domenica 25 ottobre 2009

Codice Rosso


Non so se a voi è mai capitato, ma a me mai. Anche quella volta dell'incidente in moto, dopo cinque minuti, inca@@ato come una iena, avevo detto a quelli dell'ambulanza di spegnere subito la sirena.
Venerdì però è stato diverso. L'espressione delle infermiere, lì all'accettazione del pronto soccorso, era del tipo "questo ce lo perdiamo per strada". E la cosa, al di là del male che mi squartava in due, mi dava oltremodo fastidio. Ma andiamo con ordine.
Venerdì mattina alle 7.30 sono in studio. Blogger non funziona. Il blog sembra sparito, dietro ad un messaggio ambiguo del tipo "errore bx-9d2teg" che stamattina non mi fa entrare. Per un attimo penso a tutti i post, i commenti, le idee, spariti nel nulla senza aver mai pensato ad una copia. Il nervosismo cresce. Ho un vago malessere, che gira dentro, ma che non riesco ad identificare. Oltretutto devo lavorare un sacco. Ci sono consegne su consegne, e so che se non metterò mano al mio blog prima dell'arrivo degli altri, non avrò più tempo. Rinuncio al blog e incomincio a lavorare.
Arriva il mio socio, andiamo al bar per la consueta colazione e poi fugge verso uno dei suoi mille cantieri. Mi rimetto al lavoro, ma qualcosa incomincia a non funzionare.
Un male al petto che pian piano diventa un opprimente dolore, che mi arriva da dentro e diventa più grande, ad ondate, ancora e ancora. Insopportabile da levare il fiato. Mi spezza tanto che non riesco a stare dritto.
Ho già avuto, in passato, di questi problemi. Le prime volte mi han spaventato, poi pian piano ho imparato a sopportarli, le rare volte che capitano. Di solito succede di notte. Magari mangio male, tardi o tutte e due le cose ed è, forse, gastrite. "Per saperlo una bella gastroscopia e si capisce tutto!", mi aveva detto sorridendo un medico, e già me l'immaginavo addosso, con quell'affare che mi entrava in gola... Non sto poi così male, mi son sempre detto. Anche perchè quando passa, a parte le tre o quattro ore in bianco che ti riducono uno straccio e gli addominali che ti fan male come se fossi stato preso a cazzotti, stai di colpo, incredibilmente bene... E il dolore, si sa, si fa in fretta a dimenticarlo.
Ma ieri era diverso. Niente cene pantagrueliche, nessun orario sballato. Il giorno prima ero uscito prima dallo studio per un'oretta in piscina con mia figlia e poi a casa. E poi era il giorno dopo. Non riesco a lavorare e poi stanno arrivando gli altri. Mi rifuglio in sala riunioni ed aspetto che passi, devo solo aspettare. Di notte funziona così.
E invece non funziona. Non passa. Sembra, a volte, che si riduca, e poi, subdolo, ricompare, ancora più forte. Non riesco a nascondermi, gli altri capiscono che sto male, e dalle loro espressioni li vedo preoccupati. Si offrono di accompagnarmi al pronto soccorso, ma non voglio. Deve passare, il maledetto. E invece no. Di là pensano di prendermi in quattro, e anhe se sono un capo, darmi rispettosamente una botta in testa e portarmici svenuto.
Alle 11, vinto e sfinito capitolo e mi ci faccio portare. Alle 11.12 entro camminando, piegato come... il Gobbo di Notre Dame (e lì che è venuta l'idea... vedrete più avanti) al Pronto Soccorso.
L'espressione del personale sanitario, vedendomi, era da film. Ci mancava solo il gruppo di E.R. con le mascherine ed i camici azzurri e le siringhe che spruzzano verso l'alto, che mi prendevano al volo e mi mettevano su una barella ed eravamo al completo. Non un attimo di attesa, immediati, precisi e veloci, mentre la prima diagnosi che si sussurravano a vicenda era "cuore".
