giovedì 18 luglio 2013

Altrove



Arturo ha la faccia da bravo ragazzo, alto, lungo ed un piede rotto. Anche per lui è la sua prima moto. Mi ricorda un pò me alla sua età. Non appena sollevo il telone mormora piano "è bellissima", nonostante sia coperta da due dita di polvere e poi non riesce a levarle più gli occhi di dosso. Anche il suo amico, quello più esperto, la prova, la studia, la esamina attentamente, e poi dà il suo assenso. "La moto è a posto" gli dice, e Arturo sorride - E' quello che cercavo - mi fa.
Lo so - rispondo io, guardandolo fisso negli occhi.

Altrove, una vita di anni fa, quando il mio mondo aveva orizzonti diversi e meno domande a cui non so più dare risposte, eravamo di ritorno dall'ultima ecografia. La venuta al mondo di quella che sarebbe diventata la mia Ciccia bellissima era ormai prossima. Con la consorte si parlava distrattamente di un conoscente che aveva appena cambiato la moto. Lei ad un certo punto mi guarda e sorridendo mi dice: "Stai per diventare un padre di famiglia. Ti rendi conto che se non l'hai comperata fino ad ora, non la prenderai più".
Mi ricordo benissimo il semaforo diventare rosso ed a destra le due vetrine del negozio.
Lei era lì, esattamente dove doveva essere, luccicante e splendida. Mi aspettava, sembrava che avesse scritto su "la tua ultima occasione" a caratteri lampeggianti.
Parcheggio, lascio la consorte perplessa in auto ed entro. Ne esco dopo nemmeno cinque minuti e le chiedo di venirla a vedere dicendole: "Avevi ragione. Se non la compravo adesso non la compravo più".

Capita, nella logica delle cose che di logico non hanno mai niente che tu ti debba adattare. Che, per sopravvivenza o necessità od ambedue le cose, debba farti giunco e lasciarti scivolare addosso impassibile le folate del vento di tempesta, senza domandarti il come ed il perché, senza nemmeno aspettare che tutto finisca, perché sai che, prima o poi, anche l'ultimo scroscio rumoroso si allontanerà, lasciando dietro di sé un'aria che sa di pulito ed un cielo azzurro chiaro che ti permetta di guardare lontano ancora una volta.

E' stata il mio regalo per me per aver fatto la mia Ciccia così bella. E' stata la mia prima ed unica moto. Sono state le mie strade senza domande, quelle che arrivi in studio ed il sorriso non te lo spengono nemmeno le litigate coi soci, le mie curve piegate fino ad accarezzare la strada, gli incontri con le persone più speciali, il sole che tramonta al di là della visiera, e gioca riflettendosi sui mille giri dorati dei raggi in ottone. E' la pressione sulla schiena della mia Ciccia attaccata stretta che irradia il suo volermi bene così vasto, che quando accelero piano la sento felice ed impaurita, cuore di passerotto, lei ed il suo casco del sole e della luna di Valentino Rossi che non riesce a contenere tutto il suo sorriso.
Sono state anche un paio di cadute, ma non c'è motociclista che non si possa definir tale senza aver assaggiato almeno una volta l'asfalto.

"Se potessi ​parlare chiederei ancora una volta il permesso di lasciarmi libere le parole e le mani e con quelle spiegherei le vele del tempo che altrove ha avuto il suo senso di essere, intessuto del trascorrere dei secondi e delle nuvole che sfumano, del tempo che mi manca quando quell'inflessione conosciuta mi fa immaginare con chirurgica precisione la piega esatta del tuo sorriso".​

Hai ragione come sempre, sono solo cose. E per un verso è così. Per il verso razionale e freddo che so di poter dominare è così, godo di quello che ho avuto. Ma è una faccia sola della medaglia. L'altra reclama urla e strepiti ed incazzature e lacrime, come sempre accade con le cose più grandi di me, con le decisioni improrogabili, con questo cazzo di mondo che va da schifo e che mi strappa le quattro cose che mi sono conquistato per amore per forza o molto più semplicemente per una fottuta fortuna e che sono diventate parte di me, la pelle delle mie dita, gli occhi, il respiro freddo di una corsa all'alba.
Ma lei è la mia moto con tutta se stessa, con i suoi colori che non ho mai capito quali fossero ma che a me piaceva esattamente così, è il borbottio che conosco, i due scarichi cromati, è la freccia che ogni tanto dimentico, è l'adesivo che mia figlia ha messo sul tappo del serbatoio, è quella sensazione che hai non appena sali e che sembra ti trasformi. Sono i gesti che diventano abitudine, i guanti buttati nel parabrezza, lo starter e poi via.

