sabato 17 ottobre 2009

L'equilibrista


E' dura. E' quello che doveva essere. E' quello che volevo, forse, ora non lo capisco più. Sopra la corda, tesa allo spasmo ma che, una volta che ci sei sopra e ti ci affidi, ondeggia e ti lascia da solo, separato dal mondo che non vuoi e che non ti vuole.
E'debole. La tua forza, il tuo coraggio e la determinazione. Ma sei lassù, e, dal basso, non capiscono. Loro non sanno. Hanno pagato il biglietto, loro. Vogliono lo spettacolo. Daglielo, in un modo o nell'altro.
Stanno a naso in su e, silenziosi, guardano, osservano, scrutano. Segretamente speranzosi che un'incertezza, un'esitazione ti faccia almeno vacillare. Non dargliela vinta, mai. Osa.
Le tue mani. Sono tutto e non stringono che niente, tranne la consunta consapevolezza di te, a farti da bilanciere. Altro non hai. Basterano.
La politica dei piccoli passi. Il primo, quello che ti allontana dalla solidità concreta della partenza, dalle certezze, dalle sicurezze a cui spesso ti aggrappi, ecco quello è il più duro. Ma devi andare. Devi dimostrare che puoi, che sai, che vali. E vai. Metti il primo piede esitando, senti sotto di te la cruda durezza della fune e che non c'è niente attorno. Sei solo.
Altre volte hai provato e sei caduto, ma avevi mani forti pronte a sorreggerti. Quante voci ti dicevano "puoi farcela". Questa è l'ora, non puoi più tirarti indietro.

E così vai avanti, saltimbanco fragile e solo. In equilibrio tra il nulla. Più vicino alle nuvole, ma ancora troppo alla terra. In silenzio, ti appoggi all'aria che si fa silenzio ed attesa, intorno a te. Sei tutto il malandato circo che ti circonda. Sei i tristi pagliacci con la lacrima dipinta, sei quel tendone rattoppato. Sei quei mille lustrini che dietro nascondono dolore, miseria e disperazione. Sei quel vecchio leone, da troppo tempo chiuso inerte in gabbia ma che ha ancora negli occhi il colore caldo della savana. E puoi ancora far male, se devi mordere.
E quasi immobile la percorri, quella fune che all'inizio sembrava infinita, ma basta il tempo di un fiato e sei già a metà, avvolto nel cono di luce che lascia tutto e tutti in ombra, anche se sai che ci sono, e che ti vedono, sicuro e concentrato, attento ed invincibile. Tu solo sai che non è così.
Sono vulnerabile, visto da qui. Ma voi, là sotto, non ve ne accorgerete.
Mai.
[Thank's to Fragole Infinite]

giovedì 15 ottobre 2009

Senza parole....



Troppo carina!!!!!!

Sei ancora capace di seguire il tuo istinto?


Oggi, in studio, una busta elegante, grigia metallizzata e abbastanza consistente, da parte di Jaguar Italia e indirizzata a me. A me????? Ehi, Jaguar, ma hai visto bene a chi l'hai mandata? A me non arriva neanche più la pubblicità della Dacia Logan su carta riciclata!!
Hai percaso dato un'occhiata al mio conto in banca che rispecchia pari pari le temperature dell'Usbekistan di metà gennaio? O per caso mi hai visto in giro in moto a tre gradi sopra lo zero e ti ho impietosito? O con la mia auto, che ultimamente dimostra anche più dei 280.000 Km che porta ed hai deciso di fare un'azione umanitaria e sponsorizzarmi? Guarda che con me sprechi carta tempo e francobollo!!!
Sul retro la foto di una donna sensualmente bella con una benda sugli occhi e le labbra voluttuosamente socchiuse. E quella frase che mi fa pensare: "dammi quella lì che un'ideina sul mio istinto la trovo subito. Arruginita, ma in fondo, ancora, ci dovrebbe essere". Incuriosito, la apro.

Dentro una lettera di presentazione, dove mi dicono di chiudere gli occhi ed un depliant della nuova XF 3.0V6 da 240 CV. Bella è bella, ma se invece di farli chiudere a me gli occhi, li chiudete voi anche solo per un attimo dopo avermici fatto sedere dentro con le chiavi nel cruscotto, vi faccio vedere un gioco di prestigio che neanche David Copperfield dei tempi migliori!!
Ma il meglio deve ancora venire: sotto il depliant una benda in raso nero, con il logo Jaguar stampato.
Una benda???
Mi fermo, ancora con la benda tra le dita e mi vien da pensare:
"Ehi, Jaguar, MA PORCA P........!!!! Ma dovendo scegliere, tra le due cose della foto proprio la benda mi ci devi mettere??? Guarda che se invece inserivi la signorina (bastava anche solo il numero di telefono), la benda da qualche parte ce la facevo a rimediarla!!!

mercoledì 14 ottobre 2009

Oggi voglio stare spento.




