lunedì 3 marzo 2014

Mi fermo

Un minuto.
Lascio che tutte le grane e la rabbia che monta e questa disperazione a tratti così violenta da spezzarti il fiato si spengano, almeno per un poco.
Li metto da parte, li chiudo nel fondo di un baule e cerco di dimenticarmeli per fare posto a te. 
E torno qui, in questo che è uno dei miei posti sospesi, che ultimamente non ho nemmeno più il coraggio, di passarci da qui.
E scrivo semplicemente auguri, Ciccia mia. Tu che sei il mio amore più bello. Tu che sei i miei sorrisi che partono dal cuore, perché non si può non sorridere, quando ti spalmi sopra di me per guardare la televisione, lunga come sei.
Tu che sei un bene che assomiglia ad un vago dolore, per la velocità con cui cresci, e quel tuo lento e giustissimo allontanarsi.
Tu e il tuo terzo buco nell'orecchio come regalo di compleanno, ed io che a momenti non ho più nemmeno la testa per ricordarmi che giorno era ieri.
Tu che non vuoi la torta dal pasticciere, perché quella di mamma è più buona, ma che invece capisci benissimo, sembra che non ascolti ma sai e fai la tua piccola parte.
Tu ed i tuoi quattordici anni nuovi splendenti, di sole e fiori profumati, di risate e corse sfrenate e di sogni, tanti sogni.
Tu che sei così, insieme già così grande e piccolissima, timorosa e coraggiosa.
Tu che hai i miei occhi, ed ogni volta che li guardo mi ci perdo.
Tu che sei il mio fiore di marzo, che quando te la canto cambiando il mese ti commuovi e mi dici di smettere.

Tu che una volta ho avuto paura di perderti, e quindi non passa giorno in cui non pensi che sono un uomo con una fortuna grande così.
Perché tu sei qui.


venerdì 20 dicembre 2013

Ho messo via

Atteggiamenti, pensieri sempre troppo contorti ed alcuni bellissimi, così belli e limpidi che chiuderci sopra le ante dell'armadio e costringerli a buio e polvere fa quasi rabbia, o anche solamente un po' di tristezza. 
Ho messo via le ali, lucidato le piume accarezzandole un'ultima volta. Le avevo, certo che. Quelle che ti fan sentire a due dita dal marciapiede o dal cielo, a volte è bello che la differenza quasi non si senta. Quelle che ti fan guardare oltre, lontano, perché è solo osservando dall'alto che le distanze si riducono, le montagne sembrano meno erte, così come ogni montagna che abbia mai scalato, una volta in cima, mi ha sempre restituito il vero valore della fatica compiuta.
Ho messo via i sorrisi del cuore, quelli che partono da dentro ed irradiano di calore, che si appoggiano come un dito alle labbra perché le parole non servono, che colpiscono gli occhi e le mani e si disperdono nel vento di fuori, che non puoi far finta di, quei sorrisi lì non riesci né a nasconderli né ad imitarli mai. Che ti dan la sveglia, che alzarsi è non vedevo l'ora.
Mi rimangono quelli fatti ad arte, gli involucri di plastica, che quelli lì si che li puoi sempre trovartene un paio nelle tasche e stamparteli bene in faccia, salendo le scale di casa prima di andare incontro alla mia Ciccia, che lei ha bisogno di un sacco pieno di sorrisi miei, e non forse riesce ancora a scorgere la differenza, basta che ce ne siano. 

