sabato 21 luglio 2012

Father and Daughter




Pensa un pò te, scricciolo. Tu, mia figlia, ed io un padre. Io.

Tu, che l'altro giorno ti guardavo, lunga come sei, come me, bellissssima per me, con la pelle indorata dal sole, e quegli occhi di una dolcezza rara, con una virgola di smarrimento sempre ed una di gioia, quando mi guardi, quando ti guardo. Non so quando tu sia diventata mia, così, non mi ricordo l'istante esatto, il tempo appanna e sfuma sia le emozioni sia i ricordi, non mi pare di essere stato un futuro padre particolarmente premuroso, di quelli con l'orecchio sempre attaccato al pancione, non penso di averti sentita una volta sola mentre scalciavi: una cosa nuova, una parte di me che prendeva vita, ma in qualche modo separata, estranea.
Ma in realtà sì, forse sì, me lo ricordo invece, è accaduto quando il tuo cuore ha riconosciuto il mio ed insieme hanno preso lo stesso battito. Tu sdraiata sulla mia pancia, addormentata, col sederino in su e gli occhi chiusi, il volto leggermente imbronciato ed il tuo cuore, che sentivo, dalla tua pelle sottile alla mia, dalle tue dita incredibilmente piccole alle mie. Ed eri così piccola e vulnerabile, ed ogni impercettibile movimento, ogni respiro era una cosa nuova, per il mondo e per me. E da lì all'appartenerti completamente e ciecamente è stato un attimo.

Sei cresciuta, stai crescendo, il bene che ci lega sono le radici dell'edera, è la forza del torrente di fine inverno, la neve che nel silenzio scende lenta e copre.

Sono gli animali nelle forme delle nuvole che solo noi indoviniamo uguali, sono i tuoi occhi che ridono da dietro una maschera sott'acqua mentre riporto su una conchiglia per te.

Sono le mani che si cercano e che si intrecciano da sole, i grattini sulla schiena di ogni sera, un poco più su, adesso più in là, ecco così, e la tua voce da addormentata.

Sono il mio nome per te, che è solo tuo.

Sono le mie favole che ti fanno sorridere, sempre di meno ultimamente, le terribili barzellette che ti inventi per me. Sono le nostre abitudini, ma quelle solo nostre, quelle che tu con me ed io con te e basta, il mondo è un'altra cosa.

E cresci, e cambi, e tutti mi dicono gòditela, finché è così, speciale così, unica così, gòditela perché cambierà, manca poco ormai, cambierai tu e cambierà lei, perché lei crescerà, sposterà i suoi pensieri, e li trasformerà, avrà orizzonti più ampi e l'armonia, l'essere così, l'uno per l'altra si scioglierà un poco ed un poco l'edera avvizzirà e smetterà di vedere le forme delle nuvole che vedi tu, e tu allora dovrai essere un buon padre e capire, permettere che questo accada e non rimanerci troppo male, è normale e naturale, e succede a tutti.

Ma io non lo so ancora, cosa voglia dire fare il padre, non penso di esserlo, non so come sono, se faccio il padre come si deve o faccio solo uno strano ragazzo un pò troppo cresciuto, dai capelli ridicolmente lunghi e le scarpe per correre, la barba lunga e lo sguardo perso che assomiglia così a un altro sguardo che mi riempie il mondo ed il cuore. So solo che mi è stato fatto un dono di cui non ne capivo il valore, e quella cosa pian piano mi è entrata dentro, a partire da quella volta là, addormentata con il sederino in su ed il musetto imbronciato, e si è presa me, ogni briciola di cuore, ogni sprazzo di pensiero, non mi ha mai più abbandonato, e questa cosa è successa ieri o ieri l'altro, saranno stati al massimo tre giorni, e voi ora non venite a dirmi che cambierà, adesso che è così, non fatemici nemmeno pensare, lasciatemi così, a cercare altre immagini di nuvole da indovinare, a sentire la forza impetuosa di questo torrente, a mettere la lingua fuori per sentire i fiocchi di neve cadere, nel silenzio di una nevicata bellissima, due figure, una bimba e suo padre, mano nella mano.

sabato 14 luglio 2012

Please , please , let me get what i want


This time.

