sabato 10 maggio 2014

Clochard D&R-Style


Rassicuratevi. La situazione economica, in casa D&R, è assai critica, quasi disastrosa oserei dire, ma fortunatamente un tetto sopra la testa (per oltre metà di proprietà della banca - il tetto, non la testa), ancora per fortuna ce l'abbiamo.
E' che questa mi è venuta in mente l'altro ieri. Un ricordo mio e della mia Ciccia quando era ancora piccola e ogni sorpresa, ogni novità era un'esplosione di gioia in quegli occhi strizzati a semicerchio. Erano quei giorni che la sua mano era nella mia mano, che le prime passeggiate in montagna erano una sorpresa continua, un animale selvatico scorto tra le foglie tremolanti dei rami di betulla, i bucaneve sopra l'ultima neve granulosa, il profumo di muschio e funghi del bosco.
Aveva maturato un'insana passione per "i soldini" - come li chiamava lei, le monetine smarrite alla cassa del supermercato o dimenticate alla macchinetta del caffè  - ed una notevole capacità nello scovarli. Sembrava un cane da punta quando fiuta la preda. Sguardo fisso immobile, lento gioco di piedi per uno spostamento laterale tipo granchio sulla spiaggia, piegamento come casuale per allacciarsi una scarpa, recupero e rapido intascamento della monetina. Il più delle volte non me ne accorgevo neppure.
Poi fuori era raggiante. Recuperava rapidamente la mia mano, me la stringeva forte e con aria da cospiratrice, avvicinandosi mi bisbigliava "ho trovato un soldino!" tutta felice, allungando la manina chiusa a pugno e mostrando il suo piccolo tesoro. Inutile distoglierla spiegandole che non era igienico, tentare di distrarla dandogliene di tuoi (che intascava regolarmente comunque), non appena entrava in zona di caccia si concentrava e se c'era un centesimo, di fianco al bancone dei formaggi al mercato o pizzicata sotto la sedia di un bar, non c'era storia, era sua.
Me la ricordo in particolare una volta. Eravamo a passeggio per Bucodiculoplace e come sempre accade quando ci affianca la consorte, eravamo intenti a chiacchierare con qualcuno. Cioè lei chiacchiera ed io o faccio finta di sapere chi mi trovo davanti o, molto più semplicemente mi annoio. Fermi tra un bar e la farmacia, sentivo vagamente discorsi da cui riportavo alla mente parole a caso. "Poverino.... improvviso...non aveva nemmeno... anni.." 
Ok, ok. Questa la so. E' morto qualcuno (che se abiti a Bucodiculoplace è quasi una liberazione, in fondo). Avvio fase faccia contrita. 
E così mentre incrociavo le dita ed ogni tanto emettevo un sospiro che esprimesse profonda rassegnazione per la caducità umana, osservavo la Ciccia, bella concentrata che teneva d'occhio il distributore automatico dei preservativi, in attesa. L'ispezione delle sue ditine allo sportello del resto aveva dato esito negativo, ma non disperava. E come il coccodrillo sotto il pelo dell'acqua,  aspettava che il suo gnu arrivasse alla pozza per bere.
Il suo gnu era un ragazzotto di poco più di vent'anni, spavaldo per non far vedere di essere timido ed impacciato. Arriva fischiettando e con estrema nonchalance inserisce una banconota nella fessura. Poi, mentre sta per pigiare il pulsante, accade qualcosa che gli spegne rapidamente il fischio. Nota una bambina piccola di fianco a lui che lo guarda fisso, e lui... lui oddio, sta comprando dei preservativi!! E la sua spavalderia lo abbandona in un niente. Si gira imbarazzato, sorride alla bambina che non gli restituisce il sorriso. Si passa nervosamente una mano tra i capelli.  Si volta dall'altra parte, si sente osservato da chissà quanti occhi, quasi un ladro, un mezzo maniaco. Spera che i  genitori della piccola richiamino 'sta cacchio di nana, ma quelli niente, chiacchierano, loro. E la bambina non si schioda. E il pacchetto non scende, ah già non ha ancora premuto il pulsante, forse farebbe meglio a scegliere l'acqua ossigenata, anche se non sa cosa farsene. Alla fine si decide, preme convulsamente il pulsante per la confezione da 5  e, non appena quella cade, la agguanta e letteralmente scappa. 
La mia piccola, beatamente attende. Un paio di secondi dopo sente scendere il resto e, con tutta calma, si avvicina per recuperarlo. Mi torna vicina e mi stringe la mano, mostrandomi orgogliosa il bottino. "Che buffo quel signore - mi dice ridendo - ma perché è scappato?"

