venerdì 1 giugno 2012

Tipi da 5.30


  •  Ore 4.30- Bucodiculoplace esterno notte. Renè sbuca dall'oscurità, sale in macchina con gli occhi chiusi e borbotta: "quando mi sveglio ricordami che ti devo dire una cosa". Io: "che cosa?" e lui: "la prossima volta che ti viene un'idea del genere sparati. E chiama qualcun altro".
  • Ore 5.00. Una manica di esaltati, in maglietta rossa in piazza Castello e nemmeno uno sbadiglio, come se ritrovarsi lì a quell'ora fosse la cosa più naturale del mondo. Pare che siano in milleduecento. Tra questi ci siamo anche noi. Renato suggerisce ad alta voce di andare tutti a dormire.
  • Ore 5.10. Ci cambiamo e ci mettiamo i pettorali. Breve corsetta di riscaldamento intorno al castello. Renè cerca un bar aperto in cui nascondersi o una panchina su cui sdraiarsi. 
  • Ore 5.25. Io spiego a Renè il tragitto. Si partirà da piazza Castello direzione via Roma e, attraverso un percorso antiorario si ritornerà in piazza Castello percorrendo via Garibaldi. Lui suggerisce di portarci comunque davanti, per evitare l'assembramento.
  • Ore 5.29. Strano, ancora nessuno che ci si affianchi.
  • Ore 5.30. Viene osservato un minuto di silenzio, ma, chissà perché, vicini più alla zona di arrivo che a quella di partenza.
  • Ore 5.30. Renato si gira verso destra. Intravede dei lampeggianti blu, là in direzione dell'arrivo e si domanda il perché. Io osservo che, forse, serviranno per chiudere la fila. Lui annuisce: tutto, a quest'ora del mattino in cui abitualmente dorme della grossa, gli sembra plausibile.
  • Ore 5.30. Laggiù in fondo, dalle parti dell'arrivo, qualcuno grida "PARTITI!!!" Scopriamo che avevo capito male, il percorso è al contrario di come avevo pensato. Renè non si scompone e mi dice, pensieroso: "in tanti anni di gare non mi era ancora capitato di partire per ultimo". Ci guardiamo, scoppiamo in una risata e andiamo all'inseguimento. C'è una calca che si deve fare attenzione, siamo veramente in tanti, belli allegri e via Garibaldi sembra troppo stretta. Qualcuno ci applaude. Qualcun altro si incazza perché vuole passare a tutti i costi e deve attendere qualche minuto. I paletti bassi che servono da dissuasori attentano ai gioielli di famiglia di più di un runner.
  • Ore 5.35. Renato fa uno scatto dei suoi e sparisce, alla faccia del voglio andare piano. Chiuderà in 20' scarsi, un tempo discreto, considerato che il primo chilometro l'ha corso in circa 6'.
  • Ore 5.36. La calca si dirada gli spazi permettono di allungare il passo. Qualcuno mi sorpassa, qualcun altro lo sorpasso io. In tutti i passaggi noto che non c'è stato uno, uno solo che abbia fatto il furbo ed abbia preso mezza scorciatoia. Non ho il walkman, non serve, sento il fiato ed i miei passi, i passi di molti come me. Tutto sommato non sarò un fulmine di guerra ma so correre, cinque chilometri abbondanti non mi impensieriscono. Osservo la mia città svegliarsi piano piano, i riflessi delle luci dei lampioni, le chiese dalle finestre come occhi scuri, le vie, i palazzi storici, i cortili dietro i pochi portoni aperti, a volte veri e propri scrigni che custodiscono tesori nascosti. Ripenso a come l'avevo descritta ieri, trovandomi pienamente d'accordo con il me del giorno precedente. Manca il sole, è una mattinata grigia ed umida. Le luci dei lampioni si spengono ed il chiarore dell'alba aumenta in fretta di intensità. Abbandoniamo dopo poco la pavimentazione a lastroni di via Garibaldi, poi passiamo di fianco ad edifici che conosco: gli uffici del Comune, che frequento abitualmente per lavoro, il Duomo poi, e giù verso i giardini Reali, la Mole ed in un attimo mi accorgo che mancheranno solo più un paio di chilometri e saremo già all'arrivo. Vorrei rallentare per farla durare ancora un pò, sento che sta per finire troppo in fretta. D'altro canto vorrei finire su via Roma accelerando, le gambe rispondono bene. Non ho mai corso così presto la mattina, è una bella sensazione. 
  • Ore 5.56. Dopo aver sentito gli incitamenti di Renè, che mi sprona negli ultimi metri, pigio il bottone sul Polar. 26'55"4, . Considerato il disastro del primo chilometro ho corso i 5' scarsi al km. Non mi lamento.
  • Ore 6.10 Ci gustiamo le ciliegie, buonissime. Ci rivestiamo e ci avviamo verso la macchina. Troviamo il primo bar aperto e ci premiamo con un cornetto appena sfornato.
  •  Ore 6.30. Un viaggio al contrario, la mattina presto, come mi è capitato poche volte. Il traffico non si è ancora svegliato del tutto. 
  • Ore 7.05. Sono a casa. Con un bacino sulla guancia sveglio la mia piccola che deve andare a scuola, oggi compito in classe di matematica. Lei si stiracchia, mi abbraccia e con la voce ancora impastata dal sonno mi dice: "ciao papone mio bello, hai vinto?"
Sicuramente sì.