"Ma che cuore e cuore, deficienti!!" avrei voluto dire, ma il male mi impedisce anche di incacchiarmi. Riesco solo a sussurrare che non è il cuore, che quello, vivaddio è a posto. E' gastrite, state tranquilli, ma non li convinco. Solo dopo avermi misurato battiti e pressione da tutte e due le braccia, finalmente si rilassano. Mi portano comunque in visita su una barella, mi slacciano le mie scarpe da running e mi levano maglia e camicia. Incominciano a farmi un sacco di domande e nel frattempo mi prelevano il sangue, mi attaccano un sacco di aggeggi blu appiccicosi su tutto il corpo. Sono in cinque, tre infermieri e due dottoresse, a darsi da fare intorno a me. Il male è al massimo, non riesco neanche a vederli, ho il respiro affrettato. La dottoressa mi chiede in una scala da uno a dieci quale è il livello di dolore che percepisco e le rispondo "dodici". Poi si informa sulle mie abitudini, su quanto peso e se ho subito cali di peso. Mi soffermo a fare due conti, e scopro che in due anni ho perso circa 25 chili. Non ci avevo pensato e mi sorprendo io stesso. Spiego che corro e mi fa sorridere il commento dei due infermieri maschi, che guardandomi mi dicono che si vede che fa bene a correre, e che dovrebbero cominciare anche loro. Poi mi chiedono se avevo già avuto episodi del genere e come mi ero curato. Nel momento in cui spiego che di solito uso una tisana di alloro la notte e al momento sto prendendo il miele di Manuka, tutti e due dal gusto decisamente schifoso, mi sembra di essere catapultato sul palcoscenico di Zelig. Incominciano a ridere come matti. Poi chiedo se hanno già cominciato a darmi qualcosa. "Non ancora", rispondono, ma io sento che il male, serpeggiando silenziosamente, se ne sta andando. Mi fanno una flebo e poi in radiologia, per una bella RX al torace.
E lì l'attesa, lunga, troppo. Con i due miei che mi han portato che non hanno più lo sguardo preoccupato di prima. E andate via, che abbiamo un sacco di lavoro in studio, e se non finiamo dovremo lavorare anche la domenica. Si convincono e se ne vanno. Il dolore ormai mi ha definivamente abbandonato, sto bene.  Ma quello che consegna le radiografie intanto porta fuori quelle di tutti e la mia no. E allora pensi. Pensi che son due anni che ti dicono di far qualcosa, ma che tu aspetti sempre all'ultimo, perchè tanto ti senti invincibile, ma quando è tardi è tardi. Pensi a Syssa ed al suo ciccio pasticcio, come lo ha chiamato lei nel suo blog. Pensi a quanto sei stupido, che gastroscopie ne fanno a migliaia tutti i giorni e che stai pendendo un sacco di soldi per curarti il tendine ed è da irresponsabili non far niente per quello che è importante veramente. Che hai una figlia, ed hai delle responsabilità, che non puoi continuare a far finta di niente sulle cose che non vuoi affrontare.
L'uomo delle radiografie esce e mi porge una busta arancione. Dentro, il referto: "non si evidenziano segni di...." il resto non lo leggo, tiro un fiato. Anche per questa volta, camminando sul filo, sono rimasto in equilibrio.
Mi riportano indietro e mi parcheggiano in una sala d'attesa. Oltre a me, quasi tutti gli altri sono molto anziani, un lumicino di vita e di forze steso su quei quattro lettini. Ognuno riceve un briciolo di umanità e di dolcezza da quei quattro infermieri, che fanno un mestiere che io mai avrei il coraggio di fare.
L'attesa è lunga e io elaboro, penso rimugino e attendo. Poi mi chiamano e mi dicono di rivestirmi, che posso andar via. In un attimo le mie scarpe sono di nuovo al loro posto.
La dottoressa però ha l'aria preoccupata e mi dice che non vuole farmi la paternale, ma che è indispensabile che faccia quell'esame, che questa volta è passata ma che non è normale e che la prossima volta potrebbe essere molto peggio. Sorrido, la rassicuro e prometto, farò il bravo, giurin giuretto. Non mi sembra convinta, e forse neanch'io. Vedremo. Ma adesso è importante uscire di qui, respirare di nuovo l'aria che non sa più di disinfettante e camminare. Contare solo sulle mie gambe e le mie scarpe da running. E con quelle, con la busta arancione in mano, mi allontano. mando un SMS a chi mi doveva venire a prendere, Grazie ma ho voglia di camminare da solo per un pò, di metabolizzare. E a piedi, con un sole quasi primaverile che mi scalda attraverso Torino, tranquillo, dando il tempo al tempo e elaborando nuove storie da scrivere, una nel tempo da solo in sala d'attesa di è concretizzata è già bell'e pronta, una piccola sorpresa per chi se lo merita, e aspetta solo che la metta giù. Tanto, adesso, so che ho tempo.