L'estate successiva eravamo in montagna, a bearci di lunghe passeggiate nei boschi, a sfinirci di giochi nel giardino ed a riposarci poi sul lento dondolarsi dell'amaca grande, guardando le nuvole trasformarsi pigre, tentando di riconoscere le forme nascoste dei più strampalati animali. 
In piena armonia disintossicante con la natura, si viveva parecchio allo stato brado, incuranti dello struscio elegante sulla  via principale, con gran disappunto della consorte (sudici, è il termine che usava), quest'ultima tendente inutilmente a mantenere uno status sociale da "moglie di un ingegnere". Sì, tutte le volte che abbiamo affrontato la pubblica via, quel mondo scintillante di Hogan e Moncler all'ultimo grido e noi con i jeans strappati e tutti strusciati di erba  non le abbiamo certo reso la vita facile.

Un giorno accettiamo di accompagnare la consorte per un prelievo al bancomat. Il suo "cambiatevi che fate schifo" non sortisce l'effetto voluto, se ci vuole siamo bellissimi così. Nel tragitto, comunque, lei si tiene leggermente in disparte. Mentre preleva, mia figlia mi prende per il braccio e mi strattona "Guarda papino, quanti soldiiini!!!", esclama tutta agitata. Davanti al bancomat c'è una grata bloccata nell'asfalto, e sotto, in effetti, si nota una discreta quantità di monetine, seminascoste tra foglie sbriciolate, mozziconi di sigarette e scontrini appallottolati. Mi chino, saggio la grata, non si riesce a spostarla. Lei mi guarda con i suoi occhioni imploranti. "Ma sono tantissimi!, come facciamo?" 
Mia moglie ci guarda minacciosa, anzi mi guarda minacciosa. "Non provateci nemmeno", dice a denti stretti "che ci conoscono". 

Guardo la piccola e la consorte, ma ho già deciso, e lo sanno tutte e due, lo vedo dal sorriso estatico della mia piccola, mentre mia moglie sospira un "fate come volete, io me ne vado".

Ci serve del materiale, dei bastoncini, un cordino, un cacciavite calamitato, cose così. Torniamo in fretta a casa e recuperiamo il necessario, pressati dalla piccola, che teme che qualcuno possa arrivare prima di noi. 
Meno di dieci minuti e siamo nuovamente lì, davanti al Bancomat. Per fortuna sono vestito "da giardino", con i pantaloni con cui ho appena tagliato l'erba del prato, e possiamo sederci per terra senza problemi. Come due barboni iniziamo il recupero, faticosamente, passandoci i bastoncini ed accompagnandoli tremolanti verso l'alto. Siamo accucciati uno di fronte al'altro per la strada e la cosa ci sembra perfettamente normale ed ad ogni moneta che spunta faticosamente fuori la piccola batte festosamente le mani. "un altro papà, quaaanti!!" esclama, continuando a scrutare per essere sicura di non dimenticarne nemmeno uno. 
Ogni tanto ci dobbiamo fare da parte ed attendere rispettosamente per permettere a chi ne ha bisogno di prelevare; un paio di ragazzi ci guardano divertiti, alcuni curiosi, un paio schifati. Me ne frego. Una signora anziana dai capelli bianchi mi chiede educatamente se lo facciamo per bisogno, osservando i nostri indumenti sporchi e le nostre condizioni. "No signora - le rispondo con un sorriso - lo sto solo facendo per far felice mia figlia". Stava per farmi l'elemosina. 
Alla fine, dopo aver frugato nello sporco più remoto che una grata possa contenere, sappiamo di aver recuperato tutto. Me li fa contare due o tre volte. Meno di cinque Euro, ma lei ne ha le mani piene, ed è raggiante. E per la strada di ritorno (in discesa), non facciamo che cantare e ridere, e lei ha tutte e due le mani a pugno e le braccia distese, e salta, ed è felice, e, ironia della sorte, inciampa in una grata. Non ci pensa nemmeno, per proteggersi, ad abbandonare le monete così duramente conquistate e cade in avanti senza poter metter giù le mani e senza che io riesca a far nulla per impedirlo.
Quando riesco a tirarla su piange disperata, ha un ginocchio sanguinante e già gonfio, ed ha graffi ovunque, sugli avambracci, sui polsi. "Ho perso tutti i soldini", mi dice tra i singhiozzi. 
Recuperiamo tutte le monete sparse per terra, la tranquillizzo, le riconto, non ne abbiamo persa nemmeno una. Poi, zoppicante, me la riporto a casa, dove la disinfetto, restituendole il suo tesoro, anch'esso disinfettato a dovere. Ha un bel taglio all'altezza del ginocchio destro, ma resiste in silenzio, mentre lo pulisco con attenzione e le parlo di quanto è brava e coraggiosa, medico tutte le ferite minori ed infine le metto una fasciatura al ginocchio. Rimarrà il segno.