P.S. Ore 8.39. In studio. La prima incazzatura seria della giornata ci ha provato, a levarmi il sorriso che ho dentro. E' riuscita a scalfirlo, ma solo per un minuto.

giovedì 31 maggio 2012

Solo i pazzi - e 2


No, non è stato esattamente come l'altra volta: perché in questo caso non ce n'è stata una, una sola, tra le persone alle quali ho mostrato il volantino, che non mi abbia dato del matto, da ricovero, da Cottolengo, a dirmi sì sì, sono già lì, aspéttami che poi arrivo, osservandomi storcendo il naso e scuotendo pensosamente la testa. Ed al mio ribattere che invece domattina saremo una valanga mi han risposto che non c'è niente da essere orgogliosi, se di pazzi in giro ce n'è sempre fin troppi. 
Però no, in realtà non è andata veramente così. Perché uno c'è stato. Uno che non ho dovuto nemmeno insistere per convincerlo, che non appena ha osservato il volantino spiegazzato che ho tirato fuori dalla tasca del giubbotto da moto ha piegato il labbro in un mezzo sorriso e mi ha risposto che per evitare di alzarsi così presto tanto varrebbe non andare a dormire affatto. Renè, e chi altri, se no.
- Andrò piano - mi ha poi detto questa mattina al telefono - 3'40" al massimo per non forzare, tanto è una non competitiva - Io, che ultimamente di chilometri ho preso nuovamente a macinarne ma sono sempre maledettamente inchiodato ai 5'10" l'ho insultato come giustamente si conviene e gli ho chiesto di mettermi da parte un bicchiere di ciliegie, quando arriverà, lui e quegli altri come lui del tanto è una non competitiva ma appena sentono lo sparo nelle orecchie non ce n'è per nessuno e si trasformano in belve assetate di asfalto. 
Però è vero che saremo in tantissimi. Già più di settecento, al momento della nostra iscrizione, due settimane fa, e tutto esaurito, ho saputo questo pomeriggio.
E così domattina ritrovo alle quattro e mezza in quel di bucodiculoplace e poi via. Una mezz'oretta per svegliarsi ed arrivare ed alle cinque e mezza la partenza. Maglietta rossa d'ordinanza con su scritto - 5.30 My favourite number - e pettorali n° 955 e 958. Congeleremo la tipica allegra confusione ed osserveremo un minuto di silenzio, pensando a chi sicuramente in questi giorni la voglia di correre l'ha persa, e poi via, nel fresco e nelle vie che saranno percorse solo da noi, i pazzi delle 5.30, i "descentrà", categoria alla quale sicuramente mi fregio di appartenere. A far gruppo, a rimbombare di passi cadenzati i portici, ad osservare le persiane accostate tutte in ordinate fila, a vedere i lampioni spegnersi per far posto a quel chiarore che ogni volta sorprende e ti fa pensare che non è stato poi un sacrificio, alzarsi così presto, a vivere le piazze senza il consueto caos, il traffico, il rumore, il fastidio. A vedere il sole sbucare da dietro la Collina spettinata di Superga, indorando le facciate delle case che si affacciano su via Po, facendo luccicare i binari del tram e riflettendo i primi raggi sul fiume pigro, laggiù in fondo. 
Di questa Torino, la mattina prestissimo riscopri l'eleganza innata che molto spesso non hai modo e tempo di vedere. Un'aristocratica signora, magari un pò snob, ma veramente di classe. 

