lunedì 6 luglio 2009

La sua prima cima. 2117 m

La settimana scorsa la mia Ciccia, come la chiamo affettuosamente io, mi ha vergognosamente tradito per andare a saltare sui teppeti elastici, cosa che mi ha permesso, mentre collaudavo la nuova motosega tagliando legna, di elaborare Paco e qualche altro racconto. Non so voi, ma a me capita sempre che, mentre mi immergo in qualche attività che coinvolga solo me stesso, mi metta ad elaborare nelle mie fantasie innumerevoli storie; queste prendono spunto dal mio umore, da ciò che vedo o sento, da quello che succede realmente e poi seguono autonomamente strade proprie, che non posso mai prevedere all'inizio. Così è stato per Paco, la cui storia sta lentamente germogliando, innaffiata dagli avvenimenti. Ma riprediamo il filo.
La mia bella bimba, al ritorno da tutti i suoi salti mi è corsa incontro, ma ho fatto un pochettino l'offeso ed il sostenuto, per avere anche solo potuto preferire qualcos'altro, abbandonandomi senza pensarmi assolutamente. Che stupido
Riesco sempre a sbagliare tante di quelle cose che la cosa più saggia sarebbe, una volta presa una decisione, fare l'esatto contrario.

Far sentire in colpa mia figlia e vedere dispiacere nel suo cuore e nei suoi occhi che invece dovrebbero sempre riflettere il cielo in un sorriso mi ha fatto vergonare di me stesso. Le mie nuvole, sempre pronte, non devono contagiarla mai; vorrei esser disponibile in qualunque momento a giocare, circondarla di serenità ed allegria sempre; vorrei proteggerla, preservarla da tutti i dispiaceri di questo mondo: so che non è possibile, ma almeno non dovrei dargliene io, di inutili e gratis.

Ci siamo riconciliati subito, come facciamo quando abbiamo qualche piccolo disaccordo o dopo che io sono proprio costretto a comportarmi da padre(anche se faccio tanta fatica). Ci siamo ripromessi che la settimana successiva, cascasse il mondo, saremmo andati in montagna, noi due soli. E così abbiamo fatto.

L'altro ieri siamo tornati su, a casa nostra. Non so in quante case abiterò, ma so che quando parlo di casa "mia" non parlo sicuramente del mio domicilio attuale (anche perchè prima che lo possa considerare mio devono ancora passare 15 anni di mutuo..). E neanche l'alloggio dei miei a Torino, dove ho passato quasi trent'anni. Casa mia, o meglio nostra è quella di Bardonecchia, con la sala che è la stanza dove è nata mia madre, con il giardino dove gli alberi, quasi tutti larici e qualche pianta da frutta (anch'essi piantati da mia madre insieme alla sua) hanno quasi tutti più anni di me e sono come vecchi amici dispensatori di tranquillità e di fresco, con i quali ti puoi fermare ad ascoltarne le storie, nel sommesso sussurro serale che raccoglie il loro spirito. Sono stati le mie prime capanne di quando ero bambino, ed adesso sono lo stesso gioco per mia figlia ed i suoi amici. Capita purtroppo che, inevitabilmente, qualcuno di questi, colpito da qualche malattia o parassita o anche solo per l'età, improvvisamente secchi e muoia, lasciando uno spazio di erba rada e gli altri alberi intorno di colpo meno vicini, a prolungarne il ricordo. Difficilmente verrà sostituito, al limte servirà da base per appoggiarci sopra un vaso di fiori, un piccolo omaggio.

Tutto quello che vedo a casa mia ha una storia: ogni albero, ogni rosa, il cancello verde che ruota cigolando con il singolare mecanismo di apertura, la baracca da cantiere trasformata in uno stracolmo capanno degli attrezzi e giochi di bimbi, il lungo tavolo in legno con le panche ed il pergolato sovrastante. Abbiamo fatto praticamente tutto da noi, per trasformare in un piccolo paradiso quello che era l'avanzo di un cantiere, quando i miei genitori hanno ristrutturato la vecchia casa di mia nonna, circa quarant'anni fa. Abbiamo sacrificato, per anni, interi fine settimana, in cui ritornavamo a Torino massacrati e distrutti, con le braccia graffiate e le bolle sulle mani. Per quarant'anni i lavori sono sempre stati organizzati e gestiti da quel Direttore Generale della nostra famiglia che è stato mio padre e da quando lui non c'è più la strada è un pò più in salita e disordinata nelle priorità delle cose da fare. Ecco perchè è così nostro. Ma andiamo avanti: ho divagato nuovamente!!

Sabato siamo andati su. Le previsioni davano pioggia nel pomeriggio di domenica.
Sabato dopo cena decidiamo di andare a provare la nuovissima pista di pattinaggio su ghiaccio (finto) che hanno appena attrezzato, nel Tennis Club a fianco del Laghetto, vicino al cimitero dove riposa mio padre. E' una pista in materiale sintetico, simile al tagliere bianco che usano i macellai. Ci portiamo dietro anche mia nipote, ansiosa di provare uno sport che a sua cugina piace tanto. Ciccia arriva, vezzosa, trascinando il suo zainetto portapattini con le rotelle, per far vedere che lei è un'autentica professionista (son due anni che pattina...). Sua cugina invece è stupita, piccola e cicciotta com'è, con gli occhi azzurri sgranati per una cosa nuova che vuol provare assolutamente. Ma non è che sembri troppo convinta. Sulla pista solo un paio di persone ed un bambino giocano con l'istruttore ad hockey, utilizzando una pallina da tennis.