"Se potessi dare spazio alla pelle del dorso della mano questa mi porterebbe altrove, ad attendere di poter sfiorare un dorso di un'altra mano una volta almeno, così quasi per caso, un pendolo distratto del braccio mentre osservi i nostri riflessi percorrere con passi veloci le vetrine dei negozi."

Perché sai, a volte basta quel minimo di alcool che si muove sinuoso nelle vene, mischia i pensieri che pensavi volessero uscire e te li mette in disparte proponendone altri, confonde le frasi e i ragionamenti, solleva silenziosamente il coperchio del serbatoio dei ricordi e le esigenze e tutto ciò che hai cercato di affondare con il tacco a schiacciare sottoterra affiora e velocemente si sposta dal torbido verso l'acqua limpida, uscendo dai gorghi della normalità che ricopre i ricordi ed il tempo. E torna alla bocca dello stomaco la fame di quello che ho così inaspettatamente avuto, di quello che non c'erano parole adatte per comprenderlo, di quello che stupidamente, ogni tanto manca così forte da lasciarti consumato all'angolo.

Se invece potessi dare ascolto alla memoria degli occhi ritornerei altrove, solo a percepire il profumo del sole che filtrava attraverso quella persiana abbassata ed a indovinare lacrime che mi appartenevano e una felicità così spaventosa da non avere parole. 

E' solo una stupida moto. Vecchia per giunta, un ammasso di molle, pistoni, qualche pezzo di plastica e un po' di ingranaggi unti. Ma sono quei momenti, quella parte del mio tempo in cui ho la certezza di aver vissuto che si stacca come la pelle di un serpente e se ne va, è un'altra maledetta parte di me che si allontana per percorrere strade che non mi apparterranno.  
Oggi ho poche parole per parlare, ma nuove pareti di amianto che mi circondano, che mi proteggono dal fuoco, mi rendono insensibile al calore e che mi lasciano un sorriso lento in fondo agli occhi, che non vuol significare proprio niente.

Sì. Sono proprio queste pareti nuove che mi fanno sorridere ad Arturo mentre gli stringo la mano e lo accompagno fuori, lui e la sua nuova moto.

Ma vorrei, Dio lo sa se lo vorrei, essere semplicemente altrove. 

sabato 29 giugno 2013

Hidden identity



In ogni comics che si rispetti, l’identità del supereroe viene sempre misteriosamente tenuta celata agli occhi del mondo intero.

Lo puoi incontrare nella penombra della notte, i tratti del volto occultati dalla maschera solcati dai freddi riflessi della luna, mentre sorveglia la città dalle pendici di un grattacielo, incurante di tutto, in equilibro su un traliccio per le telecomunicazioni. I suoi occhi scuri contengono tutti i suoi segreti.

Analogamente, l’identità del prode D&R è ugualmente incognita agli occhi dei più, con poche e fidatissime eccezioni. Sì è vero, come analogia magari sarà pure stiracchiata, non sono solito passeggiare affacciato perigliosamente sul baratro (ed è una vita che non arrampico), anzi ultimamente dimoro in un cubicolo al secondo piano interrato di un ospedale senza optional alcuni al di fuori dell’aria che respiro. E’ vero che sorveglio grovigli di apparecchiature elettriche sull'orlo di una crisi di nervi (loro e mia) tentando inutilmente di mantenerne il dominio, e non ho nè mantello né mascherina - che tralaltro mi starebbero un amore, ça va sans dire - anche se ho la certezza che se iniziassi a trotterellare allegramente per i reparti di qui con tutina, mantello ed una grossa D&R cucita sul petto mi meriterei immediatamente un soggiorno nel reparto di sanità mentale a spese dei contribuenti. Ma che volete, quando uno sente di avere in sé lo stesso spirito dell’omino della pubblicità che fredda il mostro con l’alito ghiacciato del Vigorsol, mica può reprimerlo e rassegnarsi a fare solamente l’ingegnere serio e compito, che diamine.