E poi sarà così, fiato da dosare e gente intorno che condivide questa sana pazzia, e passi veloci sulle vie del centro e poi troppo in fretta ci sarà l'ultimo lungo rettilineo di via Garibaldi con l'arrivo sulla piazza da cui si parte ed in un attimo sarà già tutto finito. Qualche ciliegia piluccata, qualche chiacchiera veloce, sicuramente qualche risata e poi via, che si deve già tornare indietro per una doccia veloce e, alle 8.30, come nulla fosse, si deve essere puntuali in studio. Ma, di sicuro, con una ruga di sorriso in più.
E come diceva il buon Slaymer "Nullum magnum ingenium sine mixtura demientiae"

martedì 29 maggio 2012

L'aquilone

   [http://antoinezone.net/]
Ma come fate voi, hai detto. A giocare coi numeri. E' da pazzi, non c'è poesia, né emozioni né sentimento. Non è un tema, ad esempio, che l'incanto nel leggerlo ti avvolge, che ti ci perdi assaporando lentamente le parole, che le emozioni saltano fuori dal foglio e ti si piazzano davanti così, da provare a toccarle, che ne vien fuori quasi musica a volte, incastrata tra le parole.
No, non è da pazzi. Forse è solo che vediamo le cose con occhi diversi.
Io ci gioco, da sempre, invece. Non è da pazzi tenere la mente allenata e fare i conti a memoria e divertirsi addirittura con i numeri, le regole e le formule, non è da pazzi, o forse sì, ma solo un poco immaginarli, e vederli proiettati al contrario nelle notti che non ti regalano sogni ed inventarsi storie che quelle almeno puoi.
Ci sono i numeri intorno, nelle cose che vediamo e che diciamo. Cinque minuti e arrivo, e cinque minuti che sono trecento di quei secondi che a volte sembran troppi o troppo lunghi, e troppi giri di ruote della mia moto, imbrigliato in un traffico pomeridiano che sapeva di marmo.
Ci sono i numeri in ogni cosa, in quello che capita, nel ritorno periodico degli eventi, nei momenti della vita: momenti come parabole, con la loro lenta salita, l'avvicinarsi al fuoco e l'inesorabile allontanarsi. Esplosioni come iperboli, equazioni incomprensibili ed imprevedibili. 
Io inequivocabilmente tendo agli asintoti.
Numeri nel suono delle parole, nel passo cadenzato dei runner che giravano intorno, nel movimento delle tue mani a disegnare nell'aria mentre dicevi - mi hanno sempre dato e tolto, dato e tolto. Avrei voluto fermarle, quelle mani.