Alba incredibile stamattina. Lucida e silente. Con quell'ultima, unica stella di scheggia di cristallo che sembra sia stata puntata lì, di fronte, apposta per me. Che freddo che c'era alle 6.30, 4 gradi secchi che senti come punture di spilli nelle pieghe delle mani, che il fiato ti si condensa subito in rapide volute e poi si dissolve, mentre il cielo si tinge di una quantità di colori persino eccessiva, per me che sono inguaribilmente daltonico.
Ad est il chiarore comincia dalla linea scura e frastagliata degli alberi, mentre le montagne laggiù giacciono ancora sotto la coltre di piombo della notte. Si distingue chiaramente la sagoma scura della collina, ancora punteggiata di molte luci tremolanti. Una fetta di luna, in alto, osserva silenziosa la scena, sopra le strisciate infuocate delle poche nubi.
In giro nessuno, il silenzio è palpabile, limpido e freddo; solo dalla statale, in lontananza, proviene il rombo cupo ed incessante dei camion. Annuso l'aria, non sa ancora di neve. Non è ancora il tempo.
Dal caldo confortante dell'auto chiusa di fianco a me provengono le note di Vasco Rossi in San Siro Live, e le parole di "Vivere" capitano lì quasi apposta, sembrano un consiglio. Apro la portiera, alzo il volume e resto silenzioso ad ascoltare.
Vivere e sperare di star meglio
vivere e non essere mai contento
vivere come stare sempre al vento
vivere, come ridere
vivere anche se sei morto dentro
vivere e devi essere sempre contento
vivere è come un comandamento
vivere.. o sopravvivere, senza perdersi d'animo mai e combattere e lottare contro tutto contro
vivere e restare sempre al vento a vivere e sorridere dei guai
proprio come non hai fatto mai e pensare che domani sarà sempre meglio
oggi non ho tempo, oggi voglio stare spento.
Il chiarore è alto, Rischio di trovare troppo traffico. Risalgo, metto in moto e riparto.
Buona giornata.

sabato 10 ottobre 2009

Appeso con due dita alla vita - Prima della cena

La serata si presentava perfetta. Pareva che anche le nuvole si fossero messe d'accordo, sgombrando il campo e lasciando il posto ad un tramonto dove ogni stella sembrava fosse stata messa lì apposta e puntata con uno spillo ad una volta incredibilmente blu che sfumava verso un rosa carico al di là delle cime dei Re Magi. L'afa inusuale del pomeriggio aveva abbandonato definitivamente la valle ma ogni pietra ed ogni muro pulsavano ancora del calore che avevnoa ricevuto e che adesso, lentamente restituivano.

Paco aveva passato un tempo infinito, avvolto nel vapore caldo della doccia, rilassandosi immobile, con gli occhi chiusi e l'acqua che, dai capelli scendeva giù lungo il corpo, lavandogli le ferite, quelle fuori ed anche quelle vecchie che, dentro, ultimamente sembravano bruciare meno. Ne era uscito solo dopo che Renato aveva minacciato di staccargli l'acqua calda, con tanto di ripetute manate sulla porta del bagno, accompagnate da una canzone inventata sul momento e urlata a squarciagola che verteva sul perchè aveva così tanta urgenza. Malvolentieri, alla fine aveva ruotato il rubinetto. Si era messo ancora gocciolante davati allo specchio appannato e, con un dito aveva disegnato i propri lineamenti, rivelando il proprio riflesso ed esaminandosi man mano che si riscopriva piano piano. La persona che gli stava di fronte non sorrideva. Era in forma, anche se, forse, sembrava un pò troppo magra. Aveva la barba ispida e capelli spioventi, pallide occhiaie, qualche taglio arrossato e lividi un pò dappertutto. E lo fissava in silenzio, con uno sguardo spento, stanco. Non si riconosceva, non pensava di essere veramente così. Lentamente, si mise a ruotare il penello nel sapone da barba e, sempre fissandosi, incominciò a radersi.
Dopo la barba e dopo aver dato una parvenza di ordine ai suoi capelli perennemente arruffati, dopo essersi asciugato, pulito per bene ed anche profumato, quello che lo fissava dall'altra parte dello specchio aveva un'aria quasi decente, anche se di provare a sorridere neanche a parlarne. Uscì dal bagno, quasi investito dall'impellente urgenza di Renato, che aveva minacciato di fargliela sul letto. Tutto quello che l'amico aveva ingerito nel pomeriggio, adesso reclamava improvvisa vendetta.
Si vestì, piano, cercando di non alzare troppo il braccio per non sentire il male in agguato tra le costole. Indossò semplicemente un vecchio paio di Levi's puliti che poi erano i suoi preferiti con sopra la maglia nera che aveva appena ricevuto in regalo. Poi, in attesa che si prepararasse anche l'amico, si rifugiò in un libro di Cussler che da parecchio non riusciva a finire.

