppo degli incidenti che ci hanno segnato l'anima e Daniele ce lo fa rispettosamente notare, con ripetuti gesti scaramantici. Quattro ore dopo circa, arriviamo qui.  Sta facendo buio. Il bivacco risplende delle luci interne, e la cosa non ci piace. Avevamo sperato di averlo tutto per noi. Entriamo. Siamo in undici. Due italiani, sei francesi e noi, loro tutti praticamente già pronti per andare a riposare. Il nostro arrivo li risveglia dall'apatia. Sono tutti imbaccuccati come Ambrogio Fogar al polo, noi arriviamo in pantaloncini corti, riscaldati dalla salita. Ci guardano increduli, uno domanda addirittura se siamo attrezzati. Ho voglia di rispondergli che no, abitualmente vado al mare a Riccione, ma non serve, dopo un paio di battute capisce. Il nostro show lo facciamo in sordina, non possiamo proprio disturbare più del dovuto. Certo, osservando tutte le cibarie tirate fuori dagli zaini qualche risata gli scappa, anche a tre degli alpinisti francesi, i più distaccati. Ci facciamo amici invece i due italiani non più giovanissimi, che hanno i letti vicini alle panche per cenare e che sono costretti da noi a riposare con la luce accesa. Ce li compriamo passandogli ogni tanto qualche genere di conforto - un pezzetto di salame, un bicchierino di limoncello, un bacio di dama - sono sorpresi alla vista di tutto quel ben di Dio. Si ride, piano, ma si ride. Stiamo bene. Isolati dal mondo. In questo guscio giallo del bivacco, intorno la notte più nera, il vento soffia che sembra voglia scardinare le lamiere. Dopo un pò esco. Ho voglia di guardare la notte, le stelle, il buio e farne improvvisamente parte. Ma il vento è così forte e freddo che toglie il fiato e piega in due. Rientro quasi subito con i brividi addosso. Ci prova Renè e ottiene lo stesso effetto. Saremo una decina di gradi sotto lo zero. Alle 22 siamo già a dormire, Renè è di fianco a me. Mi rifiuto categoricamente di dargli il bacino della buona notte. Proviamo a chiudere gli occhi, ma alla fine dormiremo poco. Non c'è riscaldamento ovviamente, il riscaldamento siamo noi. Il vento ha una violenza inaudita, ulula e precipita in folate rabbiose, si abbatte scuotendo le pareti, dà colpi secchi alle porte. Le correnti d'aria entrano comunque, spifferi gelidi si diffondono sotto le coperte. Le ore passano lentissime. Ci si gira, si cerca una posizione per provare a dormire, lì vicini a persone che non conosci e che come te non riescono a chiudere occhio, li senti. A tratti qualcuno russa,ma dura poco, il vento lo sveglia di nuovo. Verso le due circa la mia coperta mi scivola e finisce a quelli di sotto. Provo a rubare quella di Renè, ma ci si è avvolto come una mummia, impossibile. Rimarrò con il pile e le mani in tasca, tremando ogni tanto, ogni centimetro di pelle nuda viene attaccato dal vento gelido di fuori. 

Appena comincia a far chiaro siamo tutti in piedi, di cattivo umore. La temperatura è ancora bassa, ma è il vento che rende rischioso salire. Attendiamo, facciamo fuori qualche provvista. Intorno alle 7 arrivano da sotto due duri e puri, zaino piccolo, passo deciso. Saranno partiti alle quattro con il buio. Si fermano due minuti, parlottano, ci confermano che c'è troppa neve per tentare di salire senza ramponi e poi via, verso la cima. Dopo un attimo non li vediamo già più.
Un'ora dopo ci mettiamo in marcia anche noi. I francesi sono partiti mezz'ora prima, preceduti dai due italiani che abbiamo capito essere degli habituè di queste parti. I francesi tenteranno la cima, gli italiani probabilmente no, andranno al Quintino Sella, dipenderà dal vento. 
Daniele non ci accompagna, preferisce lasciare a noi l'onore. Rimarrà a riposare ed a fare fotografie. Lo riprenderemo al ritorno. 
Il freddo è intenso ma siamo ben attrezzati, gli zaini questa volta son leggerissimi, il passo è spedito. 
Il vento comincia a darci tregua, ma quando arriva sono rasoiate di ghiaccio che fan male. 
Si sale. Il tracciato è ben segnato. Il cielo non ha una nuvola, il ghiaccio riempie ogni fessura, increspa ogni specchio d'acqua, Nel frattempo arriva il sole, insidia le ombre delle cime sulle pareti opposte che pian piano si accorciano lasciando il posto al bianco abbacinante della neve, su un cielo blu scuro. 
Salire diventa improvvisamente una delizia, fresco e vitale. L'altitudine non toglie tanto fiato, stiamo bene. In breve raggiungiamo la quota dove la neve la fa da padrona, vediamo i francesi che abbiamo quasi raggiunto e scorgiamo da lontano il bivacco Andreotti