Dato e tolto, dato e tolto, un movimento periodico le tue mani, un'onda sinusoidale, y=Asin(2π/τ x + Ø), dove ampiezza, periodo e fase sono state le variabili che hanno reso una vita quella vita precisa. E saranno stati scrosci di pioggia, occhi scuri a scrutare il morire di giorno da dietro alle persiane socchiuse o passi di corsa sulla neve di una sera, e Dio solo sa dov'ero e se avrei voluti incrociarli allora, quei passi.
E anche un aquilone ha dalla sua matematica e numeri; è una figura geometrica armonica, un quadrilatero con un cerchio inscritto, e la distanza tra l'incrocio delle due diagonali ed il centro del cerchio è la chiave di tutto, perché è lì che sta l'equilibrio, è lì che per fargli prender vento dovrai attaccare i fili perché altrimenti l'aquilone non volerà mai. E' un gioco sottile di numeri, tra superficie portante e pressione, è un equilibrista che si esibisce sul filo sottile del vento, è la spinta, che lo porta a staccarsi da terra per inseguire rondini e nuvole. 
E anche se sempre di più mi sento arido e freddo, anche se non ho più fame di scrivere, che mi sento come congelato, ed il cuore ha spostato la sua forza nei punti vitali per difendere il resto, e scriver non è più sfacciatamente vitale e opprimente come lo era allora, ma forse ancora potrei inventarmi aquilone e provare a sentire se c'è ancora, la pressione che mi stacca da questa panchina, mi fa aprire le braccia a trascinarmi su, passando silenzioso accanto a quello scoiattolo attento ed incerto, su, tra le fronde degli alberi che mi lasciano sfilare, e su, ad osservare questo rettangolo di verde e i cani e la gente che rimpicciolisce, come le macchine pazientemente incolonnate nel traffico di marmo, e su ancora, i tetti rossi ed i comignoli e le case e queste vie tutte così maledettamente ordinate ed ancora su, oltre, a guardare questo fiume troppo placido e grigio e la collina laggiù in fondo e la Mole agghindata della sua sequenza di Fibonacci addosso che sono ancora numeri. Su, sfidando folate improvvise, a sentire il sapore di quella spinta, del vento che mi accarezza il volto e mi sostiene braccia, occhi e cuore, a capire se, scivolando qualche volta e risalendo subito dopo, io sia ancora in grado di trovarlo, quel punto di equilibro, tra le due diagonali ed il centro del cerchio.
Su, ancora oltre, ad osservare, quel filo sottile che parte da qui e descrive una curva indolente, arrivando fin giù, a quella panchina, e tu che hai ancora il polso ad indicare il movimento su e giù, dato e tolto, con un gesto che è quasi come quello che serve a far volare ancora una volta un aquilone.


[P.S. Sig. Ammaniti, la prossima volta mi avverta, per cortesia...]

