lunedì 5 settembre 2011

Quando capita

Lo sai com'è, come succede, come va. Lo vedi e ne riconosci i segni nel leggero smarrimento degli occhi che vagano a lungo abbracciando lo studio, nei passaggi dei polpastrelli sui tavoli, leggere carezze  di chi ad un certo punto decide che è ora di provare a percorrere nuovi sentieri.
Ormai lo sai, l'hai passato altre volte. Tante, in effetti. Questo qui è un porto di mare, la gente passa, pochi si fermano veramente a lungo. Alcuni, ritornano. In quasi vent'anni (....!), dal giorno in cui abbiamo messo su due cavalletti ed un piano traballante di legno il primo pc, ad arrivare ad oggi, le persone che hanno incrociato questa strada che sa di noi e di loro sono state veramente tante. Ma non è difficile ricordarli tutti, andando indietro a percorrere i ricordi che il tempo che ci ha visti insieme ha lasciato. Ognuno, oltre alle proprie impronte su quel tavolo, ha depositato ben altro. Ha posato un velo di risate, costruzioni di parole, idee, emozioni. Qualche urlo a volte, ci sta. Ha lasciato un pezzetino della propria vita intrufolato chiuso nei faldoni dei progetti consegnati, un angolino di sè che ogni tanto, lieve, riemerge, in una directory o in una immagine scattata a caso, nelle cose che qui abbiamo sempre fatto insieme. 
Lo sai come va. Non ti emoziona più. Ed è strano, perchè tu sai come sei, e non è sempre come gli altri credono. Lo sai e sai anche che al momento del brindisi di commiato, le parole giuste, eccessivamente malinconiche da un pò di tempo in qua, le tirerà fuori il tuo socio anziano, quello con gli occhi da bracco che ultimamente tiene un pò troppe lacrime in saccoccia. Mentre l'altro probabilmente non avrà occhi che per lo spumante rimasto in fondo alla bottiglia. Ed allora tu, noncurante, ti alzerai e la vuoterai, offrendo gli ultimi due bicchieri a chi sta per andar via ed al socio che ha ancora gli occhi umidi.
Porti lo stesso nome della mia Ciccia. E non sai ancora, tu. Tu che stai per incominciare una nuova avventura ma che senti che qualcosa di questo noi ti rimarrà attaccato dentro ancora per un pò, come il sale sulla pelle nell'abbronzatura dell'estate. Perso, un poco, non sai come andrà, cosa sarà al di là di questo portone, come ti troverai in un altro traffico di un'altra mattina, cosa ti diranno e come saranno i tuoi colleghi là, tra frastuoni di aerei  e berretti verdi in fila.
Ma io però so quello che serve. So già come ti andrà e posso dirtelo. Lo so perché ti ho visto, ti ho parlato, ed un poco, quello che conta, l'ho capito di te. Lo so perché ti ho ascoltato, nelle parole, nei gesti e nel profondo di quegli occhi chiari, che han guardato comunque lontano già da subito. Ti ho ascoltato, nelle sere di quel lavoro che non voleva saperne di finire, nella tua tranquillità nello spiegare le cose che sai, nei ragionamenti insieme, anche nelle risate spensierate alla macchinetta del caffè. Hai attenzione, carattere, costanza ed orgoglio a sufficienza per non doverti preoccupare di niente. Lo so. 
E sinceramente tocca a me dirti grazie. Per quest'anno, che, come tutte le cose belle, è passato in un attimo. Per la tua voglia contagiosa e per il tuo interesse per le poche cose che avevo da insegnarti. Per l'attenzione costante, per la curiosità e per il rispetto, sempre. Perchè non ci crederai, ma ho imparato ancora una volta parecchio anch'io.
E so anche che tornerai, prima o poi. Ripasserai e vedrai le facce che conosci e volti nuovi, un pò ritrovandoti un pò non più, noi e la nostra voglia di diventar grandi, e penserai che, forse, se non lo siamo diventati fino ad ora non lo diventeremo mai. Capita sempre così. Ma ti mancheremo comunque, almeno ancora per un pò.
E di te, qui, rimarrà molto di più del nickname da digitare ogni volta sul tuo pc e che non si cambierà certo con l'arrivo di uno nuovo.

