venerdì 17 luglio 2009

Appeso con due dita alla vita - Tomahwak 1

L'altro era partito forte. Era uno stronzo, sì, ma indubbiamente sapeva il fatto suo. Quei muscoli volevano pur dir qualcosa. E lui cominciava a sentire quella voce irritante, dentro di , che da qualche tempo, nei momenti in cui doveva confrontarsi a muso duro con il mondo, gli diceva solamente "sei un pirla". E adesso era lì, a tre metri da terra, già pronto a far vedere a tutti che non valeva un cazzo.
Dopo lo scambio di battute tra Renato e la fatalona, loro due si erano infine diretti verso l'attacco della via. Poco distante anche il bestione muscoloso ed il suo compagno avevano finito i preparativi e si stavano incamminando, con lo sguardo di Bruno che era rimasto torvo e fisso su di lui da prima. Cominciava sgradevolmente a sembrare una gara, e il fastidio allo stomaco gli faceva pensare che non era stata poi una grande idea. Paco non calzava ancora le sue scarpette, che metteva rigorosamente solo prima di salire. Renato si era allontanato un momento, era andato ad armeggiare nel baule della sua macchina, che lasciava sempre aperta ("così se da fastidio a qualcuno la sposta") e stava tornando indietro con un pacchetto scuro tra le mani.

", buon compleanno, vecchio. Contavo di dartela stasera in maniera da costringerti ad offrirmi almeno una pizza, pezzo di spilorcio che non sei altro; ma adesso ti serve di più, almeno non fai la figura del barbone, anche se dubito che serva a mascherare, perché tu sei davvero un barbone!!".

Paco, chinato ad annodare le stringhe guardò dal basso verso l'alto l'amico e prese il pacco con una smorfia in viso che doveva assomigliare ad un sorriso, prendendogli nel contempo la mano a srtingerla a ringraziarlo e non sicuramente solo per il regalo: non gli piaceva festeggiare il suo compleanno, quella scadenza con il suono di una campana da morto che da piccolo segnava quanti anni aveva finalmente raggiunto, e che adesso avvertiva in maniera sinistra che un altro anno gli era stato sottratto e che sempre meno gliene restava ancora. Mal sopportava che gli ricordassero che il tempo stava passando, lento e inarrestabile, non era giusto. Ogni anno che doveva festeggiare gli ricordava un gradino che scendeva con passo pesante, verso qualcosa che sembrava peggio di quello che si era lasciato alle spalle. Odiava le feste a sorpresa, non gli piacevano i regali fatti per forza, che dimostravano solamente quanto uno era disposto a spendere. Per lui un regalo era dimostrare all'altro o all'altra di turno cosa significava la loro presenza nella sua vita e quali orizzonti nuovi quest'amicizia o questo amore avevano aperto.

Quand'era molto più giovane, "nell'età stupida", come aveva letto in un libro (in cui peraltro non si sentiva di essere ancora uscito) si era perdutamente innamorato nei confronti di una ragazza che era venuta a passare l'estate in montagna e che ricambiava timida i suoi sguardi, quando lui riusciva a malapena a parlarle. Mamma mia quanto era bella, e dolce, e giovane. Lei l'aveva infine invitato alla sua festa e lui era diventato matto, in cerca di qualcosa di unico e speciale che raggruppasse e manifestasse tutte le sue emozioni. Era poi partito alle quattro del mattino, zaino in spalla con dentro la sua reflex ed un tele a specchio da 500 mm che gli erano costati mesi di niente pizze con gli amici e niente benzina nella moto. Era andato su, in alto nelle valli sopra lo Scarfiotti. Ne era tornato solo a tarda sera con alcuni tra i suoi scatti più belli di allora, impressi dentro al rullino: aveva infine scelto quello di una volpe con i suoi due cuccioli affacciati alla tana, con l'alba che ingialliva le montagne leggermente sfuocate sullo sfondo, che gli era costata un'appostamento di quasi due ore. Era forse leggermente sovraesposta ma poco importava. L'aveva fatta lui; aveva dedicato un giorno della sua vita, unico ed irripetibile per donarle una cosa unica, che fosse esclusivamente per lei: nessun altro avrebbe potuto eguagliarlo.
Difatti. Lei aveva guardato con aria leggermente annoiata la foto e lo aveva ringraziato con un sorriso di circostanza ed una frase banale del tipo "non dovevi". Non dovevi?? Ma che cazzo di risposta!!!. Non aveva capito, non aveva letto niente di quello che a lui pareva fosse lampante. Poi invece aveva sgranato gli occhi ed aperto la bocca in un sorriso dai denti candidi quando un altro, un biondino tutto leccato e fighetto, gli aveva regalato una maglietta di "Guru", che probabilmente si era fatto comprare dalla mamma. Con una scusa dopo una mezz'ora era poi scappato dalla pizzeria e se ne era andato. Subito dietro l'angolo aveva trovato i due, stretti in un bacio appassionato che avrebbe potuto essere il suo, se solo avesse scelto il regalo giusto. Non l'aveva più cercata rivista.

Era stato in quegli anni che il mondo aveva pian piano cominciato a parlare una lingua diversa dalla sua. Lui si era semplicemente adattato, spostandosi dove potevano ancora capirsi a vicenda.

Guardò il pacchetto che aveva tra le mani. La carta era quella da pacco, ed era legata con uno spago spesso. Renato non badava molto alle apparenze. Strappando la carta tirò fuori una maglia nera: la riconobbe subito, era quella maglia nera: l'aveva vista una volta in un negozio e quando si era decisa di andare a comprarla non l'aveva più trovata. Una maglietta della Light Hunter. L'aveva poi cercata a lungo in giro ma senza fortuna. Ne aveva parlato una volta sola a Renato, settimane fa. E lui se ne era ricordato, e chissà a chi aveva ritto le balle per riuscire a procurarsela. Era una maglia con le foto in sequenza di uno sciatore mentre esegue un salto compiendo un trick da brivido, una rotazione completa sull'asse verticale. Sotto una frase che riassumeva quella che era diventata praticamente la sua filosofia: "Non d'è niente di male a cadere. E' sbagliato rimanere per terra". Quello era un regalo, per come la pensava lui. E per fortuna non era il solo a pensarla così.

"Grazie. Non ti dico altro. E pizza pagata, se prendi solo la margherita, anzi mi voglio rovinare e ci aggiungo anche una piccola bionda", gli disse tendendogli la mano.

Renato gliela prese e lo aiutò ad alzarsi. "Io stasera prenderò una otto stagioni con supplemento di mozzarella di bufala e di birre ne berrò almeno due, medie, e, per non indurti in tentazione spenderò quei tre o quattro Euro che ho ancora in tasca per offrirti l'aperitivo, crepi l'avarizia, così o paghi tu o ci tocca di nuovo scappare dalla finestra del bagno... Ma ci hai pensato che regalare una maglia con tutte queste balle sul cadere ad uno che arrampica è tirarti un po' di sfiga?" Dai che ti assicuro: Madonna come sei figo con questa maglia!"

E adesso era già svanito tutto: l'allegria e la sicurezza. Quando sei sotto e guardi la parete ti senti pronto a tutto, ti senti grande ed invincibile. Poi bastano un paio di movimenti e la spia della riserva è già lì pronta ad accendersi. Ma adesso c'era qualcos'altro: quella situazione non gli piaceva e non gli girava affatto bene. E poi c'era che stava andando da primo e su una via tosta. E con quell'altro che era di fianco al lui, anzi era già sopra di lui, che grugniva rumorosamente mentre cercava di arrivare a mettere il rinvio. E poi c'era quell'altra sotto, che, distesa languidamente sullo sdraio poteva anche dormire, nascosta sotto gli occhialoni, ma che lui sapeva che lo stava guardando. Se lo sentiva nella schiena quello sguardo, quegli occhi che aveva solo intravisto erano lì, due punture di spillo, che gli bruciavano dentro.

Renato immobile sotto di lui lo guardava e gli faceva sicurezza, e tra i denti gli uscivano piccoli incitamenti e smorzate bestemmie. A qualche metro da lui Tony faceva sicurezza all'altro che stava andando come un treno.