domenica 26 febbraio 2012

Giù la testa, Ro

Strano, scriverti adesso, sai? Strano perché se lo sapessi, probabilmente ti incazzeresti, con tutte le cose che sai che ancora devo fare. Il capitolato, e le stampe, e poi la relazione di calcolo, che a far quella ci metto sempre un sacco di tempo. Lunedì mattina alle 7.30 ci troviamo da te per consegnare la gara, la tua gara, quella che hai voluto a tutti i costi. 
E dovrei darmi una mossa, piuttosto di star lì a cinquantarla, come mi hanno insegnato a dire.
Ed invece un quarto d'ora me lo metto da parte lo stesso e penso a te. 
A te e alla tua vita, così simile alla mia, per alcuni versi. Stesso mestiere, stessa passione, stessa energia. Non potevi passare inosservato, o piacevi o stavi amichevolmente sui coglioni alla gente, per quel tuo carattere così tuo, sempre istintivo, diretto. A testa bassa ogni volta,  determinato, ma con stile.
Tu e tuo fratello, stesso mestiere e stesso studio da sempre, perché è da sempre che vi conosco, tutti e due con la R come iniziale sia di cognome sia di nome, che fino a ieri ci scherzavamo perché ci siam sempre sbagliati, a chiamarvi l'uno con il nome dell'altro.
Dieci giorni fa, dopo aver parlato a tuo fratello per dirgli che accettavamo la pazzia di progettare tutto questo lavoro in soli dieci giorni, mi hai telefonato. Eri ancora in terapia intensiva, reduce da due interventi complicati al cuore e chissà come eri riuscito comunque a portare di contrabbando il cellulare e a continuare a gestire le tue cose anche da lì. Ostinato e cocciuto, la tua voce era un'altalena sospirata su un fiato buttato fuori a fatica, mi hai quasi commosso ringraziandomi, ti ho detto di pensare solo ad uscire di lì, che di tutto il resto ce ne saremmo occupati noi. 
Ci hai preso in giro, Ro. Non hai aspettato. 
L'altra mattina in chiesa, tuo fratello ti ha ringraziato, per l'onore che ha avuto a lavorare insieme a te. E per il rispetto che ha, che abbiamo per te abbiamo deciso di non fermarla, la tua gara, e di portarla alla fine.
E ieri eri lì. Basta con le corse, con le litigate nei cantieri. Basta con le discussioni con le beghe, la ricerca frenetica di nuovi lavori, la lotta con il tempo ed i soldi. Basta con questa vita che sembra ieri che abbiamo cominciato a giocarci sù, e guarda adesso. Un pò di fiori su una scatola di legno chiaro e tu, lì dentro, che non ci puoi far più niente.
Poi, piano è partita questa musica, che si è allargata alta fino a riempire le navate, piena, un'onda, un'emozione che si poteva quasi toccare.  Una musica che avevi scelto tu, per te, per oggi e per noi, lì. 
Che scherzo, sai quelle note, nel freddo di quel pavimento e tu lì, circondato da quelli che, come me, ti han conosciuto. Secondo me, se c'eri, stavi sorridendo.
Ci siam abbracciati, con tuo fratello, sul sagrato. Una stretta veloce, uno sguardo dove ci si dice tutto, prima di ributtarci nuovamente a capofitto ognuno sui propri disegni.
E quindi tranquillo, Ro. Lunedì la consegnamo, la tua gara.
E adesso non confondo pìù i due nomi.