Grazie Capo, mi hai detto, stringendomi forte la mano.
E poi, sorridendo, con il tuo zaino sulla spalla ed un passo leggero, sei uscito.

venerdì 8 luglio 2011

Rivolto al sole

La luce rada e gialla che entra di taglio, accompagnata dallo sferragliare dell'apertura del basculante del garage: ogni mia giornata incomincia normalmente con un viaggio e uno sguardo rivolto all'orizzonte in una determinata direzione. Il più delle volte questa è verso il nord e ciò sta a significar lo studio come meta del giorno, il passaggio veloce sulla tangenziale e la colazione al mio bar con il cappuccino e la sfoglia deliziosa e croccante alla crema di mela, quando c'è ancora, quando non hai fatto troppo tardi tra le lenzuola. Qualche volta il muso della mia auto super rodata lo punto risolutamente verso sud, già pregustando quel mare, pronto ad annusarne appena possibile l'odore di reti e di onde e salmastro e di strida di gabbiani che affidano le ali a quel vento che sa sostenerle. Ed in quei giorni, per incasinato che sia ciò che andrò a fare sarà comunque sempre quasi vacanza e mi porterò indietro rumori dell'infrangersi di onde e sorrisi che sarà difficile poi, spegnere. Raramente mi dirigo ad ovest, che di solito vuol vuol dir montagne e odor di resina di pino ed aria fredda che rinfresca la pelle e scompiglia i capelli, qualche arrampicata di nascosto a recuperare serenità tra le pieghe della roccia che l'ingegnere oggi guardi mi dispiace ma non è proprio raggiungibile o diretto alla mia casa di lassù, al fondo della valle, quella casa  che ha visto così tanta della mia vita e di quelli che amo e che sta diventando malinconicamente e lentamente un pò meno mia.
Quelli verso Est però, la mattina prestissimo, son di sicuro i più belli.
Portano con sè il ricordo flebile dell'ultimo buio che scolorisce sottile sottile, impercettibile, delle sagome scure degli alberi delineate su sfondi di brume grigie, che diventano sempre meno indistinte.
Profumano di cornetti caldi, della focaccia con lo zucchero e risuonano del tintinnare dei cucchiaini nelle tazze dei primi caffè.

Ti sorprendi, osservando un gregge di pecore che riposano ammonticchiate placidamente su un prato ancora in ombra a due passi da quell'asfalto su cui passi veloce, sempre troppo, ma nel silenzio della notte che ormai sta diventando quasi mattino in cui molti dormono si può ancora ed allora tu schiacci il piede e corri. Corri perchè correre fa parte di te, e ti piace e respiri e se non corri soffri e patisci, come ogni tanto ti capita e diventi ombroso e allora piuttosto corri forte, più forte ancora, incontro al sole ed a ciò che vuoi, che siano anche solo i tuoi sogni che non vengono spenti, che tutto sommato, a sognare hai scoperto che ancora puoi, che devi, che sei capace.

Sanno dei fari e del suono ritmico delle tue ruote sui giunti dei viadotti, di sole nascente che rimbalza su mandrie di Tir placidi ed incolonnati che tu sfili veloce, di quel lontano baluginio lucente, tremolante e così caldo che a fissarlo ti abbaglia, e non riesci mai ad evitare di farlo, con le dita leggere a tenere il volante.
Ti sorprendi, osservandoli quasi in controluce sul parabrezza, i tuoi pensieri, che la mattina presto son così, più leggeri e limpidi, e profumano e sanno di buono come lenzuola stese al sole e che raramente spaventano, o preoccupano.
Ti sorprendi, pensando ai sorrisi ed ai volti ed alle camicie ed alle parole che scambierai, alle mani ai muri ed alle cose che toccherai ed agli occhi in cui ti riconoscerai. Ti sorprendi viaggiando, guardando colline che nascondono altre colline e poi ancora altre, pensando a chi ti aspetta e magari ancora riposa, e nel frattempo  nel sonno che lieve va a spegnersi, chissà perchè sorride.
Ed in quel momento hai la percezione che ne vale assolutamente la pena.

Ed allora vai ancora più forte, un poco più forte, per far prima.

martedì 5 aprile 2011

L'esame di coscienza

Te lo fai, bello mio, volente o nolente, quando guardi tua figlia a lungo negli occhi che sono scuri come i tuoi e, per la prima volta nella tua vita, quegli occhi li trovi distanti.
Questo accade subito dopo che ti si è raggomitolata vicino, come a suo solito, e mentre ti accarezza distrattamente la barba lunga di giorni di lavoro fino a più tardi ancora del solito (che è già tardi di suo) ti chiede se, al posto delle musiche che le hai registrato sull'Ipod (regalo dello scorso compleanno e superpersonalizzatissimo con la scritta serigrafata "Ciccia's Ipod by Totson") - belle papone mio, ma sono tutte un pò una lagna - posso anche scaricarle "Bastardo" della Tatangelo e "Rap Futuristico" di Fabrifibra.

