mercoledì 18 agosto 2010

Presto che è tardi

Dai, dai. In fretta che non posso, che non ho tempo, come al mio solito. E' che ci ho una nave che mi attende, il traghetto per la lontana Trinacria non è lì ai miei servigi e non aspetterà, con la stuoia rossa e la fanfara che le regali ruote del mio veicolo percorrano il pontile e che ci si accomodi al suo interno. E che, volente o nolente, dovò fermarmi. Un matrimonio ci attende, anzi attende la consorte in qualità di ex-isolana nella sua parte più profonda e testimone di nozze alla futura sposa. Lei ha le sue radici ben salde in quell'isola lontana e, periodicamente ha la necessità di tornarci, sopportando stoicamente i periodi trascorsi tra le mie montagne. E, nell'occasione di ogni consueto ritorno, si consumano almeno tre giorni in visita ai parenti lontani, in un'atmosfera che al confronto C'è posta per te di Maria de Filippi è piatta come una tribuna politica. E quante strilla di gioia e quanti miiii come ti sei fatta grande picciridda e quante lacrime e quante parole in una lingua di cui la consorte recupera in un lampo la padronanza e che mi tagliano inesorabilmente fuori dai giochi. Anni fa, al temine del secondo giorno di tortura, dopo che, messo in disparte per delle ore (ogni tanto qualcuno si girava verso di me e con aria di commiserazione esclamava "meschinu! Chistu niente capisce!", salvo poi rivoltarsi e riprendere come se niente fosse la chiacchierata in puro normanno antico), avevo imparato almeno a comprendere il senso dei discorsi, partecipando alle risa se ridevano e facendo l'espressione triste se parlavano di defunti, portandomi però in uno stato simile all'esaurimento nervoso.
Solo in occasione della scorsa transumanza sono riuscito a defilarmi - sai cara, il lavoro, le scadenze, un progetto importantisssssimo proprio giuro non posso - partendo in aereo tre giorni esatti dopo il festeggiamento di uno zio ultracentenario al quale per ogni anno che raggiunge in più l'intero comune, sindaco in testa, organizza una festa che levati. Alla domanda cosa gli regaliamo avevo proposto una notte intera con una escort per farlo, come si può dire, finire in bellezza, con il sorriso sulle labbra, ma sono stato guardato malissimo e non sono stato minimemente preso in considerazione. E sì che io parlavo seriamente, ed oltretutto sono quasi convinto che a lui il regalo sarebbe risultato gradito. Ma ho divagato e mi scuso.
E quindi matrimonio. Ho promesso allo sposo che in chiesa fischietterò sommessamente "La paranza", di Daniele Silvestri e la sposa mi ha guardato malissimo, chissà poi perchè. Ma la mia piccola ha ricevuto il mandato per fare la damigella e so già che sarà vezzosamente bellissima, radiosa ed emozionata come già è adesso. 
Così per una decina di giorni stacco. Completamente, che, forse ne ho davvero bisogno.
Ma devo ancora finire un migliaio di cose, ho tre progetti bell'epronti ancora da stampare e rilegare e timbrare ed imbustare e spedire.
E devo poi ncora tagliare l'erba al prato dello studio, che qui tra poco si riprende, ed è quasi una consuetudine e poi fare quelle cose che solo un professionista titolare di studio può permettersi di fare, cioè potare le rose, scopare per terra, lavare e se la signora Luisa di solito non pulisce il water, beh, l'ingegner D&R invece sì.