mercoledì 21 ottobre 2009

I'm rocket man


E che diamine
Tutto in fretta. E il telefono che dopo quasi un anno che gli potevi veder crescere le ragnatele sopra adesso ha ripreso a squillare a tradimento.
E ingegnere di qui e ingegnere di là. E sì che le preparo la relazione, e no che non ho ancora telefonato al cliente, e la verifica la sto eaborando, ma il software.. E poi la consegna del primo dei quattro lavori che ci sono capitati addosso tutti insieme e che dobbiamo mandar via uno dietro l'altro, come se non ci fossero problemi, interferenze e casini. E nel frattempo ci si è anche rotto un pezzo del plotter e quello costa anche solo se ti guarda di traverso. Poi per fortuna è costato meno del temuto ma intanto almeno un paio di biglietti da cento molto abbondanti sono passati velocemente di mano. E quella canzone che ti è venuta in mente stamattina e, chissà perchè, non ti ha più abbandonato, accompagnata da un tranquillo sorriso, ma questa è un'altra storia. Ed in mezzo laserterapia il martedì ed il giovedì, e tecarterapia il lunedì, mercoledì e venerdì, tutti all'ora di pranzo, che tanto di mangiare posso farne a meno, ma ci arrivo sempre all'ultimo, con la gomma posteriore della moto che si intraversa in curva per fare più in fretta. E poi là, comunque, in quella mezz'ora che sei lungo e disteso e ti puoi rilassare, quello ti fa un male cane. Per non parlare del male al portafogli, ma in questo momento sto facendo di tutto per allontanare lo spettro dell'intervento, manca meno di una settimana e i miei venti giorni sono già volati, lunedì poi vedremo.
E poi rivestiti, saluta, metti il casco e via di corsa, perchè c'è la riunione in cantiere e devi sapere di cosa parlare e poi ci si deve organizzare per quello che c'è da fare, perchè siamo in diversi a lavorare sullo stesso progetto e bisogna che ci si parli di continuo, che se no dove ci metto una lampada io l'altro ci mette un condizionatore ed il terzo ci tira su un bel muro.
E la mattina presto la cerchi come sorsi d'acqua fresca per avere quel tuo attimo di silenzio, tutto tuo, come adesso, con Giorgia che ti appoggia una leggera coperta addosso con la sua sublime, immancabile "per fare a meno di te" di ogni inizio giornata e ti rende più dolce il nuovo incominciare. Devi leggere i tuoi blog amici, assaporare i nuovi post, sempre più belli, una tazza di caffè caldo tenuta con due mani a vederne uscire il fumo. E poi scrivi qualcosa di fretta se puoi, prima che arrivi il tuo socio, quello che da quando sa che vieni presto la mattina viene presto anche lui a tenerti compagnia ed a lamentarsi un sacco e a far colazione insieme, una volta pago io ed una lui, anche se io prendo cappuccino e croissant e lui solo il caffè, ma non ci importa. E' lo stare lì a parlar di niente, per iniziare insieme. Siamo insieme da un tempo che è una vita stessa, le litigate si sprecano, io prendo fuoco in fretta, lui più calmo e riflessivo. Ci completiamo, anche se ogni tanto abbiamo bisogno di dirci a voce un pò troppo alta cosa pensiamo l'uno dell'altro. E la mia voglia di stare spento, o meglio acceso solo lì, due dita sopra il cuore, a contare i battiti, uno ad uno lentamente, ad