mercoledì 29 luglio 2009

ventiduechilometrieduecentometri ad andare.

E' la distanza casastudio/studiocasa che percorro ogni mattina ed ogni sera, in un senso e nell'altro, e racchiudono quello spazio fatto di pensieri, riflessioni ed aria da respirare che, svolgendosi come un nastro tra l'asfalto e le ruote del Transalp, mi fanno da canovaccio in quello che butterò giù appena avrò un minuto libero. Tanto so che anche se non ce l'avrò, me lo troverò comunque.

Il mattino inizia con il rumore dell'apertura del basculante del garage. Vado via presto, per cui lascio la mia casa spesso ancora buia, col tepore ed il respiro profondo delle mie donne ancora magicamente sospese nei loro sogni, forse diversi, forse intrecciati. E forse ci sono anch'io. Una rapida carezza alla gatta che mi segue sulla porta di casa (non è affetto, è che spera le dia doppia razione di croccantini). Chiudo piano la porta per non fare rumore.

La prima occhiata è per quello sprazzo di cielo biancoazzurro tra le case e per le nuvole che intravedo e che cerco invariabilmente di considerare poco importanti, le previsioni danno sereno, anche se ogni tanto una slavandata me la prendo lo stesso.

Guardo fuori, guardo alternativamente la macchina e la moto, ma ho già scelto. Non è di troppo tempo fa quando mi rifugiavo nella comodità dell'auto, quando mettermi il casco voleva dire forzarmi e partire con la tensione addosso, dalla punta dei piedi a quella delle dita, che mi faceva appannare la visiera in continuazione. Adesso, grazie a Dio, la vedo diversa. Come direbbe Paco, "questo è il tempo delle rapine in banca. Ho smesso di stare buono ed in coda, di seguire regole imposte".

Da qualche mese ho deciso di crearmele, le regole. Ho scoperto l'importanza di fermarmi ad ascoltare la musica di un momento, di spogliarmi da inutili mascheramenti e camuffamenti, di essere io, solo io e le mie emozioni. Il tempo è mio e spetta a me e solo a me, decidere come viverlo, quando sbagliare, con l'onestà di non mentirsi comunque mai; cadere e rialzarsi. L'ho già fatto, lo posso fare ancora e ancora e ancora un'altra volta. E se gli altri non comprendono, giudichino pure, sulla base solo di ciò che pensano di sapere. Non m'importa: sono tutti cazzi loro.

La mia moto è targata VR, e, per me, la cosa ha del romantico, e mi permea quando ci salgo sopra, un pò come la polvere magica che Peter Pan scuoteva da Trilli. E' passato il tempo in cui non stavamo bene insieme. Ma molto probabilmente ero io a non stare bene con lei. Non stavo neanche bene con me stesso. Chissà quanti e quali posti ha visto, quante strade ha percorso in mia assenza. Sul telaio di acciaio satinato è rimasta una discreta botta, a testimonianza di un'altra caduta, oltre la mia. Chissà dove e com'è stato.


Inizio a vestirmi: occhiali, casco, giubbotto con tutte le tasche chiuse per non perdere telefono, chiavi di casa e di studio, ecc. ecc. In ultimo, infilo i guanti, quelli di allora, ancora con gli strappi aperti dove sono ancora andato a schiaffeggiare la strada, prendendone molte di più. D'inverno i buchi, con il guanto interno indossato, si notano di meno. Non ho mai voluto cambiarli, ed ogni mattina li guardo e ricordo. Poi tiro su la visiera, inspiro l'aria da dentro il casco; leva dell'aria, giro la chiavetta e ingrano la prima. La moto con il suo solido borbottio, fa quel leggero sussulto in avanti e parto.


La mia strada comincia con quattro rapide curve in discesa, destra sinistra destra sinistra, che percorro tranquillo mentre le gomme sono ancora fredde. Il sole è di fronte, basso all'orizzonte, tra la bruma lattiginosa ed appena tinta d'oro che delinea vicini filari di alberi e tralicci dell'alta tensione, con i cavi che li uniscono che tagliano il cielo in semplici mosaici. Sui campi tagliati di fresco i rotoli di paglia riposano, sbilenchi.


Qualcuno solitario, corre, suscitando una leggera invidia (ma ho comprato le Saucony nuove ed ho deciso che sono guarito. Oggi forse riprovo). Esco in fretta dal paese dove vivo, anzi dove dormo quasi esclusivamente, da dodici lunghi anni. Non mi appartiene, non lo sento mio, tant'è che se mi fermate per strada per un'indicazione (a meno che mi chiediate informazioni sulla via principale o su quella dove abitiamo), invariabilmente rispondo: "Mi spiace, non sono di qui", anche se mi viene spesso da pensare "ma che cacchio ci andate a fare, con tutti i posti belli neanche troppo lontano".


Mi infilo sulla statale e via. La strada scorre diritta e veloce tra i campi di fitto granturco che ondeggia come un mare verde, l'aria fresca, a volte anche di più, ed il motore caldo. Sorpasso la pigra fila di camion ed auto che lentamente si porta verso la tangenziale. Incrocio qualche motociclista e, anche se alle sette del mattino siamo tutti e due in giro per lavoro, un saluto ci scappa lo stesso. Le mia mente prende spunti da ciò che vedo e sento, gli spazi aperti con la neve delle alpi da una parte e la collina dall'altra, mi circondano e mi parlano, di storie vecchie e sconosciute, di nuvole che nel loro rapido mutare e rinforzarsi prendono nuove forme, dando spazio a vecchi ricordi e nuovi pensieri, distraendomi ma non troppo. La strada richiede sempre e comunque attenzione, e l'ho imparato a mie spese.

Supero la coda dell'ingresso in tangenziale, io proseguo diritto. Le macchine incolonnate dirette in città sono definitivamente una fila unica, lento milleruote che ogni tanto si spezzetta per colpa di un semaforo rosso. Procedo a zigzag: esco, sorpasso e rientro, più e più volte, fino ad arrivare alle porte della città.