Francesca entra in pista e si trova subito in difficoltà, per un materiale a cui non è assolutamente abituata. Non riesce a scivolare e le lamine, ovviamente, tengono molto di meno che sul ghiaccio. Non è contenta, si vede e si sente: si lamenta apertamente. Io le dico di pazientare, che deve abituarsi alle caratteristiche della superficie. Sua cugina invece entra impacciata, prende le mani al maestro e si esibisce in una serie di posizioni delle gambe e dei piedi al limite del contorsionismo che neanche Jerry Lewis. Non riesce a controllarle, mentre si muovono a destra e sinistra, si incrociano e ruotano in maniera assolutamente imprevedivile ed incontrollata, mentre lei dice "Non riesco, proprio non riesco". Noi ridiamo di nascosto, anche il maestro sorride, mentre mia figlia si sganascia apertamente, talmente tanto che a momenti cade. Mia nipote subito vuol abbandonare. Poi invece molla le mani del maestro e si attacca al mancorrente a cui rimarrà saldamente aggrappata per tutta l'ora e mezza successiva, percorrendo più volte il perimetro della pista, passo dopo passo, senza staccarvisi mai. Ciccia pattina, recupera un pò di sicurezza e riesce ad andare. Poi, prende confidenza e convinta dagli altri pattinatori si mette a giocare ad hockey insieme a loro, divertendosi un mondo e facendoci divertire. L'altra nel frattempo, passo dopo passo continua imperterrita i suoi giri, sempre pattini ai piedi e mani sul mancorrente.

Risultato: siamo poi andati a dormire dopo la mezzanotte, con le due che, stanchissime, sono partite appena toccato il letto. Mia moglie mi guardava con un fumetto che diceva: "e tu, lurido bastardo, domattina avresti il coraggio di svegliarla presto per stravolgerla di fatica sulle tue insulse montagne? Sei una carogna!". Mi sono addormentato con il pensiero: "speriamo domani mattina piova..."

La mattina dopo alle 8.00 un cielo blu senza l'ombra di una nuvola si intravedeva dalla finestrella del bagno. Sono riuscito ad allontanarmi dalla camera dopo essermi lavato e vestito, cercando di non svegliare nessuno, anche se ogni rumore veniva debitamente sottolineato da brontolii irosi, provenienti da sotto le coperte, di mia moglie. Esco in giardino. L'aria è pulita e frizzante, inspiro a pieni polmoni. I miei alberi ondeggiando mi salutano. I due alla mia destra sono malati, e li guardo con lieve tristezza. Sono i compagni di quello che ho tagliato l'anno scorso, da solo, arrampicandomici per l'ultima volta, con la mia vecchia motosegna che dopo due giorni di lavoro non stop ha deciso di darmi il benservito ed abbandonarmi anche lei. Nel giardino c'è una rosa ad alberello con un fiore appena sbocciato, bellissima, screziata dei colori di pesca ed arancione, che fotografo. Esco, vado a far la spesa per l'appetito dela mia bimba di quando saremo lassù. Vado a prendere il pane e le focaccine rigorosamente a Borgovecchio, primo perchè è pù buono e poi per far passare un pò di tempo dall'inevitabile risveglio. Poi, tornando sotto, prendo il resto per condirle i panini in maniera golosa: prosciutto cotto ("del più buono, per la mia cita"), maionese e pompodorini. E poi cioccolata, biscottini, succo di frutta e schifezze. Decisamente la vizio. Poi scendo da Ugetti a prendere le brioches che profumano di burro per tutti. Rientro dopo quaranta minuti, preparo i panini, riempio lo zaino. Ci metto dentro i nostri due coltelli, un Opinel con il manico scuro che era di mio padre ed uno in legno chiaro con incisi due cervi che è il suo (e ci si è già punta un dito). Preparo la colazione e dopo poco la casa incomincia a svegliarsi. Arriva mia figlia stropicciandosi pigramente gli occhi e mia moglie che mi guarda con profonda disapprovazione. Lei avrebbe preferito farla dormire fino alle 11. Siamo diversi. Ignoro lo sguardo e finisco di preparare tutto; metto binocolo, macchina fotografica e due sole delle quarantacinque maglie che mia moglie voleva costringermi a portare. "Per cambiarla se suda" suggerisce lei. "Se la vesti con il Moncler anche d'estate è logico che sudi", ribatto io. Finiamo colazione. Mia figlia è quasi pronta, l'unica che dorme ancora è mia nipote, stremata dalla sera prima. Usciamo in giardino ed indosso lo zaino. "Non andiamo in macchina?" Mi chiede. La mia occhiata in tralice del tipo "sto faticando a riconoscerti come figlia" le fa capire che forse no, andremmo a piedi. Salutiamo, usciamo nel vialetto e ci immettiamo in una via Medail che, alle 10, comincia ad essere frequentata. "Manina!", esige lei, pretendendola come sempre e rimroverandomi quando non gliela stringo abbastanza. La prendo per mano, gliela spremo per scherzo ed insieme andiamo.

