martedì 18 settembre 2012

La brutta bestia

Così dicono di lei. E quando intendo Lei non pensate male, non mi sto riferendo alla mordace consorte, che casomai rientra nella categoria degli "animali di piccola taglia". Un po' come quei cagnetti che abbaiano sempre e sempre mostrano i denti: non feroci, no, ma estremamente rompicoglioni.
La brutta bestia a cui accennavo è la gelosia, di cui la consorte pare permeata, inzuppata come un savoiardo nel caffellatte. 

Dico sempre che le sue malefatte sono state così tante e così tanto varie che potrei tranquillamente scriverne un libro. Tale libro lo utilizzerei eventualmente a mia difesa, nel momento in cui qualcuno, lavorando casualmente con il martello demolitore nel pavimento del garage, ne rinvenisse in futuro i miseri resti. Tanto sarò già all'Avana, tra fiumi di rum e donne scandalosamente giovani e pertanto chemmefrega. 

Tempo fa ero in un bar a nutrire l'affamata schiera del popolo di studio e ne stavo rievocando un aneddoto, accaduto qualche anno prima. Sospetto che tutta l'ilarità suscitata, (un pò come accade al Berlusca e le sue barzellette durante i comizi elettorali) sia stata in parte dovuta al fatto che la mia mano verghi gentili autografi sugli assegni delle loro buste paga, ma alla fine le risate erano così tante che da un lato ci hanno gentilmente quasi cacciato dal locale e dall'altro mi han fatto pensare che, di questa storia potrei benissimo farne parte anche a voi. 
La premessa è la solita. Non invento niente, al limite infiocchetto, ma è vero in tutto, tranne quando faccio parlare il gatto. Se credete anche a quello allora avete dei problemi. 

Era la vigilia di Natale di tre anni fa. Una cena di studio, con tutti, soci e collaboratori. Una cena particolarmente sentita perché in quella ci accompagnava, per l'ultima volta E., un nostro collaboratore storico, un amico che, dopo circa dieci anni trascorsi sempre insieme, dall'anno successivo sarebbe andato a lavorare da un'altra parte.
Abbaiamo trascorso una serata veramente piacevole. Buon cibo, buon vino ed una buona compagnia han fatto sì che il tempo passasse veloce, tra risate, e attimi di leggera commozione. Il nostro amico che era in procinto di lasciarci aveva gli occhi più lucidi di tutti. Alla fine ci salutiamo e ci dirigiamo ognuno a casa nostra. Tra le persone di studio ci sono anche due ragazze che abitano lungo la strada che faccio per andare a Bucodiculoplace e, considerato che si mormora abbiano l'abitudine di bere smodatamente e che soprattutto non sono automunite, mi offro cavallerescamente di riportarle a casa. Le chiamerò, per rispetto della privacy, Tizia e Sempronia. Su Tizia (esclusivamente per questioni di ordine cronologico) si stanno concentrando ultimamente gli strali della gelosia della consorte. E Tizia, tra le due, è ovviamente quella più vicina a casa mia. 

Accompagno pertanto Sempronia a casa, la salutiamo, accompagno Tizia a casa, saluto anche lei, e di lì in capo a dieci minuti, senza il minimo sbaffo di rossetto sulla camicia o un capo di biancheria intima femminile che sbuca dalla tasca della giacca son lì, fischiettante e sereno, diversamente sobrio ma solo il giusto, con lo sguardo da maritino angelico d'ordinanza che risalgo le scale di casa. E' circa l'una e mezza di notte. 

Lo so perché le lancette del mio orologio, per il gelo come nella scena di The day after tomorrow, sono rimaste bloccate per sempre.