Ci rendiamo conto che non potremmo proprio andare oltre, lo strato di neve non permette di proseguire senza ramponi, rischiare così non ha veramente senso. Decidiamo che nostra salita terminerà qui. Una breve sosta al bivacco, ci riposiamo, per poi prepararci senza rimpianti a ripercorrere i nostri passi. 
Lo sguardo spazia intorno e si perde, Il blu scuro del cielo, il risplendere della neve, le montagne lontane abbracciate a cerchio, una catena e dietro un'altra e poi dietro un'altra ancora, la pianura fumosa di smog in lontananza. 

Le rocce plasmate da mani di giganti, i segni dei tuoi passi nella neve che diventano una traccia lontana, l'aria così fresca che solo quassù, il caldo del sole sul viso, il silenzio perché anche i suoni si propagano in modo diverso, più netto e distaccato. 
Lontano, distantissimo appare il mondo, laggiù tra la nebbia, e l'essere improvvisamente separati dalle cose, le grane, i problemi da una sensazione di equilibrio e di quiete.  
Prima di prepararci per la discesa osserviamo il gruppo dei francesi iniziare la salita senza legarsi in cordata. 
Noi due invece torniamo giù in fretta, ci ricongiungiamo con Daniele, un pasto sereno per eliminare quanto più possibile il peso in eccesso dagli zaini e poi di nuovo giù per il ritorno. Un'infiammazione a un legamento del ginocchio  trasformerà poi la mia discesa in un incubo e dopo troppe ore di agonia, assistito da Renè tramutatosi in amorevole infermiera, arriveremo finalmente alla macchina.
Sapremo poi, solamente il giorno successivo dai giornali, tornati alla nostra vita di sempre, che uno degli alpinisti francesi che abbiamo osservato allontanarsi, poi, proprio in questo stesso punto perderà la vita, sulla via del ritorno, scivolando sulla neve e fermandosi giù, sulle rocce sottostanti.

Perché non è uno scherzo, qui. Mai. 
Ma non vedo comunque  l'ora che arrivi la mia prossima volta.

mercoledì 12 settembre 2012

Domani

Si va. Un'altra cima, finalmente, mi aspetta. Io e Renè, una cordata veloce. 
Una notte in bivacco, la quiete del mondo che si addormenta giù in basso, i rumori della montagna che invece non dorme mai, le stelle che incantano, per la loro lucentezza. E' tutto così lontano lassù, sarà tutto così lontano, da lassù, domani notte.  
Il tè che te lo fai con la neve sciolta. La fiamma azzurrognola del fornellino e le ombre che proietta nel buio.
La sveglia all'alba ma chi dorme, in realtà. I primi passi al buio. E la cima che quando sei lassù scopri sempre che ne è valsa la pena.
L'attrezzatura è già in ordine, pronta da mettere nello zaino.
La lampada frontale tra le mani, ieri, di nuovo dopo tutto questo tempo, mi ha dato una sensazione di ritorno alle cose che amo senza misure. 
E questa spilla, che mi aveva regalato lui, che nessuno ce l'ha una spilla così, che mi ha accompagnato su ogni montagna che ho salito. Offritemi qualsiasi cifra, per questa spilla.
Ho fame.

Vi racconterò.

venerdì 27 luglio 2012

Still Crazy After All These Years


Ci sono istanti in cui mi vien da pensare che qualcuno inserisca, nella musica di una radio a caso la mattina presto, un brano a bella posta, lì, proprio per me.

Esattamente come stamani, io, la mia macchina su di una strada a caso, una velocità insolitamente non da patente a coriandoli, il fresco che pigro si allontana dai campi che mi scorrono ai lati, le balle di fieno che riposano sbilenche, matrone grasse, scomposte ed abbandonate, e le gocce di rugiada che si spostano piano e vanno dal cofano al parabrezza, incrociandosi, dividendosi, lasciando una traccia sottile, una scia di lumaca, su, fino a terminare in una lacrima che penzola indecisa su dove andare a finire, sulle due dita aperte del finestrino laterale.

Le montagne sono una costante all'orizzonte, dalle mie parti. La mole placida del Monviso emerge al primo chiarore, osserva tutte le cime più basse intorno e sembra che scruti anche me, con sorniona benevolenza. Qualcuno deve averle spifferato che a breve ho intenzione di andarle a fare il solletico in punta. Sarà stato Renè, c'è da giurarci.
Sono in netto anticipo sul primo appuntamento di questa mattina e me la prendo comoda.