E cominciamo a parlare, come facciamo sempre, di tutto, delle cose che vede e che sente e dei suoi innumerevoli perchè. E' curiosa su tutto ed io, al momento sono la sua più grande fonte si sapere. Già comincio a fare fatica a darle tutte le risposte. Lasciamo il paese e ci incamminiamo su, tra i frassini ed i ciliegi selvatici ai lati della strada militare che porta in cima alle Tre Croci. Ho scelto questo itinerario perchè anche se facile (si tratta in realtà di una collinetta, che però dal nostro giardino appare come a strapiombo sopra una parete rocciosa), anche la Guida CAI-TCI ai Monti d’Italia dedica un breve paragrafo al Poggio Tre Croci, trattandolo al pari di una vetta. Quindi in effetti sarà la sua prima e vera cima. La strada si arrampica in numerosi tornanti, e si snoda principalmente nel bosco, alternando a zone ombreggiate brevi tratti assolati. Saliamo e continuiamo a parlare, mano nella mano, fermandoci a raccogliere qualche fragolina ed ad assaggiare il sapore zuccherino dei fiori del trifoglio, che la sorprende; osserviamo i fiori e gli insetti che vediamo e fotografiamo, e raccogliamo pietroline che levigheremo (gliel'ho promesso) per fare ciondoli. E le invento storie. Le storie parlano delle montagne, che vivono millenni e si muovono lentissime, che per pronunciare una frase ci mettono un anno e che ci vedono passare veloci, come noi vediamo le formiche sotto di noi. Le storie parlano delle formiche, anzi delle due formiche che, da quando era piccola, accompagnano le sue fantasie, facendo, nella vita da formiche le stesse cose che facciamo noi (nello specifico del raccondo le due formichine, a cavallo di due soffioni, erano andate a finire, per colpa del vento, al ghiacciaio del Sommeiller). Le storie le invento per lei, per strapparle un sorriso, per farmi correggere quando mi ingarbuglio o mi dimentico qualcosa. E lei ci si aggrappa, sull'altalena della mia fantasia e, ridendo, vola felice. Ed intanto saliamo, e, sempre mano nella mano, arriviamo dove i boschi che ci accolgono sono quelli dei larice, affiancato inizialmente dal pino silvestre e, più in quota, da qualche abete rosso.

E' mezzogiorno, camminiamo senza sosta da circa due ore: la richiesta "Quanto manca ancora?" comincia a venir ripetuta troppo di frequente e decido di fare una pausa. Troviamo un prato dove, tra fiori e farfalle ci fermiano a scattare qualche foto. Giochiamo, sgranocchiamo due biscotti, ci rinfreschiamo ad una fontanella ricavata da un tronco e subito dopo ripartiamo. Nell'ultima mezzora Ciccia comincia ad essere stanca, ma, tornante dopo tornante, piano piano e con qualche altra pausa supplementare, finalmente arriviamo in cima. Sempre mano nella mano.

Prendiamo il binocolo dallo zaino. Il panorama che si gode è assai vasto, la vista spazia dal vallone della Rhô fino alla Guglia Rossa, all’imbocco della valle Stretta; passando sopra le cime dello Jafferau e del Colomion, nonché parte del vallone di Rochemolles, il vallone del Frejus, il ed il solco vallivo principale che porta alla bassa valle; un’infinità di vette fanno corona alla conca di Bardonecchia, posta proprio sotto di noi. Ci fermiamo vicino alle croci, osserviamo le nuvole grigie che cominciano ad arrivare da dietro la punta Charra e poi cerchiamo un posticino per rilassarci e mangiare qualcosa. Lei mangia, contenta, finalmente seduta a riposarsi e sorpresa per le cose buone che le ho comprato e che tiro fuori dallo zaino. Divora la tavoletta di cioccolato con le nocciole, ma di ogni cosa me ne offre sempre un pezzetto... anche se piccolo. Mangio anch'io, anche se in realtà mi basta guardarla per sentirmi bene, sazio. Dopo pranzo qualche foto, due coccole ed una chiacchierata con chi da sotto, con lo specchietto, ci manda segnali di luce, rapidi flash che abbagliano e che vedono stupiti anche i pochi gitanti che sono su con noi. Ma è già tempo di ripartire: le nuvole si stanno addensando, nascondendo il sole e la temperatura si abbassa. Scendiamo, sempre per mano, sempre raccontando miriadi di storie. Le due formiche della nostra favola infinita sono riuscite a farsi dare uno strappo da un'aquila ed adesso riposano nel mio zaino, rifocillandosi con un paio di briciole.

Lei mi imbecca, suggerendomi possibili finali e facendomi un sacco di domande. Scendiamo, fermandoci ogni tanto per farla riposare (comincia ad essere veramente stanca). Alla fontanella dell'andata ci rifermiamo e sbocconcelliamo la merenda, finendo definitivamente quello che le avevo portato e facendo l'ultima provvista d'acqua, anche se non ci servirà più. Ripartiamo, giocando, prendendo ripide scorciatoie, ci mettiamo a correre per brevi tratti, e lei ride felice, dimendicandosi per un pò la stanchezza. Il tempo peggiora e poi, quando ormai siamo a un quarto d'ora dal paese, improvvisamente, si mette a piovere. Finchè le chiome degli alberi si incrociano riusciamo a rimanere quasi asciutti, ma quando il sentiero si allarga non rimane molto da fare. Per un poco cerchiamo riparo sotto un albero, ma visto l'intensità della precipitazione decidiamo di bagnarci. E scendiamo ridendo come matti, con mia figlia che canta a squarciagiola "Piove, piove, acqua di limone", per scongiurare il ritorno del sole. Gli scrosci sono intensi, ed è perfettamente inutile rimanere nel tratto di sentieo sotto gli alberi, grondanti anche loro. L'aria si è riscaldata e l'acqua è quasi piacevole. Siamo ormai zuppi dalla testa ai piedi, ma sempre mano nella mano e felici. Continuando a cantare attraversiamo l'ultimo ponticello, dove ad attenderci c'è mia moglie con un ombrello ed una maglia di ricambio per la nostra bimba. Ed un sorriso per tutti e due.

mercoledì 1 luglio 2009

Appeso con due dita alla vita - Paco

Il vento teso proveniente dal termine della valle, alla sua destra, gli scompigliava i capelli riccuti e neri, screziati dalle prime striature grigiastre. I piedi calzavano le sue nuove scarpette: un paio di "Solution" nuove di pacca, avvolgenti, perfette che si era regalato come premio dopo una lunga e faticosa settimana di lavoro.