E quella vocina, subdola, che gli ronzava intorno come un insetto fastidioso, che andava e veniva, e che sgretolava a mano a mano tutte le sue certezze. E cominciava ad avere paura: paura di cadere e di farsi male, di farsi vedere un perdente. Cominciava a tenere troppo sugli appigli, a stringere troppo con le dita, ad usare troppo le braccia, invece di cercare l'equilibrio e la musica di una via fatta bene. E aveva le palme delle mani sudate. Troppo.

Era solo un paio di metri sopra un rinvio quando accadde. Aveva la mano destra nel sacchetto della magnesite quando improvvisamente l'appiglio del piede destro cedette. Il piede sinistro stava spingendo per cui andò subito in rotazione. Poi tutto durò meno di un secondo, ma in quel secondo buona parte della sua vita aveva veramente cominciato a scorrere. Ed era quella parte in cui lui ed "One" erano stati veramente una coppia. Non aveva neanche provato ad urlare "Tienimi!!!". Non ne aveva proprio avuto il tempo.

Aveva cercato maldestramente di tirare fuori la mano dal sacchetto ma non aveva fatto in tempo. L'altra mano aveva mollato la presa ed era andato giù.

Volare due metri sopra un rinvio vuol dire fare un volo di almeno quattro metri ma Renato era stato veloce come non mai. Aveva capito più che vedere che stava perdendo la presa e, nel momento esatto in cui era venuto giù aveva recuperato almeno un metro e mezzo di corda, spostandosi all'indietro per ridurre il volo. E quando aveva ricevuto il contraccolpo non si era mosso di un millimetro.

Paco si era visto scendere dritto come al rallentatore, mentre aveva sentito l'Ooohhh! della gente ferma sotto di lui ad osservarlo. Poi aveva sentito la botta al fianco, che gli aveva fatto uscire l'aria dai polmoni tutta d'un fiato, accompagnata da un lamento sordo che gli era uscito involontario, quando l'imbrago l'aveva improvvisamente trattenuto. Nella sua mente non aveva per un attimo smesso di analizzare lucidamente cosa stava succedendo ed era riuscito anche ad impedire di spaccarsi il gomito su uno spuntone che gli era venuto incontro per fargli male.

Poi silenzio. Silenzio sotto di lui, silenzio in parete. E silenzio dentro di lui.

Era praticamente attaccato trenta centimetri sotto al rinvio, Renato aveva fatto un buon lavoro.

"Tutto bene? Come stai? Ti calo? Mi senti? Parlami, cazzo!" aveva gridato Renato.

Lui provò a muoversi, ancora appeso. A parte la botta non gli sembrava di essersi fatto granché, ma a caldo è difficile sentire il male. Certo che dove aveva sbattuto gli sarebbe venuto un bel livido. Alzò un braccio in direzione dell'amico: "Grazie Renè, sei stato troppo veloce... proprio come mi dice sempre tua moglie... Mi sa che è la maglia che porta sfiga!" Gli disse finalmente ridendo, levandosela e lanciandogliela, rimanendo a torso nudo.

Renato l'aveva presa al volo con la mano sinistra, sempre tenendolo in sicurezza, ridendo alla battuta. Era più rilassato, adesso."Che fai? Ti calo? Dai, riposati un attimo che vado su io".

Paco era lì, ancora in parete. Fermo. Silenzio, intorno e dentro di lui. Il fiato ancora grosso che gli faceva alzare ed abbassare rapidamente il petto. Sentiva di nuovo l'aria, il vento che giocava impertinente con i suoi riccioli. Riassaporava improvvisamente la parete che non era più così estranea come gli era apparsa fino a quel momento. La vocina stridula era improvvisamente scomparsa, forse era caduta nel volo, insieme alla paura di poco prima. Le palme delle mani erano nuovamente fresche ed asciutte. Sul petto e sulle braccia qualche graffio neanche poi troppo leggero aveva lasciato sottili righine rosse, segno che proprio tanto distante dalla roccia non era passato. Il dolore cominciava ad insinuarsi lento nel suo sistema nervoso.

"Tutto bene, montanaro?" La voce sprezzante veniva alla sua sinista, più in alto. Bruno era un paio di rinvii più su, e si sporgeva in fuori osservando.

"Non potrebbe andare meglio" rispose. "Beh mi ci voleva proprio, una bella scarica di adrenalina funziona come un tonico, dovresti provare ogni tanto. Sai, adesso mi sento proprio pronto a prendere a calci quel tuo culo da cittadino". Poi si girò verso il basso, verso Renato, che lo teneva ancora in tiro. Dietro di lui Patti era in piedi, e non sorrideva più. "Tranquillo socio, son come nuovo. Dovevo solo sgranchirmi le gambe; sai alla mia età ci metto sempre un di tempo". Poi alzò leggermente la voce, rivolto al pubblico non pagante che era ancora ammutolito, lì in piedi e, disse, alzando le braccia in un gesto da teatrante, con una voce da imbonitore: "E adesso che ho catturato la vostra attenzione, ssiore e ssiori, attenzione che lo spettacolo va ad incominciare!"


E mi devo di nuovo fermare......................

mercoledì 15 luglio 2009

Con quella faccia un pò così, quell'espressione un pò così che abbiamo noi quando vediamo....



Genova, ovviamente...
Ieri è stata decisamente una bella giornata. Premetto che continuo ad essere fermo, ed a tutte le magagne che mi affliggono (caviglia, ginocchio) si è aggiunto anche il classico colpo della strega, che mi ha colpito mentre, alle sette di un mattino di qualche giorno fa, stavo decidendo come potare una rosa. Tre giorni con un male d'inferno che mi impediva anche di dormire. Quando uno non ha più l'età... Niente di più sbagliato: io l'età non ce l'ho ancora. E dato che ne ho sicuramente passate di molto ma molto peggio, mi sono armato di antidolorifici, antinfiammatori e fasce che quando camminavo ero rigido come un corazziere alla parata.


L'altra sera dopo aver scritto "le donne di Paco", ho incontrato il Renè di Paco, proprio quello vero. Abbiamo fatto un'uscita per soli uomini (eravamo in sei) in una birreria western dove una manica di esagitati in jeans, stivali e Stetson calcato in testa ballavano, ed abbiamo passato una bella serata come non eravamo più riusciti ad organizzarne da tempo (colpa mia.. sempre il lavoro), bevendo birra (un unico boccale: 3.5 litri!), parlando delle nostre montagne e del nostro buon vento trascorso insieme. E' stato così insolito scrivere il racconto basandomi su di lui e incontrarlo che stavo quasi per chiedergli cosa ne pensava di Patti.... Magari glielo farò leggere.
E' stato piacevole riscoprire che l'affinità è rimasta, che non siamo cresciuti, che siamo sempre pronti a combinarne una e che le nostre zingarate sono sempre in grado di far scappare un sorriso alla cameriera di turno. In fondo non siamo cresciuti poi tanto.

Ed oggi la schiena sembra quasi tornata a posto. Il male c'è ancora, ma è una voce lontana che senti indistinta. Sono di nuovo qui, pronto per rimettermi in pista, in tutti i sensi e ancora una volta. E ieri ho rirespirato il mare, ed è stato meglio di mille creme, un'iniezione di antidolorifico dal sapore di salmastro direttamente nell'anima. E mi sono subito sentito bene.

Adoro Genova. Quando mi chiamano per un lavoro lì mi sembra di aver pescato il jolly. Genova è bella anche nelle zone più degradate, è il sole che scalda sulla pelle già a febbraio, non quella cosa liquida e nacosta dalla nebbia che si vede da noi. E' il mare che senti sempre, è il dialetto strascicato che riempie i miei ricordi di quando ero ragazzino, è la focaccia che profuma, avvolta nella carta oleosa, le case eleganti, le chiese a strisce, i saliscendi e le innumerevoli scalinate. E' elegante, continuamente nuova ad ogni svolta, distesa, languidamente appoggiata sulle colline, che coccola il suo mare in mille anse, dove le vele, dondolano pigramente, beato chi ce le ha. Ah, dimenticavo: ci abita, a parer mio uno tra gli ultimi geni italiani dei giorni nostri: Renzo Piano, che per me vuol dire il Beaubourg, e quindi Parigi, e qui divagherei per ore. Torniamo a Genova.