Dio com'è tardi! Scappo.....

mercoledì 11 agosto 2010

Finalmente, quel sacchetto

Dico la verità: non mi aspettavo di ritrovarmelo davanti, oggi. Ed è stata proprio una piacevole sorpresa.
Sapete, "corro" alla stessa maniera di sempre, cappellino, occhiali scuri e cuffie nelle orecchie a sollevarmi dal mondo.

tornerà l’indifferenza a farmi compagnia
Fai spazio, fai spazio, fai spazio più che puoi
più che se ne può fare

Mi ci sono ritrovato, nei miei passi, solo alla fine della scorsa settimana, laggiù in quel mare lontanissimo dove sono andato a riprendermi la mia piccola, riempiendomi all'istante l'animo di gaiezza sfrenata, con tutti i suoi baci e gli abbracci ed i suoi occhi che luccicano. Me la sono guardata a lungo prima, seminascosto, prolungando l'attesa, in quegli ultimi attimi ancora senza me. L'ho osservata di nuovo, per la prima volta.
Ed eccola lì, la mia piccola, diventata in questi giorni lontani dai miei occhi, se possibile, ancora più lunga e magra e bellissima, con i capelli sciolti e la pelle abbronzata color del miele evidenziata da un abitino bianco forse troppo corto, ma vabbè, per questa volta sorvoliamo..
Poi il putiferio.
Mi ha visto, il suo sguardo si è aperto e illuminato, uno squarcio di sole, ed in un attimo mi è volata addosso, e mai i suoi quaranta chili mi son sembrati più leggeri. E quanti baci, e quanti sguardi a essere sicuri che fossimo veramente lì, uno di fronte all'altra e quante mani da tenere strette anche la notte tra i due letti della camera d'albergo.
E la mattina dopo ho sentito finalmente e nuovamente il richiamo, dolce e suadente, presto, subito prima che i sogni diventino ricordi sottili e svaniscano lievi. E ho calzato le mie scarpe bellissime e chiudendo piano la porta dietro di me sono uscito.
Quattro chilometri, e non uno di più, Il luminare è stato categorico - va già bene se non ti sei procurato una fascite al tallone - mi ha brontolato contrariato l'ultima volta. Il mio traguardo, per ora, è arrivare a percorrerli in venti minuti, e chissà quando ci arriverò anche solo vicino. Ma vicino  dista solo più trenta secondi al chilometro, nell'allenamento di oggi al Parco, che finalmente son riuscito a non mollare i 5.30 fino alla fine, nonostante l'acuto dolore iniziale. 
No, non è ancora gioia e leggerezza; è fatica e sudore e gambe che pesano come pietre, ma avanti sempre, memento audere semper, mi ripeteva con ostinazione quell'uomo di mare che è stato mio nonno, quando mi osservava al di sopra degli occhiali con i suoi occhi azzurri da autentico normanno siculo.
Non vedo, nè d'altro canto mi curo di osservare ciò che ho intorno; nè mare la scorsa settimana, nè alberi nè gente e nè nuvole oggi, per aiutarmi ad ascoltarmi. E la musica nelle orecchie non solleva, non fa ancora da colonna sonora, come solitamente accade, ad una storia da inventare tutta nuova che si gonfia come un lenzuolo al vento e che sembra sia già scritta da qualche parte dentro di me: si vede che non è ancora il momento, ma aiuta comunque, dà il tempo, il passo giusto ed il ritmo al respiro.
E la sopresa l'ho avuta proprio al termine dei cento metri finali.
Correndo senza guardare, isolato e attento solo a quella riga per terra, da seguire senza distrazione alcuna.

Il sacchetto.
L'ho riconosciuto subito per quella presa adunca che lo stringeva e per le gambe rinsecchite e piegate, ma mosse dall'inesorabile passo del bradipo.
Ho riconosciuto, risalendo con sorpresa con lo sguardo da terra, la canotta slabbrata, la bianca barba ispida e quello sguardo ostinato.
Il mio vecchietto. Quanto tempo passato. Quanta strada. 

che giorno era, quale calendario,
se ci provo non me lo ricordo
e conto i giorni al contrario
e come sempre la stessa innocenza

L'ho osservato sopreso, sorridendo contento. Si è sicuramente sentito osservato perchè mi ha guardato anche lui. Magari avrà pensato "che cacchio c'hà questo pirla qua con tutti 'sti capelli a fissarmi in questo modo, o forse mi ha guardato perchè anche a lui, nella sua vita di tutti i giorni un pezzettino di riferimento quotidiano era venuto a mancare ed ora si è finalmente ricomposto. Sì, ripensando al suo sguardo penso che anche lui mi abbia riconosciuto.