Si trovava sulla sosta del quarto tiro dello spigolo Fornelli, completamente da solo. E slegato.

Adorava, arrampicare slegato, quando poteva, e lo faceva spesso quando era solo, lì in falesia, a giocare con le nuvole e a ritrovare se stesso. "L'unica differenza è la testa" soleva dire ai pochi compagni di corda che ogni tanto incrociavano le sue vie. Non erano tanti, quelli che lo conoscevano bene, alcuni trovandolo addirittura simpatico. Il suo carattere taciturno ed un pò ombroso metteva spesso a disagio i più, sempre un poco spacconi e chiassosi, con i loro pantaloncini attillati e le magliette chiassose anche loro, ma solo una volta tornati alla base, per farsi belli con le ragazze. Lui no. Lui in parete era silenzioso, attento, cosciente. Assaporava l'anima della via, sentiva il profumo dei movimenti; le venature della roccia gli parlavano e gli raccontavano il percorso, accompagnandolo durante la salita; era come avere in tasca le istruzioni, che spiegavano i passaggi cruciali. Ed una volta tornato giù non assaporava nessun trionfo e non aveva voglia di mettersi a fare lo stronzo in pubblico. Gli bastava solo il momento che aveva appena vissuto.

Ora era di nuovo lì. Le scarpe su appigli saldi erano un proseguimento naturale della roccia su cui erano appoggiate. Nelle orecchie, lenta e rilassante, Someday di Malika Ayane: "Riding the clouds Day by day by day Chasing a missing mountain Try, try, try I'm raining to chase the rainbow Day by day by day Chasing a missing mountain Bye and bye and bye Someday I'll fly - I'll be with you". Il suo inglese era stentato, ma se l'era fatta scrivere tradurre da Sveva (la sua Sveva), che lei l'inglese sì che lo conosceva bene. L'aveva letta e riletta ed alla fine l'aveva imparata a memoria e l'aveva inserita dieci volte di fila nel lettore MP3.

La mano sinistra era protesa, indice e medio conficcati saldi in una fessura verticale profonda. Lui gurdava in alto, verso quell'unico passaggio dove avere la sicurezza di qualcuno che ti regge la corda non sarebbe stato malaccio. "Ma l'unica differenza è la testa", si mormorò tra sè a denti stretti. Facile a dirlo. Il braccio sinistro allungato, quello destro penzoloni, per sciogliere i muscoli un poco doloranti. In parete non c'era nessuno, tutta la zona della Parete dei Militi, la celebre palestra di arrampicata di Bardonecchia, era deserta. Neanche una macchina parcheggiata giù in basso, non un turista con il naso all'insù. Appoggiata ad un larice contorto, sola, lo controllava la sua vecchia Transalp, con cui aveva condiviso tanti torrnanti e tanti sentieri sterrrati, e con la quale, un paio di volte sfortunate, aveva grattato lo stesso asfalto.

Il sole cominciava ad abbassarsi vicino alle cime delle montagne. Il calore sulle braccia abbronzate anche a marzo cominciava ad allontanarsi, preludio di un pomeriggio che si stava rapidamente tramutato in sera. Alle sue spalle i Re Magi osservavano muti i suoi movimenti mentre alla sua destra il grande ed il piccolo Séru riportavano ancora le ultime lingue di neve sporca.

"Dovevo partire prima", pensò. "Qui rischio di dover scendere al buio. O di dormire in parete". Sorrise, tra sè, al pensiero di quella volta che ci aveva dormito (o meglio che NON ci aveva dormito), con Renato, in due con un sacco a pelo ed una bottiglia di genepy. Alla fine, mezzi sbronzi, avevano buttato di sotto il sacco a pelo, blu, nuovo e suo, osservandolo precipitarle fluttuando nel vuoto finchè si era perso nel buio di sotto. Erano poi scesi alle tre di notte, accompagnati dal chiarore magico della luna piena, ed erano tornati a casa mentre gli amici avevano già allertato i soccorsi. Il sacco a pelo non l'avevano mai più ritrovato.

I muscoli erano abbastanza riposati. Inserì tre dita della mano destra nel sacchettino colorato della magnesite, fissato dietro all'imbragatura, osservandosi poi le punte delle dita, imbiancate della polvere sottile. Con un soffio fece soffiare via in una nuvola di polvere la magnesite in eccesso. Il passaggio chiave lo conosceva bene, i movimenti erano quelli che aveva fatto decine di volte: allungare la mano sinistra dall'altra parte dello spigolo, portare in alto i piedi, puntellandosi e spingendo dal basso con l'altra mano. Poi, rapidamente, girarsi dall'altro lato, completamente esposto sullo strapiombo della parete piena e ruotare il braccio destro, verso l'appiglio conosciuto alla memoria ma non alla vista, con la consapevolezza cieca di aver "risolto il problema " un'altra volta.