Comincia così, con le parole di questa canzone che oggi sembra che mi siano  state scritte dentro, in un sabato che, una volta ogni tanto, posso anche prendermelo come voglio, senza particolare fretta, senza la sveglia all'alba, la colazione tranquilla al bar dove non serve neanche che dica e mi servono, un paio di mail poi ed un socio che così come è arrivato, altrettanto rapidamente, per fortuna, svanisce. E la possibilità di non far niente, se voglio. E queste parole mischiate ad una melodia lenta, che oggi chissà perché ritornano, e scavano, un poco soltanto, il giusto, e che mi si appoggiano, una via l'altra, mi  aderiscono come il foglio della pellicola trasparente.

Good times for a change.

Viaggio a giorni alterni, sono incostante, umorale. Non sereno, no, quello non riesco. Passerà, mi dico ogni giorno, passeranno le cose che ti si intrecciano dentro, tra la testa ed il cuore, che a volte ti ingolfano e ti bloccano il respiro o peggio ti fan venire la voglia di urlare, principalmente contro te stesso. Passerà, tranquillo, ne hai passate di peggio, e te le ricordi quante sono state, te ne ricordi ognuno di quei frammenti taglienti, hai le cicatrici sui polsi, ed al solo avvicinarci i polpastrelli le riconosci una per una, passerà, le hai passate tutte, e passerà anche questa, come quando eri studente e ti avvicinavi tesissimo alla data dell'esame ti dicevi passerà, tra tre giorni questo gradino sarà superato comunque, lo sai che sarà così ed allora prenditi la tranquillità che avrai tra tre giorni ed usala adesso, che ti serve. 

See, the life I've had 
can make a good man bad


E me lo ripeto adesso, passerà, tutto quanto non gira, le grane, il lavoro, i soldi, la rabbia in un modo o nell'altro passeranno, si affievoliranno, i gradini si salgono, per quanto alti e stretti e diseguali e per quanti siano si superano, un passo dietro l'altro, senza contarli, con l'ostinazione che vince alla fine, e tutto si supera, con il tempo, soffierai vie tutte le nubi di tempesta e tornerai a vedere sereno, tornerai a guardare qui dentro, nello studio delle rose sfiorite e delle ortensie risecchite dal caldo con una nuova convinzione, con altri entusiasmi. Tornerai nuovamente ad arrampicare per la sola gioia di divertirti, e non per star solo e basta sentendo il vento dietro la schiena e quella strana calma tra la roccia ruvida e le dita imbiancate di magnesite, tornerai a correre per la voglia di correre, come fanno i bambini e le rondini, non per strappare qualcosa, per strapparti da qualcosa, con i muscoli che protestano ed i passi che martellano. Tornerai a star bene, ma a poter stare non per forza bene da solo, perché hai quell'equilibrio che nessuno intacca, hai te stesso e quello su cui puoi contare, che sei tu e nient'altro, anzi che non è niente ma sei tu. E la finirai una buona volta di rimuginare su quanto hai perso e su cosa è cambiato ma imparerai ad ad apprezzare unicamente i regali che hai ricevuto che sono stati quanti giustificano una vita, a guardare la bellezza di incredibili frammenti di tempo, unici, con una sconfinata gratitudine ed un bene che non scolora. E tutto quello che hai dentro, così, limpido e violento, uragani e sorrisi, fiocchi di neve e farfalle, che ti imbriglia così spesso adesso e che ti stritola e strazia non cambierà, stanne certo, ma riuscirai a domarne almeno una piccola parte, vedendo il bello di quello che è, di quello che hai e che forse anche sei.
Ed adesso, me ne vado a correre. Proverò, a far girare le gambe annusando l'aria, cercando di rimanere leggero sulle note di una musica a caso, giocando con un vento che finalmente rinfresca i sentieri del mio parco.