Beh, la cicatrice al ginocchio è visibile ancora adesso. Non la nasconde anzi ne è parecchio orgogliosa, anche se le gambe sono diventate pericolosamente troppo lunghe e, con i suoi orecchini, gli occhi che non si strizzano più a semicerchio ma hanno un filo sottile di eyeliner, non so mica se si siederebbe ancora con me davanti ad una grata a recuperare monete. 

Io sì, sicuro. 
Ma pensandoci bene, anche lei, mi sa.

E se le chiederete il motivo di quella cicatrice "è quella volta che io ed il mio papà abbiamo fatto i barboni", vi racconterà sorridendo.

martedì 6 maggio 2014

Gli occhi dorati (prima parte)

Gli ultimi regali che ha ricevuto sono stati l'IPAD per il suo ottantesimo compleanno ed una motosega per quello dell'anno precedente. Già questo la dice lunga su che facile personaggio sia mia madre, e forse spiega in parte anche il carattere che mi porto appiccicato addosso.
Testa dura da montanara ostinata, uno di quei caratterini da muro o non muro tre passi avanti che te lo raccomando.
Lavoratrice fino allo sfinimento, diversamente amichevole, ostinatamente indipendente, fermamente convinta di essere indistruttibile.
E no, non sto parlando di me.
Recentemente, dopo un infinità di tempo trascorsa in stupide ostilità abbiamo ripreso a parlarci. Le ho chiesto di aiutarmi e non ci ha pensato un attimo. Lo sta facendo ancora, non fosse stato per lei avrei già dovuto vendere casa.
Ne ha passate tante, che già solo la metà avrebbe avuto ragione di uno come me e per fortuna nostra non è ancora stanca. Anzi, non la smette nemmeno per un attimo di rallentare, di darsi una regolata, di piantare quattrocento tulipani in giardino con quel cipiglio che ti sfida a dirle qualcosa.

Ogni tanto, ma non troppo spesso perché poi altrimenti mi abituo, mi manda una mail con l'Ipad, oggetto che la delizia e che al contempo la fa incazzare di brutto perché non riesce a trovare le foto che vorrebbe allegare, se inavvertitamente appoggia un dito sullo schermo quello, bastardo, aggiunge subito una serie di ppppppppppppppppp e non si ricorda come cancellare se ha scritto male. Risultato: mi arrivano mail tutte sgrammaticate, piene di doppie e con 32 foto del terrazzo, dei suoi piedi e del giardino preso di storto. 
Io le rispondo pregandola di smettere con i superalcolici e lei di rimando mi dà dello "struzzo", giusto perché è una signora di una certa età (non provate a definirla anziana) e termini meno appropriati non le si confanno.
Da giovane era incredibilmente bella, ho alcune foto di lei in posa sugli sci che ricorda una diva del cinema, con il sorriso abbagliante e gli occhi azzurrissimi discretamente nascosti dietro un paio di occhiali da sole molto glamour. Della sua bellezza di un tempo rimangono quegli occhi azzurri cosparsi di piccole pagliuzze dorate, che tante ne hanno viste, che tante ne hanno passate. Occhi che ti guardano dentro che ti sanno e sorridono, occhi che hanno un rimpianto che in fondo è lo stesso mio quando osservo mia figlia crescere troppo in fretta, occhi che ti dicono vorrei, vorrei giuro tornare indietro, rivederti crescere, ti ho lasciato ragazzo che era ieri. Vorrei avere tempo ancora e assaporare momenti che sono passati troppo in fretta, ritrovare i miei anni su un prato d'estate con il profumo dell'erba tagliata di fresco e ridere, e ritrovarti.