Ho messo via le mie scarpette per correre, le ho riposte con cura nella loro scatola. Il mio tendine di cristallo numero due reclama visite specializzate, cure costanti (e costose, ovviamente), ma tanto so già che la soluzione definitiva non potrà essere altro che l'intervento. E questa, considerata la precaria situazione economica (usando un velato eufemismo) di casa DR, semplicemente non è una priorità. Le riprenderò chissà, forse domani, forse tra un mese, un anno o mai, le variabili in gioco questa volta sono veramente troppe e non ho sufficienti energie per pensarci. E quello che è peggio che meno corro più mi si assottiglia la riserva di energie, insomma è un circolo vizioso, comunque vada perdo.
Ho messo via quel tempo che egoisticamente era solo mio e basta. L'ho messo via perché forse non è più il suo tempo, o perché non posso permettermene più ma, che buffo, non ho il tempo di preoccuparmene. Non ho particolari emozioni, mentre passano costanti i giorni, troppi e maledettamente sempre troppo in fretta, non aggiungendo né togliendo niente. Non faccio in tempo ad iniziare una settimana che quella è già finita ed un'altra ti viene incontro e passa, poi un'altra ed un'altra ancora, goccia dopo goccia. E' un non-tempo, quello con cui ho a che fare.
Osservo la neve ammantare le mie montagne, la sera in auto, mentre rilucono di vite sconosciute all'interno di tremolanti paesini sperduti chissà dove.  
Ho fatto un po' di conti con me. E non è che sia andata male intendiamoci, ho avuto mani decisamente buone ed alcune no, ma capita. Ognuno è artefice della propria fortuna dicono, non so quanto questo sia vero o serva invece da sprone, riflettendoci forse sì, almeno in parte. Penso di aver comunque da sempre quella naturale predisposizione all'autodistruzione, a cercarmi sempre le strade più contorte ed a farmi trascinare dalla corrente più veloce, ben cosciente che sarà quella sbagliata.
Ho messo via un poco del mio modo di fare, parecchio del mio modo di essere. E non è che così uno stia male, un pochino spento, meno entusiasta e sorpreso, per una volta con i muscoli ed i sensi e i nervi a riposo. Si assottigliano le differenze dei giorni, il domani perde valore come l'ieri, e adesso, semplicemente, non esiste.

Perché alla fine, non ci son cazzi, ma il discorso è poi sempre lo stesso.

lunedì 18 novembre 2013

La luna ha vent'anni

A guardarci bene, quei noi di adesso, probabilmente non sembrerebbe possibile che siamo stati gli stessi noi di quel giorno là. 
Nel curriculum professionale dello studio la data di fondazione recita 10 novembre 1993.
Me lo ricordo bene, noi leggermente in imbarazzo di fronte al notaio, con l'attesa di grandi cose a venire e la sensazione di esser vagamente fuori posto, lì in quella stanza sontuosa di quell'incredibile ufficio del centro, con le impiegate silenziosissime ed efficientissime, pronti a firmare un impegno per il nostro futuro. Nonostante tutte le mie insistenze Marco si era rifiutato categoricamente di mettersi la cravatta, l'ultima volta era stato al funerale di suo padre - solo per le cose serie - aveva troncato sul nascere ogni mia rimostranza. Allora eravamo in cinque. Molto più giovani, così spudoratamente giovani, quando la gioventù è bellezza, carichi di sogni e promesse ed entusiasmo alla vita, sorrisi subito pronti a sbocciare per un nulla e pazzia a secchi. Sbarazzini ed inesperti, molto più sorridenti al mondo, sicuramente incoscienti, questo sì, va detto, incredibilmente incoscienti, spaventosamente, vergognosamente. Ci bastava un niente, principalmente quello che importava era stare insieme e provarci, anche se non era ancora così chiaro a far cosa, e forse completamente non lo è ancora neppure adesso. Dovessi associare una parola a quel periodo mi viene in mente "leggerezza". Poche ancora le ferite, di quelle che bruciano secco, che nel corso del tempo ognuno avrebbe imparato a portare le proprie e che poi inevitabilmente, taglio dopo taglio ci avrebbero cambiato, rendendo dura e rugosa la scorza. 
Era più facile scegliere, vivere, lavorare, inventarsi, scherzare comunque, e soprattutto non prendersi mai sul serio. Era che quando chiamavano "ingegnere", avevi sempre l'aria del "chi, io?" Era tutto più nuovo, i cantieri, la gente che a volte ti stava ad ascoltare e molto più spesso no, l'inconsapevolezza di inventarsi il padrone del proprio destino, una scoperta in ogni cosa, l'essere quelli che reggono il timone senza mai aver osato affrontare il mare e senza neppure immaginare quanto sarà vasto e quante rotte riuscirai a navigare. 
Due di noi, quelli che insieme a me ci avevano messo l'anima per partire, che forse sono stati i miei amici più vicini di allora hanno smesso di crederci dopo poco. Ricordo la mia rabbia proprio con Marco, che mi aveva spiegato che quella non era "la sua società", ma semplicemente "una società" e che non valeva la pena affannarsi così tanto. 
Fulvio invece l'ho rincontrato quest'estate. E tutto questo tempo che ci ha visti lontani ha perso in un nulla forma e sostanza, lasciando solo un minimo spazio al pensiero inconcludente di come sarebbe andata se. A lui che oggi è chiamato ad affrontare prove così terribili che non so dove troverà il coraggio va il mio pensiero, forse sarebbe meno complicato se silenziosamente ci allontanassimo nuovamente, ma troppo del nostro tempo è già stato stupidamente sprecato, non sono disposto a buttarne via ancora.
  
