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lunedì 20 gennaio 2020

Come nessun posto al mondo mai

Ieri ho chiuso per l'ultima volta la porta di quella che è stata la mia casa per trentanni.

Quello appena compiuto è stato un anno intenso, spigoloso spesso, ruvido sovente, in cui i miei occhi hanno subito troppe albe e si sono soffermati su così pochi tramonti da qualche parte sulla riva del mare.
E' stato un altro anno tosto, serrato come i precedenti ma sempre un poco di più, l'asticella del salto una volta ancora spostata più su di una tacca; ci sono stati momenti in cui, confrontandomi con la consueta chiacchierata serale mi sono lasciato andare ad un "non so proprio come riuscirò a fare tutto, questa volta", a cui seguiva sempre la stessa risposta "ce l'hai sempre fatta, alla fine".
E' vero. Alla fine ce l'ho sempre fatta. Ho accumulato ritardi e risparmiato sulle ore di sonno, ho sacrificato gli amici, le mie parole più vere qui, innumerevoli fine settimana. Ho accantonato il mio tempo più spensierato, molte delle mie corse, ripide pareti da affrontare ed ho detto pazientate, ci ritroveremo, prima o poi. 
Mi sono arrabbiato spesso con me stesso scoprendomi indolente e non sufficientemente produttivo alle volte, mi sono segnato impegni e scadenze sull'agenda settimanale, riportando gli incompiuti la settimana successiva, con un sottile piacere ogniqualvolta un tratto deciso di penna dava per terminato un lavoro. Ho fatto quasi tutto da solo,  testardo One Man Band dei progettisti, con la caparbietà montanara che sta diventando parte del mio modo di essere e di pensare, tollerando poco niente, in quello che mi sta intorno, che non va come dovrebbe.
Quest'anno ha visto cambiamenti importanti in casa D&R, a partire dalla maturità delle Ciccia oramai definitivamente non più ascrivibile al titolo di "mia piccola", il suo conseguente ingresso nel mondo universitario, con la scelta della facoltà di Psicologia, fortemente voluta e pensata fin da quando era piccola (... fa solo che non mi diventi come Bruno) ed il naturale stravolgimento di orari, abitudini, percorsi e vita. 
Si è lasciata andare la casa in cui ho vissuto la mia prima vita a Torino e quando si devono svuotare le stanze i ricordi ti travolgono, ti trapassano, ti sommergono, tornano fuori prepotenti angoli di te che eri sicuro di aver dimenticato. 

La felicità sta veramente nelle piccole cose, nella luce che filtra dalle persiane il primo giorno d'estate, in mia madre che la mattina lottava con un me piccolo per infilarmi le calze appena sveglio, nella mia tazza della colazione e la granella del Buondì Motta che mangiavo sempre come ultima cosa preziosa. 

E senza quasi volerlo, in uno scatolone richiuso da tempo ritrovi la tua fresca giovinezza lì pronta ad aspettarti, scorrendo le dita su un foglio consumato sporco di china rivedi come proiettato sul pulviscolo che danza nella stanza quel te di allora che in fondo non è mai cresciuto, un po' schivo, chino e concentrato a disegnare di notte alla luce della lampada da tavolo, col buio di questa città un po' magica a fare da cornice, la finestra aperta a rinfrescarsi dalla calura estiva e le cuffie nelle orecchie. Ho ritrovato frammenti di me inutili e bellissimi accarezzando vecchi mobili consumati dal percorso delle mie proprie dita, ho ritrovato paure e felicità improvvise, risentito vive le voci ed i rumori della domenica, il profumo del sapone da barba di mio padre, l'apparecchiare per il pranzo con il servizio buono e la radio accesa: mi riavvolge come fosse ora il silenzio colmo di apprensione di quando da ragazzo vegliavo nel sonno di quella famiglia che eravamo noi, un padre una madre e due sorelle e un bene grande e saldo che rappresentava tutto il mio mondo, ed ascoltando il respiro regolare dei miei pregavo Dio di regalarmene tante da non poterle contare, di quelle notti e silenzi e respiri quieti nel sonno. 
Avrei voluto congelare ogni momento ritornato luce, avrei voluto essere l'io di mille istanti che mi hanno accompagnato in questi giorni di armadi aperti e fogli strappati e scatole richiuse con il nastro da pacchi. 
I miei genitori non mi accompagnano più da troppo tempo, anche se ogni tanto mi confronto ancora con loro, gli chiedo silenziosamente se stia facendo le scelte giuste, a loro rivolgo il pensiero apprensivo di padre quando osserva orgoglioso la propria figlia crescere. Ieri, nascosto nei pacchi di vecchie foto, nei biglietti di auguri di compleanni dimenticati ho trovato ancora intatto il loro amore ed orgoglio nei miei confronti. Sono cosciente che buona parte dei ricordi custoditi tra queste pareti e che mi hanno abbracciato in questi giorni si dissolveranno definitivamente ed è questa, la perdita più importante, in fondo. Mi sono portato via degli oggetti, il divano che mio padre adorava, il tappeto persiano del suo amico architetto, qualche libro con le dediche di stima ed affetto che in molti gli avevano tributato. Forse non sono ancora pronto a perdere tutto. 

Ieri ho percorso per l'ultima volta le stanze di quella che è stata la mia casa per trentanni. Ho appoggiato le mani alle pareti spoglie, ai mobili rimasti, agli stipiti delle porte, agli interruttori della luce, ho rimesso la mia abitudine a quei luoghi, a quei rumori, a quella luce, al balcone di sala, al tramonto sul Monviso che solo da quella finestra, assaporando come se fosse musica lo scricchiolio del parquet. Ho appoggiato a lungo i palmi delle mani su tutto come se fosse un abbraccio, un pezzo alla volta, gli occhi umidi ma solo un poco, ripetendo a bassa voce grazie casa, ciao casa, sei stata una buona casa, sono stato bene con te, bene a crescere qui, a coltivare speranze e sogni, grazie. 
E nel silenzio dell'abbandono mi è sembrato quasi di sentire, lieve, il respiro quieto di una famiglia felice nel sonno.

Poi ho chiuso la porta.  

mercoledì 29 agosto 2018

Mille splendidi sogni (quasi) infranti



N.B. Post iniziato a scrivere tempo fa. Poi le mille grane, il poco tempo a disposizione, mi hanno allontanato da qui.

Negli ultimi mesi ho corso. Tanto
Ho corso perché in quei passi veloci che tirano sulle gambe ho ritrovato un po' di quel me nascosto anche a me stesso, insieme ai miei sogni più inverosimili e spregiudicati, alle mie speranze assurde che si ostinano a non voler abbandonare la mente. Ho ripercorso marciapiedi e fatiche, attraversato nebbie intente a giocare con filari di alberi, ho visto il mio fiato uscire in sbuffi densi e l'ho lasciato a dissolversi alle mie spalle.
Ho sentito i miei passi leggeri all'inizio e molto più spesso maledettamente pesanti alla fine.

Ho corso perché abbandonarsi e dire - basta, fate un po' come volete, io mi tiro fuori - non fa parte del mio modo di vedere la vita. Ci provo badate, sbuffo e penso che lo farò, che ad un certo punto vaffanculo al mondo e getterò la spugna, poi mi siederò sconfitto su un marciapiede da qualche parte con la rabbia dei perdenti tra i denti, ma poi con la logica degli "solo altri dieci passi" e "dieci passi ancora" e ancora "solo più questi poi giuro che basta", va a finire che la fine della giornata, ancora una volta, su quel gradino non mi ci ha visto seduto nessuno.
E inseguo i miei sogni, loro, molto più veloci e leggeri di me, ma sempre maledettamente, meravigliosamente miei.
Per voltargli le spalle ho tempo. Ancora un po'.

Così ho ricominciato. E, nella rosa dei sogni a disposizione me ne sono scelto uno luccicante, uno bello da inseguire ma impossibile, come mi han detto in tanti.
Numero 51506, D&R, iscritto alla quarantesima edizione della Maratona di Parigi.
Ci hai un'età. Ma perché Proprio Parigi, direte voi.

Perché sì.

Perché ci ho corso che ero giovane come l'aglio e la Senna che mi scorreva a fianco me la ricordo come fosse ieri. Correre era una meraviglia, partivo libero e leggero dal pont Mirabeau fino all'Ile Saint Louis e tornavo indietro che non mi accorgevo neppure di correre, tanta era la bellezza, l'aria, i profumi, che mi circondavano.
Perché Parigi conserva angoli di malinconia che sono miei, che ho lasciato lì ad aspettarmi ed era giunta l'ora che li ritrovassi.