Dicevo che il segreto della mia doppia identità è ben al sicuro entro poche mani. Ed ogni coppia di quelle mani appartiene a persone, ciascuna preziosa e merce rarissima, che si sono meritate nel tempo la mia fiducia più assoluta: ognuna di queste ha un pezzetto della mia vita stampato in loro, e ognuna è parte del percorso della mia, una via, una strada, una piazza, angoli, fiumi, alberi e nuvole di una mappa colorata ancora da finire di disegnare.

L'incontro con queste persone ha cambiato il mio percorso. Hanno camminato con i miei passi, hanno accresciuto il mio modo di essere, mi hanno donato bellezza, parole e sorrisi, lacrime e carezze, uno spicchio di luna e un cristallo, una mano da stringere che sarà sempre un'ancora a cui tenersi saldi, un battito impazzito nel cuore che non ascolta la ragione ed un profumo raccontato dal vento. Ognuna di loro, a loro modo diverse e speciali, ha reso me migliore del me stesso che ero prima di incontrarle.

Perché in questo sparuto gruppo compaia poi anche lei, in realtà non l’ho ancora del tutto capito. Ma c'è, ed è un fatto.
Lei che dello studio ha rotto la qualunque, anche solo con il potere dello sguardo: computer, telefoni, server e macchine del caffè, scaffali e oltre a (ovviamente e molto più spesso) un paio di cose alquanto personali del sottoscritto, si sono dovuti arrendere alla sua furia devastatrice. Il tecnico della nostra rete, a causa sua, ha dovuto ricorrere più volte in analisi.
Lei che di parole me ne ha date tante, a volte così tante da travolgermi e sommergermi improvvisamente stile slavina, senza neppure curarsi prima che nei dintorni ci fosse un san Bernardo con la fiaschetta di grappa per poterne uscire vivo.
Lei è l’architetto di cui ho già parlato qui. Che ha fatto una scelta necessaria e non indolore e che dalla prossima settimana (e per questo ha già da oggi tutta la mia solidarietà) inizierà un altro capitolo della sua vita lavorando in quel di Bucodiculoplace, lontana dallo studio delle rose, da tutto quello che è essere meravigliosamente noi, i nostri progetti e le nostre banche, il cameratismo con le battutacce da caserma alla macchina del caffè, le corse, le litigate e gli sfoghi ritornando a casa la sera. Lei che le basta annusare una qualsiasi bevanda alcoolica per inanellare una serie di doppi sensi da far arrossire un camionista di Reggio Calabria, lei che ha reso più leggeri giorni troppo pesanti, che mi ha assistito nella correzione degli spaventosi errori grammaticali del suo capo nonché mio socio (a sua insaputa), lei che ha ascoltato seria le storie più inconfessabili quando le dicevo “fai finta di essere Enry”.
Andrà a lavorare là, nel lugubre loco improponibile, con quattro panchine sbilenche a farle compagnia - fatte apposta per far cadere sul fianco i pensionati che proveranno a sedersi - al di là dei vetri dell’ufficio di due metri quadri e mezzo senza Internet né radio con Santina e tutte le sue stronzate inascoltabili, a osservare trascorrere il nulla interrotto dal rotolare pigro di qualche secca sterpaglia sul selciato. Per tenerle compagnia sto pensando di regalarle un pallone da pallavolo, un Wilson con cui scambiar quattro chiacchiere come in Cast Away.

Ma ha scelto bene, non poteva essere diverso. Gli occhi dei figli cambiano troppo in fretta se non sei lì a respirarli, ad accompagnarli all’asilo per mano e mettergli le scarpine, quelle rosse piccole, dargli il bacino sulla punta del naso prima di vederli allontanarsi a cominciare sereni la loro giornata. Cambiano, se non riesci a regalargli quella parte di te stessa che gli spetta, a godere di una vita basata su singoli momenti unici, se un posto lontano te li assorbe e ti lascia esausta, se il tempo che passi guidando supera ogni giorno, quello che passi con chi è la cosa più importante della tua vita.

Così lei ha scelto. E ha scelto bene.
Ha colto una rosa sapendo che ci sarà qualche spina che la pungerà un poco comunque, ma almeno ne respirerà a pieni polmoni il profumo intenso.

E quindi è lei, il vero supereroe di questa storia.