Non gli ho detto niente. Ma avrei voluto avvicinarmi e battergli una mano sulla spalla e dirgli Ciao vecchietto, sono contento di trovarti tu, la tua vecchia canotta che ha tanti anni quanto te ed il tuo sacchetto, che vorrei buttar via e comprarti uno zaino ed una maglia Gore fighissima che ci fai un figurone e ti sembra di andare più forte. Sono contento che tu ci sia e che sia qui, ancora più ostinato di me e che mi abbia aspettato, perchè la tua assenza mi sarebbe pesata. Buone corse, vecchietto, non fermarti ancora, mai, se potrai. Quest'oggi, a te ed al to sacchetto, dedicherò un post, perchè qualcosa, anche grazie a te ed alla tua ostinata determinazione, piano piano, ha ripreso finalmente a girare.

Sono passati dei mesi e l’esperienza non provoca cambi
che ad avvicinarci nel tempo ormai sono i danni,
non sono più gli anni
la vita che passa e va via
vivendola meglio mi vendicherò
scusa se non ti accompagno
ma ognuno prende la strada che può

E, con questa musica nelle orecchie, mi sono allontanato a far stretching nella zona degli attrezzi.

mercoledì 4 agosto 2010

Un sasso

così mi sento. Appoggiato, immobile, incapace di niente. Sterile ed inutile.
Sarà la troppa stanchezza accumulata, vuoi gli affanni veri o anche solo quelli immaginati, ma  mi sento greve, inanimato e fermo.
Non ho voglie, fatico a scrivere e si vede, a fare qualsivoglia cosa ed anche a pensare, che quello già mi veniva difficile di mio. Ed ultimamente anche a correre, che mi invento scuse e salto i giorni, e la mattina è troppo presto e la sera è troppo tardi e all'ora di pranzo fa troppo caldo.
Ho un libro sul comodino a cui non sto rendendo giustizia, sorry all'autrice, ma non è colpa sua. Dormirei mille anni. Gli occhi si chiudono così facilmente, a sperare di trovar ristoro e conforto nei sogni, dove posso invece anche piegare le nuvole ed i venti al mio volere e cambiare il colore dei giorni con un battito di ciglia, ritrovando energie e momenti che non mi pesano.
E dormireidormireidormirei, e alzarmi la mattina è aspro ed orribile. E' un'altra maledetta giornata da portare alla fine.
Un sasso. Perso, affondato nel un mare di sassi che lo circondano. Non vive, un sasso, non gioisce e non puoi ferirlo capisci, semplicemente sta lì. Non prova nè emozioni nè può muoversi, un sasso.
Tu lo prendi, lo fai rotolare, lo lanci e lo ripigli. Può capitare che si scheggi, raramente si spacca in due con un colpo secco. Non lo sai, ma per lui alla fine è meglio così.
Infine lo riposi da dove l'hai preso, dove è stato e dove rimarrà immobile per altri mille anni, forse un poco più in là, ma per un sasso il concetto di spazio è molto relativo.
Non lo sai, ma se mai lo riprenderai in mano lui è quello che aspettava, ed è per quello che è valsa la pena rimanere immobile quei mille anni, a subire albe e tramonti, sole e gelo, piogge e venti autunnali. Ad aspettare finalmente quella mano che ti solleva da terra e che ti libera dall'immobilità. E badi che non ho copiato, signora maestra. Perchè sa, rileggendomi, cosa che normalmente non faccio mai, quello che avevo appena pensato e scritto ho scoperto, con sorpresa di averlo già letto. Il piccolo principe, signora maestra, con la volpe al posto del sasso. Ma l'ho pensato, giuro, senza che Antoine de Saint-Exupéry mi influenzasse, o forse lo ha fatto non me ne sono accorto.
No. Non si muove. Ma assorbe, spugna durissima e tenace.
Assorbe ogni cosa, il tempo che passa e le nuvole che solcano il cielo nascondendo a tratti il sole. Assorbe umori e sguardi, il fruscio delizioso delle foglie trascinate dal vento, le notti invernali di gelo e di stelle. Ascolta.
Ascolta ed assorbe i profumi lontani portati dal mare e le note di una musica lontana. E si riempie, si impregna, ingloba tutto sotto una scorza dura. 
Ti sorprenderà poi, con quel calore che non è solo il sole immagazzinato, ma è anche tutto quello che ha assorbito nell'attesa che tornassi a raccoglierlo.
Ti sorprenderà nella sua tiepida immobilità quasi viva, mentre ne accarezzi la superficie ruvida. Perchè è solo un sasso alla fine e non sai.
Non sai che vorrebbe alzarsi, muoversi e rotolare e liberare l'energia di mille albe e tramonti e parole accumulate e farsi sabbia disintegrandosi, trasformando quanto ricevuto, assorbito ed accumulato e brillare di una luce di mille soli, come un diamante purissimo, che in fin dei conti poi non è nient'altro che un sasso anche lui, un pezzo di carbone riuscito maledettamente bene.
 