assaporare ogni stilla di rugiada che copre ancora la moto, a veder le mie rose, che ormai si stanno preparando al lungo letargo invernale, e ne ho piantate due nuove che saranno bellissime, con due nomi altisonanti, Mister Lincoln e Sterling Silver, la mia voglia dicevo, con lui subisce un rapido arresto. Ma forse lo sa che voglio star solo, e forse lo fa apposta, perchè non sia solo, se può evitarmelo. E' fatto così. E poi c'è l'altro invece, il terzo socio, quello che  quando può sgattaiola attraverso la sua botola e non sappiamo dove, quello che prima delle 8.30 ma spesso anche dopo non accende mai il cellulare perchè l'ingegnere non è come il medico che puoi chiamarlo anche alle due di notte se hai male, l'ingegnere lo devi chiamare solo quando ne hai bisogno e ti risponde quando può... così immancabilmente chiamano me, il fesso che il cellulare ce l'ha acceso anche di notte, ma basta parlare di lui. 
E quindi alla fine parti ancora più presto la mattina, e magari ancora di più perchè poi la sera siamo a cena da tizio o da caio, e non so perchè ci deve invitare gente che quasi neanche conosco e che saluto apposta dandogli del lei per fargli capire che non è che li sopporto tanto e che già, lo sappiamo tutti che sei un orso e tanto tu non sopporti mai nessuno tranne quelli che lavorano in quel cazzo di studio e quelli sono sempre più importanti di noi, anche se poi appena trovano un posto dove guadagnano di più non ci mettono nè uno nè due ad andar via, e ieri eravamo alla festa di compleanno di quel bimbo pestifero che ha solo quattro anni ma appena mi vede mi alza il dito medio in segno di saluto ed io devo inseguirlo mentre urla come un derviscio tra i parenti che ci guardano, prenderlo per i piedi, girarlo al contrario e fargli il solletico sulla pancia fino a che non ce la fa più dal ridere, solo che dopo che lo metti giù di bambini addosso che vogliono vedere la luna ne hai quindici e devo giocare con tutti, fino allo sfinimento, con lo stesso sguardo di disapprovazione di mia moglie con il fumetto che dice che dovevo essere lì alle 7 e mezza ed intanto sono già di nuovo le otto. Tu e quel cazzo di studio, come al solito.
Ieri guardavo il pacco pronto del progetto. Tutto di colpo finito, terminato, le cose dette in fretta, il plotter che non stampa più in continuazione che appena ha finito il disegno qualcuno lo prende poi lo si taglia ed altri ancora lo piegano, mentre un altro fotocopia e poi si rilega, tutto di colpo finito. Il silenzio, innaturale, e la gente che si guarda intorno con l'espressione di "e adesso?".
Coraggio, che domani mattina ripartirà tutto da capo.
Adesso pausa a guardare quel pacco solo, appena terminato, impilato in bell'ordine, con tutti i timbri e le firme a posto e la lettera di trasmissione ed il CD con i file, che sul testalino ci ho messo la foto dell'edificio che ci si vede il mio socio e lui quando l'ha visto ha sorriso ed ha capito che l'ho fatto apposta, perchè anche se ogni tanto è un discreto rompicoglioni, se lo merita. Grazie socio. E l'altro quando che l'ha visto ha chiesto perchè nella foto lui non c'era.
Ai bambini buoni la dolce Euchessina.
Agli altri, che spingano.