Ancora il vento tagliente, lo fece trasalire. Stava aumentando in fretta e le ombre incominciavano già ad allungarsi. I colori della roccia e dei larici giù nella valle si facevano caldi e dall'altra parte del cielo azzurro la luna aveva già fatto la propria comparsa. Il Tabor era coperto da nuvole gonfie in rapido mutamento, indorate dall'ultimo sole. Si soffermò a ricordare di quando, bambino, lui e Leonardo, il suo amico di infanzia, si mettevano distesi sui prati d'estate, un filo d'erba in bocca, a fantasticare sulle forme delle nuvole, e Leonardo era sempre più bravo ad individuare nuove figure. Poi Leonardo era andato via ed era rimasto lui solo, e le nuvole candide, a farsi compagnia.

La marmotta che aveva segnalato ripetutamente e fastidiosamente la sua presenza, con fischi striduli che oltrepassavano anche le cuffie dell'MP3, doveva ormai aver deciso che non era pericoloso e si era finalmente tranquillizzata, mentre la coppia di aquile che ormai conosceva da tempo, continuava a cercare correnti favorevoli, girando altissime sopra di lui in ampi e pigri cerchi. Adorava scoprire la presenza degli animali, intorno a se quando era in montagna, a ritrovare se stesso nell'umida oscurità dei boschi: sapeva riconoscere i richiami delle diverse specie, e trovare le tracce dei loro percorsi. Gli sembrava di farne parte, di quella natura che amava, animale tra gli animali. Gli tornò alla mente l'incontro inaspettato con il lupo, su, nel silenzio innevato della Valfredda, un istante in cui le loro due anime si erano ritrovate improvvisamente di fronte, a meno di tre metri di distanza, immobili a fissarsi con i fiati caldi che uscivano in piccole nuvole dalle narici. Poi lui si era rapidamente dileguato in un silenzio di piccole orme nella neve leggere e senza fretta, ed era sparito, fantasma scarno ed ossuto, così come era apparso.

Era decisamente ora di darsi una mossa. L'appiglio nascosto, lo sapeva, era lì dietro. Bastava crederci, bastava non esitare ed avere fiducia nell'esperienza derivante dalle cose vissute. Se solo ci fosse stata la tranquillità di una sicurezza; ma autoassicurarsi non gli era mai piaciuto, era scomodo e fastidioso. E poi, si diceva, mica devo andare a cadere proprio qui, dove anche i sassi mi danno del tu!. La catena era proprio a portata di mano, la corda comunque ce l'aveva nello zainetto leggero che portava sempre, retaggio di quella volta che si era stirato il tendine del piede ed era tornato da basso con le braccia a pezzi e su un piede solo (aveva usato anche i denti..) . Bastavano due nodi e cinque minuti, tra sbrogliare la corda e rimetterla via subito dopo aver superato il passaggio. Bastava cedere all'insicurezza di se stessi, alla paura che sotto sotto, già cominciava a minare le sue certezze, risalendogli pian piano dai piedi e facendogli tremare le gambe. Già, bastava cedere. A se stesso. Alle ombre scure che, da qualche tempo, gli correvano dietro.


Con una leggera scrollata di spalle lo zaino precipitò giù per la via, rimbalzando sui passaggi che aveva percorso poco prima, con il suono ovattato e lontano accompagnato dai tintinnii dei moschettoni che c'erano dentro.

"Adesso sei tu contro te stesso" si disse. "Adesso prendi quella mano e la metti dove sai, e superi 'sto cazzo di passaggio, come hai già fatto e come sai che puoi fare benissimo. Muoviti, che è tardi".

Malika Ayane aveva finito i dieci brani. Adesso toccava a Tiziano Ferro, che in troppe canzoni raccontava quelli che erano stati i suoi dolori, quasi come se gli avesse piazzato una webcam nascosta e lo avesse spiato di continuo negli ultimi due mesi. Mise la mano nel taschino e staccò il jack, lasciando che Tiziano continuasse il suo muto lamento. "E' l'ora, sbrigati".

Alzò lo sguardo per la ventesima volta verso quel pezzo di roccia che gli impediva di vedere ciò che lo separava dalla sua sicurezza, che conteneva nella sua ruvida e fredda scorza tutte le sue paure. Intravide le aquile, che volavano più basse, curiose, per la strana sorte di quel puntolino là sotto.

"Io sono l'aquila, sono il vento ed il larice che si appoggia alla mia moto. Sono il rumore delle pigne secche sotto i piedi. Sono il lento mutare delle nuvole in cielo ed il suono del vento tra le betulle. Sono il lupo che ho incontrato; questo sono io, che sono stato in piedi su tutte le cime che, da qui, riesco a vedere". Sorrise, pensando al lupo, e alle aquile, sorrise pensando a Sveva, che nello stesso momento stava dando da mangiare alla vecchia e che non sapeva che lui era lassù in quel momento, sicuramente lo immaginava in giro a cazzeggiare. A pensarla. Sorrise, ricordò il suo profumo, la sua vicinanza, le loro notti. E chiuse gli occhi.

Si immerse completamente nei suoi sogni, nei suoi ricordi. Le sue emozioni lassù, solo e disarmato, lo investirono come una folata, prepotenti e lui ci si immerse. Ad occhi rigorosamente chiusi entrò in una nuova dimensione, fatta di consapevolezza; di colpo tutto aveva preso un'altra importanza. Non c'era la paura del vuoto, di cadere, non c'era niente. Sapeva dov'era e questo bastava. Si mise a fischiettare un motivo tranquillo, e le sue emozioni gli danzarono intorno. La mano destra si spostò, spingendo. Alzò prima la gamba sinistra, dall'altra parte del dietro e poi la gamba destra. Spostò la mano sinistra su un appiglio, ci si appese e via.