Ma no, tranquilli che non ho niente,in fondo, niente che un litro e mezzo di Roipnol bevuto a canna o un paio di pieghe in moto come Dio comanda non riescano a far passare. Niente altro che pensieri opachi e bigi a farmi compagnia ed ogni cosa, ogni fiato è lentezza e fatica, soprattutto fatica. Mi sembra di arrugginire inesorabilmente.
E perchè mi danno a scrivere allora?
Non so. Perchè non mi rimane altro da fare, forse. Perchè mi manca mia figlia almeno quanto manco io a lei (ma domani basta vado e me la riporto indietro). Forse perchè non ho un posto dove stare che ultimamente senta mio e dove mi senta bene, o forse perchè non lo so neanche io. Forse per cercare conforto in ciò che mi piaceva fare e che adesso è spossante. Ma è meglio che mi metta da parte per un pò, per non infastidirvi con le mie lagne. Tornerò, prima o poi, non appena mi sentirò forte abbastanza ed in grado di farlo. 

Voi, che avete di meglio, lasciatemi stare, per oggi. 

venerdì 30 luglio 2010

Ruvido

Sì, così mi sento ed è tutto così faticoso. Uffa.

Faticoso tutto, faticoso riprendere, faticoso sopportare, faticoso veder passare le cose senza quasi riuscire ad afferrarle.

Faticoso fare la faccia, la voce ed il sorriso di quello che gli va tutto bene. A stare in equilibrio ancora una volta sul quel maledetto filo, in bilico sulla ragione e sul tempo, sulla testa della gente con le loro idee stantìe che proprio non si arrischiano a volare.
Faticoso correre. Faticoso cercare di trovare quella maniera giusta di andare, che ti senti che corri e non che ti trascini come ti capita. Sembra che in questi mesi abbia dimenticato ogni cosa, la spinta delle gambe e delle braccia, il ritmo del respiro. Arranco, come in ogni cosa di me. E riprendere è difficile, i primi giorni saranno anche quelli peggiori, quelli che chi comincia per la prima volta, spinto dai tuoi racconti entusiasti, ti guarda stranito e poi, di solito smette. E tu lo sai che sarà diverso, dopo la svolta, che il panorama cambierà dietro l'angolo, che troverai nuvole e stimoli e sogni e parole ma intanto quel maledetto angolo è ancora così lontano ed è al culmine di una strada tutta in salita.
Faticoso tenere un contegno ed un contatto con la mia piccola nella più brutta vacanza della sua vita e della mia, un filo di ragnatela d'argento che non le aggiunga malinconia. Mi dicono tutti pazienta, anche la consorte mi blandisce e mi trattiene, ma dai, è per il suo bene, cosa prendi e vai, aspetta, che adesso c'è l'esodo e ti fai ottocento chilometri per niente in mezzo alla buriana, perchè è normale, perchè deve crescere e le fa bene, le dà forza e tanto venerdì prossimo poi torna.
Ma non avete capito niente, cos'è che le fa bene nello star lontana da chi la ama, perchè io lo so, io la so, quando sento che al telefono ha la voce di terra che mi dice solo boh, che si sforza a non piangere, ma è come se lo facesse e nel suono delle parole sospese sento solo che vuol dirmi dai, vieni a prendermi Totson, che non riesco ancora a divertirmi senza di voi, non sono abituata alla vostra assenza che non capisco più dove siete e se ci siete, fa male non ricevere neanche una carezza io che sono abituata a riceverne cento e mille, mi manchi e sento che ti manco, mi manca prepararti lo scherzo ogni mattina allo spazzolino da denti ed a te fa male, ogni mattina, non trovarlo, quello scherzo.  Ed è così faticoso dare ascolto a tutte queste voci contrarie, che ti dicono che non è così che si allevano i figli e a dargliela vinta si sbaglia e poi vedrai quando sarà più grande. Ma al momento è tutto tranne che grande e domani forse, ci penserò, ma adesso darei voce solo al cuore, e se gli dessi ascolto e spazio e chiavi della macchina starei a guardare il mare in questo momento, seduto su di un muretto di pietra, ruvido, come me, che mi restituisce il calore del giorno, e nella mia mano stringerei un'altra mano ed un altro calore che sa di sorriso.