Ieri siamo partiti presto, affrontando l'autostrada con minore entusiasmo delo solito, complici sti cazzi di Tutor che mi impediscono di esprimermi al meglio. Non ci posso far niente, ma a 130 km/h mi abbiocco. Mi piace guidare, da sempre, ed anche se non ho più a disposizione i 130 Cavalli della mia vecchia Delta Martini, il mio piede è sempre abbastanza pesante. Devo anche dire che ho avuto un buon maestro, mio padre, detentore ancor oggi, sullle strade della Valsusa, di una multa da record..

Complice un incidente in corrsispondenza di lavori in corso che ci ha ritardato l'appuntamento di circa un'ora ed il condizionatore della mia auto che funziona solo a cazzotti (è una lunga storia) sono arrivato stressato al mio appuntamento con il mare, quello sprazzo di azzurro che si confonde con il cielo e che si intravede dopo l'ultima galleria dell'autostrada: ricordo che da bambini facevamo a gara per chi riusciva a vederlo per primo, il mare, laggiù, con il lontano scintillio, preludio delle vacanze a cui anelavamo come l'aria. Erano tempi diversi: mio padre guidava una Lancia Fulvia berlina, tutte le macchine andavano a benzina, solo i camion a gasolio; l'aria condizionata esisteva solo sulle macchine dei ricchi, noi invece aprivamo il deflettore, e non si stava poi tanto male. Non c'erano telefonini di sorta, l'autoradio non aveva rds, frontalini intelligenti o altro: aveva i pulsanti di sei stazioni, il lettore a cassette e l'antenna estraibile. Le cinture se le mettevano solo gli svedesi, che guardavamo straniti. Il viaggio era lungo, molto più lungo e faticoso di oggi, ma per noi voleva dire che andavamo a casa, l'altra casa che ancor oggi considero "nostra", dove ho passato più di metà delle estati della mia vita.

Eravamo bambini allora, ed avevamo tutta una vita davanti. Eravamo felici.

Ieri notte ho sognato casa nostra al mare. Ma adesso.... mi aspetta una pizza! Scappo.

lunedì 13 luglio 2009

Fatto apposta per Sveva

Vorrei accogliere le tue mani tra le mie, occhi persi negli occhi, per presentarti orgoglioso al mondo.

Vorrei donarti unicamente la mia anima, e ricevere solo la tua, sfrontata, cocciuta e pura.

Vorrei librarmi alto nei tuoi pensieri e volare, riscaldandomi nel caldo e lento sole di un tuo sorriso, perchè so che stai pensando a me.

Vorrei non ci fosse bisogno di spiegare, ma una magica intesa, al di sopra di ogni inutile e complicata parola. Sempre.

Vorrei avere le chiavi del cassetto in cui custodisci sogni e sorrisi per liberarne a milioni, come variopinte farfalle d'estate .

Vorrei esserti vento e canto di rugiada. Essere il primo a respirare il tuo risveglio e l'unico, a vegliare il tuo sonno.

E vorrei non esistessero ostacoli, rami di rovi spinosi, a trattenerci, strappandoci brandelli di vita, ed impedire che questo accada...


Interpretato da Paco, per [Amedeo J. Rogis]

Curva e controcurva....


Se Dio esiste...... decisamente non può non essere un motociclista..

mercoledì 8 luglio 2009

Appeso con due dita alla vita - Le donne di Paco

Paco si innamorava sempre per colpa degli occhi. Erano gli occhi che lo intrigavano, che lo coinvolgevano, che trasmettevano una sensazione su una frequenza che gli pareva di essere il solo a sentire. Il resto era secondario. Non si metteva alla ricerca di un bel mammifero per del sano sesso senza remore, ma era in cerca sempre e comunque di coinvolgimenti emotivi assoluti, ma senza il coraggio di andarli a cercare veramente. Per questo le donne di Paco erano sempre state tutte abbastanza simili: non particolarmente alte, graziose si ma certamente mai quei gran pezzi di gnocca con i taccazzi, l'abito striminzito con le tette strizzate e la minigonna giropassera che ogni tanto gli capitava di incrociare nei centri commerciali, aggrappate anzi esibite dal tamarro di turno, che trasudavano sensualità pesante e che suscitavano in lui invidia e fantasie che poi, con la ragazza di turno, non riusciva certo a realizzare.

Ce ne erano state diverse, non tantissime, ma quasi nessuna che fosse esistita veramente, per la sua anima. "One" sì che era esistita, e che gli aveva lasciato graffi profondi che, a ripensarci adesso, bruciavano ancora. L'aveva ribattezzata così perchè One era stata la colonna sonora della loro tormentata storia e lei era ruvida e selvaggia come la voce di Bono. Era arrivata improvvisa come un temporale d'estate, l'aveva investito in pieno ed aveva spazzato via tutto, fuori e dentro di lui, andandosene e lasciandogli il posto vuoto nel letto, quelle nuvole nere che ancora gli correvano dietro e una una lettera di scuse dentro al pacchetto di Lucky Strike, mezzo pieno, sul comodino. Lui il pacchetto se l'era portato in tasca per mesi, senza più riuscire a fumarne neanche una, leggendo e rileggendo quel foglio fino a consumarne con le dita l'inchiostro. Beh, almeno la cosa positiva era che aveva smesso di fumare. E di fidarsi.

Le donne di Paco non duravano tanto, prima o poi inesorabilmente si stufavano tutte e lo mandavano quasi sempre al diavolo; si stancavano in fretta dei suoi silenzi, degli sbalzi d'umore e della sua necessità fisica di stare da solo. E a lui andava bene così, un fastidio in meno, regole in meno, qualcuno in mano a cui rendere conto. Anche a lui era capitato qualche volta di mollare, ma di solito preferiva stancare che essere stancato. Però ricordava ancora quella volta che era letteralmente sparito al primo appuntamento con una che aveva inseguito per mesi e che dopo avergliela fatta sudare per bene alla fine si era presentata con i collant a gambaletto. L'intravedere, sotto una gonna scozzese, quell'abominio quando si erano seduti al bar gli aveva levato ogni velleità ed era fuggito con la più classica delle frasi "Esco a comprare un pacchetto di sigarette". Ed erano già più di sei mesi che aveva smesso.

Delle supergnocche da Grande Fratello ne aveva anche incrociate, languidamente distese alla base della falesia che lui frequentava, supergriffate intente a fare da supporter al superpalestrato di turno, bello abbronzato e con il rolex al polso anche in parete, da vero picio. Il suo abbigliamento invece non poteva essere più trasandato. Le maglie erano le stesse che usava in falegnamenria, a volte ancora piene di schegge di legno; i pantaloncini, l'unico capo di marca che si era mai permesso, li aveva da almeno 5 anni ed erano ormai consumati e bucati tra le gambe e nei punti dove la roccia non era stata tanto gentile con lui. Le scarpe sì, quelle le cambiava spesso, ma solo perchè quando non sentiva più il giusto feeling non riusciva a salire concentrato. Non possedeva un fisico con muscoli scolpiti, ma era magro e nervoso e riusciva a dosare le forze e rimanere in equilibrio su appigli microscopici, o appeso aggrappato nel vuoto con due dita della mano destra, rilassando tutto il resto. Arrampicava abbastanza agevolmente su buoni livelli e la sua punta l'aveva toccata su "Il soffio del serpente", una via valutata 7C e " I Ragazzi della Tao ", un 7A+, nel settore gare. In pubblico comunque arrampicava lento, misurato e non si inventava passaggi acrobatici solo per il gusto di farsi vedere. Quelli se li riservava quasi esclusivamente per lui solo, con l'unica eccezione di uno dei suoi pochi compagni di cordata che gli faceva sicurezza, quando danzava su appigli inesistenti, qundo la gravità sembrava non comprenderlo nel suo gioco a tirare tutto verso il basso; in quei monti si misurava solo con se stesso, cercando di capire e subito dopo sbriciolare quali fossero i suoi limiti, quasi tutti mentali. Ed in quei pochi inenarrabili momenti, ne era quasi sicuro, sentiva la parete viva, cuore pulsante che batteva lento, come un maglio enorme nelle viscere della terra.