Passerà un'ultima volta sotto il pino, sorridendo, guarderà le rose che sbocciano, la pianta di limoni, i gradini scrostati, le ortensie, l'erba appena tagliata, i muri di questo posto che è diventato una strada nella sua mappa colorata. Poi chiuderà il portone, osserverà il nostro bar e non riuscirà a non girarsi indietro.
Lei ed il suo entusiasmo nelle cose, lei e la sua allegria, lei e il suo tempo che ha fatto passare più velocemente il mio.
Lei che anche adesso, mentre sta finendo di leggere, sono sicuro che, piagnona com'è, ha gli occhi lucidi ed un sorriso nuovo, sulle labbra e sul cuore.

E per l’ultima volta, razza di rompiballe come pochi altri, fai finta di essere Enry, che devo abbracciarti e dirti grazie.

Ah, tanto per la cronaca. [aggiornamento del 29 luglio]
Tanto lo sapevo che, aprendo la "busta", almeno gli occhi lucidi, quelli ti venivano.


giovedì 20 giugno 2013

Lo senti?

Piove.

Piove lento e silenzioso, così calmo e rassicurante in questa sera inaspettatamente fresca. Piove di quel suono ovattato, quello ssccc continuo che è la pioggia d'estate, che va sopra ogni cosa e copre il rumore delle rade auto che passano, che anche loro si portano addosso rumore di pioggia.
Piove sulle foglie larghe della vite coi suoi timidi grappoli ed i riccioli sottili con cui si arrampica flessuosa e tenace sui muri, sul pino maestoso che allarga le sue braccia ad accoglie i due merli, gli stessi che ogni tanto si affacciano a curiosare impettiti fin sulla porta per capire cosa stia combinando qui dentro.

Il cielo è una lastra d'acciaio, un temporale lontano brontola cupo. 
Mentre qui piove sul selciato lasciando quell'odore di sabbia bagnata, di pietra tiepida e di attesa.
E piove sulle mie poche parole sempre più difficili da trovarmi addosso, sulla mia Ciccia lontana, sui miei pensieri così disordinati, su questa voglia di niente che ogni tanto mi attanaglia e mi morde, su questo fardello di pensieri e di cose che a volte sembra di non aver niente su ed altre invece è così pesante da portarsi addosso.

Piove sulla luce di fuori, gialla e radente, piove rendendo le mie rose appesantite e più profumate ancora, trasformando le foglie in diademi luccicanti e preziosi, piove sui miei pochi sorrisi e sui miei tanti progetti, sulle parole che mi mancano, sullo zaino per correre e su tutti i miei sogni sognati, che alle volte mi appaiono così distanti e bellissimi che penso di non esserne capace, di sognare sogni così.

venerdì 31 maggio 2013

Ehi voi

Che a quest'ora sicuramente ancora poltrite nei vostri comodi letti. 
Qui si corre. 
Sappiàtelo.

sabato 18 maggio 2013

Sorge dal mare

Il sole sorge dal mare, in questo mare che di giorno è un'immane distesa colore del fango.
Strano per me, questo brillare di luce tagliente che invade prepotente la mia camera d'albergo, la mattina presto. Strano per me, che il mio sguardo non ha abitudine a spaziare così in questa maniera, io che ho un mare diverso stampato nel fondo degli occhi e di quel mare ho preso forse il suo stesso animo, un animo che calmo non riesce a stare più di tanto. Questo mare liscio di qui non respira fremente di forza sotto la pelle delle onde, non ha ansie ed anse e scogliere ruvide al tatto a nasconderne la vista, non ha quel sapore tra i denti e quel colore blu profondo ed il rumore incessante di sassi che si rincorrono nella risacca, onda dietro onda. 
Strana per me questa lama fredda e luccicante, che nel mio mare invece il sole ci si immerge dentro la sera, caldo sulla pelle delle braccia, mentre il cielo esplode di rosso e si allaga di riflessi profondi.
E strano è stato anche questo viaggio, che non so, ma nella logica delle cose è candidato per essere forse l'ultimo per la mia auto, che ogni volta che dico quanti chilometri abbiamo percorso insieme tutti strabuzzano sempre gli occhi, e per la prima volta nella sua vita ha fatto un viaggio rispettando giocoforza - e di molto anche - ogni limite di velocità. Una due giorni intensa di aggiornamento tecnico, insieme a tanti che fanno più o meno il mio stesso mestiere. Ed una cena di gala a cui non ho volutamente partecipato, perché, per una volta, avevo di meglio da fare, per me stesso e basta, il mondo ogni tanto si fotta pure. Ritrovarmi nelle mie scarpe e nei miei passi veloci, su di una strada di pensieri tutta da inventare, con le mie note di sempre nelle orecchie, annusando sogni che proprio non mi riesce di smettere di sognare. Ed è stato facile rincontrare i gesti delle mie dita che fanno il doppio nodo alle stringhe,  i primi passi e poi via, il resto è un marciapiede che si srotola troppo piano, sprazzi di luce dei lampioni che ti vengono incontro e si perdono indistinti alle spalle, le poche coppie che si spostano per lasciarti passare, un cane che sembra indeciso se annusarti al passaggio o tentare l'addentata al volo del polpaccio, il buio nero della distesa liquida dietro alle cabine scrostate che si contrappone alla fila disordinata degli hotel scintillanti di luci, dalla parte opposta della strada.
Sono qui. Sono qui ancora.