La T-shirt che indosso quest'oggi ha su scritto "Climber of Dreams" e sotto, in piccolo: Arrivato in vetta non puoi che osservare l'orizzonte e lì, oltre ogni fatica, scorgere nuove sfide, altri sogni da realizzare. Siamo scalatori di sogni....



Ho quasi, di nuovo, voglia di scrivere.
So for once in my life 
Let me get what I want 
Lord knows, it would be the first time

martedì 10 luglio 2012

di barche e di niente

Cos'hai?
Niente.
Ma sei strano.
Dimmi qualcosa che non so. E' che non ho niente, te l'ho detto.
Niente.
E' quando non puoi, non sai, quando non senti, non vedi e non respiri.
Niente.
Non è niente, anzi è il niente, che mi tiene l'anima in gabbia.
Sono giorni appannati, questi. Duri, legnosi, un intrico di fili annodati a tenere strenuamente unito questo sgangherato equipaggio e la sua barca, che non imbarchi più acqua di quanta ancora ne possa sopportare, avanzando inesorabile nelle pieghe, allentandole, sciogliendo l'inchiostro dei quadretti prima che la carta si inzuppi e si maceri senza possibilità di rimedio.

Sono giorni strani, sì. Di gente che ha lo sguardo a volte più smarrito del mio ed io che non sempre ho la forza di dare le giuste direttive, e che ogni tanto mi verrebbe da dire ma vada tutto come deve andare, al diavolo o dove diavolo vuole, e che poi trovo ancora un grano di forza per non dirlo mai. Giorni che si susseguono, uno via l'altro, rotolando, in un continuo che non lascia respiro, non lascia pensieri, né sogni né forze.

E quello che è peggio è che non si lamenta nessuno. Volassero i vaffanculo, qualche buona volta, magari sarebbe fin meglio, si spezzerebbe questo strano torpore. Mi guardano, li guardo, capiscono, non chiedono. Si parla, con una pallida tranquillità, a volte disarmante. Si affrontano comunque i nuovi progetti e si cerca di buttarseli rapidamente alle spalle. Capita che ci si scazzi anche, ovvio, quando la sfiga si accanisce, con un pagamento che ritarda ancora una volta, sai che novità, o con una spesa non prevista che si prende in un lampo i soldi messi da parte per le sospirate vacanze. Ma poi ci si rimette subito in riga, sull'attenti sul ponte, scusi signore, signorsì signore, ad attendere speranzosi nuovi ordini ed una folata di vento di quello buono, che duri e ti permetta di calcolare una buona volta una rotta sicura da seguire.

Ci sperano, forse ci credono addirittura.

E mi sorprendo pensando che ci credo ancora, ciecamente, con tutta l'anima in questa barca qua. Nonostante ogni tanto mi guardi indietro ad osservare il tempo passato ed un altro me a percorrerlo. Ed avrei voglia di dargli dei consigli, a quell'altro me, dirgli di esser meno stupido o spaventato, più paziente ed attento a vivere.

E ciononostante ci credo.
Ci credo perché l'ho fatta quando ancora non sapevo quali acque avrebbe navigato, ne ho studiato le forme ed ho stirato con cura le pieghe, allora, in un tempo in cui tutto era forse più facile ed io ero molto più sereno ed avventato di adesso. L'abbiamo messa in acqua con incoscienza, banda di scriteriati che eravamo e che in parte siamo ancora, l'ho osservata ed ammirata vedendo che galleggiava sicura, senza sbandamenti, e col tempo ho imparato a portarla ed ad ammirarla fiero. E non posso vederla andare, non ancora almeno, non è il suo momento, non è il suo destino e nemmeno il mio.
E allora si serrino le fila, si stringano ancora una volta i nodi. Si scuote la truppa, si turano le falle, si scherza con niente e si scruta lontano speranzosi.
E le angosce uno se le tiene dentro, e qualche volta le scrive.

Le cose che avrei voluto fare, quello che avrei voluto essere.
Niente.