Una volta sola aveva ceduto alla vanità e si era prodotto in un paio di prese che gli avevano fatto tributare un piccolo applauso da parte dello sparuto gruppo di turisti intenti a spiarlo, armati di binocoli, segretamente speranzosi di veder qualche caduta. Quelle evoluzioni, quel comportamento da gallo nel pollaio erano venuti fuori per due motivi: il primo era quel deficente borioso che aveva arrampicato di fianco a lui e la seconda era stata Patti.

Era una domenica di metà agosto di un anno fa. Il borioso era impegnato su "Albatros" e lui su "Tomahwak"; due vie lunghe di quelle già belle toste, con passaggi sul 6A-6C e punte sul 7A e che correvano parallele. Gli era risultato antipatico già a pelle da subito, quando era arrivato, grosso e con l'abbronzatura da lampada, chiassoso come tutto quel mezzo di circo ambulante che si portava dietro. Lo stronzo era sceso da un SUV che ancora un pò e parcheggiava direttamente in parete, mai che dall'alto venga giù una bella scarica quando serve.. Ne era sceso ed aveva lasciato portiera aperta e radio a tutto volume e si era fatto dare una mano a scaricare attrezzatura per 10 persone da quello che era probabilmente il suo schiavo personale, un ragazzino minuto e taciturno con due braccia da rocciatore di classe, nel cui sguardo rispettoso ed indagatore verso la via lui si era immediatamente ritrovato. Loro avevano deciso di tentare "Albatros". Il ragazzo, l'avrebbe saputo più tardi, si faceva chiamare Tony, e solo in seguito sarebbe diventato uno tra i suoi più fidati secondi di cordata, ma quello, e tutto quanto gli sarebbe capitato di lì a poco, Paco non se lo poteva immaginare neanche lontanamente.

Mentre Tony rifaceva su la corda, preparava l'imbrago suo e quello dello stronzo, metteva in bella fila rinvii, cordini e qualche nut, non aveva mai smesso, neanche per un attimo di studiare la via. Lo stronzo (si chiamava Bruno), invece era dietro il SUV ed armeggiava con qualcosa che non riusciva a tirare fuori. E nel frattempo, con una voce baritonale e sgradevole, diceva a tutti quanto era bravo, quanto era capace e su quali livelli di difficoltà era in grado di arrampicare, con una mano legata dietro la schiena. Che lui arrampicava sempre in palestra, che era molto meglio che in parete, e che nessuno degli sfigati che arrampicavano in parete avrebbero mai potuto stargli dietro. Dio, quanto gli stava sui coglioni!

Paco invece era arrivato presto, aveva lasciato il Transalp appoggiato al solito albero (il cavalletto non teneva), dall'altro lato della tortuosa strada sterrata e si era avviato, occhi alla parete, verso l'attacco delle vie, con il suo vecchio e sdrucito Invicta, che l'aveva seguito dappertutto, dal Bianco alle Tre Cime di Lavaredo, poggiato a tracolla su una spalla. Poi aveva buttato lo zaino a terra e si era seduto sulla corda, per studiare con attenzione le diverse salite indeciso tra quali scegliere, con il busto appoggiato ad un tronco di un larice che aveva passato gli ultimi trent'anni a crescere per adattarsi perfettamente alla sua schiena. E lì era rimasto, ad aspettare "il socio"di cordata di turno, Renato, e nel frattempo era rimasto immobile, fantasticando ed osservando il rapido mutare dei riflessi in parete, con le nuvole che corevano in cielo.

Renato, Renè per gli amici, "un cittadino con l'anima da montanaro", come lui lo definiva scherzosamente, era arrivato di lì a poco, su una vecchia Ford scassatissima di un colore che Renato stesso definiva "blu ruggine" e che avrebbe dovuto essere rottamata da almeno dieci anni e che invece, non si sa come, lui continuava ad usare, in barba a tutti gli Euro di questo mondo. Con Renato c'era un'intesa che andava oltre le parole ed un'amicizia che aveva superato il tempo ed ogni avversità. Simpatico e sempre pronto alla battuta, con lui aveva passato del buon tempo; sapevano capirsi con una semplice occhiata e riusciva sempre a strappargli una risata. Alle ragazze che conoscevano nei rifugli si dichiaravano gay e fidanzati, e successivamente, complici la notto di stelle e la grappa ai mirtilli chiedevano di provare ad essere "convertiti". E qualche volta ci riuscivano pure.

Era stato mentre chiacchieravano che era arrivato il circo; il fuorstrada il casino, lo stronzo in un battere di ciglia gli avevano mandato a puttane la serenità e l'aspettativa di una giornata di relax che l'aveva pervaso fino a poco prima. Lui si era immediatamente chiuso a riccio, in un silenzio immusonito e gli occhi scuri. Renato lo aveva subito capito e gli aveva detto: "Dai, lasciali perdere quelli, pensiamo alla via, che oggi ne abbiamo di lavoro da fare". Dallo zaino estrasse una bottiglia di vino rosso, con un 'etichetta strana: "Tò, valla a mettere al fresco nel ruscello ben nascosta, che ce la meriteremo, quando torneremo giù e farà il paio sicuramente con quei salamini che hai portato tu". Paco osservava l'etichetta, una lettera D maiuscola, una lettera u minuscola ed un 7 scritto a numero. Notando il suo sguardo interrogativo, Renè gli disse solo "leggi"; Paco pronunciò e sorrise: Du..set, dolcetto in piemontese. "Già", sorrise di rimando l'altro. "Dolcetto, appena imbottigliato: è un pò giovane, ma tanto tu berresti anche l'antigelo. Dai, prepariamoci". Era stato in grado di ridargli un poco di allegria anche quella volta.

Da dietro il suo SUV Bruno era ricomparso, vestito come un ballerino, con un paio di fuseau ed una canotta dai colori sgargianti che ne esaltavano il fisico muscoloso. Attaccato all'imbrago, con un moschettone minuscolo, aveva agganciato il cellulare. Paco era rimasto incredulo, a bocca aperta, che si era allargata in una risata quando Renato aveva esclamato "quello serve se qualcuno ti telefona per dirti quant'ses piciu, utilissimo in parete", a voce abbastanza alta da far ridere anche altri climber che avevano assistito a quella mascherata. Tony li aveva guardati con un sorriso di simpatia, si vedeva che li invidiava un poco. Il "picio" pareva invece non aver sentito. Aveva tirato finalmente tirato fuori dalla macchina l'oggetto misterioso: una sedia a sdraio di design, bellissima e sicuramente carissima, di un legno chiaro che dava la sensazione di essere liscio come seta. L'aveva posata delicatamente all'ombra del grosso fuoristrada ed aveva aperto la portiera lato passeggero, in attesa. Lei era scesa, flessuosa ed agile.

Ed il tempo si era fermato.

Era scivolata pigra giù dal sedile in pelle, che le aveva trattenuto il vestito in lino bianco, già corto, rivelando gambe lunghissime e abbronzate. Non era di lì, quella era una di un altro pianeta, una sicuramente con un sacco di grana. Paco non l'aveva mai vista, se lo sarebbe ricordato anche dopo una lobotomia: non c'entrava niente con il mondo delle arrampicate, sembrava uscita pari pari da una di quelle riviste di moda che vedeva dalle due parrucchiere dove ogni sei-sette mesi, andava a farsi regolare i capelli. Lui era rimasto fermo in piedi, con metà della corda in mano, impossibilitato a girare lo sguardo da un'altra parte, fissando quel volto perfetto, i capelli biondi tirati all'indietro e gli occhi nascosti dietro enormi occhiali neri. Lei era scesa dalla macchina con movenze misurate e sinuose, cosciente del fascino che sapeva di avere e che non dosava, spremendolo tutto fino all'ultima goccia. Con due dita aveva abbassato gli occhiali sul naso, quel poco che bastava per mostrare due occhi nocciola che lo guardavano, leggermente canzonatori. Quello sguardo lo aveva attraversato dentro, disarmandolo, mettendo a nudo tutte le sue paure ed i pensieri più nascosti e si era fermato dritto dritto poco sotto la cintura dei suoi pantaloni. Le sue labbra si erano aperte appena in un sorriso a matà tra il malizioso ed il divertito, e lui si era subito sentito un idiota.