Ho subito pensato di informarmi se esistano centri di recupero.
Mi viene da chiedermi dove ho sbagliato. 
Forse non sono stato un padre abbastanza severo.
Ma mi han anche detto che queste cose, se prese in tempo, ci sono buone probabilità di raddrizzarle.
Però gliele ho scaricate lo stesso. Masochista, oltretutto.

mercoledì 23 marzo 2011

La mano dell'angelo.

Ne ho parlato qualche giorno fa e la commozione è salita ed è rotolata involontariamente fuori insieme alle parole. Proprio come allora, esattamente come ogni volta che rivivo quegli istanti e come anche in questo momento, che ne scrivo.
E' stata una parentesi aspra nella vita splendida che vivo insieme a mia figlia, come se ti lacerassero la pelle aprendoti uno strappo con le mani. E come tutte le ferite profonde, non smetterà mai di farsi sentire sotto la cicatrice.
Ricordo tutto di quei giorni, ricordo tanti volti, tanti gesti e posti ma non ricordo il volto di una persona. Idealmente l'ho inserito qui. E' lui il protagonista di quella e di questa storia.

I fotogrammi importanti ce li ho tatuati dentro. Lo spavento iniziale, quando di mia figlia, incomprensibilmente, in un attimo era rimasto solo il corpicino febbricitante ma lei non era più lì. Poi le ambulanze, le urla, la disperazione, la corsa frenetica all'ospedale più vicino. Lo smarrimento e l'incapacità di comprendere quello che stava accadendo. E lo spavento inaccettabile ed inconcepibile della prima diagnosi - non escludiamo che possa essre in pericolo di vita -  fortunatamente enormemente sbagliata.
E nello stesso momento, lentissimo, è iniziato il risveglio.
Le sue prime parole, mormorate lontane in una specie di dormiveglia sono state "voglio un bacino". Erano la cosa più incredibile e meravigliosa che fosse mai uscita dalle sue labbra, perché in quell'istante l'avevo ritrovata. Eravamo ancora insieme.
Era l'ultimo dell'anno. Siamo partiti dal primo ospedale e arrivati a quello dei bambini di Torino che erano le undici di sera. Abbiamo sentito le campane ed i botti mentre la mia piccola, esaminata scrupolosamente da uno staff di un'umanità confortante, ritornava pian piano insieme a noi. Riaprendoli quegli occhi smarriti, uno era storto.
La mattina dopo era rimasta solo la febbre alta, a tormentarla. E gli occhi erano tornati normali, e splendidi come sempre.
Da lì dieci giorni di esami ed isolamento, con quella febbre che non voleva saperne di perdere la sua forza. Di flebo cambiate, di giorni a fare esami e di notti a guardarla ed a proteggerla solo i miei occhi ed il mio cuore e le mie mani sempre nelle sue.   
E fuori e dentro dai laboratori, tra prelievi ed i mille esami fatti per capire cosa era successo, perché quel piccolo cervellino era andato per un attimo in corto circuito, c'era anche una TAC, per scongiurare possibili subdoli mali in agguato proprio lì.
E con tutto il tatto possibile, con tutti i vedrete che tanto non si troverà nulla, la data fissata per l'esame era come un macigno che aumentava di peso ogni giorno.
Il laboratorio dove veniva fatto l'esame era dall'altro capo della città e così, quella mattina presto caricarono la mia Ciccia sulla barella di un'ambulanza e partimmo.
Lui guidava l'ambulanza, in quella mattinata grigia di Torino all'alba. Un uomo robusto dagli occhi chiari e la divisa arancione, di lui ricordo solo questo. Io e la mia piccola eravamo stati rinchiusi in una stanza per tutto quel tempo e quell'uscita ci intimoriva. L'essere oggetto degli sguardi di apprensione nei corridoi, quando avrei voluto gridare a tutti cosa avete da guardare che mia figlia sta bene. Eravamo insieme, deboli e spaventati. Lui se n'è accorto, forse anche un cieco sordomuto l'avrebbe avvertito, ma il viaggio di andata è stato tutto un susseguirsi di battute per far ridere più me che lei. Sentivo il suo sguardo che mi osservava ogni volta che mi perdevo nelle mie angosce.  
L'esame fu fatto in fretta, mi levarono orologi e catenine e rimasi a tenerle la mano ed a rassicurarla mentre il cilindro ronzava intorno alla sua testa.
Poi, fuori, l'attesa. Mezz'ora, quaranta minuti, non di più, probabilmente. Ma interminabili, di un'angoscia che montava e non mi dava tregua, di pensieri e pensieri e pensieri, di mille se e mille ma. Lui, intanto aspettava, incurante e tranquillo, il momento per portarci indietro.