Ho telefonato a Renè, eravamo in settembre; mentre scherziamo e ci raccontiamo gli aneddoti delle nostre rispettive vacanze, con noncuranza sgancio la bomba: "che ne pensi di una corsetta a Parigi ad aprile? E' il quarantesimo". Lui fa una pausa, cambia il tono di voce e mi risponde: "se parli con un minimo di giudizio guarda che non è uno scherzo, e siamo già in ritardo". Io gli rispondo di non esser mai stato così serio in vita mia. "Ma ho deciso di meritarmi questa sfida importante, e se una maratona deve essere, allora deve essere lì". 
Renè, per chi non lo conoscesse, è un mezzo fuoriclasse. Di maratone ne ha corse diverse (ha un personale di 2h 43") è stato anche campione italiano in categoria Amatori su diverse distanze. Insomma un mostro, che, anche se adesso è anziano, continua a correre dannatamente forte. 
"Gioco mio, regole mie", mi dice "Se la facciamo la corriamo insieme, fianco a fianco tutta, dall'inizio alla fine, a me non interessa il tempo. Ma da giovedì prossimo a Parco Ruffini alle 17,30 si inizia a fare sul serio". Inutile tentare di mediare per l'ora sostenendo che ho uno studio ed un lavoro caotico e imprevedibile, e che alle 17.30 sono normalmente solo a metà giornata. "Le condizioni non sono negoziabili". Mi tocca capitolare. 
Il primo giovedì arrivo in ritardo di quaranta minuti, complice un cantiere distante. Renè sbuffa ma mi fa cominciare. "Partiamo piano" sa di presa per i fondelli, lui davanti io dietro. Sceglie i ritmi - giusto per rompere il fiato - e per un'ora e mezzo mi massacra. Finisco che ho la lingua sotto le suole e male ovunque. Mi lascia anche i compiti a casa, dei piani di allenamento ogni due giorni, e devo inviargli lo screenshot di Endomondo a fine corsa. 
Il secondo giovedì tardo di nuovo. Questa volta si fa serio e mi dice che se arrivo in ritardo ancora una volta la finiamo lì. - Hai scelto un impegno - mi dice - e questo impegno viene sopra ogni cosa, sopra il lavoro. Se ti dico di correre corri, nessuna scusa. E se non ti sta bene non ho intenzione di andare avanti a sprecare altro tempo. 
Da quel giorno in poi non ho più tardato. 

Il 24 settembre mi arriva la mail: "Félicitations, vous êtes bien inscrit au Schneider Electric Marathon de Paris le dimanche 3 avril 2016 ". Abbiamo finito di far finta, ho il biglietto, ho prenotato il treno e scelto l'albergo vicino all'Arc de Triomphe, ho l'adrenalina a mille e telefono a Renè che mi confessa, molto candidamente, di non essere riuscito ancora a fare l'iscrizione. Ma abbiamo ancora almeno un mese di tempo - mi rassicura - non serve tutta questa fretta. Il 24 ottobre le iscrizioni vengono chiuse e scopro che se ne è bellamente dimenticato. Riuscirà comunque, non so ancora come, a recuperare un'iscrizione grazie alle sue conoscenze all'ultimo minuto. 

E in quel periodo la corsa diventa la mia vita. Riempie il mio mondo, i miei pensieri, ogni mio momento libero, non lascia spazio ad altro. Mi si insegna a dosare l'energia, a tenere un passo costante, ad andare piano per andare più forte. Cominciano i lunghi e i lunghissimi - il primo di questi mi stravolge - per poi iniziare tutto da capo aumentando di volta in volta il ritmo. Diventa un impegno vero. Corro la mattina presto o la sera tardi, immerso totalmente in me, nei miei pensieri, nella mia determinazione. Cado due volte, complice il buio, rientro sanguinante ma non mi fermo. Corro con Renato e la sua capacità di insegnarmi, la sua pazienza, il suo impegno, la sua incredibile forza d'animo. 
In poco più di tre mesi corro circa 450 km, e pian piano inizio a farlo diversamente, a spingere e non a trascinarmi. Rientro sempre stravolto ma deciso più che mai a non fermarmi. Corro con la pioggia, con il gelo aggrappato alle dita, con lo scaldacollo sulla bocca a riscaldare l'aria di ghiaccio, con il miraggio della doccia calda da cui è sempre difficile uscire.
Una sera di febbraio arrivo a casa intorno alle 20. Mi cambio velocemente e vado. Ho in programma qualcosa di veloce, due volte i 5 km ad un ritmo medio. Un veloce riscaldamento e via. Vado bene, ma dopo il primo giro una fitta dolorosa dall'interno coscia mi si propaga per metà gamba. Mi fermo e smette. Riprendo e ricomincia. Decido di finire il giro, lo finisco male e dolorante. Telefono a Renè, il quale mi dice che forse abbiamo preteso un po' troppo da me, che abbiamo tenuto ritmi troppo serrati complice il poco tempo a disposizione. "Prenditi tre giorni di pausa, non fare nulla, nemmeno bici, riposati, che te lo meriti, riprendi lunedì". Così faccio, in tre giorni il male svanisce completamente, e mi sento bene, in forma come poche altre volte, forte. 
Lunedì sera arriva che, dopo tanto tempo, ho veramente di nuovo voglia di correre e andare, mi sento bene, benissimo. Parto.
Il male mi aggredisce dopo meno di un minuto, una rasoiata dall'inguine al ginocchio sinistro, un dolore che impedisce la falcata, provo a forzare di meno ma niente da fare, correre è diventato impossibile. Mi fermo sconsolato. Mi rivolgo il giorno dopo a un fisioterapista, uno bravo, uno di quelli che vedrai che ti rimette a posto
La diagnosi è infausta e veloce: "Pubalgia, almeno un mese, un mese e mezzo di stop e poi lenta terapia di recupero". Mi arriva addosso un macigno. Non è possibile, sostengo io, tra un mese e uno spicciolo di giorni ho la maratona, non posso, è assolutamente fuori discussione. "Anche se avessi la finale di Champions domani - risponde lui placidamente - non cambierebbe nulla. Ti fermi qui, ora. Non si può fare diversamente. 
Renato ha il morale a terra forse più di me, pensa forse di avermi spinto troppo, di aver forzato eccessivamente. Ma la colpa non è sua, il tempo, la forma, era tutto  troppo tirato.

Il sogno, il mio bellissimo, incredibile, luminosissimo sogno, si infrange, una miriade di frammenti brillanti mi crollano dolorosamente addosso.  

[continua.....    ]

On air: e nel frattempo, il boss, si diverte a prendermi in giro 

venerdì 24 marzo 2017

E qualcosa rimane

tra le pagine bianche e le pagine scure.

Da ieri questa canzone mi gira in mente, senza aver voglia di uscire.

Ricordi.

Di me piccolo. Tu seduta alla panchina, i giardinetti vicino a casa, il sole, la terra smossa. Raccoglievo le formiche rosse e, facendo finta di abbracciarti, te le facevo scivolare nel collo. La farmacista, mezz'ora dopo che eri dovuta andare di corsa a farti vedere, mi aveva aspramente sgridato, ed io le avevo risposto tranquillamente che non potevano certo mangiarti tutta. 
Avevo tre, quattro anni.

Quante te ne ho combinate, e devo dire onestamente che tu non seri stata da meno. Ti ho tenuta sempre sul pezzo, pronta ad ogni evenienza che nemmeno un marine esperto in esplosivi. Come quella volta che mi hai beccato in piedi sul davanzale esterno della finestra di camera tua al quinto piano, che mi hai acchiappato al volo e poi sei andata a farti un cicchetto di grappa, alle quattro del pomeriggio. 

Hai sempre gestito la TUA vita e i TUOI figli con un cipiglio che al confronto la madre dei Gracchi aveva la grinta da commessa del reparto surgelati. Noi eravamo quasi di tua proprietà il "se ti ho fatto ti disfo", con te, non era una semplice frase ad effetto.