"E' la seconda volta in meno di cinque minuti che ti vedo a bocca spalancata! Se ti è appena venuta una paresi muovi leggermente un piede. Altrimenti chiudila, prima che ti ci entri detto una mosca", aveva mormorato Renato, che gli era arrivato vicino. Poi si era girato verso la ragazza: "Bella manza.. Adesso vado ad informarmi dal picio su quanto costa e per il tuo compleanno te ne regalo un paio, non sei contento?", aveva aggiunto. Anche lui non aveva potuto fare a meno di notarla mentre usciva l'auto, ma Renè era diverso. Gli erano sempre piaciute le donne ma ormai era accasato e felice, con una moglie graziosa e decisamente più giovane di lui e due marmocchi impestati che adorava e che lo adoravano, anche se riusciva a ritagliarsi sempre del tempo per sè. "Dai, muoviamoci, che tra un pò ci sarà più gente in parete che pulci in testa a un cane", Aveva aggiunto Renato. Era decisamente ora di andare. "Faccoamo "Tomahwak", aveva detto distrattamente e sottovove Paco, mentre si legava per andare su da primo. Renato lo aveva guardato dubbioso: primo, il giorno prima avevano pensato di fare di monotiri e secondo Paco era sempre stato un "diesel", ci metteva più tempo a scaldarsi e di solito lasciava all'amico l'apertura delle prime vie. Si girò verso il SUV e comprese subito. "Guarda che non devi mica fare il fantastico per forza. E poi quella neanche ti si fila. Ma l'hai vista bene? Già, che scemo, certo che l'hai visto bene, non hai fatto altro che radiografarla da quando è arrivata. Ma hai visto come si è conciata? Sembra pronta per il Derby di trotto! Adesso vado a dirle che l'ippodromo l'hanno spostato a Vinovo".

Così facendo si voltò e si diresse verso la ragazza, lasciandolo di stucco. "Oddio, chissà cosa mi combina" pensava Paco, in un misto tra l'apprensione ed il divertito. Già, il suo amico era capace di tutto. Renato era continuamente una sorpresa, un vulcano di idee quando era ora di divertirsi. Ricordava mille zingarate combinate insieme, come quella volta che, di ritorno da un allenamento di corsa, sudati e in pantaloncini e maglietta erano capitati davanti alla casa di una ragazza che stava per sposarsi; loro erano entrati, spacciandosi per amici dello sposo e suoi complici di uno scherzo; avevano mangiato e bevuto, si erano fatti ritrarre dal fotografo baciando la sposa e poi erano spariti, immaginando la sorpresa di chi, successivamente avrebbe visto l'album di nozze. Lui era fatto così, ed in quel momento la cosa non lo faceva stare affatto tranquillo"

Dopo un breve conciliabolo che aveva sicuramente dato fastidio all'energumeno, che adesso non li stava guardando bene, Renato stava tornando da lui, facendo finta di sistemare il sacchettino della magnesite e nascondendo un ghigno che riusciva a stento a trattenere. Alle sue spalle la ragazza lo guardava attenta, ed quel sorriso speciale era diretto a lui. "Allora cosa le hai detto? E cosa ti ha risposto? Ma perchè ci sei andato? E hai visto come ci guarda male quell'altro?" buttò fuori in un fiato Paco. "Calma, calma" lo rassicurò Renato. "Gli ho detto solo che visto che eri rimasto folgorato da lei, se arrampicando cadevi ed io non ti facevo scurezza bene aresti voluto sapere il suo nome, prima di morire. A proposito, si chiama Patti e mi ha detto che sarebbe decisamente un peccato; a propostito, stai diventando rosso come un peperone di Carmagnola; a proposito," concluse strizzandogli un occhio ridendo, dirigendosi verso l'attacco; "hai visto che porta il perizoma? Dai che ti faccio sicurezza così ti puoi fare bello. Cerca di non inciamparti mentre cammini"


W.I.P......................... See you tomorrow!


lunedì 6 luglio 2009

La sua prima cima. 2117 m

La settimana scorsa la mia Ciccia, come la chiamo affettuosamente io, mi ha vergognosamente tradito per andare a saltare sui teppeti elastici, cosa che mi ha permesso, mentre collaudavo la nuova motosega tagliando legna, di elaborare Paco e qualche altro racconto. Non so voi, ma a me capita sempre che, mentre mi immergo in qualche attività che coinvolga solo me stesso, mi metta ad elaborare nelle mie fantasie innumerevoli storie; queste prendono spunto dal mio umore, da ciò che vedo o sento, da quello che succede realmente e poi seguono autonomamente strade proprie, che non posso mai prevedere all'inizio. Così è stato per Paco, la cui storia sta lentamente germogliando, innaffiata dagli avvenimenti. Ma riprediamo il filo.
La mia bella bimba, al ritorno da tutti i suoi salti mi è corsa incontro, ma ho fatto un pochettino l'offeso ed il sostenuto, per avere anche solo potuto preferire qualcos'altro, abbandonandomi senza pensarmi assolutamente. Che stupido
Riesco sempre a sbagliare tante di quelle cose che la cosa più saggia sarebbe, una volta presa una decisione, fare l'esatto contrario.

Far sentire in colpa mia figlia e vedere dispiacere nel suo cuore e nei suoi occhi che invece dovrebbero sempre riflettere il cielo in un sorriso mi ha fatto vergonare di me stesso. Le mie nuvole, sempre pronte, non devono contagiarla mai; vorrei esser disponibile in qualunque momento a giocare, circondarla di serenità ed allegria sempre; vorrei proteggerla, preservarla da tutti i dispiaceri di questo mondo: so che non è possibile, ma almeno non dovrei dargliene io, di inutili e gratis.

Ci siamo riconciliati subito, come facciamo quando abbiamo qualche piccolo disaccordo o dopo che io sono proprio costretto a comportarmi da padre(anche se faccio tanta fatica). Ci siamo ripromessi che la settimana successiva, cascasse il mondo, saremmo andati in montagna, noi due soli. E così abbiamo fatto.

L'altro ieri siamo tornati su, a casa nostra. Non so in quante case abiterò, ma so che quando parlo di casa "mia" non parlo sicuramente del mio domicilio attuale (anche perchè prima che lo possa considerare mio devono ancora passare 15 anni di mutuo..). E neanche l'alloggio dei miei a Torino, dove ho passato quasi trent'anni. Casa mia, o meglio nostra è quella di Bardonecchia, con la sala che è la stanza dove è nata mia madre, con il giardino dove gli alberi, quasi tutti larici e qualche pianta da frutta (anch'essi piantati da mia madre insieme alla sua) hanno quasi tutti più anni di me e sono come vecchi amici dispensatori di tranquillità e di fresco, con i quali ti puoi fermare ad ascoltarne le storie, nel sommesso sussurro serale che raccoglie il loro spirito. Sono stati le mie prime capanne di quando ero bambino, ed adesso sono lo stesso gioco per mia figlia ed i suoi amici. Capita purtroppo che, inevitabilmente, qualcuno di questi, colpito da qualche malattia o parassita o anche solo per l'età, improvvisamente secchi e muoia, lasciando uno spazio di erba rada e gli altri alberi intorno di colpo meno vicini, a prolungarne il ricordo. Difficilmente verrà sostituito, al limte servirà da base per appoggiarci sopra un vaso di fiori, un piccolo omaggio.

Tutto quello che vedo a casa mia ha una storia: ogni albero, ogni rosa, il cancello verde che ruota cigolando con il singolare mecanismo di apertura, la baracca da cantiere trasformata in uno stracolmo capanno degli attrezzi e giochi di bimbi, il lungo tavolo in legno con le panche ed il pergolato sovrastante. Abbiamo fatto praticamente tutto da noi, per trasformare in un piccolo paradiso quello che era l'avanzo di un cantiere, quando i miei genitori hanno ristrutturato la vecchia casa di mia nonna, circa quarant'anni fa. Abbiamo sacrificato, per anni, interi fine settimana, in cui ritornavamo a Torino massacrati e distrutti, con le braccia graffiate e le bolle sulle mani. Per quarant'anni i lavori sono sempre stati organizzati e gestiti da quel Direttore Generale della nostra famiglia che è stato mio padre e da quando lui non c'è più la strada è un pò più in salita e disordinata nelle priorità delle cose da fare. Ecco perchè è così nostro. Ma andiamo avanti: ho divagato nuovamente!!