Salendo dalla zona giorno alla zona notte avverto una strana, inquietante tensione nell'aria. Un ronzio sommesso e persistente, come quando passi sotto i cavi dell'alta tensione ed a noi maschietti si drizzano i peli sulle braccia. La luce dell'abat-jour della camera da letto è ancora accesa, la gatta sguscia via silenziosa con le orecchie bassissime, e con gli occhi ed un eloquente gesto delle zampe mi suggerisce che non è proprio aria. La consorte è nel letto, seduta a mezzobusto, con le braccia conserte che mi attende fissandomi con occhi ardenti. La prima impressione che mi dà mi ricorda Linda Blair nell'Esorcista. 
La saluto allegramente, sono di ottimo umore e mi stupisco di trovarla ancora sveglia.
Lei comincia a parlare con la voce livello "D quasi E" del repertorio delle voci della Consorte. Il repertorio delle voci della consorte comprende, in crescendo, tutte le sfumature dal livello "A" alla "F", dove il primo è quello a cui corrispondono toni amorevoli e passionali (non lo usa dall'86, me lo ricordo perché l'avevo registrato ancora su cassetta C60) mentre Il livello "F" l'hanno sentito una volta a New Orleans e mi han confessato che l'uragano Katrina in fondo era stato meglio. 
Il livello D ha un tono di voce leggermente acuto, tagliente e sarcastico, vagamente sinistro, con la parlata veloce ed interrotta di frequente da "eh già" velocissimi che mi ricorda le telefonate in VOIP quando l'ADSL fa le bizze. E' già furibonda ed io al momento non ho ancora capito il perché. Ho anche lucidato l'aureola apposta, prima di uscire. Forse è nascosta dai capelli.
Incomincia: "E allora eh? ti sarai divertito, immagino!" Inizia prendendola alla larga. "In effetti sì", ribatto cercando di buttarla sul faceto. "Pare che le serate passate a indossare il cilicio stando in ginocchio sui vetri ed ascoltando film originali in polacco siano passati terribilmente di moda. Pare che la gente abbia l'abitudine di cercare di star bene, ridere, scherzare, divertirsi". Ma la mia allegria non la contagia, anzi. Gli "èh già" ed i "si deve pure divertire, lui" si susseguono a ritmo serrato, infastidendomi. Badate, non voglio dire di essere un maritino perfetto, questo no. Spesso non sono gentile, non sono premuroso, non sono affabile: non saluto i vicini e faccio piangere anche i bambini più piccoli (e anche questa, giuro, è proprio vera). Abito - la dizione più corretta sarebbe "dormo" - in un paese (il suo di lei), di emmenthal dove brucerei almeno metà della popolazione accanendomi in particolare modo su alcuni folcloristici componenti della di lei famiglia e tutte queste cose gliele ripeto pure spesso. Ho un lavoro mio, che mi da tanto ma che come contropartita mi fa stare lontano da loro tutto il giorno, senza orari, e nonostante tutto non voglio rinunciare, per sopravvivere, a cose egoisticamente solo mie come correre ed arrampicare, quando posso, quando proprio non riesco farne a meno. Ma a parte questo basta. Tre, quattro uscite all'anno tra uomini sono ciò che mi concedo, semplicemente perché mi va bene così, perché è giusto così, perché casa dovrebbe voler dire che si lascia tutto fuori, trovando dentro la tranquillità, il calore e l'affetto delle persone a cui vuoi bene, che ti vogliono bene.  
Sono stanco, a quest'ora, per litigare senza senso. Non me lo merito, non ho voglia di fomentare le sue paranoie, e neanche di iniziare una discussione sterile: "Sì, una bella serata, infatti, siamo stati bene", rispondo spogliandomi. Si informa su chi c'era, evidenziando con sorrisetti e mormorii (se c'è una cosa che mi fa .....zzare sono i mormorii che non capisci cosa ha detto ma che SAI che era un qualcosa a contenuto altamente dispregiativo).
"Immagino che Tizia ti sia stata seduta vicina, a cena"
"Si," ribatto io " principalmente per due motivi. Il primo è che in quanto ad organico non siamo la FIAT, quindi stiamo tutti tranquillamente intorno ad un tavolo. Ed il secondo è che siamo in inverno, non potevo certo farla cenare da sola nel dehor". 
"Comunque ti era seduta vicina, o di fronte, vero?" (la consorte a mente non sa fare 8+13 però riesce a calcolare in una frazione di secondo tutte le combinazioni possibili della posizione delle persone intorno ad un tavolo rettangolare per sapere che se sono in mezzo alla tavolata, sono praticamente spacciato). 
"No, proprio vicino non c'era posto. Allora, per farla contenta, l'ho tenuta sulle ginocchia, fino a che mi si sono addormentate le gambe".
"Fa anche il cretino lui"
"Considerato che ti ho portato all'altare rivendico il fatto che non faccio il cretino, io sono cretino" cerco di sdrammatizzare.
"E poi, eh? Scommetto che le avrai portate a casa tu, vero?"
"Sai, in verità abbiamo messo dei foglietti in un cappello ed abbiamo estratto a sorte per vedere a chi mai poteva capitare questa insperata fortuna. Ha vinto Caio, sai l'architetto che abita in direzione opposta alle magioni delle due fanciulle. Lui però, sebbene entusiasta, girando in bici anche d'inverno aveva qualche difficoltà a trasportarle entrambe. Allora ha messo all'asta a malincuore la sua vincita e me la sono aggiudicata io per un milione di Euro. Dici che ho speso troppo?