Il primo incontro con mio padre è stato da film.
Lui, poco più che ventenne, era un giovane geometra di belle speranze e pochi spiccioli e lavorava a Torino per un'impresa di costruzioni, il cui titolare aveva un metodo militaresco nella gestione delle vite dei propri dipendenti. Nella cittadina di montagna dove mia mamma viveva l'impresa aveva un cantiere, a quel tempo gestito da un collega di mio padre, anch'esso giovane e molto incline a correre dietro alle belle fanciulle, il quale si era perdutamente invaghito di quella ragazza così carina. Purtroppo per lui, della liaison giungono notizie giù in sede dove, per paura che l'andamento del cantiere potesse risentirne, si decide per un rapido cambio di gestione: sù in montagna quel geometrino giovane che è a Torino, quello magro e lungo, con un improvviso aumento di responsabilità che vediamo come reagisce, e richiamiamo in città l'altro, quello con la testa un po' troppo per aria, a farsi passare i bollori tra calcinacci, il brontolio delle betoniere e manovalanze sudate. 
Il pretendente non ha nemmeno il tempo di obiettare ed a malincuore in quattro e quattr'otto parte. A Torino incontra il collega che deve ricevere le consegne ed oltre a quello gli passa anche un mazzo di rose rosse, per la sua bella lassù tra i monti iollalàiuu, raccomandandosi che li riceva prima possibile.
E mio padre, con negli occhi ancora quel mare ruvido che l'ha visto nascere, con una cartella stracolma di progetti e capitolati ed un mazzo di rose appoggiati sul sedile del passeggero dell'auto, parte per la montagna per la prima volta nella sua vita. E non sa ancora che quel mazzo di fiori gli avrebbe cambiato la vita.
Arriva lassù e come prima cosa pensa di consegnare i fiori alla bella del suo collega. E non appena vede mia madre, vuoi l'altitudine o la minore quantità di ossigeno, fatto sta che rimane a bocca aperta. E mia madre, che aprendo la porta se lo trova lì magro e lungo come un giunco, come fulminato e con un mazzo di rose in mano, scappa.
E pensa, in quell'attimo esatto - questo è l'uomo che sposerò. 
Ed io, a quell'impresario là, che ha deciso le vite altrui come se fossero gli spiccioli che tieni in una tasca, per questa e per molte altre storie, devo proprio parecchio. 

lunedì 3 marzo 2014

Mi fermo

Un minuto.
Lascio che tutte le grane e la rabbia che monta e questa disperazione a tratti così violenta da spezzarti il fiato si spengano, almeno per un poco.
Li metto da parte, li chiudo nel fondo di un baule e cerco di dimenticarmeli per fare posto a te. 
E torno qui, in questo che è uno dei miei posti sospesi, che ultimamente non ho nemmeno più il coraggio, di passarci da qui.
E scrivo semplicemente auguri, Ciccia mia. Tu che sei il mio amore più bello. Tu che sei i miei sorrisi che partono dal cuore, perché non si può non sorridere, quando ti spalmi sopra di me per guardare la televisione, lunga come sei.
Tu che sei un bene che assomiglia ad un vago dolore, per la velocità con cui cresci, e quel tuo lento e giustissimo allontanarsi.
Tu e il tuo terzo buco nell'orecchio come regalo di compleanno, ed io che a momenti non ho più nemmeno la testa per ricordarmi che giorno era ieri.
Tu che non vuoi la torta dal pasticciere, perché quella di mamma è più buona, ma che invece capisci benissimo, sembra che non ascolti ma sai e fai la tua piccola parte.
Tu ed i tuoi quattordici anni nuovi splendenti, di sole e fiori profumati, di risate e corse sfrenate e di sogni, tanti sogni.
Tu che sei così, insieme già così grande e piccolissima, timorosa e coraggiosa.
Tu che hai i miei occhi, ed ogni volta che li guardo mi ci perdo.
Tu che sei il mio fiore di marzo, che quando te la canto cambiando il mese ti commuovi e mi dici di smettere.

