La scorsa settimana son tornato a Genova, per lavoro. Mi sono goduto una giornata incredibile, fatta di un freddo tagliente di un mare d'ardesia e di gabbiani appesi al vento teso che ti portava via, con il freddo che ti faceva bruciare la punta delle dita e svolazzare impazzito il cappotto ed i capelli.
Genova è una di quelle città che penso mi appartengano, che mi fa respirare diverso, per mille motivi, molti dei quali solo miei o quasi. Ogni volta che devo andare giù comincio a stare bene ancora prima di esserci, l'ho già scritto.
Quando posso parcheggio sotto, nei parcheggi dei Magazzini del Cotone. E di colpo mi trovo catapultato dentro la Genova che amo, partendo dallo spiazzo vicino all'Acquario, con il sibilo metallico e tintinnante che fa il vento quando gioca tra le sartie delle barche ormeggiate, dove i bambini corrono nei tubi di cemento lasciati per loro, e dove c'è un ristorante che le trofie al pesto sono un incanto.
Da lì poi salgo per la via di San Lorenzo, passo di fianco al Duomo e ai suoi maestosi leoni accucciati sulla scalinata, mi perdo in Piazza Giacomo Matteotti e le mille mostre di Palazzo Ducale - A proposito, c'è in programma una mostra di Henry Cartier-Bresson che termina il 14 febbraio, qualcuno vuol venire? - Dopo costeggio carugi e stradine in salita, respiro i profumi della Salita del Priore, ad esempio, passo di fianco ad altre vie con portici eleganti e disegnati, salgo ancora ed infine, di colpo, arrivo nel cuore nervoso e nevralgico della città, dove ci sono banche come se piovesse, dove la vita prosegue tre piani sotto il livello stradale, dove gli edifici sembrano incastrati come il Tetris, e dove ho l'appuntamento di lavoro.
Così diverso, quello spazio, dalla Genova appena attraversata che non sembra quasi di trovarcisi, a Genova, ma l'aria di mare la senti sempre anche qui, trasportata dal vento e se guardi in alto, ondeggianti nelle raffiche di vento li vedi lo stesso, i soliti quattro gabbiani.
A Genova c'è una piazza che adoro.
E' quella piazza dove ci sono migliaia di motorini, dico proprio migliaia perchè sarà un quadrato di 50, 60 motorini per lato, e cinquanta per sessanta fa tremila, e quindi saranno proprio migliaia, mi sa.
Ma in questa piazza che ci saranno almeno tremila motorini, tutti attaccati come i pezzi del domino, che non ci passa una persona tra uno e l'altro, che giuro, vorrei spingere giù il primo per vedere che uno dietro l'altro tutti si appoggiano per terra ed a un certo punto vedi tremila motorini che dormono, nella piazza di Genova, dove c'è modernità, efficienza, facciate di vetro e acciaio e una salita antica e, sola e intaccata da tutto, separata dal mondo da una decina di alberi contorti, c'è un rudere che era la casa dove è nato Cristoforo Colombo, con dietro un giardino silente, con un colonnato che mi leva il fiato, da quanto è unico.
Questo ed altre mille cose, nella Genova che amo.
E poi, terminato il lavoro, prima di riprendere la strada per tornare indietro vado ancora a sedermi e a pensare, sui gradini di quella chiesa in pigiama a righe, sospesa sopra la via 20 settembre, con la piazzetta e la balconata e il liceo Scientifico e Classico Bernini.
La scorsa settimana seduto sui gradini di quella chiesa ci sono stato poco. Troppo il vento che ti entrava nelle ossa. Poco il tempo a disposizione, tra il primo appuntamento ed il secondo. Troppe ancora le sorprese che volevo preparare e che, in un freddo glaciale di un'altra città, sono poi riuscito a fare.
Ma così, anche attraversato dalle raffiche fredde che facevan battere i denti, a pensare mi son fermato.
A pensare ai mille motivi per cui questi luoghi siano diventati per me unici, limpidi, e rilucenti come cristallo. A riflettere su quante cose diverse e a volte contrastanti abbia pensato, seduto su questi stessi gradini. A ragionare sulle mille combinazioni del fato, del destino, a quanto abbia cambiato in me anche solo scriverne un post su Genova, mesi fa.
Non ci avete capito niente, vero? Lo so, lo so. Forse mi son perso anch'io, a fura di pensare troppo, e pensare fa corrente, mi han detto una volta.
Ma che volete farci, son così; e con la corrente, forse un'altra, ma forse in fondo sempre la stessa, alla fine io ci campo.
D&R