Vent'anni di parole, quante parole sono rimbalzate fuori da quelle pareti, con differenti toni di voce, me ne ricordo molte. Vent'anni di persone, mi ricordo i volti, quanti ne sono passati, nessuno invano. In uno dei miei sogni ad occhi aperti ho organizzato fin nei minimi dettagli una cena con i miei soci e consorti al seguito, che in realtà nascondeva una rentrée con tutti, ma proprio tutti, una di quelle cose che entri in un locale silenzioso ed un po' fuori mano con due candele fioche a conferire un'aspetto desolante alla stanza e "Sorpresaaa!!!" si accendono le luci ed eccoli lì, uguali e cambiati anche loro, e poi risate ed abbracci e parole fino a tarda notte e brindisi, con gli occhi da bracco del mio socio lustri per la commozione, mentre sa che in fondo l'ho fatto per lui, perché sì è vero che faccio una gran fatica a sopportarlo, ma neanche lui, con me, cammina su un tappeto di petali di rosa. E' rimasto solo un sogno, altre priorità non l'hanno reso possibile e rimarrà intatto nei miei sogni per riproporsi tra altri cinque anni.

Vent'anni di lune, me ne ricordo a pacchi di lune, quelle dei lavori fino a tarda notte, quelle d'estate, rosse e piene  in un cielo immobile e noi sui gradini della villetta a ridere sommessamente e quelle delle albe, pallide come i nostri volti tirati, delicate e composte mentre ci osservavano malinconiche, al di là dei vetri che si affacciano su un francobollo di giardino. Mi ricordo lune sottili come una ciglia, composte e rapite, ad ascoltare parole che brillavano come rugiada. Mi ricordo  una luna accesa come un faro ed io e la mia Ciccia per la prima volta disperati e lontani, che la toccavamo con un dito per sentirci di nuovo insieme.
E guardaci adesso. A vent'anni di distanza. Vent'anni. 
Se escludiamo i tappi delle bottiglie, che allora mettevamo in fila bella ordinata sul davanzale delle finestre in alto, non è cambiato poi tanto. Sì, siamo cambiati noi, per forza, il grigio nei capelli, le rughe, l'atteggiamento man mano meno famelico, combattivo. 
Ma io no. Io che ogni botta che ti fa cadere mi fermo stordito, magari tentenno controllando i danni ma che poi mi rialzo perché non ha senso voltarsi indietro e dargliela vinta e che ostinatamente, ancora una volta, mi levo la polvere di dosso e  ricomincio a correreIo che se ci penso, che non mi sembra di aver neppure cominciato, che di cose da imparare so che ce ne sono ancora troppe, che se metto in fila i lavori da inventare, le idee più bizzarre e le rivoluzioni non la finisco più, che nonostante tutti i macigni sul cammino che sono stati questi ultimi anni ci credo, senza mezzi termini o retropensieri, mi affido alla passione ed alla volontà, credo nelle persone pulite e nell'onestà, credo in quello che siamo, in quanto è rimasto immutato e limpido ed allora non mi vien altro da dire che grazie studio delle rose, grazie mille a chi è stato parte di tutto questo ed a chi lo è adesso, grazie luna per questi magnifici vent'anni così brevi che mi sono stati regalati, solo per ciò che è troppo bello il tempo scorre così velocemente. 
Auguri luna, per questi vent'anni e auguri, studio delle rose, per ogni singolo, incredibile minuto passato qui e per quanti altri ne potranno venire. So per certo che finirà prima o poi, dovrà cambiare il vento che fa infuriare il mare di tempesta di questi ultimi tempi e le correnti impazzite. Passerà e ritornerà il sorriso, finalmente con un buon vento di bolina ad accompagnarci verso un orizzonte sereno. 