Patti era già pronta, con un'ora abbondante di anticipo. Aveva prenotando il tavolo e discusso sul menu e sui vini il giorno prima, immediatamente dopo la telefonata con Paco, ed aveva preteso quasi l'impossibile, assecondata dalla compunta gentilezza del personale dell'albergo che la conoscevano bene. Quando organizzava le cose lei tutto, senza esclusioni, doveva funzionare alla perfezione, come un ingranaggio ben oliato. Poi aveva indottrinando pesantemente anche il fratello, perchè si dimostrasse gentile ed affabile, mentre quello ancora schiumava di rancore. Infine aveva preso il SUV e si era allontanata da sola.

Anche la signora Lucia si stava preparando per l'evento sorridendo civettuola mentre si faceva aiutare da Sveva con il trucco. Il pomeriggio del giorno prima, mentre predevano il tè in giardino, aveva captato, origliando apertamente e senza vergogna, quello che era capitato al giovane Isnardi (gioiendo nel suo intimo perchè quel bestione maleducato mai le dedicava un'attenzione o una cortesia) e quello che la bella sorella aveva successivamente organizzato. Curiosa come un furetto, aveva subito chiesto a Sveva di riservare per la sera dopo dopo il tavolo a fianco della compagnia.
Sveva era in attesa, fresca ed elegante, proprio come voleva la signora, pronta a porgerle la sua borsa. Si sistemò velocemente una ciocca di capelli con una mano, concedendosi un ultimo controllo allo specchio davanti alla porta. L'immagine che quello gli restituì era ben diversa da quella di pochi anni prima. Adesso finalmente si sentiva bella, molto più sicura di se ed in qualche modo addirittura sfrontata. Il mondo aveva smesso di incuterle paura, almeno per il momento.
Guardò la vecchia signora e le sorrise, di un sorriso che valeva molto di più di quel che sembrava. E ricordò. D'altronde lo faceva sempre.