Faticoso anche cercare una maniera diversa e forse meno mia essere così come sono e di conseguenza di scrivere, meno sbagliata, confusa e contorta, più fluida e lineare. Mi sforzo, ci provo, ma alla fine vedi che proprio non ci riesco.

giovedì 29 luglio 2010

To barba

No, non so se ci vivrei. Livorno è una città diversa da me o forse molto più simile di quanto io pensi. Confusa, limpida e lurida, di traffico caotico, intrecciato e colorato di motorini, di palazzi aristocratici e di abbandono sudicio dietro l'angolo, di mura di canali antichi che sono monumento che sembra una ferita aperta, con il mare che vi penetra profondamente.

I cadetti sono giovani, hanno capelli a spazzola e lo sguardo verso l'orizzonte più lontano, audace e lucido come le loro divise. Avresti voluto lo facessi anch'io. Non ti ho mai ascoltato. Forse mi conoscevi più di me.

In quel piccolo bar scovato la mattina presto, un'armonia di profumo di caffè e di fragranze appena sfornate, di chiacchiere e cadenze,  le sfoglie perfette alla mela, alla mora e la granella di zucchero, ieri erano ancora più dolci e delicate del solito. Chissà se qui ti ci sei mai fermato.

Sulla passeggiata che è scacchiera immensa dove ti ho fatto conoscere mia figlia io, alfiere troppe volte sconfitto ma mai vinto  ho corso a lungo fino a smarrirmi, confrontandomi col mare aperto e scuro, respirando a pieni polmoni quest'aria che sa di salsedine e di resina di pino, irriso dal vociare senza sosta delle cicale.

No, riprendendo l'autostrada per un attimo - ma un attimo solo - ho tentennato. Poi ho puntato la freccia a sinistra, chiudendo in un armadio insicurezze e voglie egoiste da padre sperduto e mi sono diretto verso nord. La mia piccola sta meglio e sorride anche senza di me. Sono corsi ai ripari. Loro hanno capito, finalmente, che è piccola sul serio, nonostante la statura, e se la chiamo così un motivo ci dovrà pur essere. La sua voce non è più rotta dalla nostalgia di me.

Ho comperato miele per la tua dolcezza e oli profumati per districarti i capelli dal sale per quando tornerai, un tuffo nei pensieri più profondi a riportar dal fondo i sorrisi più luminosi, mai persi. Una mano aperta a confrontar la tua e sulla lingua le parole che ci leghino insieme ancora più stretti.