Sabato siamo andati su. Le previsioni davano pioggia nel pomeriggio di domenica.
Sabato dopo cena decidiamo di andare a provare la nuovissima pista di pattinaggio su ghiaccio (finto) che hanno appena attrezzato, nel Tennis Club a fianco del Laghetto, vicino al cimitero dove riposa mio padre. E' una pista in materiale sintetico, simile al tagliere bianco che usano i macellai. Ci portiamo dietro anche mia nipote, ansiosa di provare uno sport che a sua cugina piace tanto. Ciccia arriva, vezzosa, trascinando il suo zainetto portapattini con le rotelle, per far vedere che lei è un'autentica professionista (son due anni che pattina...). Sua cugina invece è stupita, piccola e cicciotta com'è, con gli occhi azzurri sgranati per una cosa nuova che vuol provare assolutamente. Ma non è che sembri troppo convinta. Sulla pista solo un paio di persone ed un bambino giocano con l'istruttore ad hockey, utilizzando una pallina da tennis.

Francesca entra in pista e si trova subito in difficoltà, per un materiale a cui non è assolutamente abituata. Non riesce a scivolare e le lamine, ovviamente, tengono molto di meno che sul ghiaccio. Non è contenta, si vede e si sente: si lamenta apertamente. Io le dico di pazientare, che deve abituarsi alle caratteristiche della superficie. Sua cugina invece entra impacciata, prende le mani al maestro e si esibisce in una serie di posizioni delle gambe e dei piedi al limite del contorsionismo che neanche Jerry Lewis. Non riesce a controllarle, mentre si muovono a destra e sinistra, si incrociano e ruotano in maniera assolutamente imprevedivile ed incontrollata, mentre lei dice "Non riesco, proprio non riesco". Noi ridiamo di nascosto, anche il maestro sorride, mentre mia figlia si sganascia apertamente, talmente tanto che a momenti cade. Mia nipote subito vuol abbandonare. Poi invece molla le mani del maestro e si attacca al mancorrente a cui rimarrà saldamente aggrappata per tutta l'ora e mezza successiva, percorrendo più volte il perimetro della pista, passo dopo passo, senza staccarvisi mai. Ciccia pattina, recupera un pò di sicurezza e riesce ad andare. Poi, prende confidenza e convinta dagli altri pattinatori si mette a giocare ad hockey insieme a loro, divertendosi un mondo e facendoci divertire. L'altra nel frattempo, passo dopo passo continua imperterrita i suoi giri, sempre pattini ai piedi e mani sul mancorrente.

Risultato: siamo poi andati a dormire dopo la mezzanotte, con le due che, stanchissime, sono partite appena toccato il letto. Mia moglie mi guardava con un fumetto che diceva: "e tu, lurido bastardo, domattina avresti il coraggio di svegliarla presto per stravolgerla di fatica sulle tue insulse montagne? Sei una carogna!". Mi sono addormentato con il pensiero: "speriamo domani mattina piova..."

La mattina dopo alle 8.00 un cielo blu senza l'ombra di una nuvola si intravedeva dalla finestrella del bagno. Sono riuscito ad allontanarmi dalla camera dopo essermi lavato e vestito, cercando di non svegliare nessuno, anche se ogni rumore veniva debitamente sottolineato da brontolii irosi, provenienti da sotto le coperte, di mia moglie. Esco in giardino. L'aria è pulita e frizzante, inspiro a pieni polmoni. I miei alberi ondeggiando mi salutano. I due alla mia destra sono malati, e li guardo con lieve tristezza. Sono i compagni di quello che ho tagliato l'anno scorso, da solo, arrampicandomici per l'ultima volta, con la mia vecchia motosegna che dopo due giorni di lavoro non stop ha deciso di darmi il benservito ed abbandonarmi anche lei. Nel giardino c'è una rosa ad alberello con un fiore appena sbocciato, bellissima, screziata dei colori di pesca ed arancione, che fotografo. Esco, vado a far la spesa per l'appetito dela mia bimba di quando saremo lassù. Vado a prendere il pane e le focaccine rigorosamente a Borgovecchio, primo perchè è pù buono e poi per far passare un pò di tempo dall'inevitabile risveglio. Poi, tornando sotto, prendo il resto per condirle i panini in maniera golosa: prosciutto cotto ("del più buono, per la mia cita"), maionese e pompodorini. E poi cioccolata, biscottini, succo di frutta e schifezze. Decisamente la vizio. Poi scendo da Ugetti a prendere le brioches che profumano di burro per tutti. Rientro dopo quaranta minuti, preparo i panini, riempio lo zaino. Ci metto dentro i nostri due coltelli, un Opinel con il manico scuro che era di mio padre ed uno in legno chiaro con incisi due cervi che è il suo (e ci si è già punta un dito). Preparo la colazione e dopo poco la casa incomincia a svegliarsi. Arriva mia figlia stropicciandosi pigramente gli occhi e mia moglie che mi guarda con profonda disapprovazione. Lei avrebbe preferito farla dormire fino alle 11. Siamo diversi. Ignoro lo sguardo e finisco di preparare tutto; metto binocolo, macchina fotografica e due sole delle quarantacinque maglie che mia moglie voleva costringermi a portare. "Per cambiarla se suda" suggerisce lei. "Se la vesti con il Moncler anche d'estate è logico che sudi", ribatto io. Finiamo colazione. Mia figlia è quasi pronta, l'unica che dorme ancora è mia nipote, stremata dalla sera prima. Usciamo in giardino ed indosso lo zaino. "Non andiamo in macchina?" Mi chiede. La mia occhiata in tralice del tipo "sto faticando a riconoscerti come figlia" le fa capire che forse no, andremmo a piedi. Salutiamo, usciamo nel vialetto e ci immettiamo in una via Medail che, alle 10, comincia ad essere frequentata. "Manina!", esige lei, pretendendola come sempre e rimroverandomi quando non gliela stringo abbastanza. La prendo per mano, gliela spremo per scherzo ed insieme andiamo.

E cominciamo a parlare, come facciamo sempre, di tutto, delle cose che vede e che sente e dei suoi innumerevoli perchè. E' curiosa su tutto ed io, al momento sono la sua più grande fonte si sapere. Già comincio a fare fatica a darle tutte le risposte. Lasciamo il paese e ci incamminiamo su, tra i frassini ed i ciliegi selvatici ai lati della strada militare che porta in cima alle Tre Croci. Ho scelto questo itinerario perchè anche se facile (si tratta in realtà di una collinetta, che però dal nostro giardino appare come a strapiombo sopra una parete rocciosa), anche la Guida CAI-TCI ai Monti d’Italia dedica un breve paragrafo al Poggio Tre Croci, trattandolo al pari di una vetta. Quindi in effetti sarà la sua prima e vera cima. La strada si arrampica in numerosi tornanti, e si snoda principalmente nel bosco, alternando a zone ombreggiate brevi tratti assolati. Saliamo e continuiamo a parlare, mano nella mano, fermandoci a raccogliere qualche fragolina ed ad assaggiare il sapore zuccherino dei fiori del trifoglio, che la sorprende; osserviamo i fiori e gli insetti che vediamo e fotografiamo, e raccogliamo pietroline che levigheremo (gliel'ho promesso) per fare ciondoli. E le invento storie. Le storie parlano delle montagne, che vivono millenni e si muovono lentissime, che per pronunciare una frase ci mettono un anno e che ci vedono passare veloci, come noi vediamo le formiche sotto di noi. Le storie parlano delle formiche, anzi delle due formiche che, da quando era piccola, accompagnano le sue fantasie, facendo, nella vita da formiche le stesse cose che facciamo noi (nello specifico del raccondo le due formichine, a cavallo di due soffioni, erano andate a finire, per colpa del vento, al ghiacciaio del Sommeiller). Le storie le invento per lei, per strapparle un sorriso, per farmi correggere quando mi ingarbuglio o mi dimentico qualcosa. E lei ci si aggrappa, sull'altalena della mia fantasia e, ridendo, vola felice. Ed intanto saliamo, e, sempre mano nella mano, arriviamo dove i boschi che ci accolgono sono quelli dei larice, affiancato inizialmente dal pino silvestre e, più in quota, da qualche abete rosso.