sabato 17 ottobre 2009

L'equilibrista


E' dura. E' quello che doveva essere. E' quello che volevo, forse, ora non lo capisco più. Sopra la corda, tesa allo spasmo ma che, una volta che ci sei sopra e ti ci affidi, ondeggia e ti lascia da solo, separato dal mondo che non vuoi e che non ti vuole.
E'debole. La tua forza, il tuo coraggio e la determinazione. Ma sei lassù, e, dal basso, non capiscono. Loro non sanno. Hanno pagato il biglietto, loro. Vogliono lo spettacolo. Daglielo, in un modo o nell'altro.
Stanno a naso in su e, silenziosi, guardano, osservano, scrutano. Segretamente speranzosi che un'incertezza, un'esitazione ti faccia almeno vacillare. Non dargliela vinta, mai. Osa.
Le tue mani. Sono tutto e non stringono che niente, tranne la consunta consapevolezza di te, a farti da bilanciere. Altro non hai. Basterano.
La politica dei piccoli passi. Il primo, quello che ti allontana dalla solidità concreta della partenza, dalle certezze, dalle sicurezze a cui spesso ti aggrappi, ecco quello è il più duro. Ma devi andare. Devi dimostrare che puoi, che sai, che vali. E vai. Metti il primo piede esitando, senti sotto di te la cruda durezza della fune e che non c'è niente attorno. Sei solo.
Altre volte hai provato e sei caduto, ma avevi mani forti pronte a sorreggerti. Quante voci ti dicevano "puoi farcela". Questa è l'ora, non puoi più tirarti indietro.

E così vai avanti, saltimbanco fragile e solo. In equilibrio tra il nulla. Più vicino alle nuvole, ma ancora troppo alla terra. In silenzio, ti appoggi all'aria che si fa silenzio ed attesa, intorno a te. Sei tutto il malandato circo che ti circonda. Sei i tristi pagliacci con la lacrima dipinta, sei quel tendone rattoppato. Sei quei mille lustrini che dietro nascondono dolore, miseria e disperazione. Sei quel vecchio leone, da troppo tempo chiuso inerte in gabbia ma che ha ancora negli occhi il colore caldo della savana. E puoi ancora far male, se devi mordere.
E quasi immobile la percorri, quella fune che all'inizio sembrava infinita, ma basta il tempo di un fiato e sei già a metà, avvolto nel cono di luce che lascia tutto e tutti in ombra, anche se sai che ci sono, e che ti vedono, sicuro e concentrato, attento ed invincibile. Tu solo sai che non è così.
Sono vulnerabile, visto da qui. Ma voi, là sotto, non ve ne accorgerete.
Mai.
[Thank's to Fragole Infinite]

giovedì 15 ottobre 2009

Senza parole....



Troppo carina!!!!!!

Sei ancora capace di seguire il tuo istinto?


Oggi, in studio, una busta elegante, grigia metallizzata e abbastanza consistente, da parte di Jaguar Italia e indirizzata a me. A me????? Ehi, Jaguar, ma hai visto bene a chi l'hai mandata? A me non arriva neanche più la pubblicità della Dacia Logan su carta riciclata!!
Hai percaso dato un'occhiata al mio conto in banca che rispecchia pari pari le temperature dell'Usbekistan di metà gennaio? O per caso mi hai visto in giro in moto a tre gradi sopra lo zero e ti ho impietosito? O con la mia auto, che ultimamente dimostra anche più dei 280.000 Km che porta ed hai deciso di fare un'azione umanitaria e sponsorizzarmi? Guarda che con me sprechi carta tempo e francobollo!!!
Sul retro la foto di una donna sensualmente bella con una benda sugli occhi e le labbra voluttuosamente socchiuse. E quella frase che mi fa pensare: "dammi quella lì che un'ideina sul mio istinto la trovo subito. Arruginita, ma in fondo, ancora, ci dovrebbe essere". Incuriosito, la apro.

Dentro una lettera di presentazione, dove mi dicono di chiudere gli occhi ed un depliant della nuova XF 3.0V6 da 240 CV. Bella è bella, ma se invece di farli chiudere a me gli occhi, li chiudete voi anche solo per un attimo dopo avermici fatto sedere dentro con le chiavi nel cruscotto, vi faccio vedere un gioco di prestigio che neanche David Copperfield dei tempi migliori!!
Ma il meglio deve ancora venire: sotto il depliant una benda in raso nero, con il logo Jaguar stampato.
Una benda???
Mi fermo, ancora con la benda tra le dita e mi vien da pensare:
"Ehi, Jaguar, MA PORCA P........!!!! Ma dovendo scegliere, tra le due cose della foto proprio la benda mi ci devi mettere??? Guarda che se invece inserivi la signorina (bastava anche solo il numero di telefono), la benda da qualche parte ce la facevo a rimediarla!!!

mercoledì 14 ottobre 2009

Oggi voglio stare spento.