E poi, se ci pensi bene, non è così strano trovarmi di nuovo su questa passeggiata, alle sei del mattino del giorno successivo. Allacciarmi con cura le scarpe, indossare il cappellino del CUS che mi ha dato la mia Ciccia (gliene avevano regalati due e lei mi ha gentilmente concesso quello che mi piaceva di più), far partire il conto alla rovescia di Endomondo fino al fatidico "libera le endorfine" ed ecco che i primi passi elastici di corsa sono già alle spalle, ritrovando un'abitudine, forse, nonostante le grane e ogni fiato amaro di questi ultimi tempi.
Sono qui, sono qui ancora. E sono io.
Io con i miei occhiali scuri ed i capelli che ondeggiano ad ogni passo. Io ed il fiato dei polmoni che esce regolare. Io e le mie scarpe che hanno buchi nuovi, ma di cambiarle non è di sicuro arrivato ancora il momento, io e questa strada con le panchine che sembrano barche, e quest'alba che s'intensifica lieve, il traffico rado, le poche persone che puliscono la spiaggia, le piattaforme in equilibrio sul filo dell'orizzonte e queste onde che accarezzano la spiaggia. Io ed i miei sogni e le mie contraddizioni, che con gli ultimi non ho ancora imparato a conviverci ed i primi ho imparato a sognarli troppo tempo fa, ma no, mi rendo conto che non ho ancora smesso, se bastano quattro passi veloci e me li ritrovo tutti quanti qui, a spingermi in avanti.
I chilometri mi vengono incontro con troppa lentezza e passano oltre, incontro pochi runner che mi fanno vergognare del mio avanzare ma va già bene che non sia finito sotto una tenda ad ossigeno, le gambe si fanno sentire imprecando.

Poche impronte, su questa lingua di sabbia dura e conchiglie, se la mia Ciccia fosse qui con me a quest'ora  invece di correre saremmo tutti e due inginocchiati per terra a cercare la più grande e più bella, quella con i riflessi di madreperla, ridendo dei paguri che tentano di sottecchi sfuggire alla cattura riguadagnando la sicurezza delle onde. Lei, che sotto un cielo lontano a quest'ora sicuramente ancora dorme, lei che mentre penso ai suoi sogni  mi alleggerisce i passi, lei che mi dona sempre la forza di un sorriso. Il passo è un martello incessante, nonostante la fatica che aumenta la voglia non si esaurisce, era troppo tempo che non mi trovavo da solo con me ed avevo troppe cose da dirmi, troppe cose da ascoltare, troppi nodi da sciogliere, troppa musica da farmi fluire nelle gambe e nelle braccia, troppi sguardi da portare lontano, troppo vento da sentirmi addosso, troppi errori da ammettere, troppe domande ancora a cui devo saper dare delle risposte. E la strada ti dà ragione, ti asseconda e ti dice vai che ne ho quanta ne vuoi, passa nei muscoli delle gambe e nelle orme che lasci, in qualche strana maniera assorbe la rabbia, i pensieri sbagliati, quelli contorti e disperati, strappa i rovi spinosi e le erbacce liberando solo quelli puliti e limpidi, quelli per cui valga la pena di.

Un'ora dopo sono nuovamente ai piedi della fontana grande, quella con le reti da pesca. Il mio hotel è di proprio di fronte. Entro mentre la città inizia piano a svegliarsi con profumi fragranti di pane e caffè. L'addetto alla reception mi squadra di sottecchi, ma non me ne curo.
Il primo sorriso della giornata è tutto mio. E della mia Ciccia, che al telefono sveglio perché si prepari per andare a scuola.