Tu che una volta ho avuto paura di perderti, e quindi non passa giorno in cui non pensi che sono un uomo con una fortuna grande così.
Perché tu sei qui.


venerdì 20 dicembre 2013

Ho messo via

Atteggiamenti, pensieri sempre troppo contorti ed alcuni bellissimi, così belli e limpidi che chiuderci sopra le ante dell'armadio e costringerli a buio e polvere fa quasi rabbia, o anche solamente un po' di tristezza. 
Ho messo via le ali, lucidato le piume accarezzandole un'ultima volta. Le avevo, certo che. Quelle che ti fan sentire a due dita dal marciapiede o dal cielo, a volte è bello che la differenza quasi non si senta. Quelle che ti fan guardare oltre, lontano, perché è solo osservando dall'alto che le distanze si riducono, le montagne sembrano meno erte, così come ogni montagna che abbia mai scalato, una volta in cima, mi ha sempre restituito il vero valore della fatica compiuta.
Ho messo via i sorrisi del cuore, quelli che partono da dentro ed irradiano di calore, che si appoggiano come un dito alle labbra perché le parole non servono, che colpiscono gli occhi e le mani e si disperdono nel vento di fuori, che non puoi far finta di, quei sorrisi lì non riesci né a nasconderli né ad imitarli mai. Che ti dan la sveglia, che alzarsi è non vedevo l'ora.
Mi rimangono quelli fatti ad arte, gli involucri di plastica, che quelli lì si che li puoi sempre trovartene un paio nelle tasche e stamparteli bene in faccia, salendo le scale di casa prima di andare incontro alla mia Ciccia, che lei ha bisogno di un sacco pieno di sorrisi miei, e non forse riesce ancora a scorgere la differenza, basta che ce ne siano. 

Ho messo via le mie scarpette per correre, le ho riposte con cura nella loro scatola. Il mio tendine di cristallo numero due reclama visite specializzate, cure costanti (e costose, ovviamente), ma tanto so già che la soluzione definitiva non potrà essere altro che l'intervento. E questa, considerata la precaria situazione economica (usando un velato eufemismo) di casa DR, semplicemente non è una priorità. Le riprenderò chissà, forse domani, forse tra un mese, un anno o mai, le variabili in gioco questa volta sono veramente troppe e non ho sufficienti energie per pensarci. E quello che è peggio che meno corro più mi si assottiglia la riserva di energie, insomma è un circolo vizioso, comunque vada perdo.
Ho messo via quel tempo che egoisticamente era solo mio e basta. L'ho messo via perché forse non è più il suo tempo, o perché non posso permettermene più ma, che buffo, non ho il tempo di preoccuparmene. Non ho particolari emozioni, mentre passano costanti i giorni, troppi e maledettamente sempre troppo in fretta, non aggiungendo né togliendo niente. Non faccio in tempo ad iniziare una settimana che quella è già finita ed un'altra ti viene incontro e passa, poi un'altra ed un'altra ancora, goccia dopo goccia. E' un non-tempo, quello con cui ho a che fare.
Osservo la neve ammantare le mie montagne, la sera in auto, mentre rilucono di vite sconosciute all'interno di tremolanti paesini sperduti chissà dove.  
Ho fatto un po' di conti con me. E non è che sia andata male intendiamoci, ho avuto mani decisamente buone ed alcune no, ma capita. Ognuno è artefice della propria fortuna dicono, non so quanto questo sia vero o serva invece da sprone, riflettendoci forse sì, almeno in parte. Penso di aver comunque da sempre quella naturale predisposizione all'autodistruzione, a cercarmi sempre le strade più contorte ed a farmi trascinare dalla corrente più veloce, ben cosciente che sarà quella sbagliata.
Ho messo via un poco del mio modo di fare, parecchio del mio modo di essere. E non è che così uno stia male, un pochino spento, meno entusiasta e sorpreso, per una volta con i muscoli ed i sensi e i nervi a riposo. Si assottigliano le differenze dei giorni, il domani perde valore come l'ieri, e adesso, semplicemente, non esiste.

Perché alla fine, non ci son cazzi, ma il discorso è poi sempre lo stesso.