E me ne hai combinate, eccome se. Te la ricordi la volta dell'abete, anzi del TUO abete nel TUO giardino? Alto più di casa nostra e maestoso, con i rami bassi e lunghi a carezzare l'erba, ne avevi piantati tanti, insieme a tua mamma, nel giardino di quella casa dove sei nata, ho vecchie foto in cui io e loro erano alti uguali. Lui era cresciuto proprio bene ma era cresciuto troppo, era vicino a casa - getta troppa ombra, alle tre del pomeriggio mi costringe ad accendere la luce - ed avevi deciso di tagliarlo. Io mi ero opposto con tutte le mie forze, erano i pini su cui ho imparato ad arrampicarmi, non ne avevi il diritto e non si poteva farlo impunemente. Il tuo "è casa mia e faccio quello che voglio" era stata la tua risposta definitiva, l'accendiamo? E così, al successivo fine settimana , al posto di trenta metri di abete rimanevano dieci centimetri di tronco, trasformati in sottovaso per gerani. 
Non potevo perdonartela, così pochi giorni dopo ti aveva telefonato un mio amico, spacciatosi per ufficiale della forestale, che ti aveva accusato di aver tagliato un abete senza la necessaria autorizzazione. Al tuo "l'ho solo sfrondato un pochino" siamo scoppiati a ridere svelando lo scherzo, ma per un paio di settimane ho dovuto girarti alla larga.

La morte è una brutta cosa, è il respiro che è un rantolo, è la strumentazione che segue un cuore che non si rassegna a spegnersi, sono i tubi, le luci fredde e le infermiere che passano in silenzio. La morte non sei tu, che l'hai presa in giro troppe volte, che ci hai abituato a svangarla, anche quando i medici ci dicevano che non rimaneva altro che pregare.

Siamo stati i tuoi figli intesi come titolo di proprietà, cresciuti con il giusto rigore, mi sento ancora adesso così tanto figlio che mi stupisco di essere padre.
Da te ho ereditato l'amore per lo sci e la montagna, anche se non hai mai visto di buon occhio la mia passione per l'arrampicata.
Sei stata quella che ha insegnato a mia figlia a saltare nelle pozzanghere a piedi uniti, che quella volta là bagnate da far pena e schizzate di fango fin nei capelli, si faceva fatica a capire chi fosse la nonna e chi la nipote.

Sei quella che ha cacciato via non da casa bensì direttamente dalla val di Susa il mio amico Renè, colpevole di avermi convinto a salire una via lunga, alla parete dei Militi, senza averti informato prima. Siamo tornati a sera tarda, ti eri spaventata parecchio. Accadeva almeno vent'anni fa.

Sei quella che tentava di arginare un bambino forse esageratamente esuberante come ero io con un'educazione che prevedeva una dose massiccia di punizioni corporali (ho diversi modellini di navi assemblati minuziosamente spazzati via da precisi lanci di zoccoli, disciplina di cui eri campionessa olimpica in carica). Sei quella che mi imbarazzava raccontando ai miei colleghi di adesso tutto quello che combinavo da piccolo, sottolineando la necessità del tuo metodo montessoriano, ma che adesso dici che sbaglio se alzo la voce con mia figlia.

Mi mancheranno la quotidianità delle nostre telefonate di sera, in auto tornando a casa, le incazzature quando venivo a conoscenza di cosa avevi combinato che non avresti mai dovuto fare, da sola in montagna, e che avrei potuto fare benissimo io al primo fine settimana -  ma già, tu hai così tanto da fare e non voglio disturbarti - mi rispondevi sempre.

"Tuo padre è stato un grande uomo e di fianco ad esso c'è sempre una grande donna. Sono triste per la notizia, ma felice di averli conosciuti entrambi", è il messaggio che mi è rimasto appiccicato addosso.

Sei l'ultima nonna rimasta di una ragazzina che da ieri ha gli occhi smarriti ed una ferita nel cuore, a quell'età sono così difficili da curare.

Questa volta dobbiamo lasciarti andare, e dentro di me sento comunque che è giusto, anche se sempre maledettamente troppo presto. Dovevo finire di progettarti la veranda, me lo rimproveravi spesso perché la desideravi da sempre, pensavo di poter avere ancora tempo. 

Renè mi ha telefonato oggi, aveva il groppo in gola - Mi voleva bene, anche se mi ha cacciato da Bardonecchia - mi ha detto. Domani sarà ad accompagnarti, tra le nostre montagne, la parete dei militi e il suo tappeto di aghi di pino sarà a pochi passi.

A voi che passate di qua, banalmente posso dire di non smettere di essere figli, voi che ne avete la possibilità, non comportatevi da adulti, anche se avete tutti gli anni che avete, sentitevi bambini, andate a prendere la carezza che forse non è più abitudine, ma che vale più dell'oro. 

Ed a te, invece, ostinata e testona come solo tu sai di essere, con il bene che ti voglio adesso vai, che lassù, in una giornata meravigliosa tra nuvole e sole, c'è un grande uomo, che non vede l'ora di abbracciarti di nuovo.


sabato 29 giugno 2013

Hidden identity



In ogni comics che si rispetti, l’identità del supereroe viene sempre misteriosamente tenuta celata agli occhi del mondo intero.

Lo puoi incontrare nella penombra della notte, i tratti del volto occultati dalla maschera solcati dai freddi riflessi della luna, mentre sorveglia la città dalle pendici di un grattacielo, incurante di tutto, in equilibro su un traliccio per le telecomunicazioni. I suoi occhi scuri contengono tutti i suoi segreti.

Analogamente, l’identità del prode D&R è ugualmente incognita agli occhi dei più, con poche e fidatissime eccezioni. Sì è vero, come analogia magari sarà pure stiracchiata, non sono solito passeggiare affacciato perigliosamente sul baratro (ed è una vita che non arrampico), anzi ultimamente dimoro in un cubicolo al secondo piano interrato di un ospedale senza optional alcuni al di fuori dell’aria che respiro. E’ vero che sorveglio grovigli di apparecchiature elettriche sull'orlo di una crisi di nervi (loro e mia) tentando inutilmente di mantenerne il dominio, e non ho nè mantello né mascherina - che tralaltro mi starebbero un amore, ça va sans dire - anche se ho la certezza che se iniziassi a trotterellare allegramente per i reparti di qui con tutina, mantello ed una grossa D&R cucita sul petto mi meriterei immediatamente un soggiorno nel reparto di sanità mentale a spese dei contribuenti. Ma che volete, quando uno sente di avere in sé lo stesso spirito dell’omino della pubblicità che fredda il mostro con l’alito ghiacciato del Vigorsol, mica può reprimerlo e rassegnarsi a fare solamente l’ingegnere serio e compito, che diamine.

Dicevo che il segreto della mia doppia identità è ben al sicuro entro poche mani. Ed ogni coppia di quelle mani appartiene a persone, ciascuna preziosa e merce rarissima, che si sono meritate nel tempo la mia fiducia più assoluta: ognuna di queste ha un pezzetto della mia vita stampato in loro, e ognuna è parte del percorso della mia, una via, una strada, una piazza, angoli, fiumi, alberi e nuvole di una mappa colorata ancora da finire di disegnare.

L'incontro con queste persone ha cambiato il mio percorso. Hanno camminato con i miei passi, hanno accresciuto il mio modo di essere, mi hanno donato bellezza, parole e sorrisi, lacrime e carezze, uno spicchio di luna e un cristallo, una mano da stringere che sarà sempre un'ancora a cui tenersi saldi, un battito impazzito nel cuore che non ascolta la ragione ed un profumo raccontato dal vento. Ognuna di loro, a loro modo diverse e speciali, ha reso me migliore del me stesso che ero prima di incontrarle.