Ed inaspettata ecco una vecchia canzone che ritorna lì, a sorpresa. Una di quelle, non tante, che combaciavano con quello che osservavano i tuoi occhi di trent'anni fa, che si inventavano un ballo col tuo cuore sbarazzino di allora, che ti coloravano le guance ed addensavano il fiato, che ti veniva voglia di correre e cantarle fino a farsi dolere le corde vocali.

Una di quelle che ti hanno frugato dentro ed ognuna ha trovato un posto suo. Ed adesso ecco che questa esce dal cassetto dei ricordi, dove stava indisturbata, beatamente raggomitolata, si stiracchia e si diverte a risuonarmi ancora una volta nelle orecchie, riempiendomi di note la mente ed il cuore, fermandomi per un attimo il respiro, distraendomi dai campi e dai monti intorno. Ne riconosco di colpo l'inizio, gli accordi del piano, riassimilo ed inspiro ogni parola, ogni variazione di tono. Ricordo quell'album, magico, il primo della serie dei primi tre magici album, di quella magica vita di allora, dove tutto era ancora facile, da scoprire da inventare e da cambiare, dove tutto ti sommergeva di emozione, dove gli amori sembravano esplodere dentro e squassarti l'anima, dove il mio mondo era quasi tutto di là da venire.

No so dire quante volte mi sia perso, ancora ed ancora, il disco di vinile nero che girava, la luce stroboscopica del piatto che ipnotizzava e il braccio che dondolava piano e che finita la musica abbandonava il solco lasciando quel silenzio ruvido ad uscire dalle casse spostandosi velocemente al centro, poi si alzava e con un tlac, alla fine, ritornava preciso sul suo supporto. Tu allora prendevi il disco con i polpastrelli sul bordo, attento a non lasciare le impronte sulla superficie lucida, lo inserivi nella busta bianca, che infilavi religiosamente nella custodia e ne mettevi subito su un altro, a scelta tra i normali o tra gli altri due magici, speciali, che allora per me erano "Breakfast in America", dei Supertramp, e "Making Movies" dei Dire Straits.

Avevo diciott'anni, il mondo davanti che mi dava generose pacche sulle spalle, dicendo che potevo permettermi di sbagliare ancora tanto e Dio solo sa se non l'ho ascoltato abbastanza. Avevo un sostegno, un punto di riferimento ed una guida di cui sono riuscito ad apprezzarne completamente il valore quando ormai era troppo tardi. Avevo persone che col tempo ho disimparato a comprendere ed una bicicletta nuova appena comprata nei negozietti del Balòn di Porta Palazzo. Avevo un'anima affine ad un tiro di fionda, ma a volte anche le anime hanno orbite diverse, come le comete, e se non sei attento a prenderla al volo quando passa chissà quando ti ricapita - strani scherzi, combina a volte, il destino. Ed avevo cumuli di sogni. Alcuni, mio malgrado si sono spenti. Altri nuovi, fortunatamente, si sono accesi.

Mi ricordo la copertina di quell'album, nera, i loro due volti spensierati e gli sguardi che guardavano lontano, sorridenti. Ricordo il video, mezzo milione di persone ad un concerto gratuito, il parco pieno, il sindaco a presentarli con l'accento strascicato e loro due che sbucavano da una porticina scalcagnata, due voci e una chitarra Ovation e per un paio d'ore non avevano fatto altro che cantare e fermare il tempo, con il cielo che si inscuriva carico di nuvole, loro e mezzo milione di persone e me dall'altro lato del disco.

Quanto ho amato quel tempo, quegli album, quei sogni e quella canzone. E quanto riascoltandola ne riconosco le parole e me la ritrovo addosso, un paio di jeans consumati che mi stanno ancora bene, dopo coì tanto tempo.