Lei ignora le mie battute. "E immagino che avrai accompagnato per ultima Tizia, c'è da giurarci, vero?"  allude, acida. 
"Considerato, mio buon vecchio Watson, che la suddetta Tizia è la più vicina alla nostra avita magione mi compiaccio per l'arguta deduzione, MA" - alzando l'indice per  richiedere attenzione - "in realtà sbaglia, perchè l'ho accompagnata per prima. Arrivati sotto casa sua le ho, travolti da irrefrenabile passione, dato due gentili colpetti sul sedile posteriore dell'auto, in maniera che Sempronia osservasse e potesse prendere appunti. Scaricata la prima pulzella ho girato la macchina e son ritornato verso Torino, per lasciare la stessa Sempronia, la quale a sua volta, poverina, pretendeva di mettere in atto gli appunti diligentemente presi. Infine ho fatto per la terza volta dietro front e mi sono diretto a casa. Totale 540 km per due sveltine". Poi, guardandola fissa  e cercando di farle capire l'assurdità delle allusioni "certo che l'ho lasciata per ultima, è la più vicina a casa nostra, non credi?".

L'insensatezza dei suoi ragionamenti diventa finalmente manifesta persino a lei. 
"Sono due persone normali, da accompagnare a casa, punto. E non mi costa nulla farlo. E sei ridicola. E Tizia poi oltretutto ha anche un marito." 
"Non vuol dir nulla" tenta un'ultima, strenua difesa. Ma ha perso di mordente, non ci crede più fino in fondo. Il livello passa gradatamente da D al C. La gatta, che mi aveva già preparato un giaciglio di fortuna vicino alla lettiera, dal bagno sento che sussurra "Te la sei cavata, non ci avrei scommesso la mia ciotola di croccantini, stasera" (ecco, questa è la parte a cui non dovete credere).

Sto per mettermi a letto, lei ancora rimbrotta qualcosa tra sè e sè, ma se essere gelosi è un'arte lei è il Michelangelo della gelosia, e non ce la fa proprio a finirla così. 
Stiamo per abbandonare anche il livello C. Mi rilasso.

E lì sta l'errore. Perché non è che abbia seguito un corso al CEPU, per diventare così, lei è una professionista, è campionessa mondiale in carica, docente di gelosia applicata. Fa solamente finta di abbassare la guardia, scarta ed aspetta la tua prossima mossa. E con lei devi rimanere sempre sul pezzo. Nonostante tutto fai ancora gli stessi stupidi errori. Basta un niente. Basta che tu ti dimentichi, ad esempio, di spegnere il cellulare, o mettere il silenzioso. Ma il cellulare tu, non lo spegni mai. E questo, la sfiga, la tua personalissima nuvoletta nera che ti segue fedele da quando eri in fasce, lo sa. 

Ed è proprio in quei piccoli istanti di pace, quando ormai pensi, d'accordo con la gatta, di essertela ancora una volta svangata, che accade l'irreparabile......
[...continua.]

mercoledì 12 settembre 2012

Domani

Si va. Un'altra cima, finalmente, mi aspetta. Io e Renè, una cordata veloce. 
Una notte in bivacco, la quiete del mondo che si addormenta giù in basso, i rumori della montagna che invece non dorme mai, le stelle che incantano, per la loro lucentezza. E' tutto così lontano lassù, sarà tutto così lontano, da lassù, domani notte.  
Il tè che te lo fai con la neve sciolta. La fiamma azzurrognola del fornellino e le ombre che proietta nel buio.
La sveglia all'alba ma chi dorme, in realtà. I primi passi al buio. E la cima che quando sei lassù scopri sempre che ne è valsa la pena.
L'attrezzatura è già in ordine, pronta da mettere nello zaino.
La lampada frontale tra le mani, ieri, di nuovo dopo tutto questo tempo, mi ha dato una sensazione di ritorno alle cose che amo senza misure. 
E questa spilla, che mi aveva regalato lui, che nessuno ce l'ha una spilla così, che mi ha accompagnato su ogni montagna che ho salito. Offritemi qualsiasi cifra, per questa spilla.
Ho fame.