Oggi non ho un muscolo che non mi faccia male. Ma va bene così.


mercoledì 8 maggio 2013

Dicono di me

che sbaglio. Che molto probabilmente ho bisogno di una sana vera vacanza - e probabilmente è vero, Dio solo sa da quanto tempo non mi fermo a respirare con fiati composti da respiri lunghi, misurando il tempo, ascoltando battiti regolari. Chissà da quand'è che non mi dico convinto andrà bene, che ogni pieno di gasolio non è un tracollo insanabile, che riesco a guardare questo posto qui e la sua gente senza avvertire un senso di angoscia che prende alla gola.
Dicono di me che prendo tutto troppo sul serio, che sono inflessibile e severo, sempre troppo al limite, che con me le cose o sono bianche o sono nere, e quando qualcuno non la pensa alla mia maniera per me è subito contro.
Intransigente. 
Certo è che ultimamente urlo parecchio. Urlo per un niente, urlo con le vene che, con una facilità disarmante mi si gonfiano sul collo, e con il tono di voce che va su in un lampo, senza quasi che possa far niente per evitarlo.
Urlo come forma di liberazione e ribellione ad ogni prevaricazione e stupidità anche se questo, ironia della sorte, mi fa sentire stupido, urlo perché non riesco a raddrizzare le cose, urlo perché magari non avrò altre valvole di sfogo, perché non ho costanza e tempo e forse neanche tutta questa voglia di rimettermi nuovamente a correre. Urlo perché mi sa che ho finito i sogni.

E me ne sono reso conto anche l'altro ieri di quanto sia diventato un perfetto idiota, là in quella piazza, con la mia voce amplificata dalle geometrie dei portici bassi che rimbalzava sulle pietre del selciato, tutti i miei  ringhiosi perDio tirati a denti stretti  e i passanti che guardavano di sottecchi la scena, sfilando via frettolosi. E mentre, tra me e me mi davo del discreto coglione, non riuscivo a comunque smettere, con ogni nuovo pensiero che era più furibondo del precedente, un mare oscuro in tempesta dove ogni ondata veniva subito sovrastata dalla successiva.  
E dire che, solamente due giorni prima,  in casa D&R era volato un piatto - coniglio alla ligure il suo contenuto. Uno scatto improvviso del polso da sotto in su e la stoviglia era decollata con eleganza dalla tovaglia roteando sul suo asse, descrivendo un'ardita parabola e rilasciando bocconcini di coniglio, olive e schizzi di sugo, piccoli gustosi missili che erano stati sparati tutto intorno. La gatta si era leccata i baffi.
Mia figlia invece si era messa subito a piangere. Mi sono ricomposto, ma che volete, il danno oramai era fatto. 
La sera, nel suo letto, mani nelle mani ed occhi negli occhi le avevo poi chiesto scusa, cercando di minimizzare, provando a scherzarci persino su e le avevo anche domandato perché mai si fosse messa a piangere. Lei mi aveva risposto che aveva avuto paura di me. 
Paura di me. 
Le ho chiesto se ricordasse che le avessi mai dato una sberla. Mi ha risposto che no, lo sapeva bene, nemmeno quella volta che aprendo di colpo la portiera della mia auto l'aveva mandata a sbattere contro la fiancata della macchina della consorte - tutte e due fresche di carrozziere - l'avevo mai toccata ("però anche quella volta lì mi avevi fatto paura, ma eri arrabbiato diverso"). Ma, guardandomi negli occhi che non sorridevano mi ha detto che quando sono così, quando ho gli occhi cattivi  non riesce a non avere paura di me.
Le ho promesso di cercare di lasciar correre. Le ho promesso di cercare di essere il suo solito papone che scherza e che ride e che se la porta sulle spalle la mattina quando la sveglia anche se è lunga quasi quanto me. Le ho promesso di raccontarle ancora storie la sera, e ci siamo detti che è proprio da tanto che non facciamo una bella conta dei peluches, di quelle che poi ci nascondiamo il gatto dentro. 
Sarò buono, promesso.