La signora Lucia era la terza anziana per cui lavorava, da quando era in Italia.
La prima era stata Nonna Ida, nella calda e chiassosa Roma, appena arrivata, quando ancora aveva paura ad uscire fuori casa e non capiva un accidente di quella lingua colorata da tutte le sfumature di quel dialetto, tanto che alla fine quello che sentiva le appariva assurdo ed incomprensibile. Nei capelli bianchi, nella magrezza consunta ed in quelle mani rugose dalle dita ossute rivedeva la sua di nonna, e aveva finito in fretta con l'attaccarsi a lei ed ai suoi nipotini con un affetto quasi morboso da bimbina spaventata, che la confortava e la faceva sentire protetta. Sentiva di appartenere nuovamente ad una famiglia ed era tutto quello che le serviva per non affogare nelle sue lacrime che non avevano ancora smesso di scendere. Nonna Ida era una piccola e delicata ma grintosa vecchietta; non camminava quasi più ma la testa le funzionava bene. Aveva fatto l'insegnante da giovane e, con la pazienza e la caparbietà che a volte solo gli anziani riescono ad avere, pazientemente aveva saputo dipanare gli oscuri oceani dell'incomprensione, dandole una rotta da seguire. E lei aveva imparato.
E si era attaccata a quell'acuto odore di canfora dei vestiti negli armadi, ai fine settimana sul lungomare di Ostia, alle fresche risate di loro due quando tentava di imparare gli stornelli romani che Ida le cantava, al calore del sole affacciata alla finestra declinando in continuazione i verbi, e dove ci va la q unvece della c, e della mano di nonna Ida che le stringeva vigorosamente la sua quando si distraeva se il suo sguardo si perdeva sui tetti circostanti fino ai colli e l'ultimo sole indorava tutto come fosse oro.
Ma nonna Ida se ne andò, serenamente e silenziosamente, una notte fredda e ventosa di un inverno che stava appena cominciando ad allargare il suo gelido mantello. Ed era nuovamente lì, sofferente e sola, inerme ed in un paese sconosciuto. Non era ancora pronta ad affrontare di nuovo la morte.
La seconda era stata peggio. Si chiamava Lia ed era un'odiosa e maligna vecchia su un letto d'ospedale, dotata di una cattiveria che, almeno, le aveva impedito di affezionarsi, anche se, in fondo, non ce l'aveva fatta completamente. Comunque non l'avrebbe mai chiamata nonna. Ed in quei due anni che era stata sotto di lei ne aveva veramente sopportate tante, forse troppe. I continui capricci, gli ordini impartiti come se lei fosse solo una serva stupida con quella voce rauca e cattiva, gli insulti gratuiti e le ripicche quando non riusciva a capire o a fare le cose in fretta. Era entrata in quella casa per dare una mano ad un figlio ancora succube ed esasperato, che le allungava spesso qualche banconota in più perchè lei rinunciasse alle sue giornate di libertà pur di allontanarsi a respirare. E a lei i soldi in più facevano comodo. Aveva lavorato sodo in quegli anni, obbedendo silenziosa, lavandola e pulendola coscienziosamente quando se la faceva addosso apposta solo per farle un dispetto, dormendo pochissimo scrivendo a sua madre e leggendo tanto, come le aveva insegnato Ida. E ogni mese, puntuale, spediva a casa il vaglia con i soldi faticosamente sudati. Aveva seguito la vecchia anche quando per le esigenze di lavoro del figlio si erano spostati a Torino e lì, tra le bancarelle del mercato della Crocetta aveva conosciuto la signora Lucia, una simpatica vecchietta della Torino bene di un tempo che abitava sola in un grande appartamento lì vicino. Avevano legato subito, vedendosi quasi tutti i giorni agli stessi banchetti intente a fare la spesa. Una mattina l'aveva aiutata a portare le pesanti borse di plastica della spesa e parlando si erano sorprese molto simili, malgrado la loro differenza d'età. Era iniziata una complicità che le portava a fermarsi per un the veloce nel pomeriggio, a scambiarsi pettegolezzi e favori. Lucia le aveva regalato gli scorci più segreti e meravigliosi di Torino. L''aveva portata al Valentino ed in Piazzetta Maria Teresa, a Palazzo Reale, al Museo Egizio ed in mille altri posti, raccontandogliene con dovizia di particolari la storia; l'aveva sorpresa quando le aveva fatto gustare il "bicerin", in quel piccolo e delizioso bar vicino alla Consolata. Ogni loro incontro era uno stretto nodo nella rete della loro amicizia. E così quando l'improvviso aggravamento della malattia della signora Lia aveva dato l'occasione al figlio a ricoverarla in una struttura assistenziale (occasione che lui aveva preso al volo) scaricando tutte le angherie dell'altra a carico di infermiere professioniste, il passaggio a casa di Lucia era sembrato a tutte e due la cosa più logica da fare. E così avevano fatto.
Ed oggi erano erano lì, tutte e due eleganti e pronte a gustarsi una bella serata. Sveva sorrise alla sua immagine allo specchio e, cedendo il passo alla vecchia signora, uscirono dalla camera.