La leggera rotazione passando sull'altro lato dello spigolo, il sentirsi appeso al vuoto durarono circa un secondo, ma a lui pareva che tutto, improvvisamente, andasse al rallentatore. La mano destra finalmente abbandonò l'appiglio sicuro e, con tutta calma risalì, non a cercare a tentoni, ma a pretendere l'appiglio che sapeva essere lì. E lì era: ci si appese con due dita, con una forza a cui non sarebbe certamente riuscito a sfuggirgli.

Poteva, nel buio di quello che non gli confermavano gli occhi, ma alla luce abbagliante dei suoi pensieri, fare ancora qualche movimento, sulla parete che ormai lui, nel suo passaggio cruciale, aveva superato e così fece uscendo alla fine dalla via fino ad incontrare nuovamente i primi larici contorti e rugosi, aggrappati ai ripidi prati, continuando a fischiare sommessamente, un suono liquido che riusciva a propagarsi nel silenzio di quella che si annunciava come serena una notte di stelle.


Riaprì gli occhi. La sera aveva ormai preso possesso della valle. In fondo, sulla destra, intravide le luci accese ed il fumo che usciva in rade volute dal camino del Rifugio. Poco distante sentì un fioco e sommesso rumore.

Su di un larice, a meno di venti metri da lui, erano appollaiate le due aquile, immobili come statue. E lo guardavano.



Cazzo, devo di nuovo lavorare!!! (Work in progress)

martedì 30 giugno 2009

Ciao Enry!!!


Non vai da nessuna parte quest'estate? perchè non programmiamo un raid come questo? Dai, andiamo, così ti facco vedere come si grattano le pedaline del Transalp! E dai, ancora stai a pensarci?

lunedì 29 giugno 2009

Barba!!!

Sarei di nuovo rotto. O meglio non mi sono completamente mai aggiustato. Le due settimane di inattività forzata non mi hanno guarito, come speravo forse stupidamente. Oggi sono partito leggero, giusto per non strafare subito. Ho calzato le mie fide Mizuno e sono uscito dallo studio verso l'una. Sono andato a Parco Ruffini in moto; l'aria era quella giusta, qualche nuvola teneva la temperatura sotto controllo, l'ideale per correre senza disfarsi, come succede quando fa caldo . Lì, abbandonato il casco ed indossato il mio cappellino e la mia piccola "armatura" (ginocchiera e cavigliera), mi sono immesso nel flusso abbastanza esiguo di runners dell'ora di pranzo. Indosso le mie cuffie, e metto walkman e chiavi della moto nella taschina posteriore dei pantaloncini. Sono pronto. Un leggero tocco al tasto rosso del mio fido Polar, e la scritta "Start" lascia il posto ai numeri in continuo cambiamento del cronometro. Si parte e la musica fa il resto, i brani me li sono scelti apposta perchè nel mio terremoto di qualche settimana fa sono stati insieme tormento e sostegno e riesco a pensare meglio (o a non pensare) e, come al solito mi estraneo. Sono tornato.
Il digiuno dall'asfalto non si fa sentire. Il fiato è buono ed i muscoli non protestano, anche perchè sono appena partito, ma mi sento bello tonico. Shiver, di Natalie Imbruglia, è giusta in quel momento: "I walk a mile with a smile And I don't know I don't care where I am But I know it's alright - Jump the tracks Can't get back I don't know anyone around here But I'm safe this time - Cos when you Tell me, Tell me, Tell me Stupid things, like you do Yes, I Have to, have to, have to Change the rules I can't lose " . Anch'io voglio cambiare le regole e neanch'io posso perdere. E corro, cantando dentro, inseguendo sogni ed altri corridori, tutti e due sempre lontani e molto più veloci di me.
Finisco il primo km, e scopro che per volere andare piano proprio piano non sono andato (relativamente parlando, ovviamente) in quanto sono in linea con due settimane fa, quando cominciavo ad andare prima di fermarmi. E' vero che proprio fermo non sono mai stato, ma mi aspettavo molto peggio. E allora andiamo! "Here with me", canta Dido, e mentre percorro il rettilineo ombreggiato decido di allungare il passo. Mi sento bene e leggero. Decido di vedere come reagisce il tendine. Dido cambia la canzone e "Thank you" mi riempie le orecchie e da forza alle gambe. E' un brano che mi piace particolarmente, e lo assaporo, lo indosso e ci corro dentro. Il mio cielo sembra più azzurro, le nuvole mi attraggono e vado. Vado per la prima volta leggero e libero, con il passo giusto e la falcata che comincia a farmi sentire di nuovo in corsa. E' un momento in cui mi sento bene, veramente bene, per la prima volta di nuovo bene. Quasi.
Improvviso, il dolore incomincia a pulsare, prima come una stilettata secca ogni due o tre passi. Si attenua e rallento. Cerco di cambiare il modo di correre, caricando l'altra gamba, ma tutto diventa inutile. Il dolore ritorna, forte, completo ed assoluto. Zoppico vistosamente. riesco a finire il secondo km, poi mi fermo, mi massaggio, provo a cambiare la posizione della cavigliera, ma tutto è inutile. Non va più. Provo a riprendere ma non riesco. E' come se non fossi più capace di correre. Mi fermo, mi dirigo nella zona degli attrezzi, dove mi fermo per circa mezz'ora, facendo stretching, cercando di smorzare il dolore che invece pian piano diventa fisso e pesante. Stringendo i denti mi trascino verso la moto. Gli altri corridori mi sfilano veloci ed il mio cielo è tornato nero e nuvoloso. Risalgo in moto, non mi tolgo le cuffie. Tocca a "Now we are free" di Enya, ma io non mi sento per niente libero, imprigionato in un corpo che contrariamente a me, considera alla lettera gli anni che passano. L'umore diventa più nero delle mie nuvole e mi trascino il pomeriggio. A freddo il male è ancora peggio ed il ghiaccio non può più di tanto. Il tempo fuori si è adeguato al mio e nel tardo pomeriggio incomincia a piovere. Rinunciando al passaggio in macchina me ne torno a casa in moto. Sereno verso sud, la mia direzione, e cerco di raggiungere il limite delle nuvole e di superarlo. La pioggia nervosa mi tamburella dispettosamente sul casco, le gocce spinose mi pungono le guance. Il piede ormai lascia segnali lancinanti, ogni volta che freno o che lo poso a terra. Mi allontano dalla città, inseguito dalle nuvole scure che lentamente sovrastano la città, lasciando solo una ferita di sole sulle Alpi, in lontananza, una bocca di denti candidi e scintillanti di neve e nuvole rosa baciate dal sole in un volto scuro. Scuro come il mio.
La strada cominciava ad essere viscida e le mie gomme ormai non mi danno troppa sicurezza, (è di nuovo ora di cambuiarle, porc..!!!) e le mie curve non sono state in grado di risollevarmi l'umore.
La notte è andata ancora peggio, come se avessi degli artigli piantati nel piede, pronti a affondare ancora di più ad ogni movimento. Non è che abbia dormito tanto.
Oggi mi trascino, e zoppico vistosamente, incacchiato col mondo. Tutta la gente che mi aveva sconsigliato di riprendere ieri oggi mi critica e mi ripetono che me l'avevano detto, ma loro non capiscono, non sanno, non respirano quello che respiro io, che comunque e nonostante tutto e tutti (o sarebbe meglio dire tutte?) vivo.. Altrimenti sarebbero a correre come me. .