Vi racconterò.

domenica 9 settembre 2012

Mattina presto

Torino, un tram intero tutto per me, il chiarore che nasce, i viali alberati che scorrono veloci ai lati, gli edifici aggraziati e desolati, questa musica nelle orecchie. 
La mia città, a volte, nei momenti più inaspettati è un regalo, ad attraversarla così.

venerdì 7 settembre 2012

Quello che non c''è

Non c'è un senso, il più delle volte, In queste parole (e questo è da mò che l'abbiamo capito, penserete voi).
Non c'è un'idea, un percorso, una scelta ordinata - nome predicato verbale complemento oggetto. Mi programmo raramente. Può anche succedere però - Ho vissuto da poco momenti che mi han lasciato segni nel sangue e nelle braccia e di cui vorrò scrivere, ma l'acqua è ancora troppo torbida, han bisogno di sedimentare e depositarsi sul fondo - dicevo, può anche succedere qualche volta, che ci sia un qualcosa di preciso, una frase, sospiro, un accadimento che mi porti qui, nel rifugio di questa finta lavagna che piano piano si allunga e si colora di lettere. Ma quando questo manca, quando senti solo quella voglia, che è un brivido piccolo di piacere, quel sottile pizzico nelle pieghe tra le dita che riconosci e che ti fa comparire  quell'inizio di sorriso che riconosci, quando ti basta una piccola spinta per andare, via, la bici in discesa a vedere dove andrai a finire e quanto tempo rimarrai così, in equilibrio, senza pedalare né frenare, a staccar le mani dal manubrio con l'aria sulla faccia e i capelli che si ribellano al vento, beh, allora incominci e scrivi. 
E scrivi non c'è. E poi ci metti quello che raccogli man mano, che vedi o immagini o senti, quello che magari ancora non sai, ma che sai che arriverà, basta non  chiedersi cosa. Basta non aver pretese. Attendere. Questo lo so fare.
Non c'è particolare tristezza, né particolare allegria. Non c'è un modo di stare, di sentirsi, di essere. 
C'è invece un profumo di erba bagnata, che entra morbido e dolce da fuori. C'è una luce del giorno che pian piano sfiorisce, si attenua e sfuma i colori attraverso le tante finestre di qui, e lo studio che gradatamente perde di forma e diventa ombre e contorni, ed il cono di luce della lampadina che invece aumenta di forza ad rischiarare questa scrivania, con su i fogli malamente impilati e le matite e il disordine mischiato alle cose a cui tengo che sono mie e di nessun altro, un diamante al sicuro nel tappo di una bottiglia, una pietra blu dalle mille sfumature ed un post-it con su disegnato un cuore con i punti esclamativi. Un pupazzo con un tappo di sughero, gli stecchini e la carta da cucina sorride e racconta solo di quanto amore. 
Le foglie della vite invadente che spiano attraverso la porta, i rami del pino spioventi che dondolano, l'aria che entra fresca,i rumori del traffico sulla strada, la moto sbilenca che attende che andiamo insieme a prenderci un po' in giro.
Esci fuori. Stampata nel cielo, mezza luna di fuori, grande e gialla, osserva sporchi colombi riposare a piccoli gruppi sulle grondaie di queste file di tetti rossi; curiosa, sbilenca e discreta nelle vite degli altri dalle finestre socchiuse, dietro tende gialline a fiori. 
Accarezzi le piccole spighe nate dall'erba, te ne rimane il profumo tra le palme e la manciata di minuscoli semi che raccogli nel pugno, le rose riposano, le ortensie seccate attendono invano di essere raccolte. C'è una strana pace, come di quieta attesa, o rassegnazione, non so. 
E senti folate improvvise di cosa invece non c'è. Silenzio di graffi, non ci sono stelle, le stelle son lontane, distanti anni luce da qua che non basta una vita a raggiungerle, i sogni stessi son lontani, indistinti, il mondo potrebbe essere una proiezione su uno schermo rattoppato che tiri via e dietro ti appare la vita cruda com'è che ti dice svegliati ed arrenditi una buona volta, il mondo altro non sono che poche parole che raccogli come ciliegie mature e metti qua, le parole sono la bocca e fiato e labbra che si aprono, e gli occhi e i capelli e le mani che si muovono  a raccogliere una ciocca impertinente, i gesti che fai che riconosco, il suono della voce e il mondo, che quando senti il suono della voce il mondo cambia ancora e che adesso non c'è, magari il mondo, ti rimane come ultimo pensiero prima di chiudere la porta e lasciare fuori la luna guardare i colombi, che dormono, la testa nascosta di dentro e ci sono volte che a nascondere la testa di dentro sarebbe tutto così comodo.

E ieri osservavo di me, nuove, le pieghe lunghe e scavate ai lati della bocca. Mi han sorpreso. Parlano di me più di quanto mi aspettassi, della mia ostinazione, delle mie battaglie e delle mie troppe sconfitte. Ho l'aria stanca. 
Ho anche incominciato a stufarmi di tutti questi capelli lunghi.