Alba incredibile stamattina. Lucida e silente. Con quell'ultima, unica stella di scheggia di cristallo che sembra sia stata puntata lì, di fronte, apposta per me. Che freddo che c'era alle 6.30, 4 gradi secchi che senti come punture di spilli nelle pieghe delle mani, che il fiato ti si condensa subito in rapide volute e poi si dissolve, mentre il cielo si tinge di una quantità di colori persino eccessiva, per me che sono inguaribilmente daltonico.
Ad est il chiarore comincia dalla linea scura e frastagliata degli alberi, mentre le montagne laggiù giacciono ancora sotto la coltre di piombo della notte. Si distingue chiaramente la sagoma scura della collina, ancora punteggiata di molte luci tremolanti. Una fetta di luna, in alto, osserva silenziosa la scena, sopra le strisciate infuocate delle poche nubi.
In giro nessuno, il silenzio è palpabile, limpido e freddo; solo dalla statale, in lontananza, proviene il rombo cupo ed incessante dei camion. Annuso l'aria, non sa ancora di neve. Non è ancora il tempo.
Dal caldo confortante dell'auto chiusa di fianco a me provengono le note di Vasco Rossi in San Siro Live, e le parole di "Vivere" capitano lì quasi apposta, sembrano un consiglio. Apro la portiera, alzo il volume e resto silenzioso ad ascoltare.
Vivere e sperare di star meglio
vivere e non essere mai contento
vivere come stare sempre al vento
vivere, come ridere
vivere anche se sei morto dentro
vivere e devi essere sempre contento
vivere è come un comandamento
vivere.. o sopravvivere, senza perdersi d'animo mai e combattere e lottare contro tutto contro
vivere e restare sempre al vento a vivere e sorridere dei guai
proprio come non hai fatto mai e pensare che domani sarà sempre meglio
oggi non ho tempo, oggi voglio stare spento.
Il chiarore è alto, Rischio di trovare troppo traffico. Risalgo, metto in moto e riparto.
Buona giornata.

sabato 10 ottobre 2009

Appeso con due dita alla vita - Prima della cena

La serata si presentava perfetta. Pareva che anche le nuvole si fossero messe d'accordo, sgombrando il campo e lasciando il posto ad un tramonto dove ogni stella sembrava fosse stata messa lì apposta e puntata con uno spillo ad una volta incredibilmente blu che sfumava verso un rosa carico al di là delle cime dei Re Magi. L'afa inusuale del pomeriggio aveva abbandonato definitivamente la valle ma ogni pietra ed ogni muro pulsavano ancora del calore che avevnoa ricevuto e che adesso, lentamente restituivano.

Paco aveva passato un tempo infinito, avvolto nel vapore caldo della doccia, rilassandosi immobile, con gli occhi chiusi e l'acqua che, dai capelli scendeva giù lungo il corpo, lavandogli le ferite, quelle fuori ed anche quelle vecchie che, dentro, ultimamente sembravano bruciare meno. Ne era uscito solo dopo che Renato aveva minacciato di staccargli l'acqua calda, con tanto di ripetute manate sulla porta del bagno, accompagnate da una canzone inventata sul momento e urlata a squarciagola che verteva sul perchè aveva così tanta urgenza. Malvolentieri, alla fine aveva ruotato il rubinetto. Si era messo ancora gocciolante davati allo specchio appannato e, con un dito aveva disegnato i propri lineamenti, rivelando il proprio riflesso ed esaminandosi man mano che si riscopriva piano piano. La persona che gli stava di fronte non sorrideva. Era in forma, anche se, forse, sembrava un pò troppo magra. Aveva la barba ispida e capelli spioventi, pallide occhiaie, qualche taglio arrossato e lividi un pò dappertutto. E lo fissava in silenzio, con uno sguardo spento, stanco. Non si riconosceva, non pensava di essere veramente così. Lentamente, si mise a ruotare il penello nel sapone da barba e, sempre fissandosi, incominciò a radersi.
Dopo la barba e dopo aver dato una parvenza di ordine ai suoi capelli perennemente arruffati, dopo essersi asciugato, pulito per bene ed anche profumato, quello che lo fissava dall'altra parte dello specchio aveva un'aria quasi decente, anche se di provare a sorridere neanche a parlarne. Uscì dal bagno, quasi investito dall'impellente urgenza di Renato, che aveva minacciato di fargliela sul letto. Tutto quello che l'amico aveva ingerito nel pomeriggio, adesso reclamava improvvisa vendetta.
Si vestì, piano, cercando di non alzare troppo il braccio per non sentire il male in agguato tra le costole. Indossò semplicemente un vecchio paio di Levi's puliti che poi erano i suoi preferiti con sopra la maglia nera che aveva appena ricevuto in regalo. Poi, in attesa che si prepararasse anche l'amico, si rifugiò in un libro di Cussler che da parecchio non riusciva a finire.