Perché in questo sparuto gruppo compaia poi anche lei, in realtà non l’ho ancora del tutto capito. Ma c'è, ed è un fatto.
Lei che dello studio ha rotto la qualunque, anche solo con il potere dello sguardo: computer, telefoni, server e macchine del caffè, scaffali e oltre a (ovviamente e molto più spesso) un paio di cose alquanto personali del sottoscritto, si sono dovuti arrendere alla sua furia devastatrice. Il tecnico della nostra rete, a causa sua, ha dovuto ricorrere più volte in analisi.
Lei che di parole me ne ha date tante, a volte così tante da travolgermi e sommergermi improvvisamente stile slavina, senza neppure curarsi prima che nei dintorni ci fosse un san Bernardo con la fiaschetta di grappa per poterne uscire vivo.
Lei è l’architetto di cui ho già parlato qui. Che ha fatto una scelta necessaria e non indolore e che dalla prossima settimana (e per questo ha già da oggi tutta la mia solidarietà) inizierà un altro capitolo della sua vita lavorando in quel di Bucodiculoplace, lontana dallo studio delle rose, da tutto quello che è essere meravigliosamente noi, i nostri progetti e le nostre banche, il cameratismo con le battutacce da caserma alla macchina del caffè, le corse, le litigate e gli sfoghi ritornando a casa la sera. Lei che le basta annusare una qualsiasi bevanda alcoolica per inanellare una serie di doppi sensi da far arrossire un camionista di Reggio Calabria, lei che ha reso più leggeri giorni troppo pesanti, che mi ha assistito nella correzione degli spaventosi errori grammaticali del suo capo nonché mio socio (a sua insaputa), lei che ha ascoltato seria le storie più inconfessabili quando le dicevo “fai finta di essere Enry”.
Andrà a lavorare là, nel lugubre loco improponibile, con quattro panchine sbilenche a farle compagnia - fatte apposta per far cadere sul fianco i pensionati che proveranno a sedersi - al di là dei vetri dell’ufficio di due metri quadri e mezzo senza Internet né radio con Santina e tutte le sue stronzate inascoltabili, a osservare trascorrere il nulla interrotto dal rotolare pigro di qualche secca sterpaglia sul selciato. Per tenerle compagnia sto pensando di regalarle un pallone da pallavolo, un Wilson con cui scambiar quattro chiacchiere come in Cast Away.

Ma ha scelto bene, non poteva essere diverso. Gli occhi dei figli cambiano troppo in fretta se non sei lì a respirarli, ad accompagnarli all’asilo per mano e mettergli le scarpine, quelle rosse piccole, dargli il bacino sulla punta del naso prima di vederli allontanarsi a cominciare sereni la loro giornata. Cambiano, se non riesci a regalargli quella parte di te stessa che gli spetta, a godere di una vita basata su singoli momenti unici, se un posto lontano te li assorbe e ti lascia esausta, se il tempo che passi guidando supera ogni giorno, quello che passi con chi è la cosa più importante della tua vita.

Così lei ha scelto. E ha scelto bene.
Ha colto una rosa sapendo che ci sarà qualche spina che la pungerà un poco comunque, ma almeno ne respirerà a pieni polmoni il profumo intenso.

E quindi è lei, il vero supereroe di questa storia.

Passerà un'ultima volta sotto il pino, sorridendo, guarderà le rose che sbocciano, la pianta di limoni, i gradini scrostati, le ortensie, l'erba appena tagliata, i muri di questo posto che è diventato una strada nella sua mappa colorata. Poi chiuderà il portone, osserverà il nostro bar e non riuscirà a non girarsi indietro.
Lei ed il suo entusiasmo nelle cose, lei e la sua allegria, lei e il suo tempo che ha fatto passare più velocemente il mio.
Lei che anche adesso, mentre sta finendo di leggere, sono sicuro che, piagnona com'è, ha gli occhi lucidi ed un sorriso nuovo, sulle labbra e sul cuore.

E per l’ultima volta, razza di rompiballe come pochi altri, fai finta di essere Enry, che devo abbracciarti e dirti grazie.

Ah, tanto per la cronaca. [aggiornamento del 29 luglio]
Tanto lo sapevo che, aprendo la "busta", almeno gli occhi lucidi, quelli ti venivano.


venerdì 3 agosto 2012

Era mio padre


Era questo mi girava nella testa da un po', quando ho raccontato di aver il prurito da post. La voglia di parlare un pò di lui, del mio grande. Ma avevo bisogno di cose e di tempo,  di lasciar andar le dita a metter giù parole, senza far ordine, e non è facile. 
Già, non so se scrivere di lui sia per me facile, così come non mi è mai stato semplice ogni confronto, ogni sguardo nel profondo dei suoi occhi, o qualsiasi lembo del nostro tempo insieme: con tutta probabilità ne verrà fuori un'accozzaglia confusa e contorta, poco organizzata, un poco caotica, buttata giù come mi verrà. Siate clementi, sarò quasi sicuramente eccessivamente prolisso ma non è per voi che scrivo, è per me come quasi sempre ma stavolta non solo, anche se chi vorrei davanti a queste righe non può più sentirle, presumo. Per cui non leggete che è meglio, è giusto che sia solamente io, a sprecare del tempo. E non vorrei esser travisato, non voglio certo con questo incuriosire  spingere invece alla lettura. 

Quella parte marina cucita sottopelle, quella cadenza altalenante che mi ritrova puntuale quando incrocio quel mare di lì mi arriva da lui, partito da un piccolo paesino - quel paesino - della Riviera Ligure con un diploma di geometra in tasca e che a diciott'anni aveva trovato il suo primo impiego in un'impresa di costruzioni, qui a Torino. Il suo colloquio di lavoro l'aveva fatto con uno dei due titolari che, prendendolo in prova, gli aveva detto: "Le spiego la sua posizione all'interno della nostra azienda: Lo vede questo cane? E' la nostra mascotte, ha fatto la resistenza. Bene, la sua figura si colloca proprio proprio lì. Davanti a lei ha tutti quanti, a partire da me fino all'ultimo apprendista stuccatore, e dietro solo il cane. Però c'è un vantaggio. Le assicuro che non avrà alcuna limitazione, nessun ostacolo nella salita, se ne avrà voglia e capacità". 
Mio padre, che odiava quel pulcioso bastardo che allora attentava alle sue caviglie, ha abbandonato in fretta il suo compagno in graduatoria ed ha risalito uno alla volta tutti i gradini, fino a diventarne il Direttore Generale, di quell'impresa. E gli ha dedicato la sua vita, i suoi giorni più intensi, buttando l'anima in un lavoro in cui credeva senza riserve, assimilando e affinando le capacità, dimenticando orari e festività, imparando a gestire uomini e cantieri sempre più importanti, contribuendo ad aumentare le potenzialità di quell'azienda, meritandosi sempre la stima e la considerazione di tutti, e trattando con lo stesso rispetto ogni persona, sempre, dall'ultimo dei carpentieri al personaggio pubblico più in vista. Sacrificando la famiglia? Forse. Forse una parte, forse gli affetti se non sono coltivati e innaffiati dalla vicinanza e da altrettanta dedizione, con il tempo si allentano. 
In ufficio, alle spalle della sua scrivania, tra foto di gru altissime e monumentali armature strutturali, campeggiava un quadretto con una scritta: "Siete qui per aiutarci a risolvere un problema o voi SIETE il problema?" Così, giusto per mettere a proprio agio l'interlocutore. 

Non ho ricordi d'infanzia di noi due insieme. So che c'era, che c'è sempre stato, ma il compito di farci crescere ed educarci è sempre toccato a mia madre, donna energica e di grande carattere. Lui è sempre stato "Il Generale" della nostra famiglia, quello delle decisioni importanti ed indiscutibili, delle punizioni sopra le righe, quando servivano - e nel mio caso servivano spesso, della nostra viva (quasi sempre la "mia") preoccupazione quando veniva pronunciata la classica frase "questa sera lo dico a papà". 
Sicuramente sarà capitato che mi sia seduto sulle sue ginocchia da piccolo, avremo certamente giocato insieme a pallone al parco la domenica, o ci saremmo abbracciati un sacco di volte ed io avrò sentito la sua barba pungermi e quel suo odore, di tabacco e dopobarba, ma non ne ho più tracce nella memoria: e so che, forse con una lenta trasformazione, non potrei dire quando, parlare con lui si è tramutato in un processo ostico e faticoso, e di lì in avanti per me è diventato improponibile confidarmi e per lui sforzarsi di capirmi. Stupidamente ci siamo accontentati delle nostre strade, affiancate ma distinte, e così è che ad un certo momento delle nostre vite quel magico ed unico rapporto che esiste da sempre tra un padre ed un figlio si è incrinato, assottigliato, anche se forse mai completamente spento. E non abbiamo fatto caso alla spinta leggera che ci ha fatto allontanare, lentamente ed inesorabilmente.

"I figli di grandi uomini non saranno mai uomini così grandi" è stato uno uno di quei luoghi comuni che mi han sempre perseguitato. Perché io, un grande uomo come padre ce l'ho avuto. Ne ho sempre scherzato, vedi Bruto che fine ha fatto fare al patrigno, vedi Mastro Geppetto e Pinocchio, vedi che anche Fillippo II di Macedonia  è stato un sovrano coi controcoglioni ma Alessandro Magno lo è stato di più, e che dire di Pipino il Breve e Carlo Magno, ma pare che per la legge dei grandi numeri, con le opportune eccezioni, la ragione stia da quella parte: In ogni dinastia che si rispetti, subito dopo un gigante, almeno la generazione successiva fa miseramente cilecca. 