E non la smetterò molto facilmente, di guardare la luna. 


martedì 12 novembre 2013

Torino negli occhi.

Questo mio strambo mestiere ogni tanto mi riserva regali inaspettati, come nei giorni in cui mi porta ad annusare il mare, quel mio mare che il primo respiro lento e gonfio di attesa fino a farmi dolere i polmoni non è mai abbastanza, o quando mi porta a conoscere città nuove, scorci, marciapiedi, volti riflessi sulle vetrine e percorsi da assimilare. 
A volte invece, come oggi,  mi regala Torino.
La osservavo ieri sera al rientro autostradale serale, la sua singolare bellezza esaltata da un vento tagliente che aveva nascosto le nuvole lontano, con l'anfiteatro di montagne luccicanti della prima neve, la collina spazzata dalle folate rabbiose, un blu del tramonto così limpido e pulito e le mille luci fitte e tremolanti che sembravano brace scintillante. 
Torino ha pezzi di Parigi e d'Africa, ha le maestosità reali e sontuose dei Savoia ed angoli degradati. Luce e buio a portata d'occhi.
Ma prevalgono parti di questa città che mi fermano ancora il cuore, un sorriso sospeso che si appaga rapito lasciando scorrere lo sguardo. Angoli, incroci, mura antiche lì da millenni, un monumento assediato dai piccioni ai cui piedi sedersi, la calma placida del fiume ed il finto medioevo a specchiarcisi dentro. Spazi in qualche misura miei, che riconoscono i miei passi, stendendo con cura le pieghe che a volte ho dentro. 
Ho imparato a conoscerla da ragazzo percorrendola con i piedi e con gli occhi, fino a perdermi e meravigliarmi, più e più volte. E meravigliarmi e perdermi con i piedi e con gli occhi  quando posso, quando riesco a ritagliarmi una parentesi tra le telefonate e le grane e le mille cose da fare, è un lusso a cui difficilmente riesco a rinunciare.
Ci sono i lunghi viali allineati che si intrecciano a perpendicolo. Ci sono le piazze aristocratiche, severe ed ordinate di colonne, e quelle più piccole, raccolte, composte e silenziose che se ci capiti una sera d'inverno ti sembra di aver attraversato indenne un paio di secoli. C'è una piazza che, dopo, la mia vita non è più stata uguale. Ci sono i bar storici, eleganti di cristalli e salotti,  e ce n'è uno piccolo e quasi sempre gremito, con la boiserie in legno e gli specchi lavorati, i tavolini con il ripiano in marmo ed i centrini fatti all'uncinetto che se intingi il cucchiaino nel "bicerin" e lo mescoli ti guardano male. Ci sono cortili dei palazzi storici, che ognuno è storia, i mille ex voto della Consolata che da piccolo ne leggevo rapito le vicende, l'insuperabile eleganza di San Lorenzo, c'è il retro della collina di Superga con i nomi della squadra del Grande Torino. C'è una galleria che proprio non riesco ad attraversare guardando in su. C'è la Fetta di polenta fatta per ripicca, le luci sul monte dei Cappuccini e le bancarelle di libri da annusare, lungo via Garibaldi. C'è l'interno di Palazzo Carignano e le sue stelle, c'è la panchina di quella piazza che il mondo era una cornice immobile, ci sono i mille posti dove ho portato la mia moto, c'è quando ero disperato senza radici e quando invece mi sentivo al centro dell'Universo, c'è la statua della Dora che è stato il mio personalissimo escamotage per poter inserire la foto di una donna nuda all'interno della mia tesi di laurea, c'è il parco dove vado a correre, c'è il mio negozio di stilografiche, il posto del mio primo cantiere importante e quell'altro, molto più prezioso per me, che era stato un cantiere di mio padre trent'anni fa, prima di diventare mio. 
Ed i miei passi ed i miei occhi, anche oggi non hanno sbagliato. 