sabato 27 giugno 2009

E chi lo ha il tempo?

Tempo, sempre tempo, mi manca da morire, (no, da morire non mi piace, non mi si addice per come la penso sul "mio" trascorrere del tempo, diciamo che me ne manca parecchio anzi di più), anche perchè "la creatura", così come i bimbi appena nati, ne richiede tanto, di tempo, forse troppo.
Tempo per organizzarlo, per impostarlo, e per scriverci sopra, leggere, rileggere, correggere e qualche volta cancellare tutto. Poi però devo anche vivere, muovermi, andare a correre (lunedì riprendo!!!!), mangiare ... no, mangiare posso farne anche a meno, fare da padre e da marito..... anche per quest'ultimo vedi la voce mangiare...e cos'altro? Ah sì, LAVORARE!!! Recuperare nuovi incarichi, farli e finirli, portare a casa la pagnotta, e fare in maniera che se la portino a casa anche altri. Anche perchè secondo lo Stato sarei addirittura un imprenditore, io e quegli altri due che insieme a me, quindici anni fa hanno incominciato una discreta avventura, che da sola meriterebbe pagine e pagine. Quindi è sabato, sono come al solito nel mio studio, abbiamo finito anche di fare le pulizie (con la crisi abbiamo limitato le spese....) sono già le due del pomeriggio passate e devo proprio scappare. Mi rifugio tra i miei monti, a respirarne il respiro. Ho intenzione, se il tempo mi assiste, di portarmi la mia Ciccia fino in cima ad una montagna. In cima alla sua prima cima. Se mi ricordo porto la macchina foto, insieme ai suoi panini. (Io non mangiooo!!). Lunedì poi vi dico.
Vi dico è un leggero eufemismo (ma ad usare la frase "lunedì poi mi dico" mi sentirei scemo), perchè di questa creatura, a parte pochi eletti, nessuno sa niente. Vediamo come farà ad espandersi ed ingrandirsi, da sola, senza aiuto dall'esterno. Magari per migliorare l'impaginazione ed aggiungere immagini e gadget mi farò dare una mano da Roberto, e quando dico Roberto intendo proprio Roberto, non... vabbè, lasciamo stare.
Adesso devo scappare. Adesso vado. Ciao
Proprio proprio non devo aggiungere altro? Se comincio, stanotte sono ancora qu, con tutte le cose in testa che non vedono l'ora di uscire. E quando escono, in alcuni casi è un torrente in piena, e la tastiera non riesce a stare dietro alle idee, e mentre scrivi le idee improvvisamente cambiano strada, trovano altri passaggi e ti trovi a descrivere altri pensieri a cui non avevi pensato prima; ecco che allora nascono, improvvise, nuove sorgenti, nuovi spunti, ed avresti bisogno di otto stenografe per registrare tutto quello che volevi dire, quell'espressione che comunicava una precisa emozione prima che questa, senza un motivo, improvvisamente svanisca. I miei pensieri somigliano alle uscite frettolose ed affollate dalla metropolitana, dove ogni persona è idea, sensazione, emozione; non riesci a fermare come in una fotografia tutti, i particolari dell'abbigliamento il colore dei capelli e cosa dicevano. Puoi solo osservarli defluire, ponendo particolare attenzione solo a questo o a quell'altro, e decidendo di sacrificare il resto, scrivendo comunque più in fretta possibile per fare il giusto identikit, prima che ciò che era chiaro fino ad un secondo prima, diventi sempre più lontano ed offuscato.
Il risultato: quando ti fermi a rileggere scopri che, per scrivere in fretta, hai commesso una valanga di errori.
Adesso però devo proprio andare!!!!

giovedì 25 giugno 2009

Prova a Prendermi!