E vivaddio corri, almeno quello, ogni sera, che di giorno il caldo è più feroce dei tuoi pensieri, che strappi la strada a morsi disperati, che parti e ti dici ma che cosa corri a fare, che tanto ti fermerai alla prima curva perché parti e ti senti già stremato ma stremato di dentro, ma poi ancora un passo, ancora uno solo, ed un'altro ancora, e alla fine i chilometri incominciano a svolgersi, lenti e poi via via più veloci ed il male di dentro si muove e ti abbandona, dal petto in giù, fluisce attraverso i muscoli delle gambe e giù verso i piedi e l'asfalto, dove li lasci, ne abbandoni qualcuno, passo dopo passo, fiato dopo fiato, pensiero dopo pensiero. Non vedi, non ti accorgi della gente che pian piano ha cominciato a riempire il tuo parco. Non senti i profumi dell'erba nuova, le voci, le chiacchiere degli alberi, i cani che giocano, la musica nelle orecchie è ancora una volta barriera, una bolla afona in cui mi muovo, il mondo da una parte e dall'altra io, solo io, io da solo, con le mie gambe che vanno, il cuore che martella, io e una striscia che si srotola scura ed un tempo da contare a rovescio, io ed i miei capelli un pò meno lunghi del solito ma che danzano a tempo dei miei passi di corsa, io ed i miei occhi che sono due fessure ferite dal mondo e dal mondo difese da lenti scure, io che da solo ci so stare, ancora una volta, che mi basto nuovamente, che in questa bolla ho il mio tutto, e non pensare mai che questo tutto che ho sappia quasi di niente.

Il niente è fatto di niente appunto, chiamalo assenza, mancanza. Quanto non ho, ciò che non posso, tutto quanto ho perso ed invece ciò che ho perduto, che sono due cose distinte, perso o perduto senza cattiveria certamente, l'ho imparato, ciò che ho smarrito, e quello che invece ho lasciato, per caso, per forza o perché non poteva andare diverso, che le ho appoggiate sulla cima arrotondata di un'onda e sospinte delicatamente verso il mare aperto, come una piccola barchetta di carta.

A volte la paura di perdere le cose te le fa perdere più in fretta, dicono.
Non ho grossi rimpianti, in fondo.

Lo vedi, che avevo ragione?

Alla fine, non ho proprio niente.