sabato 19 ottobre 2013

Le cose che cambiano

Le cose che cambiano sono quelle di te che, quando te ne accorgi, ti fanno fermare per pensare, con la voglia di riavvolgere il nastro e poter osservare come tutto possa già essere accaduto.
Sono tua figlia che cresce bella come solo una figlia tua sa essere e sente di non aver più quel bisogno impellente delle tue attenzioni. Sono il suo sguardo che pian piano, come un giro di vento la sera, si rivolge altrove, ed è giusto così. Ed è amaramente bello così.
Sono i tuoi capelli corti, "finalmente" come mi ha detto più di qualcuno, che ancora adesso porto la mano dietro al collo ed è strano non trovare il conforto in quel gesto che, dopo così tanto tempo era diventata abitudine.
Perché le cose che cambiano ti cambiano di dentro e fanno in fretta, corrono sottopelle, si insinuano e diventano abitudine, come questi posti diversi, con gente diversa ed in città diverse in cui la mia vita lavorativa mi ha portato, come la colazione nel bar di Svetlana, luccicante e pieno di libri  - non è il suo nome vero, ma le è rimasto appiccicato addosso - e il suo "ciao ragazzi", che ci fa sorridere uscendo. 
Le cose che cambiano sono questo ufficio, dalle cui finestre non vedo né rose né la sera venirmi incontro attraversando il giardino del mio studio. Miss Settembre, dalle pagine calendario patinato della Wurth, col suo sguardo felino si propone come valida alternativa, ma non è cosa, non ha il profumo della luna di sera. Vaglielo tu a spiegare.
Le cose che cambiano è il muro a fianco del quale era parcheggiata la mia moto e che mi sembra sempre così inaspettatamente spoglio e scrostato.
Le cose che cambiano sono la paura, molto spesso, di non essere capace. 
Le cose che cambiano sono la scoperta invece di essere ancora in grado di arrampicare quasi decentemente.
Le cose che cambiano hanno dalla loro quel bastardo presuntuoso ed arrogante che è il tempo, che soffia senza sosta appannando le immagini, strappando minuscoli frammenti di quello che sei e che non riuscirai ad essere ancora - felice? - allontanando le foglie e le parole, i profumi ed i sogni, la nebbia di latte del mattino presto ed il rosso del tramonto che incendia le mie montagne, accantonandoli alla rinfusa a formare cumuli di ricordi, ognuno di loro troppo bello per essere coperto dagli altri. E tu che della quiete non sai comunque cosa fartene - troppo stupido forse - ti rendi conto che saperli tuoi di un tempo che non ti appartiene non serve allo scopo, anzi. 
Le cose che cambiano accompagnano i tuoi desideri, tutti senza distinzione, quelli morbidi e tenui e quelli più spinosi e vividi. Li smussano, li levigano pazientemente, senza fretta, così che possano scivolare sott'acqua senza fare neanche più quasi rumore.
Le cose che cambiano fan piacere a volte, altre no. Ma comunque sia non è che tu ci possa fare più di tanto.

martedì 23 luglio 2013

The Royal Baby

"It's a Son". Con queste esatte parole, ma pronunciate nella nostra lingua - Ni 'kiume - hanno annunciato il lieto l'evento al mondo intero.
Un parto complicato ho sentito dire, non ne volevo proprio sapere di abbandonare il mio piccolo mondo, mia mamma Nadira ha dovuto impegnarsi un bel po' mentre fuori, incuranti del sole impietoso e della polvere, un pastore oziava tra le sue capre e quattro ragazzini si affannavano dietro ad un pallone fatto di stracci, che tutto sommato rotola abbastanza bene.
Nella capanna, oltre a lei, c'erano due donne del villaggio, le mkunga, pronte ad aiutarla e sostenerla, ma ha fatto praticamente tutto da sola. E dopo un po' si è alzata per andare al fiume a prendere l'acqua come fa ogni giorno. Io ero già sulle sulle spalle, avvolto bello stretto.