Qui il traffico è già convulso, anche se è mattina presto e siamo a due passi dalle vacanze. C'è poco tempo per distrarsi, l'attenzione è quasi d'obbligo. Ogni tanto il profumo di pane caldo, di brioche e di caffè mi entra nel casco. Dopo poco, la sorpresa della "mia" strada, quella che mi permette di attraversare la città senza neanche un semaforo. Me la trovo subito dopo aver percorso il cavalcavia che passa sopra i disordinati ed intrecciati fasci di binari e tralicci che, dritto laggiù in fondo, portano alla stazione centrale. E' praticamente quasi senza curve tranne alla fine e c'è sempre pochissimo traffico, soprattutto adesso che siamo a un passo dalle vacanze. A sinistra la divertente confusione cromatica delle case degli atleti per le Olimpiadi invernali, adesso riconvertite in abitazioni: ce ne sono di gialle, di rosse e di blu, sono dei cubotti di quattro cinque piani, tutte diverse. A destra la ferrovia, con il luccichio di cento binari che corre sempre insieme a me, e il ponte pedonale che sovrasta, collegando le case al Lingotto.
L'enorme arco colorato, inclinato, sospende il ponte ed è sospeso a sua volta da decine e decine di stralli, alcuni lunghi centinaia di metri.
Alto sessantanove metri, sembra un mezzo cerchione della bicicletta di un gigante.
Quando ritorno la sera, illuminato dai proiettori che lo strappano fuori dal cielo scuro, con i vetri del Lingotto sullo sfondo che riflettono il tramonto, è veramente bello da vedere.
Proseguo nella lunga curva appoggiata sulla destra. La mia strada sta per finire. Alla mia sinistra un parco verde dove, leggermente sparsi, gruppi di panchine pigre sembrano un gregge di pecore intente a brucare l'erba. La sera poi sono messe in posizioni diverse, ma sempre a gruppetti. Mi sa che brucano sul serio.
La curva si inverte rapidamente a sinistra. E' la mia ultima staccata, poi una piega tagliente e decisa, rapida accellerata e sono di nuovo imbrigliato nel lento traffico mattutino, da cui ne esco con lente gimcane ai semafori. Da qui al mio studio le strade possibili sono diverse, e la distanza è comunque sempre quasi la stessa. Scelgo come viene, a seconda del traffico, della casualità dei semafori o dei ricordi che, dal mare profondo del mio passato ogni tanto riemergono e galleggiano su e giù come bottiglie, qualcuna vecchia e qualcun'altra appena tappata, ognuna con il proprio messaggio ancora scritto dentro, in attesa che le stappi ancora una volta. E allora passo da una parte piuttosto che da un'altra, cercando di dar vita a quei ricordi, a quel mio tempo di ieri, ritrovando posti che mi sono appartenuti anche solo per un attimo, ricordando chi non mi aveva mai capito e chi invece mi aveva capito troppo, quando magari non ero in grado di comprendere io, strano destino. Riassaporo gli stessi profumi, ricordo vecchie emozioni, spesso scopro che alcune ferite dimenticate sanguinano ancora. Il "se fosse successo adesso sarebbe stato diverso" ogni tanto viene fuori da solo, ma lo ricaccio subito indietro. Non serve, almeno non per me, non adesso. Sono così perchè così sono stato, perchè ho fatto, e, nel bene e nel male ho vissuto.
Respiro, ricordo e vado avanti. Pochi minuti ancora e mi trovo davanti al portone verde che nasconde alla via lo studio, col giardino e le mie rose. Apro ed entro, a quest'ora so che, con qualche eccezione, sarò da solo per quasi un'oretta da dedicarmi. Il portone ha due pomelli d'ottone, uguali nella forma. Uno, quello che tocchiamo sempre per aprire, è lucido mentre l'altro è verde scuro, opaco e ossidato dal tempo che si deposita senza che nessuno lo acarezzi. Ricordo che lui era già così, la prima volta che io sono entrato qui, scintillante di idee e di speranze, ben quindici anni fa. Allora lucidare anche l'altro pomello era stata la prima cosa che avevo fatto.
Chissà come sarà invece l'ultima volta che entrerò qui, se l'avvertirò in un brivido strano, mentre sarò magari anch'io opaco ed ossidato dalla vita.
Ad ogni buon conto adesso esco e vado a lucidarlo di nuovo. Almeno per i prossimi quindici anni sarò a posto.