venerdì 1 giugno 2012

Tipi da 5.30


  •  Ore 4.30- Bucodiculoplace esterno notte. Renè sbuca dall'oscurità, sale in macchina con gli occhi chiusi e borbotta: "quando mi sveglio ricordami che ti devo dire una cosa". Io: "che cosa?" e lui: "la prossima volta che ti viene un'idea del genere sparati. E chiama qualcun altro".
  • Ore 5.00. Una manica di esaltati, in maglietta rossa in piazza Castello e nemmeno uno sbadiglio, come se ritrovarsi lì a quell'ora fosse la cosa più naturale del mondo. Pare che siano in milleduecento. Tra questi ci siamo anche noi. Renato suggerisce ad alta voce di andare tutti a dormire.
  • Ore 5.10. Ci cambiamo e ci mettiamo i pettorali. Breve corsetta di riscaldamento intorno al castello. Renè cerca un bar aperto in cui nascondersi o una panchina su cui sdraiarsi. 
  • Ore 5.25. Io spiego a Renè il tragitto. Si partirà da piazza Castello direzione via Roma e, attraverso un percorso antiorario si ritornerà in piazza Castello percorrendo via Garibaldi. Lui suggerisce di portarci comunque davanti, per evitare l'assembramento.
  • Ore 5.29. Strano, ancora nessuno che ci si affianchi.
  • Ore 5.30. Viene osservato un minuto di silenzio, ma, chissà perché, vicini più alla zona di arrivo che a quella di partenza.
  • Ore 5.30. Renato si gira verso destra. Intravede dei lampeggianti blu, là in direzione dell'arrivo e si domanda il perché. Io osservo che, forse, serviranno per chiudere la fila. Lui annuisce: tutto, a quest'ora del mattino in cui abitualmente dorme della grossa, gli sembra plausibile.
  • Ore 5.30. Laggiù in fondo, dalle parti dell'arrivo, qualcuno grida "PARTITI!!!" Scopriamo che avevo capito male, il percorso è al contrario di come avevo pensato. Renè non si scompone e mi dice, pensieroso: "in tanti anni di gare non mi era ancora capitato di partire per ultimo". Ci guardiamo, scoppiamo in una risata e andiamo all'inseguimento. C'è una calca che si deve fare attenzione, siamo veramente in tanti, belli allegri e via Garibaldi sembra troppo stretta. Qualcuno ci applaude. Qualcun altro si incazza perché vuole passare a tutti i costi e deve attendere qualche minuto. I paletti bassi che servono da dissuasori attentano ai gioielli di famiglia di più di un runner.
  • Ore 5.35. Renato fa uno scatto dei suoi e sparisce, alla faccia del voglio andare piano. Chiuderà in 20' scarsi, un tempo discreto, considerato che il primo chilometro l'ha corso in circa 6'.
  • Ore 5.36. La calca si dirada gli spazi permettono di allungare il passo. Qualcuno mi sorpassa, qualcun altro lo sorpasso io. In tutti i passaggi noto che non c'è stato uno, uno solo che abbia fatto il furbo ed abbia preso mezza scorciatoia. Non ho il walkman, non serve, sento il fiato ed i miei passi, i passi di molti come me. Tutto sommato non sarò un fulmine di guerra ma so correre, cinque chilometri abbondanti non mi impensieriscono. Osservo la mia città svegliarsi piano piano, i riflessi delle luci dei lampioni, le chiese dalle finestre come occhi scuri, le vie, i palazzi storici, i cortili dietro i pochi portoni aperti, a volte veri e propri scrigni che custodiscono tesori nascosti. Ripenso a come l'avevo descritta ieri, trovandomi pienamente d'accordo con il me del giorno precedente. Manca il sole, è una mattinata grigia ed umida. Le luci dei lampioni si spengono ed il chiarore dell'alba aumenta in fretta di intensità. Abbandoniamo dopo poco la pavimentazione a lastroni di via Garibaldi, poi passiamo di fianco ad edifici che conosco: gli uffici del Comune, che frequento abitualmente per lavoro, il Duomo poi, e giù verso i giardini Reali, la Mole ed in un attimo mi accorgo che mancheranno solo più un paio di chilometri e saremo già all'arrivo. Vorrei rallentare per farla durare ancora un pò, sento che sta per finire troppo in fretta. D'altro canto vorrei finire su via Roma accelerando, le gambe rispondono bene. Non ho mai corso così presto la mattina, è una bella sensazione. 
  • Ore 5.56. Dopo aver sentito gli incitamenti di Renè, che mi sprona negli ultimi metri, pigio il bottone sul Polar. 26'55"4, . Considerato il disastro del primo chilometro ho corso i 5' scarsi al km. Non mi lamento.
  • Ore 6.10 Ci gustiamo le ciliegie, buonissime. Ci rivestiamo e ci avviamo verso la macchina. Troviamo il primo bar aperto e ci premiamo con un cornetto appena sfornato.
  •  Ore 6.30. Un viaggio al contrario, la mattina presto, come mi è capitato poche volte. Il traffico non si è ancora svegliato del tutto. 
  • Ore 7.05. Sono a casa. Con un bacino sulla guancia sveglio la mia piccola che deve andare a scuola, oggi compito in classe di matematica. Lei si stiracchia, mi abbraccia e con la voce ancora impastata dal sonno mi dice: "ciao papone mio bello, hai vinto?"
Sicuramente sì.