Patti era già pronta, con un'ora abbondante di anticipo. Aveva prenotando il tavolo e discusso sul menu e sui vini il giorno prima, immediatamente dopo la telefonata con Paco, ed aveva preteso quasi l'impossibile, assecondata dalla compunta gentilezza del personale dell'albergo che la conoscevano bene. Quando organizzava le cose lei tutto, senza esclusioni, doveva funzionare alla perfezione, come un ingranaggio ben oliato. Poi aveva indottrinando pesantemente anche il fratello, perchè si dimostrasse gentile ed affabile, mentre quello ancora schiumava di rancore. Infine aveva preso il SUV e si era allontanata da sola.

Anche la signora Lucia si stava preparando per l'evento sorridendo civettuola mentre si faceva aiutare da Sveva con il trucco. Il pomeriggio del giorno prima, mentre predevano il tè in giardino, aveva captato, origliando apertamente e senza vergogna, quello che era capitato al giovane Isnardi (gioiendo nel suo intimo perchè quel bestione maleducato mai le dedicava un'attenzione o una cortesia) e quello che la bella sorella aveva successivamente organizzato. Curiosa come un furetto, aveva subito chiesto a Sveva di riservare per la sera dopo dopo il tavolo a fianco della compagnia.
Sveva era in attesa, fresca ed elegante, proprio come voleva la signora, pronta a porgerle la sua borsa. Si sistemò velocemente una ciocca di capelli con una mano, concedendosi un ultimo controllo allo specchio davanti alla porta. L'immagine che quello gli restituì era ben diversa da quella di pochi anni prima. Adesso finalmente si sentiva bella, molto più sicura di se ed in qualche modo addirittura sfrontata. Il mondo aveva smesso di incuterle paura, almeno per il momento.
Guardò la vecchia signora e le sorrise, di un sorriso che valeva molto di più di quel che sembrava. E ricordò. D'altronde lo faceva sempre.