No, che non ci sono andato. A piedi, di corsa, ma quale corsa, non si può certo chiamare correre andare a 6 al chilometro, se non oltre. E sì che in quella rotonda me lo sentivo, che c'era qualcosa che mi chiamava. Avrei dovuto ascoltarlo, quel sospiro, quell'alito di vento giocoso che intrecciava i miei capelli ormai lunghissimi e ribelli, girare incuriosito tra viali incogniti. Bastava poco, l'ingresso del cimitero era a meno di cinquecento metri dal punto in cui mi son fermato a sentire qualcosa che non proveniva dalle cuffie del lettore. E poi ti avrei trovato. Avrei dovuto lasciarlo, quel sorriso sulla fotografia incorniciata dall'ovale

In ogni cima raggiunta ritrovo i tuoi passi di allora, metto le dita su ogni appiglio dove le tue dita un tempo si sono posate. Un mozzicone di Windsor de Luxe abbandonato alle soste. Nel riflesso verde di alberi affogati di quel lago che è stata la tua prima sorpresa per me si non si è ancora consumato l'eco dei tuoi racconti e del mio ascoltarti incantato. E adesso tu da qui guardi il mare e sei solo. La medaglietta che porto al collo e mi rimbalza sul petto quando corro porta inciso sul retro una dedica: "To barba".
Non l'ho mai levata, da quando sono nato.

Torno, promesso.

martedì 27 luglio 2010

Livorno, on running

Lì in alto c'è scritto 3.89, ma secondo me Google Earth esagera un tantino, probabilmente sono solo 3.50 che sommati ai 3.50 del ritorno fanno i miei primi 7 km tutti di fila. Il tempo non ve lo dico per decenza, fidatevi quando vi dico che è alto e anche, molto. Veloce come un bradipo nel periodo del letargo mi sono elegantemente liberato dall'invito a pranzo dell'impresa e, lasciando stupiti i partecipanti alla riunione, ho detto gentilmente di no al consueto piatto di liguine allo scoglio che ancora adesso, a ripensarci, mi procura un notevole aumento di salivazione ed ho spiegato che sarei andato invece a farmi una corsetta.
E così, recuperato uno spazio in cantiere mi sono rapidamente cambiato, ho inforcato gli occhiali che mi separano dal mondo, acceso il lettore su Malika Ayane e via. 
Via giù subito per lo scalo d'Azeglio e poi giù, a cercare il mare, annusandone la traccia. E' vero, lo so, dovevo fare i cinque minuti di riscaldamento e poi al massimo cinque minuti e poi via di nuovo, ci ho provato, ma non l'ho fatto apposta, giuro, la colpa è della voce suadente di Malika che iniziando a cantare mi ha distratto, perchè la musica andava a tempo con i miei passi stanchi, e con l'odore aspro di mare che sembrava mi chiamasse e i pini marittimi anche loro, che hanno quel profumo così speciale, di resina acidula e di sale, cha sa di ombra e di cicale, con i rami che sembran finti da come son fatti, e poi ad ondate altri odori e luci e ombre, ed il parco anche qui, ed anche qui fidanzati sulle panchine e parole al vento caldo di amori eterni e di baci, e vecchiette con i cani e bimbi riccioluti ed abbronzatissimi con i loro passetti, che si arrestano perplessi quando gli passi vicino e che mi ricordano la mia, che ieri sera ho fatto il diavolo a quattro ed ho spiegato  a quelli che anche se alta come un corazziere in miniatura, è pur sempre uno scricciolo di dieci anni, sola e spaesata alla sua prima esperienza lontana senza i suoi riferimenti, che se la prendi e la metti insieme ad altri cinquanta che si conoscono già tutti e la butti allo sbaraglio tra aerei, ritardi, autogrill e un albergo pietoso e triste poi urla come in caserma e sveglia svegliaaaa!! alle sette del mattino e serrande tirate su di furia ed un trattamento senza un briciolo di attenzione individuale è normale che vada in crisi. E che se va in crisi lei solo perchè non sono in grado di fare il loro mestiere io me ne strabatto che non si può e vengo a prenderla STA-SE-RA capito?
Hanno capito. Avevano capito già mentre qui si enumeravano in maniera quasi spietata tutte le carenze. Ragion per cui mentre qui al telefono si usava quel tono di voce che non ammette repliche, di là c'era già un'animatrice pronta ad usare quel minimo di tenerezza che necessitava usare e tanto è bastato. E poi scuse su scuse, che non avevano capito che era così piccola, e che era la prima volta che, ma sembra una quindicenne, sa?
Lo so che cosa sembra, è figlia mia, da me ha preso almeno l'altezza e qualche ombra ogni tanto in quegli occhi scuri che sono bellissimi, quando si aprono in un sorriso. Lo so cosa sembra, ma so com'è fatto il suo cuore, lo conosco ad occhi chiusi, ho imparato il suo battito a memoria quando era un cavallo al galoppo nella prima ecografia e so come tradurlo in linguaggio, so che ha ancora bisogno di conferme, che alcune sue radici le ha perse troppo presto ma non così tanto da impedirle di soffrire. Lo so cosa pensa quando mi abbraccia e mi dice che non vuole crescere mai. So le sue paure e le sue certezze. Conosco quali corde suonare per sentirla felice. E' figlia mia. O sarebbe più giusto affermare che io sono SUO padre. E Ieri sera, su due balconi illuminati dalla stessa luna accesa come un faro che toccavamo con un dito ed eravamo di colpo di nuovo insieme, la distanza era annullata, la voce più serena. Le ho raccontato la mia favola della buona notte così, inventandola guardando la luna e lei rideva come una matta.
E secondo me, rideva anche la luna, che in silenzio ascoltava le nostre voci insieme.
Lo so, alla fine della mia corsa di oggi non è che vi abbia detto più di tanto, lo riconosco.
Ma non importa, vero? Rimedierò domani, forse.