martedì 28 luglio 2009

Appeso con due dita alla vita - Ritorno alla base

Dopo avergli rapidamente ripulito la faccia dal sangue e dalle schegge steccato il polso, l’aspetto di Bruno era decisamente migliorato. Lei, quando non arrampicava, lavorava in ospedale come infermiera, e nella sicurezza dei gesti doveva anche essere brava. Mentre preparavano la manovra per calare Bruno, definitivamente svenuto, la ragazza piovuta dal niente e lui chiacchierarono un po’. Gli disse che si chiamava Cristina e che era da quelle parti per un rapido allenamento. Era sulla parte alta della stessa via con un compagno quando aveva visto staccarsi il fronte della scarica, aveva visto Bruno colpito e si era calata per dare una mano. Si fermava solo pochi giorni e poi partiva, verso montagne lontane. Era una che viaggiava con un alto numero di giri, con altri sogni, altre mete. Aveva già partecipato a spedizioni Himalayane ed era salita su tre 8.000, e ne aveva in programma altri. Paco ne rimase impressionato; a lui bastava trovarsi a trenta chilometri dalle sue montagne per trovarsi perso, Lei aveva altri e molto più lontani orizzonti, pur rimanendo di una semplicità disarmante. Avevano fatto su la corda di Renato e l’avevano preparata per una doppia, gettando quella di Bruno, inservibile. “Sicuro che ce la fai a portartelo giù in doppia? Gli chiese mentre lui sbuffava, cercando di buttarselo sulle spalle, legandolo come un salame ; “Tranquilla, è grosso ma non pesa poi tanto di più di quello che mi sta facendo sicurezza in questo momento e che ho portato giù più di una volta mentre mi cantava a squarciagola Tre Joli Tambour”. Poi aggiungendo in un bisbiglio, ma non troppo basso “Sai, ho il sospetto che beva!”
“Ti ho sentito, sai”, gli gridò da sotto Renato “E non erano poi tutte queste volte come dici tu: cioè una me la ricordo, le altre no..” Ciononostante sorrise, ripensando alle volte che si erano portati giù sostenendosi l’un l’altro, dopo avere festeggiato la riuscita di una via dando fondo a tutto quello che gli avanzava nello zaino.
Solo quando Paco si mise in piedi, con l’altro ben stretto, pronto per scendere in doppia, Cristina gli sorrise, preparandosi a tornare da dove era venuta: “Ci si vede, un giorno l’altro. Abbiamo fatto un buon lavoro insieme. A proposito: sai che non arrampichi affatto male? In quell’ultimo passaggio veloce col salto mi hai ricordato Dan Osman?”. Si girò e, nel giro di pochi rapidi movimenti, rapida come era arrivata, era già sparita.
Paco la guardò arrampicare per un lungo attimo: se ne incontrano poche di donne così. Poi si riscosse, provò a verificare che non fosse troppo squilibrato con quell’energumeno addosso e si preparò a scendere in rapidi balzi. Aveva preparato il Prusick in alto, nel timore che gli rimanesse incastrato nel discensore, ed aveva fatto bene. Riuscì a scendere in tre rapidi balzi, piegando bene con le gambe per ammortizzare al tremine di ogni salto, incurante del calore sprigionato dalla corda sul metallo. Portare giù un peso morto e riuscire a controllare equilibrio e la velocità della discesa non era facile. Cercò di fare più in fretta che potè, nel timore che quello gli scivolasse e che lui non avesse poi la forza di impedirlo. Non aveva neanche toccato terra che già qualcuno glielo levava di dosso e lo sistemava sulla sdraio che lui stesso si era portato, mentre nel frattempo giungeva l’ambulanza con il primo soccorso.
Per un attimo Paco si sentì sollevato: sollevato dal peso del bestione, sollevato dalla tensione di quel compito, sollevato dall’assenza delle sue nuvole nere, compagne inseparabili degli ultimi due anni. Nessuno lo stava considerando, gli amici di Bruno ci si accalcavano dando fastidio ai paramedici: l’uomo con la telecamera la teneva in alto tentando di superare il muro di gente. Renato gli comparve vicino, e con la mano gli strinse forte il bicipite. La frase “hai fatto un gran lavoro”, Renè non la pronunciò mai, ma Paco la sentì lo stesso. Si stirò la schiena dolorante, cercando di impedire a tutti i dolori che aveva accumulato in quella magnifica e pazza giornata di reclamare finalmente il loro tributo. Renato Tirò fuori dallo zaino un tubetto di antinfiammatorio e fece per passarlo all’amico. Il tubetto fu prelevato dalle lunghe dita sottili di Patti, che era ancora lì dietro di lui. Non si era avvicinata all’altro. Rapidamente svitò il tappo e gli disse “Siediti, ci penso io. E’ il minimo che posso fare, per avere fatto ciò che hai fatto”. Poi sorrise, finalmente non più femmina fatale, ma disarmata e disarmante, solo Patti e la sua fila di denti bianchi. Allungò la mano“Penso che nessuno ci abbia ancora presentati. Piacere, Patti”. E quello là steso è mio fratello”. Paco porse la sua e ricevette una mano fresca, con una stretta decisa, segno di un carattere forte. Poi gli fece il gesto come per dire “siediti” e Paco si girò e si appoggiò sul suo zaino, mentre le mani di Patti incominciarono lentamente a massaggiargli i muscoli della schiena.
Paco riusciva a sentire le dita di lei percorrergli la schiena; unte dalla crema, affondavano, accarezzavano vecchie nuove cicatrici, risalivano e lo manipolavano come si fa con la pasta del pane. Gli dava i brividi. “Questa è una che almeno le mani le sa usare. Mi sa anche tutto il resto”, pensò maliziosamente, cominciando a fantasticare, su di lei, sulle sue mani, su loro due, con il “Clic” che fermava nuovamente il tempo. Fu riportato alla realtà da Renato, che stava facendo su la corda, controllandone con eccessiva cura ogni centimetro e scuotendo la testa. “Sentimi bene:”, gli disse: “a parte il fatto che a farti sicurezza ho anch’io un fastidioso dolorino dietro il collo, ma se lo chiedo io viene a massaggiarmi quello della telecamera, che Dio lo benedica, ma mi puoi spiegare come fai a correre dietro alle donne anche quando sei in parete? Chi era quella? Ti ha almeno lasciato il numero di telefono? Avrà almeno un’amica: l’importante non è che sia carina, basta che sia compiacente." Guardò il gruupo di gente dinanzi a lui.
"Dì un po’: ma lo sanno questi qui che ti danno le spalle che sei l’eroe del giorno?. ‘Spetta me che glielo ricordo io”. Detto fatto, salì agile sul cofano del SUV, tanto Bruno non vedeva, mise le mani a cono davanti alla bocca e disse:“……….
[Domani mattina continuo, giuro, (se mi sveglio presto..). Adesso mi aspettano un paio di rotonde, per vedere quanta pedalina ci lascio.]

Con le mani in tasca


Mi piacerebbe tenere in tasca qualche spicciolo da giocarci con le dita e due pezzetti di sole,

Il primo per aiutare le rose a sbocciare,
nel giardino ventoso della mia vita,
che lento digrada al mare.

Il secondo da prestarti, per illuminare il tuo sorriso.

Nel taschino della giacca mi piacerebbe trovarci un'altra curva da percorrere.
E poi un'altra ed un'altra ancora, nell'incertezza di un nuovo tramonto,
al di là della collina.

In quella interna, che ascolta il sussulto del petto, mi piacerebbe sentire, sfregandole tra le dita, una briciola del tuo coraggio ed una della tua determinazione, unite insieme da una tua lacrima, sapida di dolcezza.

E, frugando tra vecchie cuciture sdrucite, mi piacerebbe saper dosare ogni istante e assaporare il succo fresco della tua voce.

Ma, scostando mazzi di chiavi e vecchi ricordi sbiaditi, non mi sono più trovato.
Non so se sono vivo. No, forse non ancora.


[Jorges Amiöde]