martedì 6 ottobre 2009

Come cambiano

Le cose, i fatti, le emozioni, la gente.
Ed anch'io che, nell'ostinazione assurda di rimanere legato al tempo per poterlo domare, fermare, piegare al mio volere, pur non volendo, cambio lo stesso.
Come cambia la mia vita e la gente che mi sta intorno. Come cambiano le cose che prima mi andavano bene ed adesso non sopporto più.
Come sono cambiato io, volente o meno, da quando ho cominciato a scrivere qui, quel 25 giugno.
E' una sera strana questa. Primo ho mancato ai miei obblighi con mia figlia, quello di poterla vedere prima che vada a nanna. Di stare con lei naso contro naso, coccolandomela un pò con le sue dita che mi prendono il lobo dell'orecchio come faceva quand'era piccola. E' vero, ho dovuto finire un lavoro, ma più che altro avevo bisogno ancora una volta di starmene in pace, Io e una canzone di Billie Holiday, che lenta e tragica nella sua tristezza mi morde dentro. Ho cambiato le mie abitudini, per poter veder mia figlia sveglia, io che sono sempre andato avanti fino a notte fonda a scrivere, a disegnare prima, ed a lavorare poi. Lasciavo agli altri la fatica delle levatacce e mi prendevo le notti, gustandomele a pieni polmoni. E' il mio lavoro, me lo sono scelto e costruito pezzo per pezzo e, tutto sommato mi piace anche. Mi piace il mio studio, dove tutto, dalla biro al plotter da 10 mila Euro è nostro e ce lo siamo sudato e guadagnato. E meritato.
Poi la vigilia di capodanno di due anni fa tutto è stato ribaltato da quel momento in cui, improvvisamente, di mia figlia non è rimasto che il corpo, con la mente rubata da un perfido virus, arrivato come una folata di vento malefico, senza che potessi far niente per evitarlo.
Eravamo come di consueto tra i miei monti. Ricordo quella corsa improvvisa in ambulanza fino a Susa e l'incubo della probabile meningite. "Tu non la porterai mai via", pensavo a pugni chiusi. Avrei lottato con Dio.
Poi il lento, magico risveglio e la seconda corsa fino al Regina Margherita, dove insieme ad una squadra di persone efficienti e soprattutto umane abbiamo sentito gli scoppi dei petardi di chi, in quel momento, festeggiava.
Quella notte il mondo, il tempo, si sono veramente fermati. Ed io non lo volevo. In quella notte e per le nove successive che abbiamo passato in ospedale io e mia moglie ci siamo sostenuti a vicenda, ritrovandoci e riavvicinandoci, per poi allontanarci lentamente in punta di piedi dopo, e adesso, sinceramente non so.
Poi tutto è passato, senza traccia, ad eccezione di quelle che, dentro, non passeranno mai più. E uscendo da quell'ospedale avevo preso la decisione che ho mantenuto fino a stasera. Quella di partire in studio alle 7 del mattino ma di arrivare presto a casa, in maniera da potermela godere un pò e darle qualcosa di più di un bacio stanco con la barba lunga di un giorno. Quella di giocare disteso sul pavimento con lei e la nostra gatta bianca, acquistata a caro prezzo all'esposizione internazionale di Stupinigi perchè le avevo promesso "scegli il gatto che vuoi che papà te la compra" (1200 Euro di gatto: dite che son matto? non ditelo che già lo so da me).
Quella di ascoltarla, consigliarla ed educarla, cercando di evitarle gli sbagli che in quantità industriale ho già commesso io, ma che se li vorrà fare comunque, andrà bene lo stesso.
Quella di gustarmi quei sorrisi e quel centro dell'attenzione che, ancora chissà per quanto, rappresento per lei.
Vi svelo un piccolo segreto: per chi si chiede ancora chi è veramente Sveva, beh, direi che almeno un buon 80% è proprio lei. Il mio amore più assoluto (e l'altro 20%?? Sapeste!!).
Stasera ho trasgredito ma ne avevo bisogno per pensare anche un pò a me stesso, anche se devo dire che me l'ha fatta di nuovo. Alla fine sono stato con lei tutta la sera.
Vedrò di farmi perdonare.
Magari le compro un altro gatto!! ^ ^
D&R