E' una vita che corro. Una volta, quando gli anni nelle gambe erano davvero meno, correvo, correvo, correvo. Non serve che spieghi a chi non l'ha mai provato cosa senti,come vivi e cosa provi quando corri. La necessità fisica di superarsi e di isolarsi per dar libero sfogo a tutti i pensieri che, imprigionati e compressi durante il giorno, riescono finalmente a straripare, lasciando spazio a quelli nuovi che verranno il giorno successivo

Poi, in un giorno di merda di sette anni fa, un incidente in moto ha fermato di colpo la mia corsa, e tutto è cambiato. Le priorità sono diventate altre, e, per un certo tempo, anche solo il pensiero di correre era impossibile. Primo riprendere a camminare e, senza assomigliare al Gobbo di Notre Dame. Sono serviti interventi, gessi e riabilitazione ed una determinazione che, sinceramente, non pensavo di avere. L'importante è mettersi in testa un'idea e, cascasse il mondo, non levarsela mai di mente. Pietrolina dopo pietrolina si sposta una montagna.

Lo facevo per me, per riprendere una vita che, da pirla, avevo messo a rischio, solo per risparmiare sull'acquisto di un paio di gomme.
Lo facevo per mia figlia, per poter giocare con lei senza inseguirla zoppicando. Per darle la sicurezza di essere io il suo sostegno e non il contrario. Per aver il suo sorriso tutto intero, non oscurato da nessuna preoccupazione.

Non è stato poi così difficile. Le pietroline, una dopo l'altra, non pesano poi tanto, portano via solo tempo, e di quello, allora, pensavo di averne tanto.

E così, senza accorgermene, ho perso i miei obbiettivi e le mie speranze, i sogni inespressi e le tante emozioni di cui mi nutrivo. Ho ricominciato a correre, ma in maniera diversa. A correre dietro al mio lavoro, che doveva continuare, al mio recupero con la fisioterapia (grazie Piero!!!), ai soldi ed ai miei sogni. E tu vai, fai e disfi brandelli della tua esistenza senza accorgerti che passa, senza prenderi un poco del tuo tempo per te,a fermarti e a contare le nuvole. E mi sono prosciugato.
Come ho scritto all'inizio è una vita che corro, che non mi fermo mai, che non mi guardo dentro. Fino a ieri, in senso lato. In realtà il mio ieri corrisponde a circa un mese fa.
Ed in quell'attimo di panico mi sono fermato. E ho pensato tanto. L'anima si è risvegliata lentamente da un lungo sonno letargico. Ho vissuto con pena, vedendolo tutto il tempo trascorso, un lungo filmato contenente le cose che ho fatto, quelle poche giuste e le molte sbagliate, mi sono ricordato di com'ero allora, giovane e pieno di speranze e di energie e mi sono visto di colpo adulto. Non è stato tutto da buttar via, la mia vita è anche e soprattutto mia figlia, e quando la guardo il mio cielo dentro brilla di mille soli, ma ad eccezione di questo non è stato granchè bello.
E' stato lì, in quel preciso istante che ho deciso di riprendere a correre, come facevo allora, come se fossero passati solo un paio di giorni e non almeno 15 anni, dall'ultima volta. Ho inspirato forte, e mi son rimesso il berrettino sugli occhi. E sono ritornato a galla a respirare, dopo un periodo troppo lungo sott'acqua. Mi sono messo le mie scarpette e ho continuato il percorso improvvisamente interrotto.
A momenti rischio l'infarto, ma è passato, e ne valeva ampiamente la pena.
Oggi è più di un mese che ho ripreso, vado piano come una tartaruga con l'artrite, ma la determinazione è ancora tanta e la coscienza delle cose che voglio ancora fare è altrettanto forte; oltretutto con questi ritmi non posso far altro che migliorare!. I problemi fisici sono all'ordine del giorno, ed al momento mi son dovuto sono fermare per colpa di un tendine che non sopporta che mi rimetta a fare il giovane, ma lo sto riconducendo alla ragione. E' stato in questi giorni di riposo forzato che è maturata un'idea, ed ho affiancato (ed al momento sostituito, ma ancora solo più per poco) all'emozione liberata con la corsa quella che mi ha da sempre procurato scrivere, anche questa una mia "vecchia" passione (devo smettere da subito di usare parole come "vecchio"). Prima ho iniziato a rompere il prossimo, con qualche mail a chi ha voglia e tempo per starmi a sentire, ma in seguito è diventato una valvola di sfogo quasi obbligata. Mentre mettere il tutto su un editor di testi non mi sembrava il massimo, l'alternativa dell'idea di un blog è venuta fuori quasi per caso, parlando con chi aveva avuto modo di apprezzare qualche mio scritto. Proviamo.
E così, oggi 25 giugno 2009, provo a svoltare un angolo imprevisto, senza sapere cosa mi riserverà questa scelta domani, iniziando qualcosa che, al momento non posso nenche lontanamente immaginare cosa mi porterà e dove, ma ci provo. E la mia strada la percorrerò di corsa, non so vederla in maniera diversa.
Prova a prendermi!