venerdì 24 luglio 2009

Piccole donne crescono... piano piano

Ieri sera ero a Carmagnola, a veder entrare ed uscire da negozi di scarpe ed abbigliamento mia moglie ed una sua amica, mentre il marito di lei, mia figlia ed io rimanevamo al fresco ad osservare la fiumana di gente passeggiare pigramente sotto e fuori dai portici di una pseudo notte bianca.
Per uscire la mia Ciccia è andata a cambiarsi. Ne è ritornata cinque minuti dopo, e l'osservarla scendere dalle scale che portano alla zona notte, mi ha causato la seconda stilettata al cuore della sua vita. La prima è stata a Capodanno di un anno e mezzo fa, una pugnalata rabbiosa con una lama che mi ha aperto in due, quando in quell'attimo spaventoso ho temuto di averla persa per sempre. Quella di ieri è stata roba da poco, un graffio leggero; era solo il coltello piccolo dell’apprensione, che lascia tagli sottili sottili.
E’ che sta crescendo. E senza chiedermi il permesso.
E’ scesa lenta e misurata, elegante, con una maglietta nera ed un gonnellino anch’esso nero e corto. Piccoli seni incominciano a farsi intravedere, e sotto la gonna corta, le gambe erano lunghe ed abbronzate. Il suo sguardo, un pò da donnino ed un pò da pulcino, cercava in me l’approvazione. “Come sto?” mi ha chiesto, con il suo dolce sorriso, mettendosi in posa.
“Sei bella” le ho risposto “e stai diventando lunga; come papà”. Avevo un leggero groppo in gola ma non se ne è accorta. Mi ha preso la mano e mi ha dato un educato bacino “Ho il burrocacao” mi ha detto sottovoce, per giustificarsi.
Tra un po’ e questa mi si trucca anche.
Mentre mia moglie entrava e usciva dai negozi (non comprando nulla e lasciando povere commesse in un bailamme di scatole aperte e scarpe spaiate) noi due passeggiavamo, ma io vedevo solo ragazze, in gruppetti, ad atteggiarsi truccate da dive con movenze misurate, i tacchi altissimi; camminavano esponendosi. Sembravano quasi tutte donne fatali e vissute, anche se molte non avevano che quattordici o quindici anni; io in loro vedevo la mia e mi veniva da pensare che di lì a poco sarebbe diventata così. Non potevo farci niente. E mi ricordo ancora la prima volta che l’ho tenuta tra le mie mani, fragile animaletto piangente in un mondo tutto nuovo. Era solo ieri.
Ciccia mi stringeva la mano.
Si è messa a guardare la vetrina di un negozio di abbigliamento, di fianco a due ragazze con il piercing sull’ombelico ostentato ed un tatuaggio alla caviglia. Erano alte uguali. Mi ha fissato seria, con i suoi grandi occhioni: “Papà” mi ha detto ad un certo punto ("No, il tatuaggio no!"):
“Mi compri un palloncino?”
Per fortuna è ancora così piccola.
Se non mi fermava mia moglie, per la contentezza gliene compravo ottantaquattro di palloncini, a fiori, con la faccia di Titti, fatti a delfino e a cavallo, fino a vederla sollevarsi felice da terra. Poi le ho comprato un gelato a tre gusti, con la Stranutella che le ha fatto la faccia da pagliaccio, mentre ogni tanto mi dava il permesso di dare una leccatina (“piccola, papà”). Infine è andata sullo scivolo gonfiabile messo nella strada che porta alla stazione “quello dei grandi però”, anche se, rispetto agli altri "grandi", lei li superava di tutta la testa. Quando scendeva, teneva la gonna dignitosamente con le mani, poi l’euforia della discesa superava il pudore ed era tutto un turbine di braccia, gambe e sorrisi, con i denti che brillavano nel fondotinta alla stranutella.
Alla fine era così stanca che mi ha chiesto di prenderla in braccio. Avrei voluto, ma quaranta chili sono veramente troppi, piccola mia. Mi ha camminato a fianco, abbracciandomi stretto, impedendo a sua madre di prendere le mie mani che voleva tutte per se.
C’è ancora tempo, per fortuna.
Cresci piano, bimba mia. Non so per quanto ancora, il “tuo” Totson

Piazza Vittorio, ore 15.30

Ieri, in un pomeriggio di un giorno di sole, ero fermo al semaforo, in moto. Cosa strana per Torino, ero insieme ad altri sette, tra moto e scooter, tutti davanti.
Gli altri alle nostre spalle, chiusi nelle loro scatole di latta a respirare l’aria condizionata, a seguire le regole di una coda ordinata. Alla nostra destra il ponte, con sotto il Po che scorre, di un lento color fango; subito dietro Piazza Vittorio. Alla sinistra l’inquietante tristezza della gran Madre, con la statua a cui manca la mano, e su la collina verde. Fa caldo. Sotto il giubbotto Dainese sicuramente di più.
Sul largo marciapiede che svolta dal ponte infiorato una bimba bionda corre gioiosa a spaventare in brevi rincorse malandati piccioni, sotto gli occhi protettivi del nonno. Dall’altro lato del ponte arriva un barbone, sotto una blusa malandata e gli occhi fissi sulla ruota davanti, con tutte le tracce della sua vita buttate alla rinfusa dentro sacchi cenciosi, ammassati su una sgangherata bicicletta che tintinna, ad ogni stanco giro di ruota. I fiori ordinati sul ponte non gli danno allegria. Prosegue a raccogliere ricordi.
Lo sfondo della piazza dalle mille finestre in file ordinate su muri color pastello, ha uno stile da vecchia signora. I binari luccicano sulla strada di larghi lastroni di pietra. Un uomo cammina veloce, parlando concitato al telefono. Una coppia di anziani indica il Valentino: il vecchio tiene il braccio galantemente piegato e lei ci tiene il suo sopra, vezzosa, con le mani che ancora si cercano e si stringono. Chissà di cosa parlano. Si guardano, sorridono e si scambiano un bacio, testimone di un amore che chissà da quanto dura. Ed io mi sento un intruso.
Poi non c’è più tempo. Verde. Metto la prima e parto.


Torino mi sta a pennello indosso, in queste piccole cose….