E ci sono tutte queste cose che trovi e raccogli, quando senti, forte, più forte del solito, quello che non c'è.

martedì 21 agosto 2012

Scrivere

La voglia di scrivere è una faccenda strana, che non sai né come né perché ti prenda.
Ci sono momenti in cui è esigenza che ti morde piano, sotto la pelle, intima e pressante, altre volte è un solletico alle dita, è la voglia di scherzare, di giocare con le parole, gli accenti e la punteggiatura. 
Un po' come correre. A volte è la periodicità e la costanza dell'allenamento, ma è quando ne senti il bisogno dal di dentro, che ne vien fuori qualcosa di diverso.
Ho scoperto che scrivere ha sempre uno scopo, una finalità, anche quando scrivi di niente: prendi questi minuti, per esempio. Per me, in questi spazi ed in questa maniera, è un gioco relativamente nuovo rispetto a tutto quanto abbia mai fatto fin'ora e che mi abbia regalato emozioni. Non ho graduatorie, non potrei dire cosa preferisca, tra arrampicare, scrivere, disegnare, correre o perdermi nelle vie di quelle città che amo.  So che c'è un momento diverso per ogni cosa, basta rendersene conto in tempo. 
Ed il momento di adesso è qui. A battere sui tasti senza grossi pensieri, senza troppi sassi pesanti, o forse con gli stessi sassi di sempre che hai imparato ad averli addosso e ti pesano meno, è lo stesso; ad ascoltarmi dentro, a leggermi poi alla fine, per capire cosa volevo farmi sapere.
Accade che le parole che escono siano fatte per altri, il più delle volte per me. Che poi ci sia davvero qualcuno dall'altra parte di queste righe poco importa, anche se questo non è poi completamente vero, certo che importa (un po' di ragione devo dartela, Bruno). Certo che conforta, condividere fosse anche solo un sorriso, distante chissà quanti chilometri. Certo che sorprende, trovarsi inaspettatamente equilibristi sulla stessa fune. In effetti mi sorprende ancora che ci siano persone che capitano in queste pagine da posti lontani. Non tante in realtà, non è mai stata né un'esigenza né una priorità ampliarne il numero, curare followers o cose del genere. Non conosco nessuno o quasi, di chi legge di me, qui, ma non è che sia poi così importante. Può nascere, ovvia, la curiosità qualche volta, quando succede che pensieri affini si incrocino così imprevisti, quando le parole rimbalzano sullo specchio d'acqua delle sensazioni di chi legge, creando piccoli centri concentrici che si propagano piano, ma è giusto che le cose rimangano così, per evitare che si incrini quella meraviglia semplice ed incredibile, una sottile eco di note lontane, le cose che sai, le cose che so, le parole che leggi sono il rumore delle fronde della betulla che muove il vento, perché a questo sto pensando in quest'istante e questo mi va di scrivere, sono le mie rose di qui, stanche ed accaldate, che puoi immaginare, oltre le vetrate del mio studio, il muro sbrecciato di fuori, la moto a riposarsi all'ombra del pino maestoso e dentro Il tavolo riunioni sgombro, le scrivanie vuote e ordinate come non mai, il calendario con evidenziate le città dove ci sono i nostri lavori, la veneziana a mezz'altezza ed i mille riflessi di quel pendente appeso, legato stretto da quel giorno là, che a volte potrebbe non essere mai esistito ma che invece c'è. 
Ed il più delle volte non c'è motivo, che ci sia qualcuno che legga. Basta averlo scritto, per me, unguento se qualcosa sotto ancora brucia. Poi è come se non appartenesse più a nessuno, se non servisse più. Chiuso nella scatola, appeso con le mollette al solito filo, a sventolare pigro.
Perché alla fine non c'è proprio niente di che, in quello che la mia tastiera raccoglie, oggi o ogni altra volta che capita. Forse perché non penso io stesso di essere niente di che. Ma di sicuro so cosa non c'è.  Non c'è in quello scrivo che ciò che non sento e che non sono, quello che non provo, e tutto quello che potrei falsificare, stravolgere, gonfiare. Non c'è perché molto probabilmente, non ne sono capace, ecco tutto. 
Quindi niente di fondamentale, in tutto questo né in me, assolutamente. 
Nemmeno per sogno. 
Beh, forse per sognare sì. E per correre. Altrimenti dovrei cambiare il nome di questo posto qui, che non è un blog, è solo un foglio atipico e strano, dove lascio che le mie parole scorrano libere come vogliono, vere e mie dalla prima all'ultima, dove le mie rose crescono, dove le fronde delle betulle ondeggiano piano, laggiù in fondo al mio prato dove ancora una volta mi piace abbandonarmi, un filo d'erba tra i denti, a guardare in su, le nuvole passare, e quel pendente che no, non smette di brillare.