Ad un certo punto esce dalla porta dei referti un medico frettoloso, che non mi considera e parla direttamente con lui, gli consegna una busta verde e gli dice di riportarci indietro che lui non ha l'autorizzazione per dire niente ed in ospedale ci spiegheranno. Si volta e fa per tornare dentro, lasciandomi incredulo, svuotato e perduto.
Ma una mano sulla spalla ferma il suo passo veloce. E la voce dell'autista, pacata gli dice semplicemente "No".
Il medico si volta, sorpreso. E l'altro, con calma, fissandolo tranquillo negli occhi e con la mano sempre paternamente appoggiata gli ripete: "No. Noi di qui non ce ne andiamo. Lo guardi, è il padre - indicandomi con un cenno del volto - ed adesso lei ci dice solamente che possiamo andare via tranquilli. Il resto poi ce lo diranno anche in Ospedale".
L'altro si trincera subito dietro ad un "non posso" poi guarda me ed i miei occhi disperati, guarda lui e la sua mano che non l'avrebbe mai lasciato andare, i suoi occhi chiari ed il sorriso di uno che non sarà un medico ma sa cosa c'è nel cuore della gente. Forse anche lui, come me, vede le sue ali, sbattere pigramente.
Lentamente si toglie gli occhiali e pulendoseli con un lembo del camice il suo volto si rischiara di un sorriso quasi vergognoso e guardando le lenti dice solamente "Come ho detto prima ritornate indietro. Ma tornate pure indietro tranquilli, è tutto a posto". Si volta e sparisce.
Il mio volto è rigato di lacrime e non ci posso far niente.
L'autista mi guarda con uno sguardo da prendermi in giro, poi mi dà un finto cazzotto sulla spalla, e spingendo la barella con su mia figlia mi sussurra quasi ridendo: "Te lo dicevo io. Sai, l'aveva capito quello che se non ci avesse detto niente l'avrei anche preso a sberle. Sù asciugati, che tua figlia ha solo bisogno che tu rida" e come niente fosse ci carica e ci riporta indietro. Dopodichè sparisce, a dispiegare le ali da un'altra parte.
Sapete. E' bello sentire gli occhi umidi, pensando che questa sera ed ogni altra a venire potrò asciugarmeli tra i suoi capelli, leggendole la favola della buonanotte.

martedì 15 marzo 2011

Riempi il mare

Me le immagino in fila, disposte ordinate, con un impalpabile velo di polvere. Ognuna con la sua linea, la sua forma, il colore ambrato del vetro, che racchiude la sua inspiegabile storia.
Le ho riempite con cura, una per una.  
Ce ne sono di ancora così limpide e trasparenti, con la sabbia finissima leggermente inclinata sul fondo ed odorose d'estate e di sorrisi, ed altre invece contenenti le spume di tempeste violente, graffi rabbiosi  che ancora le agitano invano. Non sempre è stato facile accettare, sigillarle e metterle via là, sul ripiano alto. Forse più per alcune che per altre: una prima, e poi un'altra ed un'altra ancora. Tante? Non si contano, le onde. Ognuna ha una storia unica, un profumo, una corrente lontana che l'ha portata alla spiaggia dove l'attendevi.
Ognuna l'hai osservata a lungo e ne hai indovinato, ancor prima che questo accadesse, il rumore che avrebbe fatto infrangendosi. Se qualcuna l'hai scelta o se invece, nello stesso istante è stata lei ad aver scelto te, alla fine importa poco.
L'abbraccio del mare è totale ed inebriante, quando abbandoni le tue certezze e ti lanci nel tuffo, sentendo pulsare la vita stessa nello slancio e nel brevissimo istante del volo, dal cielo verso quell'onda che è lei e nessun'altra sarà mai uguale; rivivi, toccando ogni bottiglia chiusa, il momento unico ed indescrivibile in cui ti ha accolto e tu stesso sei stato mare e poi in fondo, giù, verso quell'abbraccio liquido e bellissimo, dallo scintillìo della superficie alla profondità più oscura, verso le correnti che ti han preso e trascinato e tenuto, a volte a lungo. Hai imparato a nuotare ed farti forti le braccia, ed a sperare di poterlo fare per sempre. A tue spese hai scoperto che non puoi, restando rigido affrontare le onde delle mareggiate più forti. Devi darti senza nasconderti, devi farti catena, per non farti strappar via da quella forza e perderti.
Sì, sei rimasto a galla fino a sentire le braccia dolenti, hai nuotato a lungo, a volte hai fatto il morto guardando il cielo osservando i gabbiani inseguire traiettorie incognite, tentando di rimanere immobile il più a lungo possibile. Poi, alla fine sei sempre riemerso, per non affogare. Ed è solo ritornando a riva alla ricerca dell'onda successiva che hai scoperto tagli nuovi, che sùbito non avevi sentito, che non avevi avuto voglia di ascoltare.