E che mio padre sia stato sicuramente un grande uomo è un fatto. E questo non lo dico io con l'affetto sfrontato da figlio che può travisare la realtà, me lo dicono ancora adesso, a tanti anni di distanza dalla sua scomparsa, le persone che incontro che hanno avuto il privilegio di conoscerlo e chi ha lavorato con lui e mi onorano ancora dei loro ricordi, di aneddoti con lui protagonista, di storie di cantieri impossibili. Che non fosse uno comune lo leggevi in quello sguardo, puro e deciso: spiccatamente intelligente, onesto e con dei princìpi morali saldi, senza un tentennamento e che mi ha inculcato, sia stato io volente o nolente. Vibrava di energia in ogni cosa che faceva, era sempre attento e giusto nei giudizi, ponderati, mai avventati. Dalla vita e da suo padre sottufficiale di marina - un'esistenza spesa in giro per il mondo - era stato abituato a non essere un padre particolarmente affettuoso, almeno non con me, il suo unico figlio maschio, la sua speranza, il suo futuro.
Per me allora, di lì a sentire il peso di cotanto padre e pensar di trovarsi nel salto generazionale sbagliato, il passo è stato breve. Perché è facile sbandarsi, quando magari hai solo quindici anni e non sai neppure cosa immaginare di fare nella tua vita, e lo è quando ogni direzione è una strada nebbiosa, quando ogni tua briciola di energia buttata in un'idea o passione si spegneva in un attimo, sotto il suo giudizio. E anche se ti senti il figlio sbagliato di fronte a lui e le sue speranze, se il confronto con le sue aspettative ti vede perdente sempre, arriva il momento in cui qualcosa ti cambia di dentro ed il confronto diventa una guerra, per la voglia di emergere, di controbattere alle derisioni, per dimostrare che. E nel frattempo cresci, e anche se non te ne accorgi, la tua strada, la tua vita, il tuo futuro incominciano a delinearsi, a trovare forma e respiro. Non è facile, fa rabbia, fa male, e lui con la sua solida concretezza è sempre un passo avanti, e i suoi giudizi sono sempre feroci, lame di rasoio, palle infuocate che cadono proprio dove sanno che bruciano meglio. 
E quanto mi è bruciato, all'inizio della mia professione, il più delle volte essere identificato come "il figlio del geom. D&R". 
Non è stato facile per me, ma ho poi imparato che è stato molto peggio per lui. Per lui che forse non sapeva bene come si abbraccia un figlio, ma che mi amava - perché un padre non può non amare suo figlio, semplicemente non può perché non dipende da lui, io l'ho imparato su me stesso - che ha visto che era la mia strada che si allontanava, ma che ha continuato a far finta di niente perché era giusto così, perché sapeva, conoscendomi, che solo contrastandomi, anziché consigliarmi ed appoggiarmi, probabilmente avrebbe ottenuto il meglio da me. 
E non so se ci sia riuscito, sinceramente no, almeno non completamente. Forse non tutte le sue aspettative le ho raggiunte, ma so che negli ultimi anni, osservando il mio impegno, era orgoglioso di me. E so che la prima volta che, molti anni dopo qualcuno al quale era stato presentato, sentendo pronunciare il nostro cognome gli aveva domandato se per caso lui era il padre dell'ing. D&R, sul suo volto si è aperto un sorriso grande così. Ed è lo stesso sorriso che illumina me, senza riserve, di un affetto sconfinato, le rare volte che accade ancora il contrario. 
Mio padre ha vissuto una vita vincendo. Affrontando e vincendo, tranne una volta, molti anni dopo, quando ormai io mi ero trasferito a Bucodiculoplace, e l'ingresso in scena della mia Ciccia aveva contribuito a riavvicinarsi. Con lei si era come leggermente addolcito, e le riservava attenzioni che non credevo nemmeno potesse avere. Avevano un rapporto intenso e delicato. 
Quando gli è stata diagnosticata quella malattia bastarda ha affrontato con piglio deciso la situazione e pianificato ogni cosa, come sempre. Gli esami, una clinica privata (vi ho fatti laureare tutti e tre per cui se devo schiattare almeno che sia in una camera da solo, immacolata, con un'infermiera possibilmente da film che mi coccoli se solo do un colpo di tosse), il chirurgo e persino l'anestesista sono passati sotto il suo occhio critico. 
Non ha pensato al dopo, non si è preoccupato che le cose non potessero andare come aveva deciso. Quindici giorni dopo l'intervento devo essere a casa, aveva detto. E così è stato. Dopo due settimane dall'intervento, la clinica firmava il suo foglio di dismissione e lui usciva, ritornando a casa.
E' morto il giorno dopo. Un'emorragia interna, imprevedibile, hanno poi sentenziato i luminari.
Il generale era caduto. Improvvisamente non c'era più quella solidità, la tranquillità di saperlo al suo posto. Aveva abbandonato il comando senza dare disposizioni, e l'esercito smarrito si è rapidamente sbandato e disperso. 
Non so quando sia successo. Non ne ricordo il giorno né il mese, vagamente l'anno, devo pensarci. So che era inverno. Non mi rimarrà mai in testa. Forse non voglio che quella data mi ci resti impressa, come se la fine, quella definitiva, non fosse mai completamente arrivata e ci sia ancora la possibilità di deviare, rimediare. E così, quelle rare volte in cui mi soffermo a guardare la foto sorridente della lapide, leggo la data e penso "ecco, è accaduto quel giorno", salvo poi dimenticarmelo subito dopo.

Perché ne scrivo?
Perché era mio padre, quell'uomo incredibile che ogni tanto ancora sogno e che mi sorride, con quel sorriso un pò stanco di chi ha combattuto tanto ma sa bene per chi.
Era mio padre, che mi ha fatto incazzare spesso, disperare qualche volta, e che ha dubitato così manifestatamente di me e delle mie capacità da far sì che io mi inventassi di tutto con tutta la rabbia che avevo addosso, per dimostrargli il contrario. E se ho raggiunto quello che ho, se riesco a stupire mia figlia con una matita in mano, se non riesco mai ad accontentarmi di me, gran parte del merito è suo.
Era mio padre, quell'uomo che non era al funerale di sua madre perché per ironia della sorte nelle stesse ore operavano mia madre al cuore e "In questo momento mia madre non ha più bisogno di me mentre mia moglie sì" e chissà quanto questo deve essergli costato.
Era mio padre che portava mia figlia a cavallo, e che la sera restavano fuori, insieme, a guardare le stelle e a raccontarsi le storie, ed era così bello, vederli così.
Perché so da chi ho imparato, a guidare come un matto.
Era mio padre che mi ha insegnato a camminare, ad andare in bicicletta ed a nuotare. 
Era sempre lui, che quella volta è toccato a me insegnargli qualcosa, portato su fino in cima alla Guglia Rossa, perché a lui dal giardino di casa nostra sembrava sempre così grande. 
Era mio padre, che ho poi saputo da altri, era così orgoglioso di me da sopravvalutarmi.
Era mio padre che è stato strappato dalla sua vita e da me quando ancora non era tempo, e quando ancora avevo così bisogno di lui.
Lo avessi qui, adesso, non so cosa vorrei dirgli: forse niente, forse non sarei ancora una volta capace di parlargli senza barriere, forse invece avrei voglia di riprendermi quello che non ci siamo permessi che ci capitasse, forse gli chiederei di capirmi e farsi capire, di aspettare, che alla fine le due strade tornano ad unisrsi in una sola, sempre che non l'abbiano già fatto da tempo. O forse invece lo abbraccerei semplicemente, per annusare e ritrovare il suo odore. 