martedì 14 agosto 2012

Attesa


La pausa, forzata, quando arriva arriva. 
Ed adesso che è arrivata me la prendo. Qualche giorno, non so dire quanti con precisione, dovrò chiedere il permesso alla mia Ciccia, che mi reclama, e ne ha ogni diritto. E forse, ho bisogno anch'io di allontanarmi da qui, tregua, dalle grane, i lavori, la gente. 
E' un Ferragosto anomalo quest'anno. Niente Vacanza quest'anno di quelle con la V maiuscola, il viaggio con la macchina stipata che sembriamo prossimi ad un trasloco, niente mare né nuotate io e lei, maschera boccaglio e mano nella mano anche in acqua, con la consorte (che galleggia come un ferro da stiro) ad osservarci da sotto l'ombrellone.
Niente mete lontane, niente isole. Si chiude qui, per andare, onestamente non so dove. Molto probabilmente per stare, fermarsi, respirare. 
Qualche dissapore di troppo all'interno di quello che resta della mia sgangherata famiglia di là, tra i monti. Ed io che non faccio niente per stemperare gli animi ed aprire spiragli, anzi. In tanti mi dicono di smetterla, di godere della vicinanza dei miei cari fino a che uno ne ha la possibilità. Lo so, lo so mille volte. Ma una volta là non riesco a non pensare, a non vedere le cose che mi appaiono stonate e forse magari non lo sono neppure, a non chiudermi a riccio, un muro opaco, senza espressione. E per evitare di oltrepassare i limiti, che quelle rare volte che è capitato ho combinato disastri di quelli che lasciano il segno, allora non esisto, rispondo educatamente se interrogato, a tavola passo il pane e mi alzo solo dopo che tutti han finito di mangiare. Ed ogni volta che me ne vado, mia madre che non mi ha rivolto una parola per  tutto il fine settimana e né io a lei, piange in silenzio.
Porto le scarpette per correre, certo che sì. 
Vado davvero, mi prendo una briciola di pausa, piccola piccola. Mi allontano da qui. Chiudo la scatola, e senza fare rumore, lascio a riposare i sogni e le parole. 
Buone vacanze.