lunedì 18 novembre 2013

La luna ha vent'anni

A guardarci bene, quei noi di adesso, probabilmente non sembrerebbe possibile che siamo stati gli stessi noi di quel giorno là. 
Nel curriculum professionale dello studio la data di fondazione recita 10 novembre 1993.
Me lo ricordo bene, noi leggermente in imbarazzo di fronte al notaio, con l'attesa di grandi cose a venire e la sensazione di esser vagamente fuori posto, lì in quella stanza sontuosa di quell'incredibile ufficio del centro, con le impiegate silenziosissime ed efficientissime, pronti a firmare un impegno per il nostro futuro. Nonostante tutte le mie insistenze Marco si era rifiutato categoricamente di mettersi la cravatta, l'ultima volta era stato al funerale di suo padre - solo per le cose serie - aveva troncato sul nascere ogni mia rimostranza. Allora eravamo in cinque. Molto più giovani, così spudoratamente giovani, quando la gioventù è bellezza, carichi di sogni e promesse ed entusiasmo alla vita, sorrisi subito pronti a sbocciare per un nulla e pazzia a secchi. Sbarazzini ed inesperti, molto più sorridenti al mondo, sicuramente incoscienti, questo sì, va detto, incredibilmente incoscienti, spaventosamente, vergognosamente. Ci bastava un niente, principalmente quello che importava era stare insieme e provarci, anche se non era ancora così chiaro a far cosa, e forse completamente non lo è ancora neppure adesso. Dovessi associare una parola a quel periodo mi viene in mente "leggerezza". Poche ancora le ferite, di quelle che bruciano secco, che nel corso del tempo ognuno avrebbe imparato a portare le proprie e che poi inevitabilmente, taglio dopo taglio ci avrebbero cambiato, rendendo dura e rugosa la scorza. 
Era più facile scegliere, vivere, lavorare, inventarsi, scherzare comunque, e soprattutto non prendersi mai sul serio. Era che quando chiamavano "ingegnere", avevi sempre l'aria del "chi, io?" Era tutto più nuovo, i cantieri, la gente che a volte ti stava ad ascoltare e molto più spesso no, l'inconsapevolezza di inventarsi il padrone del proprio destino, una scoperta in ogni cosa, l'essere quelli che reggono il timone senza mai aver osato affrontare il mare e senza neppure immaginare quanto sarà vasto e quante rotte riuscirai a navigare. 
Due di noi, quelli che insieme a me ci avevano messo l'anima per partire, che forse sono stati i miei amici più vicini di allora hanno smesso di crederci dopo poco. Ricordo la mia rabbia proprio con Marco, che mi aveva spiegato che quella non era "la sua società", ma semplicemente "una società" e che non valeva la pena affannarsi così tanto. 
Fulvio invece l'ho rincontrato quest'estate. E tutto questo tempo che ci ha visti lontani ha perso in un nulla forma e sostanza, lasciando solo un minimo spazio al pensiero inconcludente di come sarebbe andata se. A lui che oggi è chiamato ad affrontare prove così terribili che non so dove troverà il coraggio va il mio pensiero, forse sarebbe meno complicato se silenziosamente ci allontanassimo nuovamente, ma troppo del nostro tempo è già stato stupidamente sprecato, non sono disposto a buttarne via ancora.
  
Vent'anni di parole, quante parole sono rimbalzate fuori da quelle pareti, con differenti toni di voce, me ne ricordo molte. Vent'anni di persone, mi ricordo i volti, quanti ne sono passati, nessuno invano. In uno dei miei sogni ad occhi aperti ho organizzato fin nei minimi dettagli una cena con i miei soci e consorti al seguito, che in realtà nascondeva una rentrée con tutti, ma proprio tutti, una di quelle cose che entri in un locale silenzioso ed un po' fuori mano con due candele fioche a conferire un'aspetto desolante alla stanza e "Sorpresaaa!!!" si accendono le luci ed eccoli lì, uguali e cambiati anche loro, e poi risate ed abbracci e parole fino a tarda notte e brindisi, con gli occhi da bracco del mio socio lustri per la commozione, mentre sa che in fondo l'ho fatto per lui, perché sì è vero che faccio una gran fatica a sopportarlo, ma neanche lui, con me, cammina su un tappeto di petali di rosa. E' rimasto solo un sogno, altre priorità non l'hanno reso possibile e rimarrà intatto nei miei sogni per riproporsi tra altri cinque anni.