Ho venti giorni


Ho venti giorni di tempo per convincere il mio tendine a rigenerarsi, a guarire. Altrimenti non c'è storia.
Il medico è quello che segue Renè, in corsa da sempre. Abbiamo prenotato la visita lo stesso giorno. E ieri il viaggio fino al paesino sperduto dalle parti di Novara l'ho fatto, ancora una volta, insieme a lui. A parlar di stupidate, come sempre, mentre la mia auto percorreva l'autostrada troppo velocemente, come sempre anche quello. Lui comunque capiva, nascosta tra le pieghe stirate delle mie risate, la preoccupazione e, tra una scemata e l'altra, mi ci infilava dentro un "Vedrai comunque che te lo aggiusta, lui è uno bravo, e l'intervento cerca sempre di evitarlo". E così alla fine, quando sono entrato nella piccola sala d'attesa, con le foto appese al muro di tutti quegli atleti, tutti quei campioni che lo ringraziavano per i servizi resi, quasi quasi cominciavo a crederci, cercando di non dar peso a quello che invece sentivo io, e che diceva tutt'altro.
Nell'attesa che visitasse Renato ho potuto leggere un servizio su una rivista specializzata di running dedicato al vincitore dell'Elbaman, che ho potuto vedere da vicino. Lui, partendo alle 7 del mattino ha prima nuotato per 3.8 km, poi ha percorso 180 km in bici ed alla fine ha "passeggiato" per 42 km a (3h 19'!!!), arrivando primo alla fine, e neanche troppo sfinito.
Io, invece, mi sono tuffato in piscina e mi sono lesionato il tendine.
Non è che sia proprio giustogiustogiusto.
Il medico è un ex triatleta anche lui, occhiali e baffi ed aria severa. Penso che più o meno abbia la mia età. Alla parete dello piccolo studiolo una marea di attestati e riconoscimenti.
Ascolta la mia disavventura, mi chiede i miei tempi al chilometro e poi mi mette a pancia sotto sul lettino e inizia a visitarmi, torturandomi ferocemente.
Non ci mette molto. "Tu il tendine praticamente te lo sei giocato. Potevi romperlo con quel tuffo e ci sei arrivato a tanto così" mi dice brusco, continuando a schiacciare senza pietà. Io non mi lamento, ma stringo i denti.
Poi un paio di punture e mi fa sedere mentre comincia a scrivere una marea di cose e nel frattempo me le spiega, preciso e stringato. Non si dilunga, elenca le cose da fare.
Secondo lui non c'è alternativa all'intervento.
In pratica il processo degenerativo ha portato il tendine al lumicino. Non potrò mai più tentare uno scatto neanche per prendere un tram, pena la rottura. Posso forse evitare l'intervento e correre ancora, ma per saperlo adesso abbiamo una scommessa da provare a vincere, anche se non so quanto ne valga la pena.
Abbiamo venti giorni di tempo per rimetterlo in senso 'sto balordo.
Venti giorni di assenza assoluta dalle corse, vietatissime, e sono state il mio polmone degli ultimi mesi. Venti giorni di ghiaccio, 2 volte al giorno, di nuoto al posto della corsa, di medicine e stretching. Venti giorni di laserterapia, di scarpe da corsa anche sotto lo smoking e zoccoli da infermiere in casa, io che a casa mia adoro camminare a piedi nudi sul parquet che ho messo anche in cucina.
Tra venti giorni mi vuol rivedere e poi decideremo. Cioè lui deciderà e io gli dirò che sono d'accordo.
Decideremo se dovrò tornare di nuovo sotto i ferri, per poi ricominciare tutto da capo, ancora una volta. Stringere i denti e ripartire. Riperdere tutto e ricostruirlo pian piano, soffrire e sudare, dipendere da qualcuno per andare avanti ed indietro da casa allo studio e viceversa. Rivedere lo sguardo amorevolmente preoccupato di mia figlia, che, da quando è nata, di odore di ospedale ne ha respirato fin troppo.
Potessi ripararmi e rigenerarmi utilizzando la stessa energia che è quella che mi ha permesso di riprendere fili spezzati, e che conservo ancora per quello che succederà domani lo farei. So che posso farlo. Ma il tendine è uno stupido pezzo di tessuto, non ascolta, non capisce che cosa ho ancora intenzione di fare, non si rende conto che non bisogna tenere in conto gli anni che sono passati ed i chilometri percorsi e che bisogna tirarsi su le maniche e trovare una soluzione. Invece si consuma inesorabilmente. E di rotti e ricuciti ne porto dentro almeno un paio, lo so.
Mi giro e mi rigiro tra le dita la mia stilografica di turno. Ho messo via la Souveran e l'ho sostituita con una più leggera Omas 360 Blu Venice, con quella superficie quasi di velluto al tatto che però stavolta non mi da la consueta sensazione di appagamento.
Stanotte non ho praticamente dormito, rimanendo in una leggera coltre di confusione, pensando e ripensando a cosa fosse meglio e cosa no. Stamattina alle 6 sono sgusciato silenziosamente dal letto sotto lo sguardo interrogativo ed assonnato di mia moglie, ho dato due bacini a quel delizioso incavo sul collo della mia bimba senza svegliarla e me ne sono venuto via, silenzioso sulle mie scarpe da running sotto la giacca. Fuori dall'auto ho potuto assistere ad un'alba rosa carne, fredda ed assoluta, mentre le rasoiate prodotte dalla voce tagliente e ruvida di Bob Dylan mi giravano intorno.
E dai che ci riproviamo.