Ro's theme: C'era una volta il west

sabato 31 dicembre 2011

Lascio passare il tempo

Che altro tempo verrà, ci sarà, mi troverà.
Lascio passare il tempo assieme alle folate di vento gelido di questa mattina, che mi hanno soffiato un mal di testa subdolo che, oggi, mi ha fatto desistere dai miei consueti chilometri al parco.
Domando perdono, ieri ho guardato la posta, quella di qui di voi, dei vostri 38 commenti a cui non ho mai dato risposta, non è scortesia, credetemi, non è da me, ma il più delle volte è solo fatica. Ho scritto veramente poco quest'anno, una ventina di post, meno della metà degli altri anni.
Rileggo i miei buoni propositi di un anno fa, che li avevo espressi qui, non è che sia riuscito a far tutto quello che avevo in animo di fare, ma i desideri non hanno date di scadenza come il cartone del latte e pertanto pazienza, vorrà dire che me li terrò buoni ancora per un pò.
Lascio passare quest'anno senza rimpianti, lo abbandono a galleggiare leggero alla sua corrente come una barchetta di carta all'acqua di un fiume placido, conosco persone che non ricordano più come si piega il foglio per fare una barchetta di carta. Io sì.
Lascio passare il tempo che è stato troppo spesso fatica, rabbia, insoddisfazione ed esasperazione, ma rassegnazione mai.
Lascio passare i pensieri persi e quelli e perduti, gli sguardi che, tante volte, sono usciti da queste finestre di luce per sparpagliarsi fuori, oltre il giardino delle rose,  liberi di depositarsi dove volevano andare.
Lascio passare i momenti più bui, quelli in cui, tra le mani, non ti rimangono altro che le stesse tue mani da stringere. Ma scopri poi che non ti serve tanto di più.
Tengo solo i cristalli più puri, le parole preziose. Li tengo e li appendo fuori alla finestra e da qui li osservo dondolare, incuranti di questo freddo vento. 
Tengo  il tempo pieno di sorrisi, delle voci, delle mani, dei profumi, dei giri insieme alla mia moto, del Le ho mai raccontato del vento del nord. Tengo il tempo di tutti gli abbracci di mia figlia, che ognuno di loro è un incantesimo speciale e bellissimo, li avvolgo in un nastro rosso bello stretto, con un grande fiocco.
Tengo il tempo passato a realizzare i progetti più belli, e l'immensa soddisfazione di qualche  lavoro finito e fatto bene, con i miei, qui, il complimento di quel capomastro ("Stai tu quello delle luci? Sì stato bravo, l'hai trasformato, 'sto posto") e gli occhi gonfi di chi mi ha detto no, io non voglio ancora andarmene da qui.
Tengo i miei capelli arruffati, più lunghi ancora ed i miei cinquecento e passa chilometri fatti correndo, le mie scarpe un'altra volta da buttare. Il tempo fermato dal mio cronometro ed i traguardi sotto cui sono passato, so che posso cercarne ancora degli altri.
Tengo i momenti in cui mi rigiro tra le mani un neckwarmer che non ho cuore di farmi lavare ed una penna che scrive benissimo.
Tengo il tempo osservando il tavolo riunioni imbandito per il pranzo di Natale, fatto qui tra di noi, dove quasi tutti han dato qualcosa, ed è stato caldo e speciale. E tengo la consueta bottiglia di champagne, quest'anno una  scelta particolare, di una piccola, ma grandissima, cave.
Tengo il tempo di uno sguardo, quello sguardo che comunque solo io so.
Tengo il tempo in cui ho osservato il mare fin quasi a farmi bruciare gli occhi.
Tengo il tempo delle lacrime e delle risate e dell'ostinazione che vince.
Tengo il tempo di un viaggio in macchina con una mucca di peluche come passeggero, che a momenti ci dovevo metter la cintura, per portarmela a casa. Quello passato a carezzare un portapenne argentato fatto con il cartone della carta igienica ed una clips gigante con un ippopotamo, un diamante purissssimo in un tappo di plastica ed una pietra blu, una bussola ad indicarmi verso quale direzione guardare ed una biro, che mi ricorda che sono comunque un orso.
Tengo il tempo immaginario di un bellissimo viaggio a Disneyworld, e il sorriso di un amico che sboccia adesso, proprio adesso mentre legge, dov'è la distinzione tra il virtuale ed il reale, dimmi.
E tengo il tempo che unisco con voi, tutti voi che ogni tanto, passate ancora di qui. E se allora guardo bene, scopro che il tempo che lascio andar via senza rimpianti, quello oscuro e opprimente, quello è stato, in fondo, pochissimo. 

Auguri per altro buon tempo.