Vent'anni di lune, me ne ricordo a pacchi di lune, quelle dei lavori fino a tarda notte, quelle d'estate, rosse e piene  in un cielo immobile e noi sui gradini della villetta a ridere sommessamente e quelle delle albe, pallide come i nostri volti tirati, delicate e composte mentre ci osservavano malinconiche, al di là dei vetri che si affacciano su un francobollo di giardino. Mi ricordo lune sottili come una ciglia, composte e rapite, ad ascoltare parole che brillavano come rugiada. Mi ricordo  una luna accesa come un faro ed io e la mia Ciccia per la prima volta disperati e lontani, che la toccavamo con un dito per sentirci di nuovo insieme.
E guardaci adesso. A vent'anni di distanza. Vent'anni. 
Se escludiamo i tappi delle bottiglie, che allora mettevamo in fila bella ordinata sul davanzale delle finestre in alto, non è cambiato poi tanto. Sì, siamo cambiati noi, per forza, il grigio nei capelli, le rughe, l'atteggiamento man mano meno famelico, combattivo. 
Ma io no. Io che ogni botta che ti fa cadere mi fermo stordito, magari tentenno controllando i danni ma che poi mi rialzo perché non ha senso voltarsi indietro e dargliela vinta e che ostinatamente, ancora una volta, mi levo la polvere di dosso e  ricomincio a correreIo che se ci penso, che non mi sembra di aver neppure cominciato, che di cose da imparare so che ce ne sono ancora troppe, che se metto in fila i lavori da inventare, le idee più bizzarre e le rivoluzioni non la finisco più, che nonostante tutti i macigni sul cammino che sono stati questi ultimi anni ci credo, senza mezzi termini o retropensieri, mi affido alla passione ed alla volontà, credo nelle persone pulite e nell'onestà, credo in quello che siamo, in quanto è rimasto immutato e limpido ed allora non mi vien altro da dire che grazie studio delle rose, grazie mille a chi è stato parte di tutto questo ed a chi lo è adesso, grazie luna per questi magnifici vent'anni così brevi che mi sono stati regalati, solo per ciò che è troppo bello il tempo scorre così velocemente. 
Auguri luna, per questi vent'anni e auguri, studio delle rose, per ogni singolo, incredibile minuto passato qui e per quanti altri ne potranno venire. So per certo che finirà prima o poi, dovrà cambiare il vento che fa infuriare il mare di tempesta di questi ultimi tempi e le correnti impazzite. Passerà e ritornerà il sorriso, finalmente con un buon vento di bolina ad accompagnarci verso un orizzonte sereno. 

E non la smetterò molto facilmente, di guardare la luna. 


martedì 12 novembre 2013

Torino negli occhi.

Questo mio strambo mestiere ogni tanto mi riserva regali inaspettati, come nei giorni in cui mi porta ad annusare il mare, quel mio mare che il primo respiro lento e gonfio di attesa fino a farmi dolere i polmoni non è mai abbastanza, o quando mi porta a conoscere città nuove, scorci, marciapiedi, volti riflessi sulle vetrine e percorsi da assimilare. 
A volte invece, come oggi,  mi regala Torino.
La osservavo ieri sera al rientro autostradale serale, la sua singolare bellezza esaltata da un vento tagliente che aveva nascosto le nuvole lontano, con l'anfiteatro di montagne luccicanti della prima neve, la collina spazzata dalle folate rabbiose, un blu del tramonto così limpido e pulito e le mille luci fitte e tremolanti che sembravano brace scintillante. 
Torino ha pezzi di Parigi e d'Africa, ha le maestosità reali e sontuose dei Savoia ed angoli degradati. Luce e buio a portata d'occhi.
Ma prevalgono parti di questa città che mi fermano ancora il cuore, un sorriso sospeso che si appaga rapito lasciando scorrere lo sguardo. Angoli, incroci, mura antiche lì da millenni, un monumento assediato dai piccioni ai cui piedi sedersi, la calma placida del fiume ed il finto medioevo a specchiarcisi dentro. Spazi in qualche misura miei, che riconoscono i miei passi, stendendo con cura le pieghe che a volte ho dentro. 
Ho imparato a conoscerla da ragazzo percorrendola con i piedi e con gli occhi, fino a perdermi e meravigliarmi, più e più volte. E meravigliarmi e perdermi con i piedi e con gli occhi  quando posso, quando riesco a ritagliarmi una parentesi tra le telefonate e le grane e le mille cose da fare, è un lusso a cui difficilmente riesco a rinunciare.
Ci sono i lunghi viali allineati che si intrecciano a perpendicolo. Ci sono le piazze aristocratiche, severe ed ordinate di colonne, e quelle più piccole, raccolte, composte e silenziose che se ci capiti una sera d'inverno ti sembra di aver attraversato indenne un paio di secoli. C'è una piazza che, dopo, la mia vita non è più stata uguale. Ci sono i bar storici, eleganti di cristalli e salotti,  e ce n'è uno piccolo e quasi sempre gremito, con la boiserie in legno e gli specchi lavorati, i tavolini con il ripiano in marmo ed i centrini fatti all'uncinetto che se intingi il cucchiaino nel "bicerin" e lo mescoli ti guardano male. Ci sono cortili dei palazzi storici, che ognuno è storia, i mille ex voto della Consolata che da piccolo ne leggevo rapito le vicende, l'insuperabile eleganza di San Lorenzo, c'è il retro della collina di Superga con i nomi della squadra del Grande Torino. C'è una galleria che proprio non riesco ad attraversare guardando in su. C'è la Fetta di polenta fatta per ripicca, le luci sul monte dei Cappuccini e le bancarelle di libri da annusare, lungo via Garibaldi. C'è l'interno di Palazzo Carignano e le sue stelle, c'è la panchina di quella piazza che il mondo era una cornice immobile, ci sono i mille posti dove ho portato la mia moto, c'è quando ero disperato senza radici e quando invece mi sentivo al centro dell'Universo, c'è la statua della Dora che è stato il mio personalissimo escamotage per poter inserire la foto di una donna nuda all'interno della mia tesi di laurea, c'è il parco dove vado a correre, c'è il mio negozio di stilografiche, il posto del mio primo cantiere importante e quell'altro, molto più prezioso per me, che era stato un cantiere di mio padre trent'anni fa, prima di diventare mio. 
Ed i miei passi ed i miei occhi, anche oggi non hanno sbagliato. 