Sono venuto al mondo ieri. Nel mio villaggio che è un puntino sul vostro Google Earth, sperduto tra il deserto e gli oceani, mi aspettavano con ansia, la mia è una famiglia molto importante. Azibo, mio nonno, il capo del villaggio, ha fatto cucinare il gari e plantaine fritte per festeggiare.
Non vi dico l'entusiasmo, la festa, la felicità di tutti quanti, sembravano diventati matti. Pare che la notizia si sia propagata addirittura fino ai villaggi intorno. Per un attimo mi sono sentito il centro dell'universo, un principe nascente, addirittura quasi un futuro re. 
Perché, sapete, quando nasce un piccolo qui è sempre una specie di festa, né più né meno di quanto accade nelle altre parti del mondo. Anche se da noi c'è una piccola complicazione, ma roba di poco conto, nulla per cui valga la pena che vi preoccupiate. Perché da queste parti del mondo, ogni anno, pare che due virgola sei milioni di noi non ce la faccia. E due virgola sei milioni di bambini che muoiono, se ci pensi, è un numero spropositato gigantesco ed incredibile se li metti tutti in fila e cominci a contarli, è come se una città come la vostra Roma la riempissi fitta fitta solo di bambini con i loro vagiti e gli urletti ed i sonagli d'osso agitati piano e poi "puff!!"li facessi scomparire tutti, in un gigantesco gioco di prestigio un po' macabro. 

Ma oggi è un giorno che non ci devi pensare a queste cose, che devi festeggiare e stare felice, e poi hanno detto alla radio del nonno che anche a tanti chilometri di distanza da qui festeggiano che sembrano matti un altro bambino uguale a me, nato proprio nel minuto preciso spaccato in cui sono nato io. Ma che lui a differenza di me, vivrà sì in una capanna un poco più grande della mia, ma in un villaggio umido, freddo e triste poverino, dove la nebbia è padrona ed impedisce agli occhi dei bambini di godere del sole caldo e grande come quello che abbiamo noi qui.

E allora già mi sento un po' più fortunato.

Ah, forse non lo sapete, ma il latte è proprio la cosa più buona del mondo. 

Fonte: QUI
e QUI

giovedì 18 luglio 2013

Altrove



Arturo ha la faccia da bravo ragazzo, alto, lungo ed un piede rotto. Anche per lui è la sua prima moto. Mi ricorda un pò me alla sua età. Non appena sollevo il telone mormora piano "è bellissima", nonostante sia coperta da due dita di polvere e poi non riesce a levarle più gli occhi di dosso. Anche il suo amico, quello più esperto, la prova, la studia, la esamina attentamente, e poi dà il suo assenso. "La moto è a posto" gli dice, e Arturo sorride - E' quello che cercavo - mi fa.
Lo so - rispondo io, guardandolo fisso negli occhi.

Altrove, una vita di anni fa, quando il mio mondo aveva orizzonti diversi e meno domande a cui non so più dare risposte, eravamo di ritorno dall'ultima ecografia. La venuta al mondo di quella che sarebbe diventata la mia Ciccia bellissima era ormai prossima. Con la consorte si parlava distrattamente di un conoscente che aveva appena cambiato la moto. Lei ad un certo punto mi guarda e sorridendo mi dice: "Stai per diventare un padre di famiglia. Ti rendi conto che se non l'hai comperata fino ad ora, non la prenderai più".
Mi ricordo benissimo il semaforo diventare rosso ed a destra le due vetrine del negozio.
Lei era lì, esattamente dove doveva essere, luccicante e splendida. Mi aspettava, sembrava che avesse scritto su "la tua ultima occasione" a caratteri lampeggianti.
Parcheggio, lascio la consorte perplessa in auto ed entro. Ne esco dopo nemmeno cinque minuti e le chiedo di venirla a vedere dicendole: "Avevi ragione. Se non la compravo adesso non la compravo più".

Capita, nella logica delle cose che di logico non hanno mai niente che tu ti debba adattare. Che, per sopravvivenza o necessità od ambedue le cose, debba farti giunco e lasciarti scivolare addosso impassibile le folate del vento di tempesta, senza domandarti il come ed il perché, senza nemmeno aspettare che tutto finisca, perché sai che, prima o poi, anche l'ultimo scroscio rumoroso si allontanerà, lasciando dietro di sé un'aria che sa di pulito ed un cielo azzurro chiaro che ti permetta di guardare lontano ancora una volta.