Sapete? Le mie sorelle, le rare volte in cui ci parliamo, non mancano di commentarmi acidamente che "stai diventando esattamente come lui, tu che una volta lo criticavi così tanto".
Mai nessuno oggi, potrebbe farmi un complimento migliore.

venerdì 18 febbraio 2011

Il mare che mi porto dentro


Ci sono al massimo tre posti dove mi sento in maniera assoluta e confortante a casa. Nessuno di questi è dove vivo attualmente.
L'ultimo in ordine di apparizione è il mio studio, con grande disappunto della consorte, ma che volete farci, è mio, l'ho realizzato praticamente con le mie mani e ne conosco ogni goccia di colla a caldo che lo tiene insieme, è comprensibile.
L'altro è la casa in montagna, che sono quelle cime aguzze così vicine, dai vetri della finestra,  il giardino con gli abeti maestosi che sono cresciuti insieme a noi e la stanza dove è nata mia madre che adesso è diventata la sala. E' anche lo spazio che custodisce il mio più lontano ricordo di bambino: avevo tre, forse quattro anni ed il veterinario era venuto a porre fine alle sofferenze del vecchio pastore tedesco di mia nonna.
L'altra è qui. Non so se sapete dov'è, ma è, a detta di tanti, uno tra i luoghi più belli d'Italia. Per me è unico, ma per motivi esclusivamente miei. Qui hanno trascorso la loro vita insieme i miei nonni paterni, qui è nato mio padre e qui ho passato tutte le mie vacanze estive per quasi trent'anni. L'aria che ho respirato, che odora di mare e frittura, di grida del mercato del sabato e della risacca nella notte quando il mare sembra placido e sonnolento, quell'aria mi è entrata dentro ed ha lasciato tracce indelebili prima di uscire. Questo posto mi appartiene. O io a lui, è uguale.
E se chiudo gli occhi un istante mi sembra subito di sentire il tacchettare degli zoccoli che, scendendo rapide scale dai gradini diseguali, rimbalzano sui muri di carugi stretti e scrostati. Ed ecco subito dopo l'arco la fontana della Compagnia, dove andavamo a dissetarci da bambini dopo le estenuanti partite a calcetto sul piazzale assolato della chiesa, con il muretto, le panchine e gli oleandri profumati. Ritrovo nei miei pensieri mai dimenticati Tony e Fabrizio, i miei amici da adolescente, le loro case, le loro famiglie e le nostre risate intatte.
Ecco Musetta, la nostra barchetta, che dondola pigra sull'acqua di quel minuscolo porticciolo. L'avevamo portata giù legata sul tetto della Fulvia, in un viaggio epico. E la prima volta che l'abbiamo messa in acqua ci siamo saliti su in quindici ed è affondata subito, ed abbiamo perso il motore.
Questo posto sono tanti fotogrammi, tenuti legati insieme con l'elastico.
E' il caldo d'estate, torrido, che dopo pranzo ti obbligavano a riposare nell'attesa di poter uscire di nuovo, è la processione di persone in fila per recarsi al mare, ed i trecentoepassa gradini ad andare e quelli molto più lenti e pesanti a tornare indietro. E' la spiaggia della Fossola, di sassi lisci e tondi e di un'acqua così trasparente che nessun mare per me sarà mai così. E' la focaccia profumata, calda e salata che la mattina presto portava su lentamente mio nonno dal forno del paese e che stranamente andava a nozze con il dolce del caffelatte. E' la domenica alla messa e mia nonna che ci andava apposta in ritardo perché "Chi vuol esse ben guardata vada a messa cominciata" e poi le paste, enormi, a pranzo. E' la salita faticosa al Santuario, una volta all'anno, su per sentieri che si perdono tra i terrazzamenti dei vigneti. E' la frescura all'interno della chiesa e tutti gli ex voto dei marinai che mi affascinavano sempre, con quei quadri colorati raffiguranti navi bombardate che affondavano tra le fiamme e persone con le mani alzate e la madonna che sbucava da sopra una nuvola.
E' quella casa, vecchia e brutta e penso di non aver mai abitato in una casa più vecchia e più brutta e bellissima, con le persiane verdi con le bacchette per lasciarle scostate, con l'odore dell'origano che riempiva le stanze e i fili da stendere che cigolavano e mia nonna che prepara i ravioli sul tavolo imbiancato di farina.
Manco da lì da quando è mancato mio padre ed altri ci si sono insediati. Non ci sono più andato per rispetto, ma questa è una storia lunga e forse anche difficile da comprendere. Ma quel posto continua ad appartenermi, è parte di me, come un braccio o una gamba. Non l'ho perso. Semplicemente non posso farlo.
Ma ho l'assoluta convinzione che se, adesso, improvvisamente venissi catapultato in un punto qualsiasi del paese lo riconoscerei all'istante, da un lampione sbilenco o dal soffio del vento, senza dover voltare lo sguardo per orientarmi. Lo capirei probabilmente anche ad occhi chiusi. E mi ritroverei a casa. Rivedrei la cucina con l'acquaio in pietra, il pavimento in linoleum giallo e le vetrine con i bicchierini per i liquori, disposti ordinatamente in fila. Ritroverei un sorriso ripensando alla festa ed alle risate che c'era tra tutti quando si andava a prendere la farinata dalla Pia, così calda e croccante e ricorderei lo spavento di quella volta che mio padre era stato punto con una tracina andando a pesca e ce l'avevano riportato a casa più morto che vivo.

A quest'ora, adesso, dall'unica panchina della passeggiata della lissa, sotto all'albero contorto, il mare scuro che si è fuso nel cielo riempie completamente lo sguardo e c'è sicuramente quel silenzio di pace che è solo il rumore incessante delle onde. Le luci delle lampare all'orizzonte appaiono e scompaiono e quelle degli altri paesi, lontani sulla costa, sembrano cadere nel loro stesso riflesso tremolante. Preceduto dal solito scampanellio ogni tanto sbuca un treno dalla galleria ed il rumore dei vagoni che passano veloci improvvisamente riempie l'aria. Poi rimane indistinto il suono di ferro su ferro che piano si smorza e cade, insieme al turbinio di polvere ed a pezzi di carta che hanno volato impazziti per un minuto.

Ed ecco, sono veramente qui, appoggiato a quella ringhiera verniciata di azzurro di cui saggio la rugosità con la punta delle dita, che guardo il mare e ne respiro ancora una volta, forte, più forte ancora, l'odore.

sabato 12 febbraio 2011

Anema e GORE

Il più bello del parco era sicuramente chi vi scrive, oggi. Magari non proprio il più veloce, ma non andiamo a sindacare. E poi, lo stile, ce lo volete mettere o no?

Ma andiamo con ordine.
Ieri è venuta a trovarmi mia sorella maggiore - normalmente identificata con l'appellativo de "la pazza", giusto per distinguerla dall'altra ("la stronza"). In altri momenti la chiamo anche "la Guru", "la fondamentalista" o "AreKrisna", a seconda delle situazioni. L'altra invece, sempre "La stronza".
Non è normale, ve lo assicuro. La sua vita è stato tutto un susseguirsi di passioni estreme e contrapposte, dall'istruttore di sub all'eremitaggio. Tanto per fare un esempio tra mille,  a partire dall'età in cui si abbandonano le pappette  e per i successivi venti-venticinque anni nessuno in casa mia ha mai potuto assaporare il gusto delle cosce di pollo, che lei si è sempre allegramente divorata con prepotente diritto di primogenitura. 
Poi ha rinnegato il passato, e di colpo è diventata vegetariana. Convinta. Ed ogni sua cena a casa sua è un incubo, ve lo assicuro. Mortadelle di tofu, wurstel di seitan, pasta di alghe in salsa di soia tanto che mia figlia, subito dopo, mi obbliga a giurarle "maipiù" sul menù del primo Mc Donald's in cui ci rifugiamo per rifarci la bocca.
A complicar le cose, in seguito è anche entrata a far parte di una congregazione spirituale e lì ce la siamo definitivamente giocata. Per fortuna non sono fondamentalisti islamici, altrimenti non rimarrei sorpreso di vederla uscire la mattina presto con la sua bella cintura di esplosivo a tracolla.
Pensate che abbiamo a lungo sospettato che ogni appartenente a quella "setta" fosse esattamente come lei. Solo in seguito abbiamo saputo che loro, gli appartenenti alla setta medesimi, in fondo quasi normali, pensavano la stessa cosa di noi, cioè che quelli della nostra famiglia fossimo tutti esattamente come lei. Ambedue abbiamo tirato un respiro di sollievo.
Era lei l'anello debole, insomma. Mentalmente debolissimo, sottolineo.
Comunque il tema del post non era lei, mi scuso del deragliamento e proseguo.