L'acquasanta ed il diavolo

Prendi una giornata di lavoro, una di quelle classiche: arrivi in studio che ancora non c'è nessuno, innaffi le rose, poti la vite, osservi un pò quel microcosmo del tuo quartiere che pigramente si sveglia e nel mentre riordini le idee un pò da tranquillo e ti fai uno schema delle cose da fare. Poi accendi il pc, elimini la consueta montagna di mail spazzatura e rispondi a quelle tre o quattro serie. Alle otto meno qualcosa la consueta prima telefonata di lavoro, che oramai rispondo cose del tipo "massaggi olientali buongiolno?" o "Pizzeria Posillipo", tanto lo sai chi è. Dopo, alla spicciolata arrivano gli altri e lo studio come ogni giorno si riempie. il profumo del primo caffè mentre viene su, quattro chiacchiere, un paio di indicazioni su cosa deve essere fatto in tua assenza e poi via. Oggi due cantieri e la  consueta manciata di chilometri da buttarsi alle spalle. 
La telefonata di conferma arriva mentre sto andando verso il primo dei due. Il tono è da cospiratori, ma Il messaggio non ammette repliche. 
Ok, non sono in condizioni di dire di no. D'altronde non me lo immagino nemmeno. Devo solo vedere di recuperare l'imbrago, in prestito in chiesa (questa la spiego dopo). Per fortuna la chiesa è il secondo dei due cantieri di oggi. Un campanello d'allarme mi avverte che c'era un qualche impegno, in qualche altra parte, ma non lo focalizzo, non deve essere importante.
Il primo cantiere è una banca, progettata e realizzata in estrema urgenza: due mesi fa circa, un guasto notturno ad un pc aveva innescato un incendio che, a partire dalle pareti in legno di una cassa si era poi esteso distruggendo metà dell'agenzia, mentre il fumo acre, denso e nero aveva completamente invaso ed impregnato ogni stanza, ogni armadio, ogni oggetto dell'altra metà. La desolazione che lascia un incendio è impressionante, l'odore ti prende alla gola, il pulviscolo nero, i cumuli di materiale irriconoscibile, fili di plastica, sottilissime stalattiti, pendono da quelle che una volta erano lampade, sciolte e nuovamente indurite, la struttura metallica  del controsoffitto contorta dal calore ed il nero, nero dappertutto, nero che copre, che prende ed opprime. E adesso che non ne rimane più niente, di quel nero, che non sembra sia mai successo niente, non uno sbuffo di fumo su una parete, né un sentore di bruciato lontano, niente, eccola qui, una filiale lustra ed abbagliante, perfetta, tutta tirata a lucido, con i mobili nuovissimi, le scrivanie ordinate, le luci, le tende, tutto a tempo di record. I complimenti, questa volta L'impresa se li merita tutti. 
Scappo, via di corsa, che il tempo si disperde in rapide volute di  fumo, via per il secondo cantiere, mi attende la chiesa. Una mia personale sfida questa, ho fortemente voluto quel progetto, quell'illuminazione, pensata così, studiata così, da gestire così. Ho prima combattuto con la Curia e la sua Congrega dei Saccenti, che han guardato con supponenza sia me sia il mio progetto e poi ci han scarabocchiato sopra prima c'è troppa luce e dopo ce n'è troppo poca, ma cosa ne vuoi sapere tu che non sei del giro, tu e i tuoi capelli lunghi che si vede che sei lontano da qui, da noi, che non sai nemmeno cosa sia un ambone, che hai gli occhi arroganti, e non hai né umiltà né deferenza. E credevo talmente in quello che avevo fatto che ho riposto le armi delle parole taglienti che erano già lì belle e pronte, sostituendole con la calma e la pacatezza, ed anche se qualche madonna e qualche santo mi sono arrivati proprio fin sulla punta della lingua li ho ricacciati sapientemente indietro e ho risposto punto su punto, spiegando e persuadendo. E poi è stata la volta della Soprintendenza, che pare che a fare un buco in un muro marcio per far passare un filo sembra si commetta un peccato mortale, e a portare la corrente a secchiate, giuro non sono proprio capace. E convinti finalmente anche loro, ecco l'appalto, le grane, la gara ed i ribassi, e i soldi che erano troppi  ancora, e non puoi rivedere qualcosa per risparmiare, tu che credi di fare San Pietro ma guarda che questa qua è una chiesetta di un paesino spelacchiato che non ci viene nessuno, tre vecchiette alla messa delle cinque. E poi è così in cima ad una collina che ogni volta che muore qualcuno è un disastro. E come se non bastasse ci si è messo anche il collega della sicurezza con tutti i suoi patemi sul lavorare a quelle altezze con un trabattello solo, dove due non ci stanno, a meno di spostar le panche e fare le celebrazioni on the road. E allora ho portato il mio imbrago da arrampicata ed una corda, in maniera che, almeno quando lui va in cantiere, gli omini che si arrampicano per mettere le luci su quel cornicione un pò sbilenco sono lì, in posa per lui, a far le belle statuine, tutti sorridenti e agganciati. Forse ha capito di essere stato un pò preso per il culo.