E' mezzogiorno, camminiamo senza sosta da circa due ore: la richiesta "Quanto manca ancora?" comincia a venir ripetuta troppo di frequente e decido di fare una pausa. Troviamo un prato dove, tra fiori e farfalle ci fermiano a scattare qualche foto. Giochiamo, sgranocchiamo due biscotti, ci rinfreschiamo ad una fontanella ricavata da un tronco e subito dopo ripartiamo. Nell'ultima mezzora Ciccia comincia ad essere stanca, ma, tornante dopo tornante, piano piano e con qualche altra pausa supplementare, finalmente arriviamo in cima. Sempre mano nella mano.

Prendiamo il binocolo dallo zaino. Il panorama che si gode è assai vasto, la vista spazia dal vallone della Rhô fino alla Guglia Rossa, all’imbocco della valle Stretta; passando sopra le cime dello Jafferau e del Colomion, nonché parte del vallone di Rochemolles, il vallone del Frejus, il ed il solco vallivo principale che porta alla bassa valle; un’infinità di vette fanno corona alla conca di Bardonecchia, posta proprio sotto di noi. Ci fermiamo vicino alle croci, osserviamo le nuvole grigie che cominciano ad arrivare da dietro la punta Charra e poi cerchiamo un posticino per rilassarci e mangiare qualcosa. Lei mangia, contenta, finalmente seduta a riposarsi e sorpresa per le cose buone che le ho comprato e che tiro fuori dallo zaino. Divora la tavoletta di cioccolato con le nocciole, ma di ogni cosa me ne offre sempre un pezzetto... anche se piccolo. Mangio anch'io, anche se in realtà mi basta guardarla per sentirmi bene, sazio. Dopo pranzo qualche foto, due coccole ed una chiacchierata con chi da sotto, con lo specchietto, ci manda segnali di luce, rapidi flash che abbagliano e che vedono stupiti anche i pochi gitanti che sono su con noi. Ma è già tempo di ripartire: le nuvole si stanno addensando, nascondendo il sole e la temperatura si abbassa. Scendiamo, sempre per mano, sempre raccontando miriadi di storie. Le due formiche della nostra favola infinita sono riuscite a farsi dare uno strappo da un'aquila ed adesso riposano nel mio zaino, rifocillandosi con un paio di briciole.

Lei mi imbecca, suggerendomi possibili finali e facendomi un sacco di domande. Scendiamo, fermandoci ogni tanto per farla riposare (comincia ad essere veramente stanca). Alla fontanella dell'andata ci rifermiamo e sbocconcelliamo la merenda, finendo definitivamente quello che le avevo portato e facendo l'ultima provvista d'acqua, anche se non ci servirà più. Ripartiamo, giocando, prendendo ripide scorciatoie, ci mettiamo a correre per brevi tratti, e lei ride felice, dimendicandosi per un pò la stanchezza. Il tempo peggiora e poi, quando ormai siamo a un quarto d'ora dal paese, improvvisamente, si mette a piovere. Finchè le chiome degli alberi si incrociano riusciamo a rimanere quasi asciutti, ma quando il sentiero si allarga non rimane molto da fare. Per un poco cerchiamo riparo sotto un albero, ma visto l'intensità della precipitazione decidiamo di bagnarci. E scendiamo ridendo come matti, con mia figlia che canta a squarciagiola "Piove, piove, acqua di limone", per scongiurare il ritorno del sole. Gli scrosci sono intensi, ed è perfettamente inutile rimanere nel tratto di sentieo sotto gli alberi, grondanti anche loro. L'aria si è riscaldata e l'acqua è quasi piacevole. Siamo ormai zuppi dalla testa ai piedi, ma sempre mano nella mano e felici. Continuando a cantare attraversiamo l'ultimo ponticello, dove ad attenderci c'è mia moglie con un ombrello ed una maglia di ricambio per la nostra bimba. Ed un sorriso per tutti e due.

mercoledì 1 luglio 2009

Appeso con due dita alla vita - Paco

Il vento teso proveniente dal termine della valle, alla sua destra, gli scompigliava i capelli riccuti e neri, screziati dalle prime striature grigiastre. I piedi calzavano le sue nuove scarpette: un paio di "Solution" nuove di pacca, avvolgenti, perfette che si era regalato come premio dopo una lunga e faticosa settimana di lavoro.

Si trovava sulla sosta del quarto tiro dello spigolo Fornelli, completamente da solo. E slegato.

Adorava, arrampicare slegato, quando poteva, e lo faceva spesso quando era solo, lì in falesia, a giocare con le nuvole e a ritrovare se stesso. "L'unica differenza è la testa" soleva dire ai pochi compagni di corda che ogni tanto incrociavano le sue vie. Non erano tanti, quelli che lo conoscevano bene, alcuni trovandolo addirittura simpatico. Il suo carattere taciturno ed un ombroso metteva spesso a disagio i più, sempre un poco spacconi e chiassosi, con i loro pantaloncini attillati e le magliette chiassose anche loro, ma solo una volta tornati alla base, per farsi belli con le ragazze. Lui no. Lui in parete era silenzioso, attento, cosciente. Assaporava l'anima della via, sentiva il profumo dei movimenti; le venature della roccia gli parlavano e gli raccontavano il percorso, accompagnandolo durante la salita; era come avere in tasca le istruzioni, che spiegavano i passaggi cruciali. Ed una volta tornato giù non assaporava nessun trionfo e non aveva voglia di mettersi a fare lo stronzo in pubblico. Gli bastava solo il momento che aveva appena vissuto.

Ora era di nuovo lì. Le scarpe su appigli saldi erano un proseguimento naturale della roccia su cui erano appoggiate. Nelle orecchie, lenta e rilassante, Someday di Malika Ayane: "Riding the clouds Day by day by day Chasing a missing mountain Try, try, try I'm raining to chase the rainbow Day by day by day Chasing a missing mountain Bye and bye and bye Someday I'll fly - I'll be with you". Il suo inglese era stentato, ma se l'era fatta scrivere tradurre da Sveva (la sua Sveva), che lei l'inglese sì che lo conosceva bene. L'aveva letta e riletta ed alla fine l'aveva imparata a memoria e l'aveva inserita dieci volte di fila nel lettore MP3.

La mano sinistra era protesa, indice e medio conficcati saldi in una fessura verticale profonda. Lui gurdava in alto, verso quell'unico passaggio dove avere la sicurezza di qualcuno che ti regge la corda non sarebbe stato malaccio. "Ma l'unica differenza è la testa", si mormorò tra a denti stretti. Facile a dirlo. Il braccio sinistro allungato, quello destro penzoloni, per sciogliere i muscoli un poco doloranti. In parete non c'era nessuno, tutta la zona della Parete dei Militi, la celebre palestra di arrampicata di Bardonecchia, era deserta. Neanche una macchina parcheggiata giù in basso, non un turista con il naso all'insù. Appoggiata ad un larice contorto, sola, lo controllava la sua vecchia Transalp, con cui aveva condiviso tanti torrnanti e tanti sentieri sterrrati, e con la quale, un paio di volte sfortunate, aveva grattato lo stesso asfalto.

Il sole cominciava ad abbassarsi vicino alle cime delle montagne. Il calore sulle braccia abbronzate anche a marzo cominciava ad allontanarsi, preludio di un pomeriggio che si stava rapidamente tramutato in sera. Alle sue spalle i Re Magi osservavano muti i suoi movimenti mentre alla sua destra il grande ed il piccolo Séru riportavano ancora le ultime lingue di neve sporca.

"Dovevo partire prima", pensò. "Qui rischio di dover scendere al buio. O di dormire in parete". Sorrise, tra , al pensiero di quella volta che ci aveva dormito (o meglio che NON ci aveva dormito), con Renato, in due con un sacco a pelo ed una bottiglia di genepy. Alla fine, mezzi sbronzi, avevano buttato di sotto il sacco a pelo, blu, nuovo e suo, osservandolo precipitarle fluttuando nel vuoto finchè si era perso nel buio di sotto. Erano poi scesi alle tre di notte, accompagnati dal chiarore magico della luna piena, ed erano tornati a casa mentre gli amici avevano già allertato i soccorsi. Il sacco a pelo non l'avevano mai più ritrovato.