E un'altra bottiglia, a raccogliere il mare.

Ed adesso immagina, per un momento solo, se fosse possibile, ancora una volta, riaprirle. Se potessi scaraventarle contro un muro per vederle infrangersi, esplodere nell'impatto e recuperarne immutata l'energia viva e dirompente. Sarebbe da pazzi, ritrovare addosso la forza e la freschezza di quelle onde, riscoprire intatta ogni emozione di allora, i battiti del cuore impazzito e mille parole disperse. Ed il salato che sa di lacrime del mare, qualche volta. Poter reinventare il tempo ed immergersi ancora giocando coi ricordi, mischiare e riprovare le paure e le gioie, se fosse possibile spiegare, ragionare e comprendere il perché di un'unica splendida pazzia, di quel mare e della sua energia furiosa, nascosta, in attesa, anche nelle sue onde più placide.
Perchè siamo solo il nostro stesso mare.  E dal mare l'amore, in fondo, dista una lettera sola.

Se potessimo allora lo sai che riempiresti il mare.

E no che non si può spiegare, il mare.

Nè l'amore.

[Questo post partecipa al contest di "Io & Nina", L'Amore non deve essere un segreto]

mercoledì 2 marzo 2011

La ciccia

Eccola qui, la mia ciccia. Undici anni fa, nel più bel due marzo di tutta la mia vita. Eccoti qui, cicciosa, appena arrivata a casa, in una delle prime volte della tua vita in braccio al tuo papà ed in sella alla Poderosa. Me lo ricordo bene, quel primo momento in cui hanno aperto la porta e ti hanno donato nelle mie braccia, e quello stupore di averti, di conoscerti finamente, di toccarti e di respirarti. Quella vita che era la mia vita stessa, il naturale proseguimento di me racchiuso in un esserino frignante e leggermente disarmante, perlomeno all'inizio. Mia figlia.
Sapete, sono fortunato, ad averla, una figlia così. Abbiamo un rapporto speciale tutto nostro, di noi che ci cerchiamo e ci assorbiamo a vicenda, fatto gioia pura, di quel tenersi sempre strettissimi e cercarsi. Lei mi chiama Totson praticamente da sempre, non so da dove l'abbia tirato fuori, ma ci piace.
Quante volte ti ho portato in braccio, bimba mia, e chissà quante  volte ci riuscirò ancora, visto che stai diventando lunga quanto me, che oramai dalla parte di tua madre li hai raggiunti e per fortuna superati tutti, 'sta banda di puffi.
In quanti boschi abbiamo camminato insieme, sempre mano nella mano, a cominciare da quando ti caricavo nello zaino e ti portavo sù, io e te da soli, a raccontarti le storie degli alberi fino ad arrivare ad osservare di nascosto i camosci, salvo sentire che ad un certo punto la tua testa ciondolava e che ti eri bellamente addormentata. E quante volte mi sono saziato del tuo repirare lento, nella penombra della tua camera, mentre dormi serena di quel sonno così rassicurante che solo i bambini hanno. Cresci piano, ti surrurravo.
E guardati adesso, che è bastato un attimo di distrazione ed eccoti lì, cresciuta e bellissima, con tutti quei capelli lunghi, l'aria a volte da grande e quegli occhi che un pò, mi dicono, ricordano i miei.
Ma io  so. So che ho ancora la chiave per leggerci dentro, so qual'è il punto esatto nell'incavo del tuo collo dove mi basta appoggiarci le labbra per farti morire dal ridere, so come stai anche solo da come mi dici papà al telefono e so com'è il tuo sguardo la mattina appena sveglia. So come ridi per la felicità quando ci mettiamo seduti per strada come due clochard, indifferenti al mondo, a recuperare col chewingum ed il fil di ferro piegato le monete che qualcuno ha perso sotto una grata.
"Tua figlia per te sarà sempre una bambina e probabimente le comprerai un peluche anche quando avrà trentacinque anni", mi hanno detto oggi. E forse chi me l'ha detto ha ragione. Ma mia figlia è ancora una bimba per davvero, sembra solo grande, vi assicuro, ma vive di sogni, di abbracci e di baci, tanti e si addormenta ogni sera con le mie favole inventate nelle orecchie. Fate in modo che resti così, che resti bimba ancora per un pò, lasciate che non veda l'ora di sedermisi in braccio come fa ogni sera quando arrivo, ve ne prego, ancora per un poco, che il tempo con lei è passato veramente troppo in fretta.
Tua figlia la vizi troppo e vedrai, domani, quando crescerà, non manca di minacciare irosa ad ogni piè sospinto la consorte. Cambierà? Può darsi, ma per il momento lei è quella luce che rischiara ogni angolo di me, anche quello più scuro. Mia figlia non mi fa desiderare una vita migliore perché in questa c'è lei e vale tutto. 
L'avrò viziata troppo?  Sapete, ci pensavo l'altro ieri, quando al telegiornale han parlato di lei, anche lei figlia adorata di un padre come me che l'ha vista crescere giorno per giorno, al quale dopo tre mesi hanno strappato due vite e restituito un povero corpo rinvenuto in un campo. Una di quelle notizie che non vorresti sentire mai, a cui non vorresti pensare, con la quale non vorresti confrontarti ma sei obbligato a farlo. Ed allora mi chiedo dov'è il troppo? Perché se l'ho fatto, se l'ho viziata un poco di più del dovuto, beh, allora pazienza.

Ed adesso scusate e 'fanculo a tutto il lavoro che quest'oggi devo ancora fare, ma adesso spengo il cellulare, esco di qui e vado a comprarle il duecentotrentaseiesimo peluche.
Auguri, Ciccia.
Tuo Totson.