Perché un po' matto mi ci sento, mi ci ritrovo, se ci penso, come domenica scorsa, che in quella casa che ho sempre sentito come la mia casa, lì dove ci sono stati i miei respiri più forti, mi sono sorpreso a sentirmi così estraneo ed ospite e ho osservato con tristezza quegli oggetti che abbiamo costruito io e mio padre, io e lui, insieme, usati senza la considerazione ed il rispetto che forse solo i pazzi pensano che anche una malandata panca di legno ed un barbecue si meritino, se ne conosci ogni incastro, ogni mattone ed ogni vite che la tiene insieme, se ognuna di queste è stata serrata con l'esperienza di uno e l'esuberanza dell'altro, due persone che avevano del futuro da giocarsi insieme, ed allora ti senti che lì sei fuori posto, che respiri diverso e loro lo notano, e non stai bene lì e loro non stanno bene se sei lì, anche se non parli e stai in un angolo e li osservi ed il disagio lo potresti tagliare a fettine ed allora ti esce un "io non mangio" ed esci, liberandoli, tanto le scarpe per correre sono sempre nel baule, ed in meno di mezz'ora sei lontano da quella panca e quel posto e quegli alberi che ti parlano e che ti han visto crescere e tu hai visto crescere loro, che siete partiti insieme, e vai là dove sai, tra alberi rocce e nuvole, e gli occhiali scuri e gli auricolari sono sempre lì pronti ad isolarti dal mondo, ed i muscoli sembrano domandarti quand'è che si parte, perché a volte ne hanno bisogno anche loro, di scattare e muoversi, una sferzata di rabbia e di fatica, a correre veloce, scattando sui massi, sù per sentieri scoscesi, a meritarsi il rispetto e la precedenza dei ciclisti sulle loro mtb, a sorpassare veloce mandrie di lenti gitanti in faticosa salita, che ti lasciano passare osservandoti straniti, carichi di zaini come bestie da soma e tu no, tu che non hai nemmeno l'acqua per bere, perché tanto l'acqua la trovi dietro ogni curva, nel chiacchiericcio dei torrenti che attraversano il sentiero, con la polvere di terra impalbabile come cipria, con le farfalle azzurre ed i grilli che si scansano veloci. E corri e sali, e vai sù, più su ancora, fino a quel lago ed i suoi tronchi affogati dentro che gli danno quel colore unico, e quante volte ci sei stato, lì con lui, chissà la prima volta che ti ci ha portato che occhi che avrai fatto.

Che quando ti senti così mica sai quanta te ne serve, di quella corsa lì.

E difatti non basta ancora e muovendoti veloce vai ancora su, ad osservare dove finisce il sentiero, lì dove anche gli alberi si diradano e lo spazio si allarga e il rumore del vento si mescola a quello della cascata in lontananza, e arrivato lì ti levi le cuffie e ti fermi, ed un minuto dura un secolo, e ti giri intorno ed osservi tutte quelle cime che conosci così bene, così vicine e loro osservano te, ed anche loro, probabilmente, ti danno del matto. Respiri, una due volte, poi ti giri, inforchi occhiali e auricolari e leggero torni indietro, sul sentiero dove prima il cuore ti batteva in gola e che questa volta ti spinge e scendi veloce, giù, tagliando per ripide scorciatoie, oltre il lago, al sorpassare d'un balzo il torrente, a ritrovare la gente e gli alberi e le auto che rallentano, quasi tutte, per non buttarti la polvere addosso. Passi vicino alla parete dei Militi, senti rumore di rinvii e vedi qualcuno che sbuffa sui tiri più bassi. Non ti fermi, vai avanti, giù fino dove avevi parcheggiato. Apri il baule, ti cambi e scopri di aver male quasi dappertutto. Ma stranamente non ti senti stanco. Un'ora e mezza, undici km e settecento metri di dislivello bastano, per questa volta, a ritrovare un briciolo di sereno, nei tuoi occhi, nascosti tra i capelli lunghi. La tua piccola e la sua gioia nel vederti sarà l'unica ad accorgersene.

Ma non puoi fare il matto così, mi è stato detto. Ma io molto probabilmente matto lo sono davvero, ho risposto poi senza pensarci.

Tanto, le orbite, prima o poi, si incrociano.

venerdì 10 settembre 2010

Faccio il criceto

Come mi han detto ieri, riferendosi al fatto che al Parco corro in un anello di 2 km, facendo più giri (al momento solo due, per precisi ordini di scuderia).
E sì, lo so che per chi corre sul serio i miei sono tempi da non prendere neanche lontanamente in considerazione, ma ieri finalmente a sei mesi dall'intervento:
- Km 1 - 5.16"
- Km 2 - 5.39"
- Km 3 - 5.22"
- Km 4 - 5.31"
Totale 21.48" 
Sarà stato lo stress per il server (il verdetto definitivo del tecnico è stato che la ricostruzione del RAID non ha permeso il recupero di dati successivi a marzo dell'anno scorso) o sarà perchè il male al tendine comincia ad essere solo più un fastidio indistinto, sarà che ieri qualcuno ha riacceso magicamente il pulsante dell'estate ma sono finalmente riuscito ad abbattere lo scoglio dei 5.30 di media. E se, nell'appuntamento della prossima settimana il luminare darà il permesso di aumentare finalmente i tempi, macinerò nuovamente altre distanze, ritrovando vecchie soddisfazioni.
E non dimentichiamo che, dalla prossima settimana, inizia (lavoro permettendo) il periodo di preparazione in quota, vero Renè? Prima prova i 2659m di questo posto qui, per scoprire se, finalmente, si sono dimenticati di noi.
Ma questa è un'altra storia.