E' stata il mio regalo per me per aver fatto la mia Ciccia così bella. E' stata la mia prima ed unica moto. Sono state le mie strade senza domande, quelle che arrivi in studio ed il sorriso non te lo spengono nemmeno le litigate coi soci, le mie curve piegate fino ad accarezzare la strada, gli incontri con le persone più speciali, il sole che tramonta al di là della visiera, e gioca riflettendosi sui mille giri dorati dei raggi in ottone. E' la pressione sulla schiena della mia Ciccia attaccata stretta che irradia il suo volermi bene così vasto, che quando accelero piano la sento felice ed impaurita, cuore di passerotto, lei ed il suo casco del sole e della luna di Valentino Rossi che non riesce a contenere tutto il suo sorriso.
Sono state anche un paio di cadute, ma non c'è motociclista che non si possa definir tale senza aver assaggiato almeno una volta l'asfalto.

"Se potessi ​parlare chiederei ancora una volta il permesso di lasciarmi libere le parole e le mani e con quelle spiegherei le vele del tempo che altrove ha avuto il suo senso di essere, intessuto del trascorrere dei secondi e delle nuvole che sfumano, del tempo che mi manca quando quell'inflessione conosciuta mi fa immaginare con chirurgica precisione la piega esatta del tuo sorriso".​

Hai ragione come sempre, sono solo cose. E per un verso è così. Per il verso razionale e freddo che so di poter dominare è così, godo di quello che ho avuto. Ma è una faccia sola della medaglia. L'altra reclama urla e strepiti ed incazzature e lacrime, come sempre accade con le cose più grandi di me, con le decisioni improrogabili, con questo cazzo di mondo che va da schifo e che mi strappa le quattro cose che mi sono conquistato per amore per forza o molto più semplicemente per una fottuta fortuna e che sono diventate parte di me, la pelle delle mie dita, gli occhi, il respiro freddo di una corsa all'alba.
Ma lei è la mia moto con tutta se stessa, con i suoi colori che non ho mai capito quali fossero ma che a me piaceva esattamente così, è il borbottio che conosco, i due scarichi cromati, è la freccia che ogni tanto dimentico, è l'adesivo che mia figlia ha messo sul tappo del serbatoio, è quella sensazione che hai non appena sali e che sembra ti trasformi. Sono i gesti che diventano abitudine, i guanti buttati nel parabrezza, lo starter e poi via.

"Se potessi dare spazio alla pelle del dorso della mano questa mi porterebbe altrove, ad attendere di poter sfiorare un dorso di un'altra mano una volta almeno, così quasi per caso, un pendolo distratto del braccio mentre osservi i nostri riflessi percorrere con passi veloci le vetrine dei negozi."

Perché sai, a volte basta quel minimo di alcool che si muove sinuoso nelle vene, mischia i pensieri che pensavi volessero uscire e te li mette in disparte proponendone altri, confonde le frasi e i ragionamenti, solleva silenziosamente il coperchio del serbatoio dei ricordi e le esigenze e tutto ciò che hai cercato di affondare con il tacco a schiacciare sottoterra affiora e velocemente si sposta dal torbido verso l'acqua limpida, uscendo dai gorghi della normalità che ricopre i ricordi ed il tempo. E torna alla bocca dello stomaco la fame di quello che ho così inaspettatamente avuto, di quello che non c'erano parole adatte per comprenderlo, di quello che stupidamente, ogni tanto manca così forte da lasciarti consumato all'angolo.

Se invece potessi dare ascolto alla memoria degli occhi ritornerei altrove, solo a percepire il profumo del sole che filtrava attraverso quella persiana abbassata ed a indovinare lacrime che mi appartenevano e una felicità così spaventosa da non avere parole. 

E' solo una stupida moto. Vecchia per giunta, un ammasso di molle, pistoni, qualche pezzo di plastica e un po' di ingranaggi unti. Ma sono quei momenti, quella parte del mio tempo in cui ho la certezza di aver vissuto che si stacca come la pelle di un serpente e se ne va, è un'altra maledetta parte di me che si allontana per percorrere strade che non mi apparterranno.  
Oggi ho poche parole per parlare, ma nuove pareti di amianto che mi circondano, che mi proteggono dal fuoco, mi rendono insensibile al calore e che mi lasciano un sorriso lento in fondo agli occhi, che non vuol significare proprio niente.

Sì. Sono proprio queste pareti nuove che mi fanno sorridere ad Arturo mentre gli stringo la mano e lo accompagno fuori, lui e la sua nuova moto.

Ma vorrei, Dio lo sa se lo vorrei, essere semplicemente altrove.