venerdì 18 febbraio 2011

Il mare che mi porto dentro


Ci sono al massimo tre posti dove mi sento in maniera assoluta e confortante a casa. Nessuno di questi è dove vivo attualmente.
L'ultimo in ordine di apparizione è il mio studio, con grande disappunto della consorte, ma che volete farci, è mio, l'ho realizzato praticamente con le mie mani e ne conosco ogni goccia di colla a caldo che lo tiene insieme, è comprensibile.
L'altro è la casa in montagna, che sono quelle cime aguzze così vicine, dai vetri della finestra,  il giardino con gli abeti maestosi che sono cresciuti insieme a noi e la stanza dove è nata mia madre che adesso è diventata la sala. E' anche lo spazio che custodisce il mio più lontano ricordo di bambino: avevo tre, forse quattro anni ed il veterinario era venuto a porre fine alle sofferenze del vecchio pastore tedesco di mia nonna.
L'altra è qui. Non so se sapete dov'è, ma è, a detta di tanti, uno tra i luoghi più belli d'Italia. Per me è unico, ma per motivi esclusivamente miei. Qui hanno trascorso la loro vita insieme i miei nonni paterni, qui è nato mio padre e qui ho passato tutte le mie vacanze estive per quasi trent'anni. L'aria che ho respirato, che odora di mare e frittura, di grida del mercato del sabato e della risacca nella notte quando il mare sembra placido e sonnolento, quell'aria mi è entrata dentro ed ha lasciato tracce indelebili prima di uscire. Questo posto mi appartiene. O io a lui, è uguale.
E se chiudo gli occhi un istante mi sembra subito di sentire il tacchettare degli zoccoli che, scendendo rapide scale dai gradini diseguali, rimbalzano sui muri di carugi stretti e scrostati. Ed ecco subito dopo l'arco la fontana della Compagnia, dove andavamo a dissetarci da bambini dopo le estenuanti partite a calcetto sul piazzale assolato della chiesa, con il muretto, le panchine e gli oleandri profumati. Ritrovo nei miei pensieri mai dimenticati Tony e Fabrizio, i miei amici da adolescente, le loro case, le loro famiglie e le nostre risate intatte.
Ecco Musetta, la nostra barchetta, che dondola pigra sull'acqua di quel minuscolo porticciolo. L'avevamo portata giù legata sul tetto della Fulvia, in un viaggio epico. E la prima volta che l'abbiamo messa in acqua ci siamo saliti su in quindici ed è affondata subito, ed abbiamo perso il motore.
Questo posto sono tanti fotogrammi, tenuti legati insieme con l'elastico.
E' il caldo d'estate, torrido, che dopo pranzo ti obbligavano a riposare nell'attesa di poter uscire di nuovo, è la processione di persone in fila per recarsi al mare, ed i trecentoepassa gradini ad andare e quelli molto più lenti e pesanti a tornare indietro. E' la spiaggia della Fossola, di sassi lisci e tondi e di un'acqua così trasparente che nessun mare per me sarà mai così. E' la focaccia profumata, calda e salata che la mattina presto portava su lentamente mio nonno dal forno del paese e che stranamente andava a nozze con il