lunedì 26 luglio 2010

E domani

Livorno.
Nella borsa un progetto, fatto e rifatto poi ri-rifatto, e modificato ed integrato e ma che dici se cambiamo questo e scusa ma l'hai già cambiato perchè abbiamo cambiato di nuovo idea noi e prima era meglio o forse no, adesso è pronto. Spero.
Ma nel baule della macchina ho già messo lo zaino con pantaloncini, occhiali, lettore MP3 e le mie nuove Asics che han voglia di muoversi.
Domani correrò di fianco al mare, su quelle piastrelle chiare e scure che c'è da perderci gli occhi, inebriandomi di quella bellezza che sono onde scure e schiumose ed un poco anche mie, respirandole ed imprimendomele bene nell'anima malata e curva che ho, osservando gli orizzonti che vedranno le divise eleganti dei cadetti ufficiali e respirando iodio per darmi la carica ed aiutarmi a riprendere. Domani mi farò largo tra gente sconosciuta, con passi leggeri su strade percorse altre volte sì, ma mai di corsa e mai da solo.
Domani, se arriverò, se troverò la strada nella mia parentesi, entrerò in silenzio, punta di piedi e sudore e porterò un saluto a quel mio zio che là riposa e che mi ha regalato il primo libro di Comici e l'amore per la montagna, che lui sa e, lo so, mi aspetta.
E domani sono quattrocento chilometri più vicino alla mia piccola e alle sue lacrime, che saranno anche solo tre giorni ma già non posso più sentirla così, che mi dice che io le manco di più che lei a me perchè è più piccola. E magari non sarò un bravo padre, forse anche le lacrime fan bene, aiutano a fortificarsi, a crescere, ma perchè deve crescere e fortificarsi, ma chi l'ha detto, tutto sommato è ancora uno scricciolo racchiuso in un corpicino molto più grande di lei e se sta male non riesco a star bene io, che mi pervade quella sensazione che è quasi colpa, per non poter raccogliere quelle lacrime e deviarle in una risata come è giusto che sia, per non offrirle un abbraccio per proteggerla, per non poterle regalare un buffetto sulle guance ed una granita alla menta.
Per cui, se le cose non migliorano, domani, forse farò moolto tardi.
Perchè anche a costo di prendere a cazzotti animatori di ogni età, razza e sesso, ti riporto a casa, piccola mia.