P.S. Ore 8.39. In studio. La prima incazzatura seria della giornata ci ha provato, a levarmi il sorriso che ho dentro. E' riuscita a scalfirlo, ma solo per un minuto.

giovedì 31 maggio 2012

Solo i pazzi - e 2


No, non è stato esattamente come l'altra volta: perché in questo caso non ce n'è stata una, una sola, tra le persone alle quali ho mostrato il volantino, che non mi abbia dato del matto, da ricovero, da Cottolengo, a dirmi sì sì, sono già lì, aspéttami che poi arrivo, osservandomi storcendo il naso e scuotendo pensosamente la testa. Ed al mio ribattere che invece domattina saremo una valanga mi han risposto che non c'è niente da essere orgogliosi, se di pazzi in giro ce n'è sempre fin troppi. 
Però no, in realtà non è andata veramente così. Perché uno c'è stato. Uno che non ho dovuto nemmeno insistere per convincerlo, che non appena ha osservato il volantino spiegazzato che ho tirato fuori dalla tasca del giubbotto da moto ha piegato il labbro in un mezzo sorriso e mi ha risposto che per evitare di alzarsi così presto tanto varrebbe non andare a dormire affatto. Renè, e chi altri, se no.
- Andrò piano - mi ha poi detto questa mattina al telefono - 3'40" al massimo per non forzare, tanto è una non competitiva - Io, che ultimamente di chilometri ho preso nuovamente a macinarne ma sono sempre maledettamente inchiodato ai 5'10" l'ho insultato come giustamente si conviene e gli ho chiesto di mettermi da parte un bicchiere di ciliegie, quando arriverà, lui e quegli altri come lui del tanto è una non competitiva ma appena sentono lo sparo nelle orecchie non ce n'è per nessuno e si trasformano in belve assetate di asfalto. 
Però è vero che saremo in tantissimi. Già più di settecento, al momento della nostra iscrizione, due settimane fa, e tutto esaurito, ho saputo questo pomeriggio.
E così domattina ritrovo alle quattro e mezza in quel di bucodiculoplace e poi via. Una mezz'oretta per svegliarsi ed arrivare ed alle cinque e mezza la partenza. Maglietta rossa d'ordinanza con su scritto - 5.30 My favourite number - e pettorali n° 955 e 958. Congeleremo la tipica allegra confusione ed osserveremo un minuto di silenzio, pensando a chi sicuramente in questi giorni la voglia di correre l'ha persa, e poi via, nel fresco e nelle vie che saranno percorse solo da noi, i pazzi delle 5.30, i "descentrà", categoria alla quale sicuramente mi fregio di appartenere. A far gruppo, a rimbombare di passi cadenzati i portici, ad osservare le persiane accostate tutte in ordinate fila, a vedere i lampioni spegnersi per far posto a quel chiarore che ogni volta sorprende e ti fa pensare che non è stato poi un sacrificio, alzarsi così presto, a vivere le piazze senza il consueto caos, il traffico, il rumore, il fastidio. A vedere il sole sbucare da dietro la Collina spettinata di Superga, indorando le facciate delle case che si affacciano su via Po, facendo luccicare i binari del tram e riflettendo i primi raggi sul fiume pigro, laggiù in fondo. 
Di questa Torino, la mattina prestissimo riscopri l'eleganza innata che molto spesso non hai modo e tempo di vedere. Un'aristocratica signora, magari un pò snob, ma veramente di classe. 

E poi sarà così, fiato da dosare e gente intorno che condivide questa sana pazzia, e passi veloci sulle vie del centro e poi troppo in fretta ci sarà l'ultimo lungo rettilineo di via Garibaldi con l'arrivo sulla piazza da cui si parte ed in un attimo sarà già tutto finito. Qualche ciliegia piluccata, qualche chiacchiera veloce, sicuramente qualche risata e poi via, che si deve già tornare indietro per una doccia veloce e, alle 8.30, come nulla fosse, si deve essere puntuali in studio. Ma, di sicuro, con una ruga di sorriso in più.
E come diceva il buon Slaymer "Nullum magnum ingenium sine mixtura demientiae"