mercoledì 22 luglio 2009

Appeso con due dita alla vita - Tomahwak 3

Il volo questa volta se lo era preparato. Non l'aveva subito, non gli era stato imposto e rubato, quel pezzo veloce di vita: l'aveva vissuto, con la consapevolezza folle che ne valeva la pena. Ed era vero. L'urlo strozzato del gruppetto l'aveva sentito, prima ancora che uscisse involontario dalle loro bocche, quando aveva pensato: "Ecco. Adesso lo fanno".
Si era lasciato andare con una leggera spinta in fuori. Ed era andato giù, diritto come la goccia d'acqua della sua doccia che perdeva da sempre. Quella cadeva sempre lì, mai un centimetro più avanti. Aveva visto rapido il punto di mezzo passare, il rinvio con la fettuccia verde a cui si era assicurato. Ed il colpo nelle reni dato dall'imbrago non l'aveva sorpreso. Era stato solo di un poco più soffocante di quando qualcuno ti cala velocemente per farti il solito vecchio scherzo e poi ti ferma con uno strattone. Aveva visto il colore della fettuccia e gli era venuto in mente il colore verde della coppa di gelato che prendeva ultimamente, "una da due euro, cocco e yogurt, grazie!"; sempre gli stessi gusti da almeno sei mesi. Ed ancora non si era stufato. "Dovrei avere una ragazza gelato, cocco e yogurt, magari non mi stufo".
"Mi andrebbe un gelato", disse calmo. Si trovava un pò più in basso di prima, fermo, calmo e serio con lo sguardo puntato in basso, diretto verso Renato, come se quel momento fosse la cosa più naturale del mondo. L'amico era stato veloce, ma aveva capito quello che voleva fare quel matto. Non l'aveva fermato recuperando tutto quello che aveva potuto, ma gli aveva concesso il tempo per un rapido battito d'ali. Ciononostante le braccia gli facevano un male della madonna, ed aveva il fiatone. Paco non era certo un peso piuma.
"Scusa?? Non è che ho capito male? Voli due volte in meno di cinque minuti e la prima cosa che ti viene in mente è che vuoi un gelato? Sai ho visto balconi molto meno fuori di te! Sicuro che prima non hai battuto anche la testa, per caso?"
Si guardò intorno e vide la gente: tutti a naso in su. Alcuni erano ancora in apnea, ma tutti, nessuno escluso, avevano la bocca aperta. Istintivamente pensò al gioco del buttare la pallina nei vasi dei pesci rossi, quando ci sono le giostre. "Oggi sarebbe il giorno giusto per vincere la bambolina" gli venne in mente, immaginandosi la scena. Ritrovò il suo spirito goliardico e, rivolto all'amico, aggiunse: "Allora, dato che adesso ti sei sfogato, vuoi darti una mossa o mi fai fare la bella statuina fino a questo pomeriggio? O devo venire su a portarti davvero il gelato? Che gusto vuoi?" Paco, sempre girato, sempre appeso, sorrise, in una fila di denti candidi nel volto abbronzato: si stava ancora immaginando la ragazza gelato, dolce e cremosa. "Che stupido, immagino saranno sempre i soliti cazzo di yogurt e cocco!" Paco gli fece il gesto di colpirlo in silenzio con una pistola fatta con le dita, che rimise nel fodero immaginario. Poi si girò e ripercorse rapido i movimenti che aveva già eseguito poco prima, ritornando in un lampo subito sotto lo spit a cui non si era volutamente assicurato.
Renato trattenne nuovamente il fiato: "Dio no; ti prego, non un'altra volta, non ti sei sfogato abbastanza? Guarda che la corda l'ho comprata usata alla Lidl, non è proprio sicuro che tenga, e poi te l'ho già detto che ti trovo ingrassato?" Per tutta risposta Paco alzò la mano destra mostrandogli il dito medio, poi spostò il braccio indietro e prese un rinvio dall'imbrago per assicurarsi. Al "clic" prodotto quando ci fece passare la corda dentro, molti di quelli lì sotto emisero un sospiro di sollievo, Renato incluso. Ora di gente a guardarlo ce n'era un discreto gruppetto, anche uno con la telecamera, che stava riprendendo chissà da quando.
"A Dottò, scusiii, guardi che io sono il suo agente, il manager" lo interpellò Renè: "Lei sa cosa sono le royalties? Qui da noi si fa così: dunque, lei può riprendere il mio protetto, se ci paga in generi voluttuari, principalmente alcolici e devono essere tanti, ma non solo, perché a noi bere a stomaco vuoto fa male; in alternativa va bene lo stesso se ha una figlia carina, ma sarebbe meglio due".
L'uomo con la telecamera rise, e gli disse che era pronto a rifocillarli con quanto aveva nel camper lì vicino, che di roba ce n'era abbastanza. Renè aggiunse, con ka voce alla Totò: "Lo dico per lei, si lasci servire da me che sono un uomo di mondo: ci ripensi, se ha due figlie; non so se le conviene darci libero accesso alla dispensa: quello lassù", indicando Paco", è peggio di un'idrovora".
Aveva ritrovato rapidamente la battuta, di fronte ad un discreto pubblico e stava avendo il suo consueto successo. Poi d'impulso si girò per guardarsi dietro ed aggiunse, senza aspettarsi risposta, rivolto a Patti che lo guardava e non rideva: "Ma cosa ci fai tu agli uomini? Oh cazzo, adesso devo recuperare tutta questa corda, che se quello mi cade un'altra volta stavolta fa un buco per terra profondo mezzo metro!".
Paco nel frattempo aveva ripreso ed aveva ripreso rapido, agile, deciso. Ascoltava le battute scherzose dell'amico là sotto e ne sorrideva. Si sentiva bene, bene, bene. Non gli dispiaceva quello che gli era appena capitato, la rapida scarica di adrenalina l’aveva reso più forte e si sentiva pronto. Adesso era pronto. Signori in scena. Finalmente.
Incominciò ad aggredire la via con una decisione che sapeva di non avere mai avuto. Si inventava passaggi di forza e di equilibrio, sostenendosi con due dita e movendosi preciso. Arrampicava come un grande. Aveva una sensazione di se stesso sulla parete che non aveva mai provato e che gli permetteva di andare oltre. Era quasi contento. Pensava a quello che avrebbe raccontato a Mondo, quando si sarebbero incontrati nuovamente, accucciati di fianco alla stufa che scoppiettava, con le scintille che morivano uscendo e le tazze fumanti in mano, complici di un segreto tutto loro.
Ogni tanto sentiva partire qualche applauso proveniente dal basso nei momenti che quelli di sotto giudicavano più critici, mentre a lui apparivano impegnativi sì, ma di una semplicità disarmante. Incominciò a fischiettare, come gli capitava quando gli girava nel modo giusto, e sapeva farlo bene. Gli venne naturale mettersi a fischiare “Blowing in the Wind” di Bob Dylan; era un brano che adorava da molto tempo prima di One ed a cui non pensava più da mille anni. E adesso era lì, in testa tutta per lui, fresca come allora, pronta nel Juke Box della sua memoria. Lui mise giù la monetina e questa sali, dai polmoni alla lingua, transitando stretta attraverso le labbra socchiuse, uscendo libera mentre lui continuava a salire a tempo quasi non facesse sforzo, modulandola e usando tutto il fiato che aveva dentro. E il suo fischiare si propagava, rimbalzava in parete, e chissà dove andava finire. Forse non finiva.
Sotto erano tutti a guardarlo con il naso in su. Renato si era impossessato del berretto dell’uomo con la telecamera, se lo era messo per terra davanti ai piedi esclamando: “Musica & spettacolo, eccezionalmente solo oggi signori: fatevi avanti gente, per una generosa offerta”. Non era possibile: era il Renato di sempre.
Paco aveva ormai raggiunto l’altezza dove stava Bruno, che aveva assistito a tutto e lo stava fissando. Era stanco e si vedeva. Era sudato e un poco della spavalderia l’aveva persa, strappata pezzo per pezzo dalle difficoltà incontrate lungo la sua via. E quella comunque era una via tosta, non dimentichiamolo. Paco lo guardò bene arrivando su; lo vide stanco ma comunque non vinto, sudato e muscoloso, col minuscolo moschettone alla cintola dell’imbrago che gli faceva dondolare il cellulare e, nonostante quel particolare assurdo, involontariamente lo ammirò. Ci voleva grinta e quello ne aveva a pacchi. Istintivamente, sempre fischiando, gli sorrise.
“Hai finito di fare il buffone?” Gli tirò addosso invece l’altro. Era seccato e la frase gli uscì sibilando, stretta tra i denti. Paco si ricordò la sua prima impressione nei confronti di Bruno e quasi si pentì di avergli sorriso, ma rimase sereno: “Veramente avrei appena cominciato: sai, oggi mi va così, che vuoi farci, sono un pò "descentrà"; noi gente di montagna siamo come il cattivo tempo: imprevedibili, non sai mai quando ti arrivano addosso.” Gli disse, saltando noncurante uno spit con uno slancio che fece partire un altro applauso ed afferrando rapido appigli inesistenti, leggero come un gatto. Gli sembrava di arrampicare sulla luna. Lo guardò fisso e poi, stavolta senza sorridere, aggiunse: “Sai, dovresti provare a prenderti un po’ meno sul serio, rilassa sai? Goditela la parete, non cercare di vincere, perché non è con me che stai facendo una gara ma con lei. E lei non la vincerai mai”.
Bruno stava cercando qualcosa di tagliente da rispondergli, a quel bastardo saputo, una secchiata d’acqua gelata per levare il sorriso beffardo che gli faceva montare mille cristi, ma non ne ebbe più il tempo.
Incominciò tutto con un suono sottile, uno scalpiccio di passi di piccoli folletti maligni che correvano giù dalla parete. Poi tutti insieme vennero giù quelli grossi, e la scarica di sassi li investì. In pieno.