giovedì 15 dicembre 2011

Leggero

Eh sì, che ci manco da parecchio, da qui, da questi posti, da chi leggo e da chi mi legge, da queste silenziose stanze bianche con muri tappezzati di parole leggere. E sì, che sono stanco, spento, staccato o, meglio, è così che mi sento quando i sogni si spengono, le cose cambiano e non posso far niente per evitarlo, o forse solamente non sono in grado di farlo. E sì che tutto è difficile. Difficile, complicato, rugginoso, a volte cattivo. Triste, ogni tanto, come in giorni come questi, che in quella casa, giù a bucodiculoplace, la mia ciccia passerà un Natale con una nonna in meno, e comincerà ad essere inesorabilmente sempre un pò meno Natale, quel Natale con la N maiuscola e gli sberluccichii e la neve e la letterina, meno magia e niente neve quest'anno, io ai miei compagni di classe gli dico chenoncicredomica, a Babbo Natale, che sennò quelli mi pigliano in giro mi ha detto ieri con gli occhi che supplicano conferme. Povera piccola, il mio donnino di undici anni in un corpicino che è diventato di colpo grande ed ingombrante per la sua età, lei che guarda sua mamma che piange mentre l'abbraccia e che capisce e pensa le sue stesse cose, lei e le sue paure e le sue insicurezze ed i suoi brufoli in fronte che vuol dire che è cambiata e non ci si può mica far niente e che lo so e lo vedo, a volte vorrebbe tornare indietro e starmi raggomitolata in una mano ed addormentarsi lì come faceva fino a poco tempo fa con quelle labbra dischiuse in un sorriso di chi si sente amato e non desidera altro, che la mangeresti piano di baci soffici e lievi, così, per non svegliarla, ed adesso sembra che non possa più, che non si possa far i matti a saltare le pozzanghere a piedi uniti, che non sia più possibile farci la doccia insieme, che non sta bene, non si può, non si deve. Povera piccola, lei ed il passaggio rude alla prima media, e la sequela di voti che sembrano le medie stagionali di San Pietroburgo in inverno. Ma poi, anche se ogni tanto devo fare il padre severo e lanciare qualche urlo ogni tanto cosa che ODIO, siamo sempre lì, pronti a passarci un pomeriggio insieme a entrare in tutti i negozi del centro, a mangiare schifezze e toccare tutte le palline in vendita di tutti gli alberi di natale per cercarne una che sia quella, quella dell'anno, solo per noi.
Corro, sì, per fortuna, almeno quello, sono ancora una volta volta passato sotto un gonfiabile blu contro un cielo primaverile di altro traguardo, 5.05 di media e Renè al mio fianco ad incitarmi, senza infamia e senza lode ma ci sono, ritornare a muover le gambe è ancora una volta maledettamente più difficile ma si fa, non si pensa e si va, non si ascolta il battito del cuore e si guarda lontano. Ma quel cielo sereno più dei miei pensieri era lì ad aspettarmi come sempre, con lo speaker che scandiva il mio numero, 1414, e rallentare il passo e spegnere il cronometro è stato ancora una volta semplice e bello.
"Smettere di  scrivere è come prendere un vizio", dice Lei, che è brava a scrivere parole che graffiano anche quando bene non sta, come adesso. Non è vero, sai. Il vizio è di voler vivere. Smettere di scrivere è facile, perchè a volte è meglio proteggersi un poco, è meglio fermarsi per impedirsi di capire come stai, io benegrazieetu?, ma io no che non sto bene, ma a buttare giù tutto, a lasciar andare le dita leggere forse hai paura di non riuscire a fermarti e di farle andare fino a prosciugarti e rimanere vuoto dentro. Ed allora ti fermi e fai altro, ti fermi ed il tempo passa comunque, ti fermi e non pensi, non dici, non fai. Lasci andare. Iobenegrazieetu.

Ma adesso lasciatemi perdere. Perdere in queste note che da due giorni girano senza sosta nelle mie orecchie mentre corro, in questa leggera armonia di suoni e magia, in questa ballata che sa di un leggera malinconia al fondo di un sorriso, così, poco poco, leggero leggero.

Addio, Enza.

giovedì 3 novembre 2011

Terzo giorno

Di passi nuovamente buttati sull'asfalto. Battito medio 142, massimo 185. 6 km, lunghi da morire. Eccomi qui. Alle spalle l'ultima frattura, la schiena ed i mille cazzi, le litigate, le cose. Forse proprio tutto alle spalle no, ma non mi lascio smontare, non me lo posso permettere. Posso dire, tutto sommato, di averne passate di peggio. 
Oggi, per fortuna veniva giù quella pioggia sottile, leggera e rinfrescante. Faceva un freddo discreto e c'era pochissima gente, oltre a me ed i miei pensieri di questi giorni, così neri, più neri dei tronchi rugosi degli alberi, più neri delle venticinque panchine in infilata - le ho contate - nel tratto che costeggia il palazzetto, più neri di questo asfalto lucido che sta sparendo piano sotto cumuli di foglie.
Quei quattro gatti che giravano mi han sorpassato tutti. Giovani, vecchi, maschi femmine, allenati e non. Tutti.
Per fortuna non mi ha sputato addosso nessuno.
Tutto sommato poteva andare peggio.