martedì 29 maggio 2012

L'aquilone

   [http://antoinezone.net/]
Ma come fate voi, hai detto. A giocare coi numeri. E' da pazzi, non c'è poesia, né emozioni né sentimento. Non è un tema, ad esempio, che l'incanto nel leggerlo ti avvolge, che ti ci perdi assaporando lentamente le parole, che le emozioni saltano fuori dal foglio e ti si piazzano davanti così, da provare a toccarle, che ne vien fuori quasi musica a volte, incastrata tra le parole.
No, non è da pazzi. Forse è solo che vediamo le cose con occhi diversi.
Io ci gioco, da sempre, invece. Non è da pazzi tenere la mente allenata e fare i conti a memoria e divertirsi addirittura con i numeri, le regole e le formule, non è da pazzi, o forse sì, ma solo un poco immaginarli, e vederli proiettati al contrario nelle notti che non ti regalano sogni ed inventarsi storie che quelle almeno puoi.
Ci sono i numeri intorno, nelle cose che vediamo e che diciamo. Cinque minuti e arrivo, e cinque minuti che sono trecento di quei secondi che a volte sembran troppi o troppo lunghi, e troppi giri di ruote della mia moto, imbrigliato in un traffico pomeridiano che sapeva di marmo.
Ci sono i numeri in ogni cosa, in quello che capita, nel ritorno periodico degli eventi, nei momenti della vita: momenti come parabole, con la loro lenta salita, l'avvicinarsi al fuoco e l'inesorabile allontanarsi. Esplosioni come iperboli, equazioni incomprensibili ed imprevedibili. 
Io inequivocabilmente tendo agli asintoti.
Numeri nel suono delle parole, nel passo cadenzato dei runner che giravano intorno, nel movimento delle tue mani a disegnare nell'aria mentre dicevi - mi hanno sempre dato e tolto, dato e tolto. Avrei voluto fermarle, quelle mani.
Dato e tolto, dato e tolto, un movimento periodico le tue mani, un'onda sinusoidale, y=Asin(2π/τ x + Ø), dove ampiezza, periodo e fase sono state le variabili che hanno reso una vita quella vita precisa. E saranno stati scrosci di pioggia, occhi scuri a scrutare il morire di giorno da dietro alle persiane socchiuse o passi di corsa sulla neve di una sera, e Dio solo sa dov'ero e se avrei voluti incrociarli allora, quei passi.
E anche un aquilone ha dalla sua matematica e numeri; è una figura geometrica armonica, un quadrilatero con un cerchio inscritto, e la distanza tra l'incrocio delle due diagonali ed il centro del cerchio è la chiave di tutto, perché è lì che sta l'equilibrio, è lì che per fargli prender vento dovrai attaccare i fili perché altrimenti l'aquilone non volerà mai. E' un gioco sottile di numeri, tra superficie portante e pressione, è un equilibrista che si esibisce sul filo sottile del vento, è la spinta, che lo porta a staccarsi da terra per inseguire rondini e nuvole. 
E anche se sempre di più mi sento arido e freddo, anche se non ho più fame di scrivere, che mi sento come congelato, ed il cuore ha spostato la sua forza nei punti vitali per difendere il resto, e scriver non è più sfacciatamente vitale e opprimente come lo era allora, ma forse ancora potrei inventarmi aquilone e provare a sentire se c'è ancora, la pressione che mi stacca da questa panchina, mi fa aprire le braccia a trascinarmi su, passando silenzioso accanto a quello scoiattolo attento ed incerto, su, tra le fronde degli alberi che mi lasciano sfilare, e su, ad osservare questo rettangolo di verde e i cani e la gente che rimpicciolisce, come le macchine pazientemente incolonnate nel traffico di marmo, e su ancora, i tetti rossi ed i comignoli e le case e queste vie tutte così maledettamente ordinate ed ancora su, oltre, a guardare questo fiume troppo placido e grigio e la collina laggiù in fondo e la Mole agghindata della sua sequenza di Fibonacci addosso che sono ancora numeri. Su, sfidando folate improvvise, a sentire il sapore di quella spinta, del vento che mi accarezza il volto e mi sostiene braccia, occhi e cuore, a capire se, scivolando qualche volta e risalendo subito dopo, io sia ancora in grado di trovarlo, quel punto di equilibro, tra le due diagonali ed il centro del cerchio.
Su, ancora oltre, ad osservare, quel filo sottile che parte da qui e descrive una curva indolente, arrivando fin giù, a quella panchina, e tu che hai ancora il polso ad indicare il movimento su e giù, dato e tolto, con un gesto che è quasi come quello che serve a far volare ancora una volta un aquilone.