La signora Lucia era la terza anziana per cui lavorava, da quando era in Italia.
La prima era stata Nonna Ida, nella calda e chiassosa Roma, appena arrivata, quando ancora aveva paura ad uscire fuori casa e non capiva un accidente di quella lingua colorata da tutte le sfumature di quel dialetto, tanto che alla fine quello che sentiva le appariva assurdo ed incomprensibile. Nei capelli bianchi, nella magrezza consunta ed in quelle mani rugose dalle dita ossute rivedeva la sua di nonna, e aveva finito in fretta con l'attaccarsi a lei ed ai suoi nipotini con un affetto quasi morboso da bimbina spaventata, che la confortava e la faceva sentire protetta. Sentiva di appartenere nuovamente ad una famiglia ed era tutto quello che le serviva per non affogare nelle sue lacrime che non avevano ancora smesso di scendere. Nonna Ida era una piccola e delicata ma grintosa vecchietta; non camminava quasi più ma la testa le funzionava bene. Aveva fatto l'insegnante da giovane e, con la pazienza e la caparbietà che a volte solo gli anziani riescono ad avere, pazientemente aveva saputo dipanare gli oscuri oceani dell'incomprensione, dandole una rotta da seguire. E lei aveva imparato.
E si era attaccata a quell'acuto odore di canfora dei vestiti negli armadi, ai fine settimana sul lungomare di Ostia, alle fresche risate di loro due quando tentava di imparare gli stornelli romani che Ida le cantava, al calore del sole affacciata alla finestra declinando in continuazione i verbi, e dove ci va la q unvece della c, e della mano di nonna Ida che le stringeva vigorosamente la sua quando si distraeva se il suo sguardo si perdeva sui tetti circostanti fino ai colli e l'ultimo sole indorava tutto come fosse oro.
Ma nonna Ida se ne andò, serenamente e silenziosamente, una notte fredda e ventosa di un inverno che stava appena cominciando ad allargare il suo gelido mantello. Ed era nuovamente lì, sofferente e sola, inerme ed in un paese sconosciuto. Non era ancora pronta ad affrontare di nuovo la morte.
La seconda era stata peggio. Si chiamava Lia ed era un'odiosa e maligna vecchia su un letto d'ospedale, dotata di una cattiveria che, almeno, le aveva impedito di affezionarsi, anche se, in fondo, non ce l'aveva fatta completamente. Comunque non l'avrebbe mai chiamata nonna. Ed in quei due anni che era stata sotto di lei ne aveva veramente sopportate tante, forse troppe. I continui capricci, gli ordini impartiti come se lei fosse solo una serva stupida con quella voce rauca e cattiva, gli insulti gratuiti e le ripicche quando non riusciva a capire o a fare le cose in fretta. Era entrata in quella casa per dare una mano ad un figlio ancora succube ed esasperato, che le allungava spesso qualche banconota in più perchè lei rinunciasse alle sue giornate di libertà pur di allontanarsi a respirare. E a lei i soldi in più facevano comodo. Aveva lavorato sodo in quegli anni, obbedendo silenziosa, lavandola e pulendola coscienziosamente quando se la faceva addosso apposta solo per farle un dispetto, dormendo pochissimo scrivendo a sua madre e leggendo tanto, come le aveva insegnato Ida. E ogni mese, puntuale, spediva a casa il vaglia con i soldi faticosamente sudati. Aveva seguito la vecchia anche quando per le esigenze di lavoro del figlio si erano spostati a Torino e lì, tra le bancarelle del mercato della Crocetta aveva conosciuto la signora Lucia, una simpatica vecchietta della Torino bene di un tempo che abitava sola in un grande appartamento lì vicino. Avevano legato subito, vedendosi quasi tutti i giorni agli stessi banchetti intente a fare la spesa. Una mattina l'aveva aiutata a portare le pesanti borse di plastica della spesa e parlando si erano sorprese molto simili, malgrado la loro differenza d'età. Era iniziata una complicità che le portava a fermarsi per un the veloce nel pomeriggio, a scambiarsi pettegolezzi e favori. Lucia le aveva regalato gli scorci più segreti e meravigliosi di Torino. L''aveva portata al Valentino ed in Piazzetta Maria Teresa, a Palazzo Reale, al Museo Egizio ed in mille altri posti, raccontandogliene con dovizia di particolari la storia; l'aveva sorpresa quando le aveva fatto gustare il "bicerin", in quel piccolo e delizioso bar vicino alla Consolata. Ogni loro incontro era uno stretto nodo nella rete della loro amicizia. E così quando l'improvviso aggravamento della malattia della signora Lia aveva dato l'occasione al figlio a ricoverarla in una struttura assistenziale (occasione che lui aveva preso al volo) scaricando tutte le angherie dell'altra a carico di infermiere professioniste, il passaggio a casa di Lucia era sembrato a tutte e due la cosa più logica da fare. E così avevano fatto.
Ed oggi erano erano lì, tutte e due eleganti e pronte a gustarsi una bella serata. Sveva sorrise alla sua immagine allo specchio e, cedendo il passo alla vecchia signora, uscirono dalla camera.