E quest'oggi, dopo tutte le parole e le grane ed i dubbi, quando d'incanto la volta ha iniziato a prender vita e colore e a spandere di rimando luce sulle pareti abbassandosi fino a delineare panche, marmi, stucchi e il pavimento, le cappelle laterali e l'altare e perfino quell'ambone del cacchio abbandonavano il loro aspetto tetro e quasi stantio, acquisendo volumi nuovi, l'espressione si stupore del parroco mi ha fatto sorridere. "Ma era proprio così che l'avevi pensata?" mi ha detto poi, ancora con gli occhi sgranati; Io l'ho guardato, gli ho sorriso e di rimando gli ho risposto: "non so, sai, in realtà credevo di fare San Pietro..." 
E poi allora via. 
Via di corsa, che colui al quale non si può dire di no ha parlato, all'attacco della via alla tal ora, e sei già in ritardo, e gli mandi un SMS di conferma - ok, capo - il tempo brucia i minuti del conto alla rovescia ma ti devi fare ancora una breve tappa in studio, che rinvii e moschettoni sono rimasti lì. Ma da lì non si può entrare ed uscire come si vuole, che ci sono le telefonate e le mail del pomeriggio da smaltire, e vedere cosa è stato fatto e cosa no, e puoi mica permetterti di prenderti un mezzo pomeriggio come credi, anzi, chi credi di essere qui, forse il capo?
Mezz'ora dopo però, la parete è di fronte a me. 
Una via facile, una ferrata d'allenamento, c'è chi la percorre addirittura senza legarsi, quasi correndo. Sono arrivato fin qui veloce, forse un pò troppo, come sempre. Ma nessuna sirena in lontananza, dovrebbe essermi andata pulita anche questa volta.  Renè non c'è ancora. Quasi meglio, con lui ho un'ottima intesa, ma il privilegio arrampicare da soli è una cosa che capita di rado. Me lo prendo tutto e via allora, rapidamente mi cambio e mi preparo, lo sbuffo bianco della magnesite che si disperde mentre premo le palme l'una contro l'altra, l'imbrago è stretto, i rinvii  tintinnano rassicuranti, una musica sottile nelle orecchie, ho scoperto da poco che preferisco arrampicare così, che mi rilassa e mi distende. 
Ed inizio lento e misurato, saggiando con le dita gli appigli facili, puntando coi piedi, salendo tranquillo. La sicurezza della corda fissa in alcuni tratti è perfino ridicola ed eccessiva e ci rinuncio, sto bene, me la godo, sono qui, io, solo, una montagna di fronte, il vento fresco non arroventato dal sole, la via che si srotola, passaggio dopo passaggio, appiglio dopo appiglio, le mani trovano rapidamente la soluzione nei passaggi leggermente più impegnativi. 
Ad una cinquantina di metri da terra, dal sottofondo musicale emerge la voce di Renè, è arrivato, sono arrivati. Gli grido di sbrigarsi e di raggiungermi, nel frattempo scatto qualche foto e vado avanti. Mi raggiungono in fretta e proseguiamo insieme, si parla e si scherza. Rapidamente ci alziamo di quota, la visuale cambia, lo sguardo si allarga, le nostre auto rimpicciolite, la mia città alla mia destra, le mie montagne a sinistra. 
La via si interrompe, riprende, si interrompe di nuovo, dall'alto  l'imponente mole della Sagra ci vede salire impassibile, con le sue rovine, i suoi contrafforti maestosi.
Ma dov'eri prima - mi chiede Renè, mentre saliamo. In chiesa, gli rispondo, mi guarda e ride - Tu? In una chiesa? Hai deciso di farti prete? Il diavolo e l'acquasanta? Battuta già fatta, casomai il contrario - gli rispondo. Acquasanta la mattina, in chiesa, e diavolo il pomeriggio, in parete.
Arrampichiamo, si ride, si sta sereni, l'arrampicata è bella per quello perché è uno sport libero e di testa, perché ci vuole testa a ragionare e convincere l'istinto che si sbaglia, che camminare su una cengia a strapiombo è uguale a farlo su di un marciapiede, che la corda e chi la tiene in mano sono la tua fiducia ben riposta, che il rischio c'è ma è ampiamente calcolato, è un briciolo di adrenalina che dà più sapore alle cose. Ed uno sport di testa che la libera e la rischiara, rasserena, ti rende conscio delle tue capacità, capace di guardare lontano, ti fa durare il doppio il tempo, assaporandolo, gustandolo. I movimenti sono diversi, delicati e di equilibrio alcuni, di forza altri. Quasi sensuali, i primi, prepotenti gli ultimi.
Una telefonata, anticipata dall'allarme collisione U-boot, interrompe i nostri dialoghi, è la consorte, non ti sarai mica dimenticato della cena di questa sera, alle otto puntuale, ecco che cos'era il campanello, ma figurati, certo che me ne sono dimenticato, anzi forse lo sapevo, ed è proprio per quello che adesso sono qui, comunque adesso vedo, non ti preoccupare, sì, no che non sono in studio, cioè, non sto proprio, esattamente, come dire, lavorando, questo rumore metallico come di moschettoni... Sì, ma anche se non alzi la voce va bene uguale, che quando uno arrampica ha bisogno di concentrazione e se mi fai cadere mi avrai sulla coscienza ed io, previdente, non ho rinnovato apposta l'assicurazione sulla vita. Comunque arrivo, tranquilla, otto otto e mezza massimo, dopo gli aperitivi e, vedrai, non se ne accorgerà nessuno. 
Lo sai che siamo a metà parete, sono le sette e poi dovremo farci tutto il ritorno a piedi e prima delle dieci non arriveremo, vero? mi chiede Renè.
Certo che lo so, rispondo con un largo sorriso.
Non so dove sia finita l'acquasanta - mi fa lui - ma il diavolo mi sta arrampicando di fianco -
Sì, ma è un buon diavolo, dopotutto - rispondo io.
Arriverò alla cena alle 22.30.