[P.S. Sig. Ammaniti, la prossima volta mi avverta, per cortesia...]

domenica 26 febbraio 2012

Giù la testa, Ro

Strano, scriverti adesso, sai? Strano perché se lo sapessi, probabilmente ti incazzeresti, con tutte le cose che sai che ancora devo fare. Il capitolato, e le stampe, e poi la relazione di calcolo, che a far quella ci metto sempre un sacco di tempo. Lunedì mattina alle 7.30 ci troviamo da te per consegnare la gara, la tua gara, quella che hai voluto a tutti i costi. 
E dovrei darmi una mossa, piuttosto di star lì a cinquantarla, come mi hanno insegnato a dire.
Ed invece un quarto d'ora me lo metto da parte lo stesso e penso a te. 
A te e alla tua vita, così simile alla mia, per alcuni versi. Stesso mestiere, stessa passione, stessa energia. Non potevi passare inosservato, o piacevi o stavi amichevolmente sui coglioni alla gente, per quel tuo carattere così tuo, sempre istintivo, diretto. A testa bassa ogni volta,  determinato, ma con stile.
Tu e tuo fratello, stesso mestiere e stesso studio da sempre, perché è da sempre che vi conosco, tutti e due con la R come iniziale sia di cognome sia di nome, che fino a ieri ci scherzavamo perché ci siam sempre sbagliati, a chiamarvi l'uno con il nome dell'altro.
Dieci giorni fa, dopo aver parlato a tuo fratello per dirgli che accettavamo la pazzia di progettare tutto questo lavoro in soli dieci giorni, mi hai telefonato. Eri ancora in terapia intensiva, reduce da due interventi complicati al cuore e chissà come eri riuscito comunque a portare di contrabbando il cellulare e a continuare a gestire le tue cose anche da lì. Ostinato e cocciuto, la tua voce era un'altalena sospirata su un fiato buttato fuori a fatica, mi hai quasi commosso ringraziandomi, ti ho detto di pensare solo ad uscire di lì, che di tutto il resto ce ne saremmo occupati noi. 
Ci hai preso in giro, Ro. Non hai aspettato. 
L'altra mattina in chiesa, tuo fratello ti ha ringraziato, per l'onore che ha avuto a lavorare insieme a te. E per il rispetto che ha, che abbiamo per te abbiamo deciso di non fermarla, la tua gara, e di portarla alla fine.
E ieri eri lì. Basta con le corse, con le litigate nei cantieri. Basta con le discussioni con le beghe, la ricerca frenetica di nuovi lavori, la lotta con il tempo ed i soldi. Basta con questa vita che sembra ieri che abbiamo cominciato a giocarci sù, e guarda adesso. Un pò di fiori su una scatola di legno chiaro e tu, lì dentro, che non ci puoi far più niente.
Poi, piano è partita questa musica, che si è allargata alta fino a riempire le navate, piena, un'onda, un'emozione che si poteva quasi toccare.  Una musica che avevi scelto tu, per te, per oggi e per noi, lì. 
Che scherzo, sai quelle note, nel freddo di quel pavimento e tu lì, circondato da quelli che, come me, ti han conosciuto. Secondo me, se c'eri, stavi sorridendo.
Ci siam abbracciati, con tuo fratello, sul sagrato. Una stretta veloce, uno sguardo dove ci si dice tutto, prima di ributtarci nuovamente a capofitto ognuno sui propri disegni.
E quindi tranquillo, Ro. Lunedì la consegnamo, la tua gara.
E adesso non confondo pìù i due nomi.


Ro's theme: C'era una volta il west