E son durato due giorni, proprio un bel record.
E dopo, quando tutto si era acquietato, quando ti senti improvvisamente così stanco da preferire il silenzio e  tenere gli occhi chiusi su tutto, era perfettamente inutile domandarle ancora una volta scusa. Ovviamente non era con lei che  ce l'avevo, ma lei era lì, insieme ad altri, in un'occasione di pseudo festa familiare. Chiunque dotato di un minimo di buonsenso avrebbe preferito lasciar correre.
Non aveva senso scusarsi, le ho parlato. Le ho detto con la voce bassa e disperata che non so. Che non so perché mi debba arrabbiare così, non so se non riesco a vedere chiaramente o meno le cose, non so più nemmeno distinguere se abbia ragione o torto e probabilmente sbaglio, sbaglio su tutto, sbaglio a vedere, sbaglio a capire, sbaglio ad urlare. 
La sua risposta mi ha lasciato senza forze. 
"Non so se sbagli papà - mi ha detto, con la sua voce più morbida - forse no, magari avevi ragione. Però dopo che hai urlato in quel modo mi sono sentita solo molto triste".

La Ciccia, tredici anni di meraviglioso donnino, non se lo merita proprio, uno così, che le fa paura e che la renda triste.
Non posso farle promesse che non so se riuscirò a mantenere. Non so quanta capacità io abbia, oggi di scuotermi di dosso il peso delle cose come si fa con la polvere di una strada terrosa dall'orlo dei jeans. Non ho occhi sereni, non ho orizzonti lontani. 

Non le ho detto "cambierò, promesso". Le ho detto che ci proverò. Che proverò ad ascoltare il suono del suo cuore, ad imprimermi bene in mente la morbidezza della sua mano quando stringe la mia, proverò a ricordarmi il colore dei suoi occhi, di nocciole e settembre. Proverò a provare. A cercare una soluzione  diversa, ad inventarmi una storia dalle forme delle nuvole, ad indovinare un arcobaleno, perché pare che accada proprio così, anche dopo la peggiore tempesta, se presti attenzione là in fondo, dove le nuvole si stracciano, guarda bene, che è lì che ti aspetta. 


On air: C. Cremonini: Dicono di me


domenica 10 febbraio 2013

Io e Irina


Al parcheggio sotto Piazza San Carlo la mia auto so che ci va malvolentieri. Questo principalmente perché sa che, ogni volta che vado a pagare, non posso non pensare che il prezzo del ticket supera abbondantemente il suo valore attuale.
Ma mica può opporsi, se devo andare in centro quando è troppo rischioso usare la moto, il lastricato bagnato di pioggia è spesso infìdo. E non ditemi adesso voi che le auto non pensano, antichi. Le macchine che ci accompagnano, che ci ascoltano, che sentono le nostre emozioni, le risate, le parole e che le assorbono, in qualche misura ne rimangono contagiati. Comunque la mia macchina pensa. Ed ha anche un bel caratterino, tutto sommato.

Comunque stavo dicendo che la mia macchina va malvolentieri al parcheggio di piazza San carlo.
La capisco, si vergogna poverina, e come darle torto, oltretutto. 
Quel posto stride con la situazione amara che tutti stiamo vivendo. Nel sottosuolo di Torino si nasconde infatti un paese del Bengodi concentrato sulle quattro ruote, un tripudio di macchinoni di ogni foggia, misura e colore, scintillanti e lussuose meraviglie della tecnologia meccanica ed elettronica quasi prettamente teutonica. Qualche supercar nostrana ogni tanto, sempre rigorosamente parcheggiate in prima fila, in quei posti che ti vien da chiederti come cazzo facciano, se mandino il maggiordomo filippino di casa a sdraiarsi lì alle sei per fargli trovare il posto da invidia o se paghino il cassiere per avere la pole position riservata. Sta di fatto che lì, la prima fila di quelle linde vetture messe bellamente insieme non riesce a coprire, in km percorsi, quanto si è sorbita la mia auto da sola. Da sola con me, intendo. 
E sembra farlo apposta, ma trovo sempre libero solo quel parcheggio in fondo, quello vicino al pilastro che entrarci è un casino e per uscire mi tocca tirarmi fuori dal finestrino, quello con sopra la luce al neon con lo starter in punto di morte che fa tanto quell'effetto strobo dei film dell'orrore.

Parcheggiando in un posto centrale, quell'unica volta che mi era capitato di trovarne uno libero, avevo notato, tornando indietro a recuperare la borsa dimenticata nel baule, l'espressione schifata dell'impeccabile proprietario di un'altrettanto impeccabile Maserati a fianco, rivolta alla mia vettura. Aveva camminato lungo lo spazio che le separava con fare schizzinoso, tenendosi strette le pieghe del cappotto, controllando che ci fosse una distanza di rispetto di mezzo metro almeno tra la sua meraviglia lustra e la mia tenuta insieme dallo sporco. Poi, non contento, era risalito in macchina e l'aveva spostata più in là. Probabilmente aveva paura di restar contaminato. 