sabato 19 ottobre 2013

Le cose che cambiano

Le cose che cambiano sono quelle di te che, quando te ne accorgi, ti fanno fermare per pensare, con la voglia di riavvolgere il nastro e poter osservare come tutto possa già essere accaduto.
Sono tua figlia che cresce bella come solo una figlia tua sa essere e sente di non aver più quel bisogno impellente delle tue attenzioni. Sono il suo sguardo che pian piano, come un giro di vento la sera, si rivolge altrove, ed è giusto così. Ed è amaramente bello così.
Sono i tuoi capelli corti, "finalmente" come mi ha detto più di qualcuno, che ancora adesso porto la mano dietro al collo ed è strano non trovare il conforto in quel gesto che, dopo così tanto tempo era diventata abitudine.
Perché le cose che cambiano ti cambiano di dentro e fanno in fretta, corrono sottopelle, si insinuano e diventano abitudine, come questi posti diversi, con gente diversa ed in città diverse in cui la mia vita lavorativa mi ha portato, come la colazione nel bar di Svetlana, luccicante e pieno di libri  - non è il suo nome vero, ma le è rimasto appiccicato addosso - e il suo "ciao ragazzi", che ci fa sorridere uscendo. 
Le cose che cambiano sono questo ufficio, dalle cui finestre non vedo né rose né la sera venirmi incontro attraversando il giardino del mio studio. Miss Settembre, dalle pagine calendario patinato della Wurth, col suo sguardo felino si propone come valida alternativa, ma non è cosa, non ha il profumo della luna di sera. Vaglielo tu a spiegare.
Le cose che cambiano è il muro a fianco del quale era parcheggiata la mia moto e che mi sembra sempre così inaspettatamente spoglio e scrostato.
Le cose che cambiano sono la paura, molto spesso, di non essere capace. 
Le cose che cambiano sono la scoperta invece di essere ancora in grado di arrampicare quasi decentemente.
Le cose che cambiano hanno dalla loro quel bastardo presuntuoso ed arrogante che è il tempo, che soffia senza sosta appannando le immagini, strappando minuscoli frammenti di quello che sei e che non riuscirai ad essere ancora - felice? - allontanando le foglie e le parole, i profumi ed i sogni, la nebbia di latte del mattino presto ed il rosso del tramonto che incendia le mie montagne, accantonandoli alla rinfusa a formare cumuli di ricordi, ognuno di loro troppo bello per essere coperto dagli altri. E tu che della quiete non sai comunque cosa fartene - troppo stupido forse - ti rendi conto che saperli tuoi di un tempo che non ti appartiene non serve allo scopo, anzi. 
Le cose che cambiano accompagnano i tuoi desideri, tutti senza distinzione, quelli morbidi e tenui e quelli più spinosi e vividi. Li smussano, li levigano pazientemente, senza fretta, così che possano scivolare sott'acqua senza fare neanche più quasi rumore.
Le cose che cambiano fan piacere a volte, altre no. Ma comunque sia non è che tu ci possa fare più di tanto.