E' venuta a trovarmi a qualche giorno di distanza dalla festa del suo cinquantesimo compleanno. Per la cronaca, vi dico solo che fortunatamente c'era anche cibo "normale", e così mi sono ingozzato di salatini, noccioline e... salatini (fine del cibo normale). C'era del vino "analcolico" (ho proposto il ripristino della pena di morte solo per il produttore) ed anche del cuscus "alternativo" fatto  sostituendo ogni componente che normalmente è nella ricetta del couscous tradizionale (mancavano difatti anche le "o") con Kombu, Dulse, Nori e via discorrendo.
Per la ricorrenza aveva anche diramato una "wishlist" in cui, tra occhiali senza lenti e letture tantriche compariva la richiesta per  una stilografica, quest'ultima esclusivamente di colore azzurro per non far sbarellare i suoi chakra già estremamente provati.
Compito mio, ovviamente.
Beh, questa l'ha veramente conquistata. Così, mentre la contemplava con gli occhi sbarrati, ho potuto svuotare il mio piatto di cuscus dietro la statua di Visnù intagliata nel Kamut. Ho divagato di nuovo, ma sapete, avrei materiale a sufficienza per dedicarle un post, da consegnare in seguito nelle mani di studiosi di antropologia criminale. 

Comunque, per farla breve :-) a qualche giorno di distanza si è presentata in studio. A nulla è servito dirle al citofono "Non compriamo niente" o "L'ingegnere non è in studio" pronunciato con la voce in falsetto. E' voluta entrare a tutti i costi, recando un voluminoso sacchetto con il marchio di un notissimo negozio specializzato in articoli per runners.

Un regalo per me, che da quaran..  cioè da quando son nato, festeggio il compleanno sempre il primo di gennaio. E' facile da ricordare, si segna da subito sull'agenda nuova dopo il disegnino delle trombette di capodanno. Ed invece no. Per sua stessa ammissione la mia ricorrenza è sempre stata messa in secondo piano, all'interno della mia famiglia. I miei festeggiamenti, da quando ho memoria, sono sempre iniziati con le frasi "Eh, scusa, è che subito dopo il Natale non è che siano rimasti tanti soldi, e poi siamo in montagna e qui non sappiamo cosa comprarti, che poi è anche tutto più caro, e poi abbiamo ancora il malditesta del doposbornia di Capodanno e tu che vorresti festeggiare sei anche un pò egoista", manco avessi io deciso di nascere proprio quel giorno perchè ammalato di protagonismo.
Questo ogni anno. Nessuno escluso.
Ho provato anche a dirgli "Organizzatevi", "Portatevi avanti con il lavoro poensandoci ad Ottobre", ma loro niente, ogni anno la stessa deludente (per me) storia. Ho ricevuto regali inutili ed immondi, e tra questi il più ignobile, il culmine delle robe orribili è rappresentato da una scatola in legno con coperchio, con su scritto "Ti parlano dietro", contenente quattro fagioli.
Non ridete.
Me l'aveva regalato mia sorella maggiore, ovviamente.
Beh, l'altro ieri la pazza ha avuto uno dei suoi rari momenti di lucidità. Ed è venuta a dirmi che è sinceramente pentita e si è ravveduta per tutte le ingiustizie inflitte. E conseguentemente ha svuotato un negozio a caso, per fortuna proprio uno di quelli che svaligerei volentieri anch'io.
Mi ha comprato, nell'ordine:
- Un  paio di calze da running Nike bellissime
- Un paio di calze da running Thorlo Experia incredibili
- Una maglia intimo per correre XBionic 3D Bionic Energizer che penso ce l'abbiamo io, Andrew Howe ed Oscar Pistorius. Tiene freddo quando fa caldo, tiene caldo se fa freddo, ti fa la pancia piatta ed i pettorali scolpiti e ti sussurra anche quanto sei bello mentre corri.
- Una tuta Gore per correre che è una F-I-G-A-T-A assoluta.

Mi ha lasciato, per la prima volta nella mia vita, quasi senza parole, che ho recuperato prontamente nel momento in cui, approfittando del mio momentaneo inebetimento ha provato a scassarmi gli zebedei con la sua missione di ricondurmi nel mondo dell'anima originale, mondo dal quale è caduta, in un lontano passato, una parte dell'onda di vita umana (giuro che è vera).
Mi ha definito "pragmatico" ed ha detto che mi vuole bene.

L'ho cacciata dallo studio con il sorriso sulle labbra.
E sorrideva anche lei, sicuro.

mercoledì 19 gennaio 2011

Vi ho visti

Vi ho visti tutti e due l'altro giorno, varcare l'ingresso del giardino delle rose, accartociate e sopite al cospetto del gelo. Insieme.
Dimmi quanto tempo è passato. Conta, dai.
Tutti questi anni, così? Non è possibile, saran passati pochi minuti dall'ultima volta, conosco le tue mani e gli occhi ed i capelli, e riconosco la voce, va bene che al telefono quella la sento, ma ti riconosco, al massimo era l'altro giorno solamente, son sicuro che ti sbagli, l'altro tempo, quello che assiste i venti che ti passano oltre gli occhi, asciugando le lacrime e segnando le piccole rughe dettate dai sorrisi, quello che segna l'allontanarsi ed il ritornare del sole, beh semplicemente quello non conta con voi.
Hai detto che mi hai visto invecchiato e che non sono poi così magro come millantavo. Sui capelli lunghi non hai commentato, ma più di una volta mi hai osservato pensoso. Sei felice? Vivo. Sai tutto di me, tutto ma tuttotutto, quello che nessun altro mai. E lei? Hai ragione, è splendida, bellissima. Un abbraccio solo non mi è bastato, non ci è bastato, ho avuto bisogno di abbracciarla una prima volta, poi l'ho guardata nel suo sorriso che è il riflesso del sole sui vetri e l'ho stretta di nuovo, più forte e più a lungo per dirle sei qui, siete qui, finalmente, lei che cammina scalza qui in casa perchè si sente a casa. Vi ho visti insieme, freschi e radiosi, insieme come raramente ho visto qualcuno ed un poco, leggermente, vi ho invidiato. Voi che siete i vostri sorrisi ed il vostro tenervi così, uniti ed indivisibili, che alle vostre braccia vi siete aggrappati con le unghie e che vi siete tenuti da soli contro il mondo, che non vi siete mai lasciati andare e che alla fine i vostri dolori li avete presi e sbriciolati e poi li avete messi sul palmo della mano e con delicatezza li avete soffiati via. Voi che siete la vostra musica presente e quella che ancora dovrete suonare, voi ed i vostri entusiasmi sereni per quella cosa bella che è diventata una strada sterrata ed una bicicletta col cestino e chissà chi ci salirà su, che c'è ancora posto in piedi sul portapacchi posteriore, con la mano sugli occhi a guardare lontano.
E che bella la sera si scioglie rapidamente come solo accade alle cose belle e troppe cose da dire e da dirci e da sapere e tu che mi controbatti sempre e mi dici dove sbaglio per la testa dura che ho anche quando non sbaglio, e ti ricordi quella volta che e ma come domani suoni e non potete fermarvi ancora, che una volta sola non basta, davvero non ci basta, ma abbiamo imparato che la strada è troppo corta per far passare così tanto tempo di nuovo. E che calore dà l'osservare la magica alchimia di te e di mia figlia insieme, che portate lo stesso nome, che non vi conosce ma già vi sa, e già dopo due minuti la timidezza è accantonata in un angolo e siete di là che confezionate collane e bracciali insieme e che le insegni come si deve tenere la chitarra, ma che come si tiene lei lo sa già perchè l'ha imparato da me ed io lo so perchè a mia volta l'ho imparato da te.
Ed eccoci già qui, che è ora che andiate, che qualcuno la multa ve l'ha messa non per divieto di sosta ma per sosta troppo breve, e i sorrisi e gli abbracci sono gli stessi di poche ore prima ma questa volta è per andare via. Tornerete, promesso.
Però sbrigatevi.