In quel parcheggio, nella scala davanti alle casse automatiche da qualche tempo incontro Irina.
Io la chiamo Irina perché è il primo nome che mi è venuto in mente, vedendo i suoi occhi chiari da ragazza dell'Est. 
Irina vive lì da un po'. 
Tu scendi le scale e vedi quell'ammasso informe sistemato in disparte per non dar fastidio a chi passa. Irina si chiude una coperta addosso, si accuccia e si allontana dal mondo, appoggiata al montascale per i portatori di handicap. 
Non disturba, non fa l'accattona, non lì almeno, mi sono fatto l'idea che che quasi non si osi. Non dà fastidio elemosinando il resto dalla cassa automatica. 
Le ho parlato una volta sola una mattina, quando mi ha chiesto, con gentilezza, se con il biglietto del parcheggio potevo sbloccarle l'accesso ai bagni. Non ci son riuscito purtroppo, non ha funzionato. Mi ha ringraziato comunque, prima di tornare al suo posto.
Ho osservato velocemente il volto di una ragazza inaspettatamente giovane, con lo sguardo sereno, attento e pulito che mi ha fatto rimbalzare in testa la parola dignità, e che mi ha fatto venir voglia di chiederle ma come hai fatto ad arrivare così, chi sei, da dove vieni, dove sono un padre e una madre che non è possibile che non si interroghino per te, che cosa c'è nella tua storia, quanti sono gli sbagli che ti han portato a camminare così tanto e ad aver come meta gli ultimi gradini della scala del parcheggio di piazza San Carlo a dormire con solo il calore di una coperta addosso. Non mi son osato, non ero da solo e comunque non ne avrei avuto il coraggio comunque, e le mie domande me le sono portate con me, nei miei pensieri, nei miei film a occhi aperti che mi faccio spesso (ho firmato regie bellissime) ed in quei quattro passi che mi separavano dalla mia macchina mi sono ritrovato catapultato in una storia con me che partivo e cambiavo mille treni e stringevo mille mani per impedire la stessa sorte alla mia Ciccia diventata grande, smarrita in una città straniera. La stavo abbracciando disperatamente nella metropolitana di Lisbona quando son ritornato alla realtà, stringendo convulsamente il bordo del cruscotto. 
Complice il breve sogno agli occhi aperti, quelle che sono le mie attuali difficoltà hanno assunto una dimensione diversa. Ed anche il valore di molte cose è inaspettatamente cambiato. 
Perché io che mi lamento e dopo nemmeno dieci minuti sono comunque a prendere un caffè in uno dei bar più lussuosi della mia città mi ha fatto sentire un po' ipocrita, se vai a pensare che c'è chi, con quella manciata di spiccioli, ci campa. 
Non so le motivazioni, non so perché il viaggio di Irina sia al momento sospeso su quei quattro gradini. Non so niente di niente e non so nemmeno se si chiami Irina, ma non è quello il senso. Il senso è quello che mi ha fatto mettere in pratica un piccolo cambiamento, per tutte le volte che passo di lì. 

E con la scusa della fretta e delle tante cose da fare in studio saluto prima e rinuncio al caffè, peraltro ottimo, che mi toccherebbe comunque pagare. Esco da quegli edifici aristocratici che sanno di lusso stantio, infilo rapidamente le scale, vado a pagare il parcheggio e faccio finta di dimenticarmi il resto nella cassa automatica. 
Lo so che Irina osserva, sento lo sguardo dietro di me o forse è solo suggestione. Sento però che, subito dopo, va a recuperare piano gli spiccioli. Non mi dice niente e non le domando niente. E quella volta che invece aveva la coperta addosso che la separava dal mondo le ho fatto scivolare come per caso una banconota piccola, tra la coperta ed il muro, in modo che la potesse ritrovare tra le mani appena sveglia. 

Magari non serve a niente. Magari, come sento dire da tanti, quella ragazza in un giorno riesce a racimolare quanto io non riesco a prendere in un mese, magari la prossima volta che dovrò andar là Irina sarà sparita per sempre.
Ma mi fa piacere pensare, nei miei sogni ad occhi aperti, di essere io, a mia volta, un piccolo fotogramma del film di un altro padre che, sotto cieli lontani, sta sognando di raggiungere sua figlia.