“Pietree!!!” gridarono quasi all’unisono da sotto sia Tony sia Renato. La gente si disperse in un lampo, come quando la goccia d’acqua dell’acquaio impatta contro il ripiano di marmo, mentre i due si allontanarono quel minimo necessario per continuare a far loro sicurezza. Il signore con la telecamera non si era invece mosso, continuando a riprendere in su. Era brutta, brutta davvero. Istintivamente i due si acquattarono contro la parete, abbracciandola, bimbi attaccati alle gambe della madre, cercando di offrire il minor numero possibile di parti esposte alla furia del momento. Nessuno dei due aveva il casco. Bruno era assicurato, mentre a Paco per assicurarsi mancava ancora più della lunghezza del suo braccio. E l’altro rinvio sotto non l’aveva volutamente messo. Non riuscì a fare a meno di pensare: “Cazzo, devo far regolare l’orologio dei desideri: va indietro di una mezz’oretta abbondante”, e poi più niente. La scarica era decisa: i sassi venivano giù fischiando anche loro, ma la canzone non gli piaceva affatto. Quelli piccoli erano un morso feroce, che lacerava piccoli lembi di pelle e scappavano via, ma quelli più grossi invece facevano male, e parecchio.
Era durato il tutto meno di cinque secondi e come era arrivato tutto era finito, con gli ultimi ritardatari che, rimbalzando, si perdevano nel vuoto. Poi silenzio.
Paco si staccò dalla parete, tossì, sputando saliva, sangue e polvere e si guardò: la testa gli girava appena, un fastidioso moscone ci sbatteva rabbiosamente dentro. Cominciò a muovere le dita delle mani. Dai capelli ai piedi era bianco di polvere, gli sembrava di essere stato pestato per bene ed un rivoletto di sangue gli partiva da un ampio taglio sul dorso della mano e proseguiva giù giù in tutto l’avambraccio, terminando in piccole goccioline scure che si smarrivano sulla roccia, mischiate alla polvere. I suoi pantaloni avevano subito l'ultimo e definitivo assalto. Guardò di riflesso Bruno ma per un secondo non comprese: tra la polvere e le botte ricevute aveva la vista annebbiata ma c’era qualcosa che non tornava. Scosse la testa come per metterlo meglio a fuoco.
Bruno era una maschera di sangue ed aveva una mano piegata sinistramente all’indietro, segno di un polso chiaramente fratturato che lui si guardava instupidito. Sembrava ubriaco. Un masso aveva colpito la roccia proprio sopra di lui sull’occhiello dello spit ed era esplosa in mille schegge appuntite. Si era istintivamente messo il braccio davanti agli occhi per proteggerli, e quel gesto glieli aveva salvati, ma il resto era un casino e grosso. I pezzettini micidiali l’avevano colpito dappertutto: la canotta era a brandelli e del cellulare non c’era più traccia. Un pezzo di pietra grosso come un pugno gli aveva girato il polso e gli aveva mancato di un soffio la tempia.
Paco si riscosse. L’attenzione si concentrò come uno zoom della sua Nikon sul punto d’impatto del masso. Il moschettone del rinvio si era crepato, della leva di chiusura non c'era più traccia e la corda, mezza colpita anche lei e mezza sfilacciata, stava cominciando a sfilare fuori dall'asola.
“Molla, molla mollaaa!!!” Gridò di colpo Paco, rivolto a Renato, mentre inconsciamente, si era già preparato a spostarsi, abbandonando la sua posizione. Aveva bisogno di corda e subito. Quello non sarebbe rimasto su ancora per molto e se fosse caduto una corda in quello stato non avrebbe retto allo strappo. L'altro di tempo non ne avrebbe avrebbe avuto più.
Paco non guardava sotto, non vedeva e non sentiva, non gliene fregava un cazzo del mondo. Doveva arrivare lì ed arrivarci subito. Fissava duro quel lembo di corda obbligandola con quello sguardo a fermarsi. Avrebbe voluto fermarlo, 'sto cazzo di tempo. Schioccava le dita: "CLIC", e lo fermava.
Tutto fermo: il sole, le nuvole, un merlo che passava veloce a meno di tre metri da lui e che invece rimaneva sospeso nell'aria, immobile.
Tutto fermo: i gitanti là in fondo sul sentiero, il suono dei campanacci delle mucche della margaria, il vento e le voci della gente improvvisamente in silenzio ed immobili. Tranne lui che, con tutta la calma e l'attenzione che serviva, si spostava, arrivava dall'altra parte, metteva quello al sicuro e poi: "CLIC!" e la giostra della vita riprendeva a girare, prima piano piano e poi regolare. I rumori interrotti a metà si riattivavano, ed i movimenti sospesi continuavano. Avesse avuto quella possibilità stamattina... "CLIC!" e forse non sarebbe neanche venuto su, impiegando quell'assenza di sè per passare del tempo, anzi del non tempo solo con Patti. Ed invece era lì. Il merlo era passato in un frullo d’ali e lo scampanio non si era fermato.
Aveva raggiunto la sosta in un secondo e si era assicurato, aveva cominciato a parlare e non aveva più smesso. Parlava con voce monocorde, bassa e profonda, per tranquillizzare Bruno e non trasmettergli l'angoscia delle cose che non era in grado di cambiare che lo stava attraversando, mentre dava ordini rapidi e secchi ai due di sotto.
"Renato, sei vivo? Tanto anche se hai preso un sasso in testa si è sicuramente rotto lui e quindi fai quello che dico. Ho intenzione di andare a prenderlo al volo quindi mollami corda come se non ne avessi affatto. Non ho tempo per scendere e salire, quindi attraverso, si dovrebbe poter fare. Se non ce la faccio e cado tienimi, proverò poi da sotto a risalire sulla sua via rimanendo assicurato dall'alto, e Bruno, ascoltami, TU NON TI MUOVERE, non hai niente, stai tranquillo, tienti bene che arrivo subito. Tony, tu non fare niente, tienilo così com'è, non mollare e non metterlo in tiro, che la corda non è messa bene". Era un eufemismo.
Erano a metà parete. Le due vie non erano poi distantissime. C’era solo da fare in fretta. Se solo Bruno avesse potuto mettersi in sicurezza. Bastava un cordino, ed una mano che funzionasse. Sembrava un cameriere che porta un vassoio senza il vassoio, e stava a guardarsela messa in quella strana posizione, come ipnotizzato.
Il più rapido traverso della sua vita. Arrampicare in orizzontale era sempre stato strano, per lui che cercava sempre la via della “goccia d’acqua”, come gli dicevano i libri dei vecchi, dei Comici e dei Bonatti che aveva divorato da piccolo. Andare di lato era strano, quasi innaturale. Belli invece i traversi delle dolomiti, dove aveva anche fatto dei pendoli da paura, quasi correndo orizzontale alla parete, come se la forza di gravità fosse nel fianco della montagna e non sotto di lui. La corda lo richiamò indietro. Renato non era stato abbastanza veloce: “Scusa”, gli disse da sotto, dandogliene: “E’ che sto contando i centimetri, non è che ce ne rimanga poi tanta”.
“E’ che sei uno spilorcio, ecco quello che sei, dovevamo usare la mia. Ti avevo detto di comprartela da sessanta metri e non da cinquanta” - “Primo, tanto me la porto sempre io nello zaino, tu trovi sempre mille scuse tra cui il fatto che hai la moto per lasciarla a casa, e secondo te l’ho già detto che facevano i saldi, c’era solo più questa ed un’altra fatta per il campeggio, non sono neanche sicuro di aver preso quella giusta; beh, pensando ai voli che mi ci hai fatto sopra, devo aver scelto quella buona. Comunque dopo di oggi non ci appendo più neanche i salami. Mi sa che me ne devi una nuova”. Continuando a danzare, Paco guardò il nodo davanti all’imbrago sorridendo. Edelrid 10.2mm, c’era scritto. Avrebbe retto a ben altre cadute.
Bruno era nel limbo. Sentiva i rumori, sentiva voci ovattate e non riusciva a vedersi altro che quella mano tirata all’indietro davanti ai suoi occhi che non si levava da lì, chissà perché. Non aveva dolore, solo un “uuuuuuuuuuu” sommesso che suonava incessante. Per il resto la visione lattea delle cose che lo circondava lo faceva sentire in un bozzolo. Non aveva capito ancora cosa era successo. Si sentiva acquoso, e qualcosa di dolciastro e appiccicoso gli impiastricciava la faccia.
Poi lo vide.
Vide che stava venendo verso di lui, quel bastardo. Sì, era proprio un bastardo: non gli bastava farsi bello facendo a momenti anche le capriole su quella via, non gli bastava salire come se camminasse invece che arrampicare; non gli bastava averlo sputtanato e metterlo in ridicolo davanti ai suoi amici, raggiungendolo in due minuti mentre lui ci aveva sputato l’anima a salire: adesso voleva anche rubargli la via! Ma gliel’avrebbe fatta vedere lui, a quel fesso. Non l’avrebbe raggiunto mai, avrebbe vinto lui. Era solo a due metri; era ora di muoversi. Se non fosse stato per quella sensazione che aveva. Si sentiva drogato. Paco stava cercando di muoversi più in fretta che poteva, e mentre si avvicinava a Bruno, che continuava ad assomigliare ad uno zombie, continuava a parlargli piano per farlo stare tranquillo.
Era stato quando era su un passaggio delicato, a meno di due metri da lui che vide l’altro muoversi: sembrava che avesse deciso di riprendere a salire. Per un secondo pensò solo che stesse cambiando posizione, poi di colpo lo vide: quello stava veramente per ricominciare a salire.
“Bruno, ascoltami. Fermati. Con quella mano non puoi muoverti. Bruno, aspetta, non muoverti, Bruno, mi senti? Bruno, ti ho detto di non muoverti. Dammi un minuto ed arrivo. Ascolta! Cazzo, Renè, questo è andato, non mi sente! Tony, dirgli di fermarsi!” Finì la frase quasi urlando.
Bruno avvertiva che quello stava veramente arrivando. “Non ce la fai, bastardo che non sei altro, non arrivi a prendermi, ti faccio vedere io come si arrampica, altro che montanaro”. Pensava ma non riusciva a parlare. Si sentiva in un sogno, forse stava sognando veramente. Se solo qualcuno avesse levato quella mano storta da davanti ad i suoi occhi. Decise di mettere la sua mano destra (ma dov’era?) sulla roccia per riprendersi la via che era sua, solo sua e fece per andare su.
La scarica di dolore quando appoggiò le dita sulla roccia e ci si appese fu devastante. Come se gliel’avessero attraversata con un ferro rovente. L’urlo gli uscì da dentro, così profondo e rabbioso che per un attimo pensò di non essere stato lui. Poi il velo nero dell'incoscienza gli calò definitivamente sugli occhi.
E per la seconda volta in quella giornata, qualcuno in parete si lasciò andare…