Davvero, troppo breve.

giovedì 30 settembre 2010

Tema: il mio papà

Svolgimento:
Il mio papà è un pò un pasticcio da descrivere ma ci provo lo stesso, me lo ha chiesto lui sapete? Mi ha detto dai, fammi un regalo, metti giù quello che ti viene da scrivere se pensi a me e non stare attenta ai verbi ed alla punteggiatura, che a quello, ad aggiustarlo poi ci penso io. Ma per farne che? Boh!
Abitiamo in un paese che lui chiama Bucodiculoplace (questa di sicuro l'ha scritta lui, io avevo messo il nome vero), che a me piace tanto ma a mio papà invece proprio no. Ma lui va via la mattina e la sera torna che è buio così, dice lui, ne vede di meno.
Voi lui chiamatelo un pò come vi pare, io invece (e solo io) lo posso chiamare Totson, lui mi chiama Ciccia, o al limite Topino. Quest'estate in Sicilia invece mi chiamava ciaravedda, che vuol dire agnellino  ma a me non piaceva proprio e mi arrabbiavo.
Eccolo, il mio papà è questo qua, gli ho fatto questo disegno bellissimo che è lui che corre nel parco dove va sempre, tutti i giorni, perchè correre è una cosa che gli piace proprio tantissimo e quando non può perchè deve lavorare è un pò più triste. Quelli dietro non sono covoni di grano come dice lui per prendermi in giro, ma è la fontana del parco. Adesso però ha i capelli molto più lunghi. Io gli ho chiesto più volte per favore di tagliarli ma non vuole. Allora gli voglio bene lo stesso, però mi sa che una notte mentre dorme glieli taglio. Voi non ditegli niente, mi raccomando!
Oltre alla corsa gli piacciono molto altri sport. Gli piace la montagna, adora sciare ed arrampicare e vorrebbe anche farmi provare ma io ho paura ed allora va con il suo amico Renato, che di montagne insieme ne han salite tante e quando erano giovani sono anche andati in cima al Monte Bianco.
Il mio papà è alto alto e magro. La mamma dice che sempre è troppo magro e lui risponde che lo fa per tenere a bada la media familiare, anche se non so bene cosa voglia dire ma poi di solito la mamma un pò si arrabbia. Lui fa l'ingegnere, che veramente non so bene che lavoro sia, ma non deve mica essere poi tanto un bel mestiere perchè secondo mamma è sempre in quel cavolo di posto (ma mamma usa una parola che non posso ripetere) e non porta mai abbastanza soldi e poi va via prestissimo la mattina e torna sempre molto tardi e stanco, che a volte io dormo già, ma se invece faccio solo finta, sento che un bacino piano piano viene a darmelo sempre. E se se ne accorge che sono sveglia, anche se non ha ancora mangiato si accoccola vicino a me nel letto e mi racconta fiabe bellissime che inventa lì per lì e che a me piacciono tanto, solo che a un certo punto, con lui che mi tiene acccoccolata, mi addormento davvero e non so mai come finiscono.
Io e il mio papà insieme siamo speciali. Intendiamoci, voglio molto bene anche a mamma, chiaro, ma con lui è diverso, a volte è come se sapessimo cosa dirci solo guardandoci negli occhi. Dicono tutti che gli somiglio e sto diventando alta quasi come lui, ma voglio stare ancora piccola per un pò. Quando siamo insieme giochiamo e parliamo sempre, ma sempre sempre e quando andiamo a casa di nonna in montagna mi porta nei boschi a cercare i funghi e ci teniamo per mano e poi andiamo a guardare gli animali parlando pianissimo e senza fare rumore perchè se no si spaventano e una volta mi ha anche fatto vedere da vicino una vipera ma stavolta ero io quella spaventatissima e avevo il cuore che batteva fortissimo. 
Non mi sgrida quasi mai e quando insieme facciamo i compiti mi annoio solo un pochino.
Al mio papà gli voglio un bene, ma un bene speciale, che a volte non so perchè ma mi fa quasi venire il magone, ma poi se lo guardo sento che anche lui me ne vuole proprio tanto.
Tra il mio papà e la mia mamma invece lui sostiene sempre che è certamente lui quello che mi vuol più bene, perchè se mia mamma si butterebbe nel fuoco per me, anche lui per me la butterebbe nel fuoco, aggiungendoci pure il gatto ed un paio di taniche di benzina che, come mi ha detto, costano molto care e quindi fà di più e vince lui. Allora io rido, e la mamma tenta di tirargli il ferro da stiro, mancandolo. E la gatta scappa spaventata come una matta.
Il mio papà ha un moto che ha comprato proprio quando sono nata io, per premiarsi di avermi fatta così bella, dice sempre. Mi ha comprato il casco di Valentino Rossi ma con me va piano e quando mi porta a scuola, proprio davanti, sono contenta, perchè tutti mi guardano. Con la moto quando ero piccola si è fatto tanto male ma adesso è passato e gli è rimasta solo una lunga cicatrice sul ginocchio. Anche io, una volta sono stata male tanto sapete? Non so bene cosa sia capitato, sono stata in ospedale dove tutti parlavano piano e di notte mio papà e mia mamma dormivano a turno su una sedia a sdraio e poi quando siamo usciti eravamo felici matti dal ridere ma io quando passo vicino all'ospedale dico sempre che li non ci voglio tornare mai più. Mai.

A volte è strano, ma solo un pochino, come quando non sopporta nessuno e preferisce stare a leggere, le poche volte che si arrabbia ma tanto, o quando in montagna, la mattina presto  prende lo zainetto e va su da solo, come mi dice lui, a fare il solletico alle nuvole. E in quei casi mi sembra che non stia così bene come dice sempre di stare.
Ma quando è con me no, sono sicuro che sta bene. Andiamo proprio d'accordo, io e lui, anche se questo mi fa pensare che è solo quando sta con me che lo vedo veramente sorridere.
Ecco.
[Ciccia, by Totson]

sabato 25 settembre 2010

Qui non ci trovate più Slaymer

Da ieri. Così.
Perchè alla fine, dopo cinque anni di impegni e fatiche proprio non ce l'hai fatta più e probabilmente hai capito che avevi dato abbastanza. Hai deciso che non valeva più la pena affannarsi a continuare con questa vita e che è meglio ripassare dal via, inventarsi in qualcos'altro, chissà cosa poi, in un altro posto e con nuove energie.
Perchè mica conforta sapere che è un momento difficile per tutti, mica basta buttarci tutto te stesso in queste cose, lo so, lo sai, lo provo sulla mia pelle tutti i giorni, lo leggiamo dai giornali, lo sentiamo, lo vediamo in giro.
E che poi invece, da parte di quelli che ci dovrebbero indicare la strada, si sentano solo litigi ed accuse a proposito di case a Montecarlo date a parenti, alloggi regalati che non ce ne siamo mica accorti che non le abbiamo pagate noi e poi ancora liquidazioni da capogiro e scioperi di chi guadagna solo qualche milione dando calci ad una palla ti viene solo da dire che schifo. Un teatrino merdoso fatto di furberie, di insulti e falsità. E tu che dolorosamente scopri che dare l'anima e far tutto con onestà e responsabilità a volte non basta.
Cosa dirti? Che ho sentito la tua voce, l'altro giorno e mi è bastata.
Cazzo.
Sapete, Slaymer è uno di quelli passati di qua. Uno dei primi, tanti anni fa. Non serve che gli dica "ti ricordi" perchè so che ricorda tutto, come me. Ricorderà di certo i lavori, le prime cazziate e quello che qui ha imparato e mai dimenticato. Ma sicuramente ricorderà anche le cose importanti: "One", ad esempio, suonata per ore ed ore allo stereo fino allo sfinimento degli altri, i mille lunghi discorsi ed i kebab indigesti che abbiamo consumato qui. Ricorderà l'ultima birra sorseggiata con calma, nelle lunghe nottate subito dopo aver finito di preparare una consegna.
Ricorda di sicuro le mail  che ci siamo scambiati nei suoi anni a Sharm e che raccontavano delle nostre due vite così distanti, e così diverse da adesso, ma se ci pensi, neanche poi così tanto.
Ricorda intatti sogni e parole, le risate e quelle volte che l'unica cosa da fare è stare in silenzio ad ascoltare.
Più o meno come adesso, quando capiterà, non appena ci vedremo.

Ma quello che non ammazza indurisce, dice lui. E tutto sommato siamo abbastanza vivi, nonostante tutto e tutti. Un pò pesti, a volte, zoppicanti e sanguinanti, ma vinti mai.
Non conta l'età. Non è dal quanto si è vissuto ma dal come. E se ti conosco come penso, so che, anche se adesso gira storta, hai abbastanza forza dentro e idee per cercare stimoli nuovi. E poi non dimentichiamo la capacità di inventarti in un nuovo progetto ed una discreta faccia da culo, che, in casi come questo aiutano sempre.
Sai, io ho avuto l'onore di essere il tuo primo cliente. Ricordo le tante difficoltà burocratiche dell'inizio e la ricerca del nome.
Ed ho avuto  troppi inviti per il pranzo al lago che non ho mai potuto accettare.
Ed a casa tua ho passato uno dei giorni più belli che possa ricordare. (Oops tu non c'eri ^_^)
E non ho neanche pensato di farti gli auguri per gli anni, che me l'hai scritto in un commento ad un post, un paio di giorni fa.
Pertanto auguri Slaymer, in ritardo come al solito, da un ritardatario cronico come me. Questo modesto post è il mio regalo di compleanno per te.