dolce del caffelatte. E' la domenica alla messa e mia nonna che ci andava apposta in ritardo perché "Chi vuol esse ben guardata vada a messa cominciata" e poi le paste, enormi, a pranzo. E' la salita faticosa al Santuario, una volta all'anno, su per sentieri che si perdono tra i terrazzamenti dei vigneti. E' la frescura all'interno della chiesa e tutti gli ex voto dei marinai che mi affascinavano sempre, con quei quadri colorati raffiguranti navi bombardate che affondavano tra le fiamme e persone con le mani alzate e la madonna che sbucava da sopra una nuvola.
E' quella casa, vecchia e brutta e penso di non aver mai abitato in una casa più vecchia e più brutta e bellissima, con le persiane verdi con le bacchette per lasciarle scostate, con l'odore dell'origano che riempiva le stanze e i fili da stendere che cigolavano e mia nonna che prepara i ravioli sul tavolo imbiancato di farina.
Manco da lì da quando è mancato mio padre ed altri ci si sono insediati. Non ci sono più andato per rispetto, ma questa è una storia lunga e forse anche difficile da comprendere. Ma quel posto continua ad appartenermi, è parte di me, come un braccio o una gamba. Non l'ho perso. Semplicemente non posso farlo.
Ma ho l'assoluta convinzione che se, adesso, improvvisamente venissi catapultato in un punto qualsiasi del paese lo riconoscerei all'istante, da un lampione sbilenco o dal soffio del vento, senza dover voltare lo sguardo per orientarmi. Lo capirei probabilmente anche ad occhi chiusi. E mi ritroverei a casa. Rivedrei la cucina con l'acquaio in pietra, il pavimento in linoleum giallo e le vetrine con i bicchierini per i liquori, disposti ordinatamente in fila. Ritroverei un sorriso ripensando alla festa ed alle risate che c'era tra tutti quando si andava a prendere la farinata dalla Pia, così calda e croccante e ricorderei lo spavento di quella volta che mio padre era stato punto con una tracina andando a pesca e ce l'avevano riportato a casa più morto che vivo.

A quest'ora, adesso, dall'unica panchina della passeggiata della lissa, sotto all'albero contorto, il mare scuro che si è fuso nel cielo riempie completamente lo sguardo e c'è sicuramente quel silenzio di pace che è solo il rumore incessante delle onde. Le luci delle lampare all'orizzonte appaiono e scompaiono e quelle degli altri paesi, lontani sulla costa, sembrano cadere nel loro stesso riflesso tremolante. Preceduto dal solito scampanellio ogni tanto sbuca un treno dalla galleria ed il rumore dei vagoni che passano veloci improvvisamente riempie l'aria. Poi rimane indistinto il suono di ferro su ferro che piano si smorza e cade, insieme al turbinio di polvere ed a pezzi di carta che hanno volato impazziti per un minuto.

Ed ecco, sono veramente qui, appoggiato a quella ringhiera verniciata di azzurro di cui saggio la rugosità con la punta delle dita, che guardo il mare e ne respiro ancora una volta, forte, più forte ancora, l'odore.