Paco capì che non ce l’avrebbe mai fatta a raggiungerlo. Era in bilico, aveva bisogno di uno slancio per arrivare alla catena ma la sua posizione era troppo precaria. Avesse mancato la presa avrebbe cominciato un pendolo che l’avrebbe sbattuto dietro lo spigolo Fornelli. Ma non c’era più tempo. Decise di provare. O la va o la spacca.
Fissò dove doveva arrivare. Era lungo, forse troppo, ma poi l’altro appoggiò la mano sulla parete, urlò e si sbilanciò all’indietro. Paco saltò.
Una massa di riccioli biondi, con una maglia rossa con le sigle di alcuni sponsor era lì. Sopra Bruno. Con una mano si teneva alla roccia. Con l’altra aveva afferrato Bruno al braccio muscoloso in una morsa ferrea, proprio mentre stava perdendo l’equilibrio. Lo teneva inchiodato alla parete, e sembrava non facesse alcuno sforzo. Era lì e lo vide arrivare alla fine del salto, con le dita che mordevano la catena. Paco era senza parole.
“E… e tu da dove spunti?” Le chiese alla fine. L’aveva guardata negli occhi ed era stato ricambiato da uno sguardo sincero che gli aveva scavato nell’animo. Lei alzò lo sguardo verso l’alto, l’alto della roccia magari più su, in silenzio, con i riccioli che giocavano impertinenti con il vento. Poi gli disse “Vedi di assicurarlo alla sosta con un cordino, che questo pesa”.

…… Ciao Cristina!!! .