I muscoli erano abbastanza riposati. Inserì tre dita della mano destra nel sacchettino colorato della magnesite, fissato dietro all'imbragatura, osservandosi poi le punte delle dita, imbiancate della polvere sottile. Con un soffio fece soffiare via in una nuvola di polvere la magnesite in eccesso. Il passaggio chiave lo conosceva bene, i movimenti erano quelli che aveva fatto decine di volte: allungare la mano sinistra dall'altra parte dello spigolo, portare in alto i piedi, puntellandosi e spingendo dal basso con l'altra mano. Poi, rapidamente, girarsi dall'altro lato, completamente esposto sullo strapiombo della parete piena e ruotare il braccio destro, verso l'appiglio conosciuto alla memoria ma non alla vista, con la consapevolezza cieca di aver "risolto il problema " un'altra volta.

Ancora il vento tagliente, lo fece trasalire. Stava aumentando in fretta e le ombre incominciavano già ad allungarsi. I colori della roccia e dei larici giù nella valle si facevano caldi e dall'altra parte del cielo azzurro la luna aveva già fatto la propria comparsa. Il Tabor era coperto da nuvole gonfie in rapido mutamento, indorate dall'ultimo sole. Si soffermò a ricordare di quando, bambino, lui e Leonardo, il suo amico di infanzia, si mettevano distesi sui prati d'estate, un filo d'erba in bocca, a fantasticare sulle forme delle nuvole, e Leonardo era sempre più bravo ad individuare nuove figure. Poi Leonardo era andato via ed era rimasto lui solo, e le nuvole candide, a farsi compagnia.

La marmotta che aveva segnalato ripetutamente e fastidiosamente la sua presenza, con fischi striduli che oltrepassavano anche le cuffie dell'MP3, doveva ormai aver deciso che non era pericoloso e si era finalmente tranquillizzata, mentre la coppia di aquile che ormai conosceva da tempo, continuava a cercare correnti favorevoli, girando altissime sopra di lui in ampi e pigri cerchi. Adorava scoprire la presenza degli animali, intorno a se quando era in montagna, a ritrovare se stesso nell'umida oscurità dei boschi: sapeva riconoscere i richiami delle diverse specie, e trovare le tracce dei loro percorsi. Gli sembrava di farne parte, di quella natura che amava, animale tra gli animali. Gli tornò alla mente l'incontro inaspettato con il lupo, su, nel silenzio innevato della Valfredda, un istante in cui le loro due anime si erano ritrovate improvvisamente di fronte, a meno di tre metri di distanza, immobili a fissarsi con i fiati caldi che uscivano in piccole nuvole dalle narici. Poi lui si era rapidamente dileguato in un silenzio di piccole orme nella neve leggere e senza fretta, ed era sparito, fantasma scarno ed ossuto, così come era apparso.

Era decisamente ora di darsi una mossa. L'appiglio nascosto, lo sapeva, era lì dietro. Bastava crederci, bastava non esitare ed avere fiducia nell'esperienza derivante dalle cose vissute. Se solo ci fosse stata la tranquillità di una sicurezza; ma autoassicurarsi non gli era mai piaciuto, era scomodo e fastidioso. E poi, si diceva, mica devo andare a cadere proprio qui, dove anche i sassi mi danno del tu!. La catena era proprio a portata di mano, la corda comunque ce l'aveva nello zainetto leggero che portava sempre, retaggio di quella volta che si era stirato il tendine del piede ed era tornato da basso con le braccia a pezzi e su un piede solo (aveva usato anche i denti..) . Bastavano due nodi e cinque minuti, tra sbrogliare la corda e rimetterla via subito dopo aver superato il passaggio. Bastava cedere all'insicurezza di se stessi, alla paura che sotto sotto, già cominciava a minare le sue certezze, risalendogli pian piano dai piedi e facendogli tremare le gambe. Già, bastava cedere. A se stesso. Alle ombre scure che, da qualche tempo, gli correvano dietro.


Con una leggera scrollata di spalle lo zaino precipitò giù per la via, rimbalzando sui passaggi che aveva percorso poco prima, con il suono ovattato e lontano accompagnato dai tintinnii dei moschettoni che c'erano dentro.

"Adesso sei tu contro te stesso" si disse. "Adesso prendi quella mano e la metti dove sai, e superi 'sto cazzo di passaggio, come hai già fatto e come sai che puoi fare benissimo. Muoviti, che è tardi".

Malika Ayane aveva finito i dieci brani. Adesso toccava a Tiziano Ferro, che in troppe canzoni raccontava quelli che erano stati i suoi dolori, quasi come se gli avesse piazzato una webcam nascosta e lo avesse spiato di continuo negli ultimi due mesi. Mise la mano nel taschino e staccò il jack, lasciando che Tiziano continuasse il suo muto lamento. "E' l'ora, sbrigati".

Alzò lo sguardo per la ventesima volta verso quel pezzo di roccia che gli impediva di vedere ciò che lo separava dalla sua sicurezza, che conteneva nella sua ruvida e fredda scorza tutte le sue paure. Intravide le aquile, che volavano più basse, curiose, per la strana sorte di quel puntolino là sotto.

"Io sono l'aquila, sono il vento ed il larice che si appoggia alla mia moto. Sono il rumore delle pigne secche sotto i piedi. Sono il lento mutare delle nuvole in cielo ed il suono del vento tra le betulle. Sono il lupo che ho incontrato; questo sono io, che sono stato in piedi su tutte le cime che, da qui, riesco a vedere". Sorrise, pensando al lupo, e alle aquile, sorrise pensando a Sveva, che nello stesso momento stava dando da mangiare alla vecchia e che non sapeva che lui era lassù in quel momento, sicuramente lo immaginava in giro a cazzeggiare. A pensarla. Sorrise, ricordò il suo profumo, la sua vicinanza, le loro notti. E chiuse gli occhi.

Si immerse completamente nei suoi sogni, nei suoi ricordi. Le sue emozioni lassù, solo e disarmato, lo investirono come una folata, prepotenti e lui ci si immerse. Ad occhi rigorosamente chiusi entrò in una nuova dimensione, fatta di consapevolezza; di colpo tutto aveva preso un'altra importanza. Non c'era la paura del vuoto, di cadere, non c'era niente. Sapeva dov'era e questo bastava. Si mise a fischiettare un motivo tranquillo, e le sue emozioni gli danzarono intorno. La mano destra si spostò, spingendo. Alzò prima la gamba sinistra, dall'altra parte del dietro e poi la gamba destra. Spostò la mano sinistra su un appiglio, ci si appese e via.

La leggera rotazione passando sull'altro lato dello spigolo, il sentirsi appeso al vuoto durarono circa un secondo, ma a lui pareva che tutto, improvvisamente, andasse al rallentatore. La mano destra finalmente abbandonò l'appiglio sicuro e, con tutta calma risalì, non a cercare a tentoni, ma a pretendere l'appiglio che sapeva essere lì. E lì era: ci si appese con due dita, con una forza a cui non sarebbe certamente riuscito a sfuggirgli.

Poteva, nel buio di quello che non gli confermavano gli occhi, ma alla luce abbagliante dei suoi pensieri, fare ancora qualche movimento, sulla parete che ormai lui, nel suo passaggio cruciale, aveva superato e così fece uscendo alla fine dalla via fino ad incontrare nuovamente i primi larici contorti e rugosi, aggrappati ai ripidi prati, continuando a fischiare sommessamente, un suono liquido che riusciva a propagarsi nel silenzio di quella che si annunciava come serena una notte di stelle.


Riaprì gli occhi. La sera aveva ormai preso possesso della valle. In fondo, sulla destra, intravide le luci accese ed il fumo che usciva in rade volute dal camino del Rifugio. Poco distante sentì un fioco e sommesso rumore.

Su di un larice, a meno di venti metri da lui, erano appollaiate le due aquile, immobili come statue. E lo guardavano.



Cazzo, devo di nuovo lavorare!!! (Work in progress)