[Note per quelli del mio studio a cui, non ho ancora capito ancora perché, piace cosa scrivo (sospetto che sia perché è mia la firma sui loro assegni): 1) Visto che pensate che a scrivere faccia meno danni che a lavorare sul serio, perché non vi prendete quella cinquantina di grane che affollano la mia scrivania così posso soddisfare la vostra curiosità e dirvi cosa succede? Noo? Allora pazientate. Scrivo solo quando posso, e solo se mi scappa proprio.2) Ho comunque imparato, riscrivendo per metà (grazie alla rompi.. Giorgia che proprio non poteva aspettare che finissi e così un pezzettino gliel’ho stampato e l’ho potuto recuperare..)Tomahwak3, che sarà pure piacevole scrivere di getto, buttare giù tutto come ti viene, dal cuore alla tastiera, anche se fai un mare di errori, ma è meglio mettersi su word e POI, solo una volta finito, riportarlo sul post, visto che, non so perché, nel momento in cui ieri, avevo proprio ma proprio finito di scriverla…. Ho perso tutto!!! Qualcuno sa se c’è un backup dei post?]

martedì 21 luglio 2009

"El Grio"

Non so se l'avete letto in questi giorni o l'avete saputo dalla televisione. L'altro ieri, una giovane alpinista vicentina. Cristina Castagna di 32 anni, ha perso la vita sulla catena del Karakorum, mentre scendeva dalla sommità del Broad Peak, la dodicesima vetta più alta del mondo. Ha colpito sicuramente tutti il bigliettino che ha lasciato "Se mi succederà qualcosa lasciatemi dove la montagna mi ha chiamato a sè".

Se volete, rendetele omaggio e andate a dare un'occhiata al suo sito, http://www.elgrio.net/ Dentro ci troverete tutta la freschezza, la voglia di vivere pienamente ogni minuto e la passione per la montagna che sicuramente facevano parte di lei. Lo dico con l'assoluta consapevolezza di aver ragione, anche senza averla conosciuta. Ho letto le frasi di cordoglio sul Guestbook ed ho riflettuto a lungo su questa nostra passione comune che è la montagna, rischi compresi.

E' inutile, chi non ce l'ha non la potrà mai capire. Nasce quando guardi in alto da bambino e ti chiedi semplicemente cosa si vedrà oltre. Quando ti portano a passeggio per mano e vedi le persone che ritornano, abbronzate, con gli zaini tintinnanti e l'espressione felice.

Beh, io la prima volta da bambino me la ricordo ancora adesso, anche se, probabilmente la mia prima montagna in realtà era poco più di una collinetta. Ma ricorderò per sempre quella visione diversa del mondo a 360°, senza ostacoli, con il sole che tramonta talmente lontano che è da un'altra parte del mondo. I colori caldi delle cime delle montagne vicine, i ghiacciai imponenti sullo sfondo e le grandi montagne, quelle che chi le conosce le pronuncia con rispetto, sempre presenti. Bellissimo da levare il fiato.

Non sono stato e ovviamente non sarò mai un valente alpinista, ma chi ama la montagna ama di un amore totale ed assoluto. Ed io amo sicuramente la montagna.

Le lunghe escursioni da bambino sono un elemento fondamentale, per farsi il fiato ed imparare che cosa sono la bellezza ed il rispetto. Ed io ho imparato, e devo ancora una volta ringraziare i miei, che sono stati maestri di vita in questa come in tante altre cose.

E sono fiero nel dire che se, oggi, camminando su un sentiero, mia figlia vede che qualcuno butta una cartaccia, lei la raccoglie, in silenzio, e me la mette nello zaino. Gliel'ho insegnato io.

Crescendo poi, cambia il modo di affrontarla, la montagna. Scopri possibilità ed esperienze nuove, le prime arrampicate con gli amici più incoscienti di te, i "descentrà", come li chiama ancora oggi mia madre. Frequentandoli ti senti simpaticamente un pò descentrà anche tu; gli alpinisti sono una razza tutta particolare, con una spiccata propensione verso i "generi di conforto"(alcoolici soprattutto ma non solo) ed il gentil sesso. Cresci e, comunque cresci sano, in un ambiente magari rude ma che, a suo modo ti forgia e ti protegge.

In quanti rifugi sono stato non me lo ricordo più, ma me li ricordo tutti, nessuno escluso. Ricordo la gentilezza di quei due gestori che avevano tenuto aperto il loro un giorno in più apposta per noi, dopo che avevano saputo che avremmo pernottato nella parte invernale. Ricordo anche le volte in cui si sono incazzati per benino, quando nella numerosa e chiassosa gita di fine stagione avevamo piantato un pò tropo casino. Ricordo i rifugi "importanti", quelli dove si sono riposati alcuni tra i più grandi nomi dell'arrampicata ed anche i rifugi meno blasonati, a pochi passi dalla città. In un rifugio ho fatto il mio addio al celibato, nel periodo in cui il sabato era sinonimo di "arrampicare".
Dopo l'incoscienza dei primi giorni è venuta poi la conoscenza, che per me è stata rappresentata dal corso di alpinismo Gervasutti; ai maestri della "Gerva" devo l'automaticità nella preparazione dei nodi, la tranquillità per portare a termine una via, oltre a mille altre cose.
Gli amici in parete sono quelli nelle cui mani affidi la corda a cui sei appeso e quindi la tua stessa vita; e durano tanto. Non ho tantissimi amici "veri", ma se ne devo lasciarne cinque in cima alla torre... beh, almeno quattro hanno lo zaino sulle spalle.
Le donne in palestra, per me, sono sempre state di due tipi: quelle che guardano e quelle che arrampicano. Le prime fanno un pò parte del gioco che ci piace tanto giocare, ma le seconde sono toste. Quasi tutte più toste di noi maschietti. Ne ho conosciute diverse, ne ho amata qualcuna, mi sono piaciute tutte, sempre.
Che Cristina sia (e non fosse) una tosta si vede leggendo di lei nel suo sito e nelle parole di chi la conosce. E una così non può non piacere.
La scelta di scrivere il biglietto è un altro atto di coraggio e di amore. Nel mio passato ci sono state un paio occasioni in cui, con l'attrezzatura messa in bell'ordine nella stanza, pronta da stipare nello zaino, mi sono fermato a pensare "E se capita qualcosa...".
Non ho mai scritto nessun biglietto, nel timore che mia madre, mettendo ordine nella stanza, avesse potuto trovarlo, leggerlo e soffrirne. Certo è che quando mi capita di pensare che, magari, la mia vita potesse aver fine, non mi dispiacerebbe ritrovarmi da qualche parte, in cima, a vedere lo stesso tramonto di quarant'anni fa.
Arrivederci Cristina, come si sente dire qualche volta nell'ambiente "Sei solo andata avanti". Spero ti potrà far piacere se ti inserirò nei miei racconti, incontrando e dando una mano a Paco, in qualcuna delle sue complicate salite. E se mai ci rincontreremo noi due, se ti farà piacere, sarà un onore farti sicurezza. Promesso.